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Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

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e  37^^ 


DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECG  LESI  ASTICA 

DA  S.  PIETRO  SINO  Al  NOSTRI  GIORNI 

SPECIALMENTE     INTORNO 

Al  PBINCIPAtl  SANTI,  BEATI,  MABTIRf,  PADRI,  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDIWAII 
E  Più  CELEBRI  SCRITTORI  ECCLESIASTICI,  AI  VARIl  GRADI  DELLA  GERARCHIA 
DELLA  CHIESA  CATTOLICA,  ALLE  CITTA*  PATRIARCALI,  ARCIVESCOVILI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  AI  CONCILII,  ALLE  FESTE  PIÙ  SOLENNI, 
Al  RITI,  ALLE  CERIMONIE  SACRE,  ALLE  CAPPELLE  PAPALI,  CARDINALIZIE  B 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  KON 
CHE    ALLA    CORTE    E    CURIA    ROMANA    ED    ALLA    FAMIGLIA    PONTIFICIA,  EC.  EC.  EC. 

COMPILAZIONE 

DEL  CAVALIERE  GAETANO  MORONI  ROMANO 

SECONDO  AIUTANTE  DI  CAMERA 

DI   SUA  SANTITÀ   PIO   IX. 


VOL.  XCIV. 
IN     VENEZIA 

DALLA      TIPOGRAFIA     EMILIANA 
.MDCCCLIX. 


% 


La  presente  edizione  è  posta  sotto  la  salvaguardia  delle  leggi 
vigenti,  per  quanto  riguarda  la  proprietà  letieraria,  di  cui 
l'Autore  intende  godere  il  diritto,  giusta  le  Convenzioni 
relative. 


DIZIONARIO 


DI  ERUDIZIONE 


STORICO-ECCLESIASTICA 


VER 


V, 


ERNEUIL,  f^ernoliuni.  Cillà  di 
Francia  nel  d i parli menlo  dell'Euro,  cir- 
condario a  8  leghe  da  Evreux,ed  a  18  da 
Ronen,  capoluogo  di  cantone  sulle  sponde 
dell'Avre,  che  divide  la  Normandia  dal 
Perche.  Situala  in  mezzo  a  fertile  pianu- 
ra, traversata  da  un  braccio  dell'  llon,  è 
ben  distribuita,  ma  male  ediQcata.  Del- 
l'antico castello  non  rimane  che  una  tor- 
re alta  60  piedi  e  di  mura  grossissime. 
La  chiesa  principale  ha  il  campanile  at- 
tribuito agl'inglesi,  imponente  per  l'al- 
tezza, e  notabile  per  la  maiìsa  gotica.  Pre- 
sentemente ì  terrapieni  offrono  bei  pas- 
seggi. Vi  è  una  biblioteca  con  piti  di  3, 000 
volumi.  Vi  sono  varie  fabbriche  e  mani- 
fatture, con  circa  4>ooo  abitanti, che  ten- 
gono 3  fiere  l'anno,  possedendo  territorio 
fertile  in  grani.  Il  re  Filippo  li  Augusto 
laiiuni  alla  Francia  colla  Normandia  e  il 
Perche.  Nel  1^1^  t\À  teatro  d'una  bat- 
taglia sanguinosa  tra'francesi  e  gl'inglesi, 
i  primi  restando  sconfitti;  e  da'  vincitori 
la  ricuperò  Carlo  VII  nel  1 449-  P''ifna 
di  queste  epoche  vi  furono  celebrati  due 
coQcilii.  Il  i.°  oel  'jS5  per  oidiue  diPi- 


VER 

pino  re  de'  franchi ,  e  si  adunò  nel  suo 
palazzo.  I  vescovi  che  vi  sì  recarono  da 
quasi  tutte  le  parti  del  regno  vi  fecero 
25  canoni,  di  cui  ecco  i  principali.  Cia- 
scuna città  avrà  il  suo  vescovo,  ed  uà 
vescovo  nou  potrà  possedere  due  vesco- 
vati. Saranno  celebrati  annualmente  due 
sinodi  in  Francia,  l'uno  io  marzo  e  l'al- 
tro io  ottobre.  E  affidata  a'vescovi  la  cu- 
ra d' invigilare  sui  monasteri  d'ambo  ì 
sessi.  Un' abbadessa  non  potrà  governare 
che  un  solo  monastero.  Tutti  i  preti  do- 
vranno assistere  al  sinodo  del  loro  vesco- 
vo. Saranno  scomunicati  tutti  quelli  che 
comunicano  cogli  scorauuicati.E  ^'oibito 
agli  ecclesiastici  di  cambiar  chiesa  e  di  ri- 
ce  vere  uu  chierico  di  un'altra  chiesa.  Non 
si  faranno  opere  servili  ne'  giorni  di  do- 
menica. Gli  ecclesiastici  non  !>'immischie- 
ranno  negli  affari  secolari,  né  porteranno 
le  loro  cause  innanzi  a'tribuuali  di  laici. 
I  conti  de'  beni  ecclesiastici  saranno  resi 
al  principe.  Regia  l.  17,  Labbé  t.  6,  Ar- 
duino t.  3.  11  2."  concilio  fu  tenuto  nel 
dicembre  844  ^^^  palazzo  del  re  Carlo  I 
il  Calvo.  Ebroiuo  suo  arcicoppellano  e 


4  VER 

limosi iiiere,  vescovo  di  PoiClers,  e  Ye- 
nillone  nrcivescovo  di  Sens  vi  presiedet- 
tero, e  si  fecero  l'x  canoni  riguardanti 
nella  maggior  parte  la  disciplina  ecclesia- 
stica. Nella  prefazione  si  esorta  il  re  a  con- 
servar la  pace  co' suoi  fratelli.  Inoltre  si 
invitò  a  mandar  commissari,  ailine  di 
reprimere  coloro  che  commettevano  ec- 
cessi, e  disprezzavano  la  disciplina  eccle* 
siaslica.Clie  i  monaci  vagabondi  ed  i  chie- 
rici disertori  sieno  castigali  secondo  i 
canoni.  Che  quelli  che  sposano  religiose 
sieno  scomunicati, se  non  fanno  pubblica 
penitenza.  Fu  altresì  determinato  di  da- 
re un  vescovo  alla  chiesa  di  Reims,  che 
già  da  lungo  tempo  n'era  priva,  e  fu  ri- 
messa la  questione  della  primazia  accor- 
data a  Dragone  vescovo  di  Metz,  dal 
Papa  Sergio  H,  ad  un  concilio  più  nu- 
meroso delle  Gallie  e  di  Germania.  Re- 
gia t.2  i,Labbé  t.  7,  Arduino  I.  3.  Alcuni 
confusero  Verneuil  con  Vernuin  (/^.). 

VERNHIO  oVERGNE  Pietro,  Car- 
dinale. Nato  in  Toul  professò  legge  ca- 
nonica nell'università  di  Montpellier,  do- 
"v*  ebbe  a  cixnpagno  de'  suoi  sludi  Rai- 
rulfo  Monturco  poi  cardinale,  e  divenne 
dottore  nelle  decretali.  Assunto  quindi 
alla  dignità  d'arcidiacono  di  Rohan,  al 
grado  d'uditore  di  rota  e  di  canonico  di 
Poitiers,  Gregorio  XI  nel  maggio  o  giu- 
gno I  37  I  lo  creò  cardinale  diacono  di  s. 
Maria  in  Via  Lata.  Seguendo  egli  pure 
le  orme  de'suoi  colieglu  francesi,  dopo  a- 
vere  nel  1378  concorso  col  suo  suffragio 
nell'elezione  d'Urbano  VI,  l'abbandonò 
per  seguire  lo  scismatico  antipapa  Cle- 
mente VII,  nella  cui  falsa  ubbidienza  e 
deposto  dal  iegiltiuio  Papa,  chiuse  il  pe- 
riodo del  viver  suo  nel  i  3c)8  ,  altri  prò- 
traendone  la  morte  al  1 4oo  o  al  1 4^3,  ed 
anco  al  i4^9-  Credcsi  da  alcuni,  che  5 
anni  prima  del  suo  decesso,  ravvedutosi 
dell'errore  comniesso,  detestato  lo  scisma, 
si  riunì  al  vero  Papa  ;  imperocché,  co- 
nosciuta  la  pertinacia  e  ostinazione  del- 
l'altro antipapa  Benedetto  XIII,  neh  3()B 
gli  voltò  generosameule  le  spile  e  morì  io 


VER 
A  vignone  nel  1 4o3,  nel  quale  anno  perciò 
vflcato  l'arcidiaconato  di  Rohan,  fu  con- 
ferito ad  Amadeo  di  Snliizzo  anlicardi- 
naie  e  poi  cardinale.  Il  Cardio  nella  SlO' 
ria  di  Saragozza  scrive  che  neh  38 1  il 
cardinale  era  stato  fatto  canonico  e  ar- 
cidiacono di  Segovia. 

VERNON,  /^'emoHmm.Ciltàdi  Fran- 
cia neir  alta  Normandia  ,  dipartimento 
dell'  Euro,  circondario  a  6  leghe  da  E- 
vreux,  capoluogo  di  cantone.  Sorge  sul- 
la riva  sinistra  della  Senna, che  vi  sì  var- 
ca sopra  d'un  ponte  di  11  archi,  per  co- 
lìiunicare  con  uno  de'  sobborghi.  Della 
sua  cinta  rinflancata  da  torri  più  non  ri- 
mane che  una  di  esse  altissima  ,  in  cui 
sono  depositati  gli  archivi.  Il  castello  di 
Rizy,che apparteneva  al  duca  di  Penthiè- 
vre,  è  stalo  demolito  e  convertito  in  casa 
di  villeggiatura  con  parco;  colà  presso  è 
un  bel  viale  di  tigli.  All'estremità  del 
ponte  sono  due  fabbricati  vastissimi,  l'u- 
no fa  parte  d'una  torrefatta  edificare  da 
Giulio  Cesare,  l'altro  serve  di  magazzi- 
no pe'  grani.  Notabile  è  la  chiesa  princi- 
pale per  la  sua  antica  costruzione.  Vi  è 
ospizio,  collegio  comunule,  sala  pe'  S|)el- 
tacoli,  manifutture,  fabbriche  e  deposito 
d'artiglieria.  Traflica  di  grano  pel  prov- 
vedimento di  Parigi, e  di  vini,  e  tiene  3 
fiere  l'aiuio.  Ila  circa  3, 000  abitanti.  Vi 
sono  litomie  rinomate  per  la(]ualità  del- 
la pietra,  e  sopra  di  tali  cave  incomincia 
la  !»elva  di  Vernon.Nel  754  l'i'  loglio, 
il  re  de'  franchi  Pipino  vi  fece  convocare 
un  concilio,  che  vi  radunò  tutti  i  vescovi 
delle  Gallie  pel  ristabilimento  della  di- 
sciplina. Vi  si  proposero  de'riniedi  a'più 
grandi  abusi,  che  si  erano  introdotti,  a" 
Spettando  uu  tempo  più  favorevole  per 
fare  rifiorire  la  disciplina  e  abolire  il  ri- 
lassauìento.  Vi  si  fecero sS canoni,  e  visi 
ordinò  che  ogni  anno  fossero  celebrati 
due  concilii  o  sinodi,  cioè  il  i."  marzo  e 
il  i."  ottobre.  Fleury. 

VERNIJM.  Nome  latino  d'  un  luogo 
di  Francia,  nel  quale  fu  tenuto  un  con- 
cìlio nel 7 54-  Alcuni  scrillori  eredouo  cImì 


VER 
sin  il  metìesimo  di  l'erneuil  {F.)  cele- 
bralo nel  755.  Fleury  e  il  p.  LeCoinle 
pretendono  die  sia  Vernon  C^.).  Il  p. 
Pagi  con  r  autorità  di  Mabilloti  e  di 
Valois, colloca  Vernum  suU'Oise  nel  ter- 
ritorio di  Deauvais,  in  una  foresta  dello 
stesso  nome.  Aggiunge  altresì  che  Ver- 
num era  un  castello  reale  al  tempo  di 
Clotario  III  re  de'franchi  morto  nel  670, 
e  die  fu  in  quel  castello  che  venne  con- 
vocato il  concilio.  Finalmente  Leboeuf , 
in  una  dissertazione  sulla  posÌ2Ìone  ilei 
palazzo  Vernum,  Palalium  Fcrnutn,  so- 
stiene che  il  nome  latino  f'ernum  non 
significa  né  Femori  sulla  Senna,  né  Ver- 
iieuil  sull'Avre  o  Euro,  ma  bensì  Ver  o 
Vern,  castello  reale  che  il  medesimoLe- 
boeuf  colloca  tra  Parigi  e  Compiegne,  a 
3  leghe  da  Senlis,  nel  dipartimento  del- 
l'Oise,  e  che  serviva  come  stazione  a're 
di  Francia  per  andare  da  una  città  al- 
l'altra, del  quale  ultimo  sentimento  è  pu- 
re Bouquet. 

VEROLI  [Ferulan).  Città  con  resi- 
denza vescovile  della  provincia  di  Cam» 
pagna  o  delegazione  apostolica  di  Frosi- 
none^  nella  legazione  di  Marittima  e  Cam- 
pagna, distante  8  miglia  da  Frosinone.e 
60  da  Pioma  o  poste  7  e  mezza  come  dice 
il  Calindri  nel  Saggio  del  Pontificio  Sta- 
lo. Ha  il  proprio  governo  e  vi  risiede  il 
governatore.  Antica  e  celebre  nella  storia 
é  stata  sempre  questa  città,  situala  nel 
Lazio  [F.)  presso  il  fiume  Cosa,  volgar- 
mente detto  Pissia,  la  qualifica  il  p.  Ca- 
simiro da  PkOma,  nelle  fllemorie  storiche 
delle  Chiese  e  de'  Conventi  de^ frati  mi- 
nori della  provincia  Romana.  Il  vocabo- 
lo Pissia  pare  l'abbia  usatoselo  tale  scrit- 
tore. Mollo  più  nobile  e  ragionevole  riu- 
scirà r  etimologia  quando  il  nome  del 
fiume  si  faccia  derivare  dall'idioma  feni- 
cio o  osco,  Chus, cotne  ne  discendono  tuia 
iniìiiilà  di  nomi  delle  contrade  e  paesi 
(lell'Eriiìco,  del  Lazio  e  precipuamente 
dell'Elrurid,  come  nella  Civiltà  Cattoli- 
ca s\  può  riscontrare  ne'ilotti  articoli  dei 
gesuiti  pp.  Marchi,  Garrucci  e  Tarquiiij, 


VER  $ 

il  quole  ultimo  ne  trattò  nella  3.'  «erie, 
1.6,  p.  55o,  t.  8,  p.  727  nelle  sue  Origini 
Italiche,  e  ne'  Mi'steri  della  lingua  £"- 
triisca.  Il  vescovo Corsignani, nella  Reg- 
gia Marsicana,  rileva  che  Veroli  è  una 
delle  più  cospicue  città  erniche.  Anco  il 
Marocco  che  la  \'\s\ìò,ne'  Monumenti  del- 
lo Stato  Pontificio,  t.  5,  p.  94,  l'enume- 
ra fra  le  4  ragguardevoli  città  erniche,noa 
dimeno  splendore  alle  altre,  e  tuttavia  ia 
estimazione  e  decoro.  L'ultima  proposi- 
zione concistoriale  riferisce:  »•  In  provin- 
cia Campaniae  Romanae  pervclusta  Ve« 
rulana  civitas  supra  montem  posila  cer- 
nitur,  quae  in  suo  trium  circiler  millia- 
riu'mambilu  mille  elquingentascontineC 
domos,  atque  a  quatuordecim  pene  mil* 
libus  inhabilatur  incolis".  E  situata  lungo 
il  dorso  di  un'altura,  formata  parte  di 
vivo  scoglio  e  parte  arenoso,  diramazio- 
ne dell'Apennino,  rivolta  a  mezzogiorno 
ed  a  ponente,  che  in  parte  domina  la  va- 
ga pianura  che  fino  a'  monti  Lepini  si 
estende;  mentre  ad  oriente  può  spaziar- 
si lo  sguardo  oltre  i  confini  del  regno  di 
Napoli,  circondata  al  nord  da  colli  e  da 
monti.  La  sua  elevata  posizione  ,  unita 
al  suo  clima  temperato,  all'  aria  pura  e 
salubre  che  vi  si  respira,  ed  al  suo  cielo 
ridente,  offre  vedute  così  amene  e  svaria- 
te ,  che  formano  una  prospettiva  vera- 
mente deliziosa  e  pittorica.  Non  ha  verso 
ponente  altra  fortificazione  che  la  natu- 
rale, consistente  in  erti  scogli  perpendi- 
colari, e  dirupati  massi  calcarei,  rivestili 
in  parte  di  elei,  pel  tratto  di  i5oo  pas- 
si. Da  mezzogiorno  a  levanle,  alla  roea 
forte  natura  suppliscono  mura  reticolari 
e  saracene,  e  varie  torri,  in  parte  ora  di- 
roccate, nominate  e  innominale  ,  opere 
del  medio  evo.  Incedendo  poi  per  l'erta, 
dove  spira  il  vento  greco,  s'incontrano 
ranlicliissime  mura  pelasgiche,  termina- 
le nella  cima  del  monte  dalla  Rocca, che 
servì  di  carcere  a  Piipa  Giovanni  X,  per 
quanto  a  suo  tempo  narrerò.  Queste  mu- 
ra veluslissime,sono  quasi  simdi  a  quelle 
di  Coss:),  di  Rosselle  e  di  Populonia,  città 


6  VER 

«ìell'anlica  7o4tv7nfl  (F.),  della  i.*  aven- 
done riparlalo  nel  voi.  LXXIX  p.  21 3. 
Jmperoccbc  la  loro  costruzione  è  alquan- 
to più  rozza  delle  ricordale,  e  sono  com- 
poste di  massi  calcarei  non  uniti  da  ce- 
menlo,  di  varie  e  grosse  dimensioni ,  in 
forma  di  poligoni  irregolari.  Hanno  trat- 
to tratto  de'cunicoli,  donde  poteva  sor- 
lire  un  guerriero  armato  alla  leggiera. 
Al  dire  degli  intelligenti,  queste  mura 
pelasgiche  si  reputano  più  antiche  del- 
l'etruschc  e  ciclopee,  lavorate  quindi  a 
tutt'arle.  Avanzi  di  mura  ciclopee  esisto- 
no vicino  B  Veroli  nel  luogo  detto  Gira- 
^p,»  nella  provincia  stessa  altre  sono  quel- 
le famose  di  cui  riparlai  ne'  voi.  LXIII, 
p,  227  e  seg.,  LXXXIX,  p.  45,  53,  58, 
'>9, 60, 62,64,  75.  Trovo  "fi'  Marocco 
iiiesatlamente  detto  ,  che  sull*  indicata 
rupe  altissinia  sorge  il  tempio  con  par- 
rocchia di  s.  Leucio,  di  gotica  struttura,  di 
dove  incomincia  il  borgo  del  suo  nome, 
la  cui  via  è  molto  alpestre, ed  alla  quale 
corrispondono  gli  scabrosi  viottoli  laterali. 
Su  quel  vertice  anticamente  torreggia- 
va il  forte  o  castello,  che  per  l'eminente 
sua  posizione  difendeva  egregiamente  la 
citlà,  quale  prima  de'  terremoti  orribili 
«offerti  era  estesa  e  magnifica,  esistendo 
oolassù  lina  torre  assai  rovmata,che  dà 
il  nome  di  Civita  a  questa  contrada,  vo> 
cabolo  che  sovente  si  legge  in  vecchieper- 
gamene  dell'archivio  della  cattedrale,  in 
cui  esistono  bolle  pontifìcie,  e  moltissime 
memorie  e  ragguardevolissime.  Devesi 
rettificare  il  Marocco  cos'i.  Dalla  porta  di 
s.  Leucio  non  incomincia  il  borgo,  ma  it 
paese,ch'èpropriamentesituato sopra  due 
tortuose  sporgenze  delT  antifaUle  Apeo- 
nine,  si  distende  dall'alto  in  basso  per  u- 
Ila  larghezza  di  oltre  un  miglio  di  discre- 
to e  continuato  fabbricato ,  mentre  In 
larghezza  media  non  ne  raggiunge  che 
il  3.°,  e  perciò  la  città  ha  pressoché  una 
lega  di  circuito.  La  strada  maestra,  che 
dalla  porla  di  s.  Leucio  raggiunge,  come 
dissi,  alla  distanza  d'un  miglio,  quella  di 
».  Croce,  ch'era  l'antico  Consolare,  non 


VER 
è  alpestre,  ma  di  una  moderata  acclivi- 
là,  nella  maggior  parte  ampia  e  per  in- 
tero lastricata  a  mattoni,  come  pure  i  vi- 
chi che  vi  sboccano:  il  centro  quindi  della 
città  è  comodamente  carreggiabile.  Sul 
vertice  del  monte,  avendo  principio  la 
suddetta  colla  porla  e  chiesa  di  s.  Leucio, 
ha  contigua  una  rocca,  smantellata  e  di 
forma  quadrilatera,  ove  venne  per  breve 
tempo  detenuto  Giovanni  X.  Soggiunge 
il  Marocco,  il  disegno  della  presente  città 
non  offre  grande  interesse,  tranne  gli  e- 
difìzidi  cui  vado  a  parlare,  essendo  il  fab- 
bricato in  molti  luoghi  disgiunto,  in  al- 
tri disordinalo,  ed  in  alcuni  punti  diru- 
to. Può  dirsi  che  Veroli  non  abbia  pro- 
priamente circuito  di  mura  urbane,  at- 
tesa l'irregolare  disposizione  delle  fabbri- 
che. Non  ostante  l'amor  patrio,  che  ne* 
verolanì  è  grandissimo,  agli  antichi  gua- 
sti va  riparando,  e  nell'arte  di  edificare 
non  manca  il  genio,assai  favoreggiato  dal- 
l'abbondanza de'mnteriali.  Anche  in  tale 
descrizione  Marocco  oscilla  ed  è  inesat- 
to. Imperocché  il  fabbricatodi  Veroli, co- 
me notai,  non  è  né  diruto,  né  disgiunto; 
ma  piuttosto,  non  essendovi  lunghi  trat- 
ti di  strada  rettilinea,  trovasi  per  natura 
del  suolo  non  regolarmente  disposto.  Ne 
fu  cagione  l'orribile  terremoto  dell'S  set* 
tembrei35o.  Le  mura  urbane  atterrate 
specialmente  nel  i4o6  dal  re  Ladislao, 
non  vennero  per  buona  parie  rifalle,  ma 
non  perciò  manca  il  paese  di  circuito,  e- 
sistendone  ancora  non  pochi  tratti  con 
diverse  torri.  Le  strade  moderne  sono  al- 
quanto più  regolari,  e  sono  lastricale  di 
inalloni:  le  antiche  sono  strette,  ripide  e 
tortuose.  Otto  sono  le  porte  urbane,  cioè 
V Arenaria,  denominala  Amara,  o  Ro' 
maria,  ridotta  a  magnifico  gusto  moder- 
no; di  s.  Leucio y  corrispondente  al  ram- 
mentato borgo;  di  s.  Croce  ;  ò\  Porta 
Scura ;à'\  Olrnntola;  di  Olivella;i\\  Ci- 
verta,  e  di  s,  Martino,  ha  visuale  della 
porta  divella  è  sorprendente,  perché  l'o- 
rizzonte amcnissimo  presenta  la  veduta 
di  molti  paesi,  e  al  mezzodì  dell'  intera 


VER 

ctlià  (li  Frosinone.  Nell'interno  di  Veroli 
sebbene  si  usino  comunemente  le  acque 
di  cisterne,  che  si  riempiono  coll'acque 
piovane  ,  pure  le  potabili  abbondano  a 
contatto  della  città;  e  veramente  mine- 
rali, toniche  e  deostruenti  riescono  quel- 
le del  fonte  di  Pedicosa.  Di  queste  fon- 
li,  scrive  il  Marocco,  due  se  ne  incontra- 
no fuori  di  porta  Romana  sulla  pubbli- 
ca via,  una  nominata  Fontana  Nuova, 
l'fdlra  del  Lago,  denominazione  antica 
comprovante  l'esistenza  un  tempo  di  vi- 
cino lago.  In  fatti  al  di  sotto  di  essa  è  un 
terreno  quasi  tutto  da  collinette  circon- 
dato, e  così  profondo  che  dù  a  conoscere 
la  preesistenza  d'un  lago  presso  al  fiume 
Cosa  ,  ed  al  piccolo  rivo  dello  i  Bagni, 
luogo  spettante  al  capitolo  della  cattedra- 
le. Da  una  pergamena  di  quell'archivio 
si  apprende  la  certa  esistenza  d'un  lago 
in  questa  parte ,  ove  sono  i  confini.  Il 
documento  consiste,  dice  Marocco,  in  una 
locazione  stipulala  dal  (nel  gSg  dal  ve- 
scovo col  consenso  del)  capitolo,  e  intito- 
lata: ZiOca//o£rtc«5 /IffirnVrt/i/y^rfrtrt/io- 
friclo  duce,  et  contile  Canipaniac  Roma' 
nae  anno  i  ogc)  (deve  dire  959,  come  già 
ho  notato).  Inoltre  nella  pergamena  si 
dice  dell'esistenza  d'un  altro  laghetto 
ehinmalo  Canore,  vocabolo  di  contrada 
esistente  sotto  il  monte  Nervo,  ove  tro- 
vasi il  cratere  disseccato,  che  per  altro 
riempiesi  nelle  dirotte  pioggie  con  nota- 
bile quantità  d'acqua,  ma  per  breve  tem- 
po lo  formano  ,  sgombrando  mercè  un 
ampio  meato  fnlto  nel  masso  di  viva  pie- 
tra, anch'esso  proprietà  del  capitolo  cat- 
tedrale. Ma  in  questo  ancora  errò  Ma- 
rocco. Capricciosa  e  confusa  è  l'idea  del 
Lago  dal  nome  della  fontana,  e  così  le  col- 
linette, il  cratere;  peggio  poi  la  confusio- 
ne del  lago  Canoce,  cli'è  solo  un  basso 
fondo,  con  il  lago  Hfaniano  e  non  Mani- 
lana.  Le  pergamene  sono  tre  e  tutte  di 
paleografìa  longobarda,  così  detta.  L'en- 
fiteusi fu  fatta  dal  vescovo  Giovanni  I  e 
dal  clero  in  favore  di  Goffredo  consul  el 
dux . . .  ides  ifunduni  in  in  tegro  ,(juodap' 


VER  7 

pellatur  Manfano,  in  quo  est  lacus  cum 
pìscaris  suis,  et  omnibus  eie, come  si  ha  ' 
anco  dairUghelli.  Parte  di  questo  vasto 
fondo  costituisce  oggi  la  tenuta  di  Castel 
Massimo  di  diretto  dominio  della  came- 
ra apostolica,  ed  infeudata  alla  nobile  fa- 
miglia Campanari  più  secoli  innanzi  che 
Benedetto  XIV  la  erigesse  in  marchesa- 
to, come  dirò  alla  sua  volta.  Ora  il  la- 
go fa  parte  del  territorio  di  Frosinone. 
Provano  poi  le  altre  due  accennale  per- 
gamene, che  la  famiglia  di  Ro/Tredo  era- 
si da  molto  innanzi  stabilita  in  Veroli,  ut 
pure  non  fosse  originaria  del  luogo,  giac- 
che Giovanni  padre  di  RolFredo,  si  crede 
figlio  d'un  Vidone  com'esso  conte  o  ret- 
tore di  Campagna;  e  quindi  per  altra  per- 
gamena (jgurano  come  figli  di  Rodredo, 
Landuino  e  Ratterio.  Queste  due  perga- 
mene sono  del  987  e  del  990,  e  tratta- 
no d'una  vendita,  poscia  d'una  donazio- 
ne d'alcime  terre  poste  nel  territorio  di 
Ceprauo,  che  lo  stesso  R.otfredo  fa  a  «(uel- 
la  chiesa  di  s.  Magno.  I  verolani  inter- 
venuti a  tali  atti  erano  tutte  persone  di- 
stinte e  ((uali  ficaie,  conti,  tribuni,  ec,  per- 
sone facoltose.  L'interno  della  città  con- 
tiene ragguardevoli  palazzi,  primeggian- 
do que'de^ marchesi  Bisleti,  Campanari, 
Galluzzi,  Giovardi,  il  vescovilee  altri.  Ne' 
fabbricati  progredisce  la  città  in  render- 
si vieppiù  decente,  ed  essendovi  esercita- 
te tutte  le  arti  opportune  agli  usi  del- 
la vita,  trovansi  accreditate  botteghe  di 
mercanti.  Il  eh.  ab.  d.  Alessandro  Atti  a' 
i3  febbraioi857  pubblicò  nel rfiVic/c/o- 
pedia  contemporanea  dì  Fano,  t.  5,  p. 
177,  questa  lettera.  »  Fra  molte  città 
dello  slato  pontificio  che  godono  bella  fa- 
ma di  attività,  di  commercio  e  di  opifi- 
zi  non  è  da  porre  certamente  per  ulli- 
Dia  Veroli,  comechènon  siane  molto  va- 
sta, né  di  assai  numerosa  popolazione  (ma 
la  stampa  della  riferita  proposizione  del 
1857  dice  1 4)000  anime,  e  deve  ritener- 
si errata  ancorché  vi  avesse  compreso  gli 
abitanti  di  sue  fiazioni,  che  più  innanzi 
uoiuineiò;  e  la  Statistica  della  popola- 


8  VER 

zione  dello  Stato  Pontificio  (IeliSS3, 
pubblicata  dal  governo  nel  iSSy,  com- 
preso le  lerrilorìali  frazioni  veracemen- 
le  registrò  I  0,848  abitanti).  Poiché,  vuoi 
per  il  destro  ingegno  degli  abitanti,  vuoi 
per  la  vicinanza  del  regno  di  INapoli,  che 
rende  aninialissinii  i  IraHìcì,  vuoi  per  gli 
ebdomadari  mercati  (in ogni  martedì,  più 
abbondanti  essendo que'dei l'in verno)cbe 
{attirano  di  mollo  concorso,  e  peri  pub- 
blici stabilimenti  die  vi  sono,  ha  di  che 
fare  invidia  ad  altre  più  cospicue  e  rino> 
niate  città  pontifìcie.  Tra  le  varie  fabbri- 
che di  diversa  ragione  tiene  senza  dubbio 
il  primo  luogo  quella  messa  su  dal  sig/ 
luarchese  Campanari  di  panni  ad  uso  di 
Francia,  di  coperte  e  tappeti  finissimi  da 
disgradarne,  starei  per  dire,  i  più  famosi 
d'oltremonli  ed  oltremare,  tra  per  la  bon- 
tà de'tessuti,  la  bellezza  del  disegno  e  la 
vivacità  de"*  colori ,  come  ho  inteso  più 
volte  a  Roma  da  persone  di  gusto  squi- 
sito. Yi  è  anche  una  fabbrica  di  tappeti 
inferiori  del  sig."  Bruni  (forse  in  essa  si 
formerapno  ingegnosamente  que'tappe- 
ti,  colle  monture  de' soldati,  che  riesco- 
no  solidi,  ed  io  l'uso  nella  camera  di  stu- 
dio in  tutto  l'anno,  com  avendo  sempre 
presente  Veroli),  due  di  seterie  ordinarie 
del  sig/  Brocchi  e  del  sig/  Lauri  (note- 
lòche  in  Veroli  le  sete  egregiamente  col- 
le filande  si  filano  e  si  lavorano);  una  di 
cappelli  del  sig/  Luzzi,  !  i  :;»  di  cotone,  3 
di  cappelli  ordinari  in  campagna  a  s. 
Francesco  (frazione  della  città) ,  una  di 
polveve  sulfurea  e  due  di  colla  cerviona 
(aggiungerò  inoltre  io,  le  fabbriche  di  vasi 
di  terracotta  elerraglie,di  sedie,  di  spiri- 
li,di  conretture;,emoltedi  pastedi  perfetta 
qualità, non  inferiore  a'rinomati  mucche- 
ioni  di  Napoli,  di  cui  si  la  gran  traflìco). 
io  tanta  varietà  d'arti  e  mestieri  egli  è 
certo  che  moltissimi  trovano  dove  impie- 
gare l'opera  loro  e  donde  trarre  giornal- 
inente  l'onorato  sustentaniento  per  sé  e 
per  la  propria  famiglia.  Se  in  ogni  paese 
vi  fossero  proporzionatamente  allretlan- 
U  fuuli  d'iudu!>tric  u  di  gMudagiiOMOu  n- 


V  ER 
vremmo  a  lamentar  sì  spesso  la  misera- 
bile condizione  de'popoli,  e  vedere  lanta 
robusta  gioventù  molte  volte  per  difetto 
di  facii  lavoro  gittarsi  per  disperata  a  mi- 
sfare  con  tanto  scandalo  e  danno  della 
ci  vii  società.  I  ricchi  che  hanno  come  ri* 
parare  a'sempre  crescenti  mali  dell'ozio 
e  dell'  inopia  dovrebbero  accordarsi  di 
gloriosa  emulazione  e  aprire  in  ogni  ter- 
ra, in  ogni  villa,  in  ogni  borgata  (|ualche 
utile  stabilimento  acconcio  all'indole  de- 
gli abitanti, oye faticar  potessero  con  gua- 
dagno e  con  onore  tante  braccia  paté  ma 
non  accostumale  giammai  alla  fatica  (U' 
tìnaml  fiat,  fiat)  ".  Nello  stesso  anno  il 
Giornale  di  Roma  a'26  settembre  notifi- 
cò. >j  Gran  deposito  di  tappeti  di  Peroli 
ad  uso  inglese  e  francese.  Per  le  lodevo- 
li cure  della  ditta  Campanari  e  JVIellonj 
venne  gretta  una  grande  fàbbrica  di  tap- 
peti nazionali  in  Veroli  ad  uso  de'miglio- 
ri  inglesi  e  francesi,  con  il  vantaggio  che 
mentre  in  oggi  questi  sono  per  lo  più  fal- 
sificati e  misti  di  cotone  (specialmente 
quelli  sotto  il  prezzo  di  scudi  2:3o  cir- 
ca) e  sono  tinti  di  falsi  colori,  i  suddet- 
ti di  Veroli  sono  tutti  di  lana  fina  e  di 
colori  vivaci  e  durevoli.  I  verdi  e  neri,  i 
ponsò.,  i  neri  specialmente  si  distinguo- 
no per  la  forza  e  la  bellezza  delle  tinte, 
e  sono  di  mollo  superiori  agli  esteri".  — 
Altri  rimarchevoli  edifizi  sono  i  sagri  tem- 
pli. Quello  della  cattedrale  è  buono,  si- 
tuato nella  strada  di  mezzo  alla  città, di- 
nanzi ad  una  piazza,  avente  da  un  lato 
l'episcopio ereltodal  vescovo  cardinalEn- 
nio  Filonardi,  al  dire  di  Marocco;  ma  ri- 
ferisce il  Cardella  che  soltanto  lo  ridus- 
se a  miglior  fornia  riattandolo  da'fonda- 
menti,  e  con  grande  spesa  ne  riordinò  le 
camere,  che  in  avanti  piccole  e  disador- 
ne, riuscirono  per  lui  più  ampie  e  deco- 
rose. E  tanto  deve  ritenersi.  £'  dedicala 
a  Dio,  sotto  l'invocazione  di  s.  Andrea  a- 
poslolu,  col  fonlebattesimale  e  la  parruq- 
thia,  amministrata  da  un  canonico,  scel- 
to per  concorso  e  approvato  dal  vescovo. 
Codesta  chiesa  aulichisiima  a  3  navi,  da' 


V  EI\ 

vei'oìatii  si  celebra  fabbricala  nell'impero 
ili  C(><>luiitinu  1  il  Magno,  riedificala  in 
più  elefante  forma  e  decorala  di  faccia- 
la esrerna  ruartnorea  dal  vescovo  de  Zaii* 
lis.  Dipoi  il  veitcovu  Tarlagnì  riuiodernò 
il  presbiterio,  dilatò  la  Iribuna  ed  a'Iati 
VI  a-jgiiiiisedue  cappelle.  Altri  vescovi  ne 
furono  beiiemerili,  cbe  alla  lor  volta  rac- 
cuiilerò.  ìNlerila  considerazione  il  coro,  in 
cui  sono  veramente  lungnifici ,  la  calle- 
d;'a  episcopale,  ed  i  iG  seddi  o  stalli  ca* 
nonicali,  luUi  di  legno  di  noce  con  va- 
ghissimi intagli.  Il  l(jdato  Fdonardi  so- 
pra al  coro  fece  un'elegante  ringhiera  per 
l 'ostensione  delle  ss.  Ueliquie,nè  deve  con- 
fondersi coll'esterna  loggia  al  sinistro  an- 
golo di  essa,  ove  erigendosi  in  alcune  so- 
lennità il  Irono  episcopale  ,  dui  vescovo 
si  compiute  la  benedizione  papale.La  cap- 
pella del  ss.  Sagramentoha  un  altare  or- 
nato di  bei  marmi,  e  con  vaga  balaustra, 
il  (|uadro  di  s.  Salome  o  come  altri  dico- 
no di  s.  Maria  Salonie,  protettrice  prin> 
cipnle  della  cillù  e  diocesi,  è  di  pregevo- 
le peimello;  e  buoni  dipinti  sono  pure  i 
laterali  esprimenti  l'uno  il  martirio  di  S. 
Stefano,  l'altro  i  ss.  Gio.  e  l^aolo.  Meri- 
ta pur  menzione  il  dipìnto  di  s.  Bartolo- 
meo apostolo,  nella  2."  cappella  della  na- 
ve simstr-a.  A  cornu  Epistolae<\v:\\'a\\.a- 
ve  uìaggiore  trovasi  l' importantissima 
Ciippeila  detta  [{Santuario  oSanclaSaii' 
clornni  per  la  gran  copia  delle  ss.  Reli- 
«jMiecheivisi  venerano disanli  e  di  mar- 
lui,  ed  è  con  somma  decenza  custodita, 
e  gelosamente  chiusa  da  porta  con  due 
chuivi,  riferisce  Marocco:  ciò  è  inesalto.. 
Dappoiché  anticamente  due  chiavi  non 
f^hiudevanorjueslosantuario,  ma  una  cu- 
stodia di  ss.  Ueli(|uie  allora  s[icttanti  ni- 
J'msigne  monastero  di  Casamari,  per  cui 
Mua  chiave  leuevasi  da'nionaci  e  l'altra 
«lai  capitolo.  E  ciò  perchè  nella  festa  del- 
l' Ascensione  quelle  ss.  Reliquie  con  so- 
lenne pompa  t:ccle!)iaslica  si  portavano 
nella  chiesa  tie'ss.  Gio.  e  Paolo  della  ba- 
dia slessa,  e  con  eguale  processione  si  re- 
sliliùvuno  nella  c^tlcih'ulc.  iMpiucessodi 


VER  9 

Jempoinsoi'li  in  tali  trasporti  ripetuti  con- 
trasti, non  ebbe  più  luogo  1'  annua  tra- 
slazione, restando  nella  cattedrale  senza 
più  i  monaci  custodire  una  delle  cliiavi, 
o  per  concordia  o  al  certo  di  fatto,  restan- 
do così  soppresso  il  diritto,  che  quasi  da 
un  secolo  si  tralasciò  di  reclamare.  Può 
leggersi  il  cap.  &'.Di\>oruinR('liquuie,qHae 
ad  Casaemarii  monasleriuin  pertinente 
nella  Bre\>is  Historia  M onaslcrii  s.  J\l(i- 
riatt  et  ss.  Johannix  et  Pauli  de  Casae- 
mario,  da  dove  ricavo  che  l'abbate  com- 
mendatario del  medesimo  cardinal  Ba- 
nelli  Alessandrino  nel  1572  trasferì  nel- 
la cattedrale  le  ss.  Reliquie  e  quali  in  li- 
gneicftie  annnrii,  ubi  conditac  sunt,  da- 
vis  altera  penes  claustraleni  coenobil 
aìibateni,  altera  pcnes  antiquioreni  ca- 
thedra lis  ccclesiae  canonicuni  custodi' 
tur.  Oltre  il  busto  di  s.  Salome,  e  quelli 
de'suoi  compagni  ì  ss.  Biagio  e  Demetrio, 
tutti  d'argento,  e  di  cui  più  sotto,  nel  san- 
tuario delle  ss.  Reliquie  sono  le  princi- 
pali. I  corpi  di  nome  imposto  nella  loro 
in  venzioiie,de'ss.liluininata,  Albano, Do- 
nato e  Giustina.  I  corpi  di  nome  proprio 
(ie'faiiciulli  ss.  Felice  e  Teodoro,  e  della 
madre  dell."  s.  Faustina  martìri,  ciascu- 
no rinchiuso  in  urna  «li  legno  dorata,  di- 
fesa da  crijitalii.  Egualmente  sono  di  nu- 
me proprio  i  corpi  de' ss.  Placido,  Vin- 
cenzo fanciullo,  Benedetto  e  Innocenzo 
martiri.  Vi  è  pure  gran  parte  del  cranio 
dis.  Toinmasodi  Cnntorbery.  Dentro  va- 
ghissima cassetta  d'avono,  ornata  di  su- 
perbi bassorilievi,  esprimenti  però  cose 
favolose,  sonovi  altre  ss.  Reli(|uie: appar- 
tenne già  al  celebre  monastero  di  Trisiilti 
{J-),  che  secondo  il  Cluverio  era  confine 
de'  marsi  e  ilegli  ernici.  Due  altre  custo- 
die di  forme  goliche,  d'argento  dorato  e 
con  intagli,  contengono  altre  ss.  Relicjuie. 
Queste,  dice  il  Marocco  (che  ho  al  solilo 
corretto)  erano  dell'insigne  monastero  di 
Casamari,  che  descriverò  in  fine,  e  ve  n'è 
memoria  nella  minore  con  l'epigrafe:  H: 
op.  j'ecit  fieri.  Dvrnp.  T.  Bos.  f^er.  Ab.- 
basCuòamarii.L'ahìlo  religioso  di  5.  Già* 


IO  VER 

corno  (e  non  tli  s.  Giovanni  come  scrisse 
il  Marocco)  «Iella  IMarc.i;  il  quale  abito 
essendo  uno  di  quelli  con  cui  di  quando 
iu  quando  sogliono  i  divoli  rivestirne  il 
proprio  corpo,  sembra  non  doversi  rigo- 
rosamente considerare  per  identica  reli- 
quia. Il  bellissimo  Hreviarioin  pergame- 
na di  s.  Lodovico  arcivescovo  di  Tolosa 
scritto  con  carattere  gotico,  donalo  dal 
vescovo  Cipriani.  Una  gran  Croce  di  ar- 
gento dorato,  con  molta  diligenza  lavo- 
rala, ed  ornata  da  getnme  preziose  e  co' 
simboli  de'ss.  Evangelisti.  L'Ughelli,  /• 
tnlia  sacra,  1. 1 ,  p.  i  386:  Fer ulani  Epì- 
scopi, dice  che  a  suo  tempo  nella  catte- 
drale fra  le  ss.  Reliquie  si  veneravano,  del 
Legno  della  ss.  Croce,  ciijus  portio  non 
pan'a  in  Criice  argentea  auro  puro  cir- 
cumdata  vidcliir.  Il  braccio  destro  di  s. 
Matteo  apostolo,  notabile  porzione  del 
capo  de'ss.  Gio.  e  Paolo  (queste  ss.  Reli- 
quie appartennero  al  suddetto  monaste- 
ro di  Casamari,  e  descrivendolo  ne  ripar- 
lerò), il  capod'una delle  ss.  Vergini  com- 
pagne di  s.  Orsola,  due  ss.  Spine,  il  dito 
eli  s.  Biagio  vescovo  e  martire,  oltre  al- 
tre. Ma  eziandio  vi  comprese  i  corpi  di 
s.  Maria  Salome,  e  de'ss.  Biagio  e  Deme- 
trio, che  invece  riposano  nella  chiesa  del- 
la Santa,  come  sono  per  dire.  Qui  inlan  • 
to  devo  avvertire,  che  dal  X'j^i  in  poi  di 
tali  corpi  nella  cattedrale  non  vi  è  resta- 
to che  la  sola  testa  di  s.  Salome,  custo- 
dita da  molti  secoli  in  busto  di  argento. 
Laonde  trovo  troppo  generica  l'espres- 
sione che  leggo  nelle  3  ultime  Proponi- 
zioni  Concistoriali  (F.):  in  Cathedrali 
plures  praesto  siint  insigne^  ss.  Beli- 
quiae,praeserlim  corpus  s.  Marine  Sa- 
lorne,  stimma  veneratione  adservatae. 
Si  prese  la  parte  più  nobile  pel  tutto,  il 
che  tante  volte,  come  ripetutamente  no- 
tai all'opportunità,  produsse  gravi  que- 
stioni contrastandosi  più  luoghi  il  posses- 
so d'un  medesimo  corpo.  11  capitolo  si 
compone  della  dignità  dell'arcidiacono,  e 
di  i5  canonici  comprese  le  prebende  del 
teologo  e  del  penitenziere,  di  4  benefìcia- 


V  EU 

ti,  e  di  altri  preti  e  chierici  per  l'iifllzia- 
lora  divina.  L'arcidiacono  gode  l'uso  del  - 
le  vesti  prelatizie  ,  ed  i  canonici  quello 
della  cappa  magna  sul  rocchetto,  ornala 
e  foderala  di  pelli  nell'inverno,  e  di  seta 
nell'estate.  I  beneficiati  indossano  la  sem- 
plice cotta.  Leggo  nel  Garampi,  Memo- 
rie ecclesiastiche,  che  nell'erudita  storia 
mss.  di  questa  città,  compilata  dal  vero- 
lano  prelato  Vittorio  Giovardi  (si  può  ve- 
dere l'opera  dedicata  a  tal  prelato  da  P. 
Roberti,  Polymalhia  seu  scientìarum  //o- 
/i/f'rz,  RomaeiyS'Z,  fyp.  Casaletti),  ch'e- 
gli reputava  degna  di  vedere  la  pubbli- 
ca luce,avea  osservato  parecchi  documen- 
ti raccolti  da  quel  dotto  per  provare,  che 
questo  capitolo  osservò  un  tempo  la  Fi" 
ta  Canonica,  perdi  cui  norma  si  servi  de' 
canoni  del  concilio  celebralo  in  Aix  la 
Chapelleo  AqnisgrananelI'SiG,  trascrit- 
ti in  un  antico  codice  ad  uso  di  essa  chie- 
sa, quale  ora  si  conserva  nella  biblioteca 
Vallicelliana  segnato  B.  32.  In  un  istru- 
mento dell 356  vedesi  menzionato.  Dar' 
mitorium  Ecclesiae  Ferulanaej  e\n  al- 
tri, Dormitorium,  uhi  Dii'inuni  celehrn- 
tur  Offìciwn  (forse  in  tempo  di  notte  o 
d'in  verno).  Dalle  boi  le  de'Pa  pi  da  Pasqua- 
le H  del  1099,  fino  ad  Innocenzo  IV  del 
I243>  apparisce  che  comune  fu  fino  al- 
lora la  mensa  al  vescovo  e  al  capitolo.  Nei 
1446  i  canonici  erano  duodecim  nume- 
ro in  communi  i'ivenles,  ed  Eugenio  IV 
fu  il  primo  a  dividerne  le  prebende.  Dis- 
si già,  chehaudprocul  ab  cathedrali  di' 
stat Episcopale  palati um,  quodveterent 
praefert  structuram,  at  nntlam  cxposcit 
reparationem.  L'arcidiacono  di  padro- 
nato passivo  fu  istituito  insieme  con  tre 
canonicati  nella  cattedrale  da  Pietro  Ja- 
boni  ed  eretto  con  suo  testamentodel  1742, 
trasferendo  la  detta  dignità  iu  perpetuo 
ne'soggetti  idonei  della  famiglia  Bisleti,ed 
in  mancanza  di  essi  supplisse  il  concorso; 
ed  egualmente  chiamando  n'3  canonica- 
ti i  soggetti  parimente  idonei  delle  fami- 
glieMellonj,  Torti  (oraCampanari),ePer- 
ciballi  di  recente  estinta,  ed  in  deficica* 


VER 

za  (li  esse  si  nominano  altre  patrizie  fa- 
iTiiglie  verolane.  Tale  istilozione  nel  de- 
corso  d'un  secolo  si  è  resa  illustre  per  a- 
ver  dati  alla  Chiesa  le  seguenti  dignità  e 
personag2;i.i."  Da  arcidiacono  di  Veroli 
Cesare  Ciescenzi  de  Angelis  oriundo  di 
Torrice,  nel  i  ySS  divenne  vescovo  di  Se- 
^a\  e  poi  deputato  visitatore  apostolico  di 
Corsica.  2.°  Andrea  GinslinianoSpani  pa- 
trizio verolano  nel  iy66  gli  successe  nel 
vescovato. 3. "Pietro  StefanoSperanza  cit- 
tadino verolano  neh  777  vescovo  d'Ala- 
tri.  4'°  Deodafo  de'marcliesi  Bi$leti,indi 
prelato  di  giustizia,  e  governatore  di  Ca- 
gli, Narni  e  Fano,  morto  nel   18 25.  5° 
Giuseppe  Bisleti  morto  nel  1847  canoni- 
co della  basilica  Vaticana.  6.°  Mg.' Ca- 
millo Bisleti, di  cui  vado  a  parlare.7."i\1g.' 
Giuseppe  de'marchesi  Ferrari  di  Cepra- 
no,  esordì  l'ecclesiastica  carriera  col  ca- 
nonicato Torti  in  Campanari,  come  figlio 
d'una  della  medesima  famiglia  e  patrizio 
verolano,  al  presente  degnissimo  Teso- 
riere, generale.  La  memorata  piazza  di 
forma  triangolare  si  prolunga  all'indietro 
della  cattedrale,  e  mediante  l'appendice 
d'un'altra  piazzetta,  formata  dall'angolo 
(lei  seminario,  viene  questa  fronteggiata 
dalla  facciata  della  chiesa  concattedrale 
sotto  il  titolo  della  patrona  gloriosa  s.  Sa- 
lome,  che  dopo  la  Passione  del  Uedento- 
re  e  la  I.*  persecuzione  mossa  da'giudei 
alla  chiesa  di  Gerusalemme,  vi  portò  la 
sua  fede,  di  che  e  di  quanto  riguarda  la 
santa,  ragionerò  descrivendo  l'  avventu- 
rosa epoca  dell'introduzione  del  cristia- 
nesimo in  Veroli.  Questo  tempio  fu  in- 
grandito dopo  che  il  terremoto  del  1 35o 
lo  ebbe  distrutto,  tornandosi  a  deporre 
nel  luogo  slesso  dell'invenzione,  avvenu- 
ta neliaog,  le  ss.  Reliquie  della  Protet- 
trice, disperdendo  così  le  cure  e  le  spese 
che  vi  si  erano  impiegate,  al  cui  effetto 
il  Papa  Giovanni  XXII  con  sua  lettera 
del  I  329, pressol'encomiato archivio  del- 
la cattedrale,  avea  infervorato  il  popolo 
a  contribuire  limosine  col  premio  d' in- 
dulgenze; e  ciò  forse  ad  istanza  di  Gio- 


VER  II 

vanni  da  Veroli,  ch'era  suo  notaro  in  A- 
vigrione,  come  apprendo  dal   Garampi, 
che  tra  gl'inventarii  della  camera  aposto- 
lica del  1824  trovò  scritto:  Suniinae  di- 
ctiiminiun  (per  formolario  di  lettere), qui 
fnemnt  quondam  Johannis  de  P^ernlisD. 
Papne  NoUirii.  Affinchè  poi  la  chiesa  in- 
signe di  s.  Salorae  fosse  degnamente  uf- 
fjziata,  la  pietà  del  vescovo,  capitolo  e  co- 
mune di  Veroli  implorarono  ed  ottenne- 
ro che  venisse  unita  alla  cattedrale  nel 
1348;  quindi  nel  t35o  essendo  rimasta 
distrutta,  come  raccontai,  dipoi  nel  1 4*29 
con  breve  di  Martino  V  fu  nuovamente 
riunita  alla  stessa  chiesa,  ed  il  comune  di 
Veroli  la  dotò  con  beni.  Mg.'  Zauli  ridus- 
se il  tempio  a  miglior  forma  ed  elegan- 
te architettura,  fu  poi  decorato  di  faccia- 
ta con  caritativi  sussidii  nel  vescovato  di 
Tartrvgni:  ma  di  sua  erezione,  riedificazio- 
ni e  abbellimento  riparlerò  a*  suoi  luo- 
ghi.Ka  3  navi, la  media  essendo  lunga  cir- 
ca 200  palmi:  ha  nel  suo  mezzo  e  rim- 
pelto  all'altare  nraggiore,  la  marmorea 
confessionecon  due  belle  simili  scale,  imi- 
tante la  Vaticana,  dove  si  conservano  in 
grandissima  venerazione  lereliquieo cor- 
pi di  s.  Salome,  e  de'suoi  compagni  i  ss. 
liiagio  e  Demetrio  martiri,  in  due  urne 
di  marmo  falle  d'ordine  del   nominata 
pastore:  ne'sagri  sotleiranei  si  mostra  il 
luogo  in  cui  8*17  ottobre  i35i   furono 
rinvenute  le  dette  sagre  spoglie,  riposte- 
vi nell'  invenzione  del  1209,  quando  il 
detto  terremoto  distrusse  la  chiesa,  onde 
furono  trasportate  a'25  maggio  1  352  al- 
la cattedrale,  e  vi  restarono  sino  al  1 74^* 
nel  quale  anno  si  riportarono  in  questa 
loro  chiesa,  rimanendo  nella  cattedrale 
la  sola  testa  di  s.  Salome  custodita  in  bu- 
sto argenteo,  come  narrai.  Nella  mede- 
sima chiesa  vi  èuna  heWaScala santa,c\\Q 
ne' concessi  tempi  gode  le  stesse  indulgen- 
ze di  quella  di  Roma,  accordate  da  Rene- 
detto  XIV  neh  751,  come  lo  attesta  la  la- 
pide. Il  Marocco  che  visilò  questa  con- 
cattedrale, loda  le  magnifiche  pitture  a 
fresco  della  cappella  dì  s.  Francesca  ro- 


t%  VER 

ninna,  ed  Ivi  è  il  deposito  di  Fi'ancesca 
Antonia  Leni,  decoroso  siccome  formalo 
di  marmo  bianco,  elevandosi  dal  suolo 
da  un  rozzo  macigno,  su  cui  stanno  se- 
denti due  statue  marmoree  di  grandezza 
nalurale,esprimenti  una  la  Giustizia,  l'al- 
tra la  Pietà:  in  mezzo  ad  esse  è  lo  stemma 
gentilizio  della  defunta,  le  figure  reggen- 
done l'urna,  cioè  la  i  .*  cogli  omeri,  la  a." 
col  braccio  sinistro.  L'immagine  della  Le- 
ni è  scolpila  sull'urna,  sovrastandoii  no- 
bile monumento  una  fenice  tra  le  fiam- 
me, ed  in  alto  parimenti  vi  è  scolpita  la 
mezza  figura  della  Leni  in  marmo  bian> 
co,avenlea'lali  due  vaghissimi  putti,  che 
sostengono  un  panno  in  cui  si  legge  la  pro- 
lissa e  onorifica  iscrizione  sepolcrale.  Ri- 
prodotta dal  Marocco,  la  si  dice  nobilis- 
sima e  virtuosa,  figlia  unica  di  Francesco 
patrizio  romano,  morta  neh 645:  Quem 
Sacellisereclis  -  Laudaliae  de  Miraldis 
ma  tris  -  A  Monte  Gallo  in  Piceno  oriun- 
dae  ac-Vendanae  civis-Ainor  erexit  itti 
i/iatrem  fìliae  dolor  Exaniinavit  -  Hinc 
monumento  hoc  amoris  etdoloris  est.  La 
chiesa  collegiata  e  parrocchiale  di  s.  E- 
rasmo,  in  origine  di  gotica  struttura,  ven- 
ne ridotta  nel  secolo  XVII  con  moderno 
disegno,  tranne  il  suo  bel  portico  ester- 
no che  conserva  l'antica  costruzione,  e 
vi  si  ascende  per  doppia  scala.  Si  divi- 
de in  3  navi ,  semplici  ma  ben  disposte, 
ed  è  forse  la  più  elegante  chiesa  di  Ve- 
ruii.  Il  Marocco  ci  diede  3  iscrizioni  esi- 
stenti nella  medesima.  Una  eretta  dal- 
l'encomiato  prelato  Giovardi,  per  pe- 
rennare il  memorabile  soggiorno  fatto  in 
Veroli  nel  contiguo  monastero  da  Ales- 
sandro III,  sussistendo  ancora  la  cappel- 
la da  lui  consagrata.  Un  grandioso  e  pre- 
gevole dipinto  rap[>resenla  quel  zelantis- 
simo Papa,  che  assolve  l'imperatore  Fe- 
derico I.  Le  altre  due  lapidi  sono  collo- 
cate nella  nave  sinistra,  co'ritratti  in  for- 
ma di  cammei,  in  onore  de'nobdi  vero- 
lani  cav.  Nicola  Nocchiaroli  consigliere 
ilell'imperalrire  Maria  Teresa,  e  di  Gio. 
liuttiita  Nucbhiuruli  dignitariu  della  cut- 


VER 

fegiata  di  9.  Paolo  e  protonotario  aposto- 
lico. Così  il  Marocco^  ma  io  non  glielo 
posso  concedere,poichè  le  lapidi  ed  i  cain  • 
mei  di  iVocchiaroli  sono  nella  c;iltedrale. 
Scrive  il  citato  Ughelli:  >»  Incivitate  7  pa- 
rochiales  Ecclesiae  visuntur,  inler  quas 
insignis  canonicorum  collegiata  s.  Era- 
smi,  quam  s.  Benediclum  abbatem,  hu- 
jiispraeclari  Martyrisstudiosissimum,  e- 
rigendam  curasse  afTlrmant  acta  s.  Pla- 
cidi. Habet  haec  Ecclesiae  canonici  una 
cumCapituloVerulanae  Ecclesiae  in  ele- 
etioni  DOVI  Episcopi  votum  ferebant  ex 
diplomate  Gregorii  IX  datum  Laterani 
5  idus  roaii  an.i,"  cioè  nel  1227.  E"  fa- 
ma che  ivi  sorgesse  un  tempio  pagano  in 
onore  di  Cerere  e  di  Apollo,  S.  Benedet- 
to, reduce  da  Subiaco,  verso  il  527  get- 
tò le  fondamenta  della  chiesa  e  del  mo- 
nastero, co'  mezzi  somministrali  dal  ve- 
rolano  Valentiniano;  partendo  poi  per 
Monte  Cassino  a  proclamare  il  suo  or- 
dine e  la  regola  meditata  a  Subiaco,  ne 
lasciò  la  cura  a'ss.  Placido  e  Mauro,  che 
n  s.  Erasmo  l'intitolarono.  I  monaci  be- 
nedettini possedettero  la  chiesa  e  il  mo- 
nastero sino  al  declinare  circa  del  secolo 
XI.  Istituita  la  collegiata  di  canonici  se- 
colari, ed  è  insigne,  perciò  la  dignità  fu  di- 
chiarata abbatemitrato,  il  quale  per  privi* 
legio  pontificio, 4  volte  all'annOgin  coro  ve- 
ste sopra  il  rocchetto  la  mantelletta  e  la 
mozzetta  nera,  olire  il  distintivo  della  mi- 
tra, nel  passatosecolo  concessogli.  I  16  ca- 
nonici indoisanoil  rocchettoe  la  cappa  di 
seta  rosacea  foderata  paonazza  e  con  fioc- 
chi eguali,  ed  i  6  beneficiati  adoperano 
la  semplice  cotta.  Tale  è  il  capitolo  col- 
legiale di  s.  Erasmo,  il  cui  archivio  pos- 
siede interessanti  pergamene.  Il  canonico 
Alessandro  verolano,  eletto  nel  1282  ve- 
scovo di  Teramo,  invece  di  accettare,  la- 
sciata la  collegiata  di  s.  Erasmo,  eroica^ 
niente  professò  la  regola  de'  frati  mino- 
ri, come  attesta  il  p.  Casimiro.  Tra  le  ss.. 
Reliquie  che  si  venerano  in  s.  Erasmo, 
vie  un'anca  del  corpo  di  s.  Salome.  L'al- 
ita cl^esa  collegiata  e  parrocchiale  di  ^ 


VER 
Paolo  e  di  moderna  ricostruzione,  in  Por* 
ma  di  croce  greca,  sovrastata  da  svelta  ed 
elegante  co|)oIa:nel  disegno  partecipa  del- 
la sontuosa  e  beila  chiesa  di  s.  Agnese  a 
piazza  Nflvona  in  Roma.  Il  suo  capitolo 
si  compone  della  dignità  dell'abbate  e  di 
8  canonici.  L'nbbale  indossa  la  tnanlel- 
letla  nera  sopra  il  rocchetto,  ed  i  cano* 
nici  vestono  il  rocchetto  e  la  mezzetta 
paonazza.  Un  beuefìciato  assiste  all'uni- 
zio  divino.  Oltre  le  descritte  3  insignì 
chiese  parrocchiali,  esistono  in  Veroli  le 
chiese  parrocchiali  dis.  Angelo,  di  s.  Cro- 
ce, la  suddetta  dis.  Leucio,  e  quella  an- 
tichissima e  ristrettissima  di  s.  Maria  de' 
Franconi,  di  cui  vado  a  ragionare,  e  tut- 
te e  7  sono  fornite  del  battìsterio.  Vi  è 
la  chiesa  pure  parrocchiale  di  s.  Maria 
de'  Franconi,  e  \\  monastero  delle  mona- 
che benedettine  numeroso,  le  quali  han- 
no la  farmacia.  IN'arra  il  p.  Casimiro  da 
Roma,  che  il  monastero  fu  alzalo  da'fon- 
damenli  nel  1  58o  dal  vescovo  Battisti,  il 
quale  per  tale  effetto  fece  trasportare  da 
Subiaco,  da  Alatri  e  da  Guarcino  alcu- 
ne religiose  dell'ordine  di  s.  Benedetto, 
acciò  ammaestrassero  nella  regola  quel- 
le che  ne  aveano  abbracciato  l' istituto, 
come  si  ha  dalle  memorie  del  monaste- 
ro e  apparisce  dall'istrumento  rogato  per 
gli  atti  di  Gio.  Antonio  Rossi  li  9  luglio 
l5do,  io  cui  si  fa  palese  la  cessione,  con- 
cessione e  donazione  fatta  dall'abbate  e 
chierici  di  questa  chiesa,  del  sito  conce- 
duto per  fabbricarvi  il  nuovo  monaste- 
ro, obbligandosi  le  monache  in  perpetuo 
a  pagare  scudi  7  nella  festa  dell'Assunta. 
In  un  mss.  comunicato  in  Veroli  al p.  Ca- 
simiro lesse,  che  il  monastero  in  discorso 
fu  edificato  ex  pnblico  Civitatìs  voloj 
e  clìt  l'abbate  di  s.  Maria  de'Franconi  è 
dello  nelle  bolle  ^onì'\ f\c\t parochiis  mo- 
nialium  s.  Marine  de  Franconibus.fieì- 
la  chiesa  vi  è  dipinta  in  grande  affresco 
l'Assunzione  della  B.  Vergine  co'Xll  A- 
postoli  in  ligure  oltre  il  naturale^di  pen- 
nello maestro  e  originale.  Vi  è  l'abbate 
eoo  6  beneficiali.  L'unito  monastero  del- 


VER  i3 

le  benedettine  venne  dotalo  di  fondi  dal 
comune,  ed  ora  è  cospicuamente  in  flo- 
re, anche  per  vasto  fabbricalo  e  facoltà. 
VI  avevano  un  convento  i  frati  agostinia- 
ni, ma  dopo  la  soppressione  decretala  dal 
governo  francese,  non  vi  furono  più  ri- 
stabiliti. 1  minori  osservanti  nell'estremi- 
tà della  città, egià  nel  suo  suburbio,  tut- 
tora hanno  l'elegante  e  ben  tenuta  chie- 
sa di  s.  Martino  vescovo,  con  ispazioso 
convento  e  biblioteca.  Il  p.  Casimiro  da 
Roma  ne  fa  la  descrizione,  nell'opera  ci- 
tata in  principio:  cap.  27,  Della  chiesa 
e  del  com'ento  dis.  Martino  presso  a  Ve- 
roli. Egli  dice,  poco  prima  di  giungere 
alla  città,  essendo  allora  fuori  di  essa,  in- 
contrasi la  chiesa  fabbricala  dal  vescovo 
Leto  1  o  Leone  I  in  onore  di  Dio  e  di  s. 
Martino,  e  da  lui  consagrata  a't22  agosto 
I  127,  collocandovi  molle  reliquie  di  >aH- 
ti,  come  si  trae  dal  documento  che  offre, 
cioè  una  memoria  scritta  nel  muro  del 
coro  dietro  l'altare  maggiore.  Fabbricò 
nncorn,  lo  slesso  prelato,  un  monastero 
contiguo  alla  chiesa,  nel  quale  dipoi  fu- 
ronvi  introdotte  le  monache  benedettine, 
le  quali  vi  dimorarono  sino  alla  metà  del 
seco  lo XV;  imperocché  erano  ridotte  allo- 
ra le  religiose  a  sole  3,  ne  potevano  altri- 
menti vivere  se  non  colle  limosine  sponta- 
nee offerte  da'fedeli,e  ciò  per  essere  stalli 
beni  del  monastero  quasi  lutti  alienati  e 
brullamente  dissipali.  Laonde  la  città  di 
Veroli  ricorse  al  l'apa  Nicolò  V,  perchè 
concedesse  il  loro  monastero  e  chiesa  a 
frali  minori,  obbligandosi  il  comuned'as- 
segnare  alle  superstiti  monache  ona  con- 
grua abitazione,  e  di  provvederle  di  so- 
stentamento e  altro  durante  la  loro  vita. 
Alla  quale  richiesta  il  Papa  benignamen- 
te condiscese  col  breve  Sacrae  Religio^- 
/2/.y,  de'3o  gennaio  i449.  che  esibisce  lo 
slesso  p.  Casimiro,  e  diretto  a  s.  Giovan- 
ni da  Capistrano  vicario  dell'ordine,  ed 
a'  frali  minori  osservanti.  Giustamente 
qui  osserva  il  p.  Casimiro,  pel  riferito,  la 
falsità  del  credere  alcuni,  che  le  monache 
beoedeiline odierne  dis.  Maria  de'Fran^ 


i4  VJER 

coni  derivino  da  quelle  di  s.Marlino.Que- 
sta  chiesa  d'  una  sola  nave,  abbastanza 
larga  e  lunga  pe'suoi  i  o  altari  laterali,  nel 
1738  fu  coperta  colla  volta  e  rinnovato 
l'altare  maggiore,  sul  quale  per  l'iunan- 
zi  si  alzava  un  grande  tabernacolo  di  le- 
gno, con  3  iscrizioni  conservateci  dal  p. 
Casi  mirojche  dicono  a  ver  lo  fatto  nel  i56i 
Tommaso  Campanari  civis  vtrulanus  ad 
onore  del  ss.  Salvatore  e  della  D.  Vergi- 
ne, in  aumento  del  divin  cultore  che  poi 
nel  1 596  l'ornò  il  nipote  Stefano  Campa- 
nari /.  /'.  D.  Di  più  riporta  7  isciizioni 
sepolcrali  di  tombe  gentilizie,  l'ultima  es- 
sendo un  epitaflio  in  versi.  Lai.'  è  lun- 
ga e  comune  a'due  nominali  Campana- 
ri con  elogi,  riportata  anche  dal  Maroc- 
co :  Stefano  si  dice  pure  cittadino  roma- 
no, vicario  generale  di  Monreale  e  di  A- 
versa,  governatore  di  vari  luoghi  dello 
stato  pontificio.  Fra  le  ss.  Reliquie,  oltre 
quelle  della  ss.  Croce,  di  s.  Martino  e  di 
s.  Antonio  di  Padova,  vi  è  del  mantello 
di  s.  Giovanni  da  Capistrano,  prodigioso 
pe'malati  di  febbre,  il  quale  nel  1 449  P'*^' 
se  possesso  del  convento;  e  siccome  nel 
chiostro  per  alcun  tempo  col  compagno 
abitò  in  due  cellette  composte  di  vimini 
e  di  loto,  il  principe  ab.  d.  Andrea  Con- 
ti governatore  generale  di  Marittima  e 
Canq3agna,  divoto  del  sauto,  nel  1623  re- 
stauiò  l'umile  abitazione  coprendola  di 
legno  e  ornandola  di  pittine  esprimenti 
le  principali  azioni  del  servo  di  Dio;  fin- 
ché nel  1 7  1 6,  pii  benefattori  vi  fabbrica- 
rono una  cappella.  Altre  notizie  riferite 
dal  p.  Casimiro  sono  le  seguenti.  Nicolò 
III  o  IV  concesse  alla  chiesa  indulgenze, 
pe'visilanti  nelle  feste  della  ss.  Vergine  e 
di  s.  Martino  e  loro  ottave.  Nella  mede- 
sima vi  fiorì  assai  la  compagnia  di  don- 
ne del  lerz'ordine,  osservanti  la  regola  e 
facendo  professione  nella  chiesa.  £d  es- 
sendo insorta  lite  nel  1476  tra  tali  sorel- 
le e  la  comunità  di  Veroli ,  super  sola- 
tione  coUcctarum,ct  praesertim  salis,  fu 
poi  concordato  che  alcune  di  loro  pagas- 
ieio  solauieule  il  sale,  «  le  altre  ancora 


VER 
il  catasto  di  esso.  Neli4B2  fu  commuta- 
ta una  piccola  campana  della  chiesa,  con 
altra  poco  più  grande  dell'ospedale  di  s. 
Spirilo  di  R,oraa.  Tornando  alla  chiesa  di 
s.  Martino,  avverte  il  Marocco,  meritar- 
si osservare  il  bel  quadro  della  ss.  Imma- 
colata Concezione,non  che  l'elegante,  per 
marmi  e  disegno,  cappella  di  s.  Antonio 
di  Padova.  Di  più  riporta  l'iscrizione  nel 
1750  posta  sopra  al  coro,  celebrante  le 
benemerenze  della  famiglia  Campanari, 
Ferularuin  ac  Urbis  Patriciae, eoa  l'al- 
tare maggiore,  la  chiesa,  il  convento  ab- 
belliti. Dopo  il  decretato  dogma  sull'Im- 
macolato Concepimento  di  Maria  sempre 
Vergine,  pubblicò  il  n.°  284  del  Giorna- 
le di  Roma  del  1 854,  e  lo  accennai  nel 
celebrare  il  fausto  avvenimento  nel  voi. 
LXXIH,  p.  80,  ed  al  quale  intervenne  il 
vescovo  verolano  mg."^  Zannini.»  In  Ve- 
roli, città  non  ultima  certo  per  l'attacca- 
mento alla  pietà  e  religione,  il  d'i  8  di- 
cembre, sagro  al  trionfo  di  Maria  Imma- 
colata, i  pp.  minori  osservanti  solennizza- 
rono tal  festa  con  molla  pompa.  Infatti 
nella  loro  chiesa  di  s.  Martino,  dopo  un 
novenario  solenne,  si  cantarono  con  iscel- 
ta  musica  i  primi  vesperi,  e  nel  dì  solen- 
ne la  messa,  che  si  celebrava  dal  sig.  can. 
d.  Giaciuto  Polidori  pro-vicario  genera- 
le. Nella  sera  poi  ad  ora  opportuna  si  por- 
tava in  processione  la  statua  dell'Imma- 
colata:  seguiva  ancora  per  tutta  la  città 
il  clero,  che  si  forma  di  tre  capitoli,  cioè 
della  cattedrale,  di  s.  Erasmo,  di  s.  Pao- 
lo, non  che  del  numeroso  seminario  e  del- 
la famìglia  religiosa,  e  coll'intervento  del 
magistrato  e  di  tre  confraternite ,  e  col 
suono  della  banda.  Intanto  giunti  tutti 
alla  chiesa  cattedrale  di  s.  Andrea,  per 
non  essere  capiente  tulio  il  popolo  accor- 
so quella  di  s.  Martino,  fu  recitato  ivi  un 
dotto  ed  eloquente  discorso  dui  professo- 
re di  teologia  dogmatica  e  morale  del  se- 
minario vescovile  p.  Gio.  Battista  Lom- 
bardi minore  osservante.  Da  ultimo  ter- 
minalo il  panegirico,  la  processione  col- 
r  istesso  oidiue  si  rettiluiva  alla  chiesa 


VER 

de'sddJeUi  frunccscatii,  e  si  chiudeva  la 
sagia  funzione  con  litanie  in  ruusica,  e 
benedizione  della  reliquia  della  gran  ma- 
dre di  Dio".  Alile  chief^e  della  cillà  sono 
(|uelle  delia  ss.  Annunziata,  di  s.  JNicola, 
di  s.  Maria  de'Sacconi,  il  cui  sodalizio  o- 
luoninio  osserva  le  cosliluzioni  di  c|ucllo 
di  Boma,  della  Madonna  ss.  dell'Olivel- 
lo, di  s.  Francesco  Ciancili,  e  di  s.  Ippo- 
lito martire.  11  piccolo  e  gentilizio  tem- 
pio di  s.  Francesco  Cianciti  è  assistilo  pel 
suo  cullo  da  6  cappellani.  In  Yeroli  so- 
no diversi'alui  sodalizi,  liuomato  è  il  se- 
n)inario,  il  cui  edilìzio  è  capace  di  con- 
tenere un  cenlinaio  d'alunni,  e  secondo 
il  Marocco  se  ne  contarono  (ino  a  circa 
annui  70.  £'  ben  dotato  ,  con  pubblica 
biblioteca  comunale  ricca  e  scelta  di  ben 
1 2,000  volunu,  e  di  3oo  e  più  mss.  e  co- 
dici in  pergamena  con  miniature  elegmi- 
ti.  Ne  fu  fondatore  e  donatore  ueìiy'j'ò 
l'illustre  prelato  Vi  tloiioGio  vardijdotan- 
dola  con  una  rendita  di  3o  luoghi  di  Mon- 
ti per  l'assegno  del  bibliotecario.  E'  aper- 
ta al  pubblico  quotidianamente,  ed  d  co- 
mune provvede  discretamente  all'acqui 
sto  delle  moderne  opere  che  si  vanno 
pubblicando.  JN'el  gettarsi,  dal  vescovo  A- 
steo,  le  fondamenta  di  questo  grandioso 
e  comodo  edilizio,  dov'era  l'antico  Castel- 
lo centrale,  vi  furono  rinvenute  diverse 
lapidi,  e  varie  teste  e  piedi  di  terra  cot- 
ta, stimale  dagl'iulendenti  antichissime, 
per  la  qualità  e  coltura  della  terra.  Rap- 
presentano i  Cabiri  e  altre  false  divinità 
adorate  da'lirreni  pelasgi.  Nella  detta  bi- 
blioteca^ oltre  il  conservarsi  diversi  ritrat- 
ti d'illustri  verolani ,  come  del  senatore 
Andrea,  e  de' letterati  Sulpizio  e  Palea- 
rio,  de'quali  ragionerò  più  avanti, vi  so- 
no circa  12  teste  di  Numi  etruschi  in  ter- 
ra colta,  una  bella  testa  d'alabastro,  for- 
se esprimente  Giove  o  Esculapio.ed  un 
cimiero  antico.  Gli  alunni,  a  ricreazione, 
vi  hanno  un  grazioso  teatro  a  3  ordini 
apposilamenlefabbricalo, eper  villeggia- 
tura un  grande  casino  subuibano  silua- 
tou  Fojauo  a  due  miglia  dalla  città.  Quc- 


V  E  Pi  1 5 

sto  seminario  ha  dato  alla  letteratura  ed 
alla  Chiesa  |)iù  uomini  distinti,  anche  nel 
nostro  secolo, come  il  cardinal  Carlo  /'/z- 
zardclli  e  il  prelato  Stefano  suo  fratello, 
l'abbate  Pallocchi  di  VoCi,eiia\\'  Unii'cr- 
silà  lluiiiana  i  professori  Giuseppe  Man- 
giatordi  e  il  vivente  cav.  Paolo  Volpicel- 
li.  Inoltre  l'educazione  ha  in  questa  cit- 
tà alcune  utili  istituzioni,  fra  le  quali  la 
scuola  delle  fanciulle,  la  scuola  elemen- 
tare, le  scuole  comunali  riunite  nel  semi- 
nario, e  quella  di  diritto  civile  e  canoni- 
co, generosamente  fondata  da'nobilì  ve- 
rolani fratelli  Franchi  nel  1  538  con  ol- 
tre 3oo  scudi  per  stipendio  del  professo- 
re. Per  recente  istituzione  del  fu  can.  d. 
Pietro  M.'  iMobilj,  ben  presto  vi  saranno 
introdotte  le  nuinachelle  o  conservatorio 
di  suore  francesi  per  la  pubblica  istruzio- 
ne delle  donzelle.  1  beni  legali  ad  hoc  dal 
benefìcoverolano, consistono  in  una  buo- 
na casa,  che  servirà  al  pio  luogo,  ed  una 
rendila  conveniente  al  comodo  sostenta- 
mento delle  religiose.  Non  mancano  al- 
tri stabilimenti  benefìci.  Cu  ricco,  como- 
do e  spazioìio  spedale,  unico  nella  pro- 
vincia, serve  agl'infermi:  un  altro  vicino 
à  porta  s.  Croce,  è  pe' poveri  pellegrini. 
Leggo  nel  DiilL Rom. coni.  1. 1 1,  p.  4 « 2, 
d  breve  di  Pio  VII,  Insignis  in  paupc- 
res,  de'28  settembre  1802,  per  l'istitu- 
zione dell'  esistente  monte  frumenlario, 
colla  dote  di  scudi  2,000,  ad  istanza  del 
vescovo  Rossi  che  lo  fondò,  contiibuen- 
dovi  il  comune  e  l'intera  città,  per  esser* 
si  il  prelato  C(nnmosso  per  la  carestia  pa- 
tita nel  precedente  anno;  per  cui  il  Pa- 
pa rassoggellò  in  perpetuo  all'immetlia- 
ta  e  privativa  giurisdizione  del  prelato  e 
de'  vescovi  suoi  successori ,  adiilandosi 
l'amniinislraziunea  duedepulali,  uno  ec- 
clesiastico, l'altro  laico,  dovendo  riuscire 
a  benefìcio  de'  poveri.  Le  oneste  e  biso- 
gnose zitelle  ricevono  dotazione  per  be- 
nefiche disposizioni  d'un  Filonardi,  d'uu 
Cono,  d'un  Campanari,  e  di  un  can.  d. 
Dontenico  Trulli  in  premio  alle  istruite 
nella  doltrina  cristiana.  FiDalmenle  vi 


l6  VER 

è  il  (entro  comunale,  die  per  i'ordinnrio 
agisce  in  alcune  sliigioni,  e  parlicohinneri- 
(e  nella  stagione  di  carnevale,  eziandio 
con  musiche  isirumentali  e  vocali;  e  vi 
sono  due  società,  la  filodrammatica  e  la 
filarmonica-strumentale  col  maestro  di 
n)usica  proprio.  Quest'ultima  accademia 
e  congregazione  fu  istituita  legalmente 
Sbtto l'invocazione  dis.  Cecilia  e  di  s.  Sa- 
lome.  L'orchestra  è  dirella  dal  mae- 
stro prò  tempore,  e  dal  professore  vio- 
linista Luigi  Cubali  verolaiio,  aggrega- 
to per  concorso  pubblico  nel  iSSy  alla 
poulidcia  accademia  di  s.  Cecilia  di  Ho* 
ma  nella  sezione  degli  strumentisti.  Ev- 
"vi  eziandio  il  concerto  civico  approvato 
dalla  superiorità,  e  distinto  da  militare 
divisa.  —  Anticamente  Veroli  si  resse  a 
repubblica,  confederata  colle  città  erni- 
che.  Sotto  i  romani  pure,  governandosi 
quasi  a  repubblica,  col  carattere  di  libe- 
ro municipio  romano,  essendo  stata  an- 
che colonia  ,  avea  perciò  l'ordine  o  col* 
Icgio  de' decurioni,  da' quali  a  imitazio» 
ne  del  senato  romano  si  estraevano  i 
consolli  veniva  retta  da'duumvirì,  e  con* 
lava  3  collegi  sacerdotali  formati  da- 
gli augustali,  da'severali,  da'dendrofori, 
come  si  ha  dalle  antiche  lapidi,  due  del- 
le quali  e  riprodotte  dal  Crescenzi  ne' 
Cenni  storici,  a  p.  3*7,  esistenti  nella  i.* 
sala  comunale.  Caduto  l'impero  romano 
fu  governata  da'  consoli,  da'  podestà^  il 
1.°  de*  quali  fu  Papa  Bonifacio  Vili,  e 
tale  fu  eletto  nel  1299  da  ydletrij  quin- 
di da'cardinali  prefetti,  o  legati  o  gover- 
natori, poscia  da'iiindaci,  indi  nel  1699 
e  col  distintivo  delia  toga  senatoria  da' 
conservatori, e  (ìnalmente  An  gonfaloni  e  • 
ri  nel  civico  reggimento.  Il  comune  e  la 
città  hanno  a  protettore  un  cardinale,  ed 
al  pre:«enle  lo  è  il  cardinal  Mario  Matlci 
sotto-decano  del  sagro  collegio,  arcipre- 
te Valicano  e  pro  datario.  Abbiamo  lo 
StatutnmCivitatis  Ferularunìy  Velilris 
1 657,  lypographia  Caroli  Bilancioni.  At- 
ferie  ilUanghiasci  nella  Diblìografta  del- 
lo stalo  po/iti/icio,  che  nel  priucìpto  di 


VER 
tali  statuti  vi  è  V  /Ustoria  Civitalis  /'V. 
rulì.  Quello  che  sì  conserva  in  pergame- 
na, donde  fu  ricavato  parte  del  pubbli- 
cato, è  l'antico  n[)provato  da  Eugenio 
IV  nel  i446>^  poscia  fatto  riordinare  dal 
cardinal  Quignones  nel  1 54o.  Veroli  da 
antichissima  epoca  vanta  l'ordine  della 
nobiltà,  distinto  sempre  dagli  altri,  e  con- 
fermato da'principi  e  da'Fapi,  precipua- 
mente Eugenio  IV.  Le  sue  auliche  fami- 
glie furono  nuovamente  ascritte  a  tale  or- 
dine da  Clemente  XI li  8*^19  settembre 
1767,  il  che  confermò  nel  1780  Pio  VI, 
in  uno  al  diritto  privativo  che  godevano 
gli  stessi  nobili  alla  dignità  della  prima- 
ria magistratura.  Tale  diritto  venne  am- 
pliato da  Leone  XII,  e  meglio  determi- 
nato da  Gregorio  XVI  con  breve  de' t  3 
settembre  i83v5.  Di  più  Clemeute  XIII, 
la  cui  famiglia  Rezzonico  trova  vasi  ascrit- 
ta al  patriziato  verolano,  come  pure  la 
nobilissima  degli  Albani,  neli7Go  asse- 
gnò alla  città  un  governatore  nominato 
con  breve  apostolico.  Ed  il  suo  predeces- 
sore Benedetto  XIV  nel  i  752  in  una  bol- 
la diretta  al  capitolo  della  cattedrale,  e- 
numerò  i  meriti  e  la  nobiltà  delle  chiese 
efamigliedi  Veroli.  Diceil  Marocco.»»  Di- 
stinte e  illustri  famiglie  onorano  Veroli, 
fra  le  quali  principali  sono  quelle  de'mar* 
chesi  Campanari  e  de'Bisleti,  e  questi  se- 
condi si  può  dir  francamente  che  serbi- 
no aperto  all'  indigenza  ed  al  viaggiato- 
re il  loro  nobile  palazzo".  Apprendo  dal 
Novaes,  nella  Storia  di  Dtnedetto  XI V, 
che  quel  Papa  nel  1753  die'  il  titolo  di 
marchese  alla  famigliaCampanari  di  Ve- 
roli, ove  (in  dalr4oo  era  aimoverata  ira 
le  consolari  della  città,  e  da  più  secoli  ag- 
gregala alla  nobiltà  di  Orvieto  e  di  To* 
di ,  diversi  individui  della  quale  furono 
cavalieri  geri;solimitani,  erigendo  la  loi  o 
tenuta  di  Castel  Massimo  in  inarchesalo. 
II  Marchesi,  Galleria  dell'  onore,  t.  *, 
p.  558,  dopo  aver  celebrato  Veroli  qua- 
le emula  delle  più  antiche  città  del  La- 
zio, per  vanto  di  remotissima  fondazione, 
e  che  per  rrucosluiiza  delle  cose  inouda- 


VER 
ne  decadde  dalla  sua  grandezza,  aggiun- 
ge che  furono  ammessi  al  cospicuo  ordi- 
uè  equestre  di  s.  Stefano  I,  nel  1 728  Pio 
del  marchese  Ferdinando  Bisleti ,  e  nei 
1780  Desiderio  figlio  del  marchese  Pio. 
Ascrìtta  la  famiglia  Cisleti, come  la  Cam- 
panari, alla  nobiltà  romana  e  napoleta- 
na, nel  1775  conseguì  il  titolo  di  mar- 
chese dal  re  di  Polonia  Stanislao  Ponia- 
lowski.  Il  regnante  Papa  Pio  IX  nel  1 847 
fece  vescovo  di  Ripatransone  (^.)mg/ 
Camillo  de'  marchesi  Bisleti  (già  in  pa- 
tria  vicario  generale  e  capitolare,  ed  ar> 
cidiacono  della  cattedrale,  padronato  di 
sua  illustre  famiglia),  quindi  nel  i854  lo 
dichiarò  i."  vescovo  di  Corneto  e  Civita- 
vecchia  ,  per  quanto  ho  riferito  nel  voi. 
LXXII,  p.  275  (per  cui  gli  successe  de- 
gnamente l'attuale  venerando  vescovo  di 
Ripatransone  mg/  Fedele  Bufarini  pa- 
trizio di  Tolentino  e  di  Recanati  sua  pa- 
tria, nella  quale  fu  vicario  generale  e  ret- 
tore del  seminario,  la  cui  consagrazione 
e  ingresso  il  eh.  marchese  Filippo  Bruti 
Liberati  con  animo  esultantecelebrò  con 
due  Memorie  erudite).  Nello  slesso 1 854 
la  tipografìa  Taflei  di  Ripatransone  pub- 
blicò :  Ne'  solenni  ingressi  nelle  Calle- 
drali  di  Corneto  e  Civitavecchia  di  S. 
Ecc.za  Rma  mg/  d.  Camillo  de' mar- 
diesi  Bisleti  patrizio  Vendano  e  Cu- 
prense  ossia  Ripano  ce,  primo  vescovo 
di  delle  diocesi  riiinile  trasferitovi  da 
questa  sede  di  Ripatransone.  Al  degnis- 
simo prelato  in  attestalo  di  profondo  os' 
scquio  e  venerazione ,  offre  e  dedica  il 
marchese  Fi  lippoBrutiLiberati  la  XXII 
Memoria  sul  Seminario  Ripano.  Il  eh. 
autore,  che  colla  sua  IV  Memoria  sulla 
Cattedrale  Ripana  ne  avea  solennizzato 
Tinaugurazione,  in  questa  chiama  fortu- 
natissima la  nuova  diocesi  per  l'acquisto 
di  tanto  pastore,  e  compiange  la  Ripana 
per  averlo  perduto  dopo  uu  settennio, 
sembrali  7  giorni,  e  ciò  pe'tanti  vantag- 
gi spirituali  e  temporali  da  essa  provati, 
e  tanti  altri  ne  preparava  il  suo  gran  cuo- 
re e  la  sua  gran  mente  alla  città  e  alla 


VER  17 

diocesi.  Gli  uni  e  gli  altri  con  riverente 
alfelto  enumera  e  celebra,  ed  io  solo  ri- 
corderò la  preziosa  pianeta  e  il  gaio  fal- 
distorio donali  alia  cattedrale,  e  1'  aper- 
tura nel  i853  dell'orfanotrofio  o  parle- 
notrofìo,  tanto  sospirato,  affidandolo  col- 
l'ospedale  alle  cure  delle  suore  figlie  della 
Carità  ec.  ec;  esprimendo  altresì  il  gene- 
rale vivissimo  rammarico  per  la  sua  di- 
partita, de' diocesani  e  d'  ogni  ordine  di 
persone.  A  ciò  che  pubblicò  sulla  illustre 
famiglia  de'marchesi  Bisleti,  desumendo- 
lo da'  mss.  del  verolano  can.  Crescenzio 
egli  dice  (poiché  sebbene  graziosamente 
mi  favorisce  tulle  le  sue  pregiatissime/I/e- 
tnorie,  con  pena  non  ebbi  quanto  vado 
con  lui  a  ripetere,  cioè  la  XVIII  Memo- 
ria sulla  cattedrale Ripanayche  ne  con- 
tiene le  notizie,  e  scritta  in  occasione  che 
la  virtuosa  nipote  del  prelato  vestì  in  Ru- 
ma  l'abito  religioso  dell'adoratrici  del  ss. 
Sagramenlo,  col  nome  di  suor  MariaGiu- 
seppa  Clotilde  dell'Incarnazione,  la  cui 
solenne  professione  volle  pure  segnalare 
colla  XX  Memoria  sulla  cattedrale  Ri- 
pana ,  che  per  di  luì  ^benignità  posseg- 
go), dal  medesimo  trasse  quanto  si  legge 
nella  tomba  gentilizia,  sotto  l'anticostem- 
ma  formato  da  3  fenici  volanti  verso  il 
sole,  ora  accresciuto  con  altre  inquarta- 
te armi  e  colla  croce  dell'ordine  di  Mal- 
ta o  gerosolimitano:  Ut  Phoenix  vixil, 
vivet  Bisletae propago.  -  Bis  laeta  in  ter- 
ris,  laetior  in  Superis.  Altre  nobili,  pri- 
marie e  ricche  famiglie  sono  quelle  de' 
conti  Paolìni,  de'Franchi,  de'Mellouj.de- 
gli  Antoniani,  de'Perciballi  e  altre,  secon- 
do il  citato  cav.  Palmieri.  Aggiungerò,che 
neh  775  dal  cardinal  d'Aragona  (ne  vi- 
veano  due,Domenico  Orsini  ministro  del 
re  delle  due  Sicilie,  e  Pasquale  Acquavi- 
va)  si  concesse  il  titolo  di  conte  palatino 
alla  famiglia  Paolini.  La  famiglia  Fran- 
chi trovasi  ascritta  al  patriziato  romano 
fin  dal  1600.  La  famiglia  Perciballi  ora 
si  è  estinta  nel  febbraio  iSSg,  vantando  o- 
rigine  normanna  da  un  Percibaldo.  Eb- 
be diversi  illustri:  un  Cecco  Perciballi  era 


VOL.   XCIV 


lw>einfvgrvt,  nt/ 


i8  VER 

castellano  (iella  rocca  di  Segni  nel  fatale 
1  557,  restando  ferito  nell'impresa  degli 
spagnuoli.  Il  di  lui  figlio  Giambattista  fu 
creato  cavaliere  di  s.  Giorgio  della  mili- 
zia Angelica  nel  i582.  Domenico  loro  di- 
scendente di  venne  segretario  d'Uladislao 
VII  re  di  Polonia,  ed  ebbe  presso  Urba- 
no \'in  onorifica  missione.  Ultimo  rara- 
pollo  fu  il  defunto  nel  suddetto  febbraio 
per  nome  Demetrio,  di  cortesi  maniere 
e  conveniente  istruzione,  il  quale  di  sue 
sostanze  lasciando  usufruttuaria  la  mo- 
glie, donò  la  proprietà  alla  congregazio- 
ne del  preziosissimo  Sangue,  cotrìc  avea 
promesso  in  vita  al  ven.  fondatore  della 
medesima  p.   Del  Bufalo,  per  l'apertu- 
ra d'una  loro  casa  in  Veroli,  ma  senza 
alcuna  penale  in  caso  di  mancanza  o  de- 
ficienza. —  Oltre  i  nominati,  molti  altri 
illustri  verolani  fiorirono  sempre  e  in  o- 
gni  tempo  nelle  virtù,  nelle  dignità  ec- 
clesiasticbe,  nelle  lettere,  nelle  armi,  nel- 
le magistrature ,  e  decorati  di  ordini  e- 
fjueslri.  I  più  antichi  sono,  oltre  qtielli  di 
cui  parlerò  in  progresso  dell'articolo  e  de- 
scrivendo Casamari.  Il  questore  in  Roma 
Caio  Alfio,  di  cui  Cicerone  ne  tesse  1'  e- 
logio.  Marco  Elvio  Prisco,  parimenti  m 
Roma  fu  flamine  angustale,  ed  in  Vero- 
li  edile,  duumviro  e  censore,  e  pel  suo 
merito  curatore  della  repubblica  di  Po- 
lenza.  Severo,  militòquale  legato  di  Cor- 
bui  one  contro  i  parli,  e  pel  suo  valore  gli 
furono  afiidate  altre  commissioni  onore- 
volmente eseguite.  Pretende  alcuno  cbe 
Aricia  madre  di  Augusto  fosse  di  Vero- 
li  e  dell'esistente  casa  Farina.  Ma  Augu- 
sto fu  originario  di  l'elletri  [F.),e  nac- 
que da  Attia  o  Azia  d'Aricia,  ora  Eiccia 
(F.),  figlia  della  sorella  di  Giulio  Cesa- 
re. Bensì  gloria  verolana,  secondo  Taci- 
to, fu  Gracilia,  cbe  nuova  amazone,  per 
genio  bellicoso,  preferì  la  guerra  alla  cu- 
ra de'figlì.  Un  altro  Severo  fu  console  so- 
stituito nell'anno io5  di  nostra  ern.  Lu- 
cio Alfio  Valentino  fu  in  patria    duum- 
viro quinquennale,  e  quindi  curatore  del- 
la colonia  Casinense:  io  Veroli  gli  fu  e- 


VER 
retto  un  monumento  in  forma  di  pira- 
mide, e  nel  suo  interno  era  la  di  lui  sta- 
tua su  piedistallo,  la  cui  superstite  iscri- 
zione nella  suddetta  sala  municipale  ne 
ricorda  la  storia.  Mi  disse  un  verolano, 
cbe  la  statua  equestie  di  Marc' Aurelio, 
die  fa  stupenda  mostra  sul  Campidoglio 
di  Roma,  è  opera  d'un  verdiano  di  casa 
Civetta,  e  cbe  lo  riferisce  il  Tiraboscbi. 
Ma  il  dotto  Kibby,  cbe  la  descrive  e  il- 
lustra, coH'autorevole  Fea,  ripete  con  lui 
che  errò  il  Tiraboscbi  nell'atlribuirne  l'o- 
pera a  Papa  Clemente  1 1 1  del  1  1 88,  donde 
prese  argomento  essere  allora  la  statua- 
ria in  qualche  riputasrione.  Clemente  111 
soltanto  fece  trasportare  il  colossalesimu- 
lacro  dalla  piazza  diCampoVaccino  a  quel- 
la del  Laterano.La  statua  era  stala  restau- 
rata dal  senato  oda  Costantino  I,  e  fino  da 
Teodosio  li  ne  avea  preso  il  nome.  Ag- 
giunge non  conoscersi  l'artefice,  non  rile- 
nendosi per  verocbefu  unoscbiavo atenie- 
se. Tra' vescovi  abbiamo,  oltre  quelli  della 
patria,  che  riferirò  nella  serie;  Biagio,  ve- 
scovo di  Cassano  nel  i223.  Giovanni  ve- 
scovo di  Segni  nel  12700  anche  prima. 
Alessandro  canonico  di  s.  Erasmo, vescovo 
di  Teramo  nel  1282.  L'altro  canonico  di 
tale  collegiata  Filippo  e  non  abbate  seco- 
lare di  s.Girolamodi  Veroli  (secondo  l'U- 
gbelli),  arcivescovo  di  Trani  nel  1288.  E 
nel    1342   lo  divenne  Andrea   cittadino 
e  canonico  verolano.   Gargano  Antonio 
Franchi  canonico  di  s.  Maria  Maggiore, 
vescovo  di  Segni  nel  i43o.  Eugenio  IV 
dichiarò  vescovo  di  Conversano  Andrea 
Perciballi, iodi  di  Bojano enei  i45'2 d'Ur- 
bino; nel  i^Gt.  fu  Iraslato  a  Muro,  e  nel 
1464  a  Camerino.  Pietro  Franchi  Gian- 
nuzzi  abbate  secolare  di   s.  Erasmo,  nel 
i574  vescovo  di  yVlatri.  Francesco  Cam- 
panari nobile,  canonico  della  cattedrale  e 
vicario  capitolare^  nel  1620  vescovo d'A- 
latri.  Tommaso  Campanari  illustre  bene- 
dettino nel  1619  col  nome  di  Bernardi- 
no, letterato  e  prefetto  dell'archivio  e  vi- 
cariogenerale  della  haiWa  niilliiis  di  Mon- 
te Cassino,  vescovo  di  Ferentino:  non  lo 


.0    ,Ì;iQwT 


VER 

trovo  registrato dairUghelli.  Imperocché 
Dell'  alto  che  Urbano  Vili  l'avea  nomi- 
nalo a  tal  vescovato  cessò  di  vivere.  An- 
tonio Ascanio  de  Gasperis  da  collaterale 
<IiCampidoglio,vescovodiMarsineliG5o. 
Fortunato  Bisleli  vescovo  di  Cissamo  in 
pariìhns  nel  lyoo.  Silvio  Cavalieri  com- 
missario della  camera  apostolica,  volante 
di  segnatura,  consultore  del  s.  ofGzio,  ar- 
civescovo d'  Atene  inpartibus  nel  171 2, 
morto  in  Roma  nel  1 7  1 7  e  tumulato  in  s. 
Eustachio  in  deposilo  con  iscrizione.  Gio. 
Francesco  Bisleli  nel  1721  vescovo  di  Ca- 
gli, nel  1726  trasferito  a  Segni.  Andrea 
suddiacono  e  cappellanod'Onorio  III,  da 
questi  fu  delegato  alla  ricupera  dell'Emi- 
lia e  del  ducato  di  Spoleto.  Nel  1 267  Leo- 
nardo fupiimicerio  e  cancelliere  per  Car- 
loId'AngiòneirAcaia,indida  MarlinoIV 
fattocanoniconellaCastiglia.CurzioFran- 
chi  canonico  Vaticano,  peritissimo  teolo- 
go, venne  impiegato  in  rilevanti  congre- 
gazioni da  s.  Pio  V  e  da  Gregorio  XIII. 
Vittorio  Giovardi  nel  1 742  fatto  da  Bene- 
detto XIV  votante  di  segnatura,  del  qua- 
le tribunale  divenne  decano,  amante  del- 
le memorie  patrie,  onde  in  diverse  chiese 
eresse  lapidi  per  conservarle,  ed  in  quel- 
la di  s.  Salomealla  madre,  riportata  dal 
Marocco.  Il  Cancellieri  nella  Lettera  al 
dJ  Korejf,  lodice  dottissimo,  morto  in 
Roma  di  92  anni  nel  1780,  sepolto  nella 
cappella  del  ss.Crocefìsso,da  lui  eretta  nel- 
la chiesa  dis.  Gioacchino  delle  paololte,di 
cui  era  stato  vigilantissimo  deputato.  Do- 
menicoCampanari  prelato  di  giustizia  e  di 
merito  distinto,  governò  piii  provincie,  e 
morto  in  Roma  nel  i  824  (u  sepolto  in  s. 
M.'in  Monterone  con  iscrizione.Giuseppe 
Bisleli  canonico  dell'  arcibasilica  Latera* 
nense,  facendo  parte  della  visita  apostoli- 
ca di  Sardegna,  mori  in  Sassari  nel  1827. 
Tra'letterali  fiorirono.  Nicola  celebre  per 
dottrina,  fu  scelto  a  difendere  in  scriplis 
nel  i3ii  al  concilio  di  Vienna  r  integri- 
tà e  cattolica  credenza  di  Bonifacio  Vili, 
ma  per  l' influenza  del  fiero  nemico  di 
quel  gran  Papa  Filippo  IV il  Bello ,  la  de 


VER  19 

strezza  di  Papa  Clemente  V  fece  svanire 
il  disposto,  avendo  invece  avuto  luogo  la 
difesa  in  un  concistoro  tenuto  in  Avigno- 
ne. Questo  Nicola  poi  credendolo  alcuni 
avvocato  concistoriale  non  lo  trovo  nel 
Cartari,  AchocatoriiTii  Sacri  Consistorii 
Syllabuni.  O  noi  conobbe,  o  fu  avvocato 
soltanto  nella  curia  romana.GiovanniSul- 
pizio,  dice  il  Ptenazzi,  Storia  delt uiwer' 
sita  degli  studi  di  Roma,  si  rese  famoso 
nelponlificalod'InnocenzoVIIIdeli484i 
per  avere  pel  primo  istruito  la  gioventù 
romana  a  recitare  e  a  cantare  commedie, 
essendo  peritissimo  anche  nella  musica. 
Egli  slesso  si  attribuisce  tal  vanto  nella 
lettera  con  cui  dedicò  l'architettura  di  Vi- 
truvio  al  cardinal  Raffaele  Riario.un  bra- 
no della  quale  riportai  nel  voi.  LXXIII, 
p.  175,  eccitandolo  ad  innalzare  un  tea' 
tra  nel  suo  palazzo  della  Cancelleria,  e 
infatti  fu  il  i.°a  rinnovarlo  in  Pvoma,  e 
v'intervenne  Innocenzo  Vili-  Niun  pote- 
va più  agevolmente  di  Sulpizio  accingersi 
a  tale  impresa:  facendo  scuola  di  lettere 
umane  nel  pubblico  studio  con  gran  con- 
corso di  giovani,  aveva  agio  quelli  sce- 
gliere tra  loro,  che  sembravangli  più  di- 
sposti e  più  atti  per  essere  addestrali  a 
lai  esercizio.  Oltre  il  Vitruvio,  che  Sul- 
pizio die'il  i.^in  luce  colle  stampe,  com- 
mentò la  Farsalica  di  Lucano,  Giulio 
Frontino,  Vegezio  ;  compose  un  poemet- 
to latino  sui  costumi  da  usarsi  a  mensa, 
e  diversi  altri  opuscoli  grammaticali,  de' 
quali  il  Fabricio  ha  tessuto  il  catalogo, 
nella  Bill.  mcd.  et  inf.  Latin.,  t.  6,  p.  2 1 6. 
Andrea  de  AlalrinÌ5,di  antica  famiglia,ce- 
lebre  nello  studio  del  diritto,  fu  da  Inno- 
cenzo VI  li  nel  1489  creato  senatore  di  Ro- 
ma, e  si  diceche  in  tempo  degli  antichi  ro- 
mani i  verolani  ebbero  altri  1 5  senatori. 
Si  vuole  che  l'Ughelli  trasse  la  serie  de' 
vescovi  di  Veroli  da  quella  compilata  dal 
can.  Giovanni  Vecci,  com'egli  asserisce 
ne'suoi  mss.  esistenti  nella  biblioteca  ve- 
rolana.  AntonioPaleario  studiò solloGio- 
vanni  Martella,  ed  in  seguito  cambiò  il 
suo  nome  con  quello  di  Aonioj  secondo 


20  V  ER 

V  uso  de'  letterali  de'  suoi  tempi.  Il  Ma- 
rocco riporta  perciò  il  dislieo:  y^o/zm^  ^ui 
mine  es  eras  Antonius  olim^  -  Aonii  Ao- 
nidum  dat  libi  nomen  amor.T! vovossi  nel 
i527  io  Roma  quando  fu  orrendamente 
saccheggiata,  per  cui  fuggito  a  Periigia  e 
in  Toscana,  vi  prese  a  moglie  Maria  Gui- 
doni, e  poi  si  stabili  in  una  casa  di  campa- 
gna presso  Siena.  Si  distinse  nelle  belle 
lettere,  ed  aggiunse  allo  studio  della  lin* 
guagrecae  latina,  quello  della  filosofìa  e 
della  teologia. Fu  amato  dal  dotto  suo  ve- 
scovo  cardinal  Ennio  Filonardi,  che  per- 
de nel  i549-  Percorse  le  principali  città 
d' Italia,  ove  apprese  altre  istruzioni  da 
uomini  insigni  ;  ed  in  Venezia  il  famoso 
PietroAretino  lo  difese  dalle  accuse  che  an- 
davansi  spargendo  contro  di  lui,  median- 
te apposita  commedia  satirica  composta 
da  quel  mordace,  e  fatta  recitare  pubbli- 
camente in  quella  singolare  e  celebratissi- 
tna  metropoli.  Insegnò  eloquenza  a  Luc- 
ca, e  poco  tempo  dopo  a  Milano,  dove  fu 
arrestato  d'ordine  di  s.  Pio  Y  e  condotto 
a  Roma.  Oltreché  il  suo  sapere  e  la  sua 
fama  gli  formò  nemici,  venne  incolpato 
sino  nel  i542,  di  corrispondenza  co' teo- 
logi protestanti  di  Germania,  e  d'  errori 
ereticali.  Risultati  veri  questi  dal  processo 
e  convinto,  nel  iSyo  fu  condannato  ad 
essere  appiccato  e  bruciato.  Prima  dell'e- 
secuzione della  sentenza,  eseguita  a'3  lu- 
glio, e  accompagnata  da'conforti  religiosi, 
lodevolmente  si  mostrò  pentito,  abrogan- 
do i  suoi  errori,  e  facendo  la  professio» 
ne  di  fede  cattolica  romana.  Gli  errori 
di  cui  fu  accusato,  secondo  l'annalista  La- 
derchi,  sono:  che  negava  il  purgatorio; 
che  parlava  molto  male  dello  stato  mo- 
nastico; che  sembrava  attribuire  la  giu- 
stificazione alla  sola  confidenza  nella  so- 
la misericordia  di  Dio,  rimettendo  i  pec- 
cati per  mezzo  di  Gesù  Cristo.  Inoltre 
parlava  con  elogio  de'Iuterani,  insegnan- 
done l'erronee  massime;  biasimava  l'uso 
di  sotterrare  i  morti  entro  le  chiese  ;  e  qua- 
lificava l'inquisizione  uno  stilo  sguainato 
coalro  tutti  i  letterati.  Di  lui  abbiamo  di- 


V  E  R 
verse  opere  in  tersi  e  in  prosa,  di  cui  la 
migliore  edizione  è  quella  di  Amsterdam 
nel  1696.  Sono  le  principali:  i."  De  ini' 
mortalitate  animarum  libri  tres^  in  versi 
latini.  ^."Epistolarum  libri  tjiiatuor^  e  la 
ricordai  nel  voi.  LXlli,  p.  155.  3.°0ra- 
tiones  de  animarum  immortalitate  libri 
tres.  4.°Dodici  Discorsi.  5.°Actio  in  Fon- 
tifìces  Romanos  et  eoruni  asseclas,  ad 
Jniperatorem  Ronianum,  Reges  et  Prin- 
cipes  Christianae  Reipublicae,  siunmos 
oecumenici  Concilii  praesides^  conscri- 
pta,cum  de concilioTridenti habendo de- 
liberaretur.  6.°Aonii  Paleariiad  Liilhe- 
runi,  Calviniumaliosquede  ConcilioTri- 
dentino  Epistola.  Si  legge  ntW Indice  de' 
libri  proibiti.  »  Palearius  Aonìus,  i."  ci. 
App.  Ind.  Trid.".  Il  Marocca  aggiunge, 
che  gli  si  attribuisce  pure  il  trattato,  £>eZ 
benefìcio  della  morte  di  Cristo  (dal  Pa- 
leario  difeso  e  sostenuto  con  dissertazione 
avanti  al  senato  di  Siena.  Il  Laderchi  as- 
serisce che  Flaminio  scrisse  un'apologia 
sul  Beneficio):  chiama  famosissime  lei 4 
orazioni  latine,alcune  sembrando  di  Cice- 
rone, e  lodate  dal  celebre  cardinal  Àlcìa- 
ti  ;  mentre  l'altro  dottissimo  cardinal  Sa- 
doleto,  che  saggiamente  V  avea  ammo- 
nito de'  suoi  errori,  encomiò  qual  capo 
d'opera  il  poema  io  versi  esametri  sul- 
r  immortalità  dell'anima.  Di  più  scrisse 
12  libri.  De  arie  Oratoria,  de'quali  si 
dice  fece  ricerca  Alessandro  VII  per  ri- 
stamparli ;  ed  anco  De  arte  Grammatica, 
dove  rimproverava  i  romani  di  varie  vo- 
ci. I  verolani  Pagliaroli  si  ritengono  di* 
scendenti  di  Antonio,  anche  per  afferma- 
re il  suddetto  can.  Vecci  ne'  suoi  scrit- 
ti, che  il  di  lui  cognome  vi  corrisponde, 
e  suona  in  Ialino  Palearius.  Ritenendo 
erroneamente  il  concittadino  can.  Jacuc- 
ci,  che  Antonio  sia  nato  nella  parrocchia 
dis.  Leucio,enon  in  quella  di  s.  Maria  de 
Franconi,contigua  alla  quale  avea  la  casa 
e  in  essa  realmente  come  sua  parrocchia 
vi  possedeva  il  sepolcro,  collocò  sopra  uq 
muro  diruto  d'  un  orto  a  sinistra  della 
pubblica  via  che  conduce  alla  chiesa  di 


i 


VER 


■'•i  Leucio,  che  poteva  appartenere  al  Pa- 
leariojla  seguente  iscrizione  che  copio  da 
Marocco.  D.  O.  M.  -  Raderà  Aonii  Pa- 
Itan'iFenilarum  -  Quigraecae  et  latinae 
linguaeprofessovis  -  Felaequavit,  velsit- 
perav'U  Ciceronem  •  Obiit  die  in  jnlii 
MDLXX  -  CanonicHs  Michael  Angelus  Ja- 
coucci.  Veroli  vanta  altri  illustri,  il  rino- 
mato poeta  Ippolito  Oddi.  Fr.  Giacomo 
Bisleti  cavaliere  gerosolimitano,  nato  ver- 
so il  iSyo,  morì  in  un  combattimento 
contro  gli  algerini  non  prima  del  1620  ; 
e  prova  ne  sia,  che  questa  famiglia,  di  o- 
rigine  francese,  si  stabili  in  Veroli  verso 
il  1 55o,  avendovi  Desiderio  suo  padre 
preso  moglie.  Fr.  Gio.  Angelo  Campana- 
ri  cavaliere  gerosolimitano,  e  3.°  castella' 
no  di  Rodi,  fiorì  del  secolo  XIV,  come 
rilevasi  da  una  medaglia  monumentale 
trovata  nel  1666  in  una  cassa  di  porfi- 
do col  suo  scheletro,  nella  chiesa  della  ss. 
Annunziata  di  Bieste  presso  Capaccio, 
la  quale  formalmente  venne  rimessa  alla 
sua  famiglia,  che  col  corrispondente  atto 
gelosan)ente  custodisce.  La  medaglia  in 
argento  dorato,  presenta  lo  stenuna  anti- 
chissimo de'  Campanari  inquartato  colla 
croce  equestre,  e  la  leggenda  :  Fr.  Joan. 
Angelus  Campanarius.  Nel  rovescio,  at- 
torniato dalla  croce  dell'ordinasi  legge: 
Cnstellanus  s.  Rcligionis  Hierosolimita- 
iute  Rhodii  III.  Veroli  vanta  pure  un  Au- 
reliuBinursio  prioredei  cavalieri  delTem- 
pio.ordineche  ne'primordii  di  detto  seco- 
lo fu  soppresso. E  qui  devesi  ricordare,che 
in  tutte  le  crociale  Veroli  somministrò 
militi  per  gl'impulsi  ricevuti  da  più  Papi 
e  specialmente  da  Onorio  III, di  che  trat- 
tò in  Veroli  con  Federico  II.  Lorenzo  de 
Gasperis  d'antica  ed  estinta  famiglia,  nel 
167 1  venne  fatto  cavaliere  de'ss.  Mauri- 
zio e  Lazzaro  per  processo.  Marco  Noce, 
la  cui  famiglia  non  più  esiste,  nel  1721 
ricevè  da  Clemente  XI  il  cospicuo  ordine 
del  Cristo.  Macario  Solazio  nel  i63r)  fu 
professore  di  giurisprudenza  nell'uui  ver- 
sila romana.  Erminio  Mellonjvalentegiu- 
recousullo  fu  impie{j;ato  nel  declinar  del 


VER  2t 

secolo  XVI  in  vari  governi  dal  celebre  car- 
dinalMontaltocamerlengo  di  s.Chiesa.  Al- 
cuni della  stessa  famiglia  furono  degni 
ecclesiastici,  ed  allo  zelo  di  uà  Tommaso 
canonico  della  cattedrale  si  attribuisce 
il  rinvenimento  de^  corpi  de'ss.  Biagio  e 
Demetrio  martiri  nel  1743,  smarriti  sino 
dal  vescovato  di  mg."^  Astei,  come  dirò  a 
suo  luogo.  Il  suo  fratello  Francesco  Carlo, 
di  cui  pure  dovrò  parlare,  a  seconda  del- 
la ricordata  opera  del  p.  Roberti,  Poly- 
tnathia  seu  scientiariwn  nolitia^fa  aman- 
tissimo della  patria  ed  eruditissimo.  Giu- 
liano Capobassi  dottore  in  ambe  le  leggi 
compose  un  trattato  morale  intitolato:  La 
mente  del  savio,  e  dedicato  ad  Eleoao» 
ra  Gonzaga  per  le  sue  nozzecon  Ferdinan- 
do III  imperatore.  Pietro  Fiorini  laureato 
nelle  discipline  mediche  e  filosofiche.  Lo 
fu  ancora  Giambattista  Leo  che  scrisse 
un  trattato  di  materia  medica.  Applau- 
ditissimo  professore  d'  eloquenza  nei  se- 
colo passato  fu  d.  Nicolò  Faidoni,  dì  cui 
si  hanno  stimatissime  produzioni  e  in  pro- 
sa e  iu  versi.  Vincenzo  Fabrizi  maestro  e 
cotnpositore  di  musica.  La  sorella  ad  imi- 
tazione diSulpicio,  che  restaurò  in  Roma 
la  musica  teatrale,  nello  scorcio  del  pas- 
sato secolo  fu  la  prima  cantante  che 
con  sommo  plauso  calcasse  quelle  scene. 
Annibale  Val  vani,  allievo  di  Cimarosa, 
riuscì  profondo  contrappuntista  e  compo- 
se musichedi  chiesa.  Rinomato  pianista  ia 
Roma  fu  Scipione  Jacoucci.  Illustri  ec- 
clesiastici furouo  Tommaso  Campanari 
abbate  benedettino  di  s.  Scolastica.  Epi- 
fanio Campanari  abbate  benedettino  di 
s.  Pietrodi  Perugia.  Paolo  Mazzoli  cano- 
nico della  collegiata  di  s.PaoIo,cameriere 
segreto  extra  urbeni  di  Pio  VI.  Giuseppe 
Luzzi  canonico  di  s.  Erasmo  ebbe  eguale 
onore  dal  regnante  Pio  IX.  Pietro  Tomei 
canonico  teologo  della  cattedrale,  profes- 
sore d'eloquenza,  e  predicatore  di  vaglia. 
Francesco  Mazzoli  professore  nelle  facol- 
tà filosofiche  e  teologiche  e  canonico  di  s. 
Erasmo.  Camillo  Novelli  canonico  della 
cattedrale}  valente  nell'  oialoria  e  nella 


li  VER 

poesia,  dì  cui  si  ha  la  versione  in  versi  li- 
rici italiani  de'salrni  di  David,  con  argo- 
inculi  e  commentarii,  in  parte  restala  ine- 
dita, come  losono  le  lezioni  scritturali  pro- 
iaunciale  nella  cattedrale,  oltre  altre  pro- 
se e  poesie:  fu  inoltre  ottimo  predicato- 
re e  ammirato  a  Napoli  e  in  Pioma,  Una 
l'ecenle  gloria  eclissata,  delle  cui  bene- 
merite doUe  studiose  fatiche  per  la  pa- 
tria storia,  mi  vado  giovando,  fu  Crescen- 
zo Crescenzi  canonico  della  collegiata 
di  s.  Paolo.  Non  si  deve  confondere  col  pa- 
rente di  nome  diverso,  cioè  con  quello  di 
cui  parlano  le  Notizie  del  Giorno  di  Ro- 
ma del  1 846,  n.  I  o.  «  Veroli  8  febbraio. 
Udì  1 4  dello  scorso  gennaio,  munito  di 
tutti  i  conforti  di  nostra  ss.  Pieligione,  pas- 
sò in  età  di  65  anni  agli  eterni  riposi  il 
rev.  d.  Nicola  Crescenzi  canonico  peni- 
tenziere della  nostra  cattedrale.  L'Ulm." 
e  Rm.°  mg.'  Mariano  Venturi,  vesco- 
vo zelantissimo  di  questa  città,  per  da- 
re una  dimostrazione  di  benevolenza  e 
di  stima  ad  un  uomo  dotato  di  esimie 
prerogative,  onorò  di  sua  presenza  1*  e- 
sequie  del  defunto.  I  servigi  da  esso  pre- 
stati in  vita  meritano  di  essere  ricorda- 
li, essendoché  per  lo  spazio  di  circa  3o 
anni  sostenne  con  somma  riputazione 
gli  uflìci  di  convisitatore  della  diocesi,  di 
esaminatore  pro-sinodale,  e  per  più  anni 
di  rettore  e  professore  di  teologia  morale 
e  di  retlorica  nel  seminario,  e  di  segreta- 
rio di  mg.'  vescovo  Francesco M.'Cipria- 
ni  di  fé.  me.,  dal  quale  fu  sempre  parzial- 
mente amato.  E  fu  perciò  che  nell'anno 
1832,  dovendo  formare  il  suo  tribunale 
di  ragguardevoli  soggetti  per  giudicare  le 
cause  criminali,  lo  elesse  a  preferenza  di 
altri  ad  occupare  il  i.°  grado  dopo  il  vi- 
cario generate. Mercè  poi  delle  tante  pro- 
ve di  dottrina,  integrità  e  prudenza,  l'at- 
tuale prefalo  pastore  l'aveva  confermato 
nelle  sopraccennale  cariche,  nellequali  si 
niostrò  pieno  di  probità  e  di  onore,  e  con 
un  carattere  di  bontà  e  generosità  a  po- 
chi eguale.  Ma  ciò  che  maggiormente  io 
rese  caro  a'nuoi  coucitladini  si  fu  la  ricu- 


V  E  R 
pera  che  pel  di  lui  zelo  ottenne  la  nostra 
cattedrale  del  preziosissimo  reliquiario  di 
s.  Maria  Salome  protettrice  di  questa  cit- 
tà, insigne  memoria  di  cui  con  ogni  ra- 
gione va  Veroli  superba  (  queste  parole 
ponno  indurre  in  errore,  sembrando  il  re- 
liquiario contenente  la  testa  di  s,  Salome, 
il  quale  non  fu  mai  linoosso  dalla  catte- 
drale dopo  il  I  742.  Conviene  dunquesa- 
pere,  che  d.  Nicola  nel  tempo  del  gover- 
no francese  s'interessò  pel  capitolo  catte- 
drale, onde  ottenere  alcuni  Corpi  santi, 
che  giacevano  inonorati  e  sguerniti  delle 
loro  custodie  nell'allora  soppresso  mona- 
stero certosino  di  Trisulti.  Ripristinati  i 
monaci  li  reclamarono,  ma  la  vertenza  si 
compose pacificamente,ecome dissi  di  so- 
pra restarono  nella  cattedrale  verolana). 
Queste  ed  allreegregieazioni  faranno  sem- 
pre rivivere  la  memoria  presso  tutta  la 
città,  la  quale  è  tuttora  compresa  di  ben 
giusto  rammarico  per  l'avvenuta  perdita 
di  sì  egregio  concittadino  e  di  tanto  bene- 
merito ecclesiastico".  Non  mancano  vi- 
venti illusili  che  onorano  la  patria.  Il  cav. 
Francesco  Mellonj  è  intento  a  scriverne 
la  bramata  storia,  mai  essendosi  pubbli- 
cata, e  da  lui  graziosamente  ricevei  sup- 
plementi e  rettificazioni, doposcrilto  que- 
st'articolo. Per  non  dire  di  altri,  il  giova- 
ne Eugenio  Bubali  dà  liete  speranze  di 
riuscire  valente  nella  composizionedj  mu* 
sica,  essendo  da  3  anni  in  Napoli  il  più 
ben  alfetto  allievo  del  celebre  maestro 
Mercadanle.  Non  da  meno  di  lui  è  il  suo 
maggior  fratello  Vincenzo  pittore  di  qua* 
drijche  sta  producendosi  in  Roma.  — Os- 
servò il  Marocco,  che  il  linguaggio  de'po- 
polani,più  degli  altri  luoghi  della  provia- 
ciadiCampagua,a  quello  romano  si  acco- 
sta, ma  usano  moltissimi  vocaboli  chepar- 
tecipano  dell'  antico  idioma  latino,  ben- 
ché pronunziati  da'plebei  eda'contadini. 
Il  vestire  di  questi  ultimi  somiglia  in  par- 
tea  quellode'romagnoli,  però  dislinguon- 
sì  ne'calzari  detti  ciocie,  e  pel  colore  degli 
abiti  per  lo  più  rossi,  inclusivamente  a' 
mantelli  :  uia  i  cittadini,  massime  le  per- 


VER 

sone  distiiile,  tulli  iaceciono  col  costume 
de' romani.  I  diutoroi  sono  sparsi  di  ele- 
ganti casini  e  ville.  In  essi  si  pretende,  che 
alcuni  trovarono  in  varie  epoche  diver- 
se auticaglie,e  persino  de' teschi  con  chio- 
di condccati, anche  nelle  mani  e  ne'piedi, 
e  sino  circa  al  numero  di  12;  iscrizioni 
lapidarie,  piccoli  idoletti  di  metallo  e  d'o- 
ro, monete  romane  di  rame,  d'argento  e 
d'oro  di  Tiberio  imperatore,alcuna  quan- 
tità di  denari,  avanzi  d'acquedotti  di 
piombo,  di  anfore  e  di  grau  vettine  ira- 
piombate  nella  bocca  e  con  entro  ceneri 
e  sostanze  fluide;  pochi  avanzi  di  bei  mu- 
saici, di  lastre  di  marmo,  di  rosso  antico, 
di  pitture  a  fresco  ec.  Queste  tradizioni 
sembrano  contenere  esagerazioni.  Nei 
suburbio  esistono  le  chiese  della  Madda- 
lena eretta  da  Alessandro  III,  della  Ma- 
donna de'Piaccomandati,  e  di  s.  Valenti- 
no vescovo  e  martire,  senza  dire  di  oltre 
a  20  altre  chiese  rurali  convenientemeu- 
te  ufficiate.  Nel  voi.  XXVII,  p.  296,  de- 
scrivendo la  provincia  di  Frosinoneo  di 
Campagna,  avendone  riparlalo  nel  voi. 
LXXXIX,  nel  descrivere  l'altra  di  Ftl- 
lelrio  di  Marittima,  enumerai  le  frazioui 
ed  i  villaggi  soggetti  alla  municipale  giu- 
risdizione di  Veroli.  Essi  sono:  Scifclli,  in 
cui  hanno  la  bella  chiesa  di  s.  Cecilia  a 
3  navi,  e  casa  o  collegio  i  linguorini  o  re- 
dentorisli.  Il  luogo  prese  il  nome  di  Sci- 
felli  dalle  sclfelle  di  faggio  che  facevano  i 
«noi  abitanti.  Luigi  Arnaud,  prete  avi- 
gnonese,  recatosi  in  Casamari,  che  n'  è 
distante  un  miglio  e  mezzo, abitò  nel  mo- 
nastero alcuni  anni,  qual  convittore  per 
motivo  di  salute;  ed  osservando  gli  abi- 
tanti di  Scifelli  rozzissimi,neli75o  sopra 
una  cappella  di  s.  Cecilia  fabbricovvi  la 
chiesa  in  onore  della  B.  Vergine  del  Buon 
Consiglio,  con  l'  adiacente  casa  per  una 
congregazione  di  romiti  ecclesiastici,  a 
vantaggio  spiritualedella  popolazione;ma 
essi  non  essendosi  accordati  circa  la  vita 
comune,  nel  1 778  donò  la  chiesa  eia  casa 
a  s.  Alfonso  de  Ligaori,  che  vi  mandò  al- 
cuni suoi  disce^olif  cou  itnmeaso  bene  de ■ 


VER  23 

gli  abitanti,  da  loro  ridolti  buoni  e  istruiti 
cristiani.  11  fondatore  Arnaud  mori  net 
1793  in  s.  Luigi  de'  francesi  di  Roma.  [ 
liguoriui  ingrandirono  la  casa  e  perfezio- 
narono la  chiesa,  e  poscia  solennizzarono 
con  triduo  la  canonizzazione  del  loro  fon- 
datore s.  Alfonso  de  Liguori,  celebrata 
da  Gregorio  XVI  nel  1889.  A  tale  eifetto 
i  pp.  liguoriui  trasportata  la  statua  del 
Santo  nella  chiesa  de'miuori  osservauli,  e 
riunitisi  essi  collegialmente  a'  28  luglio 
1840  nell'ex  convento  degli  agostiniani, 
finché  durò  il  triduo,  in  detto  giorno  cou 
ecclesiastica  pompa  di  generale  processio- 
ne fu  portata  la  statua  di  s.  Alfonso  nella 
chiesa  concaltedrale  di  s.  Maria  Salome, 
riccamente  parata  e  illuminata,  con  ac- 
compagnamento de'tre  capitoli  e  del  ri- 
manente del  clero.  Il  vescovo  mg.Xipria- 
ni  assistè  alle  messe  cantate,  ne'pomerig- 
gi  tre  valenti  oratori  pronunziarono  il  pa- 
negirico, coll'inlervenlo  del  capitolo  cat- 
tedrale, che  ammise  in  coroi  figli  di  s.  Al- 
fonso. A'2  agosto,  dopo  altra  orazione  pa- 
negirica, la  processione  di  tutto  il  clero  e 
delle  confraternite  riportò  al  suddetto 
luogo  la  statua  del  Santo.  lu  si  lieti  giorui 
Veroli  fu  rallegrata  da  copiosi  spari  di 
mortari,  da  generale  illuminazione  e  da 
fuochi  artificiali;  ed  il  gonfaloniere  cav. 
Francesco  Mellonj  cou  nobile  generosità 
die'nel  proprio  palazzo  un'accademia  di 
musica  istrumentale,a  trattenimento  de' 
foraslieri  accorsi  a  venerare  il  Santo. 
Tanto  e  meglio  può  leggersi  uel  n.  gS  del 
Diario  di  Roma,  nel  r84o.  E  qui  in  o- 
nore  della  benemerita  congregazione  de' 
Rcdeiitorisù  (/^.),  mi  piace  ricordare  a- 
verne  riparlato  nel  voi.  LXXX,  p.  5ò  e 
seg.,  dicendo  pure, che  essendo  troppo  au- 
gusto il  loro  convento  e  chiesa  di  s.  Ma- 
ria Monterone  in  Roma,  comprarono  la 
villa  Caserta  suU'Esquilino,  vi  fabbrica- 
rono una  chiesa,  e  il  palazzo  convertiro- 
no in  convento,  destiuato  ad  esser  anche 
la  residenza  del  R-m.'p.  generale.  Ora  mi 
è  dato  di  poter  aggiungere,  che  essendo- 
si compito  il  tempio,  fu  cousagrato  sul- 


24  VER 

lo  il  lilolo  di  s.  Alfonso  de  Liguori  a'  3 
maggio  dal  cardinal  Patrizi  vicario  di 
Roma,  coir  assistenza  de'  pp.  liguori- 
ni.  Nel  di  seguente  il  Papa  Pio  IX  re- 
cossi a  visitarlo  ed  esaminarlo,  accom- 
pagnato dal  Rm.°  p.  Mauron  superiore 
generale  e  rettore  maggiore  della  congre- 
gazione del  ss.  Redentore.  Indi  il  Papa, 
dopo  aver  ammesso  al  bacio  del  piede  la 
comunità  religiosa,  si  compiacque  beni- 
gnamente di  visitare  il  loro  convento.  Si 
chiamano  le  altre  frazioni  di  Veroli.  Col- 
li Berardi,  Crocefisso,  Villoria,  Madon- 
na degli  Angeli^  Giglio  (e  non  Piglio, 
come  con  menda  tipografica  si  legge  nel 
ìfol.  XXVII,  p.  96,  ove  pure  l'enumerai), 
s.  Anna,  s.  Francesco,  s.  Giuseppe,  s. 
Domenico,  s.  Pietro  o  tenuta  di  Castel 
Massimo,  s.  Fito,s.  Angelo.  In  quest'ul- 
timo luogo  ancora  si  vedono  gli  avanzi 
di  altissima  torre  che  serviva  pe' seguali 
telegrafici,  con  propinquo  vasto  fabbri- 
cato servito  per  episcopio  suburbano,  e 
nella  prossima  contrada  Viari  si  rinven- 
nero anticaglie.  Il  Riparto  territoriale 
del  i833,  pubblicato  nel  1 836,  registra 
pure  fra  le  frazioni  della  città  di  Veroli, 
CVz.vfi(/?2atr/ con  anime  83.  U  territorio  ve- 
rolano  è  abbastanza  fertile.  Narra  Ma- 
rocco, che  produce  olio  in  abbondanza  e 
di  qualità  squisita  e  dolcissima,  le  mon- 
tagne essendo  cariche  d'olivi  :  il  prodotto 
non  solo  compensa  l'agricoltore,  ma  rie- 
sce la  principale  ricchezza  del  luogo.  Il 
gelso  serve  d' alimento  a'  bachi  setiferi, 
che  in  quantità  e  comunemente  si  alle- 
vano, li  vino  non  è  a  sufHcienza,  ma  ot- 
timo e  puro;  e  si  sopperisce  colle  uve  ac- 
quistate ne'  paesi  limitrofi.  Altre  produ- 
zioni sono  i  grani,  i  granturchi,  le  bia- 
de, i  castagneti, ec.  Oltre  la  porcina,  buo- 
ne sono  le  altri  carni,  abbonda  il  polla- 
me, cosi  la  selvaggina,  precipuamente  vo- 
latili, cinghiali,  capri,  lepri  ec.  Poiché  le 
estese  montagne  sono  coperte  di  boschi 
di  frassini,  carpini,  querce  e  faggi,  chitt- 
mandusi  Fragaia  la  più  elevala;  produ- 
coQu  inolile  ottimi  pascoli,  e  nutriscono 


VER 
nell'estate  immense  mandredi  bestiame, 
e  vi  si  trovano  piante  medicinali.  Il  ter- 
ritorio si  estende  a  6,042  rubbia  roma» 
ne:  confina  all'est  col  regno  di  Napoli, 
per  una  linea  tutta  montuosa  ;  al  sud  co* 
terrìtorii  di  s.  Giovanni,  Dauco,  Ripi,ecl 
in  parte  con  Torrice  eFrosinone;  al  sud- 
est s'incontra  il  territorio  d' Alatri,  che 
lo  cinge  per  tutto  il  lato  di  tramontana, 
sino  a  ricoufiuare  col  reame  napoletano 
sulla  vetta  del  monte  dello  il  Passeggio, 
acni  sono  sottoposti  molti  paesi  regnicoli 
e  tutta  la  deliziosa  valle  di  Roreto.  Le 
terre  dominanti  nella  periferia  verolana 
sono  in  gran  parte  la  calcare  e  la  silicea, 
con  altra  minor  parte  di  alluminosa.  Inol- 
tre questo  suolo  asconde  ferro  e  asfallo, 
di  cui  s'introdussero  l'escavazioni. 

Veroli,  Verulae,  Verulum,  come  al- 
tre città  antichissime,  trova  la  sua  origi- 
ne avvolta  nella  nebbia  de'secoli,per  cui 
non  può  stabilirsi  con  sicurezza.  Un  e- 
rudito  verolano  crede  Veroli  cominciato 
da  Saturno  ,  ed  ingrandito  da  Clitarco 
Verulo,  da  cui  trasse  il  nome  ;  ma  si 
manca  di  prove.  Ed  il  cav.  Palmien  nel- 
la utilissima  e  pregevole ,  Topografia 
Statistica  dello  Stato  Pontificio, v'ilìeiìe 
che  il  nome  di  f^eroli  viene  da  F'^eru, 
sorta  di  arma,  di  cui, secondo  Servio,  so- 
levano servirsi  i  sabini  antichi,  da'  quali 
discesero  gli  ernici;  secondo  poi  altri, sog- 
giunge, che  con  Macrobio  vogliono  gli 
eroici  derivati  da'  pelasgi,  F'erulo  fu  un 
pelasgo  ernico  duce.  Dalle  testimonianze 
degliscrittori,sembra  che  i  siculi  siano  sta- 
ti i  primi  abitatori  delle  balze  Apennine  , 
quali  loro  vennero  contrastate  dagli  abo- 
rigeni, dal  Tevere  id  Liti,  come  narra 
Dionisio  d'  Alìcarnasso.  Una  mano  di  pe- 
Insghi  si  un'i  agli  aborigeni ,  in  danno  dei 
siculi,  che  ne  furono  discacciati.  L'  altro 
scrittore  moderno  Calindri  è  d' opinione, 
che  Veroli  fu  fondata  dagli  antichi  abori- 
geni montagnini,  e  fortificata  da'  pelasgi 
uniti  in  lega  cogli  aborigeni  contro  i  si- 
culi, i  pelasgi  cìnsero  di  mura  i  paesi  con- 
qiiistalij  circa  546  anni  avanti  la  fonda- 


VER 
zione  tli  Roma.  Avendo  Veroli  tuttora  gli 
avanzi  delle  mura  sopra  descritte,  dalla 
loro  conformazione  si   può  credere  che 
primi  ad   abitarla  furono  i  siculi,  a  cui 
successero  i  pelasgi.  Come  poi  vennero 
ernici  chiamati,  viene  da  gravi  autori  di- 
versamente spiegato.   Macrobio  li  vuole 
coloni-pelasgì,  nominati   dal   loro  duce 
Ernico.  Servio  li  crede  d'origine  sabini, 
nominandoli  Ernici  da'  sassi,  quasi  abi- 
tatori delle  rupi.  Questa  opinione  è  se- 
guita da  altri  autori  :  altre  le  ho  riporta- 
te ne'due  articoli  testé  citati,  celebrando 
la  grande,  valorosa  e  fortissima  nazione, 
Dionigi  nel  lib.  8  chiamandola:  Hemi- 
vos  genteni  magnani  et  validam.  Certo 
è  che  ernici  vennero  appellati  gli  abitanti 
di  V^eroli,  percomun  consenso  degli  sto- 
rici. I  costumi  di  questi  popoli  erano  io 
principio  rozzi  e  guerrieri.  l*rimario  lo- 
ro vanto  era  la  forza  e  il  coraggio.  Quat- 
tro città,  come  dissi  altrove,  ne  compo- 
sero la  confederazione:  Veroli,  Alatri^ 
Ferentino  ed  Anagni,o\[.vea\\.r\  minori 
paesi; ed  Anagni  fu  chiamata  Caput  Her- 
uicoriim.  I  loro  deputati  si  riunivano  nel 
Circo  marittimo  a  trattare   gì'  interessi 
della  confederazione,  massime  della  guer- 
ra e  della  pace  con  altri  popoli,  e  ne  fa 
testimonianza  Tito  Livio,  l'ero  ogni  cit- 
tà, siccome  indipendente  ,  era  libera  di 
scegliere  quel  partito  che  più  stimava  op- 
portuno. Gli  ernici,  ebbero  prima  de'ro- 
mani  a  sostenere  varie  guerre  co'  popoli 
circostanti, cioè  i  marsi,  i  volscì,  gli  equi 
o  equicoli.  Tarcjuinio  il  Superbo,  ultimo 
redi  Roma,  strinse  con  essi  alleanza,  e 
quando  fu  espolso  da  Roma,  nell'anno 
1^^  di  questa,  chiese  loro  soccorso:  dopo 
discrepanti  pareri  ,  gi'  inviarono  amba- 
sciatori (li  adesione.  Il  dittatore  Puslumio 
nel  257  portatosi  al  lago  Regillo,  ov'  e- 
ransi   accampati  i   Tarquinii,  arrestò  i 
messi  degli  ernici  e  de'  volsci,  che  l'avvi- 
savano fra  3  giorni  essere  pronti  ad  aiu- 
tarli con  grandi  soccorsi,  e  tosto  die'bat- 
taglia  e  riportò  vittoria.  I  romani  vinci- 
tori, a  vendicarsi  degli  ernici,  eutrarouu 


VER  i5 

nelle   loro  terre,  trionfando  di  Veroli, 
Rauco  ec.  Irritate  perciò  le  città  erniche, 
unitesi  a'  volsci,  e  profittando  dell'  inte- 
stine discordie  de'romani,  l'aggredirono. 
Sedate  le  questioni  di  Roma,  per  affron- 
tare i  nemici,  nel  26S  seguì  la  battaglia 
nell'Agro  Prenestino:  lunga  e  sanguino- 
sa fu  la  lotta,  e  per  piìi  volte  dubbia  la 
vittoria,  che  quindi  arrise  a'romani.Non 
ostante  gli  ernici  si  collegarono    nuova- 
mente a'  volsci,  e  stabilirono  difendersi 
dentro  le  mura  ;  ma  poi   abbandonati , 
chiesero  pace  e  alleanza.  Da'  romani   fu 
concessa,  e  così  gli  ernici  divennero  citta- 
dini di  Roma,  col  diritto  del  sullragio  , 
non  che  messi  a  parte  nelle  conquiste  in 
proporzione  delle  forze  che  somministra- 
vano. D' allora  in  poi  Veroli  e  gli  altri 
ernici,  seguirono  la  sorte  e  i  destini  dei 
romani,  nelle  sconfìtte,  e  nelle  vittorie  che 
furono  in  numero  maggiore.  I  verolani, 
uniti  cogli  altri  ernici  e  co'  latini,  sulle 
terre  di  questi  ultimi  combatterono  ter- 
ribile guerra,  contro  gli  equi  ed  i  volsci, 
i  (|uali  dopo  averle  saccheggiate,  furono 
vinti  e  fugati  ,  colla  perdila  del  campo. 
Neil'  anno  di  Roma  790,  gli  equi  inva- 
sero i  paesi  ernici,  ed  i  romani  si  mosse- 
ro a  difesa  de'loro  alleati.  Solvendo  per- 
dite, fu  ordinato  agli  ernici  ed  a'  latini  di 
armarsi,e  capitanati  dal  proconsole  Quin- 
zio, all'arrivo  loro  vendicarono  i  sopraf- 
fatti romani    la    patita  strage ,  il    ferito 
console  romano  e  la  morte  del  suo  fra- 
tello, distinguendosi  perciò  con  prodezze. 
Neil' anno  seguente  gli  eniici  dovettero 
sostenere  altra  guerra  con  gli  equi  ed   i 
volsci  ;  né  potendo  i  romani  soccorrerli, 
perchè  desolati  dalla  peste  ,  marciarono 
soli  contro  i  nemici,  dovendo  però  cedere 
al  numero.  Esteso  il  dominio  de'romani 
colle  conquiste,  in  queste,  come  gli  altri 
popoli,  furono  involuti  pure  gli  ernici  ; 
laonde  scossone  poi  il  giogo  nel  SgS,  pre- 
starono soccorso  a'Ioro  nemici.  Dipoi  do- 
mandando pace,  fu  loro  negata,  air^i  di- 
chiarata guerra.  Nel  I. "scontro,  il  console 
romaao  cadde  in  uà'  imboscala,  e  fu  uc- 


26  VER 

ciso  nella  sliage  de'  suoi.  Sopraggiunlo 
ildiUatore,glieiniciauineularonole  pro- 
prie forze  cou  8  coorli  composte  di  scella 
gioventù,  animala  da  duplice  paga.   La 
pianura  che  divideva  i  due  eserciti,  allo 
spuntar  del  giorno,  fu  occupala  da'coni' 
balleuli  aiiiuiati  da  pari  valore.  La  ca- 
valleria romana  fu  arrestata  dull'eruiche 
coorti;  grande   fu   la  strage   dell'una  e 
dell'altra  parie,  né  per  un  giorno  si  co- 
nobbe dove  piegava  la  vittoria;  ma  nella 
notte  gli  ernici  abbandonarono  il  campo, 
per  cui  restò  dalla  parte  de' romani.  Nel 
seguente  3()^,  ripresa  la  guerra,  Fereu- 
tiuo  fu  espugnata  da'romani  ,  seguendo 
quindi  varie  fazioni.  Riunitisi  gli  ernici  , 
animosi   assalirono  il  console  romano  ; 
però  dopo  aspra  pugna  soccombettero. 
Finalmente  nel  896  di  Roma,  il  console 
riauzio  riporlo  il  vanto  di  vincere  e  sog- 
giogare la  bellicosa  nazione  eroica.  Più 
tardi ,  nel   44^  g'i  anagnini   invitale  a 
cooaresso  I'  eruiclie  città  nel  Circo  ma- 
ritlicno ,  per  muovere  nuova  guerra  ai 
l'Oinani,  que'  di  Veroli,  Mairi  e  Ferenti- 
no furono  di  contrario  parere.  Ostinati 
gli  anagnini,  vollero  soli  intraprenderla, 
e  restarono  interamente  debellali  da'ro- 
mani. Dopo  questo  avvenimento,  la  ro- 
mana politica,  io  premio  di  loro  fedeltà, 
reintegrò  Veroli,  Alalri  e  Ferentino  del- 
le  patrie  leggi,  ed   accettarono  co'  loro 
popoli  il  reciproco  connubio,  non  ad  altri 
fino  allora  concesso,  per  interessare  co' le- 
gami del  sangue  le  parti  della  repubbli- 
ca.Tito  Livio  scrive:  Che  i  verolaui  pre- 
ferirono di  governarsi  colle  proprie  leg- 
gi, atnanti  più  di  vivere  co' loro  istituti, 
che  d'esser  fatti  partecipi  del  governo  e 
degli  onori  del  popolo  di  Roma;  beusì  la 
città  fu  elevata  al  grado  di    nìuiiicipio, 
immagine  della  loinana  repubblica.  Per- 
ciò ebbe  i  memorali  e  altri  magistrali  e  col- 
legi propri,  quello  de'decurioui,  i  duum- 
viri uiiuualmente  scelti  a  guisa  di  consoli, 
i  pretori,  i  questori, gli  eddi,i  (lumini;  ma- 
gistrali locali,  il  cui  potere  non  eslende- 
vdsi  oltre  il  loro  paese.  D'  allora  iu  poi 


VER 

il  motto  dello  stemma  o  insegna  di  Ve- 
roli si  formò  di  questa  epigrafe:  f^crula- 
na  Civitas  Almae    Urbi   Confederata. 
Nelle  guerre  intestine  fra  Caio  Mario  e 
Siila,  è  certissimo  che  Veroli  parteggiasse 
per  Mario,  il  quale  aveva  la  propria  vil- 
la lungi  3  miglia  dalle  sue  mura, e  luogo 
di  sua  nascita,  secondo  alcuni,  ma  anche 
il  citato  Rondinini  lo  dice  di  Arpiuo,ci- 
tando  la  bell'opera  del  p.Cla velli,  L'An- 
tica Arpino  y  ove  leggo,  e  poi  ripeterò  , 
che  a  Casa    Mario  fu  il  suo  palazzo,  tro- 
vandosi Veroli  situata  fra  Arpino  e  Ala- 
tri. Siila  rimasto  vincitore,  fece  provare 
anche  a  Veroli  la  sua  brutale  vendetta. 
Diversi  cittadini  caddero  vittima  del  suo 
furore,  eie  loro  terre  confiscate  nella  pro- 
scrizione, furono  divise  tra  le  legioni  dei 
Gracchiani.Si  legge  io  Frontino,  De  Co- 
lon.: Verulae  mura  duclumj  ager  ejus 
nidilibus    Gracchìanis  in   omnibus  est 
assignalus.  Quanto  a  Casamario,  si  ha 
da  Plutarco  nella  vita  di  Mario,  che  quel 
luogo, ed  ove  esso  nacjue,  si  chiamasse  viK 
laggiù  di  Cirealone.  Cosi  anche  il  Feller, 
nel  Dizionario   degli  uomini  illustri. 
Laonde  gli  abitanti  si  dhsevo  Cerea  tini 
Mariani,  e  meglio  lo  dirò  parlando  di 
quel  celebre  archi-cenobio.  Veroli  soffrì 
questo  giogo  sino   al    tempo  del  saggio 
imperatore Nerva,  che  verso  l'anno  97  di 
nostra  era  la  liberò;  né  eragli  giovalo 
l'aver  innalzato  ad  Augusto,  dopo  la  sua 
morte  ,  un   tempio   co' propri  sacerdoti 
augustali.  Nel    4^3  Adua  o   Alino  di- 
strutta du'barbari,  colla  strage  de'suoi,  i 
superstiti  furono  ospitalaienle  accolli  dai 
verolanì,  i  quali  loro  concessero  libertà  e 
cittadinanza,  e  particolare  quartiere    ciie 
tuttora  ritiene  il  nome  della  patria  loro. 
Riedificata  Atina.fu  grata  cou   Veroli  , 
strinse  cou  essa  alleanza,  che  rinnovò  an- 
cora nel  161 5  e  poscia  di  nuovo  nel  i  ^5  i 
cou  vicendevoli  e  splendide  feste  e  cou 
donazioni.  E  dessa  una  pìccola  città  del- 
la provincia  di  Terra  di  Lrtvuro    presso 
della  Mclfa.  Di  sua  aulica  sede  vescovi- 
le rcslula  callcdiale)  ha  couvcuti^  spe- 


/ 


|k  VER 

dale  e  altri  stabìlimeDli.  Antichissima, 
Virgilio  r  annovera  fra  le  città  che  pre- 
sero parte  nella  guerra  tra  Enea  e  Tur- 
no. Appartenne   a' sanniti,  e  dicesi  che 
Nerone  Claudio   vi  condusse  una  colo- 
nia. Si  dice  che  anco  i  Cassinesi  e  gli 
AIHdenati    vennero  ad  abitare  in  Vero- 
li,  dopo   che  i  barbari  abbatterono  le 
loro  patrie.  De'popoli  alfldenati  però  con 
tal  vocabolo  non  trovo  notizie,  bensì  di 
AìCiileiìa, /4  afide  ria  nel  Dizionario  geo- 
grafico, aulico  paese  dell'Abruzzo  Ulte- 
riore secondo,  cantone  di  Castel  Sangro, 
situato  alla  base  degli  Apennini  in  aria 
salubre.  È  famoso  nelle  guerre  de'sanni- 
tì,  ed  ha  ottimi  pascoli  pel  bestiame.  11 
Baudraod  ,  Lexicon  gcographictini,  la 
chiama   con    detti   vocaboli  ,  ed  oppido 
Caracenorum  ,  anche   Auphidena  e  il 
popolo  Aufldenales.  De'  cassinesi  è  cele- 
bre Manie  Cassino ,   la  cui   magnifica 
storia  di  recente  pubblicò  anche  il  eh.  p. 
ab.  Tosti.  Altra  confederata  di  Veroli  è 
la  celebre  Palestrina  ,  di  che  verrà  oc- 
casione di  parlarne.  Decaduto   l' impero 
romano,  Veroli  seguì  la  sorte  e  le  vicen- 
de di  Roma,  quindi  sarà  soggiaciuta  alle 
invasioni  barbariche,  per  la  sua  vicinan- 
za, e  come  le  patirono  le  altre  città  e  luo- 
ghi delta  Campania  e  del  Lazio  ,  colle 
quali  ordinariamente  ebbe  comune  i  de- 
stini. Tra'barbari  più  lunga  dominazio- 
ne vi  esercitarono  i  goti,  linchè  l' impe- 
ratore greco   romano   d'oriente   Giusti- 
niano I,  volendo  vendicare  le  ragioni  che 
avea  sull'  impero  d'Occidente,  a  togliere 
Roma  e  1'  Italia  dal  gotico  domìnio,  in- 
viò prima  Belisario  e  poi  Narsete,  il  qua- 
le nel  552  colla  sconfitta  e  morie  di  To- 
lila  re  de'goti,  riconquistò  Roma  e  tutto 
il  Lazio,  e  nel  seguente  anno  il  resto  di 
Italia.  Allora  fortnatosi  il  ducato  di  Ro- 
ma o  Romano,  di  questo  fecero  parte  le 
città  crniche  e  della  Campania,  e  perciò 
ancheVeroli  sebbene  non  la  trovi  espres- 
samente numinata  negli  storici  documen- 
ti,bensì  Frosiuone  e  le  altre.  Anche  l'au- 
ticu  ducalo  diRouiu  couteuevu  lu  regio- 


V  E  R  37 

ne,  poiché  estendevasi  nella  giurisdizio- 
ne del  prefetto  di  Roma,  la  quale  com- 
prendeva un  raggio  di  territorio  di  100 
miglia  tutt'  air  intorno  dell'alma  città  ; 
il  che  rileva  ancora  l'illustre  storico  fro- 
sinale  cav.  Giuseppe  de   Mattheis.  Ina- 
sprito  poi    Narsete   dall'  imperatrice  di 
Costantinopoli,  a  vendicarsi  chiamò  in  I- 
talia  i  longobardi,  i  quali  occupatala  qua- 
si tutta,  replicataraeute  fecero  scorrerie 
nel  ducato  romano  e  nella  Campania, 
con  desolanti  travagli,  massime  i   longo- 
bardi del  ducato  di  Benevento,  segnalan- 
dosi fieramente  nel  702  il  principe  Gi- 
solfo  con  devastazioni  nella  Campania  e 
paesi  ernici  ;  per  cui  non  ne  sarà  andata 
esente  Veroli,  per  aver  preso  varie  città 
e  incendiato  molto  paese.  Frattanto  l'  I- 
talia,  Roma  e  il  suo  ducato,  abbandonati 
da'greci  imperatori  alla  baldanza  de'Ion- 
gobardi,  solo  nel  Papa  trovarono  un  pa- 
dre amorevole  ed  un  valido  protettore. 
Il  perchè,  quando  l'empio  eretico  impe- 
ratore Leone  III  l' Isaurico, idwiorc  de- 
^' Iconoclasti yàwtuulo  incorreggibile  e 
attentando  alla  vita  del  Papa  s.  Grego- 
rio li,  avendolo  questi   scomunicato,  e 
sciolto  gì'  italiani  dal  giuramento  e  dai 
tributi, Roma  e  il  suo  ducato,  colla  Cam- 
pania sino  e  inclusive  a  Gaeta,  si  sottras- 
sero dal  giogo  greco ,  e  con  ispontanea 
dedizione,  verso  il  726  o  dopo  si  dierono 
alla  Sovranità  del  Papa  e  della  s.  Se- 
de (^'•).  Questo  dominio   temporale   fu 
poscia  riconosciuto  e  ainplialo  da  Pipi- 
no, Carlo  Magno  e  altri  imperatori. Nel- 
la dedizione  delle   città  eriiiche   e  della 
Campania,  vi  fu  pure  Veroli  ,  la  quale 
cóme  le  altre  della  provincia  giurò  ub- 
bidienza e  fedeltà  al  Pontefice  romano; 
e  nulla  valsero  le  mene  e  le  prepotenze 
de'greci  ,  per  farla  tornare  al   loro  do- 
minio, restando  fedele  a'Papi  e  allaChie- 
sa  romana  eziandio  nel  principato  tem- 
porale, sotto  il  governo   de'  loro  rettori 
o  legali ,  e  talvolta  sotto  speciali  gover- 
natori. Che  se  ne' diplomi   imperiali  di 
ncouoscimeulQ,  e  conferma  delle  amplia- 


28  VER 

zioni  dei  principato ,  non  è  mentovata 
Veroli,  é  com'altre  compresa  nelle  paro* 
le ,  et  Frosinonem  ciini  aliis  partibus 
Campaniae  j  e  secondo  altri  diplomi  ri- 
guardanti il  ducato  Romano  ,  di  cui  fa* 
ceva  parte,  Frisìlimam  ,  ciini  omnibus 
finibus  Campaniae.  Forse  di  preferenza 
fu  nominata  Fresinone  per  essere  credu- 
ta sede  vescovile,  Veroli  allora  trovando* 
si  mancante  del  pastore:  ma  su  questo 
punto  contrastato  ragionerò  alla  sua  voi» 
ta.  ^iel  diploma  di  Lodovico  1  il  Pio,  fi* 
glio  di  Callo  Magno,  si  legge:  Ilent  in 
partibus  Campaniae  Soram,  Arces^A- 
f/uinum,  Arpinum  ,  Theanum  ,  et  Ca- 
puamj  quindi  con  piùdi  ragione  doveasi 
comprendere  Veroli,  ma  già  il  diploma 
stesso  comincia  colle  parole  CivitatemRo- 
manani  ciini  Diicalu  suo, et  suburbanis y 
tic  ierritoriis  ej'us,  perciò  s'intende  com- 
presa Veroli,  che  faceva  parte  del  duca* 
to  stesso.  Ma  ecco  ne'  primordii  del  IX 
secolo  la  regione  divenuta  segno  alle  san* 
guinarie  e  depredatrici  irruzioni  de'  Sa- 
raceni, e  facendo  schiavi  i  miseri  cristia* 
ni.  Più  tardi  e  nell'BGG,  Adelgiso  princi* 
pe  di  Benevento  ,  assalito  dal  furore  dei 
saraceni, implorò  l'aiuto  dell'  imperato* 
re  Lodovico  li,  perchè  colle  sue  armi  lo 
soccorresse  e  lo  liberasse  da  cos'i  formi- 
dabili e  inumani  nemici.  Vi  accorse  to- 
sto l'Angusto  con  poderoso  esercito,  ed 
in  4  ai^ini  ricuperò  ad  Adelgiso  gli  stati 
toltigli  dagl'  infedeli.  Recatosi  poi  a  Be- 
nevento per  riposarsi  o  per  altro  moti- 
vo, colla  moglie  imperatrice  Angilberga, 
disponeva  della  città  a  suo  talento,  e  le 
milizie  insolenti  per  le  riportate  vittorie 
cagionavano  a'beneventani  non  pochi  di* 
Kagi.  Adelgiso  benché  gli  fosse  obbligato, 
dopo  aver  dissimulato,  ne  scosse  il  giogo, 
e  montato  in  furore,  ordita  congiura  coi 
suoi  beneventani, a'25  agosto  87  1  pose  in 
carcere  Lodovico  11,  l'imperatrice  eia 
loro  figlia  Ermengarda.  Oltre  1'  orrore 
che  per  tanta  ingratitudine  ne  intese  il 
mondo,  Iddio  mosse  dall'Africa  i  sarà* 
ceni  per  punire  Adelgiso  di  si   enorme 


VER 

oltraggio,  sbarcando  a  .Salerno.  Adelgiso 
spaventato,  pose  in  libertà  Lodovico  II, 
previo  giuramento  sulle  ss.  Reliquie,  di 
non  vendicarsi  e  di  non  pih  entrare  ar- 
mato nel  principato.  L' imperatore  par- 
tì subito,  e  riconoscendo  da  Dio  la  sua 
liberazione  da  sì  grave  pericolo  ,  fondò 
nell'isola  diCasauria,  Casa  Aurea,  pres- 
so il  fiume  Pescara,  poi  diocesi  di  Ghie* 
ti,  il  monastero  benedettino  di  s.  Clemen- 
te (delle  reliquie  del  quale  e  della  fonda- 
zione del  celebre  monastero,  tratta  pure 
Filippo  Rondinini  storico  di  Casaraari , 
neir  opera  :  De  s.  Clemente  Papa  et 
Martire  ejusque  basilica  in  Urbe  Ro- 
ma) di  Casauria,  avendo  acquistato  l' i- 
sola  per  IO  libbre  d'argento  a'22  novem- 
bre 871,  mentre  recavasi  a  Roma.  Que- 
sta narrativa  del  Borgia  ,  Memorie  dì 
Benevento,  ricavata  dalle  Cronache  Sa- 
lernitana e  Cassinese,  servirà  a  illustrare 
il  riferito  dal  p.  Casimiro  da  Roma:  >»  Lo- 
dovico II  elesse  la  città  di  Veroli  per  suo 
asilo,  dappoi  che  fatto  gli  venne  di  fug- 
gire dalla  prigione,  in  cui  Adelchi,  prin- 
cipe di  Benevento,  tenevalo  rinchiusa". 
Confermerà  pure  il  racconto  degli  scritto- 
ri verolani,iqualidicono:  IjodovicoII,che 
a  difesa  d' Italia  guerreggiava  i  sarace- 
ni, tradito  da  Adelchi  principe  di  Bene- 
vento, giunse  nell'BSG  in  Veroli  spossa- 
to dopo  3  giorni  di  cammino;  vi  fu  ac- 
colto e  soccorso,  e  negli  II  mesi  di  sua 
dimora  venne  visitato  da  Papa  s,  Nico- 
lò I  (che  morì  a'i3  novembre  867),  ed 
ebbe  campo  di  radunare  le  sue  forze  , 
colle  quali  presso  Capua  potè  vìncere  e 
fugare  i  saraceni.  Siccome  due  volte  Lo- 
dovico Il  fu  a  Veroli ,  conviene  distin- 
guere i  tempi.  Adonta  che  Muratori  ne- 
gli Annali  d'  Italia  escluda  la  venuta 
in  Veroli  di  Lodovico  II,  perchè  esso  nel- 
1*87  I  acquistò  l'isola  suddetta  presso  il 
fiume  Pescara ,  pure  da  documenti  si 
raccoglie  che  l'imperatore  soggiornò  in 
Veroli  neir866  con  Nicolò  I.  Quindi  per 
Sera  e  Monte  Cassino  portossi  a  Bene- 
vento. Così  dallo  Statuto  Ferolano  e 


VER 
dalla  Cronaca  Cnssinese.  Passali  5  an- 
dì,  cioè  neir87 1, tornò  a  Veroli  a  rifugio 
dalla  narrata  scampata  prigionia.  Altret- 
tanto si  ricava  dal  Muratori, /?eri/m  fiat, 
script.  neWHist.  Princ.  Longob.  ;  e  dal 
Gattula,  Cassiti. Hist.jQ  meglio  dal  con- 
temporaneo monaco  Erchemperto  nel- 
r  Hist.,  dimorante  allora  a  Monte  Cas- 
sino, il  quale  può  ritenersi  come  punto 
medio  tra  Veroli  e  Benevento.  In  tale 
incontro,  in  Veroli  fu  visitato  da  Papa  A- 
driano  II,  e  poco  dopo  l'imperatore  si 
trasferì  nella  Sabina ,  come  si  ha  da'  ci- 
tati Statuto  e  Cronaca.  Di  più,  nel  giu- 
gno dello  stesso  87  i  s.  Atanasio  vescovo 
di  Napoli  si    poetò  a  visitare  Lodovico 
II  in  Veroli,  ove  infermatosi   per    im- 
provviso morbo,  ne  mori, ed  il  suo  corpo 
fu  trasportato  prima  a  Monte  Cassino  e 
poi  a  Napoli,  il  obesi  legge  presso  Mura- 
tori in  vita  s.  Athanasii  scrip.  a  Jo.  Dia- 
cono,e  nel  Martirologio  Romano.  1  bar- 
bari saraceni  audacemente  irruppero  di 
nuovo  nella  Campania  nell'BSS  circa  , 
assalirono  Anagni,    e  condotti  dal  loro 
principe  Muca  o  Manuca,  piombarono 
con  violenza  sopra  Veroli  e  l'assediarono. 
I  verolani  opposero  valida  resistenza,  ma 
il  loro  valore  dovette  cedere  al  numero  ed 
alla  fierezza  de'  saraceni  ;  che  espugnata 
la  città,  la  riempirono  di  strage  e  di  de- 
solazione, profanando  e  saccheggiando  le 
chiese  e  le  ss.  Reliquie,  fra  le  quali  quelle 
di  s.  Magno  martire  del  254  o  ^^^^i  P'ù 
tardi,  e  già  vescovo  di   Trani;  nel  quale 
articolo   ho  detto  che  il  suo  corpo  oc- 
cultamente sepolto  in  Fondi,  trasporta- 
to poi  in  Veroli  nel  sotlerraneodeliacat- 
tedrale  di  s.  Andrea,  indi  venne  trasferito 
nella  basilica  d'  yénagni  {in  questo  e  nel- 
l'altro articolo  ricordato  parlai  degli  ^ttì 
di  sua  passione),  ove  tuttora  si  venera;  ma 
occorre  che  io  ne  faccia  una  breve  digres- 
sione col  de  Magisfris:  Istoria  della  città 
es.  Basilica  cattedrale  d" y4nagni,\\h.  2, 
cap.  4  :  Delle  Traslazioni  del  corpo  di 
s.  Magno.  Patito  da  questo  santo  il  mar- 
tirio nel  campo  Dimetriano,  il  corpo  fu 


VER  29 

sepolto  da  s.  Paterno  nella  cella  ove  spi- 
rò presso  Fondi.  Il  luogo  si  rese  celebre 
alla  divozione  de'fedeli,  dopo  che  Costan- 
tino I  restituii  la  pace  alla  Chiesa;  laonde 
poi  s.  Benedetto  ivi  gli  eresse  un  tempio, 
con  monastero  pe'siioi  monaci,  ed  allora 
il  sagro  Corpo  fu  collocato  neh'  altare. 
Nella  badia  vi  fiori  l' istituto  benedetti- 
no, finché  nel  IX  secolo  per  le  scorrerie 
de'barbari,i  monaci  si  trovarono  costretti 
di  abbandonarla ,  ritirandosi  a  Monte 
Cassino  luogo  più  sicuro.  Appena  partili 
da  Fondi,  nella  città  e  nel  monastero  vi 
portarono  tosto  la  desolazione  i  saraceni 
venuti  da  oriente  neir84o  a' danni  d'  !• 
talia.  Fra  tanta  calamità,  il  tribuno  del- 
la provincia  di  Campagna  Platone,  resi- 
dente in  Veroli,  pensò  sottrarre  le  reliquie 
di  s.  Magno  dall' irriverenze  cui  erano  e- 
sposte,  e  trasferirle  in  Veroli,  città  meno 
in  pericolo  all'invasioni  di  que'crudeli  e 
fanatici  infedeli. Dopo  maturo  consiglio, 
con  persone  prudenti  e  pie,  seguì  la  tra- 
slazione con  ogni  possibile  onorificenza 
neir  874-  Pertossi  pertanto  nel  cimpo 
Dimetriano  in  Fondi  alla  chiesa  di  s. 
Magno,  il  pio  Platone,  e  accompagnato 
dalle  milizie, da'  nobili  e  divoli  verolani, 
e  rinvenuto  il  sagro  deposito,  Platone  tre- 
pidante  di  riverenza,  volleaprirlo  e  tro- 
vò il  venerabile  Corpo,  indi  solennemen- 
te fu  trasportato  in  Veroli,  ove  adunali 
in  assemblea  il  vescovo  e  clero,  col  tri- 
buno e  gli  ottimali  della  città,  si  conven- 
ne per  maggiore  onorificenza  di  collocar- 
lo nella  cattedrale.  Frattanto  tornati  di 
nuovo  i  saraceni  a  infestare  la  contrada 
nel  pontificatodi  GiovanniVllIdeir872, 
i  primi  furori  li  provò  Roma,  e  per  evi- 
tarne la  devastazione  il  Papa  si  obbligò 
a  un  tributo.  Si  diressero  poi  a  depreda- 
re il  Lazio.  Volle  resistergli  Anagni,  ma 
gli  abitanti  scorgendo  che  il  loro  duce  o 
re  Muca  o  Manuca,  sempre  più  infieri- 
va negli  assalti,  per  non  esporsi  ad  un  ec- 
cidio, anch'essa  gli  accordò  un  tributo,  ri- 
cevuto il  quale  i  barbari  partirono  alla 
volta  di  Veroli.  ImpadroDilìsi  della  cit- 


3o  VER 

tà,  spieiatamente  trucidarono  i  primari 
cittadini  ,  e  tutta  la  saccheggiarono.  Di 
ciò  non  contenti,  entrati  nella  cattedra- 
le la  manomisero,  rubarono  quanto  era- 
■vi  di  prezioso,  e  per  ludibrio  la  conver- 
tirono a  scuderia  de'Ioro  cavalli.  Vendi- 
cò questa  sacrilega  ingiuria  s.  Magno,  fa- 
cendo loro  trovar  morti  nel  di  seguente  i 
cavalli;  il  che  gl'irrito  a  maggiori  empie- 
tà, ed  attribuendo  la  strage  de'ca valli  al- 
l'avello di  s.  Magno,  che  con  tanta  ve- 
nerazione vi  si  custodiva,  ne  trassero  da 
quello  le  ss.  Ossa  e  le  giltaroiio  con  di- 
sprezzo nella  pubblica  strada.  L'avarizia 
però  vinse  l'empietà,  poiché  Muca  sapu- 
la l'ingiuria  fatta  al  s.  Corpo,  lo  fece  rac- 
cogliere e  rimettere  nella  sua  urna  per 
trarne  utile.  Mandò  quindi  ad  invitar  gli 
anagnini  se  volevano  comprare  le  spo- 
glie di  s.  Magno,  da  lui  trovale  nel  priu- 
cipal  tempio  di  Verdi.  Accettarono  di 
buon  grado  qne'citladini  l'oirerla,  e  spe- 
dirono ambasciatori  ad  acquistare  il  sa- 
gro tesoro,  esborsando  a  Muca  quanto 
chiedeva;  e  quindi  giubilanti,  con  esso 
partirono  per  Anagni.  Ma  giunti  poco 
lungi  da  Veroli,  il  s.  Corpo  balzò  dalle  lo- 
ro mani  nel  suolo,  restandovi  immobile  a 
segno  che  riuscì  inutile  qualunque  sfor- 
zo. .Sbigottiti  gli  anagnini  dallostranopor- 
lenlo,  s'inginocchiarono  supplicando  il 
.santo  n  lasciar  trasportare  le  sue  vene- 
rande reliquie  in  Anagni,  città  a  lui  si  ob- 
bligatae  di  vota,  in  nome  della  patria  pro- 
mettendo con  voto  fabbricargli  in  essa  a 
suo  onore  un  tempio  e  di  prenderlo  a  pa- 
trono pi  incipaled'Anagui.  Iddio  volendo 
premiare  la  loro  fede,  terminata  la  pre- 
ce subito  poterono  alzare  la  sagra  arca,  e 
con  somma  gioia  pervennero  in  Anagni, 
incontrali dallii  processione  del  clero  e  del 
popolo,  deponendolo  nella  cattedrale  in 
luogo  segreto,  per  evitare  l'avvenuto  in 
Veroli.  Questa  traslazione  sembra  acca- 
duta neirS^y,  soggiunge  il  de  Magistri*!, 
seguilo  dall'ab.  Cappelletti.  Ma  secondo 
le  notizie  di  Veroli,  il  fallo  invece  avven- 
ne nel  novembre  del  suddetto  883;  ed  il 


VER 
Muratori,  negli  y^wn/x//,  all'anno  884  •''" 
ferendo  il  ritorno  de' saraceni  in  Puglia 
e  il  saccheggio  di  Monte  Cassino,  correg- 
ge quelli  che  sostenevano  l'avvenimento 
in  detto  anno,  con  ritenere  preferibile  il 
precedente  883.  Il  moderno  Cayro,  nel- 
le Notizie  islorìche  delle  città  del  vec- 
chio e  nuovo  Lazio^  sulla  traslazione  del 
corpo  di  s.  Magno,  dice  che  avvenne  cer- 
io nel  mese  di  novembre  883;  come  più 
diffusamente  si  prova  da  Francesco  M." 
Pratillo  nella  Serie  degli  Abbati  Cassine- 
siy  Storia  Longob.  t.5.  Per  le  vicende  de* 
tempi  furono  impediti  gli  anagnini  d'in- 
nalzare il  promesso  tempio, anche  pera- 
ver  dimenticato  il  preciso  luogo  ove  fu 
collocato  il  corpo  di  s.  Magno,  finché  me- 
diante prodigi  si  rinvenne  nel  io63  dal 
vescovo  s.  Pietro,  il  quale  onoratamente 
lo  ripose  nella  riedificazione  della  catte- 
drale, nell'altare  eretto  nella  basilica  in- 
feriore. Di  più  il  de  Magistris  confuta  il 
Torrigio,  che  pretese  venerarsi  il  corpo 
nella  chiesa  de'  ss.  Michele  e  Magno  di 
Roma,  della  quale  tornai  a  farne  men- 
zione nel  vol.LXXXVIH,  p.208.  Nel  se- 
guente secolo,  come  narrai  ne'vol.  LVIII, 
p.  26o,LXXVlll,p.  I  IO, la  famosa  e  po- 
tenleMarozia  e  Guido  suo  2."  marito  mar- 
chese di  Toscana  e  conte  di  Campagna, 
usurpando  iu  Roma  l'autorità  tempora- 
le, a  prevenire  le  misure  che  contro  di 
loro  si  proponeva  prendere  il  Papa  Gio- 
vanni X,  con  empia  violenza  s'impadro- 
nirono della  sua  persona  e  lo  mandaro- 
no nella  sunnominata  Rocca  o  torre  Sa- 
racena, e  ivi  lo  tennero  obbrobriosamen- 
te per  breve  tempo,  facendogli  sommini- 
strare soltanto  |)ane  e  acqua.  Indi  ordi- 
narono che  si  riportasse  in  Roma,  e  lo  cac- 
ciarono in  carcere  nel  Castel  s.  Angelo, 
ove  lo  fecero  perire  a'a  luglio  9-28  sodo- 
cato  con  un  guanciale.  Di  tale  racconto 
fa  memoria  anche  lo  Statuto  J  erolntio. 
NondimciK»  ho<|ualclic  sospetto  che  l'at- 
tribuilo  a  dello  Papa,  sia  avvenuto  a  Gio- 
vanni XI  [»er  iniqua  opera  della  stessa  Ma- 
rozia  supposta  sua  madre,  e  del  fratello 


VER 
Alberico  II  lirnnno  di  Boma,  morendo 
loro  villinia  in  prigione  nel  gennaio  gSS. 
Intnntopenetrali  i  bellicosi  uormanni  nel- 
la Puglia  e  Calabria,  le  conquistarono,  eil 
esteselo  più  volle  le  scorrerie  nelle  circo- 
stanti con  trade.  A  frenare  la  loro  baldan- 
za,si  trovarono  i  Papi  costretti  ad  infeu- 
«tarli  prìn)a  delle  terre  napoletane,  poi 
della  Sicilia,  cominciando  da  s.  Leone  iX 
iielio54,  rinnovando  l'investilnra  in  Ce 
prano  s,  Gregorio  VII  nel  1080.  Prima 
di  tale  anno  e  nel  1076  il  verolano  Oi'so 
abbate  di  Casaniari,  salvò  In  patria  dal- 
la rovina  cli'erasi  proposto  il  normanno 
Riccardo  conte  di  Capua.  Il  Papa  Pa- 
s<juale  II  neh  i  06  recandoii  in  Beneven- 
to, onorò  di  sua  presenza  Verdi,  vi  si 
fertnòe  consagrò  il  vescovo  Agostino.  Es- 
sendo tornato  in  Benevento  neli  i  io, por 
domandare  soccorsi  a  diversi  luoghi,  ed 
a  vari  polenti  contro  le  violenze  d'Enri- 
co V,  nel  ritorno  in  Roma  neh  1 1 1  nuo- 
vamente consolò  i  verolani  di  suo  sog- 
giorno, consograndovi  vescovo  Leto  I  o 
Leone  I,  cordinola  celebrazione  del  con- 
cilio per  costringere  l'orgoglioso  areica- 
nonico  di  s,  Paterniano  di  Ceprano  al- 
l'ubbidienza del  vescovo.  Probabilmente 
vi  sarà  slato  ancora,  quando  fieli  1  i4  ce- 
lebrò in  Ccpraiw,  nella  diocesi,  un  nu- 
nieioso  concilio.  Neil  i44  I^"8S'^''^  '  ''® 
di  Sicilia  pe'dissapori  che  avea  con  Papa 
Lucio  1 1,  invase  le  terre  della  Chiesa, pre- 
se diverse  città,  assalì  pure  Veroli,  che 
facendogli  forte  resistenza  la  cinse  d'as- 
sedio. Si  convenne  a  palli,  e  pacificato- 
si il  re  con  Lucio  li,  restikn  a' verolani 
il  tolto,  e  ritornò  nel  regno.  Ciò  avven- 
ne nello  slesso  I  i44  '"  conseguenza  del- 
l'abboccamento  seguilo  tra  il  Papa  e  il 
re  in  Ceprano,  che  per  la  sua  vicinanza 
a  Veroli,  senza  dubbio  questa  città  accol- 
se tra  le  sue  mura  Lucio  II,  a  cui  dovca 
il  ristabilimento  di  sua  libertà.  Papa  Eu- 
genio III  nel  ii5oonehi5i,  essendosi 
recato  nella  provincia,  e  dedicato  in  Ca- 
stro la  chiesa  di  s.  Croce  ,  e  consagi  alo 
quella  di  Casamori,  della  quale  tratterò 


VER  3i 

in  fine  in  uno  al  celebre  cenobio,  proba- 
bilmente sarà  slato  anche  in  Veroli.  A' 
7  settembre  i  i59  eletto  Papa  il  magna- 
nimo Alessandro  III,  insorse  l'antipapa 
Vittore  V,  che  poi  fu  sostenuto  colle  ar- 
mi dall'imperatore  Federico  I,  e  fu  co- 
stretto dalla  fazione  scismatica  a  farsi 
consagraie  e  coronare  in  Nmfa  a'  20  di 
detto  mese.  Dalla  provincia  INIariltima 
nel  I  I  Go  passò  in  quella  di  Campngna,  fu 
in  Anagni  e  si  portò  in  Veroli,  ove  con- 
sagrò  il  vescovo  Fraimondo  o  Faramon- 
do,  mentre  Ottone  conte  palatino  si  sfor- 
mava per  l'imperatore  a  soggiogare  la  pro- 
vincia di  Cam[)agna.  iNel  i  i6i  il  Papa 
forno  in  Roma,  ma  vedendo  di  non  es- 
ser sicuro  <lalle  violenze  de'ledeschi  par- 
tigiani dell'antipapa,  s'imbarcò  sulle  ga- 
lee di  Guglielmo  I  il  Alalo  re  di  Sicilia, 
e  fece  vela  per  Francia  neh  162  a  chie- 
der soccorso  al  re  Luigi  Vii  il  Giovane. 
Intanto  Federico  l  emanò  un  bando, ob- 
bligatorio a  riconoscere  l'anlipapa.II  con- 
te Godolino,  e  Cristiano  arcivescovo  di 
Colonia,  intruso  di  Magonza,  armala  ma- 
no con  incendi  e  devastazioni  costringe- 
vano i  popoli  ad  ubbidire  al  falso  Villo* 
re  V;  e  Veroli  dovette  cedere  alla  forza, 
ma  all'avvicinarsi  del  conte  Gilberto  e 
Ricciardo  de  Gaia,  che  capitanavanoi  di- 
fensori d'Alessandro  III,  tosto  loro  si  ar- 
resero nel  I  164, cogli  altri  circoslanli  luo* 
glii  riferiti  dal  cav.  de  Matlheis.  Morto 
nel  .seguente  anno  l'antipapa,  gli  succes- 
se il  pseudo  Pasquale  III;  ed  i  romani 
supplicarono  Alessandro  Illa  tornare  in 
Roma,  e  furono  esauditi.  Però  neh  166 
Federico  I  l'andò  ad  assediare  nella  cit- 
tà, onde  neh  167  convenne  ad  Alessan- 
dro III  fuggire  a  Benevento;  mentre  nel- 
l'agosto inortol'inJruso  Pasquale  111,  nel- 
l' antipapato  gli  fu  sostituito  Calisto  III. 
Din)orando  Alessandro  IH  in  Benevento, 
a'i2  dicembre  diresse  un  breve  al  ve- 
scovo, clero,  consoli  e  popolo  di  Veroli, 
commendando  la  loro  costanza  nella  sua 
ubbidienza  e  fedeltà;  dimostrando  ezian- 
dio gradimento  per  l'assistenza  prestata 


32  VER 

al  cardinal  legato.  Indi  vedeDdo  Federi- 
co I  che  il  suo  partito  andava  scemando, 
e  che  le  sue  armi  aveano  patito  sconflt» 
le  dalla  lega  delle  città  lombarde,  che 
propugnavano  il  riconoscimento  d'Ales- 
sandro III  insieme  ni  riconoscimento  del- 
ie libertà  óc'ConìUni,  narra  il  Borgia  nel- 
le Memorie  di  Benevento,  che  l'impera- 
tore volgendo  l'animo  a  consigli  di  pace, 
sped"i  in  Italia  neh  170  Eberardoo  Er- 
manno vescovo  di  Damberga,  per  suppli- 
care il  Papa  afTmchè  si  portasse  in  qual- 
che luogo  della  provincia  di  Campagna 
per  trattare  di  aggiustamento,  ma  colla 
prava  segreta  intenzione  di  staccare  il  Pa- 
pa dalla  lega.  Piacque  ad  Alessandro  111 
l'ambasciata,  onde  nello  stesso  anno  si 
mosse  da  Benevento  e  andò  a  Veroli  per 
discutere  le  condizioni.  Si  ha  dal  p.  ab. 
Tosti,  Storia  della  Lega  Lombarda,  che 
il  Papa  recossi  nel  1 1 69  da  Benevento  a 
Veroli,  per  ricevervi  il  vescovo  di  Bani- 
l)erga,  alla  presenza  de'deputati  della  le- 
ga lombarda.  Altri  storici  dicono  ciò  av- 
■venuto  nel  i  170,  e  che  il  Papa  avendo 
penetrate  le  segrete  mire  dell'imperato- 
re, ne  avvisò  tosto  i  collegati  chiedendo 
gli  mandassero  un  deputato  loro  per  as- 
sistere alle  conferenze,  comeriferiscel'an- 
naiista  Muratori.  Giunto  Alessandro  IH 
in  Veroli,  almeno  con  16  cardinali  e  la 
curia,  ammise  il  vescovo  Everardo  alle 
trattazioni,  non  senza  qualche  dilTicoltà, 
poiché  egli  insisteva  di  voler  parlare  da 
solo  al  Papa.  Alfine  piegatosi,  si  die'priu- 
cipio  al  trattato  di  pace.  E>pose  il  vesce- 
■vo,  come  Federico  1  proponeva  di  appro- 
vare tutte  le  ordinazioni  fatteda  Alessan- 
dro III ,  parlando  però  ambiguamente 
quanto  al  riconoscerlo  in  vero  Sommo 
Pontefice.  Uispose  il  Papa,  altamente  me- 
ravigliarsi come  venisse  con  tale  amba- 
sciata, che  nulla  in  sostanza  conteneva  di 
ciò  che  importava;  ch'egli  sarebbe  pron- 
to ad  onorare  sopra  tutti  i  principi  d'Eu- 
ropa Federico  I ,  quando  egli  mostrasse 
la  dovuta  divozione  alla  Chiesa, e  senz'al- 
tro lo  licenziò,  il  che  attesta  pure  il  prof. 


VER 
Romanlo  neWaStoriadociinientafadi  Ve- 
nezia. Il  Borgia  sostiene,  che  in  Veroli 
si  die'principio  al  negoziato  di  pace,  la 
quale  nondimeno  non  si  concluse  che  in 
Anagnie  in  Venezia  Ao^o  la  famosa  bat- 
taglia di  Legnano,  in  cui  la  lega  Lombar- 
da  trionfò  nuovamente  degl'imperiali. Ma 
quanto  precedette,  accompagnò  esegui 
lo  strepitoso  avvenimento,  lo  narrai  con 
più  diifusione  a  Venezia,  con  critica  de- 
purandogli analoghi  erronei  racconti,  lu 
Veroli  dunque  si  cominciarono  gì'  inizi 
delle  trattative  così  importanti  alla  pace 
della  Chiesa  e  de'popoli,  ed  il  p.  Casimi- 
ro da  lioma  afferma  che  Alessandro  III 
vi  dimorò  3  anni  interi,passando  neli  172 
in  Anagni;  in  che  conviene  il  Ferlone, 
De  viaggi  de' Pontefici,  con  dire,cbe  l'io- 
Iroduzione  del  memorabile  trattato  eb- 
be luogo  in  Veroli,  la  continuazione  in 
Anagni,  il  fine  nella  celebratissiraa  Ve- 
nezia, ove  si  concluse  la  sospirata  cou- 
cordia  tra  il  Sacerdozio  e  l'Impero.  Par- 
lando di  sopra  della  chiesa  e  monastero 
di  s.  Erasmo,  in  cui  soggiornò  Alessan- 
dro III  nella  sua  dimora  iu  Veroli ,  ac- 
cennai l'iscrizione  collocala  a  cornii  E- 
vangelii  e  il  dipinto  che  lo  celebra:  ecco- 
la. Friderici  Ilniperatoriscuni  S.  Rom. 
Eccles.-ReconciliationisannoMCLXXvn- 
Venetiis  ahsolute  -  Monwnenium  colo' 
rilnis  eo  luncinahside  •  Antiquissind  O- 
r  a  lord-  Sub  ara  maxima  expressnm- 
Ubi  scilicet  ante  annos  septem  -  Ale- 
xander Papa  Tllexhibìla  -  Ab  Episco- 
po BambergensiCaesaris  ablcgato-Foe- 
deris  ineundi  capita  Longohardonim  - 
Legatis  Episcopis  -  Copiis  plurimiis  xv 
Cardinalibiis  ìtaliaeque  -Dinastis  -  Fe- 
re omnibus  praesentibus  expendii  -  Pro- 
bavitque-  Cum  nuperahujus  templi nio- 
lilioneperiisset-  Ac  Illnìus  etlìevmus 
D.  Victorius  Giovar  di  -  In  utraquc  Si- 
gnatura suffragantium  -  Decanus  -  Sa- 
crac  antiquitatis  Patriaeque  amantis- 
simus  -  Ex  Archetipi  schematc  -  Redi- 
vivum  har  in  tabula  exlare  vovissenl  - 
Anno  reparatac  saluUs  upccxlìu.  — 


VER 

Ora  ricortlerò  le  nltie  cose  principali  opé- 
i-oteda  Alessandro  III  nella  sua  dirnoi-a  in 
Veroli.  Giuntovi  a'i8  marzo  i  170,  nar- 
ra Cardella  nelle  Memorie  sloriche  de' 
Cardinali,  che  il  Papa  colla  sua  3/  pro- 
mozione creò  cardinale  Leone  o  Leonn 
dell'ordine  de'd inconi, abbate  Casa  urien- 
se,  ignorata  dal  Ciacconio  e  riferita  dal 
Muratori  nel!'  Anlicldtà  d' Italia,  t.  2, 
p.  907, nel  riportare  la  Cronaca  delvio- 
naxlero  Casaurieiise  j  ed  oltre  a  ciò  ne 
esiste  perpetuo  monumento  i«  cor//»  E- 
pislolae  neWa  chiesa  di  s.  Erasmo  di  Ve- 
roli (il  Marocco  eziandio  la  riprodus- 
se più  completa,  ma  non  giustamente  e 
con  errore  la  dice  esistere  a  corna  Epi- 
slolae  della  chiesa  di  s.  Martino),  il  cui 
attiguo  monastero  fu  giù  residenza  cano- 
nicale, do  ve  si  legge  incisa  in  marmo.  A- 
Itxander  IH  P.  /)/.  -  ExJpulia  rediix- 
Aedibus  huj'us  Basilicae  succesit-  Leo- 
neni  Hypodiaconuni  ab  Casaiirienseni  - 
In  eadeni  Basilica  -  Inter  S.  R.  E.  Dia- 
conus  Cardinales  coopta<>'it  -  An.  mclxx 
sabbaio  ante donùnicam  -  DieniPa^sio- 
nix-  Reigestae  nicmortani-  Privatista- 
hnlis  servataci  -  Victorius  Giovar dns 
ì^erulanus-  Vtriiisque  Signat.  Decan.- 
Publico  monumento  inibii  S.P.  E.  -  An- 
no MDCCLXXv.  IVello  slesso I  170  Alessan- 
dro III,  come  trovo  nel  p.  Casimiro,  con- 
giunse in  Veroli  in  matrimonio  il  puten- 
te e  nobilissimo  Oddone  Frangipani  ro- 
ninno,  colla  nipote  di  Emanuele  Comne- 
no  imperatore  di  Costantinopoli,  la  qua- 
le vi  si  recò  accompagnata  da  vescovi  e 
conti  greci,  e  da  milizie, spendendovi  mol- 
to denaro,  A  proprie  spese  il  Papa  fab- 
bricò fuori  della  città  l'ospedale  pe'leb- 
brosi  e  dotò,  dedicandone  la  chiesa  a  s. 
Maria  Maddalena,  delhi  qual  consagra- 
KÌone  e  spedale  fece  poi  n)enzione  Inno- 
cenzo I  II  in  una  sua  bolla.  Dipoi  l'ospe- 
dale ,  come  giù  notai  ,  essendo  cessato 
€|uel  morbo,  fu  destinato  per  ospitarvi  i 
pellegrini  infermi.  Devesi aggiungere  col- 
la Cronaca  di  Ccccano,  riferita  dall'U- 
f  belli:  Quinto idiis  inartii  PapaAltxan- 
voL.  xcir. 


VER  33 

der  veiiit  ad  ecclesiani  s.  Pelri  de  Can  - 
netoet  profeclus  est  ad  Eerulds.  Septi- 
mo  idus  mai]  tani  vehemensfnit  terrae- 
motus y  qnod  plerosque  niilros  civitatis 
destrnxit,  qiiodetiam  per  se sonaverunt 
campanae  dece/n  diebusj  stante  mense 
Madio  pars  Bipae  arsii.  Del  resto,  A- 
lessandro  III  in  Veroli  riconciliò s.  Tom- 
maso arcivescovo  di  Cantorbery  col  rs 
d'Inghilterra  Eórico  II,  riponendolo  pei' 
allora  nella  sua  grazia,  e  dopo  avere  in- 
teso i  procuratori  delle  due  parli, scriven- 
doda Veroli  al  santo  a'io  settembre  i  170. 
Inoltre  vi  consagrò  arcivescovi ,  vesco- 
vi ed  abbati,  spedì  bolle  colla  data  di  Ve- 
roli, trattò  gii  affari  della  Chiesa  e  dello 
stato  pontifìcio,  e  quanto  &  quelli  del  Tu- 
scolo,  cedutogli  in  Veroli  dal  conte  Rai- 
none,  e  dove  passò  nel  marzoi  17  I,  l'in- 
dicai nel  voi.  XXVII,  p.  202  e  2o3;  di- 
cendo in  somma  il  p.  Casimiro,  che  vi 
operò  diverse  cose  degne  d'eterna  ricor- 
danza. Secondo  il  Novaes,  nella  Storia 
d' Alessandro  lU,  il  Papa  tornò  a  Pio- 
ina  a'  1  3  giugno  i  7  r  l ,  ma  forse  per  bre- 
ve tempo,  perchè  si  conosce  esser  e;jli  nel 
I  172  passato  da  Veroli  in  Anagni.  An* 
che  il  di  lui  successore  Lucio  III  rallegrò 
Veroli  di  sua  presenza,  cioè  quando  ne! 
I  I  82,  ovvero  nel  I  i83da  Felletri%ì  tra- 
sferì in  Anagni,  dimorando  nell'episcopio 
per  alcun  tempo.  Pel  matrimonio  di  En- 
rico VI,  figlio  di  Federico  I,  colla  nor- 
manna Costanza,  il  reame  delle  due  Si- 
cilie passò  nella  casa  di  Svevia.  Nel  i  194 
Enrico  VI  iuìperatore  entrò  coll'eserci- 
to  nella  provincia  di  Caaipagna,  e  si  con- 
federò con  essa;  ma  Veroli,  restando  fe- 
dele al  Papa  Celestino  III,  negò  di  som- 
ministrare il  fodro,  di  cui  riparlai  nel  voi; 
LXXX,  p.i83,percui  il  castellano  d'Ar- 
ce, per  rappresaglia j  piombò  su  Veroli, 
e  vi  fece  gran  bottino,  conducendo  seco 
di  prepotenza  uomini,  bestie  e  altro.  Al* 
lora  il  comutie  di  Veroli  assegnò  al  tè* 
scovo  Oddone  II  alcune  terre,  perchè  re- 
dimesse il  depredato  dal  castellano  im- 
periale. Si  apprende  dal  celebre  cav.Hur-» 
3 


34  VER 

ter>  Storia  di  Papa  Innocenzo  III^  die 
sebbene  Enrico  VI  dispose  nel  suo  lesta- 
niento,  doversi  restituire  i  doniinii  della 
s.  Sede,  da  lui  e  da'suoi  occupati,  questi 
ultimi  si  ritennero;  anzi  nel  morire  la  di 
lui  vedova  imperatrice  Costanza,  con  sag- 
gia e  previdente  politica  lasciò  il  regno 
di  Sicilia  e  il  figlio,  poi  Federico  II  im- 
peratore, sotto  la  tutela  e  prolezione  à* In- 
nocenzo III,  Ma  MarcUaldo,  da  Enrico 
VI  fatto  marchese  della  Marca,  duca  di 
Romagna  e  di  Ravenna,  pretese  l'ammi- 
nistrazione del  regno ,  colla  lusinga  di 
formarsi  un  principato,  per  averlo  Inno- 
cenzo III  caccialo  dalla  Marca,\aciviàe 
il  Papa  lo  fulminò  di  scomunica;  terribi- 
le sentenza  che  tuttavia  non  ispaventò  il 
tiranno ,  proseguendo  a  porre  in  opera 
tutti  i  modi  a  conseguire  colla  forzaecol- 
rìnganno  il  suo  pravo  intento.  Ma  tro- 
vando seo)pre  nuovi  ostacoli,  fece  gran- 
di  offerte  nientemeno  per  essere  investi- 
lo del  reame,  dichiarando  Federico  ba- 
stardo e  non  figlio  dell'imperiai  coppia. 
Innocenzo  III  ributtò  con  orrore  le  sue 
proposizioni,ed egli  allora  immaginò  nuo- 
va perfidia:  chiese  di  riconciliarsi  colla  s. 
Sede,  promettendo  con  giuramento  di 
sollometlersi  in  tutto  alle  pontificie  pre- 
scrizioni. Innocenzo  III  dubitò  che  ci  co- 
vasse sotto  qualche  nuovo  tranello;  però 
a  non  mostrarsi  tuttavia  severo  e  impla- 
cabile, per  non  aver  mai  la  Chiesa  nega- 
to il  perdono  a'figli  suoi  ravveduti,  nel 
I  199  spedì  a  Veroli  per  legati  apostolici 
il  caidiual  Guido  Paparescìii  o  Papero- 
ni,  insieme  co'cardinali  Ottaviano  Conti 
di  Poli  e  Ugolino  Conti  suo  nipote  poi 
Gregorio  IX,  all'  uopo  di  solennemente 
procedere  alla  ribcnedizìonedi  Marcual- 
dOjche  ivi  trova  vasi.  Dopo  molli  congres- 
si, prestò  il  giuronienlo,  pregando  quin- 
di i  cardinali  d'accompagnarlo  nel  vicino 
monastero  di  Casamuri,  per  annunziare 
a'suoi  compagni  d'armi,  che  ivi  stavano 
aspetlandolo,  la  sua  riconciliazione  colla 
Chiesa.  F'acil  cosa  fu  l'indurre  i  cardina- 
li a  bsciar  uu  luogo  fortificato,  qual  era 


VER 
Veroli,  per  un  luogo  iiperto.  Nel  mona, 
stero  era  apparecchiato  un  lauto  pranzo, 
durante  il  quale  Marcualdo  medesimo 
servì  a  mensa  i  cardinali;  se  non  che  i 
suoi  avevano  ordine  d'  intuonar  sotto 
voce,  in  sulla  fine  ,  chi;  bisognava  im- 
padronirsi de'  preti,  sperando  per  que- 
sto modo  d'impaurire  i  cardinali  legati, 
acciocché  poi  non  avessero  da  eseguire 
gli  ordini  loro.  In  falli  in  sulle  prime  si 
sbigottirono  alquanto;  ma  quindi  tosto 
il  cardinal  Ugolino,  ripreso  animo,  si  fé-  ^ 
ce  a  leggere  dinanzi  a  tutti  gli  astanti  la 
sigillata  bolla  pontificia,  che  conteneva 
le  condizioni  imposte  a  Marcualdo;  e 
terminato  eh' egli  ebbe,  disse  ad  alta  e 
sicura  voce."  Tale  si  è  l'ordine  del  Papa 
Nostro  Signore,  e  noi  non  possiamo  sco- 
starcene d'  un  punto  ".  Le  condizìxii 
della  riconciliazione  di  Marcualdo  colla 
Chiesa  erano:  Ch'egli  più  non  si  me- 
scolasse nel  governo  della  Sicilia  ;  desi- 
stesse dall'assallare  o  molestare  in  alcun 
modo,  o  far  assaltare  o  molestare  da'suoi 
quell'isola,  né  il  patrimonio  di  s.  Pietro; 
restituisse  tulli  i  luoghi  occupati  eli  di- 
chiarasse sciolti  da  ogni  obbligazione;  si 
adoperasse  per  la  restituzione  di  quanto 
era  dagli  altri  occupalo,  e  questo  nel  mi- 
glior modo  e  nel  più  leale  che  gli  fosse 
possibile;  riparasse,  secondo  ogni  poter 
suo  e  gli  ordini  del  Papa,  a  tutti  i  danni  e 
tutte  le  perdite  cagionate  alla  s.  Sede  e 
al  monastero  di  Monte  Cassino;  non  po« 
nesse  più  ,  né  in  persona  né  per  mezzo 
de'suoi,  la  mano  addosso  a'chierici  e  lil- 
le persone  ecclesiastiche;  non  isvuligias- 
se  né  arrestasse  o  assediasse  i  cardinuli 
e  i  legali  della  s.  Sede,  purché  nou  fosse 
da  loro  culla  furza  assalito  e  si  trovasse 
in  caso  di  necessaria  personale  ilifesta. 
Come  tosto  le  genti  di  Marcualdo  ebbero 
udite  questo  condizioni,  si  levò  fra  loro 
un  lumullo,ed  egli  pure  appariva  mollo 
agitato;  impedì  nondimeno  qualunque 
ullesa  contro  i  cardinali,  ed  anzi  gli  uc- 
compagno  fino  a  Veroli,  dove  aiiivuli, 
muuifeslò  loro  il  desiderio  suo  di  pre- 


SCI 


VER 

sentarsi  in  persona  al  Sanlo  Padre,  di- 
:endo  avergli  a  palesar  un  segreto  che 
nfldar  non  poteva  se  non  a  lui  solo; 
imandò  in  conseguenza  una  prorogale 
el  medesimo  tempo  chiese  a'3  cardinali 
legati  uno  scritto  che  attestasse  essersi 
egli  sottoposto  agli  ordini  del  Papa  e  a- 
ver  prestalo  il  prescrittogli  giuramento. 
Marcualdo  scrisse  indi  da  Veroli  a  In- 
nocenzo 111,  ma  die'a  divedere  l'astuzia 
sua  ùu  dalla  salutazione  ,  prendendo  il 
titolo  di  siniscalco  dell'impero,  quasi  di- 
chiarar non  volesse  né  dissimular  formal- 
mente eh'  ei  tenevasi  pel  reggente  del 
reame  di  Sicilia  e  tutore  di  Federico,  ti- 
tolo che  avea  già  preso  nelle  lettere  an- 
tecedenti. Né  era  scorsa  una  settimana 
ancora  dal  dì  del  presta  io  giuramento, 
ch'egli  bandiva  in  tutti  i  dominii  di  Fe- 
derico, essersi  riconciliato  col  Papa  e  rien- 
trato in  grazia  sua,avendogli  esso  adìda- 
lo  il  governo  del  regno,  e  inviato  due 
cardinali  con  commissione  d'  ubbidire  a 
lui  in  ogni  cosa.  E  sembra  pure  ch'egli 
si  rivolgesse  a  Filippo  di  Svevia,  fratello 
d'Enrico  VI  e  pretendente  all'  impero  , 
ed  a'principi  di  questo, avendolo  essi  ri- 
conosciuto sì  per  reggente  della  Sicilia  e 
sì  per  marchese  d'Ancona  e  duca  di  Ra- 
venna, e  raccomandalo  alla  benevolenza 
pontifìcia.!  cardinali  legati  si  fecero  dap- 
prima in  Veroli  a  rimproverarlo  per  un 
somigliante  procedere;  ma  egli  loro  ri- 
spose, che  né  Dio  né  gli  uomini  l'avrei)- 
bon  costretto  ad  eseguire  i  comandi  del 
Papa.  Di  poi  lo  stesso  Innocenzo  III  gli 
scrisse,  sulla  clemenza  usatagli,  essendo 
opinione  di  molti,  che  neppure  il  precet- 
to del  pellegrinaggio  in  Terra  Santa  fosse 
bastante  espiazione  a  tutti  i  suoi  molti  e 
gravi  peccali.  Sperare,  eh'  egli  nulla  a- 
vrebbe  ad  opporre  sul  sentenziato  per  la 
salute  dell'  anima  sua,  più  cara  al  Papa 
d'  ogni  tei  reno  profitto.  Ptestare  sorpre- 
so, per  arrogarsi  ancora  il  titolo  di  reg- 
gente del  reame,  perciò  l'ammoni  ad  a- 
steuersene  ,  die  del  resto  udrebbe  con 
piacere  quaulo  avesse  a  comunicargli  in 


VER  35 

segreto,  ed  esser  pronto  a  mandargli  il 
salvacondotlo.  Ma  basti  di  Marcualdo  , 
avendone  parlato  a  sufficienza  ne'luoght 
mentovati,  anche  col  dotto  Hurter;  e  so- 
lo ricorderò  qui,  ch'egli  non  cambiò  di 
condotta,  e  da  empio  tiranno  morì  pre- 
maturamente nel  1202  in  Patti. Siccome 
Innocenzo  III  più  volte  visitò  le  provin- 
cie  di  Campagna  e  Marittima  ,  massime 
la  sua  patria  Anagni,  e  nel  1208  fu  a 
Fossanova,  a  s.  Lorenzo,  a  Castro,  a  Ce- 
prano,  a  Casamari  a'21  settembre  ,  cer- 
tamente aviù  onorato  di  sua  presenza  an- 
che Veroli.  Onorio  III  che  successe  al 
Papa  nel  1216,  avendo  da  cardinale  ri- 
fabbricato la  chiesa  di  Casamari,  nel  se- 
guenie  anno  si  recò  a  consagrarla  a'3 
novembre,  visitando  anche  Veroli.  Aven- 
do i  crocesigna  ti  perduto  Damatia  nella 
Siria  e  venendo  oppressi  dalla  fierezza 
de'saraceni,  Onorio  III,  a  cui  era  tanto  a 
cuore  la  liberazione  diTerraSanla  dal  gio- 
go maomettano,  narrano  il  Novaes  e  il  p. 
Casimiro,che  nel  1 222passò  in  Anagni  col- 
l'imperaloreFedericoIIjCol  quale  era  na- 
ta discordia  pel  suo  biasimevule  operare, 
benché  fosse  stato  suo  aio,  e  con  lui  re- 
catosi a  Veroli  vi  si  trattennero  in  con- 
gresso i5  giorni,  cioè  dopo  la  solennità 
di  Pasqua,  che  in  quell'anno  cadde  a'  3 
aprile.  Veramente  il  Papa  d'Anagni  veo- 
ne  in  Veroli  ad  attendere  Federico  li, 
che  vi  giunse  u'  i5  aprile  1222,  da  Ca- 
samari ove  avea  pernottato,  come  rilevo 
dal  Rondinini.  Nel  congresso,  dice  1'  CJ- 
ghelli  :  Suinina  oniniurn  laclitia  inter 
Poiitificem,  et  Imperalorem  pax  iiiìta 
fuit.  Quindi  discussero  del  modo  onde 
eseguire  una  nuova  crociata  in  Palesti- 
na ,  da  condursi  dall'imperatore,  non 
meno  altri  gravissimi  negozi  concernenti 
la  cattolica  religione  ;  e  stabilirono  che 
tutti  i  principi  cristiani  convenissero  nella 
città  di  Verona,  per  trattare  l'intero  ri- 
cupero di  Terra  Santa  e  lo  sterminio  dei 
saraceni.  Di  che  nulla  si  fece,  comincian- 
do Federico  II  più  apertamente  a  tra- 
vagliare lu&talopouliliciu  e  perseguitare  la 


36  V  H  R 

Chiesa,  onde  Onorio  III  Io  scomunicò.  La 
riunione  d'un  Papa ed'un  imperatore  in 
Yeroli,è  un  segnalato  vanto  per  questa 
città.  Anzi  Federico  II  nel  seguente  anno 
tornò  in  Veroli  colle  sue  truppe,  per  re- 
carsi ad  assediare  e  punire  Celano  ,  che 
co'  suoi  conti  Pietro  e  Tommaso  gli  si 
erano  ribellati;  ed  egualmente  vi  si  re- 
stituì Onorio  III,  per  consagrare  il  nuovo 
vescovo  Giovanni  II.  Federico  II  dopo 
essere  stato  deposto  e  scomunicato  da 
Papa  Innocenzo  IV  nel  concilio  generale 
di  Lione  1,  venne  a  morte  nel  i25o, on- 
de il  regno  delle  due  Sicilie,  dominio 
della  s.Sedejl'usurpòil  suo  figlio  bastardo 
Manfredi,  anch'esso  scomunicato  da'Pa- 
pi.  Per  tanto,  il  Pontefice  Clemente  IV 
neli265inve$tì  del  reame  Carlo  I  d'An* 
giò,  il  quale  recatosi  coli'  esercito  al  pos- 
sesso del  regno,  accampò  nelle  vicinanze 
di  Prosinone  e  di  Veroli,  e  superato  colle 
sue  genti  il  passo  del  ponte  diCeprano, 
s' introdusse  nel  suo  dominio.  Frattanto 
lacerata  V  Italia  da  fazioni,  massime  de' 
guelfi  e  ghibellini,  e  da  sanguinose  gare 
municipali  fra'  popoli  vicini,  non  ne  an- 
dò esente  la  provincia  di  Campagna,  e 
«e  provò  i  funesti  effetti.  Nel  1248,  nar- 
ra rUghelli,  Giordano  e  Giacomo  signori 
di  Sonnino,  ben  armati  e  con  copia  di  ca- 
valli, mossero  contro  di  Veroli,  ma  ebbe- 
ro a  pagar  cara  la  loro  audacia;  dappoi- 
ché riavutisi  i  verolani  dallo sbigottimen- 
lo  prodotto  dalla  sorpresa,  si  armarono, 
•confissero  e  posero  in  fuga  gì'  inimici 
aggressori,  inseguendoli  fino  a  Sonnino, 
ed  avendone  molti  uccisi  o  feriti.  Inoltre 
apprendo  dall'Ughelli ,  che  recatosi  ia 
Veroli  il  Papa  Alessandro  IV  ,  con  di- 
ploma datiitn  Vendis  a'  1 1  novembre 
ia57,da  lui  e  da  6  cardinali  sottoscrit- 
to, confermò  le  immunità  ed  i  beni  della 
chiesa  Verolana.  Continuando  le  dette 
deplorabili  discordie  tra' comprovinciali, 
•pmsero  i  verolani  nel  iSoy  ad  assalire 
arditamente  in  Ferentino  il  pontificio 
rettore  di  Campagna,  prendendo  e  incen- 
diaudula  sua  tuuuita  residenza.  E  sicco- 


VER 
me  a  difesa  del  rettore  si  dichiararonft  i 
popoli  di  Fumone,  Anticoli,  Castro,  Pofi, 
Ceprano,  si  scagliarono  quindi  i  verolani 
contro  di  essi,  e  misero  a  fuoco  e  ruba  le 
loro  terre.  Il  Papa  Clemente  V,  che  avea 
fissato  la  sua  residenza  in  Provenza,  per 
reprimere  i  verolani  e  ristabilire  l'ordine 
nella  provincia  ,  copimise  al  suo  nipote 
cardinal  Arnaldo  Pelagrua  legato  di  Bo- 
logna di  passare  in  essa  e  prendervi  ener- 
giche provvidenze,  e  di  estenderle  altres'i 
nella  provincia  di  Marittima  che  ne  avea 
pure  bisogno.  Tranquillati  i  verolani  , 
furono  poi  invitati  da  Giovanni  XXII  , 
con  lettera  scritta  in  forma  di  breveda  A> 
vignone  a' 5  gennaio  1827  e  con  altra 
de'  18  gennaio  i333,  presso  \o  Statuto 
Ferolano^ad  unire  le  loro  forze  a  quelle 
del  rettore  di  Campagna,  per  marciare 
contro  i  ribelli  ghibellini  della  Marca  dt 
Ancona.  Poscia  avendo  il  conte  ghibelli- 
no di  Cecca  no  occupata  Alatri  e  altre  ter- 
re della  s.  Sede,  lo  stesso  Papa  colla  2.* 
sua  lettera  esortò  i  verolani  ad  assistere 
Raimondo  rettore  di  Campagna,  per  raf- 
frenare tanta  insolenza.  Nella  lettera  so- 
no da  notarsi  l'espressioni ,  colle  quali  si 
afferma:  »>  che  sicuro  dell' attaccamento 
e  fedeltà  de'  verolani,  non  che  della  loro 
forza,  perizia  ed  audacia  nelle  fazioni 
guerresche,  levino  le  armi,  e  si  facciano 
a  difendere  i  diritti  di  s.  Chiesa  contro 
Francesco  conte  di  Ceccano,  il  quale  con 
molto  sfurzo  di  fanti  e  cavalli  erasi  im- 
padronito della  città  d' Alatri.  Funesto 
poi  e  desolante  fu  l'S  settembre  iSio 
per  Veroli  ,  perchè  ad  ora  di  vespero , 
dum  vcsperas  clerus  adstantes  populo 
decantarti,  dice  1'  Ughelli,  un  orribile  9 
spaventevole  terremoto  rovesciò  quasi 
tutta  la  città,  con  grande  strage  degi'  in- 
felici abitanti  e  generale  costernazione. 
Le  migliori  fabbriche  ed  i  più  antichi 
monumenti  vennero  adeguati  al  suolo,, 
con  gravissimi  danni,  oltre  la  perdita 
delle  vetusile  memorie.  Dipoi  se  neh  'ò'jj 
Veroli  e  la  provincia  esultarono  pel  ri- 
pristioainetilo  della  pontificia  residenza. 


VER 

in  Roma,  tosto  si  trovarono  inviluppati 
uel  pernicioso  scisma,  cagionnto  dall'an- 
tipapa Ci  lemen  le  VII,  con  lagriraevoli 
conseguenze,  di  cui  fu  gran  fautore  il  ri- 
belle Onorato  Caetani  conte  di  Fondi, 
punito  poi  dal  Papa  Bonifacio  IX.  Veroli 
^rasi  mantenuta  nella  vera  credenza  e 
Habbidienza  fino  ali  383,  «na  colla  morie 
del  vescovo  Giovanni  VI  divenne  anciie 
essa  smarrita  seguace  dell'antipapa  Cle- 
mente VII  ;  se  non  che  devesi  dire  a  sua 
gloria,  fu  una  delle  prime  città  con  Ana- 
gni,  e  Ponlecorvo  (ad  onore  di  questa 
città  mi  piace  riferire  che  ne'n.  1 1  i  ei  '20 
del  Giornale  di  Roma  deliSSg,  si  leg- 
ge che  il  Papa  Pio  IX  a  mezzo  del  suo 
caudatario  mg/ Cenni  inviò  in  dono  alla 
chiesa  collegiata  di  Pontecorvo  un  ma- 
gnifico  ostensorio  adorno  di  pietre  pre7.io- 
te;  due  calici,  una  pisside  e  un  incensiere 
d'argento;  due  nobili  pianete,  un  terna- 
rio di  colore  paonazzo,  im  piviale,  un 
paliotto  di  lama  d'oro,  6  altre  pianete, 
vari  camici  finissimi,  un  tappeto  e  altri 
oggetti.  Dì  più  il  Papa,  nella  sua  mcmi- 
ficenza,  avere  ordinato  un  quadro  per 
l'altare  maggiore  della  cattedrale,  e  una 
preziosa  urna  per  collocarvi  il  corpo  di 
s.  Grimoaldo,  che  in  essa  si  venera,  già 
parroco  di  Pontecorvo  nel  XII  secolo. 
L'esultanza  del  clero  e  de'  cittadini,  la 
profonda  gratitudine,  venne  espressa  an- 
che in  Roma  al  Papa,  dal  Rni.°p.  Meloc- 
caro  vicario  generale  de'  dottrinari,  dal- 
l' avv.  Tommaso  Carocci  consigliere  di 
stato,  edall'avv.  Antonio  Rossi,  deputati 
dell'illustre  città)  a  tornare  nel  grembo 
del  legittimo  supremo  pastore  nel  1 399, 
appunto  quando  di  più  imperversava  lo 
scisma  d'occidente.  Il  9  aprile  di  tale  an- 
no Bonifacio  IX  cancellò  l'interdetto  col 
ijuale  l'avea  punita, e  col  i.^del  seguen- 
te agosto  ebbe  la  bolla  d'assoluzione, 
noediante  la  quale,  prorogatane  sponta- 
neamente la  solennità  ,  a'  27  dicembre  , 
qual  giorno  sagro  a  s.  Giovanni  uno  dei 
figli  della  Protettrice,  l'abbate  di  Casa- 
mari  ricoiuuuicò  pubblicamente  il  ve* 


VER  3t 

fcovo  Bartolomeo,  col  suo  clero.  La  bolla 
si  conserva  nell'  archivio  della  cattedra- 
le. Ma  se  cessò  lo  scisma  della  Chiesa 
verolana, incrudelì  quello  che  Lacerava  la 
romana,  per  essere  succeduto  neli'antipa- 
pato  l'altro  ambizioso  Benedetto  Xlli.  A. 
profittare  del  generale  perturbamento , 
insorse  il  versipelle  Ladislao  re  di  Sicilia 
di  qua  dal  Faro,  per  aver  concepito  ,  ad 
onta  delle  beneficenze  avute  da'  Papi,  il 
vano  disegno  di  signoreggiare  Roma  e 
ritalia,per  cui  a  varie  riprese  di  prepo- 
tenza occupò  diversi  luoghi  della  s. Sede 
ed  anche  Roma.  Nel  i4oG  Veroli  si  reg- 
geva dal  podestà  Antonio  de  Torre  di 
Piperno  ,  qunndo  dall'ingrato  Ladislao 
si  cinse  d'assedio  la  città.  I  verolaoi  non 
mancarono  di  opporgli  valorosa  resisten- 
za, ma  per  la  disparità  delle  forze  soccom- 
bettero, e  la  città  fu  presa  dal  re, che  con 
furore  si  vendicò  ,  gravemente  danneg- 
giandola, ed  in  parte  facendone  sman- 
tellare le  torri,  ed  atterrandone  le  mura 
urbane.  I  monaci  di  Casamari,anzi  tutti  i 
popoli  della  provincia  di  Campagua,  fu- 
rono da  Ladislao  malmenali  in  più  gui- 
se. A  troncare  lo  scisma,  neli4o9Si  vol- 
le adunare,  contro  1' autorità  del  Papa 
Gregorio  XII,  il  famoso  sinodo  di  Pisa^ 
che  in  vece  1' aumentò  coll'elezione  d'A- 
lessandro V.  Finalmente  nel  concilio  di 
Costanza  fu  estinto  il  grande  scisma, ed 
ivi  venne  eletto  Papa  Martino  Vl'i  i  no- 
vembre i4i  7,  il  quale  subito  a*20  scrisse 
al  podestà  e  comune  di  Veroli,  parteci- 
pandogli la  sua  assunzione  al  pontifica- 
to, encomiandone  insieme  la  fedeltà,  ed 
esortandolo  al  manteni(nento  dell'ubbi- 
dienza. A  Ladislao  nel  i4<4  ^''^  ^^^' 
ceduta  la  sorella  Giovanna  II,  la  quale' 
mottrandosidivota  del  nuovo  Papa,eper 
avere  l'investitura  del  regno,  inviò  a  Ro- 
ma coir  esercito  Muzio  Altendoli  detta 
Sforza  per  proteggerla  ,  in  uno  ad  altre 
città  della  Chiesa, finché  il  Papa  non  fos« 
se  giunto  in  Italia,  contro  le  usurpazio- 
ni di  Braccio  signore  da  Montone.  Era» 
oltre  questi,  emulo  dello  Sforza   1' attrdt 


38  VER 

condottiero  d'armi  Jacopo  Caldera  na- 
poletano^ che  volendo  attentare  alla  sua 
■vita,  per  la  via  di  Veroli  si  condusse  a 
CasainarijClie  iniim,e  dispose  le  sue  trup- 
jie  per  opporle  allo  Sforza  nel  suo  pas- 
saggio. Ma  conosciutasi  dallo  Sforza  la 
trama,  SI  portò  in  vece  ad  attaccarlo;  rup- 
pe e  fugò  il  di  lui  esercito,  e  fece  prigio- 
ne Caldora.  Presa  la  badia,  e  superato 
l'impedimento,  prosegu"!  il  suo  viaggio 
per  Roma,  Per  queste  vicende,  la  vicina 
Veroli  ne  risenti  cogli  abitauti  sensibili 
danni.  Di  che  mosso  a  compassione  Mar- 
tino V,  confortò  i  verolani  con  lettera 
de'2  I  ottol)rei4'9, concedeudogli  il  pri- 
vilegio, che  i  loro  magistrati  potessero 
terminare  lecausecivili  e  criminali,  senza 
«he  i  vicari  rettori  di  Campagna,  o  com- 
iiussari  pontificii,  potessero  procedere,  in- 
quirire  ec.  ;  minacciando,  colle  solite  for- 
rnole,  della  sua  indegnazione  quelli  che 
Avessero  osato  opporsi.  Nel  declinar  del 
secolo,  Carlo  Vili  redi  Francia,  volendo 
far  valere  le  ragioni  della  casa  d'  Angiò 
std  regno  di  Napoli,  calò  in  Italia  coll'e- 
sercito  per  conrpiislarlo.  Giunto  in  Ro- 
ma,ne  partì  verso  la  fine  di  gennaio  1  ^g5, 
e  per  Velletri  s'  avviò  per  la  strada  dei 
uionli  dalla  parte  di  Veroli  e  ili  Monte 
s.  Giovanni.  Questo  passaggio  ,  nota  il 
cav.  de  Mattheis,fu  accompagnato  da'so- 
liti  guai  e  aggravi,  ed  in  Monte  s.  Gio- 
vanni i  soldati  commisero  orrori  e  in  par- 
te abbatterono.  Patirono  meno  i  paesi  del 
piano,  come  Prosinone  e  Ceprano.  Indi 
pel  contrasto  di  detto  regno  tra  francesi 
e  spagnuoli,  a  varie  funeste  vicende  fu 
esposta  Veroli  ed  i  circostanti  luoghi. 
Noterò,  che  Carlo  Vili  soggiornò  in  Ve- 
roli, e  quivi  secondo  lo  Statuto  P^eroln- 
rio,  venne  a  condolersi  AlessandroVI,  per 
la  seguila  fuga  del  figlio  cardinal  Cesare 
Korgia  da  Felletri,  e  per  la  njoite  del- 
l'ottomano principe  Gem  o  Zizim.  Ma 
in  vari  luoghi  narrai  cogli  storici,quanto 
fece  il  re  inutilmente  per  riabboccarsi 
col  Papa,  dopo  la  sua  partenza  da  Roma, 
e  quando  vi  ritornò  g'à  Alessandro  VI 


VER 
per  evitarne  l'incontro  era  partito  per 
Orvieto.  Fu  da  Veroli  che  il  re  spedì  i 
suoi  messi  ad  intimarla  resa  alla  ittunitis- 
sima  rocca  di  Monte  s.  Giovanni,  tenuta 
dalle  genti  del  marchese  di  Pescara,  e  ri- 
tornando questi  mutilati,  adiratosi  gran- 
demente il  re  ne  ordinò  1'  assalto,  che 
egli  andò  a  infervorare  da  Casamari  ;  e 
battuta  la  terra  dall'  artiglierie,  dopo  6 
ore  venne  presa,  e  gli  abitanti  col  presi- 
dio passali  a  fil  di  spada;  tremenda  cata- 
strofe che  deplorai  altrove.  Dopo  pochi 
anni,  le  disastrose  sciagure  di  Roma  nel 
1527,  ebbero  il  contraccolpo  nella  provin- 
cia di  Campagna,  poiché  per  la  via  di  Ce- 
prano le  feroci  soldatesche  spagnuole  e 
alemanne  di  Carlo  V,  fecero  de'dintorni 
di  Prosinone,  di  Veroli  e  di  altri  luoghi, 
il  teatro  di  aspri  e  sanguinosi  combatti- 
menti ,  quindi  non  è  a  dire  quanto  ne 
patissero  i  verolani  ;  deplorabili  avveni- 
menti che  rinnovaronsi  3o  anni  dopo 
circa  ,  per  la  lagrimevole  guerra  della 
Campagna,  di  Filippo  li  re  di  Spagna 
contro  Papa  Paolo  IV,  la  quale  descrissi 
nel  voi.  LXV,  p.  284  e  seg.,  e  ne'  luoghi 
che  ne  furono  miserabile  vittima  ;  e  sic- 
come oltre  la  provincia  di  Campagna  , 
itnmensamente  patì  quella  di  Marittima 
o  Velletri,  anche  in  questo  alla  sua  in- 
fausta epoca,  e  descrivendo  i  paesi  che  ne 
soffrirono.  Prima  però  di  farne  cenno  , 
col  Pctrini,  Memorie  Prenestine,  debbo 
narrare  uno  spiacevole  avvenimento  lo- 
cale. A'  i5  maggio  iSSy  nel  consiglio 
della  pubblica  assemblea  di  Veroli,  tenu- 
ta nel  palazzo  della  città,  assisteva  il  pro- 
prio notaro  Biagio  Monci  di  notabile  fa- 
miglia prenestina.  Ivi  il  verolano  Pro- 
spero Jannuccio,  uomo  alquanto  accatta- 
brighe, rimproverò  il  notaro  d'esser  sla- 
to d^  lui  assai  ingiuriato,  col  titolo  di 
mentitore.  Lo  negò  il  Monci,  e  disse  che 
non  poteva  esservi  persona  capace  d'at- 
testarlo. Soggiunse  Jannuccio,  bastare  la 
sua  affermazione.  Se  ne  offese  il  Monci, 
e  terminata  l'adtmanza,  inviò  n  Jannuc- 
cio UH  cai  Icllo  di  disfida,  diccudugli  che 


VER 

andava  a  Paleslrìna  ,  ed  ivi  sì  sarebbe 
Iraltenuto  8  giorni  coatioui ,   pronto  a 
provargli  coU'ariui   la  sua  mentita.  Il 
cartello  tuttora  si  conserva  nell'  archivio 
prenestìno,  ignorandosi  il  fine  di  questa 
briga.   Pare  però  die  pel   momento   in- 
generasse inali  umori  ne'due  popoli,  che 
poi  per  l'antica  reciproca  amicizia  si  dis* 
siparono;  poiché  rimarca  lo  storico,che 
(juandoper l'anno  sanloiSyS,  recandosia 
liomaiooo  verolanì, con  alla  testa  il  ve- 
scovo, passando  per  Palestrina  trovarono 
una  cordiale  accoglienza.Questa  riuscì  co- 
sì gradita,  che  tornati  in  Veroli  e  aduna- 
to il  pubblico  consiglio,  rammentando  la 
comune  tradizione  che  fra' verolanì  e  ì 
prenestìni  eravi  un'antica  alleanza, de- 
terminarono rinnovarla  formahnente,ac- 
cordando  a'prenestinì  la  verolana  citta* 
dinanza.  Indi  spedirono   a  Palestrina  il 
nobile  Francesco  Campanari  a  presen- 
tare il  decreto  in  pergamena,  e  sottoscrit- 
to d;d  cardinal  fr.  Michele  Bonelli  detto 
Alessandrino  e  nipote  di  s.  Pio  V,  ch'era 
governatore  di  Veroli,  non  che  abbate 
commendatario  di  Casamari.   Laonde  ì 
prenestìni,  per  giusta  corrispondenza,  a- 
scrissero  alla  cittadinanza  di  Palestrina  i 
terolaui.IICecconi  altrettanto  narra  nella 
Storia  di  Palestrina,  con  altri  partico- 
lari. Dice  pertanto,  che  passando  per  Pa- 
leslrìna con  grande  esemplarità  i  verola- 
nì, recandosi  a  Roma  per  1'  acquisto  del 
giubileo,  per  le  dirotte  pioggie  i   prene- 
stìni subito  accorsero  loro  incontro;  ed 
in  considerazione  della  stretta  amicizia 
che  da  tempo   antichissimo  passava  fra 
le  due  città,  ed  anco  per  esercitare  un  at- 
to pio  versosi  divoti  pellegrini,  non  solo 
il  pubblico,  ma  eziandio  ogni  privato  si 
credettero  obbligati  a  mostrare  umanità, 
gareggiando  nell'alloggiarli  nelle  proprie 
case,  trattandoli  con  manifesti  segni  di  sti- 
ma e  di  amorevolezza  ad  essi  dovuta;  fin- 
che il  tempo  permise  riprendere  il  viaggio. 
Eacconta  poi  della  cittadinanza  concessa 
da' verolanì  a'prenestinì  con  amplissimo 
diploma, cheinlerameule  riporta,  comiu 


VER  39 

dando  colle  parole:  Sindìcus,  OJJlcialea 
ac  tota  Civitas  Ferulana  omnibus  Ci- 
vihiis,  incolis,  ac  hahilatoribus  quìbus- 
qumque  Magnificae  Civitatis  Praenesli- 
nae  S.  P.  D.Lo  dice  sottoscritto  dal  car- 
dinal Bonelli  governatore  dì  Marittima  e 
Campagna,efattoin  pergamena  adorna  di 
rare  miniature  allusi  ve  all'antiche  memo* 
rie  di  Palestrina;  facendolo  presentare  al 
pubblico  consiglio,  mediante  un  de'pri» 
mari  cittadini  molto  dotto  ed  eloquente, 
Francesco  Campanari  poi  vescovo  d'Ala - 
tri;  che  recatosi  a  Palestrina  con  tutto  de- 
coro eseguì  l'incarico:  per  cui  fu  bea  giu- 
sto che  i  prenestìni  per  riconoscenza  u- 
sassero  lo  stesso  ufllcio  versoi  verolanì; 
di  maniera  che  da  quel  tempo  gli  abitau- 
ti  delle  due  città  si  riguardano  come  eoa- 
federatì,ed  osservano  con  religiosi  là  scam- 
bievolmente i  diritti  d' una  perfetta  con- 
cittadinanza. Nel  vescovato  del  cardinal 
Ennio  Fdonardijil  celebre  cardinal  Fran- 
cesco Qdignones  (A'.)  spagnuolo,  dotto  e 
dì  santa  vita,  già  ministro  generale  de' 
mÌDorì  osservanti,  confessore  e  consiglie- 
re dell'imperatore  Carlo  V  ,  col  quale 
trattò  nel  1 527  la  liberazione  di  Cle«neu- 
te  VII  assediato  in  Castel  s.  Angelo,  au- 
tore d'un  più  breve  Uffìzio  divino  {f^.)^ 
portatosi  al  convento  de' francescani  di 
Veroli,  ed  invaghito  del  clima  dolce  e  a- 
meno  dt-lla  città,  vi  fabbricò  un  palazzo, 
in  cui  morì  a'2 7  ottobre  1 540, ^/■o/;e  Ec- 
desiarti  s.  Crucis,  dice  1'  Ughelli,  ciij'us 
viscera  in  cathedrali  sub  lapide  rotun- 
do  recondita  fuere,  ut  ìnscrìptio  ibidem 
apposita  refert.  Corpus  vero  Romani 
relatum,  in  basilica  s.  Crucis  in  Ilieru- 
saleni  sepultum  fiiil.  Questo  non  avver- 
tì il  p.  Casimiro,  semplicemente  riferen- 
do la  seguente  iscrizione  male  scolpita  ìa 
marmo  nel  mezzo  della  cattedrale  co'pre- 
còvù'i.HtcJacentF-iscera  Rmi.  D.Diii 
Cur.  San.  -  Cru.  obiit  an  -  No  msxxxx. 
P-  r.  Pas.  R.  M.  Posuit.  Notai  nella  sua 
biografia,  che  il  corpo  fu  portato  in  Ro- 
ma e  deposto  nella  detta  basilica,  presso 
il  magnifico  Tabernacolo  della  ss.  Eu- 


4o  VER 

earislia  da  luì  edificato,  che  descrissi  in 
♦juell'aiiicolo,  avvertendo  che  il  Besozzi 
riporta  le  iscrizioni  nella  Storia  della ba- 
ailicadis.  Croce  in  G€rusalemme,\e(\tìa- 
li  il  cardinale  collocò  vivente,  colle  pa- 
role: De  morie  ac  resiirrect.  cogitans  vi- 
vens  sibi posuit.  •  Expeclo  donec  veniat 
imniutatio  ineci.  —  Ed  eccomi  a  parlare 
tiellii  sciagurata  guerra,  delta  (Zc//(2  Cam- 
pagna Honiana,  ossia  della  provincia  di 
tal  norne,  che  forse  più  della  Marittima 
e  de'diolorni  di  Roma  ne  fu  infelice  ber- 
saglio. Insorte  gravissime  discordie  fra  il 
magnanimo  Paolo  IV  e  Filippo  li  re  di 
Spagna  e  di  Napoli,  figlio  del  suddetto 
Carlo  V,  il  viceré  di  Napoli  d.E^erdinan- 
do  Alvarez  di  Toledo  duca  d'Alba,  or- 
goglioso e  crudele,  con  formidabile  eser- 
cito, a'5  settembre  1 556  prese  Ponte  Cor- 
vo, indi  occupò  Ceprano,  Fresinone  ec; 
ma  lasciamo  parlare  il  verolanocan.  Cre- 
scenzi,  co'suoi  Cenni  storici  sovra  s.  Sa- 
lame, di  cui  più  soUo  dovrò  ragionare, 
»lì  duca  d'Alba  nel  portare  le  armi  coa- 
tro Io  stato  pontificio,  correndo  1'  anno 
i556,  mandò  in  Veroli  d.  Garzia  di  To- 
ledo (forse  era  nipote  del  duca)  con  nu- 
meroso esercito  spagnuolo  ,  onde  espu- 
gnarla e  sottometterla.  Per  «on  essere 
giunto  in  tempo  il  soccorso  da  Roma,  Ve- 
roli chiese  la  tregua  di  3  giorni,  la  qua- 
le venne  accordata.  Nel  qual  tempo  il  ni- 
pote del  duca  ispauo,  non  so  se  per  suo 
diporto,  o  per  spiare  i  punti  della  città,  si 
avvicinò  in  aria  di  passeggio  alle  mura. 
Flavio  Fiorini  lo  vide,  ne  sospettò,  e  con 
un  colpo  di  spingarda  rovesciollo  in  ter- 
ra. Saputosi  ciò  da  d.  Garzia  (suo  zio), 
montò  in  furore,  vuppe  la  tregua  e  mos- 
se all'assalto.  Veruli  che  aveva  avuto  già 
dal  duca  di  PHliauu(d.  Giovanni  Caraffa 
nipote  del  P«pa,  il  quale  gli  avea  confe- 
rito quello  stato  tolto  al  ribelle  d.  Mar- 
c'Antonio  11  Colonna,  unode'duci  del- 
l'esercito nemico)  due  compagnie  d'ita- 
liani, comandale  dal  capitano  Bargello  di 
Fabriano,  e  da  Lorenzo  (Im  Perugia,  gli 
resistette  in  modo  che  agucootinciò  ^  ce- 


V  K  R 
dere  se  non  dopo  lungo  contrasto.  Ma 
vedendosi  i  verolani  in  pericolo,  spediro- 
no un  sacerdote  spagnuolo,  ch'era  cano- 
nico della  verolana  cattedrale,  a  trattare 
con  Garzia  la  pace.  Al  nome  di  uno  spa- 
gnuolo, l'isolano  duce  calmò  alquanto  la 
sdegno,  e  lo  ammise  al  parlamento.  Que- 
sti con  tanta  eloquenza  seppe  mostrargli 
non  aver  avuto  parte  alcuna  il  popolo 
nell'ardimento  di  un  solo,  ed  eg'i  dover 
concedere  pace  per  essere  proteggiirice  di 
Veroli  la  madre  di  s.  Giacomo  proletto- 
re della  Spagna  {f^.),  che  Garzia  cedet- 
te; ma  a  condizione,  che  gli  si  fosse  dato 
nelle  mani  l'uccisore  del  nipote.  Lieto  il 
sacei'dote  ritornò  in  Veroli,  e  gli  abitan- 
ti udirono  con  allegrezza  quanto  egli  ri- 
feriva. Si  fecero  allora  le  indagini,  ma  il 
Fiorini  non  fu  potuto  rinvenire.  Già  il 
Toledo  era  colTesercilo  sotto  il  conven- 
to de'  frati  minori,  posto  allora  fuori  la 
portaNapoletana,ed  attendeva  impazien- 
te. Il  dubbio  intanto.,  T  angustia  e  il  li- 
nioreagitavanoil  petto  de' verolani, i  qua- 
li non  sapevano  a  qual  partito  appigliar- 
si. Non  potevano  più  resistere  al  nemi- 
co ,  perchè  le  perdile  erano  state  consi- 
derabili, né  potevano  soddisfarlo,  poiché 
del  Fiorini  non  ne  aveano  notizia.  Final- 
mente, si  prese  risoluzione  di  presentare 
al  duce  nemico  le  chiavi  della  città.  Fu 
eseguito,  ma  nulla  valse.  Imperciocché 
credendo  Garzia  ciò  un  pretesto,  minac- 
ciò di  nuovo  morte  a'citladini,  e  alla  cit- 
tà saccheggio  e  fuoco.  Cosi  risoluto  vo- 
leva entrare  in  Veroli;  ma  il  cavallo  im- 
provvisamente inginocchiossi.  Fu  allora 
rialzato  ma  a  stento, ed  a  stento  poi  giun- 
se sino  all'antica  chiesetta  di  S.Pietro  (cioè 
al  luogo  dove  sorgeva,  poiché  da  due  se- 
coli circa  avea  cessato  d'esser  uflìciata,  e 
non  era  più  chiesa) ,  in  cui  al  giovane 
Tommaso  fu  rivelato  il  corpo  di  s.  Sa- 
lume.  Qui  di  nuovo  il  cavallo  piegò  le 
ginocchia;  per  quanto  molti  si  sforzasse- 
ro u  rialzarlo,  lutto  fu  vano.  Allora  il 
canonico  spagnuolo,  che  ivi  trova  vasi, pie- 
no di  coraggio  e  fervore  disse  al  duce. 


VER 

che  in  lai  proiligio  ammìrnsse  il  potere 
di  s.  S^iiouie,  e  rispettasse  la  città  da  lei 
cos'i  fliileuleiiten  te  protetta.  Atterri  toGar- 
zia,  sLil)ilo  livucò  il  comando,  impose  a' 
soldati  die  a  N'eioli  non  recassero  il  mi' 
iiiruo  dciniio,  e  disceso  da  cavallo  |)ortos> 
si  a  piedi  nella  cattedrale,  dove  fu  rice- 
vuto tlal  clero.  1  vi  dopo  die  ebbe  adora- 
te le  reli<|uie  della  santa  ne  chiese  in  gra- 
zia un  dente.  Tosto  un  canonico  preso  un 
cortellino,  si  accinse  ad  estrarlo,  quando 
toccatolo  appena  ne  uscì  vivo  sangue.  Slu- 
pt^fatto  Garziii    più  che  mai  da  quest'al- 
tro uiiracolu,  non  permise  che  il  dente  si 
levasse,  dicendo  esser  egli  contento  del 
sangue ,  the  già  era  stato  in  un  bianco 
pannolino  raccolto.  Levatosi  alloradat  di- 
to r  anello,  che  donò  alla  santa,  si  con- 
geilò,epairida  Veroli  pacificamente  (qui 
l'autore  cita  varie  opere,  in  appoggio  di 
sua  narraziont).  Ma  d'un  tale  anello,  da 
poco  in  qua  non  se  ne  sa  notizia  alcuna". 
Del  resto,  l'artiglierie  di  d.  Garzia  avea- 
lio  fatto  <pialchu  danno  alla  città  nell'ai» 
tacco;  ed  in  essa  solo  vi  restarono  a  pre- 
sidio due  couqiagnie  di  spagnuoli  e  te« 
deschi,  e  vi  rimasero  fino  alla  pace  sospi- 
rata, che  seguì  in  Cave  u'i4  settembre 
1557.  Quanto  al  prodigio  che  salvò  Ve- 
ioli,  se  ne  le,':ge  la  memoria  scolpita  in 
marmo,  e  collocata  sopra  un  muro  d'u- 
na casa  de'  marchesi  Bisleli  in  via  della 
Catena,  entrando  per  la  porta  Arenaria, 
che  ricavo  da  Murocco  e  riproduco.  D. 
().  M .  -  Sistc  gradurn  vialor  -  Ac  D. 
Salomcn  ytiuliPalronain-  lentrare- 
Quae  Urbis  salulcin  a  Deo  deprecala  - 
fiain  ab  maxi  ino  periculo  servavi  t  -  Fi 
fnim  posiobsidionetn  capta-  Fer dinari- 
dus  Tolelanus  Albae   Dux  -  [lostiles 
txercitiis  iiiiptratar  -  ìnler  necionein  ci- 
vibus  niiiialus  -  Deposila  repente  ira  - 
Mi  lite  s  e  aedi  bus  praedaeque  inìdanles  - 
Conipcsenil-Ac  Civita  lem  Itunianae  tra- 
ctavit-  S.  P.  Q.  f  endanus  -  Anno  Do- 
mini MOLr  t  ■  In  locoubireseveuit  -  Ca- 
tenain  servilutis  notani-  Adhuncniurum 
{ippnidi-  Expublico  dee  re  lo. j  assi  l  -  Se- 


VER  41 

bastianui  de  Sebastianis  aediurn  domi- 
nus  -  Facti seriem  ad posleriorum  docu- 
mentiun  -  Mormori sculptamposuit-An' 
no  Domini  mdccxlu.  La  lapide  colloca- 
la in  tale  anno,  e  non  nel  1743  còme  ri- 
ferì Marocco  ,  conferma   quanto  di   già 
raenmentava  una  catena  dì  ferro  decre- 
tata dal  municìpio  fin  dall'epoca  dell'ac- 
caduto, alludendosi  con  questa  al  doppio 
significalo,  sia  di  barriera  al  passaggio» 
sia  di  Subita  servitù.  Inoltre  fa  fede  del 
fatto  la  seguente  iscrizione  che  tuttora  si 
legge  sulla  tomba  dell'  ucciso  guerriera 
nella  basilica  di  Casamari,ove  venne  se- 
pollo.  Firgilius   Corrtidinus  Romanne 
origine  Regiensi.  Mil.  Inip.  in  Ferula- 
na  devasta  tione  regn.  Paulo  IF  acci- 
sus.  Hic  jacet  et  vertithic  sua  Lilia  in 
sìdera  turrim,  quodferreani  stegmati- 
Addidit  oh.  d.   mil.   Petrus  pater  ex 
barigellus  soeer.  dulcis  filio  m.pp.— 
Le  altre  città  e  paesi  della  provincia    sof- 
fi'ironogravissimi  danni,  specialmente  la 
vicina  Frosinone,  i  di  cui  abitanti  conser- 
vano ancora  per  tradizione  scolpila  nella 
memoria  la  rovina  a  cui  soggiac(|ue,  come 
eiprimesi  il  patrio  storico  cav.  de   Mat- 
Iheis.  Lunghe,  egli  dice,  furono  le  depre- 
dazioni, continuali   i  saccheggi,  ripetuti 
gl'inceiidii,  per  esser  durala  questa  deso* 
laute  invasione,  forse  maggiore  di  tulle, 
oltre  un  anno.  INel  1  5^^  il  palazzo  comu- 
nale di  Veroli  saltò  in  aria  per  opera  di 
una  mina  falla  da  Pompeo  Caetani, ramo 
de'conti  della  Torre,  ch'erasi  stabilito  in 
Veroli,  la  cui  famiglia  si  estinse  coll'ucci- 
sione  del  medesimo,  a  causa  del  prodito- 
rio ed  orribile  misfatto  della  mina,  diret- 
to in  odio  del  podestà,  che  con  tutta  la 
famiglia  ed  altri,  andando  per  aria  il  pub- 
blico palazzo,  miseramente  vi   rimasero 
vittune.  Il  pubblico  archivio  rimase  in- 
cendiato, e  la  città  priva  de'suoi  più  au- 
tentici documenti.  Forse  egli  è  per  questo 
che  la  città  manca  di  una  pubblicata  sto- 
I  ia  completa,  al  qual  pregiudizievole  vuo- 
to, con  lodevoleintendimenlo,  si  accinsero 
^er  ripararlo  zelauli  amatori  delia  patri», 


4»  VER 

come  i  ricordali  cai).  Vecci,mg.'  Giovar- 
tli,ed  altri  che  lasciarono  ross.  le  loro  me- 
morie. Il  cali.  Crescenzo  Crescenzi  sullo- 
dalo,  olire  i  Cenni  storici  sovra  s.  Sala- 
me, avea  preparalo  una  dislesa  storia  di 
Verdi, sino  dall'originedella  città,  la  qua- 
le potrà  eziandio  fornire  molle  notizie  cir- 
ca gli  antichi  popoli  di  queste  contrade. 
Qualche  cenno  di  tale  storia  mi  fu  dato 
«vere,  e  con  critica  ne  profittai  in  questo 
mio  articolo. Faccio  lieti  voti  perchè  presto 
sia  pubblicata  la  storia  chesta  compilando 
il  nubilee  rispettabile  verolanocav. Fran- 
cesco Mellon|,già  benemeritogonfalonie- 
le  della  città  (dal  i838  al  i844.  perciò 
ebbe  l'onore  di  rassegnare  in  pubblica  for- 
ma in  Fresinone,  al  Papa  Gregorio  XVI, 
la  fedele  sudditanza  della  città.  Altret- 
tanto ebbe  incarico  di  eseguire  nel  luglio 
1849  presso  il  regnante  Pio  IX  in  Gaeta, 
a  cupo  della  commissione  provinciale),  il 
quale  graziosamente  mi  ha  favorito,  eoa 
patria  benemerenza  ernia  indelebile  gra- 
liluiline,  giù  tributata  di  sopra,  nell'in- 
terpellazioni  a  lui  fatte  pe'  miei  dubbi  e 
lacune;  lumi  ricevuti  mentre  e  dopo  che 
io  scriveva  quest'articolo,  appunto  per  la 
lamentata  mancanza  di  storie  slatnpale 
di  Veroli,  onde  mi  debbo  limitare  alle 
cose  principali.  M'  ingegnai  con  amo- 
re e  paziente  industria  di  raccogliere  da 
que'  non  pochi  autori  che  vado  ricor- 
dando, e  rettincaiidoli  al  bisogno,  per 
compilare  un  articolo  onde  intanto  ne 
desse  una  sufficiente  monogran.i,colla  pos- 
sibile critica  ;  e  perciò  procurai  conciliare 
lediscrepantiopiuioni  degli scriltori^deri- 
Tate  appunto  dal  non  essersi  finora  resa 
pubblica  una  storia  esatta,  che  lauto  me- 
lita  l'illustre  città.  Nella  guerra  tra  la  Spa- 
gna e  l'Austria,  pel  possesso  del  regno  del- 
ie due  Sicilie,il  principe  Lobkowitz  pro- 
pose fare  insorgere  la  provincia  di  Cam- 
pagna onde  più  facilmente  penetrare  nel 
reame.  Conosciutosi  il  progetto  dall'  in- 
fante di  Spagna  Carlo  di  Borbone  re  del- 
le due  Sicilie,  a  prevenirne  l'edettunzio* 
uè,  sagaceoieale  si  recò  nella  provincia 


VER 
con  tutte  le  sue  forze  napoli-ispane  nel 
giugno  l'j^^;  dimorò  il  re  io  giorni  ia 
Veroli,  e  passato  Velletri  fugò  il  nemico 
a' IO  agosto,  dopo  sanguinoso  combatti- 
mento. Intanto  nel  declinar  dello  stesso 
secolo  cominciò  la  fatale  epoca  degli  scon- 
volgimenti e  catastrofi  disastrose,  le  cui 
rovinose  conseguenze  tuttora  si  piangono. 
Quindi  Veroli,  come  le  altre  città  e  luo- 
ghi della  provincia,  soggiacque  alle  triste 
vicende  prodotte  da'faUi  nomi  di  libertà 
e  di  eguaglianza,  predicate  col  cannone  e 
con  tutte  le  arti  da'  repubblicani  france- 
si, che  pretendevano  democratizzare  tut- 
ta l'Europa  e  soggiogarne  i  popoli.  L'illu- 
sione in  principio  avendo  affascinato  le 
menti,  digraziatamente  non  pochi  segui- 
rono quell'utopie,  in  cui  ricaddero  negli 
ultimi  anni.  Quindi   invasione  francese 
nel  1798,  con  le  più  pregiudizievoli  ea- 
rnare  conseguenze;  quindi  insurrezione 
contro  il  giogo  straniero  nel  luglio,  re- 
pressa con  orrori,  guasti  e  spargimenti  di 
sangue;  ed  anche  in  Veroli,  molli  de'suoi 
cittadini  perirono  nelle  domestiche  discor- 
die. Pia  volte  la  città  dovelle  sopportare 
l'estranee  truppe  de'belligeranli,  massi- 
me napoletane,  e  nell'ospedale,  dichiara- 
to militare,  albergarvi  i  soldati  a  spese  del 
comune.  Tornò  passeggiera  pace  e  quiete 
nel  1 800  colla  elezione  di  Pio  VII,  ma  do- 
po pochi  anni  gl'imperiali  francesi  rioc- 
cuparono Veroli  e  la  provincia, ed  a  tanti 
mali  sì  aggiunse  l'infestazione  de'iadroni 
che  turbarono  miseramente  le  nobilissi- 
me Provincie  di  Fresinone  e  di  Vellelri 
(^.),  infelice  epoca  protratta  per  più  anni, 
benché  nel  i8i4 'itornarono  al  paterno 
dominio  di  Pio  VII,  che  di  recente  ha  de- 
plorato anco  il   cardinal   W^iseman,  per 
esserne  stato  testimonio,  nelle  sue  magni- 
fiche Rimembranze  defili  ultimi  quat- 
tro Papi,  a  p.  5,  I  1 4  e  1 82.  Mentre  le  po- 
polazioni dello  stato  pontificio  godevano 
la  pace,  la  quiete,  l'ordine,  l'abbondanza 
procurata  lorodal  glorioso  GrcgorioXVI 
(che  colla  storia  nuovamente  e  con  dif- 
fusione celebrai  nel  voi.  XCI,  da  p.  528 


VER  VER                     43 

n  553  inclusive),  il  quale  col  suo  forlissi-  tlcstlnaloda'verolaui  a  scio i" re  il  voto  di 
nio  animo  e  vasta  mente,  seppe  tiionfuie  riconoscenza  verso  di  essa.  Con  edificante 
della  tenibile  rivoluzione  del  i83i,  av-  processione  sì  portò  il  sagro  busto  della 
venuta  quando  da'fuziosi  credevasila  Se-  Protettricealla  sua  titolare cbiesa,  levalo 
de  apostolica  vacante,  e  nella  quale  le  lo-  dal  Sancta  Sanctoruni  dell'insigne  cal- 
daie t\ue  Provincie  dierono  luminose  te-  tedrale.  Tanto  i  vesperi,  quanto  la  messa 
stimonianze  di  fedeltà  edivozione,dairA-  solenne  furono  pontificati  dal  zelautissi- 
ftia  penetrò  in  Italia  la  Peste  (f.)  del  mo  nostro  pastore  mg/ Francesco  M.' 
cholera.  Scrive  il  can.  Crescenzi. «Questo  de'marcbesi  Cipriani.  Una  ben  concepita 
inorbofalale,  sempre  incerto  e  sconosciu-  musica  del  maestro  comunale  sig/ Ubai- 
lo  sul  pi  imo  (fatalmente  tuttora  s'  igno-  do  Allafulla,  eseguita  da  qualche  profes- 
ra  la  sua  vera  cura:  è  un  flagello  di  Dio!),  sore  estero  e  da'  dilettanti  cittadini,  rese 
come  luogo  acquistava  còsi  fucevasi  gi-  vieppiù  divota  la  festività.  Il  clero  e  le 
gante.  Dovunque  allignava  vi  si  vedeva  autorità  civili  e  militari  assisterono  alla 
il  terrore,  il  tormento,  la  fame,  la  sete,  sagra  funzione.  La  4." compagnia  del  1° 
il  lutto,  ed  una  torment';sa  morte.  Vero-  battaglione  de'cacciatori,  comandato  dal 
li  per  l'infello  limitrofo  regno  di  Napoli,  sig.'cav.  Giacomo  Mazzola,  accrebbe  al- 
coli cui  incautamenleovea  commercio,  e  la  fe.sta  maggiore  lustro  e  decoro.  Ogni 
per  alcuni  vicini  paesi  parimente  infetti,  angolo  della  città  echeggiava  di  ben  con- 
mentre  temeva  di  giorno  in  giorno  di  es-  certati  pezzi  musicali,  ed  in  particolar 
sere  ammorbata,  sperava  nella  sua  Pro-  modo  di  quelli  della  banda  di  detto  bai- 
leggitrice  ".  Riporta  la  preghiera,  che  il  taglione  de'cacciatori.  Nelle  due  seredeila 
di  voto  popolo  verolano  continuamente  festa  fu  illuminazìonegenerale  per  la  città 
dirigeva  alla  gloriosa  protettrice  s.  Maria  e  sulla  facciala  del  tempio;  e  furono  incen- 
Salome,  la  quale  esaudì  la  prece  fei  voro-  diati  due  fuochi  artificiali,  in  cui  i  vario* 
sa  de'suoi  figli.  Già  avea  ciò  celebrato  il  pinti  colorie  i  bei  capricci  dell'artefice  ap- 
n.  45  delle  Notizie  del  Giorno  di  Ilo-  pagarono  il  gusto  degli  spettatori;  ed  infl- 
m<2, pubblicando  ilseguentenrticoloscrit*  ne  si  elevarono  due  globi  areoslatici.  Co- 
lo in  Veroli  a'2  i  ottobre  iSSy,  della  fé-  sì  ebbe  termine  la  festa;  ma  non  però  la 
sta  di  ringraziamento  eh'  ebbe  luogo  al  pietà  e  la  divozione  e  la  riconoscenza  de' 
conlemporaaeo  cessar  del  morbo  ue'din-  verolani  verso  la  Saula,  a  cui  vanno  de- 
torni. »  Ptimase  per  Divina  misericordia  bitori  d' innumerevoli  grazie,  lietissimi 
illesaquesta  città  dal  terribile  flagello  del  sem[)re  di  possederla  per  Protettrice", 
morbo  asiatico.  La  Magistratura,  ioter-  A*455 e  6  settembre  1842  solennissima- 
prele  del  pubblico  volo,  videsi  in  dovere  mente  si  celebrò  in  Veroli  la  i.'iicorrea- 
di  solennizzare  la  ricorrente  festività  del-  za  centenaria  della  traslazione  del  corpo 
r  inclita  nostra  protettrice  s.  Maria  Sa-  di  s.  Salome  dalla  cattedrale  al  proprio 
Ionie  con  particolare  pompa.  Ornata  per-  tempio,  poiché  la  festa  fu  trasportata  da' 
tanto  con  decente  e  ricca  paratura  la  io-  ^5  maggio  a' detti  giorni,  per  mera  ac- 
signe  chiesa  della  Madre  de'  due  apostoli  cidentalità.  11  suo  tempio  venne  decora- 
Giacomo  il  Maggiore  e  Giovanni  Cvan^  loda  sontuosa  e  nobile  paratura,  rispleu* 
gelista,e  splendente  di  numerosi  e  ben  di-  dendo  per  18  lampadari  e  gai  doppieri, 
sposti  ceri,  rendeva  vieppiù  maestoso  il  tutte  magnifiche  dimostrazioni  cittadine 
venerato  sagro  busto  della  Santa.  Tale  fé-  all'inclita  Protettrice.  Tre  giorni  duraro- 
sti  vita  fu  preceduta  da  di  vola  novena.  Lo  no  le  feste  e  la  pubblica  lietissima  esultaa- 
sqwillo  de'sagri  bi'onzi  e  il  rimbombo  de'  za.  Pontificarono  in  ciascun  giorno  3  ve- 
niortari  annunziarono  l'alba  del  dì  17  scovi,  cioè  il  diocesano  mg."  Cipriani, 
d'  ottobre  dedicalo  alla  Saula,  e  giorno  quellodiTerracioa,  SezzeePiperuo  mg.*^ 


44  VER 

Arelini-Sillam,  e  quello  d' Alalii  mg." 
Giaropedi;  accompagnali  da  3  scelte  e  va- 
rie musiche,  ciascuna  con  diverso  macsiro 
di  cappella,  tra'quali  il  celebre  conlrap- 
puntista  del  real  conservatorio  di  Napoli 
d.  Carlo  Conti.  IN'e  accrebbero  le  armo- 
niose melodie  i  migliori  professori  di 
Roma  e  di  altri  luoghi.  Il  teatro  venne 
diretto  dal  valentissimo  marchese  Raf- 
faele Muti  (da  ultimo  defunto),  e  l'orche- 
stra dall'egregio  Achille  del  Nero.  Le  lu- 
minarie notturne,  i  fuochi  arlifìciali,  le 
tombole,  le  corse  de'  barberi,  alternaro- 
no le  spledide  sagre  funzioni.  Immenso 
fu  il  concorso  de'  circostanti  popoli,  mir 
I-abile  l'ordine  pubblico.  Il  concerto  de' 
dragoni  pontifìcii  gareggiò  nelle  melodio- 
se suonate,  con  quelle  della  banda  citta- 
dina di  nuovo  per  questa  lieta  circostan- 
za ristabilita; la  milizia  papale  comanda- 
ta dal  capitano  Cimarra,  accompagnò  le 
pompe  delle  feste.  V  intervennero  mg.' 
Orlandini  delegato  apostolico  diFrosino- 
iie,  rng."  Clarelli  ora  cardinale,  mg.'  Vi- 
telleschi  al  presente  arcivescovo  di  Seleu- 
cia,  ed  altri  distinti  personaggi.  Nel  trion- 
fale viaggio  intrapreso  da  Gregorio  XVI 
nel  maggio  i843,  per  le  sue  dilette  Pro- 
vincie di  Cauìpagna  e  Marittima,  anche 
la  magistratura  municipale  si  fece  solle- 
cita di  tributargli  l'omaggio  del  popolo 
vei'olano,  di  sudditanza  e  di  venerazione, 
corrisposta  benignamente,  ed  il  vescovo 
mg.'Cipriani  si  trovò  a  ricevere  il  Papa 
sulla  porta  del  palazzo  apostolico  rimpet- 
to  alla  chiesa  abbaziale  di  s.  Denedetlo 
in  Prosinone,  alla  testa  del  suo  clero,  per 
essere  la  città  soggetta  alla  chiesa  verola- 
na, Narrai  negli  articoli  Pio  IX,  Velletri 
e  altri,  quanto  deplorabihnente  precedet- 
te e  accompagnò  la  rivoluzione  di  tutto 
io  stato  pontilJcio  1B4B-49,  eia  procla- 
mata repubblica  romana,  a  cui  soggiac- 
«|ue  anche  Veroli  colla  sua  provincia;  e 
vorae  per  l' intervento  delle  potenze  il 
Papa  la  fece  reprimere,  i  napoletani  a'i  7 
giugno  1849  occupando  f'oshione,  Ve- 
lali «di  imaueuledellapcoviuciadt  Cttll4- 


VER 
pagna.  Avendo  il  Pa[>a  riparato  nel  re- 
gno di  Napoli,  nel  restituirsi  ne'suoi  stati 
per  Terracina  neli85o,  volendo  letifi- 
care di  sua  presenza  la  provìncia  di  Cam- 
pagna, questa  in  ogni  maniera  lo  festeg- 
giò;nè  mancainolare  nel  voi.  LXXXlX, 
p.  71,  che  Veroli  situata  fuori  di  via,  ia 
quella  per  andare  ad  Alatri  eresse  un  ar- 
co trionfale  con  4  iscrizioni,  che  prendo 
dalla  Relazione  storica  del  viaggio  di 
Sua  Santità  Papa  Pio  IX  da  Portici 
a  Roma  neW aprile  dell'anno  i85o. — • 
Al  Sommo  Pio  IX,  Keroli,  in  segno  di 
sudditanza  fedeltà  e  divozione,  a  sìgni- 
Jicare  il  coniun  voto,  eresse  e  dedicò.  — > 
Air  immortale  Pio  IX  P.  O.  M.  Ferali 
devota  figlia  e  suddita^  ad  esternare 
l'ardente  volo  di  accoglierlo,  eresse. — . 
v//  reduce  Augusto  lunghi  sereni  felici 
giorni,  augura  esultante  dì  Feroli  il 
clero,  il  patriziato,  il  popolo. — Pio  No- 
no Pontifici  Optimo  Maximo,  Roman 
fcliciter  Redeunti,  Senatus  Populusque 
f^erulanus  Erexit.  Avverte  la  Relazio- 
ne,  che  tanto  presso  quest'  arco,  quan- 
to presso  gli  altri  innalzati  dalle  diver- 
se comuni ,  si  trovarono  i  rappreseo- 
tanti  di  ciascun  municipio  genuflessi  col- 
le rispettive  popolazioni,  con  rami  d'olivo 
e  imploranti  l'apostolica  benedizione,  a 
tulli  graziosamente  compurlita.  Il  Papa 
fu  ricevuto  dal  vescovo  di  Veroli  mg/ 
Venturi  col  suo  clero,  come  rilevai  a  p. 
72  del  citato  voi.,  ed  accompagnalo  alia 
chiesa  principale.  Il  prodigio  dell'inco- 
lumità di  Veroli  pel  patrocinio  possen- 
te della  gloriosissima  prolettrice  s.  Sa- 
lome,  si  ripeteva  negli  anni  1 854- 55, 
in  cui  di  nuovo  il  chuiera  alilìsse  nota- 
bilmente Roma  e  lo  slato  pontifìcio,  ol- 
tre altre  parti  d'  Italia.  Nel  suo  decorso 
non  pochi  viandanti  morivano  lungo  le 
vie  del  territorio,  senza  che  Veroli  ne 
risentisse  danno.  Gli  stessi  suoi  medi- 
ci,cosa  mirabile  a  dirsi,  si  portavano  im- 
punemente a  curare  ne'  prossimi  luo- 
ghi invasi  dal  fiero  malore,  senza  alfatto 
cuutiarlo.Tia  que'del  clero  che  si  dislm^ 


VER 

sero,  si  lieve  paiiicolai  mente  encomiare 
la  virtuosa  abnegnazione  e  I'  edificante 
cristiana  carità  del  Rm.°p.  ab,  d.  Michel- 
angelo Galliicci,  benemerito  commissa- 
rio apostolico  dell'arclii-cenobio  di  Casa- 
muri,  il  quale  onioiato  dal  proprio  zelo 
accorreva  in  queMintorni  co'soccorsi  del- 
le consolazioni  spirituali,  ne  rare  volle  fu 
visto  apprestarli  a  capo  scoperto  sulla 
pubblica  via,  ed  ovunque  ne  avesse  av- 
viso. 

La  benefica  luce  del  vangelo  fu  porta- 
ta in  Yeroli  dal  principe  degli  Apostoli  s. 
Pietro,  secondo  il  Baronio  e  il  Summon- 
te,  seguiti  dal  De  IVIagistris  anagnino; 
imperocché  questi  nella  rammentata  I- 
s  lori  a  della  città  e  s.  Basìlica  cattedra- 
le di  /inagrii,  riferisce  che  nell'  anno 
44  t'eir  era  corrente  portatosi  s.  Pietro 
in  Italia  con  7  compagni,  e  approdato  a 
Taranto,  per  essere  passato  a  Napoli,  a 
Capua,  in  Atino,  deve  dedursi  che  di  là 
recatosi  a  Veroli,  Ferentino  e  Atiagni,  in 
ciascuna  vi  seminasse  la  legge  evangeli* 
ca,  e  ne  riportasse  qualche  fruito  ;  donde 
si  trasferi  quindi  in  Roma  a  predicare  la 
fede  cristiana,  ed  a  stabilirvi  la  catte- 
dra apostolica.  Ma  la  s.  Chiesa  verola- 
uà,  colla  tradizione,  crede  che  i  primi  se- 
mi della  fede  evangelica  sieno  stali  spar- 
si nella  città  da  s.  Salome,  nell'anno  4^ 
di  nostra  era,  col  martirio  de'suoi  com- 
pagni i  ss.  Biagio  e  Demetrio.  E'  pu- 
re tradizione,  che  quindi  due  anni  do- 
po s.  Pietro  confermasse  i  verolani  nel- 
la cattolica  credenza  e  la  diffondesse, 
ungendovi  vescovo  un  s.  Mauro,  diver- 
so da  quello  che  alloggiò  a.  Salome, 
(perchè  secondo  la  cronaca  di  poco  gli 
sopravvisse),  e  trasfjrmando  la  pro- 
pria abitazione  io  chiesa,  al  s.  Apostolo 
•stesso,  e  lui  vivente,  la  intitolasse,  se  de- 
ve credersi  alla  tradizione  (è  certo  però, 
che  la  forma  di  tal  chiesa  tuttora  dà  l' i- 
dea  d'  una  remotissima  antichità,  come 
luogo  recondilo,ove  sì  radunavano  i  pri- 
mi cristiani,  essendo  un  sotterraneo  con 
un  solo  altare,  sovrastalo  come  al  presen- 


VER  45 

te  da  una  vetusta  abitazione,  ne  di  fac- 
ciata avea  altro  segno  che  una  porta  ia 
angolo).  In  tale  chiesa  (che  dopo  il  ter- 
remoto nel  i35o  venne  convertita  ad 
altro  uso),  avvenne  nel  1209  la  rivela- 
zione fatta  da  s.  Pietro  al  giovane  Tom- 
maso, del  luogo  ove  giacevano  le  ossa 
di  s.  Salome,  di  che  ne  fa  teslimonian' 
za  la  sovrappostavi  iscrizione;  ed  an- 
che innanzi  alla  medesima  il  cavallo  del 
duce  toledano  Garzia  (la  chiesa  di  s.  Pie- 
tro risarcita  con  una  specie  di  facciata  do- 
po il  i35o,  tuttavia  considerandosi  in 
complesso  troppo  abbietta,  alcun  anno 
dopo  fu  soppressa  e  cessò  di  essere  uflicia- 
ta,  e  non  era  più  chiesa  nel  i556,  epo- 
ca del  prodigio).  E  della  erezione,  fino 
da'tempi  apostolici  della  sede  episcopale 
in  Veroli,  anche  1*  Ughelli  il  conferma 
colle  parole:  Episcopalis  digiti tas  Pera- 
lana  antiquissinia  est,  ubi  prinium  ed 
CivitasClirisiianasacracomplcxataesL, 
Antistitem  etiani  sacrorum  accepit, eie. 
E  quanto  alla  prima  introduzione  del  cri- 
stianesimo in  Veroli  lo  stesso  Ughelli  ri- 
ferisce: Fama  est  prinium  Ferulis  E- 
vangelicani  veritatem  enunciasse  B.  Ma- 
riam  Jacobi,  matrem  filiorum  Zebe- 
daei,  ima  cum  ss.  Marlyribus  Biasio  et 
Demetrio,  qui  cum  viginta  duo  sodi* 
ibidem  paiiiam  sumpsere  martyrii.  Ab- 
biamo, Cenni  storici  sovra  s.  Salome 
proteggitrice  di  Veroli  del  sacerdote 
Crescenzo  Crescenti  canonico  della  col- 
legiata di  s.  Paolo  della  medesima  cit- 
tà,  Roma  1842  da*  tipi  di  Costantino 
Mezzana.  Procederò  con  questo  dotto  ed 
illustre  verolano,  col  dare  un  sunto  di  ta- 
li cenni,  senza  ricordare  le  innumerabili 
testimonianze  colle  quali  corrobora  le  sue 
asserzioni,  registrate  in  4^  eruditissime 
notej  ed  è  pur  di  peso  l'averli  intitolati  al 
suo  vescovo  e  patrono,  il  saggio  e  dotto 
mg.'  Cipriani.  Inoltre  vi  aggiungerò  di- 
verse erudizioni  e  schiarimenti.  Tra  le  di- 
vèrse opinioni  intorno  l'origine  di  s.  Salo- 
me, sono  leprincipali  quelle  di  S.Giovanni 
Damasceno  e  di  s.  Epifanio^  l'autore  pe- 


46  VER 

••ò  preferisce  11  i ."  come  più  conforme  ai- 
In  pia  credenza  di  lutti  i  fedeli.  Al  dire 
dunque  del  Damasceno,  nacque  s.  Salo- 
nie  (questo  nome  dall'  ebi-nica  parola 
Shnlam  derivalo,  suona  placido,  per- 
fetto ,  o  chi  ricompensa)  da  Cleofa  fra- 
lellogermanodis.  Anna  avventurosa  ma- 
dre della  ss.  Vergine.  Tralascia  la  genea- 
logia del  Gersone,  come  non  fondata  (si 
può  vedere  quella  riferita  dal  p.Menochio, 
Stuore^t.  I ,  centuria  4-*, cap.  i  :  Della  ge- 
nealogia di  Cristo  Signor  Nostro,  del- 
la B.  Ferginee  di  Giosejfo,  e  come  que- 
sti fossero  parenti  con  s.  Gio\>anni,  con 
Maria  Salomrj  Maria  di  Giacomo  ec). 
Anctie  il  luogo  dove  nacque  la  santa,  ha 
contrari  pareri,  alcuni  dicendola  nata  in 
Beltlemme,  altri  in  Cafarnao  e  altri  in 
Cetania.  Per  le  sue  virtù,  Zebedeo  det- 
to pure  Aristobulo,  pescatore  nel  mare 
di  Galilea,  la  sposò ,  e  da  questo  bealo 
connubio  derivarono  i  ss.  Giacomo  Mag- 
giore e  Giovanni  Evangelista  apostoli,  e 
le  ss.  Perpetua  e  Concordia,  lai.*  diven- 
ne  moglie  di  s.  Andrea,  la  2.'  di  s.  Pie- 
tro fratelli  e  poi  apostoli,  cioè  innanzi  che 
fossero  chiamali  all'apostolato  da  Gesù 
Cristo,  allora  separandosi  dalle  loro  mo- 
gli, li  1."  a  dirgli  seguitemiW  divin  Mae- 
stro, fu  s.  Andrea,perciòdenominato  Pro- 
toclefo,  ed  egli  vi  trasse  s.  l*ietro,  ambo 
pescatori;  eziandio  e  mentre  esercitavano 
la  pesca,  come  il  padre  loro,  i  ss.  Giaco- 
mo e  Giovanni,  al  divino  invito  abban- 
donate le  reti  e  il  genitore,  lo  seguirono. 
Intanto  s.  Salome  abbattuta  da  violenti 
febbri  giaceva  in  letto  nella  casa  de'  ss. 
Pietro  e  Andrea  :  le  saggie  sue  figlie  si 
davano  ogni  tenera  cura  per  assisterla  e 
sollevarla,  quando  il  divin  Maestro  co'  4 
eletti  discepoli,  rìspetlivamente  suoi  ge- 
neri e  figli,  entrò  nella  di  lei  abitazione. 
Allora  tutti  lo  pregarono  a  guarire  Sa- 
lome, ed  Egli  appressatosi  ad  essa,  e  col 
solo  prenderla  [>iacevolmente  per  la  ma- 
no ,  subito  le  restituì  la  sanità.  Balzata 
dal  letto,  sollecita  si  die*  a  preparare  l'oc- 
corrente al  suo  liberatore,  e  poi  Ir-scìalo 


VER 

il  marito  anch'essa  si  fece  seguace  di  Ge- 
sù Cristo,  e  sempre  qual  fervente  disce- 
pola, colle  altre  pie  doime  l'accompagnò 
ne'suoi  viaggi,  dissetandosi  continuamen- 
te nella  predicazione  al  fonte  dell'eterna 
vita^  ed  essendo  insieme  testimone  degli 
stupendi  prodigi  che  operava.  Tania  fe- 
deltà e  la  confidenza  che  riponeva  nel 
Salvatore  del  mondo,  le  fece  concepire 
un  ardito  pensiero  d'amore  materno.  Do- 
po che  Gesù  Cristo  manifestò  a'suoi  di- 
scepoli esser  giuntoli  tempo  di  consuma- 
re il  gran  sagriHzio,  ella  aifannosa  si  cac- 
ciò in  mezzoagli  afflitti  e  pensierosi  disce- 
poli, adorò  il  divin  Maestro,  e  suppliche- 
vole gli  disse:  SignorCy  ti  prego  a  voler' 
mi  concedere  una  grazia.  Ordina  che 
seggano  questi  due  miei  figlia  V uno  al- 
la tua  destra,  l'altro  alla  sinistra  nel 
regno  tuo.  Rispose  l'Uomo  Dio:  Non  sa- 
pete quel  che  domandate.  Potete  voi  be- 
re il  calice,  che  son  io  per  bere.'*  '  fig" 
di  Salome  risposero:  Il  possiamo.  Sog- 
giunse Gesù:  Ebbene,  lo  berrete j  ma  per 
M-dere  alla  mia  destra,  od  alla  mia  si' 
nistra,  non  tocca  a  me  il  concederlo,  ma 
sarà  per  coloro  acquali  è  sfato  prepa- 
rato dal  mio  Padre.  Negli  ultimi  gior- 
nidella  vita  del  Salvatore,Scilo(nefu  sem- 
pre colla  ss.  Madre  di  lui  e  colle  altre  pie 
donne.  Con  esse  loro  lo  raggiunse  per 
via  quando  egli  si  portava  al  Calvario, 
per  compiere  l'ojjcra  della  redenzione. 
Ivi  fu  a  pie  della  Croce^  ebbe  la  conso- 
lazione di  ascollare  le  parole  colle  quali 
Gesù  lasciò  Giovanni  per  figlio  a  Maria; 
ed  allora,  commossa  si  scostò  dalla  Cro- 
ce, e  non  molto  lungi  rimase  pietosa  spet- 
tatrice del  tragico  avvenimento.  Poi,  de- 
posto dalla  Croce  il  ss.  Corpo,  non  parli 
dal  monte  della  Mirra  finché  noi  vide 
tuu)ulato.  La  mattina,  che  al  sabato  suc- 
cesse, Salome  coli' altre  pie  donne  sue 
compagne,  co'vasi  de'balsami  si  portò  al 
sepolcro  dell'estinto  maestro,  per  unger- 
ne il  ss.  Corpo,  ma  trovarono  un  Angelo 
risplendente  come  un  baleno,  e  con  ve- 
ste candida  qual  neve^  il  quale  sedendo 


VER 
sulla  pietra  del  sepolcro  lovesctala  disse 
loro:  Gesù  Nazareno  è  risorto j  rende- 
tene consapevoli  i  suoi  di  se  e  pò  li ^  e  dite 
loro  che  li  precederà  in  Galilea.  Dopo 
varie  apparizioni,  il  B.edentoie  fece  no- 
to a'suoi  che  si  portassero  sur  un  monte 
verso  Betania.  Salorae  vi  andò  con  essi, 
ed  ascollò  Gesù,  che  dopo  avere  rinno- 
vali i  suoi  precelli,  i  suoi  doni  e  le  sue 
promesse,  terminò  con  dire:  Vivete  tran- 
quilli in  Gerusalemme,  finché  siate  ri- 
vestili da  quella  virtù,  che  vi  verrà  dal- 
l'alto. Ed  ivi  pure  mirò  il  Verbo  eterno 
levarsi  al  cielo  con  tutto  lo  splendore  del- 
la sua  gloria.  Conforme  l'ordine  ricevu- 
to, tutti  tornarono  in  Gerusalemme,  do- 
ve si  trattennero  io  giorni  nel  ritiro  in 
orazione.  Ecco  l'epoca  in  cui  prese  for- 
ma la  società  de'  fedeli.  Trovandosi  nel 
Cenacolo  (si  crede  l'abitazione  che  avea 
sul  monte  di  Sion,  Maria  Madre  di  Gio- 
vanni Marco,  discepolodegli  Apostoli.  Fu 
alla  porta  di  quella  casa,  che  dipoi  battè 
s.  Pietro  quando  fu  liberato  dal  carcere 
pel  ministero  d'un  Angelo.  Non  si  cono- 
sce altro  di  questa  Maria),  Salome  col- 
r  altre  donne  e  i  discepoli^  nel  dì  della 
Pentecoste,  s'intese  uno  strepito,  e  com- 
presi tutti  da  sagro  terrore,  videro  dal 
cielo  scendere  lingue  di  fuoco  che  posa- 
ronsi  sopra  ciascuno  de'congregali.  Era 
il  misterioso  simbolo  della  meravigliosa 
operazione  delloSpirito  Santo  che  li  riem- 
piva de'  suoi  doni.  Salome,  la  forte  ma« 
dre  de  figli  del  tuono  (appellativo  de'ss. 
Giacomo  e  Giovanni,  datogli  dal  divin 
Maestro,  chiamandoli  Boanerges,  come 
leggo  nel  Butler.  Volle  con  ciò  indicare, 
quella  viva  fede  e  quel  zelo  ardentissimò 
con  che  si  sarebbero  dati  ad  annunziare 
la  legge  di  Dio  senza  temere  la  possan- 
za degli  uomini.  Questo  soprannome  con- 
veniva poi  a  Giovanni  in  una  maniera 
speciale,  perch'  egli  dovea  con  una  voce 
di  tuono,  rivelare  i  più  sublìaii  misteri 
della  divinità  di  Gesù  Cristo,  di  cui  fu 
il  diletto  discepolo  e  stretto  parente, 
giacché  Saloaie  era  sorella  cugina  della 


VER 


47 


ss.  Vergine.  Leggo  poi  nel  filippino  p. 
Massini,  Raccolta  di  vite  de'  Santi ,  27 
dicembre,  che  i  due  figli  di  Zebedeo  e  di 
Salome  riceverono  dal  Salvatore  il  nome 
di  Boancrges  ,  per  significare  l'ardente 
loro  zelo  per  la  gloria  di  Dio  e  1'  uflizio 
sublime  a  cui  erano  destinati  di  pubbli- 
care al  mondo  i  misteri  della  s.  Religio- 
ne e  le  verità  della  Fede,  come  fece  ia 
modo  particolare  sopra  tulli  S.Giovanni, 
tanto  nel  suo  l^angelo,  quanto  nelle  sue 
Epistole,  e  nella  divina  sua  y4pocalfsse. 
Giacomo  pare  che  nascesse  prima  del  fra- 
tello, ed  ebbe  il  soprannome  di  MaggiO' 
re  per  distinguerlo  dall'altroapostolo  del- 
lo slesso  nome,  che  fu  il  i.°  vescovo  di 
G  erusalemme  ,àe{io\\  Minore  perchè  fu 
chiamato  all'apostolato  dopo  s.  Giacomo 
il  Maggiore,o  perchè  egli  era  piccolo  del- 
la persona,  ovvero  come  più  giovane.  In- 
oltre s.  Giacomo  Minore  fu  cognomina- 
to il  Giusto,  a  cagione  della  suaemìnen- 
le  santità,  ed  era  figlio  di  Alfeo  e  di  Ma- 
ria sorella  cugina  della  ss.  Vergine.  Os- 
serva l'annotatore  del  Boiler,  aver  qual* 
che  autore  pensato  ,  che  Alfeo  e  Cleofa 
fossero  due  nomi  della  stessa  persona;  al- 
tri slimarono  che  Cleofa  fosse  padre  di 
Maria  e  che  Maria  avesse  sposato  Cleofa 
dopo  la  morte  d'Alfeo.  Giuseppe,  che  il 
lesto  originale  chiama  José,  era  fratello 
di  S.Giacomo,  e  per  conseguenza  figlio  di 
Maria.  S.  Giuda  si  appella  egli  stesso  fra- 
tello di  Giacomo.  Questi  aveii  un  altro 
fratello  per  nomeSimoneo  Simeone,  che 
fu  vescovo  di  Gerusalemme,  ed  ioaggiun- 
gerò  di  lui  fratello  cugino  e  immediato 
successore  nel  vescovato.  Il  p.  Fauloni, 
Istoria  d"  Avignone^  t.  2,  p.  280,  chia- 
ma Maria  Cleofa  la  madre  del  vescovo 
Simeone,  moglie  di  Cleofa  fratello  di  s. 
Giuseppe  sposo  della  ss.  Vergine,  perciò 
di  questa  cognata,  e  da  s.  Giovanni  qua- 
lificata di  lei  sorella,  e  fu  con  essa  sotto 
la  Croce.  Ritorno  all'annotatore  del  Bu- 
ller.  Tutti  questi  santi  erano  à&\.\\  fratel- 
li del  Signore,  conforme  l'uso  degli  e- 
brei,  di  dare  questo  nome  a'  più  prossi- 


48  VER 

mi  parenti.  Avevano  anctie  delle  morelle, 
e  s.  Epifanio  nomina  Maria  e  Salome. 
J  figli  di  Cleofa  erano  anch' essi  germani 
cngìniclel  Salvatore,  per  S.Giuseppe  ch'e- 
ra riguardato  come  suo  padre,  e  cui  E- 
gesippo  assicura  essere  stato  fratello  di 
Cleofa.  Questi  era  uno  de'  due  discepoli 
a' quali  Gesù  Cristo  apparve  sidla  stra- 
da di  Euiniaus.  Sua  moglie  Maria,  do* 
pò  aver  servito  Gesù  Cristo  nella  Gali- 
lea, l'accompagnò  fìnoalla  tomba,  e  me- 
ritò pel  suo  nuiore  d'  essere  una  delle 
prime  a  vederlo  risorto.  Queste  nozioni, 
a  suo  luogo  serviranno  a  chiarire  quai* 
che  obbiezione  che  dovrò  riferire).  Salo- 
me, ricevuto  lo  Spirilo  Santo,  si  senfi  dif- 
ferente da  quello  ch'era  stata  prima.  Di- 
venne piena  d' intelletto  e  di  scienza  ,  e 
d'un'elevatezza  di  mente  non  ordinaria. 
LaonJe,  dopo  la  i.*  persecuzione  insor- 
ta in  Gerusalemme  contro  i  cristiani,  e  la 
morte  del  protomartire  s.  Stefano,  sicco- 
me pensano  molti  gravi  autori,  portossì 
col  figlio  Giacooto  nelle  Spagne,  per  a- 
ver  parie  al  merito  e  alle  fatiche  del  suo 
apostolato,  ed  ov'è  onorata  con  anniver- 
saria festività.  Ma  quest'intrepida  e  gran- 
de eroina,  checché  ne  sia  di  questo  viag- 
gio, egli  è  certo  che  non  si  arrestò  in  quel- 
la regione,  come  asseriscono  dotti  scrit- 
tori, e  finalmente  mise  piede  in  Italia  (il 
citato  p.  Fanloni  parlando  dell'introdu- 
lione  della  fede  cristiana  in  Provenza,  in 
Avignone  e  nel  Venaissino,  dice  che  ciò 
avvenne  nell'anno  35  approdandovi  per 
mare  e  pel  Rodano  s.  Lazzaro,  8.  Mas- 
simino,  $.  Chelidonio,  s.  Marta ,  s.  fl^a» 
ria  Maddalena^  s.  Marcella,  s.  Maria 
Salome  madre  di  Giacomo  e  di  Gio- 
vanni^ s.  Maria  d'Alfeo  madre  di  G/Vz- 
co//ioy>fmorPj' e  che  sulla  spiaggia  di  Pro- 
venza dove  sbarcarono,  il  luogoper  le  no- 
minate fu  detto  dtlle  tre  Marie  ;  men- 
tre la  ricordata  Maria  Cleofa  sorella  di 
8.  Giuseppe,  crede  che  probabilmente  re- 
stò in  Efeso  colla  ss.  Vergine  sua  cogna- 
ta,econ  s.  (ìiovanni  Evangelista,  ni  qua- 
le il  Salvatore  avea  commesso  la  custo- 


V  E  R 

dia  della  sua  ss.  Madre.  Pare  dunque,  se- 
condo il  p.  Fantoni ,  che  direttamente 
dalla  Provenza  passò  in  Italia  s.  Moria 
Salome.  Anche  (pjesta  nota  non  riuscirà 
poi  superflua;  e  del  riportato  col  p.  Fan- 
loni, pure  il  can.  Crescenzi  ne  fa  cenno 
nelle  note),  da  dove  giunse  in  Verolicon 
a4 compagni. Allora  Veroli  era  governa'- 
ta  da  Onorio.  Essendo  repubblica  gode- 
va la  sua  libertà,  non  impedita  dagl'ini- 
peratori. Oltre  i  discorsi  magistrati  e  col- 
legi, avea  pure  il  suo  senato,  i  questori^ 
i  censori,  gli  auguri.  Dominala  dall'ido- 
latria, seguiva  i  pagani  riti  degli  orgii  e 
de'cabiri,  venerando  specialmente  le  fal- 
se deità  di  Cerere,  Plutone  e  Proserpi- 
na;  oltre  il  rendere  onori  divini  ad  Au- 
gusto, a  Racco,  a  Cibele  ed  a  Sdvano, 
con  proprie  ceremonie  e  danze  :  dichia- 
rando di  tutto  provare  nella  patria  sto-^ 
ria  ,  da  lui  quasi  ultimata.  Tale  era  lo 
stato  di  Yeroli,  quando  Salome,  siccome 
è  fama,  converti  al  cristianesimo  l'agri^ 
coltore  suo  ospite,  a  cui  nel  battesimo  fu 
Imposto  il  nome  di  Mauro;  il  quale  die' 
pure  ricetto  a  Riagio,  a  Demetrio  e  agli 
altri  suoi  compagni.  Cominciò  poi  Salo- 
me la  sua  predicazione,  dimostrando  la 
stoltezza  neh' adorare  i  numi,  essere  de- 
gno di  culto  il  solo  Dio  creatore  dell'u- 
niverso e  rimuneratore  secondo  i  meri- 
ti; fece  conoscere  la  verità  del  Vangelo, 
e  la  necessità  del  battesimo  per  salvarsi. 
La  sua  predicazione  era  accompagnata 
dall'esemplarità  della  vita,  e  dall'eserci- 
zio delle  più  edificanti  virtù.  S'ignora 
però  quanti  a  tanta  luce  abbracciassero 
la  i*n\s  di  Cristo,  e  solo  la  pia  tradizione 
fa  conoscere,  che  a  Veroli  in  breve  tem- 
po, il  vero  Dio  vi  fu  adorato  dj  non  po- 
chi» In  questo  ebbero  parte  Riagio  e  De- 
metrio, e  gli  altri  loro  compagni,  i  quali 
gareggiarono  in  zelo  colla  santa,  per  cui  . 
furono  segno  alle  persecuzioni  degli  osti-  1 
nati  nell'idolatria,  immersi  in  tante  lai- 
dezze comuni  agli  altri  gentili.  Il  presiilu 
o  pretore  o  duumviro  Onorio,  e  il  colle- 
gio d«'decurioni,do?euda  curare  che  nel- 


VER 

la  cillà  non  si  adorassero  Dei  slranieri, 
pare  che  ordinassero  che  i  divulgatori  del 
Vangelo  fossero  presi  e  puniti  culla  mor- 
te. Sì  legge  in  un  antico  martirologio  di 
Veroli,  presso  l'archivio  di  s.  Erasmo  (e- 
tauiinò  questo  codice  membranaceo  del 
secolo  XV  il  veliterno  cardinal  Borgia,  e 
trovo  nel  suo  Commentarius  de  Cruce 
f^elilerna,  p.  24^,  avvertire  il  lettore,  di 
essersi  confusa  s.  Maria  di  Cleofa,  con  s. 
Maria  Salome,  stando  al  Martirologio, 
nel  quale  Maria  di  Giacomo  dicesi  la  ata* 
dre  di  Giovanni  e  Giacomo.  Maria  enim 
Jacobi,  quaeetMariaCleoplie,fuit  ma- 
ter  ipsins  Salome,  et  Jacobi  Minoris,  ac 
ceteroriwi,guifratres  Dominidicti sunl, 
non  vero  Johannis  Evangelistae  ci  Ja- 
cobi Majoris.  E  che  questa  nel  "Vange- 
lo chiamasi,  Salome  maler  filioruni  Ze- 
bedaei),  che  Biagio  cadde  sotto  il  taglio 
della  spada;  Demetrio  dopo  fìere  percos- 
se, compì  il  suo  martirio  in  orrida  car- 
cere;  e  gli  altri  compagni  incontrarono 
quella  morte  che  loro  venne  inflitta  dal- 
la sfrenata  barbarie.  Salome  gioì  delia 
costanza  mostrata  da  questi  eroi  del  cri- 
stianesimo nel  sostenere  il  martirio;  ne 
invidiò  la  sorte,  ma  Dio  che  già  l'a  vea  fat- 
ta martire  di  dolore  sul  Calvario  ,  non 
permise  che  soggiacesse  alla  crudeltà  de- 
gli uomini:  fu  sua  provvidenza  se  uou 
cadde  nelje  mani  de'carnefìci.  Dopo  tan* 
ta  strage,  i  novelli  cristiani  dierono  nella 
notte  pietosa  sepoltura  a'corpi  de' Mar- 
tiri, primizie  feconde  della  s.  Chiesa  Ve- 
l'olana.  Sentendo  poi  Salome  che  poco 
le  ritnaneva  di  vita,  calorosamente  rac- 
comandò a'couvertiti  la  fedele  osservan- 
za delie  prescrizioni  del  Vangelo,  e  tra 
il  compianto  de'fedeli,  morì  carica  di  me- 
riti, di  gloria  e  di  anni  a'25  maggio  (di- 
cesi dell'anno  4^  dell'  era  cristiana),  se- 
condo la  tradizione.  Sebbene  questo  sia 
confermato  da  molti  autorevoli  docu- 
menti, dichiarati  dal  can.  Crescenzi  nel- 
le copiose  annotazioni,  pure  pretendono 
alcuni,  che  s.  Salome  sia  morta  in  Ge- 
lusaremme, allegauduueÌD  piovali  Mar- 
VOL.  xciv. 


V  E  II  49 

(irologio  romano.  È  vero  che  a'22  otto- 
bre si  fa  in  esso  menzione  di  s.  Salome» 
u}a  è  ancora  incontrastabile,  che  non  vi 
si  fa  adatto  parola  che  morisse  in  Geru- 
salemme. AlCrescenzi  quindi  sembra  più 
probabile  l'opinare,  che  in  Gerusalemme 
si  celebra  la  memoria  di  questa  santa,  per 
essere  stato  il  (primo)  teatro  di  sue  eroi- 
che azioni.  A  vieppiù  confermare  la  fe- 
de ne'converliti,  è  pia  credenza  che  Dio 
rendesse  illustre  la  morte  di  s.  Salome» 
culla  virtù  de' miracoli,  molli  e  stupen- 
di, che  le  meritarono  eziandio  presso  i 
gentili  il  titolo  di  donna  celestiale  (ìa  leg- 
go celebrata; /^/J05/o/o  nella  fede,  nel- 
la costanza,  nel  zelo,  neW'Elogio  sacro 
all'inclita  protettrice  della  città  di  Ve- 
roli  s.  Maria  Salome,  che  il  sacerdote 
d.  Filippo  Fattori  romano  canonico  o- 
norario  dell'  insigne  collegiata  di  s.  Ste- 
fano  in  Bracciano  al  devoto  popolo  Ve- 
rolano  d.  d.  d.,  Roma  1842.  E  dedicalo 
al  gonfaloniere  Francesco  Mellonj,  la  cui 
virtù  e  ingegno  rileva,  in  occasione  della 
celebrazione  della  prima  suddescrilta  ri- 
correnza centenaria  della  traslazione  del 
corpo  della  santa,  dalla  cattedrale  al  pro- 
prio tempio;  la  quale  solennità  venne  pei* 
quell'anno  trasportata  da' 25  maggio  a' 
primi  di  settembre  dello  slesso  1842).  Fi- 
nalmente, com'è  detto  nel  patrio  marti- 
rologio, una  grotta,  in  luogo  remolo,  ser- 
vì al  suo  sagro  corpo  di  tomba.  Ivi  ri* 
mase  nascosta,  finché  Dio  non  lo  mani- 
festò a  bene  e  gloria  di  Veroli.  E'  tradi- 
zione riferita  da'Bollandisti,  che  apparve 
s.  Giacomo  al  vescovo  verolano,  indican- 
dogli il  luogo  ove  avrebbe  trovalo  sepol- 
ti i  corpi  di  s.  Salome,  e  della  sorella  di 
lei  Maria  di  Giacomo,  che  ivi  furono  tra 
un  grande  splendore  e  tra  la  fragranza 
d'un  odore  meraviglioso  rinvenuti, sì  can- 
tlidi  e  belli ,  senza  segno  di  corruzione; 
ed  il  panno  in  cui  erano  avvolti  si  trovò 
integro  e  quasi  nuovo.  Si  collocarono  in 
un'urna  presso  l'altare  maggiore,con  que- 
sta iscrizione.  Hicduae  SororessunlMa- 
lerterae  Chrisii  -  Quae  vita  functae  sy- 

4 


$o  VER 

iltrti  nienfc  (eiicnl.  In  quest'invenzione, 
Dio  glorificò  le  sue  serve,  liilonando  la 
tanità  agl'infermi,  la  vista  a'cieclii,  Tu- 
(lilo  a'soi'tli;  i  zoppi  si  videro  adclrizzali, 
gnai'ili  i  lebbrosi.  Non  si  conosce  il  certo 
tempo  in  cui  ritrovossi  il  corpo  di  s.  Sa- 
tome,  ma  una  piccola  cassa  dì  pietra,  la 
cui  iscrizione  in  cifre  gl'intendenti  asse- 
riscono appartenere  al  VII  oall'VllI  se- 
colo, fa  certi  che  prima  di  tali  epoche  il 
s.  Corpo  erasi  rinvenuto.  E  siccome  fu 
trovalo  integro,  non  si  potè  rinchiudere 
in  essa,  che  tiopo  essersi  ridotto  nelle  so- 
le ossa.  Non  si  sa  poi  in  qua!  tempo  e 
per  qual  motivo  le  reliquie  di  s.  Salome 
fossero  stale  nuovamente  nascoste.  For- 
se quando  il  suddetto  Muca  principe  de* 
saraceni,  ponendo  l'espugnata  Veroli  a 
rid)a  e  i  nobili  a  morte,  vendè  agli  ana- 
gnini  il  corpo  di  s.  Magno  (ciò  narran- 
do col  De  Magislris,  notai  per  epoca 
r  877,  però  non  senza  avvertire,  rite- 
nere i  verolani  meglio  l'anno  883),  i  fe- 
deli verolimi  temendo  che  quel  barba- 
ro facesse  altrettanto  della  loro  Proteg- 
gìtrìce,  la  posero  sotterra  non  molto  lun- 
gi dalla  città.  Questa  sembra  al  patrio 
storico  la  più  probabile  congettura.  Cer^ 
lo  è,  senz.i  contrasto,  clie  nel  1  209  fu  rin  • 
venuto  di  nuovo  il  corpo  di  s.  Salome, 
ed  eccone  la  narrazione  fatta  dall'abba- 
te  di  Casamari  Geraldo  I  ad  Innocenzo 
III.  »'  Un  certo  giovane  verolano  (Tom- 
maso), tra  le  altre  visioni  asserì  essergli 
apparsa  la  seguente  (nella  chiesa  dis.  Pie- 
tro di  Veroli).  Ei  vide  s.  Pietro  aposto- 
lo, il  quale  gli  additò  il  luogo  ove  giace» 
vano  le  ossa  della  madre  de' figli  di  Ze- 
bedeo.  Dopo  alquanti  giorni  si  andò  nel 
luogo  additato,  ed  io  con  due  altri  fi  «ti, 
invitali  dal  vescovo  verolano, v'interven- 
ni. Il  luogo  era  fuori  le  mura  della  città, 
ed  era  scabroso  e  difiicile  ad  andarvi,  e 
pieno  di  precipizi  e  di  rupi,  le  quali  era- 
no d'una  mole  .sì  grande,  che  vi  fii  d'uo- 
po di  gran  lavoro,  onde  rimuoverle.  Ri- 
noosseperò,  hi  scavato  per  la  statura  d'un 
uomo,  e  fu  rinvenuto  uu  «nsso  sotto  cui 


VER 
ritrovossi  una  cassa  con  scritto  :  Marirt 
Maler  Joaunis  Evangclistae  et  Jacohi. 
Una  piccola  carta  co'  medesimi  caratteri 
si  lesse  ancora  cucita  nel  panno  ,  in  cui 
erano  avvolte  le  reliquie.  La  carta  peto, 
il  panno  e  l'ossa  erano  così  pure,  integre 
e  sincere,  che  sembravano  allora  ivi  pò» 
ste.  Il  lutto  fu  rinvenuto  come  il  giova- 
ne avea  predetto.  Furono  svolle  allora 
dal  vescovo  le  .sagre  reliquie,  che  conse- 
gnate a  me  le  ridiedi  a  lui  dopo  poco 
tempo.  Egli  allora  le  consegnò  al  vicario, 
e  questi  ad  un  mio  monaco,  il  quale,  u»i- 
rabil  cosa  dirsi  !  toccando  un  osso  si  ac- 
corse, e  vide  la  sua  mano  aspersa  di  fre- 
sco sangue,  ed  io  stesso  vidi  ancora  cogli 
altri  il  panno,  in  cui  era  avvolto,  tulio  in- 
sanguinato, dell'eseguirsi  lo  scavo  un  o- 
dore  soavissimo  riempì  me  e  tulli  quel- 
li che  vi  concorsero,  ma  fu  di  non  molla 
durata,  e  si  fece  sentire  ancora  un  gran 
terremoto,  come  dissero,  ma  io  non  l'in- 
tesi. Dopo  pochi  giorni,  andando  colà  col 
vescovo  di  Civita  di  Penne,  e  coll'abba- 
te  di  s.  Atanasio,  nell'osso,  come  stimo, 
della  gamba,  vi  vedemmo  fresco  e  viva 
sangue.  Quanto  co'  miei  occhi  vidi,  alla 
Santità  Vostra  ho  fatto  nolo".  La  fama 
d'un  tanto  ritrovamento  subito  si  sparse, 
molti  popoli  accorseroa  Veroli,  e  Dio  per 
mezzo  di  s.  Salome  vi  operò  innumera- 
bili miracoli.  Per  la  qual  cosa  l'elemo- 
sine delle  pie  persone  furono  tante,  che 
la  chiesa  erettavi  in  tale  circostanza,  es- 
sendo piccola,  fu  magnificameute  ingran* 
dita.  Tullociò  sembrerebbe  opporsi  a 
quello  che  scrissero  alcuni  autori  france- 
si, quanto  al  corpo  di  s.  Salome;  ma  il 
Crescenzi  reputa  «leboli  le  ragioni  sulte 
quali  si  apjioggiano.  Vi  è  nella  diocesi  di 
Arles  nella  Provenza  un  paese  nominalo 
delle  Tre  lìJaric  (quello  forse  di  sopra 
indicato  col  p.  Fantoni,  da'geografi  chia- 
malo città  di  Les  Sainles  iMaries ,  nel 
dìparlimenlo  delle  Bocche  del  Rodano, 
presso  l'imboccatura  del  piccolo  Rodano. 
La  chiesa  è  antichissima  e  pi  esenta  1'  n- 
9petto  d' una  cittadella  per  le  sue  grosse 


VER 

muru  merlate  e  per  le  sue  torri.  La  città  é 
piccola  e  conta  un  migliaio  d'abitanti),  il 
quale  vanta  di  essersi  in  esso  rinvenuto 
il  corpo  di  s.  Maria  Salorae  nel  i443« 
j>  L'unico  monumento,  dice  il  Crescenzi, 
su  cui  ciò  basa  è  una  lapide  die  ricopri- 
va due  corpi  di  santi,  in  cui  leggevansi 
le  seguenti  (iniziali)  M.  I.  S.  F.,  le  quali 
furono  interpretate:  Mariani  Jacobi  Su' 
lomeii  viilebis  (e  cita  il  gesuita  Guesnay 
d'Aix,  Desquis.  thtolog.  hist.  de  advcn- 
Ut  Magdalenae  in  Gallias  ad  Marsi- 
liam).  Ognuno  conosce  quanto  deve  ce- 
dere questa  immaginaria  interpretazio- 
uealia  reale  iscrizione  che  si  legge  in  Ve» 
roli  nella  cassa,  in  cui  erano  chiuse  le  os- 
sia di  s.  Salome.  Di  più  nel  medesimo  an- 
no il  re  Renato  chiese  licenza  da  Nicolò 
Vdi  ritrovare  in  Camargoo  (sarà  meglio 
il  dire  nella  Carnargue  o  Coniarca,  iso- 
la di  Francia,  dipartimento  delle  Bocche 
delRodano,  circondario  d'Arles,parte  nel 
cantone  di  Saintes-Maries  e  parte  in  quel- 
lo d'Arles.  Per  la  sua  forma  e  fecondità 
è  il  Delia  della  Francia.  11  nome  di  Ca- 
rnargne,  si  fa  derivare  da  Cajus  Marius 
console  romano,  cui  si  attribuisce  la  di- 
visione del  Rodano  ne'due  principali  suoi 
lami,  presso  il  quale  vinse  i  teututii  e  gli 
ambroni.Non  devo  tacere  ancora,  che  ta- 
le etimologia  sembra  arrischiata,  perchè 
la  divisione  di  quel  fiume  apparisce  piut- 
tosto essere  opera  della  natura.  Bensì  si 
iion)ina  Fossae  Mariaiiat  una  città  del- 
la Gallia  Narbonese,  pe'canali  che  Mario 
vi  fece  aprire  sino  al  mare,  che  Baudrand 
dice  essere  la  stessa  Cainargue\  capace 
delle  maggiori  barche,  per  assicurarsi  de' 
viveri  nella  detta  guerra,  per  esser  le  fo- 
ci del  Rodano  impedite  da  interramen- 
ti), i  corpi  di  s.  Salome  e  di  s.  Maria  di 
Giacomo,  la  quale  ottenuta  si  fece  lo  sca- 
vo, ove  fu  rinvenuta  una  cassa  di  legno, 
che  racchiudeva  due  corpi,  i  quali:  Cre- 
debanlnr  esse  s.  Marine  Jacohi  et  Sa- 
lomes  (qui  il  Crescenzi  cita  Bollando,  t. 
lenona  aprilis^cap.  3, e  HonoratusBou- 
cheus,  Hist.  Provine,  sect.  4)  §  2).  Ora 


VER  5i 

in  sana  critica^  ciò  qual  grado  può  ave-r 
re  di  probabilità?  Si  abbiano  pure  i  fran- 
cesi il  corpo  di  s.  Maria  di  Giacoiuo,  po- 
co ciò  importai  ma  cessino  con  le  con» 
gettare  di  contrastarci  il  corpo  della  Ma- 
dre de'flgli  di  Zebedeo.  Nell'istoria  ci  vo- 
gliono autentici  e  genuini  documenti  ''. 
Fin  qui  il  Crescenzi.  Oserò  una  breve  di- 
gressione, quanto  all'invenzione  detta  da 
quel  dotto  di  Camarguo,  oltre  il  già  ri- 
ferito fra  parentesi,  e  riuscirà  non  inuli- 
leerudizione. Nel  vol.LXXXVlI,  p. 1 19^ 
dissi  che  neli44^  coH'intervenlu  di  mol- 
ti vescovi  segui  la  celebre  invenzione  de' 
sagri  corpi  di  s.  Maria  madre  di  s.  Già» 
comò  e  di  s.  Maria  Salome,  alla  presen- 
za del  conte  di  Provenza  Renato  d'Àngiò 
re  pretendente  del  reame  di  Napoli  e  dei 
titolo  annesso  di  Gerusalemme,  e  del  car- 
dinal de  Foix  legato  d'Avignone ,  che  I9 
promosse.  Lo  ricavai  dallo  storico  ricor? 
clatop.  Fauloni,  t.  2.  p.  3G8,  il  quale  di- 
ce di  più  nel  t.  i,p.  435.  Ivi  egli  scrive, 
il  cardinal  Pietro  Foix  legato  d'Avigno- 
ne, elevò  di  sotterra,  e  trasferì  più  de- 
centemente con  molla  solennità  sopra  uu 
altare  della  chiesa  di  s.  Maria  di  Villa 
del  Mare  della  diocesi  d'Arles  in  Proven- 
za, di  cui  era  vescovo  amministratore,! 
corpidelless.  Mariedi  Giacomoedi  Cleo- 
fa.  Il  òhe  ne  spiega  il  senso  delle  parole 
poste  nell'epitaffio  sepolcrale  del  mede- 
simo cardinale:  Jacobi  et  Salome  Ma^ 
rias  alta  locavit.  Riporta  poi  il  p.  Fau- 
toni  1'  intera  lettera  di  commissione,  Sa- 
ne sicut  ex  serie petitioniSyóe'io  ottobre 
i44^)  ^i  Papa  Nicolò  V,  ad  istanza  di 
detto  Renato  d'Angiò,  licei  carperà  ss. 
Mariae  Jacohi,  et  Mariae  Saloniae  in 
Ecclesia  B.  3Iariae  Fillae  de  Mari  A- 
relatensis  dioecesis  infra  ter r ani,  in  lo' 
co  honesto  per  sanclos  discipulos  diri- 
sii  recondita  et  tumulata  faerint ,  et  a 
Christifidelibus  ibidem  cani  magna  ve- 
neratione  venerentur:  tamt/i  idem  Rcjc 
(Renato  clie  ne  portava  il  tilolo)yj/'oyt-/:- 
venliori  devotione  populi  et  niajori  ve- 
neratione  earumdeui  Sanclarum,  ajja- 


Si  VER 

fiat  corpora  et  reliquias  luijusmodi  ile. 
(lieto  loco  elevavi,  et  supra  altare  vcl  a- 
lias  infra  eamdetn  Erclesìam  in  taber- 
naculo  seucapsa  argenteahonpn'/ìce re- 
poni et  recondi,  si  desuper  a  Sede  Jpo- 
slolica  concedatur  licentìa.  A  p.  349  il 
|).  Fanloni  riporta  1'  accennalo  epitalUo 
posto  nel  1464  al  cardinal  de  Foix  sulla 
tomba  nella  chiesa  de'minori,  suo  anti- 
co ordine,  d'Avignone,  ove  morì  in  tale 
anno,  scolpito  su  lamina  di  bronzo  avan- 
ti l'altare  maggiore,  in  cui  leggo  le  già 
riferite  parole.  Trovo  tultociò  ricordalo 
anclie  dal  Ciacconio,  che  egualmente  ri- 
produsse repitaflio,  P'iiae  S.  Ti.  E.  Car~ 
dinalium,  t.  2,  p.  'j^'ò.  Similmenle  i  Sam - 
mariani,  Gallia  Christiana,  l,  i,p.  Q5, 
Archiepiscopi  Arelatenses,  dichiarano, 
in  municìpio  Triuni  Mariarum  in  Ca- 
mariae  insitlae  fìnibus,  eodeni  principe 
(Renato)  deprecante  reliquias  a  terra 
/ei^flfw7j  reliquie  qualificate  oeirepilallìo 
che  esibiscono,  eguale  a'  discorsi.  La  Bi- 
blioteca sacrade'pp.  Richard  e  Giraud, 
nell'  articolo  Maria  di  Cleofa,  la  dice 
madre  di  s.  Giacomo  Minore  ec,  e  sog- 
giunge. »•  Il  ]\lartirologio  romano  marca 
la  festa  di  s.  Maria  di  Cleofa  al  9  aprile, 
e  mette  la  traslazione  dei  suo  corpo  a  Ve- 
roli  nella  Campagna  di  Roma  al  2  5  mag« 
gio.  Altri  pretendono  che  esso  trovasi  in 
una  piccola  città  della  Provenza,  chiama- 
ta le  Tre  Marie,  sulla  riva  del  Rodano 
edel  mare".  ìSe\ì'arl\co\o MariaSalornCy 
la  dice  figlia  di  Maria  di  Cleofa,  che  pro- 
priamente chiamavasi  Salame,  ed  esse- 
re senza  fondamento  il  darlesi  il  nome 
di  Maria,  eh' è  quello  di  sua  madre.  E 
neir  articolo  AJaria  Salame,  o  sempli- 
cemente Salame,  la  dice  moglie  di  Ze- 
bedeo,  e  madre  de'ss.  Giacomo  Maggiore 
e  Giovanni  Evangelista.  Il  Sarnelli,  Let' 
fere  ecclesiastiche,  I.  y,  leti.  4'  •  Qanl 
fosse  il  nome  della  madre  de' figliuoli  di 
Zebedeo?  risponde  Salome,  che  interce- 
ditpro  filiis  apud  Christumje  cW  è  la 
slessa, che  Maria  Salome,  di  cui  s.  Mat- 
teo cap.  ult.,  avendone  pure  parlato  nel 


VER 
4,2 1 .  Il  Piazza  neWEmeroIogio  di  Roma, 
a'i5  maggio  registra  la  Traslazione  del 
corpo  di  s.  lìf aria  Jacobij  inoltre  nfe> 
risce,  illustrato  da  molti  miracoli  il  suo 
sepolcro:  in  Roma  celebrarsi  la  festa  del- 
la santa  nell'oratorio  di  s.  Cecilia,  iieì- 
V  Università  artistica  de'  Mascellari  e 
Barihiri  in  Trastevere  (nel  quale  arti- 
colo o  voi.  LXXXiV, p.  23 1 ,  282  e 233, 
lo  descrissi,  dopo  studiose  e  personali  ri- 
cerche di  accesso),  non  che  a'ss.  Quirico 
e  Giulitta,  ov'è  un  altare  dedicato  alla 
medesima  colle  sue  reliquie  (chiesa  re- 
staurata nel  i855-56,  come  rilevai  nel 
voi.  LXXV,  p.  2  1 5).  11  medesimo  Piaz- 
za, La  Gerarchia  Cardinalizia,  pubbli- 
cala in  Roma  nel  1  703,  ragionando  a  p. 
563  del  Titolo  cardinalizio  de'ss.  Qui- 
rico e  Giulitta,  dice  che  dalla  parte  del- 
l' Epistola  avvi  nella  cappella  maggiore 
in  una  tavola  di  marmo  im'imojagtne  di 
s.  Maria  sorella  della  B.  Vergine,  co'suoi 
figli  i  ss.  Giacomo  e  Giovanni  colla  se- 
guente iscrizione.  Questa  Immagine  mi- 
racolosa di  s.  Maria  Jacohi,  sorella  del- 
la B.  l^ergine  Maria,e  venuta  dalla  cit- 
tà di  Veruli,  dove  si  conserva  il  suo  ss. 
Corpo,  e  fu  benedetta  sopra  il  suo  sepol- 
cro, con  la  quale  in  Roma  la  prima  vol- 
ta, e  per  molli  anni  è  stata  celebrala  la 
sua  festa  in  questa  chiesa,  che  viene  al' 
li  7.5  di  maggio.  Quindi  aggiunge,  nel 
mezzo  della  chiesa,  al  Iato  sinistro  nell'en- 
trare vi  è  un  altare  dedicato  alla  medesi- 
ma santa,  dove  se  ne  fa  festa.  Trovo  poi 
nella  Descrizione  delle  pitture  in  Roma, 
del  Titi,  Roma  1 763:  il  quadro  dipinto  a 
olio  dallo  Speranza  (Gio.  Dattisla  roma- 
no morto  nel  1640),  esprime  s.  Maria  Ja- 
cob! con  s.  Giovanni.  Il  che  conferma  il 
Venuti,  Descrizione  di  Roma  moderna, 
Roma  1767,  con  dichiarare  essere  il  qua- 
dro di  s.  Maria  Jacobi  e  di  s.  Giovanni, 
dello  Speranza.  Non  vedendo  più  ricor- 
dati la  scultura,  l'aitale  e  il  dipinto  da' 
posteriori  descrittori  di  Roma,  ne  inter- 
pellai il  Uev.  p.  curato,  il  quale  gentil- 
meole  mi  rispose:  Non  piùesislere  il  mar- 


VER 
mo  e  l'iscrizione,  neppure  il  quadro,  an- 
zi essere  l'allure  ora  detlicato  a  s.  Vin- 
cenzo Ferreri  <lomenicano  (al  cui  ordi- 
ne affidò  la  chiesa  Innocenzo  XIII  del 
1721)  col  quadro  che  lo  rappresenta. 
Quindi  tutto  verificai  personalmente, 
nulla  trovando.  Altri  schiarimenti  so- 
pra s.  Salome,  li  riferirò  con  riportare 
più  avanti  le  considerazioni  del  contem- 
poraneo abbate  Cappelletti,  fatte  nelle 
Chiese  d'Italia,  opera  in  corso  di  slam- 
p;i.  Si  può  vedere,  Antonio  Sandiui , 
//istoria  apostolica  ex  antiquis  ma- 
numenlis  collecta,  Patavii  1765.  Delle 
tre  Marie,  chi  alcuni  intendono  essere, 
l'accennai  in  quell'articolo.  Qui  per  eru- 
dizione ricorderò.  Secondo  le  diverse  o- 
pinioni  dissi:  nel  voi.  VII,  p.  203,  espri- 
mere lei  5  Candele  \i%iì\e  \\k\  Triduo  lìel- 
la  Settimana  Santa,  i  XII  Apostoli,  la 
B.  Vergine  e  le  due  Marie;  e  nel  volume 
LXIV,  p.  3  II,  oltre  l'opinione  del  Bu- 
ller,  simboleggiare  tali  candele  gli  XI  A- 
postoli,  la  ss.  Vergine  ,  e  le  altre  sante 
Donne;  inoltre  ivi  notai,  col  Didich,  de- 
notare la  fede  della  ss.  Trinità,  quale  vi- 
geva nella  B.  Vergine,  negli  Apostoli  e 
nelle  tre  Marie.  Ma  nel  voi.  Vili,  p.  284, 
col  Cancellieri,  significare  lo  smorzameu- 
lodii4  di  tali  candele,  il  raffreddamento 
non  meno  degli  A  postoli  e  de'Discepoli,  e 
quella  che  si  lascia  accesa,  simboleggia- 
re anche  la  B.  Vergine.  Inoltre  col  Can- 
cellieri rilevai  ne' voi.  VII,  p.  202,  Vili, 
p.  319,  indicnre  le  Ire  candele  del  Tri- 
cereo,  le  tre  Marie;  e  che  il  Borgia  sostie- 
ne figurare  il  mistero  della  ss.  Trinità, 
non  le  tre  Marie  o  le  due  Marie  e  Salome. 
Nella  basilica  Vaticana,  nel  vesperodiPas- 
qua  si  fa  la  processione  detta  delle  Marie. 
Ma  ora  dalle  erudizioni  conviene  passa- 
re a  ponderate  critiche,  come  richiede  il 
grave  argomento,  riportando  quanto  in 
proposito  miha elargito  l'onorevole  cav. 
Alellonj,  estraendolo  dalle  memorie  del- 
l'archivio  di  sua  nobile  famiglia,  e  rac- 
colte dal  sullodato  suo  degno  e  dotto  avo 
Fruacescu  Carlo.  11  ricordato  filippino  p. 


V.ER  53 

C;irIo  Miissini,  autore  della  1  .*  Raccolta 
delle  Fi  te  de'  Santi,  impressa  in  Roma 
n-il  1763,  e  l'altro  filippino  p.  Andrea 
Micheli, autore  senza  nome  della  i.',  pu- 
re stampata  in  Roma  nel  1767,  ambe  dal 
tipografo  Pagliarini,  dissero  a' 9  aprile 
nella  vita  di  s.  Maria  di  Gleofa,  c/te  il  suo 
corpo  si  conserva  e  si  venera  in  Ferali. 
Il  nominato  nobile  verolano  Francesco 
Carlo  Mellonj,  gliene  scrisse  in  proposi- 
to  quanto  vado  a  riprodurre,  il  che  die' 
njotivo  a'due  dotti  filippini  della  congre- 
g  izione  dell'Oratorio  di  ricredersi,  il  cui 
tenore  non  si  discosta  dalle  dotte  conclu- 
sioni del  eh.  ab.  Cappelletti.  >»  Veroli  2  i 
marzo  1767.  Al  Piev.°P.  Andrea  Miche- 
li. La  s.  Protettrice  di  questa  città  e  dio- 
cesi, il  di  cui  sagro  corpo  veneriamo  nel 
suo  tempio,  che  é  il  piìicospicuo  della  cit- 
tà, è  la  madre  de'due  apostoli  Giacomo 
il  Maggiore  e  Giovanni  l'Evangelista. 
Dil  1209,  in  cui  seguì  la  prodigiosa  ia- 
venzione  delle  ss.  Reliquie,  sino  al  presen- 
te giorno,  si  è  sempre  prestato  il  cullo 
mai  interrotto  a  questa,  e  non  ad  altra 
santa.  Gli  annui  panegirici,  la  messa  ed 
udlzio  proprio,  antichi  e  moderni,  tutti 
tendono  al  cullo  della  madre  de'figli  di 
Zebedeo,  e  questa  è  1'  antica  e  costante 
tradizione  che  abbiamo  fondata  sopra 
monuiuenti  tali,  che  non  ammettono  di- 
sputa. Ne  accennerò  qualcuno.  iVel  l'arca 
di  pietra  d'antica  struttura,  dove  erano 
riposte  le  ss.  Reliquie,  e  che  oggi  come 
prezioso  monumento  si  conserva  nella 
pliitea  esteriore  della  confessionje,  si  legge 
la  già  conosciuta  iscrizione.  Potrei  citare 
in.jitissime  pergamene  esistenti  nell'ar- 
chivio di  questa  cattedrale,  che  indivi- 
duano lo  stesso,  ma  basterà  il  riferirne 
s'.lo  due;  la  i."  del  12  io,  l'anno  stesso 
dopo  l'invenzione,  in  cui  Adinolfodi  Go- 
rizia, vendidit  d.  Oddoni  ven.  Epìscop., 
quello  stesso  che  l'anno  precedente  assi- 
stè allo  scoprimento  delle  ss.  Reliquie.  U- 
ghelli,  Italia  sacra,  t.  i,  Ferul.  Epis., 
§  I ,  ani.  med.  et  §  2 0  :  /id  utilitalem  Ec- 
cltsìae  B.  Mariae  Mairis  ^poslolorwa 


54  VER 

Jacohi  et  Johctnnis  Casali num.t,2L  2/  è 
un  breve  d'indulgenza  coucccUita  da  Mar» 
tino  Y,  a  citi  visitava  la  chiesa  di  s.  Sa- 
lome  nella  sua  festa  de'aS  maggio  colle 
seguenti  espressioni.  Citm  itaque,  siculi 
accepimus  ad  Ecclesiarn  B. Marine  Ma- 
tris  ss.  Joannis  et  Jacohi  Aposlolorum 
yenilas,  uhi  corpus  dictae  Sanctae  ve- 
nerabililer  requiescil ,  honiinum  est 
personarum  partiwn  circumviciniorum 
roTìfluat  multitudo.  Nos  cupientes  eie. 
Senza  dir  nulla  di  tanti  altri  brevi  d'in- 
dulgenze  di  vescovi,  cardinali,  e  de'Som- 
ini  Pontefici  Giovanni  XXII,  Innocenzo 
VI,  Bonifacio  IX,  ed  altri,  che  si  cooser* 
■vano  nell'archivio  riferito.  L'ufficio  pre- 
sentemente impresso  con  decreto  della  s, 
congregazione  de'rili, dice  espressamente: 
Die  7.5  maii infesto  Trans lalionis  s. Ma- 
rine Salome.  Die  1 7  oclohris  infesto  In- 
ventioiiis  s.  Marine  Salome.  Le  lezioni 
sono  di  s.  Salome,  enei  fine  della  terza 
del  2. "notturno  si  legge:  Apud  Hernicos 
tandem  in  Domino  qiiievisse  prodeunt 
velerà  monumenta  Ecclesiae  Ferula- 
nae,  ubi  sacrum  ej'us  corpus  piissime 
volilur.  Nella  messa  e  nell'uffizio  si  legge 
il  Vangelo  di  s.  Matteo  cap.  20,  ove  si 
raccoota  la  petizione  fatta  da  s.  Salome 
a  Gesù  Cristo,  die  ut  sedeant  eie,  qual 
motto  si  legge  sull'arco  grande  della  tri- 
buna delia  sua  chiesa,  di  contro  la  porta 
maggiore.  Ma  quel  ch'è  più,  anche  l'uffi- 
zio antichissiniOjConlemporaneoquasi  al- 
l'invenzione, e  fatto  sul  gusto  di  qne'lem- 
pi  con  versi  leonini,  tanto  nelle  lezioni, 
•;!ie  nell'antifone,  responsorii,  ed  omelie 
del  Vangelo,  tutto  è  in<lirizzato  al  cullo 
di  s.  Maria  Salome  madre  degli  apostoli 
Giacomo  e  Giovanni.  Abbiamo  inoltre 
Ire  leggende  impiesse  di  questa  santa, 
una  nell'anno  1 553,  presso  Antonio  Bia- 
do impressore  camerale  in  Roma,  l'altra 
pressoGi.'imbaltistaUobleti  1 689  iuRieli, 
da  3."ch'èun  piccolo  volume  in  4.°com- 
posto  dal  tuttora  vivente  sig.  d.  Giantbat- 
tislaNorchiaroli  abbate  di  qnestacollegia- 
la  di  I.  PauIo,sianipala  in  lloiua  nel  1780 


VER 

da  Giambattista  Caporali;  e  benché  in  es- 
se, come  in  altri  monumenti,  si  chiami  s. 
Maria  Jacohi,  s' individua  però  essere 
s.  Maria  Salome  la  madre  de'fìgli  di  Ze- 
bedeo,  la  madre  de'ss.  Apostoli  Giacomo 
il  Maggiore  e  Giovanni  l'Evangelista,  e 
mai  s.  Maria  di  Cleofa  ossia  la  madre  di 
Giacomo  il  Minore  e  di  Giuseppe.  Mi 
sovviene  a  questo  proposito  ciò  che  lessi 
tempo  fa  sul  nostro  Aonio  Paleario  nel 
libro,  De  aniniarwn  immortalilate can- 
tra Lucretium,  che  tanto  viene  esaltato 
dal  Gravina  nella  sua  Ragion  Poetica, 
dedicando  egli  nel  lib.  3.°,  se  non  erro, 
la  sua  opera  a  s.  Giovanni  Evangelista, 
v'inserisce  gentilmente  due  versi,  che  ad 
un  dipresso  cantano  così, non  ricordan- 
domi le  precise  parole,  non  essendo  più 
il  libropresso  di  me.  Dumque  tihi,  et  ma- 
tri  solido  de  tnarniore  Tcniplum  -  Jn- 
stituunt  Verulis,  Folsci,  Marsique,  La- 
tincque.  Cito  quest'autore  verolano  che 
fiorì  nel  secolo  XVI,  poiché  cognito  a' 
letterati,  con  molti  de'  quali  si  trovava 
io  istretta  relazione.  Il  dedotto  fin  qui 
mr  sembra  sufficientissimo  per  potere  af- 
fermare, che  la  s.  Protettrice  da  noi  ve- 
nerata, none  altrimenti  Maria  di  Cleofa, 
ma  Salome;  pure  per  compimento,  sti- 
mo d'aggiungere,  che  la  sa.  me.  di  Be- 
nedetto XIV,  era  così  persuaso  di  tal  ve- 
rità, che  volle  di  questo  sagro  tempio 
formarne  un  santuario,  con  arricchirlo 
di  varie  indulgenze  plenarie  perpetue, con 
brevi  e  rescritti  del  l'j'^i,  (le'quali  chia- 
ramente si  dice:  S.  Maria  Salome,  ma- 
ter  ss.  Aposlolorum  Joannis  et  Jacohi. 
E  r  istesso  Sommo  Pontefice  in  due  i- 
stanze  fntlegli  dalla  Spagna  e  da  Napoli 
per  l'ulfizio  e  messa  di  questa  santa,  fe- 
ce sempre  scrivere  qui  al  vescovo  ante- 
cessore del  presente.  Egli  è  vero,  che  l'es- 
sersi bene  spesso  chiamata  qui  e  da  vari 
scrittori  ecclesiastici  la  s.  Protettrice  col 
nome  di  Maria  Jacohi,  ha  dato  luogo  a 
taluno,  comea'pp.  Bollandisli  addicni  q 
aprilis,  cap.  7.  in  fine,  di  dubitare  che  il 
nostro  culto  sìa  di  s.  Maria  di  Cleofa; 


VER 
placche  la  medesima  noi  Vangelo  di  s. 
Matteo  27,  56,  e  ili  s.  Marco  16,  i,  vie- 
ne appunto  chiamata  Maria  Jacobi,  ov- 
vero  Maria  Jacobi,  et  Joseph  niaUtr  j  a 
tlifferen/.a  della  moglie  di  Zebedeo,  die 
ivi  si  appella  assolutamente  Saloine,  o 
Mater  filiortini  Zebedei.  Ma  quanto  al 
nome  di  Diaria  die  si  da  a  Saloine,  si  po- 
trebbe allegare  una  turba  di  autori  anti- 
chi e  ino<lerui,  che  cosWlianno  chiama- 
li la,  e  quanto  al  nome  di  Maria  Jacobi^ 
non  hanno  voluto  mai  qui  intendere,  /cz* 
cobi  3Iiiioris,  ned  Majoris,  come  risulta 
da  tutti  i  documenti.  Se  i  pp.  Collaudi- 
6ti  avessero  avuto  la  volontà  o  il  comodo 
di  esaminare  gli  Atti  della  s.  Chiesa  Ve- 
l'olana,  come  ha  fattoti  p.  Calmet, avreb- 
bero cocie  il  medesimo  cambiato  parere, 
dacché  egli  nel  suo  Dizionario  Biblico 
in  verbo  Maria  Cleophae  avea  detto.  In 
Martyrologio  romano  3Iariae  Cleophae 
fesluni  ad  dieni  9  aprilis  consignaiur  ; 
me/noria  vero  translali  ej'us  corporis 
iterali  ni  in  agro  romano  die  i5  maii  re- 
eolitur.  Ma  poi  nel  Supplemento  in  ver- 
bo Maria  cuj'us  lypsana  (si  corregge) 
servanlur  Verolini  in  agro  romano,  ma- 
tri  eral  Jacobi  etJoannis  appellabatiir, 
non  Maria,sed  Salonie, quamquam  vul- 
go Maria  eliam  nuncupalur.  Mi  aveva 
fatto  la  V.  II.  dell'impressione  sensibile 
col  dirmi  nella  sua  riveritissima,  che  l'U- 
ghelli  alFerma  espressamente,  venerarsi 
qui  s.  Maria  di  Cleofa.  Ho  letto  perciò  e 
lilelto  attentamente  il  mio  Ughellio,  ch'è 
della  stampa  del  BernardinoTomi,Uoma 
1 644>6  trovo  che  il  medesimo  la  chiama 
Maria  Jacobi,  da  cui  forse  Ella  avrà  de- 
dotto, ch'era  Maria  di  Cleofa,  secondo  il 
citato  testo  di  s.Marco.  La  pieg^o  perciò  a 
iiflettere,chenon  lachiamaMariadiCleo- 
fa,  ma  sibbene  Maria  Jacobi  malerjilio- 
rum  Zebedei,  che  è  appunto  s.  Salome. 
«Finisco  di  rispondere  a  queste  diflicoltà 
con  la  testimonianza  di  due  padri  rispetta- 
bili dello  slesso  Oratorio,  \\  liaionio  ed  il 
Manni:  il  nostro  cardinal  Baronio,  che 
udle  note  ul  Marliiologio  de'  2 5  moggio 


VER  55 

dice,  che  il  corpo  di  s.  Maria  Jacobi  si  ve- 
nera in  Veroli;  afferma  poi  nelle  slesse 
noie  il  dì  25  luglio,  festa  di  s.  Giacomo 
Maggiore,  sane  qitidem,  et  horum  Mei' 
treni  uxorem  Zebedei  cadem  dispersio- 
ne fugalam  in  Italiani  adventasse^et  a- 
pud  Ilernicos  itinere  fatigatani  in  pace 
quievisse  produntvetera  monumenta  Ec- 
clesiae  f^erulanae,  ibi  ej'us  veneranduin 
corpus  religiose  asservatur.  Il  p.  Ago- 
stino Manni,  De  selectis  historiis,  al  cap. 
202,  dopo  rifioriate  le  parole  del  Marti- 
rologio de'aS  maggio,  soggiunge:  F^cru- 
Vis  in  Hernicis  Iranslalio  s.  Mariae  Ja- 
cobi, cuj'us  corpus  plnrimis  miraculis 
illustratur,  così  le  spiega.  Quod  audis 
Mariani  Jacobi,  Majoris  intellige  ma- 
treni,  non  Minoris,  constai  eni/n  tam 
ex  citala  historia  qnam  ex  P^erulanac 
et  PistoricnsisEcclesiae  monumenlis Ma- 
riae Salome,  non  Jacobi  Minoris  reli- 
qnias  apud  l-^erulas  asservari.  Ma  ecco 
che  in  luogo  d'  una  lettera,  che  mi  era 
proposto  di  fare,  ne  è  uscita  una  piccola 
dissertazione.  Quale  mercede  io  doidero 
dal  mio  p.  Micheli  riveritissimo? Null'al- 
Irò  che  mi  faccia  il  favore  di  cancellarmi 
nella  vita  di  s.  Salome  nel  suo  proprio 
giorno  de'25  di  maggio,  come  fa  il  Mar- 
tirologio romano,  discifrando  l'equivoco 
di  s.  Maria  di  Giacomo  edi  s.  Maria  Cleo- 
fa. In  tal  giorno  se  ne  celebra  la  festa  non 
solo  da  noi,  ma  anco  costì  nell'Oratorio 
de'Vascellai  in  Trastevere,  e  se  ne  face- 
va anche  la  festa  nella  chiesa  de'ss.  Qui- 
rico  e  Giulitta,  nella  cappella  ivi  eretta 
in  onore  della  Santa,  e  con  indulgenze 
concesse  da  Urbano  VII  (o  meglio  Vili 
che  restaurò  la  chiesa  e  la  ridusse  in  mi- 
glior forma:  Urbano  VII  visse  soli  i3 
giorni),  ma  non  so  se  oggi  vi  sia  più  la 
cappella,  dopo  rinnovata  la  chiesa,  e  se 
ne  faccia  commemorazione  (anco  di  que- 
sto mi  occupai  :  ora  non  si  fa  ne  festa, 
ne  commemorazione).  Certamente  in 
alcune  chiese  del  vicino  regno  di  Napo- 
li ricorre  la  festività  di  s.  Salome  a'i) 
inaggio,  ed  iu  multe  chie»e  della  Fran- 


56  VER 

eia  pei-  nllestato  de'  pp.  Dol!;i?idisli  ad 
diein  25  mail  itipraeterniissìs.  Si  nsten- 
ga,  di  grazia,  dal  situarla  sotto  il  d'i  22  ot- 
tobre, che  allude  al  culto  di  questa  santa 
in  Gerusalemme  e  Costantinopoli,  come 
opinano  i  suddetti  pp.  Bollandisli  e  com- 
pagni, a'g  di  aprile  nella  vita  di  s.  Cleo- 
ia  al  cap. I  in  fine.  A  noi  che  siamo  latini 
compie  di  dare  risalto  al  cullo  delle  no- 
stre chiese  occidentali.  Riceverò  questa 
finezza  per  il  maggior  attestato  dell'a- 
mor suo  verso  di  me.  Intanto  ec.  "  — 
Risposta  del  R.  p.  Micheli.  »  lllm.°  Sig."^ 
Francesco  Mellon j.  Roma  i. "aprile i  767. 
Pago  ora,  benché  tardi,  il  debito  che 
ho  con  Lei  di  risposta  alla  stimatissi- 
ma sua  lettera  de' 2  i  scaduto  marzo. 
E  primieramente  le  rendo  infinite  gra- 
zie della  pena  ch'Ella  si  è  presa  di  accen- 
narmi in  tanta  copia  i  monumenti  che 
costì  hanno  del  cullo  prestato  da  codesta 
città  e  diocesi  a  s.  Salome  e  non  a  Ma- 
ria di  Cleofa;  monumenti  i  quali  non  la- 
sciano luogo  ad  equivoco  alcuno.  Laonde 
nella  vita  dis.  Salome,  che  s'inserirà  nel- 
la nuova  RaccoUa  delle  Vite  de' Santi, 
si  dirà  che  il  suo  corpo  si  venera  costà, 
ed  in  una  notarella  si  accennerà  l'equi- 
voco scorso  nella  vita  di  s.  Maria  di  Cleo- 
fa, al  quale  ha  dato  occasione  il  Tille- 
mont,alla  cui  esattezza, veramente  incom- 
parabile, si  era  prestata  fede.  Vedi  que- 
st'autore nel  titolo  s.  Giacomo  Minore, 
art.  2,  dove  parla  di  Maria  madre]di  que- 
sto s.  Apostolo  :  dove  poi  quest'autore 
parla  di  s.  Salome  non  dice  neppure  u- 
na  parola  dell'esistenza  del  sud  corpo  co- 
st"i  in  Veroli.  Sicché  Ella  vede  che,  se- 
guendo il  sentimento  di  questo  scrittore, 
si  dee  inclinare  piuttosto  a  credere  costi 
il  corpo  di  s.  Maria  di  Cleofa  che  di  s.  Sa- 
lome. ]\Ia  considerando  i  monumenti  da 
Lei  accennati,  bisogna  confessare  ch'egli 
ha  preso  un  abbaglio;  e  SI  il  p.Massini,che 
io,  conveniamo  nella  necessità  di  recede- 
re in  (juesto  punto  dalla  sua  opinione.  E' 
ben  vero  che  non  si  potrà  rimetterti  la 
vita  di  i. Salome  a'sS  di  maggio,  perchè 


VER 
questo  mese  è  già  stampato,  ultre  di  che 
il  Martirologio  romano,  che  si  è  procura- 
to di  seguire  quanto  più  è  stato  possibile,  .!'| 
la  pone  a'22  ottobre.  Quello  che  icscris-  ' 
si  in  questo  proposito  dell' Ughelli,  ho  ri- 
conosciuto essere  uno  sbaglio  preso  dal 
p.  .Massini  nel  leggere  quel  <esto  pressa 
i  I3ollandisti,i  quali  col  riflettereche  que- 
sto autore  non  chiama  la  Santa,  che  cost\ 
si  venera,  Salome,  non  Salomam  sed 
Mariani  Jacohi,  gli  fecero  apprendere, 
ch'egli  escludesse  positivamente  s.  Salo- 
me, nel  qual  caso,  sarebbe  riraasa  sola- 
mente s.  Maria  di  Cleofa, cioè  moglie  non 
madre  di  Cleofe, dicui  si  potesse  dire  che 
costi  fosse  il  corpo.  Ma  non  più  di  questo, 
e  come  ec.".Soggiunge  il  cav.  Mellonj,  né 
smentì  il  p.  Micheli  la  sua  parola,  giac- 
ché sotto  il  22  ottobre  della  1.' Raccolta 
delle  Vite  de'  Santi y  ovvero  Appendice 
alla  t.' raccolta  pubblicata  nel  1763,  t. 
I,  Roma  1767  tipografia  Pagliarini,  al 
prossimo  finale  vi  fece  la  seguente  anno- 
tazione. »  Nella  vita  di  s.  Maria  Cleofa 
a'g  aprile  si  è  detto,  che  il  corpo  di  quel- 
la santa  si  venera  in  Veroli,  sull'auto- 
rità di  alcuni  gravi  scrittori,  che  ciò  han- 
noasserilo;  ma  da  documenti  veri  ed  au- 
tentici della  chiesa  di  Veroli,  apparisca 
che  il  corpo  della  santa  ivi  venerata  non 
è  altrimenti  quello  di  s.  Maria  di  Cleofa, 
ma  di  s.  Maria  Salome  ".  Prima  di  ri- 
prendere il  filode'miei  studi  in  argouieu- 
to,  qui  trovo  indispensabile  fir  precede' 
re  una  protesta.  Le  preziose  riferite  cose 
riprodotte,  dell'  archìvio  Mellonj,  io  le 
ricevei  dopo  aver  interamente  compito 
quest'articolo.  Se  prima  di  cominciarlo 
l'avessi  conosciute, certamente  mi  sarei 
astenuto,  tanto  avanti  quanto  dopo  di 
questo  luogo,  di  discutere  i  ptmti  in  es- 
se così  bene  sviluppali.  Dico  questo,  qua- 
lora alcuno  mi  volesse  con  rigore  adde- 
bitare di  ripetizioni  o  superfluità,  a  ciò 
che  riportai  ed  a  quello  che  segue,  sic- 
come il  tutto  anteriormente  già  scritto. 
Inserite  i\n\  queste  aggiunte,  invece  di  | 
riformare  0  soppiiinerc  qualche   trotta     ! 


VER 

«lei  mio  scrllfo,  slinio  meglio  lasciar  tul- 
io, nnco  per  assolnin  m.incniiza  di  tem- 
po, poicliè  la  ti  porrla  liii  precisamente  a 
questo  punto  inaticava  di  mss.,  ed  il  pre- 
sente doveva  subito  imprimersi.  Meli'as 
est  abìindare  qunm  dcficere. —  Riassu- 
mendo i  Cenni  del  Crescenzi,  che  parli- 
coliumente  va  letto  sulle  obbiezioni,  co- 
me per  rincremeuto  del  culto  della  San- 
ta, ad  istanza  del  vescovo,  del  capitolo  e 
della  comunilàdi  Veroli,il  cardinal  Ber- 
trando Deucio  legato  o  vicario  apostoli- 
co per  Cleuieiile  VI  di  tutto  lo  stato  ec- 
clesiastico, col  diploma  che  produce  Ex' 
hìbila  nobis,  de'  i  6  febbraio  i  346,  uni 
alla  cattedrale  la  chiesa  scu  ctppellnmy 
esistente  nella  città  sotto  l'in  vocazione  di 
s.  Saloine,  che  avea  il  proprio  rettore,  in- 
corporandola in  perpetuoalla  chiesa  ma- 
trice, con  tutti  i  suoi  diritti   e  pertinen- 
ze. Ma  4  snni  dopo  nel  deploralo  fortis- 
simo terremoto  degli  8  settembre  i35o, 
per  cui  rovinò  quasi  tutta  la  città,  crollò 
jinch'essa,  e  tra  le  sue  rovine  sepiielTi  le 
reliquie  della  santa.  Poscia  dopo  alquan- 
to tempo,  e  pare  nel  i  35r,  a'i  7  ottobre, 
cominciandosi  a  riedificare  il  nuovolem- 
pio  ad  onore  di  Dio  e  della  Protettrice, 
con  grande  allegrezza  de'verolaui  furo- 
no rinvenute,  e  poscia  con  solennissima 
pompa  trasiute  a'i')  maggio  1  35?.  nella 
cattedrale  (queste  date  l'ho  io  com  riilot- 
te,  per  concordare  rUghelli,il  Crescen- 
zi  che  lo  segui,  il  Ca|>pelletti  che  volle  rel- 
lilìcare  l'istoriografo  lìeW Ilidi'a  sacra,  e 
mi  pare  ragionevolmente),  per  custodir- 
le più  onorevolmente.  D'allora  in  poi,  in 
memoria  dell'avveinUo,  in  Veroli  si  ce- 
lebrò l'invenzione  nell  ottobre  enei  mag- 
gio la  traslazione,  ne' medesimi  indicati 
giorni,  e  sono  le  principali  feste  popola- 
ri. Due  vescovi,  rimarca  il  Crescenzi,  più 
degli  altri  meritano  lode  per  lo  zelo  ch'eb- 
bero in  edificare,  arricchire  e  ornare  la 
nuova  chiesa  di  s.  Salome  :  il  1 .°  è  fr.  Cle- 
mente Bartolomei,  che  nel  i449  "on  so- 
lo la  condusse  a  fine  e  consagrò,  ma  l'u- 
ni nuovameote  alla  pattedrale,  e  dopo 


VER  "ij 

molle  controversie  gli  riuscì  di  assegnar- 
le alcimi  beni  deliacoraunìtà;il  2." è  Do- 
menico de  Zaulis,  il  quale  variando  l'an- 
tico disegno,  la  fece  rifoimare  con  buon 
ordine  di  architettura.  Termina  il  Cre- 
scenzi i  suoi  Cenni  storici ,  col  narrare 
alcuni  miracoli,  in  prova  e  conferma,  che 
il  corpo  identico  di  s.  Salome  esiste  in 
Veroli.  lli.°ricevutoda  Altruda  di  Pisto- 
ia, che  abbandonata  da  tutti  per  lo  schi- 
foso mal  di  lebbra,  le  apparve  s.  Salo- 
me, e  le  promise  che  sarebbe  guarita  se 
sì  fosse  portala  a  Veroli,  come  si  verifi- 
cò. Il  2."  lo  sperimentò  Gregorio  giova- 
ne pugliese,  il  quale  trovanilosi  a' bagni 
di  Po7zuoli  per  riacquistare  la  perduta 
loquela  e  raddrizzare  la  sua  bocca  di- 
storta, ed  ascoltando  i  miracoli  che  ope- 
rava in  Veroli  s.  Salome,  vi  si  recò  e  ri- 
mase perfettamente  guarito.  Il  3."  l'eb- 
be tuia  donna  napoletana,  che  tratta  dal- 
la fama  de' prodigi  di  sì  gran  santa,  fat- 
tasi condurre  a  Veroli  dal  consorte,  restò 
libera  dalla  podagra  e  chiragra  che  l'a- 
veano  malmenata  5  anni.  Della  mirabi- 
le liberazione  dell'eccidio  a  cui  do vea  sog- 
giacere Veroli  nel  i556,  di  già  parlai. 

La  sede  vescovile  di  Veroli  sempre  è 
stata  immediatamente  soggetta  alla  san- 
ta Sede,  e  lo  è  tuttora.  La  serie  de'suoi 
vescovi,  è   tradizione   presso  i   verolani, 
che  coruinci  dal  consagrato  da  s.    Pie- 
tro a  primo  vescovo,  però  non  quel  Mau- 
ro, che  a  s.   Salome  e  suoi  compagni 
avea  dato  ricetto  ,   bensì  quell'altro  s. 
,  Mauro  che    più  sopra  nominai,  secondo 
la  tradizione  della  s.  Chiesa  verolana.  Ma 
rUghelli  dichiara:  Fcrulani  Praesulei\ 
quos  nobìs  eruere  licuit  ex  diversis  seri- 
plitris ,  nionitnientisque  ejiisdem  Eccle- 
sìae  segnentcs  ernnt.  L'incomincia  con 
Martino  del  743,  ed  io  lo  seguirò,  com- 
piendone la  cronologia  colle   Notizie  di 
iJor/iay  però  terrò  presente  il  eh.  ab.  Giu- 
seppe Cappelletti,  che  colla  sua  dotta  e 
critica  opera,  Le  Chiese  d'Italia,  ha  sa- 
pulo rettificare  e  ampliare  l'Ughelli.  E- 
gli  pertanto  nel  t,  6,  p.  467,  tratta  del- 


58  VER 

la  s.  Chiesa  di  Veioli.  Sostenendo  i  ve« 
l'olani,  esser  stata  loro  predicata  la  fede 
evangelica  da  s.  Salotue,  moglie  di  Zebe- 
deo,  madre  de'  ss.  Giacomo  Maggiore  e 
Giovanni  apostoli;  l'ai). Cappelletti  si  pro- 
pose, colla  piena  cognizione  de'ragionati 
Cenni  storici  del  can.  Crescenzi,  che  se- 
gue e  loda  per  la  molta  erudizione  cui 
l'accolse  e  compendiò  l'antiche  patrie  tra- 
dizioni, sulla  detta  asserzione,  conferma- 
ta dall'immemorabile  tradizione  di  que- 
sta chiesa  e  da'monumenti  di  considere- 
vole antichità,  di  recare  a  testimonianza 
gli  argomenti  e  le  prove,  de'quali  i  vero- 
iani  si  valgono  a  dimostrarla.  Conviene, 
dopo  le  attestazioni  degli  scrittori  allega- 
ti dal  Crescenzi,  potersi  concedere  in  buo- 
na critica,  che  s.  Salonie,  sia  comunque 
del  suo  viaggio  col  figlio  s.  Giacomo  nel- 
le Spagne,  pose  piede  in   Italia  dopo  la 
persecuzione,  che  i  giudei  avevano  susci- 
tato in  Gerusalemme  control  seguaci  del- 
la novella  religione, e  perciò  dopo  il  mar- 
tirio di  s.  Stefano.  Giunta  quindi  a  Ve- 
roli,  co'suoi  compagni,  e  convertilo  alla 
cristiana  credenza  l'ospite  Mauro,  dicono 
i  verolani  che  desso  ne  tu  pure  il  i.°  loro 
■vescovo,  al  riferire  del  medesimo  Cappel- 
letti. Veramente  i  verolani  mi  hanno  as- 
sicurato del  contrario,  come   due  vol- 
te hodichiarato:  il  solo  nome  fu  comune 
all'ospite  delia  santa  e  del  i ."  pastore.  Ma 
soggiunge  il  Cappelletti,  mancare  di  fon- 
damento tal  gratuita  asserzione,  tranne 
l'averlo  fatto  eflìgiare  insieme  cogli  altri 
vescovi  di  questa  chiesa  nella  sala  del- 
l'odierno episcopio.  Conviene  che  la  pre- 
dicazione di  Salomee  de'suoi  collabora- 
tori evangelici  avea  formato  in  Veroli  un 
grosso  drappello  di  adoratori  del  Croce- 
fisso, e  che  ingelositasi  la  pagana  fierezza 
volle  sterminarli, e  pe'primi  Biagio  e  De- 
metrio, registrati  nel  martirologio  roma- 
no a'29  novembre,  colle  parole,  f^eruli 
ss.Martyrwn  Blasiict  Dcnietriì^  men- 
tre di  più  ne  fa  sapere  quello  della  col- 
legiata di  s.  Erasmo,  nella  cui  leggenda 
è  da  Dotare,  che  la  sepoltura  loro  data 


VER 

infra  màjorem  Ecclesiani,  ciint  hynmis 
et  laudibus,  non  devesi  riferire  al  tem- 
po del  loro  martirio,  perche  egli  ritiene 
non  esisteva  allora  la  chiesa  maggiore, 
ossia  la  cattedrale;  ma  bens\  a  lem[)o  al- 
quanto più  tardo,  seppur  non  abbiasi  ad 
intendere,  che  sieno  stali  sepolti  colà,  do- 
ve oggidì  la  maggior  chiesa  sussiste  (iu 
fatti  1'  Ughelli,  parlando  del  vescovo  A- 
steo,  come  poi  dirò,  nella  cattedrale  co- 
struì il  sepolcro  per  se  e  successori  ,  in 
loco  ubi  corpora  ss.  Marlyruni  Dlasiiet 
Denielrii  inventa  fneranl).  Realmente 
s'ignora  storicamente  il  luogo  ove  i  ss. 
Martiri  furono  sepolti  da'primi  cristiani, 
e  solo  si  ha  riprodotto  dal  Ferrari,  e  con- 
fermato da'fatti:  in  Cath.  SS.  quorum fe- 
licia  Corpora  a  christianis  sepulta  cani 
dia  ignota  fecissent  Coelesllno  HIP.  M. 
cwn  cuidain  Bernardino  Perniano  in 
somnis apparuissenl  f'^erulis  ab  EpiscO' 
pò  reperla  sunt  ly  kal.j'nnii.  In  quanto 
poi  alla  tradizione,  confermata   dall'  U- 
ghelli,  e  da  un'unlichissicna  processione, 
che  ogni  annosi  ripete  all'intorno  del- 
la cattedrale,  qual  simbolo  del  remoto 
martirio,  polrassi  ritenere,  che  veramen- 
te il  luogo  ove  fcu'ono  sepolti,  ed  ove  ri- 
masero dopo  la  suddetta  invenzione,  fos- 
se quello  in  cui  alcuni  secoli  appresso, sen- 
za conoscerlo,  si  fondò  la  cattedrale,  co- 
me saviuniente  anche  dal  Ca{ipelletti   si 
opina.  Evvi  eziandio  memoria  di   altri 
compagni  de'memorati  martìri,  comesi 
ricava  da  questa  leggenda.  ObiLus  s.  Ma- 
rine Jacobi  niss. ex  Biblioih.  FeruLLc' 
ctio  IH:  B.  Mariae  Jacobi  cum  Sociis 
suis,  videlicet,  Zaccheo,  Biasio,  Deme- 
trio ^  Gregorio  et  Leone,  et  altis  decem 
et  noveni  ea  praefata  urbe   redeuntibns 
in  subnrhanis  reinansit,  civilatis  siqui' 
deni  Berulanapraedtcta  paganorunifc' 
cibus,  et  idolornm  imniunditiis  irretita 
etc.  Quanto  alla  beata  morte  di  «.'Salo* 
me,  l'ab. Cappelletti  la  diceavvenula  nel- 
l'anno 4o  dell'era  cristiana,  secondo  E- 
leca  vescovo  di  Saragozza.  Parlando  del- 
l'io veuzioae  del  sagro  suocorpo,  con  quel- 


I 


VER 
lo  (li  sua  sorella  Maria  di  Jacopo,  dichia- 
ra non  poter  comprendere  per  qual  mo- 
do, né  quando,  né  da  chi  fosse  sepolto  con 
quello  di  s.  Salome  (in  fatti  il  Crescenzi 
non  riporta  alcuno  schiarimento).  L'ab. 
Cappelletti  offre  il  fac  simile  dell'iscrizio- 
ne in  cifre  trovata  sulla  cassa  di  pietra  e 
ricavata  da' Cenni  storici,  non  aderendo 
però  al  parere  del  Crescenzi  e  degl'inten- 
denti,che  come  dissi  l'attribuirono  al  VII 

0  Vili  secolo,  opinando  colle  sue  conside- 
razioni appartenere  le  forme  delle  lettere 
appena  appena  al  X  secolo  e  forse  forse  al- 
l'XI.  Egli  inoltre  lascia  a  .suo  luogo  la 
verità  sul  ritrovamento  del  corpo  di  s. 
Maria  di  Jacopo,  unito  a  quello  di  sua 
sorella  Maria  Salome;  e  con  buona  pa- 
ce de'Bollandisti  che  lo  riferiscono,  non 
sa  persuadersene,  si  perchè  non  esiste 
traccia  ch'ella  sìa  venula  in  Veroli  e  vi 
sia  morta,  oppure  che  vi  sia  stata  Irasfe- 

1  ita  defunta,  per  aver  ivi  sepoltura  col- 
ia sorella  Salome,  e  sì  perchè  la  piccola 
cassa  di  [)ietra,  in  cui  furono  chiuse  le 
ossa,  forse  per  sottrarle  alle  profanazio- 
ni delle  soldatesche  di  Muca,  non  olire 
nell'epigrafe  che  il  solo  nome  di  s.  Ma- 
ria niadreclegli  apostoliC  iovanniEvnn- 
geli.sla  e  Jacopo.  Egli  èd'awiso,  che  l'e- 
quivoco sia  nato  e  dall'avere  i  martiro- 
logi e  gli  agiografi  attribuito  a  Salome  il 
nome  di  Maria^  cui  nessuno  degli  evan- 
gelisti le  attribuì  giamnaai  ,  e  dall'esse- 
re stata  anch'essa  madre  di  un  Jacopo  e- 
gualmenle  che  quella  Maria, la  quale  nel 
Vangelo  si  nomina,  da  s.  Matteo  27,56, 
Jacobi  et  Joseph  maler,  ovvero  conje  di- 
ce s.  Marco  1 5,^Q^J(icobi  Minoris  el  Jo- 
*fp/tmrt/fr,oppuresecotidos.Luca24,  IO, 
semplicemenle/J/<:ir/rt/tìc'ot/,com'è  chia- 
mata nel  martirologio  verolano  dell'ar- 
chivio di  s.  Erasmo,  che  parla  del  2.°  suo 
ritrovamento  nel  1 2og.  Quindi  l'ab.  Cap- 
pelletti nota,  come  in  esso  sia  stato  cam- 
l)iatoil  suo  vero  nome  di  Salome  iu  quel- 
lo di  Maria  di  Jacopo;  e  che  non  si  po- 
trebbe conoscere  sotto  questa  denomina- 
zione s.  Salome,  se  uoq  vi  fosse  l'ugi^iuu- 


VER  59 

to  quali Hcatìvo  ,  matris  aposloloruni 
Joannis  et  Jacobi.  Perciò  il  martirologio 
romano  alternando  i  nomi  di  Maria  Sa- 
lome e  di  Maria  di  Jacopo,  disse  di  quel- 
la a'22  ottobre  il  ritrovamento  in  Geru- 
salemme, e  di  questa  in  Veroli  a'25  mag- 
gio; il  che,  soggiunge,  devesi  intendere 
invece  tutto  all'  opposto  ,  come  chiara- 
mente si  vede  dalle  surriferite  parole  del 
martirologio  verolano.  Al  che,  non  po- 
nendo menici  Bollandisti, ingannati  pro- 
babilmente da  infedeli  leggende,  narra- 
rono trovali  insie(ne  i  due  corpi  di  s.  Sa- 
lome e  di  8.  Maria  di  Jacopo,  e  portaro- 
no  anche  i  due  versi  di  sopra  notati:  Hic 
duae  Sorores  sunt,ec.,  cui  dissero  scol- 
piti sulla  cassa   marmorea ,  della  quale 
non  si  ha  più  notizia.  Né  certamente  ia 
quesl'errore  inciamparono  gli  altri  eru- 
diti, che  scrissero  del  corpo  e  de'  viaggi 
di  s.  Salome;  perchè  sebbene  1'  abbiano 
nominata  Maria  Sa  Ionie, invece  cUe  Sa- 
lome semplicemente, l'hanno  sentpre  per 
altro  qualificata  per  guisa  da  non  poter- 
la equivocare  con  Maria  di  Jacopo;  e  par- 
lando del  corpo  di  lei  si  espressero  sem- 
pre in  singolare,  come  d'un  corpo  solo, 
anziché   vi  fosse  unito  anche  quello  di 
sua  sorella.  In  prova  l'ab.  Cappelletti  ri- 
porta quanto  ne  scrissero  il  citalo  vesco- 
vo Eleca,  ti\  il  Bcironio  ,  ambedue  con- 
venendo in  favore  di  Veroli:  iji."  si  espri- 
me, dicilurque  Verulisnnievisie,  et  mora 
cj'tis  mnltis  nobilitala  niiraculis;  W  2.°^ 
in  Italiain  adventasse  et  apud  fJernicos 
itinere  Jatigatani  in  pace  qnie^'isse  tra- 
diiiil  reterà  monumenta  Ecclesiae   Ve- 
rulanae yUbi  ej iLs  venerandum  corpus  re- 
ligioseasscrvalur.MA  eccomi  ormai  giun- 
to ad  un  altro  punto  per  me  delicato  e 
diilìcile  a  svolgersi,  per  le  discrepanti  o- 
piuioni  e  asserzioni,  non  meno  di  scrit- 
tori ,  che  delle  parli  in  esso  interessate. 
Laonde  soltanto  tenterò  di  esporlo  eoa 
quella  semplicità  che  non  può  scompa- 
gnarsi dall'erudizione.  —  Il  rispettabile 
ab.  Cappelletti,  dopo  aver  concluso  egli 
ciedìsre  di  aver  posto  ia  luce  quauto  fe> 


Go  VER 

te  nascere  lo  sbaglio  sopra  s.  Salome,  per 
l' inesatta  denoaiinazìone,  e  doversi  re- 
putare almeno  incerto  e  dubbio  il  ritro- 
vamento di  due  corpi,  al  dire  de'Boilaii- 
disti,  anziché  del  solo  di  s.  Salome;  pe- 
lò ili."  ritiovatuenlo  del  suo  corpo,  opi- 
na doversi  stabdirlo  in  un  tempo  in  cui 
la  chiesa  verolana  era  già  provveduta  del 
pastore^  e  la  chiesa  maggiore  o  cattedra- 
le  era  già  slata  eretta;  perchè  secondo  il 
racconto  de'Bollandisli,al  vescovo  di  que- 
sta città  apparve  l'apostolo  s.  Giacomo 
per  indicarne  \l  luogo.  I\Ia  poiché,  sog- 
giunge l'ab.  Cappelletti  a  p,  474)  '^  **''* 
rie  non  ci  trasmisero  il  nome  di  alcun 
vescovo  «li  Veroli  prima  del  743,  quan- 
do al  concilio  romano  di  Papa  s.  Zacca- 
ria si  trovava  presente  il  vescovo  di  Ve- 
roli Martino;  perciò  stringe  il  suo  dire, 

0  che  il  ritrovamento  di  quelle  ss,  Ileli- 
quie  avvenne  dopo  la  metà  delI'VIlI  se- 
colo, o  che  la  cattedra  verolana  ebbe  pri- 
ma di  quel  tempo  de' vescovi,  de'(juali  si 
ì:  perduta  ogni  memoria;  il  che  non  gli 
sembra  improbabile,  che  nell'VIIl  seco- 
lo o  in  quel  torno  si  stabilisse  una  nuo- 
va sede  vescovile  in  tanta  vicinanza  a 
quella  d'Alatri;  e  che  in  tal  caso  la  catte- 
dra vescovile  di  Frosiiione  precederebbe 
di  3  secoli  la  Verolana,  alla  cui  giurisdi- 
zione oggidì  ne  appartiene  la  città  e  il  ter- 
ritorio. Ma  circa  ali."  ritrovamento  del 
corpo  di  s.  Salome,  l'opinione  seguita  dal 
dotto  Cappelletti,  secondo  il  racconto  de' 
Oullandisti,  i  verolani  la  riguardano  del 
lutto  erronea;  poiché  la  s.  Chiesa  vero- 
lana  ha  ritenuta  per  unica  apparizione  di 
s.  Pietro  al  chierico  Tommaso,  quella  del 

1  ^OQ.Essendoadunquc  insussistente  l'ap- 
parizione al  vescovo,  di  s.  Giacomo,  da' 
Soli  Bolltindisti  riportata  e  da  molti  au- 
tori non  seguita,  cadono  di  conseguenza 
per  se  le  supposizioni  ed  i  ralh'onti  del- 
le cattedre  episcopali  tra  Veroli  e  Fre- 
sinone, come  sostengono  ì  verolani.  Tut- 
tivolta  sul  vescovato  di  FrosinonCj  rife- 
risce l'ab.  Cappelletti,  enumerandone  i 
seguenti  per  pastori  a  p.  5i  i.»»InnQi;en- 


VER 

zo  vescovo  di  Prosinone  nel  499)  ®  ''  '"*'" 
cessore  Pnpia  nel  5o3,  non  senza  ilubi- 
tarne,  mancandosi  di  argomenti  di  asso- 
lulasicurezxa,  perchè  il  i  °  si  sottoscrisse 
nel  sinodo  romano  Episcopus  Ecclesiae 
Eorosensis,  e  Papia  si  denomina  Frexso- 
nensis,  nel  5."  sinodo  sotto  Papa  s,  Sim- 
maco, per  cui  il  Giorgi  neW'flIstoria  di'. 
ploinalica  cathedrae  Episcopalis  t'ivi- 
tal.  Seliaeiii  Latio,  Romae  1727,  dubi- 
ta as<ai  circa  il'nome  del  vescovo  Pa- 
pia,  benché  ne  sia  favorevole  quanto  al 
vescovo  Innocenzo,  comechè  sottoscritto 
framezzo  a'  vescovi  della  Campagna  ,  e 
quello  tra  gli  orientali  ".  Sul  quale  pro- 
posito scrive  il  Giorgi  :  Fniùnoid  Epi- 
scopiiM  adscribilnr  Papias  Fressonensis, 
(jui  synodo  V  sub  Syinniacho,  anno  Do- 
r/iì ni  5 o3,  subscrìpsil:  sedcuni  ipse  Pa- 
pias rnedius  sii  inter  Oricnds  episcopos, 
vereor,  ne  Orientalis  ecclesiae  sii  assi- 
gfiandus.  Ego  malini  Frusinonis  prae- 
sidcni  consdtiiere  Innocentiuni  episco- 
pum  ecclesiae  Forosensis,  «^wj  in  subscri- 
pdonibns  priniae  synodi  liomanae,  an- 
noDomini  499, •^''^  Sym  macho,  per  Sle~ 
pluiniini  Baluzinni  e  variis  codicibus  e- 
ridis,  posi  Sanctulum  Signinuni  recen- 
sentur,  ac  deinde  post  Innocendum  sue 
cedunt  Valerius  episcopus  Calenotanus 
et  Felicissimus  Caudinensis.  Dice  inoltre 
l'ab.  Cappelletti. '>  Per  la  quale  ambigui - 
tà  i  verolani,  che  nell'epoca  de'due  pa- 
stori non  ponno  mostrare  per  anco  un 
vescovo  della  loro  chiesa,  e  si  sforzano 
di  escludere  Prosinone  dall'onore  della 
dignità  episcopale  (dicendo  però  essi  che 
Prosinone  nel  Ve  VI  secolo  era  ben  po- 
ca cosa,  e  trovarsi  la  confutazione,  parte 
dal  testo  medesimo  del  cav.  De  Matlheis, 
e  da  quegli  stessi  autori  che  allega),  ed 
ascrivono  invece  alla  loro  sede,  sino  dal- 
la più  remota  antichità  la  giurisdizione 
piena  ed  assoluta  su  di  essa.  Ma  a  torto  : 
perché,  sebbene  Prosinone  si  nomini  ne' 
diplomi  di  donazione  di  Lodovico  il  P/o, 
di  Ottone  I  il  Grande,  e  di  Enrico  II  a 
favore  della  Chiesa  romaaa,  uou  si  cu- 


VER 

nn«ce  ernia  più  antica  d'Urbano  II,  in  cui 
Frosinone  eie  sue  appartenenze  furono 
ntli'ìbuite  e  donale  al  vescovo  di  Veroli: 
né  la  carta  precede  l'anno  10^7.  Nulla  o- 
sta  perlaiilo,  che  sino  all'invasione  de'sa- 
ruceiii  o  de'Iongoljardi  abbia  avuto  Fro- 
sinone i  piopri  suoi  vescovi.  Vieppiù  cre- 
sce la  ragionevolezza  della  esistenza  di 
questa  sede  vescovile,  ove  si  ponga  men- 
te alle  autorevoli  testimonianze  di  più 
scrittori,  che  trattarono  dì  sifTatte  mate- 
rie, come  sono  rUghelli,  il  Coleti,  lo  Sba- 
raglia, il  Giorgi  ed  altri,  che  sempre  an- 
noverarono Frosinone  tra  le  sedi  vesco- 
vili dell'  Italia,  e  più  determinatamente 
tra  le  sedi  vescovili  della  Campagna,  im- 
niedialamenle  soggette  alla  s.  Sede  ro- 
mana, e  che  ne  formano,  per  così  djre,  le 
sufFraganee.  Perciò  il  dotto  Coinlio,  ne- 
gli annali  ecclesiastici  della  Francia,  enu- 
merando, sotto  l'anno  811,  i  vescovati 
dipendenti  allora,  come  da  proprio  im- 
medialo metropolitcì  ,  dal  Pontefice  ro- 
mano, i  quali  egli  fa  ascendere  al  nume- 
ro di  91 ,  colloca  Frosinone  alla  lesta  di 
tutti  gli  altri  della  Campagna  romana. 
La  quale  attestazione  ci  assicura,  che  il 
vescovato  di.  Fr  osinone  esisteva  tultavìa 
a' giorni  di  Carlo  Magno.  Né  deve  già 
recare  meraviglia  la  mancanza  di  qual- 
siasi monumento  di  altro  genere,  perchè 
le  vicende  guerresche,  a  cui  andò  soggetln 
in  quegli  antichi  tempi  Frosinone,  ce  ne 
involarono  ogni  traccia".  Fin  qui  1'  ab. 
Cappelletti  ,  che  ricorda  essere  gloriosa 
patria  Frosinone  de'Papi  s.  Ormisda  e 
s.  Sì'lverio,  de'quali  dissi  altre  parole  nel 
\ol.  XC,  p.  125.  Indi  quello  storico  di- 
ce. M  Dell'antico  onore  di  cattedra  vesco- 
vile, cui  per  le  cose  esposte  di  sopra  pos- 
sedè Fresinone  sino  al  IX  secolo,  non  al- 
tra memoria  oggidì  rimane,  fuoichè  l'es- 
sertie  decorata  d'un  capilolo  collegiale  la 
primaria  chiesa  intitolata  all'Àssunziune 
della  B.  Vergine;  ed  era  forse  anticamen- 
te la  cattedrale,  od  almeno  era  ivi  il  luo- 
go dell'antica  caitcdrale;  e  ciò  polrebbe- 
si  anche  dedurre  dalla  volgare  e  corou- 


VER  Ct 

ne  denominazione,  quasi  direi,  d<M-ivaia- 
le  per  tradizione,  onde  pres<ìo  i  frosino- 
nesi  è  detta  il  Duomo.  La  i.'  dignVtà  di 
questo  capitolo  è  un  arcidiacono;  ed  an- 
che ciò,  a  mio  parere,  attesla  vie  meglio 
l'esistenza  d'un' antica  cattedra  vescovi- 
le, perchè  pochissime  io  trovo,  e  furse  da 
potersi  numerare  sulle  dita,  le  chiese  col- 
legiate, che  abbiano  tra  le  dignità  del  lo- 
ro capitolo  l'arcidiacono:  e  se  pur  talu- 
na ve  l'ha,  si  conosce  d'altronde  essere 
stata  un  tempo  chiesa  cattedrale.  Chiun- 
que non  ignora  l'antica  disci[)lina  eccle- 
siastica può  rammentarsi,  chegli  arcidia- 
coni erano  gli  amministratori  temporali 
de'beni  della  rispettiva  chiesa,  ed  erai)o 
perciò  ordinariamente  la  i.",  e  talvolta 
unica  dignità,  dopo  il  vescovo,  che  n'era 
lo  spiriluide  amministratore.  E  così  an- 
ch'io la  pensodi  Frosinone.  Indossa  que- 
sl'  arcidiacono  la  cappa  magna  sopra  il 
rocchetto;  gli  altri  canonici  hanno  per 
loro  insegne  corali  il  rocchetto  e  la  moz- 
zelta  di  saia  paonazza  ".  Ma  già  di  que- 
st'antica cattedra  vescovile  di  Frosinone, 
io  ne  parlai  col  frusinate  cav.  De  Mal- 
theis,  che  nel  Saggio  isterico  dell'unii- 
chissima  ciltà  di  Frosinone,  ne  tratta  con 
alquanta  diffusione  a  p.  46  e  seg.;  ed  an- 
zi egli  crede,  che  da  Frosinone  sia  pas- 
sala in  Veroli  la  sede  vescovile  verso  h\ 
mela  del  secolo  Vili,  senza  però  che  si 
possa  asserire  positivamente,  se  traspor- 
tala in  Veroli  da  Frosinone  continuasse 
od  essere  comune  all'una  eall''altra  cit- 
tà per  lo  spazio  di  qualche  tempo  sino 
all'epoca  di  Carlo  Magno,  che  morì  nel- 
r8i4. —  Tanlo  scrivono  ilcav.De  JVlal- 
iheis  e  l'ab.  Cappelletti  sul  vescovato  di 
Frosinone  ,  ed  io  nella  compilazione  di 
quest'articolo  non  doveva  oHìmettere.  Ma 
essi  però,  sono  in  pieno  disaccordo  col  cle- 
ro e  popolo  di  Veroli.  A  non  entrare  in 
discussione  delle  ragioni  contrarie  soste- 
nute da  questi  ultimi,  ripugnando  al  mio 
animo  e  alla  natura  di  questa  mia  ope- 
ra le  polemiche,  le  questioni,  le  dispute, 
anzi  non  essendo  affatto  proporzionala  la 


6a  VER 

mia  pochezza  n  darne  in  breve  un  esat* 
to  saggio,  senza  nimeno  incorrere  in  un?ì 
ceifa  esposizione;  per  istorica  imparziìt- 
lità  preferisco  e  slimo  opportuna  la  in- 
genua e  intera  pubblicazione  della  se- 
guente lettera  di  critiche  osservazioni  sul- 
l'argomento, a  lue  indirizzata  dal  Rev. 
canonico  segretario  delR.moCapitolo  del- 
la cattedrale  di  Veroli,  per  espresso  in- 
carico di  questo.  Il  suo  contenuto  io  non 
poteva  mai  tacere,  dopo  tutto  quanto  il 
riferito  a  vantaggio  di  Prosinone,  non 
senza  impegnarmi  in  una  grave  respou- 
sabìliià.  Co^ì  ne  risulterà  una  semplice  e 
fedele  esposizione  dell'asserzioni  e  tesli- 
moniiinze^/o  rro/j/rrt, evitando  del  tutto 
l'aggiungervi  sillaba,  né  per  una  parlenè 
per  l'altra,  di  tendenza  e  inclinazione  indi- 
vìdua le,  come  preventivamente  dichiarai. 
—  »'  Illustrìssimo  e  Chiarissimo  Sig."^  Ca- 
valiere Gaetano  Moroni  a  Roma.  —  Le 
iniziali  lettere  del  suo  Dizionario  dieru- 
tlizìone  storico-ecclesiastica y  indicano 
prossimo  l'articolo  di  Veboli.  Le  gem- 
me di  erudizione  in  abbondanza  e  accu- 
ratamente presentate  dall'  opera  accen» 
nata  non  danno  luogo  a  temere,  che  per 
la  mancanza  di  una  storia  stampata  di 
questa  città  siano  sfuggiti  alle  dotte  ricer- 
che di  V.  S.  111. ma  gli  storici  avvenimen- 
li  principali  della  città  medesima.  Se  non 
che  l'avere  V.  S.  tenuto  innanzi  il  i^^^- 
g/o  75/0/ /co  del  frosinonese  d.'^DeMatlheis 
iicir  articolo  Frosinone  ed  altrove,  con 
quella  buona  fede  inspiratale  da  lusin- 
ghiere assicurazioni  di  personaggi  d'  al- 
tronde rispettabili,  di  avere  attinto  a 
buone  sorgenti, cotne  la  stessa  S.  V.  rife- 
risce nel  voi.  LXXXIX.p.  4i,fa>itener 
probabile  che  nell'articolo  Veroli  avrà  se 
t)on  espressamente,  almeno  tacilan)ente 
a  confermare  il  supposto  di  un'antica  se- 
de vescovile  dìFrosinone,  traslata  indi  a 
Veroli,  li'  ben  vero  che  le  preuture  de' 
frosinonesi  impegnale  ad  accattarsi  una 
tal  gloria  dalla  oscurila  di  remoti  secoli 
indusiiero  vari  scrittori  degli  ultimi  due 
secoli  scoisi  alla  disgrazia  di  cadere  per 


VER 

mancanza  di  schiarimenti  in  questo  erro- 
re non  mai  apparso  ue'tempi  anteceden- 
ti; ma  non  è  perciò  da  ritenersi  indilFe- 
rente  che  l'errore  stesso  si  riproduca  e  si 
confermi  in  un'opera,cheacquìstògià  ben 
meritata  fama  prima  di  giungere  al  suo 
tern^ine.  Laonde  per  incarico  aHìdato  da 
questo  R.mo  Capitolo  della  calledrale 
Verolana, principalmente  interessato  nel- 
l'argomento, a  me  suo  Canonico  Segreta- 
rio, debbo  adempiere  al  mìo  onicio  di 
presentare  a  V.S.,con  preghiera  di  esa- 
minarle, alcune  poche  e  succinte  osserva- 
zioni fra  quelle  molte  che  sul  proposito 
potrebbon>.ifMe  piiidi^lintamente, se  vo- 
lessero eccedersi  ì  limiti  di  una  lettera. 
Per  brevità  mi  asterrò  sovente  da  citazio- 
ni specifiche,  e  soprattutto  nel  riferirmi 
a  cogniti  autori,  e  ad  uno  scritto  latino 
dell'  avv.  Giuseppe  Bompiani  di  Fiosi- 
none  del  i  J^S,  che  tradotto  ed  ampliato 
nel  i8i6  dal  De  Mallheìs  costituisce  la 
già  nominata  di  lui  opericciuola  a  V.  S. 
ben  nota.  —  11  supposto  dei  detti  due  fro- 
sinonesi è,  chedaì  primi  tempi  della  Chie- 
sa fino  all'  incominciamento  o  alla  metà 
delI'VIII  secolo  Prosinone  fosse  già  sede 
di  vescovi,  i  quali  per  ì  guasti  a  quel  luo- 
go esposto  nella  via  Latina  arrecati  dui 
barbari,  e  specialmente  dai  longobardi, 
e  massime  da  que'di  Benevento  condotti 
da  Gisolfo  nel  702,  ondassero  a  Veroli 
città  meno  esposta,  lu  prova  degli  asserti 
guasti  adducono  generiche  notÌ7Ìe,e  le  do- 
glianze di  s.  Gregorio  I  Magno,  che  pre- 
cede almeno  un  secolo  il  tempo  dei  pretesi 
guasti  di  Prosinone  ;  e  le  sue  doglianze 
erano  riferibili  a  tutti  altri  luoghi,  fuor- 
ché a  quelli,  ne'quali  Prosinone  si  trova. 
A  provar  che  i  longobardi  nella  loro  oc- 
cupazione Italica  più  lunga  di  due  secoli 
non  solo  non  danneggiarono  mai,  ma  che 
neppur  misero  piede  in  Prosinone,  potrò 
essere  dispensato  dui  trascrivere  i  diversi 
storici,  che  scrissero  tielle  loro  mosse  e 
e  de'  loro  fatti,  e  indicaroiio  i  luogiu  in- 
vasi e  danneggiati  da  essi,  senza  che  vi 
apparisca  mai  Prusìiione,<:he  non  sarebbe 


VER 

staJo  cei'lamerile  taciulose  ne  avesse  sof- 
fierie iiivasioiti  e  sciagure,  e  sì  gravi  da  ca- 
gionargli la  perdila  della  sede  vescovile, 
i'o Irò  esser  di  buona  grazia  dispensato  da 
questa  materialeed  inutile  fatica,  perchè 
invece  di  legger  le  mie  copie,  può  ognu- 
no scegliere  e  legger  le  storie  pubblicate. 
La  scorreria  poi  dai  frosinonesi  indicata 
i.iispecie  diGisolfo  passò  lontana  da  Fro- 
sinoue  circa  20  miglia  nella  depredazione 
«li  Arce,  i\rpino,  Sora,  e  quindi  per  la 
Valle  di  Roveto  fino  e  Morreo,  ove  ter- 
minò. E  appunto  per  cpiesto  che  i  fi  osi- 
nonesi  non  avendi-  in  che  poggiar  le  loro 
assertive,  si  rivolsero  a  s.  Gregorio  I,  che 
parlava  di  luoghi  e  tempi  dall'argoiiien- 
t(>  estranei,  e  si  livoUeio  quindi  a  poste- 
riori avvenimcnlidi  altri  tempi,  ne'quali 
i  fiosinonesi  stessi  aniinetlono  fuor  di 
d(d)bio  la  mancanza  di  setle  vescovile  in 
Frosinone.  Se  poi  in  quei  secoli  Veroli, 
che  aveva  in  buono  stato  la  diramazione 
della  via  Latina,  apeita  a  cura  di  Cicero- 
ne, forse  per  maggior  bievilà  di  viaggio 
ila  [iou)a  ad  Arpinosua  patria,  fosse qual 
vorrebbe  presumersi, cillà  più  appartala 
e  meno  esposta  di  Fresinone,  lo  dicano  i 
falli.  £  qui  ancora  per  brevità  uii  limito 
ad  invitine  V.  S.  ad  un  confronto  de'pas- 
saggidi  Be,  imperatori,  Pontefici  e  trup- 
pe, che  nel  raccorre  notizie  di  antichi  se- 
coli dopo Ciceroneavià  rinv'enule rappor- 
to a  Veroli,  con  rpielle  rinvenute  intorno 
a  Fresinone;  e  ad  osservare  in  fine  la  to- 
tale mancanza  di  causa  della  immaginata 
traslazione  di  vescovato.  —  Si  allega  an- 
cora dai  frosinone»i  la  impresumibilità 
che  la  loro  patria,  sempre  citlà  illusile  e 
distinta  fra  le  altre  della  provincia  fin  dai 
primi  tempi  dell'era  cristiana,  sempre 
o  almen  quasi  sempre  residenza  del  ca- 
po della  provincia,  non  conseguisse  l'ono- 
re episcopale  concesso  a' tante  altre  citlà 
d' infericr  condizione.  Chi  si  compiacesse 
di  leggere  spassionatamente  il  solo  De 
Muttheis,  non  potrebbe  a  n>eno  di  scor- 
gervi un  patrio  panegirista,  anziché  stori- 
co..Clii  poi  si  degnasse  di  riscontrare  ed 


VER  G3 

esaminare  integri  e  con  sana  critica  i  testi 
da  lui  all'uopo  addotti, e  ridurli  a'tempi, 
checoncernonOjdovrebbe  convincersi  be- 
ne spes»o  dell' assoluta  insussistenza  di 
quanto  egli  ne  «leduce.  Se  da  un  lato  mi 
rincresce  che  neppur  quest'analisi  di  fatti 
di  più  secoli  mi  è  concessa  dai  limiti  di 
una  leltera,  dall'altro  mi  rincuora  il  pen- 
siero che  il  lettore  avvertito  sarà  almeno 
più  cauto  nel  legger  quello  scritto  :  che 
facendo  <  pportiine  osservazioni,  ravvise- 
rà es>ere  stata  cotanto  oscura  la  condizion 
diFrosinone  al  tempo  degli  antichi  roma- 
ni, che  non  lasciò  a'successivi  scrittori  no- 
tizie bastanti  ad  assicurarsi  se  appartenes- 
se alla  regione Eriiica  o  alla  Volsca:  os- 
serveià  che  trovasi  unicamente  nomina- 
lo nella  storia  romana  per  alcune  sue  e- 
venienze,  ritenute  prodigi,  che  avvenir 
potevano  in  ogni  indiiFerente  villaggio;  e 
per  l'eccitamento  «d  una  congiura  con- 
tro i  romani,  onde  ripoitata  la  pena  del- 
la confioca  della  terza  parie  del  territo- 
rio, i  capi  tiella  trama  furono  virgis 
coesi  et  secitri  pi.'rcìissi  :  osserverà  es- 
sere stata  non  già  nobile  ed  illustre,  ina 
penale  prefettura  di  seconda  classe,  loca- 
le e  non  di  provincia:  vedrà  nello  Stra- 
bene ai  tempi  di  Augusto  annoverarsi 
Fresinone  con  parole  diverse  da  quelle 
presentate  dal  De  Mattheis  non  inlcr  nr- 
bes^vna  inter  oppida:  prenderà  una  idea 
della  mestrhina  condizione frosinonese nel- 
la lettura  di  tiidi  nove  i  versi  di  Giove- 
nale a  Fresinone  relativi  nella  Sol.  3, 
lib.  I,  vers.  223  e  scg.  :  vedrà  nel  diplo- 
ma di  Lodovico  Pio,  che  è  nominato  «• 
nuanìentc  Fresinone  cum  omnibiisjini' 
bus  Canipaniae,  qual  capo  di  tutta  0  di 
gran  parte  della  medesima,  ma  che  si  no- 
minano ivi  alla  rinfusa  alcuni  luoghi  del- 
la provincia,  citlà  e  non  citlà,  vescovili 
e  non  vescovili,  e  che  in  ultimo,  e  perfi- 
no dopo  r  inconsiderabile  Palricum  fu 
nominalo  Frosinonein  iiini  omnibus  fi- 
nibus  Can.pnniae,  per  risparmiar  la  con- 
tinuazione di  una  lunga  serie  di  tutti  i 
luoghi,  che  la   componevano;  come  fu 


64  VER  VER 

praticato  anche  intorno  ad  nltie  regioni  neppure  conoscersene  la  cnusa.  Per  ciò 
e  (irovincie  :  scorgerà  la  perseverante  in-  cherigiiarda  l'essere  stata  Prosinone  seni- 
felice  condizion  ili  Prosinone  nel  nono-e  pre  o  quasi  sempre  residenza  del  capo  di 
successivi  secoli  nellii  locazione  riportata  provincia,  non  polendosi  ciò  riferire  a 
dal  Muratori,  Aiitiqtiit.  Ilal.  med.  /ievì,  quando  era  locale  piefcltura  di  seconda 
lom.  3,  (U.;s('rl.  36,  la  quide  sotto  i  Pon-  classe,  né  a  quando  era  colonia  in  prossi- 
tiOcali  di  Giovanili  IX,  Pasquale  li,  ed  uiilà  di  uiuuìcipìì,clie  governavausi  colle 
Innocenzo  III,  dalla  R.  Camera  A  posto-  proprie  leggi;  converrà  rivolgersi  a'teuipi 
lica  a  terza  generazione  si  concedeva  e  del  pieno  dominio  teo»porale  della  Cliiu- 
l'innovava  di  tulio  rincasato  e  territorio  sa.  Dall' oflioio  della  traslazione  di  s.  Ma- 
di  questa  prelesa  illustre  città  chiamata  gno,  non  clie  dal  De  Miigislris  nella  storia 
ivi  caslriim  da  quei  i^ontefìci,  che  le  a-  di  Anagni  si  ha  che  nel  declinare  del  IK 
riebbero  pur  avuto  qualche  riguardo  e  secolo  era  il  tribuno  della  provincia  di 
tratti  d'incoraggiamento  per  le  soderte  Campagna  Platone  residente  in  Ferali. 
disgrazie,  che  l'avrebbero  poco  anzi  pri-  Da  varie  pergamene  conservatene!!  ar- 
vata  del  seggio  vescovile,ad  onta  che  non  chivio  di  questa  cattedrale  Verolana  l'i- 
inolti  secoli  prima  di  tale  perdita  sareb-  sultano  nei  successivi  secoli  Xe  XI,  al- 
be slata  la  culla  di  ùue  santi  Ponlehci  :  tri  quattro  Consoli  e  Duchi  di  Cainpa- 
che  non  solo  Prosinone  appartiene  alla  gnae  Mariltinia  pur  residenti  in  Veroli, 
Campania  di  quei  tempi,  e  che  i  natali  di  talun  de'quali  dà  cenno  ancor  1'  U- 
de'due  Pontefici  al  nostro  Prosinone  non  ghellio.  La  residenza  di  un  cardinal  Le- 
sonoconlraslati  dal  solo  Ciacconio,di  cui  gaio  in  Veroli  apparisce  chiarissima  da 
trovando  più  futile  l'opinione,  il  De  Mal-  un  breve  spedito  di  Benevento  ila  Ales- 
theis  imprese  ad  opporglisi,  senza  curar  Sandro  III,  il  12  decembre  i  167.  Che  se 
gli  altri:  che  dati  e  non  concessi  questi  in  quel  torno  di  tempo  non  troviamo  altri 
natali  al  nostro  Prosinone,  non  ne  conse-  rettori  di  provincia  inVeroli,ueppur  li  tro- 
guisse  per  necessità  l'essere  stata  una  il-  viamoin  Prosinone;  bensì  in  Anagni,  in 
Juslre  citià  nel  rimanente,  poiché  uonii-  Ferentino,  in  Fondi,  in  Segui:  nel  fine  del 
ni  sommi  per  santità,  dullrina  e  valore  secolo  XIII  e  nel  XIV  abl)ali  e  vescovi  di 
possono  [)ur  derivare  e  ne  derivarono  un-  Monte  Casino,  e  rettori  di  Benevento  fu- 
cile da  liiughi  abietti,  non  incontrando  in  rono  pur  rettori  di  Marittima  e  Campa* 
ciò  difìlcoltà  la  divina  onnipotenza  ,  de  gna.  Nel  iSgg  altro  legato  di  Marilli- 
slercore  crif^cns  pauperem,  ut  collocet  ina  e  Campagna,  il  cardinal  Lodovico 
rum  cum  principibus  :  che  questi  incer-  Fiesco  del  titolo  di  s.  Adriano,  pur  re- 
ti natali  in  vece  di  far  regalare  per  con»  sidente  in  Veroli ,  conie  da  pergamena 
geltura  ed  equità  un  fatto  (  che  o  è,  o  nell'archivio  di  s.  Erasmo,  mia  delle  Ve- 
non  è)  con  quella  liberalità  di  Lucenti  rolane  insigni  chiese  collegiate.  Lo  spe- 
e  Coleli,  liinc  acquior  conjectura  Epi-  rimentato  incomodo  de'governanti  e  dei 
scopali  decort  coruscasse  liane  ci\'ila-  governati  per  la  distanza  fra  loro,  o  per 
tcin,  tenderebbero  anzi  a  farne  ritene-  la  vagante  residenza  dc'primi,  fece  sì  che 
re  il  contrario,  se  si  considerasse  la  inve-  ben  più  lardi  fosse  questa  fissala  nel  cen- 
losiniiglianza  che  due  Pontefici,  padre  IricoProsinonecon  notabilissimo  suo  in- 
e  figlio,  de'quali  pur  si  conservano  sto-  cremenlo  negli  ullimi  tempi;  ma  da  ciò 
riche  notizie  ed  epistole,  non  si  rivolges-  nulla  può  iolerirsi  alla  supposta  sede 
«ero  mai  ai  vescovi  della  propria  patria,  vescovile  di  dieci  e  più  secoli  indietro. — 
e  non  concedessero  alla  loro  cattedra  Quali  altri  fondamenti  rimangono  alla 
diritti,  onori  e  privilegi  tali,  da  non  farla  immaginazione  frosinonese?  La  Iradi/io- 
poi  svanire  in  uien  di  due   secoli,  senza  uè?  JNon  dw  tradizione,  neppure  uu/« 


VER 

mot'  popolare  merila  di  appellarsi  una 
voce  incominciata  ad  uscir  dalla  bocca  di 
qualche  frosinonese  nel  secolo  XVlI,  al- 
lorquando si  otleoneclie  Filippo  Ferrari 
nel  lessico geografìco,senz'addurnealcuna 
ragione,  scrivesse  per  la  prima  volta  Pro- 
sinone urbs  Latii  alias  Epìscopalis  y 
mine  oppiduin.  Per  dirsi  tradizione , 
allorché  trattasi  di  un  fatto  di  otto  o  die- 
ci secoli  addietro,  di  cui  non  possono  n- 
versi  testimoni  di  udito  del  passaggio  del- 
la notizia  da  una  all'altra  generazione,  mi 
par  che  occorrano  scritti  idònei  a  supplir- 
ne la  mancanza.  AJferranlur  srripta,ed 
allora  si  potrà  esaminare  semerita  di  es- 
ser decorato  della  qualifica  di  tradizione 
quel  che  ora  non  è  che  cicaleggio.  E  con- 
tinuando l'analisi  di  questa  favolosa  pro- 
duzione del  secolo  XVM.se  vogliam  (arci 
ad  indagare  qual  principio  spìngesse  ad 
uscir  quella  vana  voce  frosinonese  abu- 
sivamente collocata  in  posto  di  tradizio- 
m\  troveremo  che  tutta  la  base  di  questo 
grande  edificio  va  a  restringersi  a  due 
«rrori  nelle  firme  de'romaniconcilii  i.^e 
5. "sotto  s.Simrnaconeglianni  49ge5o3, 
delle  quali  la  prima  è  Innocenlius  E- 
piscopas  Ecclesiae  ForOsensis,  la  se- 
conda Papia  Fressonensis.  Poiché  l'at- 
tenzione di  Monsignor  Giorgi  si  diresse 
all'ordine  materiale  di  queste  firme,  mi 
converrà  notare  che  nel  primo  concilio 
nulla  può  desumersene;  dappoiché  le 
firme  di  vari  vescovi  esteri  son  seguite 
da  quella  del  vescovo  di  Ferentino,  vi 
sono  quindi  undici  vescovi  dall'  attuale 
provincia  di  Marittima  e  Campagna  iu 
parte,  ed  in  parte  anche  dall'attuale  Sta- 
to Pontificio  estranei,  poi  quel  di  Terra- 
Cina,  appresso  otto  vescovi  pur  dalla  pro- 
vincia estranei, dopo  quel  di  Anagni,quel 
di  Volturno,  quel  diAuiigni  di  nuovo  per 
quello  di  Segni  impolente  a  soscriversi, 
quindi  il  Forosensis,  e  poi  altri  vescovi 
ancor  fuori  della  provincia. Nel  posteriore 
concilio  alcune  firme  di  vescovi  de'luo- 
ghi  dell'odierna  Italia  o  a  questa  prossi- 
mi, son  seguite  da  una  lunghissima  se- 

VOC  XCIT. 


VER  G5 

rie  di  esteri,  in  mezzo  dlla  quale  Irovasi 
il  Papia  Fressonensis.  Volendo  tratte- 
nersi su  questa  frivolezza  dell'ordine  del* 
le  firme,  se  da  quello  del  secondo  conci- 
lio può  inferirsi  la  esclusione  di  un  ve- 
scovo FrosinoneSe, come  ne  la  inferiva  il 
Giorgi;  il  confuso  ordine  del  primo  noù 
è  atto  a  somministrare  alcun  argomen- 
to. Dèi  resto  se  alcuni ,  sopraffatti  da 
quell'apparato  di  apocrife  notizie  di  an- 
tica celebrità  di  Prosinone  e  di  poste- 
riori suoi  guasti  immensi,  e  mirando  ab 
la  mancanza  di  sicure  notizie  specifiche 
degli  antichi  vescovi  Verolani, s'indusse- 
ro dal  secolo  XVI I  in  poi  ad  inclinar  dub- 
biosamente all'ammissione  di  queste  dae 
firme  pel  nostro  Frosinone,  e  a  sbaraz- 
zarsi finalmente  da  ogni  dtibbio  con  ab- 
bandonarsi in  braccio  della  tradizioiiie 
frosinonese,  come  il  Lucenti,  il  Coleti, 
il  Giorgi,  ed  altri;  non  mancarono  tut- 
tavia altri  rispettabili  scrittori  su  tali  ma- 
terie, ai  quali  non  piacque  di  aderu'e  al 
Ferrari  e  suoi  seguaci  con  ammetter  Fro- 
sinone fra  gli  antichi  vescovadi  :  fra  i 
quali  scrittori  dello  stesso  secolo  XVIIé 
r  Ughellio,  il  Callo  da  s.  Paolo,  il  Coro- 
nelli,  e  fra  i  collettori  di  coiicilii ,  1'  Ar- 
duino e  il  Labbé.  Nelle  note  di  questo 
ultimo  non  troviamo  attribuito  alcun  si- 
gnificato allo  inesplicabile  Forósemisj 
ed  al  Papia  Fressonensis  li'oviaiu  sot- 
toposta la  nota  :  Forte  Eressensis  ab 
E/3i^oj  in  Caria.  Hard.  Tale  interpre- 
tazione non  solo  sembra  consentanea  al- 
l'accennato ordine  delle  firme, ma  si  rav- 
visa ancor  ragionevole:  avvegnaché  iri 
quel  tempo,  in  cui  solevano  eleggersi  i 
vescovi  dal  clero  locale^e  come  scriveva 
nel  III  secolo  il  vescovo  s.  Cipriano  nel- 
la epist.  67,  pag.  289  (edizione  di  Am- 
sterdam 1700),  plebe  praesente,  quae 
singiilornni  vilam  pienissime  novil  ci 
itniuscuj'iisrjue  aduni  de  ejiis  converia- 
tione  prospexit ,  e  che  in  coriseguenia 
ei'ano  ordinariamente  eletti  dello  stesso 
o  di  vicini  luoghi  ;  sarebbe  troppo  dif- 
fìcile a  credersi  che  nel  latino  FtosiooDe 
5 


66  VER 

fosse  eletto  vescovo  un  greco ,  qual  lo 
iinlica  il  nome  Papia,  e  il  quale  perciò 
tieve  per  giustizia  essere  conservato  allo 
greca  allor  vescovile  città  di  Cidonla , 
che  corrisponde  al  Ialino  Eressus,  o  E- 
ressos  alla  greca  ;  sicché  non  solo  Eres- 
sensis  al  dir  di  Arduino  e  Labbéj  ma 
poteva  ben  essere  scritto  ancora  Eres- 
sonensì's,  e  ridursi  così  l'errore  de'copi- 
sii  al  minimo  e  facilissimo  cambiamento 
della  sola  iniziale  E  in  F,  in  vece  di  tra- 
scinarlo al  più  difforme  vocabolo  Frusi- 
nonensis  con  assoluta  ripugnanza  della 
buona  critica  e  della  storia.  —  I  recen- 
tissimi, ai  quali  traspari  per  avventura  la 
debolezza  di  tali  fondamenti  del  Frosi- 
nonese  vescovato  pari  a  quei  della  sta- 
tua di  Nabucco,  e  pure  a  sostenerlo  spinti 
forse  da  quella  smania  di  novità  ,  che 
ben  sovente  rovina  le  storie,  si  accinsero 
a  curare  con  rilievi  ulteriori  questa  pia- 
ga, ma  con  esito  non  migliore  di  quel  di 
Ovidio, <7e  Ponto,  lib.  3. —  Curando  fie- 
ri quaedam  inajora  vidcmus  < —  Vul' 
nera,  quae  melius  non  tetigisse  fuit. — 
Ed  in  vero,  l'arguirsi  oggi  al  Frosino- 
nese  vescovato  dal  leggersi  Frosiuuue  e 
non  Veroli  nel  dipiuma  di  Lodovico  Pio 
dell'ai  7,  o  di  altri  in)peratori,  oltre  che 
inciampa  in  quanto  già  accennai  intorno 
a  tal  diploma  ;  incorre  eziandio  in  un  so- 
lenne anacronismo,  al  riflettersi  che  se 
pur  volesse  rimontarsi  alla  donazione  di 
Pipino  del  755,  già  si  era  veduta  la  fir- 
ma di  Martino  vescovo  di  Veroli  nel  con- 
cilio sotto  s.  Zaccaria  nel  743.  E  conti- 
uuando  su  questi  rilievi  novi»sìmi,gli  stes- 
si fiosinonesi  Bompiani  e  De  Mattheis 
sostenitori  del  supposto  vescovato  ave- 
vano slimato  prudente  consiglio  di  spa- 
ziarsi su  lutto  ìdlro,  fuorché  sopra  indizi 
derivanti  da  ecclesiastici  e  pii  luoghi,  co- 
se, istituzioni.  Furono  dessi  in  ciò  cauti, 
)>revedendoil  pericolo  della  richiesta,  che 
poteva  loro  farsi,  non  dirò,  dove  fosse 
stata  la  cattedrale,  dove  1' episcopio,  do- 
ve i  beni  della  mensa  vescovile;  ma  al- 
meno se  non  tuttora  esìsteote,   di  una 


VER 

chiesa  1  ruderi,  gli  avanzi  di  un  conven- 
to, di  un  ospedale,  un  istituto  di  cari- 
tà o  d'istruzione,  che  presenti  alcun  che 
di  pregevole  ed  origine  anteriore  o  pros- 
sima alla  perdita  del  supposto  vescovato. 
Oggi  da  chi  non  si  avvide  de'  pericoli 
conosciuti  da  que'frosinonesi  si  asserisce 
che  la  frosinonese  chiesa  collegiata  soglia 
quasi  per  tradizione  chiamarsi  il  Duo- 
mo. Se  la  tradizione  dell'  episcopio  ebbe 
origine  dal  secoloX  VII, questa  del  duomo 
scaturì  assai  dopo  lo  scritto  del  De  Mat- 
theis nel  secolo  XIX,  e  non  si  diffuse  fuio- 
ra  oltre  la  bocca  di  pochissimi  nella  spe- 
ranza di  allucinare  i  creduli,  giacché  il 
volgo  frosinonese  neppure  ha  imparalo 
finora  a  conoscere  il  vocabolodi  Duomo. 
Dalla  creduta  antichità  della  stessa  col- 
legiata e  della  unica  sua  dignità  di  arci- 
diacono trae  oggi  belli  ragionamenti  il 
chiarissimo  Cappellelli,  i  quali  però  non 
reggono,  perchè  basali  sul  falso  suppo- 
sto dell'  antichità  di  tali  cose,  senza  che 
siagli  stata  comunicata  quella  notizia, 
che  ad  ogni  richiesta  avrebbe  potuto  ri- 
cever da  Veroli,  della  bolla  cioè  di  Bene- 
detto XIV,  data  il  i5  luglio  1755,  Ro- 
mae  opud  S.  Mariani  Ula/o rem, '\ulovno 
a  quella  chiesa  matrice  di  Frosìnoue  ret- 
ta allora  da  un  parroco  arciprete  e  con 
beneficiati,  come  sono  orditiàriamenle 
quelle  di  lutti  i  paeselli  Mi  questa  Vero- 
lana  diocesi;  chiesa  pochissimi  anni  a- 
vanti  già  restaurata,  ampliata  e  ridotta 
a  decente  forma  a  cura  del  verolano  ve- 
scovo Tartagni.  Quella  chiesa  chiama- 
la nella  bolla  stessa  Parochialis  Eccle- 
sia ArclàpraeshjteraUts  nunciipala  s, 
Mariae,  e  non  il  duomo,  in  oppido 
praediclo,  quod  duaruni  provinciaruni 
caput  ejcistilil,  et  uhi  gubernalorhahilu 
praelatitio  insignitus  residet,  dieta  Pa- 
rochialis  Ecclesia,  in  qua  sita  sunL 
odo  perpetua  siniplicia  beneficia  eccle- 
siastica etc.jel pio  majoriin  eadcmPa- 
rochiali  Ecclesia  divini  cultui  augmen- 
tOj  dictique  oppidi  honori/ìcenlia  (e  que- 
ste sole  fui'ou  le  cause  luoveuli  il  Som- 


VER 
mo  Ponlofice,  non  già  le  millnntate  anti- 
clie  celelirilà,  non  i  seggi  vescovili,  non  i 
natali  rie'  Pontefici),  in  dello  anno  l'j!)') 
fu  creila  in  saeculnrem  et  inxignem  Col- 
Icgiatam,  qnae  vi  Parochinlls,  iti  an- 
ten,  exislat  Ecclesia  sub  invocadone  e- 
jusdeni  B.  Marine,  et  in  ea  unus  Archi- 
diaconus,  qui  inibì  dignilas  parochialis 
et  unica  existat,nec  non  odo  canonica- 
tiis  totidemque  praebcndae.  —  Se  mal 
non  mi  appongo,  qualora  que*  tali,  che 
.scrissero  del  supposto  vescovato  di  Pro- 
sinone, avessero  conosciuto  il  detto  fin 
qui,  non  si  sarebbero  certamente  opposti 
nirUghellio,  il  quale  quantunque  comin- 
ciasse la  serie  de'vescovi  verolani  da  Mar- 
tino nel  743)  e  forse  ancor  egli  notasse 
la  mancanza  di  prove  sufficienti  a  stabi- 
lire il  primo  vescovo  ins.  Mauro  j  nondi- 
meno dal  tutto  insieme  delle  notizie,  da 
non  potersi  raccorre  in  pochi  cenni,  non 
dubitò  di  ritenere,  che  EpiscopaUs  di- 
gnilas  p^erulana  antiquissinia  est;  ubi 
prinium  ea  civilas  Christiana  sacra  ani- 
plexala  cst,Anlislilcni  ctianisacroruni 
acccpil,  qui  Romani  Poiitifìcis  imme- 
diate majestalcni  veneraliir  et  colit.'VuV 
tavia  siccome  non  trattasi  di  causa  inte- 
gra, ma  di  preconcette  opinioni  più  dif- 
fìcili ad  essere  abbandonate,  così  mi  per- 
meila di  prevenire  qualche  sofisma,  che 
se  non  da  dotti  imparziali,  opporre  mi  si 
potrebbe  da  frosinonesi.  Potrebbesi  forse 
obiettare,  rimaner  senipre  certo  che  il 
primo  conoscmlo  vescovo  di  Veroli  sia 
del  743,  restar  quindi  incerto  se  gli  an- 
tecessori in  Veroli  risiedessero,  o  in  Pro- 
sinone ;  giacché  amendue  i  luoghi  si  tro- 
vano egualmente  mancunli  di  notìzie.Da- 
ta  per  ora  e  non  concessa  questa  eguale 
mancanza,  non  dirò  a  parità  di  circostan- 
ze fra  due  litiganti,  ma  ancor  nel  caso  che 
per  un  di  essi,  il  quale  non  possedesse  la 
cosa  controversa,  militassero  delle  ragio- 
ni, insufficienti  però  a  stabilirgliene  il  do- 
minio, sarebbe  massima  di  giurispruden- 
za, che  nielior  est  conditio  possidentis. 
Or  né  siamo  uel  caso  di  ragioui  per  Fio- 


VER  67 

sinone,  e  ncttarapoco  in  parità  di  circo- 
stanze. Comunque  alla  sfuggita,  mi  pare 
di  aver  dato  un  qualche  saggio  delia  me- 
schinità di  Prosinone  su  tutti  i  rapporti  in 
quei  tempi,  ne'  quali  vanta  1*  episcopio; 
sicché  si  opponevano  anche  i  sacri  cano- 
ni a  stabilirvi  una  sede  vescovile:  mo- 
strai la  mancanza  di  ogni  documento  u 
argomento  valido  a  sostenergli  la  sua  pre- 
tensione di  (atto;  nou  che  la  mancanza 
di  cause,  che  avrebbero  potuto  privarlo 
dell'  immaginato  episcopio.  Se  ad  onta  di 
lutto  ciò,  può  rimanere  ancor  dubbio 
dell'  aulica  sede  vescovile  tra  Veroli  e 
Prosinone;  non  vi  é  borgata  nella  dioce- 
si, per  la  quale  nou  potrebbe  insorgere 
il  dubbio  medesimo  ;  sol  che  nou  si  tro- 
vassero memorie  di  sua  pertinenza  alla 
diocesi  Verolana  anteriori  a  quella  bolla 
di  Urbano  II, della  qualeancora  si  fa  qual- 
che motto  a  prò  di  Prosinone,  senza  at- 
tendersi che  in  quella  si  contiene  una  sem- 
plice conferma,  e  non  una  primitiva  con- 
cessione. A  chi  è  versato  nelle  storie  non 
occorrono  racconti,  onde  fargli  giudicar 
se  Veroli  in  antichi  tempi  ebbe  alcun  che 
di  lustro  superiore  aFrosinone,e dedurre 
se  anche  su  questo  rapporto  si  trovino  in 
parità  di  circostanze.  Ciò  lasciando,  egli 
è  certo  che  de' quattro  distinti  municipi! 
ernici  a' tempi  de'  romani  imperatori,  e 
quindi  io  principio  dell'  era  cristiana, 
cioè  Anagni,  Perentino,  Alatri  e  Veroli, 
non  si  mette  in  disputa  il  seggio  vescovi- 
le dei  primi  tre  fin  dai  primoi-tlii  della 
Chiesa^  ad  onta  che  quelli,  e  moltissimi 
altri  di  sì  fatti  episcopii,qual  più,  qual  me- 
no, ignorino  i  propri  vescovi  di  più  seco- 
li. Non  si  vede  ragione,  per  cui  Veroli 
dovesse  andar  privo  di  quello,  che  ebbe- 
ro gli  altri  tre  munìcipii  di  egual  condi- 
eione  olla  sua  ;  tanto  più  che  in  posterio- 
re tempo  si  trova  di  averlo  iu  (atti  senza 
che  ne  apparisca  1*  anteriore  mancanza. 
Inoltre  il  De  Magistris  nella  citata  storia 
ci  riferisce  ohe  nel  secolo  IX  i  saraceni 
impadronitisi  di  Veroli,  spietatamente 
trucidarono  i  primari  cittadini ^  e  tutta 


68  VER 

la  saccheggiarono.  Di  ciò  non  rontentì, 
mirali  nella  cattedrale ^  la  manomise- 
ro,  e  rubarono  guanto  eravi  di  prezio- 
so. E  ^ììiclìstìntanienle  al  mio  scopo  nel- 
la lezione  3.'  dell'officio  della  traslazione 
di  s.  Maguo:  quidam  igilur  ex  Muca  mi- 
lilibus  inB. Andrene  templumirrumpen- 
te.s,  impudenti  audacia  non  veriti  snnt 
aitarla  disturbare,  argentea  vasadiri- 
perCy  (noli  bene)  codices  auftrre.  Ecco 
dunque  che  la  città  di  Veroli  non  trova- 
si a  pari  circostanze  di  Frosinone:  essa, 
die  per  l'accidentalità  di  una  Orma  in  un 
concilio  conosce  un  suo  vescovo  Martitio 
nel  74^9  iii^dla  ha  iu  opposizione,  che  gli 
stabilisca  in  costui  il  primo  vescovo  res- 
sa ha  fatti  positivi  indicanti  la  causa  della 
perdita  delle  memorie  di  quel  tempo  e  di 
un  buon  secolo  appresso,  per  quell'eccidio 

»  e  saccheggio,  in  cui  con  altre  cose  perde 
precisamente  /  codici  della  Cattedrale. 
£  se  quei  codici  furon  tali, che  meritaroa 
di  essere  annoverati  dalle  storiche  rela> 
zioui  fra  gì'  involati  oggetti  preziosi  con  ^ 
i  vasi  di  argento,  non  |)otevano  esser  co- 
dici che  di  una  già  antica  cattedrale,  e 
non  di  una  da  poco  tempo  eretta.  Quan- 

*  do  V.  S.  colla  sua  perspicacia  e  sana  cri- 
tica imparziale  avrà  considerato  che  tut- 
to ciò  ha  Veroli,  e  nulla  affatto  ne  ha 
Frosinone,  senza  che  io  dica  più  cose,  che 
potrei  pur  dirne,  non  posso  dubitar  del- 
la sua  persuasione  che  l'antico  frosinone- 
se  vescovado  non  è  che  uu  fittizio  com- 
mento de'frosinonesi,  in  buona  fedeam- 
messoda  più  scrittori, stante  la  mancan- 
za di  una  storia  tanto  di  Veroli  quanto 
di  Frosinone  stesso,  non  potendo  per  i- 
storia  ritenersi  quella  del  De  Mattheis: 
né  certamente  alla  sua  persuasione  farà 
ostacolo  l'autorità  degli  opposti  scrittori, 
se  avrà  presente  quella  sentenza  di  Cice- 
rone lib.  I ,  De  Nat.  Dcor.:  Non  tani  aii- 
ctorilatis  in  dispulando,  quam  rationis 
momcnta  quacrenda  sunt.  E  poco  ap- 
presso :  Nec  vero  probare  solco  id,  quod 
de  Pilhagoreis  accepimus,  quos  ferunt, 
ti  quid  affìrmarent  in  disputando,  ctun 


VER 
ex  cis  qiiaereretur,  qunre  ila  esxpt,  re- 
spondere  solitos,  ipse  dicit.  —  Nella  fi- 
ducia pertanto  che  V.  S.  vorrà  gentil- 
mente soddisfare  ai  desideriidel  Verola- 
no  mio  capitolo  Cattedrale  con  apprez- 
zar le  ragioni,  e  compatire  i  difelli  di 
queste  mie  poche  osservazioni,  mi  pregio 
di  dichiararmi  pieno  della  più  alta  slima. 
—  Di  V.  S.  1  lima.  Veroli  i  8  aprile  i  Sjg. 
Um.''osseq.°  dev,°  Servo.  Scipione  Ma- 
ciocchi  canonico  segretario  del  R.mo  Ca- 
pitolo della  cattedrale  ". 

Quanto  alla  chiesa  cattedrale  di  s.  An- 
drea apostolo  di  Veroli,  portano  opinione 
i  verolani,  come  rilevai  in  principio,  che 
siastata  fabbricata  a'tempi  diCostantino  I 
imperatore,  ed  hanno  pure  buone  ragioni 
per  sostenerla;  parrebbe  dunque,  ehe  aU 
meno  allora  ne  ilovesse  essere  stato  anche 
il  i.°  vescovo.  Ma  in  un'antichità  cosi  ri- 
mota non  potendosi  procedere  che  con  in- 
certezza e  congetture,  è  bene  con  1'  U- 
ghelli  cominciare  col  nominato  Martino 
del  74^'  Quindi  s' ignorano  i  successori 
sino  ad  Arnaldo,  o  Artnaldoo  Àruuido, 
il  quale  nell'BSS  sotto<icris$e  nel  concilio 
romano  di  s.  Leone  IV,  contro  Anasta- 
sio cardinale  pretedi  s.  Marcello.  Il  sue 
cessore  Ildebrando  o  lldeprando  inter- 
venne al  concilio  di  Laterano  dell' tJ6i 
tenuto  da  Papa  s.  Nicolò  I;  sottoscrisse 
pure  a  quello  adunato  in  Roma  du  A- 
driano  1 1  nell'SGS,  e  pare  che  sedesse  nel- 
l'Byi.  Itosela  r  Ughelli  registra  Bunifa- 
ciò,  recatosi  nell'Byg  al  concilio  romano 
pel  rislubilimento  di  Fozio,  ma  il  Lucen- 
ti avverte  che  fu  vescovo  Rierano  ossia 
di  Rieda,  non  Verulano.  Alcuni  preten- 
dono che  quindi  fu  vescovo  Avito,  com- 
memorato da'Bollandisli  nella  leggenda 
di  s.  IMagno,  ma  è  rigettato  dal  Cappel- 
le! Ii,perchè, a  cagione  del  l'eccidio  de'sara- 
ceiii,  la  traslazione  delle  sue  sagre  spoglie 
è  anteriore,  credendo  egli  posili varaen- 
te  stabilirla  nell'877.  Conviene  il  Cap- 
pelletti col  Ciescenzi,  che  in  tale  orribi* 
le  macello  e  furioso  saccheggio,  i  verola- 
ni uascosero  eolro  cassetta  di  marmo  le 


VER 
ossa  eli  I.  Salome,  per  soltiaile  Ja'sagri- 
leghi  e  rapaci  insulti  t]e'n>aotnetlani;ar. 
gomento  pel  Cappelletti  favorevole  a  sti- 
mare le  cifre  scolpitevi  nel  IX  secolo  al- 
meno. Ma  già  ili  sopra,  parlando  della 
traslazione  del  corpo  di  s.  Magno  da  Ve- 
rdi ad  Anagni,  rettificai  l'asserzione  del 
De  Magislris  clie  la  vuole  segnila  nel- 
r877,  dichiarando  che  propriamente  av- 
venne neir883  insieme  alla  rovina  reca- 
la a  Veroli  da'saraceni,  ed  allrettanto  ri- 
tengono i  verolani.  Perciò  crolla  l'opi- 
nione del  rispettabile  Cappelletti,  basa- 
ta che  la  traslazione  delle  suddette  sagie 
spoglie  di  s.  Salome  sia  anteriore  nW'Sjj, 
ma  invece  essa  pure  deve  riportarsi  al- 
r883,come  parimente  superiormente  de- 
scrissi. Non  trovandosi  d'altronde  oppo- 
sizione, che  precisamente  in  (juest'ullima 
epoca  potessero  essere  state  nascoste  le 
ss.  reliquie  di  Salome  già  rinvenute,  in 
qualunque  modo  e  in  tempo  più  assai  re- 
moto ,  il  che  rimane  constatato  anche 
dalla  cassa  e  da'suoi  caratteri.  Sedeva  nel 
959  Giovanni  I,  il  quale  a'9  giugno  col 
consenso  di  lutto  il  clero  verolano,  rife- 
risce rUghelli,  concesse  il  fondo  Monilct' 
mini  col  lago  e  il  diritto  della  pesca,  di 
ragione  dell'episcopio  di  s.  Andrea,  sino 
a  3.'  generazione,  a  Halìrido  o  Rofrido 
sunnoniiuato,er[Jghelli  chiama  figlio  di 
Gio>anni  quello  ch'era  duca  della  Cam- 
pania nel  949:  Carnpaniae^  et  BLireae 
consuli  et  duci,  hahltatonbus  Ferula- 
nae  civitatìs.  Dipoi  il  lago  colle  sue  per- 
tinenze, a  tempo  dell'Ughelli  si  possede- 
va dal  comune  di  Prosinone,  ossia  nella 
metà  del  XVII  secolo.  Già  di  Roffredo 
ne  parlai  in  principio.  Solo  qui  trovo  di 
aggiungere,  che  avendo  consultato,  sui 
vocaboli /17ort/7rt.7Ji/»  oManilanunieMa- 
reae,  il  peritissimo  paleografo  verolano 
Giambattista  Carinci,  io  Roma  archivi- 
sta della  principesca  casa  Caetani  e  diret- 
tore degli  archivi!  della  congregazione 
cardinalizia  della  rev.  Fabbrica  di  s.  Pie- 
tro, gentiloienle  mi  mostrò  l' istromeu- 
tothe  li  contiene,  cipè  la  copia  da  lui  fal- 


V  ER  69 

ta  dairorìgioale  esistente  nell'archivio  dì 
sua  patria  cattedrale.  In  essa  lessi:  Quo- 
niain  ccrtus  est  nos  Rofridus  coiisule  et 
diix  filius  qiioddnin  Johannis  boti,  rtie- 
morie  coines  Campania  sen  Marie  quon- 
dam jugalih.  et  habitatores  in  civitalis 
Ferulane.  Io  ho  copialo  secondo  l'orto- 
grafìa del  documento.  Dal  contesto  poi  sì 
trae,  che  Marie  non  è  il  nome  della  pro- 
vincia di  Marittima,  ma  di  Maria  moglie 
di  Eiofrido  conte  di  Canjpagua  per  la  Se- 
de apostolica  ,  console  e  duca  di  Veroli. 
Siccome  anticamente  col  nome  di  Cam- 
pania o  Campagna^  oltre  tale  provincia 
sì  comprendeva  l'altra  poi  denominata 
marittima,  qui  ricordo  che  al  seguento 
secolo  XI  il  veliterno  cardinal  Borgia  ne 
riferisce  la  divisione  della  Campania,  in 
Campagna  e  Marittima,  il  che  registrai 
nel  voi.  LXXXIX,  p.  35,  in  seguito  det- 
te Marittima  e  Campagna.  Che  le  prò- 
viocie  già  ne'diplomi  del  secolo  XII  si  di- 
cevano Campaniae  et  Maritimae,  lo  tro- 
vo nel  Contatore,  De  historia  Terraci- 
nensi,  p.  56.  Indi  nel  medesimo  appren- 
do che  con  tali  vocaboli  chiamarono  le 
due  Provincie,  Gregorio  IX  nel  diplo- 
ma dell' anno  1234,  Innocenzo  IV  ia 
diversi  del  i252,ed  in  altri,  senza  diro 
di  quelli  de'  successori.  Tornando  a  Gio- 
vanni I  vescovo,  egli  sottoscrisse  al  coa- 
ciliaboto  adunato  in  Roma  dall' im- 
peratore Ottone  I,  che  pretese  deporvi 
il  Papa  Giovanni  XII;  al  quale  poi  nel 
964  nel  sinodo  romano  che  condannò 
Ottone  T,  implorò  perdono  del  suo  delit- 
to. L'  Ughelli  registrò  poi  nel  ioo5  N., 
anonimo  che  inserì  nella  serie  de' vesco- 
vi, secondo  il  Cappelletti,  tratto  in  erro- 
re da  un  brano  di  cronaca  del  monaste- 
ro di  Casaniari,  che  riporta,  la  quale  e- 
spone  la  fondazione  del  medesimo,  men- 
tre avvenne  assai  più  tardi,  come  narre- 
rò descrivendolo,  eoo  alcun  riflesso  sulla 
carta  creduta  errata,  essendolo  solo  in 
parte,  perchè  amalgamò  l'origine  e  la  fon- 
dazione del  monastero,  ambo  per  opera 
di  4  sacerdoti  vsrolani,  che  ivi  vissero  q 


70 


VER 


tnorirono  in  fama  di  santità.  Nel  1 0^4  era 
•vescovo  Sergio,  come  si  trae  da  un  do- 
cumento dell'archivio  della  cattedrale, 
ch'è  la  locazione  d'un  latifondo  nel  ter- 
ritorio diocesano  di  Torrice  presso  la  di- 
ruta chiesa  di  s.  Oreste,  da  lui  concesso 
a'signori  di  Torrice.  Sotto  di  lui  onel  ve- 
scovato del  successore  propriamente  se- 
gm  in  fondazione  del  celebre  monastero 
di  Ca$an)an,  per  opera  di  4  sacerdoti  ve- 
rolanichenel  i  oo^eransi  ritirati  nel  luo- 
go a  menare  vita  regolare.  Gerardo  o  Gi- 
raldo fioriva  nelio36,  nel  novembre  del 
quale  anno  intervenne  al  sinodo  romano 
adunato  da  Benedetto  IX,  ma  nel  fram- 
mento diessoè  denominato  ^ero/e/z-y/V.  Il 
vescovo  Benedetto  I,  non  conosciuto  da  U- 
ghelli  e  supplito  dalCappelIettì,  sottoscris- 
se colle  parole  Benedictus  BerulertsìsfBc- 
/•o/en.«',y  è  veramente  il  nome  latino  che  si 
dava  a  Veroli  ,  cambiandosi  indistinta- 
mente la  lettera  F  nella  B,  di  che  ne  fau 
no  fede  tutte  le  antiche  patrie  scrittu- 
re), al  concilio  romano  di  s.  Leone  IX 
nel  I  o4q,  ove  fu  pure  decretata  la  cano- 
nizzazione di  s.  Gerardo  vescovo  di  Toul, 
la  cui  bolla  Virlus  divinae  operalionis, 
presso  il  Bidl.  Roin.  1. 1,  p.  871,  l'ema- 
nò nelio5o.  Il  vescovo  Placido  reggeva 
nel  1 061  questa  chiesa,  un  monumento 
della  quale  lo  chiau)a  Einiiientissiinus  E- 
jjiscopus.  Nota  il  Coleti,  che  col  titolo  fle- 
/  olancnsiss'i  sottoscrisse  nelioSg  alle  co- 
stituzioni del  concilio  tenuto  in  Roma  da 
NicolòII;duDr]uegià  dueanni  prima  n'e- 
ra al  governo.  Nel  1 066,  dice  il  solo  Ron- 
dinini, che  a  Placido  successe  il  verola- 
no  Giovanni  1  abbate  di  Casamari,  e  II 
come  vescovo  di  Veroli:  pe'suoi  meriti  e 
virtù  l'elessero  il  clero  e  popolo  di  Vero- 
li,  e  Papa  Alessandro  li  lo  confermò;  mo- 
ri nel  1067.  Nel  1070  Onesto  o  Onorato 
assistè  alla  consagrazione  della  chiesa  di 
s.  Martino  di  Monte  Cassino  ,  e  benedì 
l'altare  di  s.  Ambrogio.  Disse  l'Ughelli, 
the  morì  nel  1074»  e  per  le  dissensioni 
de'canonici  nell'elezione  del  successore. 
Papa  I.  Gregorio  Y 11  commendò  la  chie« 


VER 
sa  verolnna  ad  Adamo  vescovo  d'Alatri; 
ma  il  Cappelletti  asserisce  ch'ebbe  lunga 
vita,  perchè  nel  1090  si  trovava  presen- 
teeassisleva  alla  consagrazionedella  chie- 
sa di  s.  Martino,  fatta  da  Rinaldo  vesco- 
vo di  Gaeta.  Perciò  il  successore  Alberto, 
che  l'Ughelli  disse  eletto  dopo  lunga  al- 
tercazione  nel  detto  anno  1074,  comin- 
ciò il  suo  past«>rale  governo  20  annido* 
pò,  cioè  neliog4,  e  realmente  la  sua  e- 
lezione  fu  preceduta  da  lunga  discordia 
tra 'canonici  elettori  discrepanti  nella  scel- 
ta ;  laonde  fu  Urbano  II  che  per  prov- 
vedere frattanto  a' bisogni  della  vedova 
chiesa  destinò  amministratore  apostolico 
Adamo  che  dal  1077  era  vescovo  d'Ala- 
tri, e  non  nel  1074  come  vuole  Ughelli. 
Nel  vescovato  d'Alberto,  il  Papa  Urbano 
Il  colla  bolla  Juslis  volis asscnsuni  prae- 
bere,  del  1 097,  Bull.  Roin.  1. 1 ,  p.  99  (la 
riportano  ancora  l'Ughelli,  il  Cappellet- 
ti, e  il  De  Maltheis  nel  Saggio  isloricoj^ 
colla  quale  confermò  alla  s.  Chiesa  Ve- 
rolauaeal  vescovo  Alberto  petente,quan- 
lo  giù  possedeva  per  concessione  de'Pa- 
pi,  liberalità  de'principi,ed  oblazione  de' 
feileii,  circoscrivendo  pure  i  confini  del- 
la diocesi  e  determinandone  i  possedimen- 
ti e  le  sue  chiese,  inclusivamente  a  quel- 
le ed  a'iuoghi  di  Prosinone,  Torrice,  Ri- 
pi,  Amara,  Poli,  Castro,  Falvaterra,  Ce- 
priino,  Straogolagalli ,  Bauco,  Monte  s. 
Giovanni,  Monte  Negro,  Canneto,  Carpi- 
no, Castello  (de'4  ultimi  luoghi  ora  non 
si  hanno  notizie,  poiché  furono  distrutti 
da'barbari.  Canneto  lo  fu  dal  conte  Adi- 
uolfo  neh  188,  rimanendovi  la  sola  chie- 
sa, e  gli  scampati  abitanti  dettero  origi- 
ne a  Colli,  come  si  ha  dalla  cronaca  di 
Fossanuova.  Carpino  era  nel  territorio  di 
Ripi,  conservandone  tuttora  quella  con- 
trada il  nome;  ed  altrettanto  avvenne  a 
Monte  Negro  nel  territorio  di  Veroli).  Da 
questo  diplouiarisultaincontrastabi teche 
già  Frosinune  era  riunita  e  faceva  parte 
della  diocesi  di  Veroli  da  molto  lempu 
innanzi, e  non  che  le  fositc  riunita  in  (juel- 
l'epoca,  come  alcuni  preleuduuu,  couvc 


VER 
nendovi  pienamente  il  patrio  storico  fru- 
sinate oav.  De  Mattheis.  Morto  Alberto 
nel  I  1 06,  in  quesito  stesso  i  canonici  e  cle- 
ro verulano  elessero  in  suo  luogo  il  mo> 
naco  e  poi  abbate  di  Casamari  Agostino, 
diverso  da  Agostino  I  abbate  di  Casama- 
ri, a  cui  era  successo.  Trovandosi  in  Ve- 
1  oli,  come  già  notai,  il  Papa  Pasquale  II, 
non  solo  lo  confermò,  ma  ne  fece  l' epi- 
scopale consagrazione,  unitamente  all'al- 
tro Agostino  vescovo  di  Ferentino.il  ve- 
scovo di  Veroli  ottenne  poi  nel  1 108  la 
conferma  di  tutti  i  privilegi  e  diritti  del- 
la chiesa  Verolana,  eoo  bolla  simile  a 
ipiella  d'Urbano  li,  ed  emanata  in  Ce- 
prano,  //  iionas  septembris,  pontifwatus 
anno  x.  Morì  Agostino  nel  1 1 1 1  e  fu  se- 
polto nella  chiesa  di  Casamari.  Gli  suc- 
cesse tosto  Leto  I  o  Leone  I,  ed  auch'eglì 
fu  consagrato  da  Pasquale  II  in  Veroli 
a' 1 5 novembre 1 1 1 1  stesso.  Inoltre  in  ta- 
le anno  fu  celebrato  un  concilio,  d'ordine 
del  Papa,  e  non  nel  e  i4o  come  viene  ri- 
portato dal  p.  .'Vrduino,  seguito  da  al- 
tri, come  dal  Lenglet  nelle  Tavolette  cro- 
nologiche, sopra  l'ubbidienza  ecclesiasti- 
ca, citando  il  p.  Mabillon,  ma  senza  aver- 
lo riscontrato,  altri«ncoti  non  sarebbe  ca- 
duto in  errore  (altrettanto  avvenne  all'ab. 
Cappellelli  diligenlissimo,cheailerma  es- 
sersi tenuto  in  Veroli  altro  concilio  nel 
I  i4o,  eziandio  citando  Mabillon,  t.  2, 
p.  24^1  mentre  è  il  concilio  di  cui  vado 
a  parlare,  che  sta  nel  t. i.Niuua  sorpre- 
sa, se  si  tiene  presente  quanto  rilevai  nel 
voi.  XC,  p.  I  39,  secondo  il  dichiarato  in 
più  luoghi).  Eccone  il  contenuto  culle  pa- 
role che  ricavo  dal  Mabillon,  Museum  [- 
talicunij  1. 1,  p.  24^.  M  Synodus  l'aera- 
lancnsis  in  causa  Grimaldi  ArchicanO' 
nici.  Anno  Doniinicae  Incarnationis 
Mcxi,  Domino  Papa  Paschale  TI prae- 
sidente^  domino  Griuialdo  s.  Paté  mia- 
ni  ArchicanonicOjJldcni  el  obedientiant 
suae  mairi  Ecclesiae,  sitogue  Episcopo 
prò  privilegio  acceplo  spirita  siiperbiae 
conimolo  negante;  Episcopo  vero  bis  ter' 
ijue  Domino  Papae  oroclanianle  :  ipse 


VER  71 

autem  praecepit,  qiiatenus  eitm,  ut  de- 
ricum  suum,  ad  se  revocarci:  sin  autem 
ohedire   renueret ,  excommunicationis 
gladio  euni  percuteret:  asserens  se  eum 
prò  excommunicato  habere,si  ah  Epi- 
scopo excontmunicatus  foret.  His  aliis- 
que causis praecepto  Domini  Papaecon- 
gregata  est  Synodus  apud  Berulas  (così 
talora  chiamata  Veroli,perciò,ripeto,i  suoi 
vescovi  talvolta  ne'concilii  s'intitolarono 
Berolensis  e  Beruleniis,  se  pure  non  è 
errore  degli  amanuensi)jMZ>£^aMi«/ioPa/i- 
tifice  Laeto  con<!entienle  cwn  eo  j'ussu 
Domini  Papae,  domino  Gregorio  car- 
dinale ss.  Aposlolorum^el  Ogdone  Ana- 
gnìno  praesule,  nec  non  domino  Angu- 
stino Fereniinate  episcopo.  In  qua  dc' 
niqueSynodo  praedictus  Grimaldus  Ar- 
chicnnonicus  vocatus,  corani  pracdictis 
Patribus  etsancto  conventuconfessus  est 
se  peccasse,  et  contra  niatrem  suani  ec- 
cleslam  de  inlerdicta  obedienliafecisse. 
Unde  prac/ati  Patres  decrevernnl ,  ut 
omne  episcopale  jus  suae  matri  eccle- 
siae, et  debitam  obedientiant  suo  Epi- 
scopo ullerius  non  negarci.  Qtiod  si  ne- 
garetj  Episcopus,  sicut  Dominus  Papa 
praeccpetat,  libere  suum  o[]flciuniface- 
ret.  Qnaproplcr  praesidentibus  pracdi- 
ctis Patribus  et  toto  conventu,Jideni  ci 
obedientiam,  sicut  sui  praedccessores fé - 
cerunty  ecclesiae  s.  Andreae,  suoquc  E- 
piscopo  deinceps  se  debere  spopondit. 
Placuit  hoc  praedictis  Patribus  et  san- 
cto  conventui:  assensum  praehuit  Epi- 
scopus et  clerus  ejus".  L'ab,  Cappelletti 
riprodusse  il  testo  del  p.  Mansi,  Colle- 
clionis  Conciliorum  Synopsis,  il  (juale 
pure  lo  ricavò  dal  p.  Mabillon,  ma  Gri- 
mattlo  lo  chiama  Archidiaconi.  Il  p.  Ca- 
simiro da  Roma  nelle /l/c'/ior/e superior- 
mente discorse,  diceudo  di  questo  conci- 
lio, r  ap[>olla  Grimoaldo  Arcicanonico 
(tale  già  lo  dissi  nel  voi.  XI,  p.  84),  ci- 
tando Mabillou.  Col  medesimo  p.  Casi- 
miro già  narrai,  doversi  al  vescovo  Leto 
I  la  fondazione  del  monastero  per  le  be- 
ocdcttiuepresio  le  mura  di  Veroli,  e  la 


7!^  VER 

propinqua  chiesa  di  s.  Martino  che  nel 
1 127  dedicò,  ora  dentro  di  essa  e  de'mi- 
nori  francescani.  Prima  però  di  questo 
tempo  rCJghelli  riferisce  di  lui  le  seguen- 
ti memorie.  Nel  i  i  i  1  ricevè  per  la  sua 
chiesa  il  donativo  di  diversi  beni  da'no- 
bili  fratelli  Vererno,  Milone  e  Pellegri- 
no, insieme  a  Bonizone  di  Monte  s.  Gio- 
vanni, ne'terrilorii  di  Monte  Canneto  e 
diStrangolagalli.  Neil  i  1 2  sottoscrisse  al 
concilio  diLalerauo  celebrato  da  Pasqua- 
le 11, col  nome  di  \eico\o  rarrianus,  che 
il  Baronio  sostituì  o  ripristinò  con  quello 
di  Ferulanus:  ma  l'ab.  Cappelletti  os- 
serva, che  precedendo  l' iniziale  G.  con 
questa  non  può  intendersi  Leto;  anzi  il 
Bini,  illustratore  del  citato  Mansi,  inve- 
ce di  G.  P'orrlanus  ^  scrive  PVilielmus, 
Tun'aims,  per  cui  crede,  che  nìuna  del- 
le due  lezioni  può  adattarsi  al  vescovo 
Leto,  Vuole  ancora  l'Ughelli,  che  sotto- 
scrisse nel  iii4a  quello  tenuto  dallo 
stesso  Papa  nel  monastero  de'canonici  di 
s.  ^alevoiano apud  Caò tri  Ceperanì{$[C' 
come  leggo  nella  suddetta  bolla  di  Urba- 
no II,  enumerando  i  luoghi  della  diocesi 
monaslerios.  Pateniiani,  di  questo  duu- 
queeraarcicanouico  o  arcidiacono  il  sua- 
riuminato  Grimaldoo  Grimoaldo),  PosL 
haec  Laetits,  Paschali  Iltnulclatus,  et 
a  Gelasio  II  anno  1  i  i8  ad  pristina  ni, 
digmlateni  restilutus  est..  Il  Cappelletti 
dubita  di  questo  racconto,ed  asserisce  non 
trovarsi  negli  atti  del  concilio  di  Cepra- 
no,  riportati  dal  Mansi,  il  nome  de'  ve- 
scovi gbe  v'intervennero.  Con  diplomi» 
dato  nel  territorio  di  Paliano,  da  Calisto 
il  a'26  giugno  I  1 22,  otteime  amplissimo 
privilegio  di  confern»a  de'  beni  di  sua 
chiesa,  simile  a  quello  d'  Urbano  li;  ed 
altro  io  conseguVda  Onorio  II  a'  29  a- 
goslo  II25.  Il  vescovo  Stefano  viveva 
nel  1 1 34.  Dopo  di  lui  trovasi ,  nel  i  1  4q 
Leone  Ioli,  il  quale  neii  i4^  da  Pupa 
Celestino  II  con  diploma  de'27  febbraio, 
fu  ricevuto  colla  sua  chiesa  nella  prote- 
zione della  s.  Sede  ,  colla  conferma  dei 
potscdimeuti  e  gtuiisdjzioul  delia  iued&- 


VER 

sima.  Riferisce  l'ab.  Cappelletti;  11  vesco-, 
vo  nel  1 144  donò  alla  badia  di  Monte 
Cassino  la  chiesa  di  s.  Giuliano,  situata 
nel  castello  di  Prosinone.  Però  il  cav.  De 
Muttheis  ritarda  l'offerta  al  i  i54,  e  con 
l'istromenlo  riportato  dalp.Gatlola  nel- 
V Istoria  del  monastero  di  Monte  Cas' 
sino,  e  la  dice  fotta  dal  clero  e  dall'ordine 
de' militi  di  Prosinone,  e  ciò  coli' assenso 
del  vescovo  di  Veroli  Leone,  e  le  ponti- 
fìcie facoltà.  Di  più,  dichiara,  qhe  la  chie- 
sa, con  tutte  le  sue  pertinenze  donate , 
trova  vasi  nel  territorio  di  Prosinone. 
Laonde  tale  consenso  non  lo  die'Leone  l, 
ma  Leone  11.  iNel  i  \^5  Oddone  I,  che 
colla  spirituale  esercitò  pure  la  civile  giu- 
risdizione, poiché  scrive  l'Ughelli:  Hic 
Verulanani  civilalem,  de  consensu  Coti' 
sifluni  regenda  susccpit,  qiiam  simili 
cuf/i  ecclesiastica  dignitate  ssuntma prii' 
dentia  admùiistravit  ad  niorleni  iistpie  , 
gnae  incidil  in  anno  i  147.  In  questo  gli 
successe  Leone  11  o  III,  che  intervenne 
a*  19  agosto  1148  alla  consagrazione 
della  chiesa  di  s.  Clemente  di  Perenti- 
no,  e  benedir  altare  di  s.  Stefano  nella 
confessione.  Narrai  di  sopra  ,  che  Papa 
Eugenio  111  trovandosi  neli  i5o,o  meglio 
nel  I  1 5 1, nella  provincia,  consagrò  due 
chiese  della  diocesi,  cioè  di  s.  Croce  nel 
comune  di  Castro  a'22  aprile,  e  quella  di 
Casamari  a'29  ottobre,  essendovi  presen- 
te il  vescovo  Leone  li,  al  dire  dell'Ughel- 
lì.  A  lui  Anastasio  IV  nel  i  i53  confer* 
mò  gì' indulti  apostolici ,  accordati  alla 
chiesa  verolana  da'suoi  predecessori.  Nel 
1 159 il  vescovo  Leone  li,  coH'autoritàdi 
Papa  Adriano  IV,  concesse  Castruni 
Monlis  s.  Joannis  infcuduni  Raynaldo 
Cornili  Aquinati,  sHccessorihnsqiiesiàs. 
AKinaldosucqesse  ilfìglio  Pandolfo,/<{({(; 
Ayni.um,  Aynio  vero  Pandiilpìuun  pa- 
treni  d,  Toniae  yìquinalis  dottore  di  s. 
Chiesa.  Dice  Lucenti,  a  questo  vescovo 
scrisse  Papa  Alessandro  III  la  lettera  che 
trovasi  nel  cap.  3  De  Cleric.conjug.  Mo- 
rì il  vescovo  nel  i  160.  Nello  stesso  1  cano- 
nici elessero  a  succeilerlo  Puramondo  o 


VER 
Fromondo  oFrujamondo  monaco  cister- 
cieatte  dell»  badia  di   Casnrnari ,  consa- 
grato a'i  oltobre  in  Veroli  ,   insieme  a 
Itodolfo  procuratore  di  detto  monastero 
in  sacerdote,  e  poi  nel  r  1 6 1  in  vescovo  di 
Ferentino,  da  Alessandro  111  cli'erasi  ri- 
fugialo in  Veroli  per  evitare  la  persecu- 
aione  dell'imperatore  Federico  1  ,  come 
a  suo  luogo  raccontai,  in  uno  al  soggior- 
no che  vi  fece  dal  i  170  al   1172.  Rac- 
conta rUglielli ,  che  Faraniondo  conser- 
vando singolare    airetto    pel  suo  antico 
monastero  di  Casaniari,  implorò  ed  ot- 
lenneda  Alessandro  111  non  solamente  la 
confern)a  de'beni  e  privilegi,   ma  ezian- 
dio nella  protezione  della  s.  Sede  in  cui 
l'aveano  |)Osto  Nicolò  li,  Alessandro  li, 
Calisto  II,  Anastasio  IV e  Adriano   IV  , 
culla  donazione  di  chiese,  parrocchie  e 
beni   rustici,  col  diploma  che  riporta, 
Piae  poslulatio  i'o/«/j/<j/z5,diretto  all'ab- 
bate Gregorio,  daluni  Ferulis  per  ma- 
num  Gradala  S.    Fi.  E,  subdiaconi  et 
no(arii,a  g  maggio  1170,  sottoscritto 
dal  Papa  e  da  1 6  cardinali,  tutti   pre- 
senti in  Veroli.   Però   il  Papa    lasciò  il 
monastero  soggetto  nello  spirituale  al  ve- 
scovo di  Veroli  ,  cioè  per  l'  ordinazione 
de'monaci,e  per  ricevervi  il  crisma  e  l'o- 
lio santo,  per  la  consagrazione  degli  al- 
tari e  della  basilica.  Si  legge  pure  nel 
Bull.  Rom.  t.  29,  p.  4o9.1noltre  il  vesco- 
vo Faramondo  intervenne  al  concilio  ge- 
nerale di  Laterano  111,  celebrato  dallo 
stesso  Alessandro  \\\    nel  i  179,  e  mo- 
rendo nel    I  18.1  fu   sepolto   nel  diletto 
monastero  di  Casamari.  Ambrosio,  che  in 
detto  anno  gli  successe,  nel  seguente  o  nel 
Il 83  accolse  nel  suo  palazzo   vescovile 
l'apa  Lucio  III,  che  nella  sua  dimora  in 
Veroli  confermò  i  privilegi  di  sua  chie- 
sa; e  si  trovò  all'elezione  seguila  iu  Ve- 
roli  ili  Urbano  111,  ed   alle  solenni  sa- 
gre funzioni  che  ne  seguirono.  Morto 
neir  anno    1188,  Ambrosio,   in    questo 
gli  fu  sostituito  Roberto,  a  cai  e  al  suo 
capitolo  donò  alcuni    fondi   il   verolano 
Laudo  Franco  neh  189.  Pel  suo  decesso 


VER  73 

nel  I  190  fu  vescovo  Oddone  li,  che  nel 
1196  intervenne  alla  consagrazione  di 
s.  Maria  de  B'iumine  presso   Ceccano  , 
nella  diocesi  di  Ferentino.  L'ab.  Cappel- 
letti riporta  la  lettera  scrittagli  da  Papa 
Clemente  HI,  sopra  un  fatto  accaduto 
nella  sua  diocesi,  per  la  separazione  di 
certo  matrimonio.  Non  solo  in  tempo  del 
suo  vescovato  ebbe  luogo  la  rifabbrica 
della  chiesa  de'  ss.  Gio.  e  Paolo  di  Casa- 
mari,  ma  successe  il  lietissimo  e  già  nar- 
rato avvenimento  del  ritrovamento  del 
pre^.ioso  corpo  di  s.   Salome.  Qui  1'  ab- 
bate Cappelletti  riproduce  il  riferito  dal 
Crescenzi  tanto  sull' invenzione  ,   quan- 
to del  discorso  luogo  di  Provenza, detto 
delle  Tre  Marie  ,  ove   a  preferenza  di 
Veroli,  si  pretende  possedere  il  corpo  di 
s.  Salome;  e  dice  astenersi  dal  ribattere 
le  frivole  ragioni  ,a  cui  si  appoggia  tal 
pretesa,  fondata  sulla  pietra  che  copriva 
ùi\Q  corpi  santi,  colle  iniziali: /1/. /.*S'.  A''- 
«  Queste  si  vollero  interpretare:  Maria 
Jacobi  Salonien  videbis.  Quale  vigore 
potrà  mai  avere  iu  buona  critica  questa 
immaginai ia  spiegazione   di  quelle  ini- 
ziali, confrontata  colla  reale    iscrizione, 
che  si  legge  in  Veroli  sulla  cassa,  in  cui 
si  trovano  le  reliquie  di  &.  Salome?   Ma 
l'origine  di  sì  enormi  incertezze,  sul  pro- 
posilo di  questa  santa  e    delle  sue  reli- 
quie, fu  per  la  massima  parte  l'inconside- 
ratezza degli  scrittori,  che  attribuirono  a 
Salome  il  nome  di  Maria  (non  è   incon- 
sideratezza ,  poiché   di  fatto  gli   odierni 
verolani  stessi  riconoscono  in  s.  Salome 
l'antinome  di  Maria,  come  rilevasi  dagli 
articoli  da  loro  fatti  pubblicare  ne*  gior- 
nali ufficiali  di  lloina,  (la  me  riferiti  di 
sopra   e   da  riferirsi  ancora  ;  anzi    dalle» 
stesso  Crescenzi  ne'Ce«/»*5tor/ci,  il  qua- 
le sebbene  esclusivamente  chiama  la  san- 
ta col  solo  nome  di  s.  Salame,  wtWa  pre- 
ghiera poi  che  riporta  per   la   preserva- 
zione dal  cholaa,  r  incomincia  colle  pa- 
role :  Gloriosa  Maria  Salame^  sostegno, 
e  speranza  nostra  ec.),e  che  l'alterarono 
quindi  con  Maria  di   Jacopo.  Ed  anche 


74  VER 

ili  questa  occasione  rUgheili  rinnovò  Io 
lo  «lesso  sproposito,  dicendo,  non  che  fu 
Irovato  in  Veroli  il  corpo  di  s.  Salome, 
ma  bensì  corpus  B.  Mariae  Jacobi". 
Mon  Oddone  11  nel  12 12,  dopo  essere 
stato  deputato  da  Innocenzo  Ili  a  giudi- 
care una  controversia  tra  l'economo  di 
s.  Stefano  d'Àlatri  ,  e  il  militare  Gim- 
rnondo  similaieute  d'Alatri.  Il  successore 
Leto  11  o  Leonelll  oIV,a'i Ssettembre 
12  17  si  trovò  presente  alla  consagrazio- 
ne  della  nuova  chiesa  di  Casaiuari  ese- 
guita da  Onorio  HI,  che  accolse  in  Ve- 
roli  anche  nella  pacificazione  con  Fede- 
rico Il  nel  1222  (e  non  1 221,  secondo  il 
codice  Alessandrino,  riferito  dal  Rondi* 
nini),  che  fu  l'ultiiuo  anno  del  suo  ve- 
scovato. Nel  1223  gli  fu  surrogato  Gio- 
vanni III,  consagrato  in  Veroli  da  Ono- 
rio III.  Questo  pastore  uni  alla  mensa 
vescovile  le  chiese  di  s.  Silvestro  e  di  s. 
Nicola,  nel  territorio  frusinate,  e  le  chie- 
se di  s.  Magno  e  di  s.  Egidio,  nel  terri- 
torio ceprauese,  col  beneplacito  apostoli- 
co di  Gregorio  IX.  Zelante  del  suo  mi- 
nisterOjfece  molto  per  reprimere  gli  abu- 
si, che  violavano  nella  tliocesi  le  discipli- 
ne canoniche, tra  le  quali  precipuamen- 
te la  conleiuporanea  pluralità  de'  bene- 
fìzi, di  cui  cercavano  d'essere  provvisti 
gli  ecclesiastici  di  Veroli.  Trovandosi  in 
Anagni  Innocenzo  I V,  a'y  ottobre  1243, 
scrisse  in  proposito  al  vescovo  la  lettera 
Culli  nictgìs,  che  offre  l'  Ughelli,  ripro- 
vando l'avarizia  de'cherici  e  tanto  abu- 
so, da  non  doversi  più  tollerare;  perciò 
gì' ingiùnse  di  eliminarlo,  altrimenti  a- 
vrebbe  preceduto  contro  di  lui.  Nel  del- 
lo annoGiovanni  111  interdisse  i  signori 
di  Dauco,  per  avere  occupalo  i  beni  di  s. 
Stefano  di  Rujano.  Dal  medesimo  Papa 
furono  soggettati  all'episcopale  giurisdi- 
zione del  pastore  verolano,  il  priore  ed 
i  cherici  di  s.  Maria  del  Canneto  ,  che 
se  ne  reputaiano  esenti;  e  loro  fu  im- 
posto l'obb'.igo  di  p.igare  alla  chiesa  di 
Veroli  le  decime  de'luio  raccolti,  di  rice- 
vere dal  vescovo  di  questa   il  sagro  cri- 


VER 

sroa,  e  di  recarsi  al  sinodo  ogni  volta  che 
vi  fossero  invitati;  nel  resto  poi   dipen- 
dessero immediatamente  dalla    s.  Sede. 
Morto  Giovanni  III  nel  i25o,  insorse 
grave  discordia  tra  il  capitolo  della  òat- 
tedrale,  e  il  clero  della  città  che  per  l'an- 
tica consuetudine  voleva  dare  il  suo  vo- 
to con  esso  per  l'elezione  del  nuovo  pa- 
store. La  lite  fu  portata  avanti  Innocen- 
zo IV,  il  quale  commise  al  vescovo  d'A- 
nagni  ne  prendesse  informazione,  uden- 
do le  ragioni  degli  uni  e  degli    altri ,  e 
sedasse  i  contrasti.  Fu  decisa  la  questio- 
ne, per  sentenza  del  vescovo  d'Anagni,a 
favore  del  capitolo  della  cattedrale,  cui 
unicamente  ed  esclusivamente  si  decretò 
appartenere  il  contrastato  diritto,  senza 
che  alfatto  vi  potessero  prender  parte  i 
canonici   di   s.  Erasmo  ,  non  ostante  il 
concessogli  daGregorio  IX e  riferito  par- 
lando di  tal  collegiata,  o  quelli  di  s.  Ma-     ^ 
ria  de  Franconi,  o  quelli  di  s.  l'aolo  ,  e  .  .■ 
neppure  i  priori  o  rettori  <li  s.  Angelo  e 
di  s.  Leucio.  Intanto  i  canonici  della  cat- 
tedrale aveano  eletto  Giovanni  IV  loro 
collega,  il  quale  perciò  dal  l'apii,  ricono- 
scendo in  e>>si  il  diritto  d'  elezione,  fu  tli- 
chiarato  vero  e  legittimo  vescovo  ,  con 
lettera  dell'i  i  maggio i  252, diretta  al  ca- 
pitolo medesimo.  Nello  stesso  anno  fu  rie- 
dificato l'antico  castello  di  Strangolagal- 
li,  che  nelle  guerre  d'invasione  della  Cam- 
pania era  slato  bruciato  e   distrutto  ;  e 
quindi  al  vassallaggio  della  chiesa  di  Ve- 
roli venne  restituito,  prestando  il  giura- 
mento di  fedeltà  dinanzi  al  vescovo, cow 
stntientibus  ball'ms  doiniiiorutn  Monlit 
s.  Joannis  ad  hoc  specialitcr  deputali. 
Assistè  Giovanni  IV  alla   consagrazione 
della  chiesa  di  s.  Sabina  di  Roma    falt.i 
da  Innocenzo  IV,  e  muiì  nel  1253.  In  <pie- 
sto  i  canonici  della  cattedrale  procedero- 
no all'elezione  del  successore,  e  scelsero 
un  altro  canonico,  nella  persona  di  Gio- 
vanni V  Giolfredi,  confermato  da  Inno- 
cenzo IV.  Dopo  avere  nel  125/ ospitalo 
nell'episcopio  il  Papa  Alessandro  IV,  ces- 
sò di  vivere  nel  i258.  Restò  vacante   la 


V  BK 
sede  sino  al  i  25q,  in  cui  fu  eletto  Andrea 
«pprovalo  da  Alessandro  IV,  da  cui  ot- 
tenne una  Kulenne  conferma  dell'  unione 
fatta  dal  vescovo  predecessore  Giovanni 
111,  delle  chiese  di  s.  Silvestro  e  di  s.  Ni- 
cola di  Fresinone,  e  di  s.  Magno  e  di  s. 
Egidio  di  Ceprano,alla  sua  mensa  vesco- 
vile. Col  Ì2G1  terminò  colla  vita  il  suo 
Vescovato,  ed  il  capitolo  cattedrale  gli  so- 
stituì Gregorio,  uno  de'canonici,  che  Ur- 
bano IV  confermò  e  anche  consagrò,  non 
prima  perù  de'4 settembre,  giorno  in  cui 
ricevè  la  cousagrazione  dal  Papa.  Disceso 
nella  tomba  nel  1278,  vacò  la  sede  sino 
u\  I  280,  in  cui  vi  fu  esaltato  Lotero  ca- 
nonico della  cattedrale  e  segretario  del 
cardinal  Savelli  poi  Onorio  IV.L'CJghellì 
legistra  Lolerio  I  nel  1280,  Tommaso 
nel  1282,  Loterio  II  nel  1285.  In  vece 
V.A).  Cappelletti,certamente  col  prezioso 
tesoro  che  possiede  la  sola  biblioteca  Mar- 
ciana di  Venezia  sua  patria,cioède'iolomi 
n>ss.  di  correzioni  e  aggiunte  all'  UgJiel- 
//{  f^.),  di  Gio.  Domenico  Coleli,  seguen- 
do conampliazione  t'esempiodellozioNi- 
i:ola,dichiaracheun  solo  Loterio  possedè 
i.i  cattedra  pastorale  di  Veroli  dal  1280 
uno  al  I  3  1 4i  e  perciò  esclude  a  quell'  e- 
poca  Tommaso  e  interamente  Lolerio  II. 
Di  più  corregge  la  data  di  anno  V  del 
pontificato  d'Onorio  IV,  del  diploma  di 
indulgenze  concesse  alla  cattedrale  di  Ve- 
roli nel  1287  (dallo  stesso  vescovo,  siii- 
g7///4o  <://V;i^),ed  i  uouii de' vescovi  iu  esso 
sottoscritti.  Loterio  nel  precedente  1286 
t't.sendo  in  Roma  (nella  quale  risiedendo 
ottenne  il  vescovato,e  poi  vi  sarà  tornato 
nell'assunzione  al  pontificato  del  suo  car- 
dinale), concesse  indulgenze  allo  spedale 
della  Misericordia  di  Siena;  nel  1289  ne 
concesse  pure  alle  monache  di  s.  Salva- 
tore del  castello  di  s.  Severino  (s' intende 
con  altri  vescovi,  che  si  ponno  leggere  nel 
Turchi, Z>e  Eccles.Cwitrinensis  Ponti/i- 
cibus,  p.  2  34>  »>a  ivi  Loterio  è  sottoscrit- 
to f'/ci/er/wi.  Si  debbono  però  tener  pre- 
senti i  falli  de'copisliede'tipografJ,  che  sic- 
come Uomini,  eaì  pure  cadono  in  errori. 


V  E  a  75 

e  Immutano  le  denominazioni  e  le  date)  ; 
e  più  tardi  altresì  alla  chiesa  dì  s.  Ania- 
no ,  diocesi  d'Asti;  e  similmente  alla 
parrocchia  de'  ss.  Morando  e  Cristoforo 
d'AIlkircli,  nella  diocesi  dì  Basilea,  essen- 
do in  Rieti,  nella  cui  carta,  pressoi  boi- 
landisti,  per  isbaglio  Laterio  è  qualificato 
Ntrulanus^  invece  di  f^erulaniit.  Legga 
inoltre  nel  p.  Casimiro  da  Roma,  che  da 
una  bolla  diNicolò  IVsi  trae,cheil  vescovo 
di  Veroli  pagava  ogni  anno  alla  camera 
apostolica  60  brachia  panni,  200  scu- 
tellas,  et  2.0  solidos.  Nel  pontificato  di 
Nicolò  IV,  scrive  l'Ughclli  ,  e  pare  con 
anacronismo, perchè  era  morto  nel  1 292, 
ed  allora  regnava  il  gran  Bonifacio  Vili, 
gloria  ernica,  Adenolfo  Pagano,  signore 
del  castello  di  Falvaterra,  appartenente  a 
questa  diocesi,  usurpò  alcune  possessioni 
della  cattedrale  ,  e  malgrado  l'ammoni- 
zione del  vescovo  Laterio,  ostinato  le  ri- 
tenne. Perciò  Laterio  ,  vedendo  inutile 
ogni  altro  mezzo  a  ricuperare  i  beni  della 
sua  chiesa,  ricorse  alle  censure  canoniche 
e  lanciò  la  scomunica  all'usurpatore.  Os- 
serva l'ab.  Cappelletti.  »  La  quale  misu- 
ra; che  oggidì  sarebbe  pur  necessaria, e 
non  di  rado  ,  benché  forse  con  poco  o 
nessun  effetto  ,  a  difesa  de' sagri  diritti 
delle  chiese;  riusù  efficacissima  eoa  A- 
denolfo,  perchè  restituì  ben  tosto  alla 
cattedrale  verulana  i  beni  che  le  appar- 
tenevano, e  ottenne  1'  assoluzione  dalla 
pronunziata  sentenza:  ciò  nell'  anno  se- 
guente. E  nel  susseguente,  mentr'  era 
Loterio  iu  s.  Angelo,  castello  della  dio- 
cesi sua,  ricevette  l'omaggio  e  il  giura- 
mento di  sudditanza  da  quelli  di  Ripi , 
altro  luogo  della  sua  diocesi".  In  breve, 
tuttociò  riferisce  pure  l'Ughelli,  assegnan- 
do al  iSoo  l'omaggio  di  R.ipi,  e  dichia- 
rando morto  Laterio,  per  lui  i  I,  nel  i  3 1 4- 
Sino  al  1 3  1 7  non  trovasi  che  Tommaso  o 
Tommasio,  morto  nel  i32g.  Quindi  nel 
1 33 1  gli  fu  »ostituitoAdjutorio,alcui  tem- 
po a  sua  istanza,  ed  a  quella  del  capitolo  e 
del  comuDe,un'ì  alla  cattedrale  la  chiesa  di 
s.  Salouie,  il  sunnominato  cardinal  Deu- 


76  VER 

ciò.  Il  Cappelletti  che  riprotlnsse  il  suo 
diploma,  già  pubblicalo  dal  Crescenzi  , 
opportunamente  sul  contenuto  del  me- 
desimo, osserva.  »»  Se  non  si  sapesse  d'al- 
tronde, che  qui  si  tratta  della  chiesa  riz- 
zata da'verolani  in  onore  di  s.  Salorae  , 
chi  non  dovrebbe  conchiudere, dal  teno- 
re del  recato  documento,  doversi  inten- 
dere Maria  madre  di  Jacopo  e  di  Giu- 
seppe? Eppure  l'inesattezza  di  scrivere 
e  la  spensieratezza  di  dare  a  Salonie  il 
nome  di  Maria, o  di  alternare  il  suo  nome 
con  quello  di  Maria  di  Jacopo,  resero  co- 
sì comune  tra'verulani  s\  enorme  sba- 
gliOjchesenza  por  mente  alle  conseguen- 
ze da  me  altrove  notate  (cioè  con  quanto 
già  dissi  del  suo  opinare,  anzi  argomento 
esaurito  e  giustificato,  mediante  le  due 
lettere  dell'archivio  Mellonj,  che  ripro- 
dussi),  la  loro  santa  Protettrice  è  no- 
minata più  comunemente  Maria  di  Ju' 
cono  e  Maria  Salonie,  che  non  col  vero 
e  proprio  suo  nome  di  s.  Salame  ".Et- 
guaimente  del  terremoto  patito  da  Ve- 
roli  nel  i35o,che  distrusse  il  tempio  di 
s.  Salome,  del  giubilante  ritrovamento  di 
sue  sagre  Ossa  a'  i  7  ottobre,  e  del  trasfe- 
rimento loro  nella  cattedrale  a's^  mag- 
gio 1 352,  ripetutamente  già  ragionai. 
Segnalato  così  il  vescovato  di  Adjulorio, 
e  pagato  da  lui  l'umano  tributo  nel  (354. 
nel  seguente  anno  Innocenzo  VI  nominò 
in  sua  vece  Guido  decano  Morinense  , 
cioè  di  Terouanne.  A  suo  tempo,  scrive 
rUghelli,  i  canonici  della  cattedrale,  a 
questa  nel  1  356  edificarono  TurrisCani- 
panaria.  Morto  il  vescovo  nel  i  363,  indi 
a' 13  giogoo  Urbano  V  promosse  a  que- 
sta  chiesa  il  toscano  di  l'ralo  Giovanni 
VI,  che  visse  sino  al  i383.  Il  grande 
Scisma  d'Occidente,  i  cui  inizi  in  Àna^ 
gni,  si  elletluarono  in  Fondi  colla  pseu- 
do-elezione dell'antipapa  Clemente  VII, 
Sebbene  questi  stabilisse  la  sua  cattedra 
di  pestilenza  in  Avignone,  nondimeno  pel 
polente  suo  fautore  Onoralo  Caetani  con- 
(e  di  Fondi,  esercitò  autorità  nella  Cam- 
nauta;  ed  è  perciò  che   ialruse  uelhi  s. 


VER 
Chiesa  Verolana  nel  i384  lo  scismatico 
Nicola.  Ma  il  vero  Papa  Urbano  VI  nel- 
l'istesso  anno  nominò  vescovo  di  Veroli, 
Francesco  I  detto  anche  G.Francesco  Bel- 
lauti  nobile  sanese,  trasferendolo  dalla  se- 
de  diMonleVerde.epoineli  SSylotrasla» 
tò  a  quella  diNarni,da  dove  passò  al  vesce» 
vaio  di  Grosseto.  11  suo  successore  fu  e- 
letto  dal  Papa  Bonifacio  IX  nel  iSgG 
nella  persona  d'un  Bartolomeo,  forse  a- 
vendolo  impedito  prima  o  l'intruso  Ni- 
cola o  il  prepotente  scismatico  Onorata 
Caetani,  o  per  1'  infelicità  de'  tempi  si 
smarrì  la  memoria  di  altro  legittimo  pa- 
store. Dello  scisma  delta  chiesa  di  Veroli, 
dell'interdetto  a  cui  soggiacque,  del  ri- 
torno suo  all'ubbidienza  di  Bonifacio  IX, 
e  dell'assoluzione  di  quel  Papa,  parlai  a 
suo  luogo  di  sopra.  Bartolomeo  il  i.^a- 
gosto  i4i>^  trovasi  nominato  in  una  in-^ 
dulgenza  concessa  a  s.  Martino  di  Val- 
cussa  nella  diocesi  di  Fondi, e  morì  nel 
1420.  Papa  Martino  V  a'19  settembre 
1422  dalla  chiesa  di  Fondi  trasferì  a 
questa  Benedetto  II,  anteriormente  ve- 
scovo di  Marsiglia  ,  e  sembra  di  nobile 
condizione,  descrivendone  lo  stemma  l'U- 
glielli,  che  pure  esibisce,  poscia  morendo 
nel  «427,  e  non  nel  i437  come  scrive  il 
Cappelletti,  seppure  non  è  assolutamente 
fallo  tipografico,  giacché  nel  catalogo  re- 
gistra la  vera  data  14*27  P^l  successore. 
Esso  fu  fr.  Clemente  Bartolomei  roma- 
no e  romilano  di  s.  Agostino,  nominata 
da  Martino  V  a'3  dicembre,  benemerito 
per  quanto  già  dissi  e  qui  meglio  i-ipe- 
terò,  prima  notando  che  nel  (4^9  donò 
al  capitolo  cattedrale  Gradnalia  San- 
ctortim,  et  de  tempore  manuscript.  ad 
cantuin  accomodatru-diiohus  magnis  va- 
luminilnis.  Per  le  sue  zelanti  premure  fu 
compita  la  riedificazione  della  chiesa  di  s. 
Salome,  cominciata  nel  i  35 1 , contribuen- 
dovi nelle  spese  eziamlio  per  decorarla 
con  magnificenza,  quindi  la  dotò  e  prov- 
vide di  sagri  utensili;  inoltre  ebbe  la 
consolazione  di  consagrarla  nel  i449» 
goU'assisteuza  diI>iirlo|lo(ueoGiovanui  abr 


VER 
baie  (li  Casaraari,  e  nuovanienle  in  per- 
petuo r  iiiù  alla  catleclrale.  Defunto  nel 
1457,  a'i2  aprile  Calisto  III  gli  sostituì 
Angelo  Martino  de  Caccis  J.  /'.  D., 
morto  nel  1468.  Nel  i.°  agosto  gli  succes- 
se Uibano,  per  un  triennio.  Indi  a'28  lu- 
glio 147'  ^'o.  Paolo  Ponziani  romano, 
che  finì  di  vivere  nel  luglio  i5o 3. Note- 
rò di  avere  registrato  nel  voi.  LXXXIX, 
p.  121,  descriventlo  Sermoneta  ed  i  suoi 
illustri,  Giovanni  Lucci  da  Sisto  IV  fatto 
vescovo  di  Verdi,  sulla  fede  del  Pucclii, 
2'catio  degli  iioniiiii  illustri  de  Folsci, 
p.  181,  inoltre  questi  asserendo,  benché 
non  sia  dall'  Ughelli  individuato  colla 
distinta  uienzione  del  cognome.  JMorto 
Ponziani,  a'4  agosto  di  detto  anno  Ales- 
sandro VI  conferì  il  vescovato  al  celebre 
Ennio  Filonardi  [F.)  di  Banco  diocesi 
di  Veroli  (  dopo  la  qual  parola  ,  nella 
biografia,  avendo  i  tipografi  umniesso  le 
parole  die  scrissi  col  Cardella:  e  non  già 
città  dell'  Abruzzo,  e  seguendo  quelle., 
nel  regno  di  Napoli^  sembra  erronea- 
mente che  a  questo  apparter)ga,  perciò 
ne  fo  avvertenza),  per  cui  alcuni  lo  cliia- 
tuano  verolano,  ma  poco  avrà  fatto  re- 
sidenza in  diocesi,  siccome  inqiiegato  in 
gravi  aiìari  per  la  s.  Sede  e  nelle  nun- 
liature,  onde  meritò  che  Clemente  VII 
nel  I  527  lo  dichiarasse  abbate  commen- 
datario di  Casamari  ,  e  non  Giulio  II , 
come  vuole  il  Cardella  nelle  I\Jemorie 
storiche,  dt  Cardinali,  t.  4)  p- 1  67»  il  che 
ripetei  con  lui  nella  biografia  ,  perchè 
Paulo  HI  lo  creò  cardinale  a'22  dicem- 
bre i536,  e  nel  i538  rinunziò  al  nipote 
Antonio  Filouardi  la  commenda,  non  il 
vescovato  come  riferisce  l'Ughelli  ,  per 
avergli  il  Papa  concesso  quello  di  Mon- 
te Feltro;  ma  forse  ciò  avvenne  nel  1 546 
secondo  il  Cappelletti,  dopo  essere  stalo 
munìfico  culla  cattedrale  e  coll'episcopio, 
per  quanto  riportai  pure  nella  biografia, 
altrettanto  dicendo  l'Ughelli.  Morto  a' 19 
dicembre! 549, data  riferita  da  Cardella, 
per  correggere  l'Ughelli  che  la  segnò  nel 
1546,  iu  Castel  s.  Angelo  ov'erasi  rilira- 


VER  77 

io  co'cardinali  neiraposlolica  Sede  va- 
cante; il  cadavere  fu  trasferito  non  nella 
chiesa  di  s.  Stefano  di  Rauco,  e  non  in 
Veroli  come  dissi  con  altri  nella  biogra- 
fia, con  prolissa  iscrizione  the  leggo  nel 
Ciacconio,  P'itae  Cardinaliuni ,  t.  3,  p. 
608,  erettagli  dal  detto  Antonio  e  Satur- 
no Filonardi  suoi  nipoti  ;  ma  bensì  nel- 
la cappella  di  s.  Stefano  della  chiesa  ar* 
ciprelale  di  s.  Angelo  in  Rauco  ,  il  die 
ho  avvertilo  nel  voi.  XXVII,  p.  286  , 
rilevando  quanto  fu  contrastata  l'epoca 
della  morte  del  cardinale  e  il  luogo  di 
sua  tumulazione.  Per  cessione  dunque 
del  cardinal  zio,  Antonio  l  Filonardi  di 
Bauco,  ol  dire  dell' UghcHi,  a'  12  agosto 
1  538  fu  creato  vescovo  di  Veroli  e  abbate 
commendatario  di  Casamari  da  Paolo  III 
(il  quale  secondo  un  niss.  di  Casamari, 
che  mi  sta  davanti,  gli  compartì  l'episco- 
pale consagrazione  in  tale  anno),  essendo 
abbate  di  s.  Erasmo  di  detta  città.  II 
Cappelletti,  come  ho  detto,  propende  a 
credete  che  il  vescovato  verolano  l'avesse 
nel  1 546,  e  poi  nel  catalago  con  esso  lo 
registra.  Trovo  nel  ^\av\\ì\ySaggio  di  ra- 
gioni della  città  di  Sanleo  detta  già 
Monte ferctrOj^.ioiyChe  il  cardinal  En- 
nio Fdonardi  vescovo  di  Veroli,  ritenen- 
do questa  sede,  a' 1  2  agosto  1  538 fu  no- 
minalo vescovo  e  non  amministratore  di 
Monte  Feltro,  e  tale  restò  fino  all'aprile 
1546,  e  da  quel  giorno  sino  alla  morte 
senqjlice  amministratore,  e  lo  prova  an- 
cora col  gran  sigillo  in  cui  era  inciso:  /^c- 
rul.  Eps,  Fcretr.  il  cui  disegno  riprodus- 
se. Che  ritenne  per  più  anni  l'una  e  l'al- 
tra chiesa,  bencliè  poi  col  ten»po  egli  ri- 
manesse prima  di  una  ,  poi  d'ambedue 
sinoalla  morte  amministratore.  Mandòin 
appresso  a  risiedere  nella  diocesi  Fere- 
Iranainsua  vece,  quale  luogotenente  e  vi- 
cario generale,  il  proprio  nipote  ex  fra- 
tre,  Antonio  vescovo  di  Veroli,  a  favoi-e 
di  cui  avea  per  l'ionanzi  rinunziala  quel- 
la sua  I.' chiesa,  coll'aspettaliva  però  di 
entrare  in  possesso  alla  propria  sua  mor- 
ie^ volendoue  restar  egli  fiuchè  viveva 


78  VER 

amminislrnlore.ll  Marini  ragiona  d'una 
disposizione  d'Anlonio,quale  luogotenen- 
te e  vicario  generale  di  Monle  Feltro  e 
vescovo  di  Veroli  de'29  ollobie  i543  , 
falla  in  Sanleo.Qnesla  memoria,  egli  di- 
ce, è  bastante  a  dimostrare  che  il  cardi- 
nal Ennio  avea  giù  rinunziata  la  chiesa 
di  Veroli  ad  Antonio,  il  quale  se  ne  in- 
titolava vescovo,  ma  il  cardinale  se  n'era 
riservata  l'amministrazione,  perchè  al- 
trimenti il  vescovo  Antonio  non  avrebbe 
lasciato  la  chiesa  di  Veroli,  fatta  sua  spo- 
sa, per  venire  a  fare  da  vicario  generale 
in  Monte  Feltro.  Era  una  aspettali  va,  che 
concedendo  il  titolo,  per  ottenerne  il  pos- 
sesso occorreva  «  la  morte  o  la  (li missione 
libera  del  possessore.  Colla  riserva  e  ri- 
tenzione di  amministratore,  dimise  poi  la 
chiesa  Feretrana  a'7.5  aprile  1 549,  dopo 
di  che  il  gran  cardinale  rinchiuso  (a'ag 
novembre)  nel  conclave  del  Vaticano  per 
l'elezione  del  successorediPaoloIll,  am- 
malatosi dovè  uscirne  e  condursi  in  Ca- 
stel s.  Angelo,  del  quale  egli  era  castel- 
lano (con  altri  dissi  ritirato  in  esso  col 
sagro  collegio,  senza  ripetere  per  il  con- 
cia ve,  a  vendo  prove  contrarie),  ed  ivi  fini 
di  vivere  a*  19  dicembre  dello  slesso  an- 
no e  di  età  83. Sembrami  che  meglio  del 
Marini,  non  potevano  chiarirsi  le  discre- 
panti opinioni.  Noterò  pure,  che  fino  da* 
tempi  del  cardinal  Ennio, che  si  sottoscri- 
veva Cardinale  di  s.  Angelo  Ferulano^ 
come  si  trae  dall'  Angeli,  Memorie  sto- 
riche dello  Sperone  d'oro,  si  stabilì  in 
Veroli  un  Marco  Tullio  di  lui  nipote 
del  2."  ramo  della  famiglia  Filonardi,  ed 
estinta  la  primogenita  di  Bauco,  ne  ere- 
ditò quello  le  fortune  e  il  fidecommissodi 
Ennio,  come  da  suo  testamento  del  1 54B. 
Quindi  rimase  estinto  anch'esso  ramo  sul- 
lo scorcio  del  secolo  passato,edil  fidecom* 
iTiisso  fece  altri  passaggi  per  la  linea  fem- 
minina, e  credo  che  terminasse  coll'arci- 
vescovodi  Ferrara  Filippo,  che  celebrai 
anco  in  altri  luoghi;  almeno  egli  fu  l'ul- 
timo di  sua  branca.  Antonio  I  fu  nel  1 556 
testimonio  della  libciatiooc  di  Veroli  pel 


VER 

prodigio  di  $.  Salome,  di  sopra  narrato, 
nel  i56o  rinunziò  la  conimendii  di  Ca- 
samari  al  nipote  Fulvio  Filonardi,  e  pas- 
sò agli  eterr.i  riposi.  Già  a'  rc)  giugno 
i56o  trovasi  consagrato  successore  Be- 
nedetto III  Salino  di  Fermo,  d'esiuiia 
pietà  e  rara  dottrina,  che  intervenne  al 
concilio  di  Trento.  Tornato  in  Veroli 
celebrò  il  sinodo  diocesano  in  cui  prae- 
darà  qiddem  tum  ad  ecclesiasticam 
norinam  in  cleruni  resdtnendmn  acco- 
modata sancìvit.  Mori  neh  567.  In  (pie- 
sto  a'  1 8  novembre  fu  eletto  Ortensio 
Battisti  da  Frosinone,  nato  da  Bernardi- 
na de  Alexandris  verolana  (disceiuiente 
da  un  Antonio  che  fu  castellano  di  Ca- 
pua  nel  1477),  canonico  di  Veroli,  ar- 
ciprete delia  chiesa  di  Frascati  ,  esimio 
teologo  e  intimo  famigliare  del  celebre 
cardinal  Alessandro  Farnese  nipote  di 
Paolo  ili,  che  gli  ottenne  il  vescovato  da 
s.  Pio  V.  Vigilantissimo  e  dottissimo  pa- 
store, come  lo  qualifica  il  concittadino 
cav.  De  Mattheis,  celebrò  due  volte  il  si- 
nodo diocesano,  nel  1  568  e  nel  i57  i,//» 
quibus  tum  ad  cleri  inslitiitionem  ,  tnin 
adpopuliniore<icomponendos,praecla' 
ra  edidit  decreta.  Scrisse  e  dedicò  al  car- 
dinal Odoardo  Farnese  un  nobile  Coin- 
nientarium  de  rerum  nni\'ersitatej  e  fon- 
dò il  ujonastero  delle  benedettine  di  s. 
Maria  de  Franconi.  Narra  inoltre  1'  U- 
ghelliil  miracolo  avvenuto  nella  3.^  festa 
di  Pasqua  i58i.  Cnni  e  nini  in  sacello 
Nominis  Jcsu  in  ecclesia  s.  Erasmi  iis 
dichus  maxima  midtitudo  convenissetad 
ss.  Hosliae  adorationem,  convenerunt 
etiam  nonnulli  jndaei  a Jidelibus  invita- 
ti, qui  ftdgentissimum  sydus,  quod  eo- 
rimi  oculos  offt'ndcbat,  in  sacra  Hostia 
aspicientes  ,  exclamare  coepernnt,  se^ 
et  in  Christo  credere  et  haptizari  velie  ^ 
darà  voce ,  quae  viderant  confitente s  : 
linde  plurimi  a  judaismo  ad  bapti^ma 
accesserunt.  Asservatur  adliuc  sanclis- 
sima  illa  Hostia  in  labernaculo  altaris 
inajoris  ejiisdem  ecdesiae,  in  eaque  quo  - 
tanni.''  proccssiones  a  clero  el  populo 


VER 

xolcninì  pompa  celchrantur.  L'  Uglielll 
ei'iò  nella  data  elei  miiaculo ,  avvenuto 
a'26e27  marzo, feste  di  Pasqua  deli  5^0, 
,  come  si  ha  dal  processo  autentico  chiù- 
|so  a'27  aprile  seguente  con  la  serie  delle 
grazie  e  miracoli  ch'ebbero  luogo:  la  fa- 
miglia del  neofìto  tuttora  esìste  nume- 
rosa. Lodalo  pastore  mori  Ortensio  nel 
j  594.  In  esso  a'  1 2  ottobre  gli  fu  surro- 
galo Eugenio  Fucci  da  Tivoli,  preclaro 
nel  jus  civile  e  canonico,  già  vicario  ge- 
nerale del  cardinal  Bernerio  vescovo  di 
Ascoli,  di  gran  pietà  pe'poveri  e  zelantis- 
simo della  disciplina  ecclesiastica.  Adu- 
nò due  sinodi,  mores  clerìcorum  corre- 
jcil,populum  ad  pietà  lem  suoexcmplo 
inflammavit,  prò  liberiate  ecclesiastica 
ìionnullas  ah  impiis  pcrseculiones  so- 
sliiiuit^quihus  tanquam  auriirn  in  far- 
ìiacc  proba tus,ejus  innocentia,  ac  i-itoe 
candor  magis  e/n7Hj7.  Portatosi  a  Tivoli 
a  riveder  l'amata  patria,  s'infermò  e  vi 
morì  nel  1608,  tumulato  nella  chiesa  di 
s.  Croce  da  lui  edifìcata  a'  cappuccini  , 
avendovi  pure  posta  la  1/  pietra,  con 
onorifìco  epitaflìo  espresso  dall'  Ughelli. 
A' 17  novembre  di  detto  anno  fu  eletto  fr. 
Girolamo  Asteo  o  Astei  nobile  da  Porde- 
none diocesi  di  Concordia,  minore  con- 
ventuale e  inquisì  toregenerale  nella  dioce- 
si patriarcale  d'Aquileia.Bcnemerito  eze- 
]antissìmo,nella  chiesa  di  s.Giacomo(ossia 
di  s.Salome)a'i7aprile  1 6 1  icelebrò  il  sino- 
do, in  cui  plura  tum  ad ecclesiasticorum 
vilam  reale  instituendam,  limi  vero  ad 
depravalos  plehis  mores  reformandos,  et 
ecclesiasticam  liher totem  Jmmunilalem- 
que  restiluendom  dtcrevit.  Colle  norme 
del  concilio  di  Trento  istituì  il  semina- 
rio; addestrò  il  giovane  clero  negli  studi 
teologici  e  filosofici  ;  predicando  quasi 
ogni  festa,  istruiva  colla  divina  parola  il 
popolo  ;  fondò  la  prebenda  teologale  nel- 
la cattedrale,  la  quale  con  restauri  a  pih 
bella  ed  elegante  forma  ridusse  ;  ottenne 
dalla  s.  Sede  l'insegne  canonicali  al  ca- 
pìtolo della  collegiata  di  s.  Erasmo;  ed 
io  trepido  propugnò  i  diritti  episcopali  e 


VER  79 

delia  sua  raen«a  contro  gli  offensori.  Fu 
autore  di  quelle  opere  edite  ed  inedite  ri- 
ferite dairUf-helli. Ammirato  per  profon- 
da e  vasta  dottrina,  cessò  di  vìvere  a'  i5 
agosto  1626,  e  fu  deposto  nella  cattedra- 
le nel  sepolcro  da  lui  costruito  perse  e 
successori  ,  ove  erano  stati  rinvenuti  i 
corpi  de' ss.  Biagio  e  Demetrio  martiri 
(era  noto,  che  dessi, come  rilevai  più  so- 
pra, si  trovavano  nella  cattedrale  medesi- 
ma, cioè  in  una  cappelletta  sotterranea  , 
quale  a'  tempi  di  n)g.'  Astei,  per  rimuo- 
vere degrinconvenienti,  venne  ricolma  e 
in  parte  convertila  ad  uso  di  tomba  epi- 
scopale: prima  però  si  procedette  a  rin- 
tracciare le  ss.  Reliquie,  ed  un'urna  con 
lapide  ov*  era  scolpita  un'oscura  iscrizio- 
ne, contenente  alquante  ossa,  e  rinvenu- 
ta nell'altare  della  stessa  cry/^frt,  le  quali 
diedero  luogo  a  credere  appartenessero 
a'corpi  de'ss.  Biagio  e  Demetrio.  Perdu- 
rò tale  pia  credenza,  finché  per  le  lode- 
voli cure  del  benemerito  prelato  verolano 
Giovardi,  recatosi  iu  Veroli  il  dottissimo 
mg.'  Garampi,  questi  chiarì  l'equivoco 
incorso,  poiché  la  male  interpretata  iscri- 
zione tutl'altro  esprimeva.  Siccome  pel 
decorso  de'secoli  erasi  smarrita  pur  anco 
la  memoria  del  luogo,  riuscirono  quindi 
inefficaci  le  praticate  perquisizioni  e  se 
ne  depose  il  pensiero.  Finalmente, in  oc- 
casione della  solenne  traslazione  del  cor- 
po di  s.  Maria  Salome  al  proprio  tem- 
pio, ravvivò  di  santo  zelo  il  pio  canoni- 
co della  cattedrale,  già  lodalo  Tommaso 
Mellonj  ,  e  datosi  egli  a  tutt'uorao  a  rin- 
novare le  ricerche  ,  giunse  in  modo  pro- 
digioso a' 12  giugno  1743,  allo  scopri- 
mento prima  della  sotterranea  cappellet- 
ta, quindi  delle  casse  contenenti  i  veri 
corpi  de'  ss.  Biagio  e  Demetrio  martiri  , 
come  risulta  da  rogito  e  da  analoghe  i- 
scrizìoni, che  escludono  ogni  dubbio  sul- 
la loro  identicità,  e  così  ne  seguì  la  solen- 
ne  traslazione  nel  1 746  al  santuario  di  s. 
Salome,  ove  con  essa  Irovansi  tuttora  la 
somma  venerazione  ).  L'  ab.  Cappelletti 
riporta  la  splendida  lapide,  che  al  vesco- 


fio  VER 

To  Astei  i  suoi  correligiosi  eressero  nella 
loro  chiesa  di  Pordenone.  Urbano  Villa' 
5  del  seguente  selleinbre,  elesse  vescovo 
Daglione  Carradori  da  Monte  Fano  e  cit- 
tadino romano,  prelato  di  consulta,  che 
nel  1627  tenne  il  sinodo  diocesano,  ed 
a'5  giugno  fu  traslato  alia  chiesa  di  Mar- 
si  (il  C(ns\gn!ìn\ , Reggia  Marsicana,\>\o- 
trae  al  1628  il  trasferimento  al  vescova- 
io  di  Marsi,  ove  morì  nel  i63o,  zelan- 
tissimo e  amatissimo).  A' 19  dello  stesso 
mese  il  Papa  gli  sostituì  Vincenzo  Lan- 
ieri d'Albenga  filippino, il  quale  cle.rwn 
edocuity  populusque  ad  pietatein  cui- 
fMmrct'Ocai'/V, celebrò  il  sinodo  nel  1629, 
nella  cattedrale  eresse  due  cappelle, una 
in  onore  de'ss.  Biagio  e  Demetrio,  l'allra 
per  la  B.  Vergine,  più  una  3.""  a  s.  Filip- 
po Neri,cioè  fabbricandola  nell'episcopio. 
Lodato  morì  a'3  ottobre  1649  »  ®  S'^'^s 
nella  cattedrale.  Dopo  due  anni  e  20 
giorni  di  sede  vacante,  l'occupò  a'aS  ot- 
tobre i65i  Alessandro  Argoli  marsica- 
no,  cioè  di  Tagliacozzo  e  cittadino  roma- 
no, indi  vicegerente  di  Uoma  j  virtuoso  , 
probo,  prudente,  morì  in  quella  città  nel 
1654  e  fu  tumulato  in  s.  Maria  sopra 
]V1inerva  con  iscrizione  presso  l'UghelIi. 
A'21  aprile  i6'j5  il  perugino  Francesco 
li  Lombardi,  morto  nel  1660.  In  questo 
a'i5  marzo  fu  eletto  Francesco  111  An- 
gelucci  spoletino,  professore  di  giurispru- 
denza nell'università  romana  e  patroci- 
natore nella  curia  integerrimo.  Dotato  di 
somma  pietà,  si  affaticò  indefesso  al  be- 
ne del  suo  gregge  regolandone  i  costumi, 
pel  clero  celebrando  il  sinodo  dioce- 
sano che  fece  stampare, statuendovi  uti- 
lissime leggi. Morì  nell'episcopio  nel  1675. 
A'27  maggio  di  tale  anno  Clemente  X  lo 
fece  succedere  da  Riccardo  Annibaldeschi 
della  Molara  nobilissimo  romano,chiarr 
per  virtù  e  pel  governo  di  piìi  città  del- 
lo stato:  restaurò  la  cattedrale  deturpa- 
ta dairanlichità,  riducendola  in  elegante 
forma,  ed  anco  donandole  sagre  suppel- 
lettili. Con  varie  opere  aumentò  il  semi- 
natio,  suiijiie  jure  tenacissiinu^i ^sacjniis 


VER 
virili  rohore  ,  licei  piiiriiiiis  iinprìittt.<i 
ad^'crsis  a  perturba toribtn;  vìndicavit. 
Finì  sua  vita  nel  marzo  i68c),ecohso 
lenne  pompa,  accompagnata  dal  genera- 
le compianto, fu  deposto  nella  cattedra- 
le. J\el  1690  a' 6  marzo  gli  successe  il 
munifico  nobile  faentino  Domenico  Zauli 
o  de  Zaulis  ,  dotto  giureconsulto  e  ver- 
sato negli  atlari  della  curia  romana.  Ra- 
dicalmente riparò  le  cadenti  o  mal  re- 
staurate muraglie  della  cattedrale, la  ri- 
dusse in  più  elegante  disegno, ed  abbel- 
lì di  facciata  esterna  marmorea.  Inoltre 
restaurò  la  propinqua  chiesa  di  s.  Salo- 
me,  chiamata  pure  di  s.  Giacomo, e  l'au- 
mentò con  fabbricarvi  nobile  cappella^ 
alla  quale  assegnò  pingui  rendite.  A'  28 
oprile  1708  si  dimise  dal  vescovato,  ed 
apprendo  dal  Marchesi  summenlovato  j 
che  pio  e  dotto,  fu  fatto  arcivescovo  di 
Teodosia  ,  vicegerenle  di  Roma  e  asses- 
sore del  s.  Udizio.  Due  giorni  dopo  Cle- 
mente XI  die'  a  pastore  di  questa  chiesa 
Lodovico  Anselmo  Gualtieri  nobile  or- 
vietano, che  poi  traslatò  a  Todi  a'21 
gennaio  1  7  1  5;  ed  a'  i  7  del  seguente  ni;)r- 
zolo  fece  succedere  dal  cugino  di  Zauli, 
il  patrizio  forlivese  Lorenzo  Tartagni  di 
Novadola  ,  già  vicario  apostolico  di  Fe- 
rentino e  poi  di  Fossombrone ,  non  che 
vicario  generale  di  s.  Ellera  nulli us  di oe- 
cesis  di  Toscana.  Fornito  di  pietà, scieil- 
ta  e  zelo,  celebrò  il  sinodo  diocesano  e 
quindi  pubblicò  colle  slampe.  Questo  vi- 
gilantissimo pastore  per  l'invenzione  dei 
corpi  di  S;  Salome,  e  de'  ss.  Biagio  e  De- 
metrio, eseguita  al  modo  narrato,  nella 
calledralesolennemente  e  coU'intervento 
ile'magistrali  volle  trasportarli  nella  con- 
cattedrale  di  s.  Salome;  cioè  quella  del- 
la Santa,  il  cui  sagro  corpo  fin  dal  i  35  i 
era  stalo  collocato  nella  cattedrale,  seguì 
a'25 maggio I74'2)equclla  de'corpi  ile'ss. 
Biagio  e  Demetrio  nel  1746;  e  li  collo- 
cò in  due  urne  nella  discorsa  confessio- 
ne che  precedentemente  vi  avea  fatto  c- 
rigere,  restando  nella  cattedrale  il  busto 
colla  Usta  di  s.  Saluiue.  Di  più  uobihlb 


VER 

la  cattedrale  cou  anipliurla  e  abbellirla 
al  iuodo  suddescrilto.  In  flue  volendo 
terminare  nella  quiete  i  suui  giorni,  ri- 
nunziò il  vescovato,  si  recò  a  Forlì  e  ivi 
dopo  un  anno  mori  a'7  giugno  1752  e 
restò  sepolto;  di  che  fa  memoria  l'iscri- 
zione posta  nella  cattedrale  di  Yeroli  a 
destra  del  principale  ingresso,  che  può 
leggersi  in  Marocco,  ina  per  menda,  for- 
se tipografica  ,  leggo  morto  nel  1762. 
Con  esso  X Italia  sacra  termina  la  serie 
de' vescovi  verolani ,  che  compirò  colle 
JVolizie  di  Roma.  A'20  settembre  lySi 
Benedetto  XIV  gli  avea  sostituito  Pie- 
tro Saverio  Antonini  di  Montalto  nella 
Marca,  morendo  nel  1761.  A'  i  7  agosto 
di  queir  anno  Clemente  XIll  nominò 
vescovo  Gio.  Battista  Jacopini  di  Ganza- 
no, decesso  a'24  marzo  1786  e  deposto 
nella  tomba  de* vescovi  in  cattedrale.  Pio 
VI  a'  I  8  dicembre  dello  stesso,  vi  trasferì 
duEucarpia  in  partibus  A.uloiVìO  II  Rossi 
ferrarese.  Uiferiscel'ab.  Cappelletti."  Vis- 
se nella  sua  dignità  intorno  a  26  anni, 
testimonio  dell'avverse  vicende,  che  lace 
ravano  in  que'tempi  la  Chiesa  universa- 
le; senza  che  per  altro  ne  sollrisse  i  dan- 
ui.  Egli  ,  co'suoi  canonici  e  con  tutto  il 
clero  verolano  (però,  dicono  i  verolani,  il 
solo  vescovo  e  qualche  parroco  presta- 
rono il  giuramento,  ed  il  rimanente  cle- 
ro, non  requisito,  se  ne  astenne), si  lasciò 
persuadere  dalle  sacrileghe  istigazioni 
del  general  Miollis,  e  quindi  mucchio  se 
stesso  e  la  sua  chiesa  colla  viltà  del  giu- 
ramento voluto  da  quell'usurpatore  go- 
verno :  e  così  la  diocesi  di  Veroli  fu  pre- 
Servata  dalle  tribolazioni ,  che  affissero 
allora  tante  e  tante  altre  chiese,  incon- 
taminate per  la  fedeltà  de'Iuro  pastori  e 
del  loro  clero  nell'  osservanza  de'propri 
doveri.  Con  questa  macchia  Cim  i  suui 
giorni  il  vescovo  Rossi  nell'anuoiS  i  2". 
Restata  vacante  la  chiesa,  poco  dopo  il 
ritorno  in  Uuma,  Pio  VII  a'  26  settem- 
bre 18  i4  degnamente  la  provvide  col- 
l'otlimo  d.  Francesco  Maria  de'marchesi 
Cipriaui  di  Norcia,abbale  delia  congrega- 

VOL.   XGIV. 


VER  81 

zione  de  Celestini,  della  quale  fu  rulli- 
11)0  prelato  superstite.  Benemerito  pasto- 
re, pio  e  dotto,  mori  a'28  dicembre  1 843  e 
fu  sepolto  in  cattedrale,  ove  una  lunga 
iscrizione  meritamente  ne  celebra  le  lodi: 
ii.>a  leggendosi  in  essa  avanti  all'anno  P'. 
Kal.  Jan.,  invece  di  collocarsi  dopo , 
avverte  il  Cappelletti  che  induce  in  er- 
rore come  fosse  morto  nel  1842.  Gre» 
gorìo  XVI  nel  concistoro  de'  22  luglio 
I  844  pi'econizzò  vescovo  Mariano  Yen» 
turi  di  Costacciuro  diocesi  di  Gubbio,  e 
leggo  nella  proposizione  concistoriale,  già 
segretario  del  visitatore  apostolico  mg.*^ 
Bellenghi  in  Sardegna,  cameriere  d'  ono- 
re  del  Papa  nominato,  vicario  generale 
di  Forlì  con  detto  prelato,  e  poi  di  Asi< 
si,  e  nella  sede  vacante  vicario  aposto- 
lico ;  encomiandolo  per  prudenza,  dot* 
trina,  integri  costumi,  esperienza  e  ca- 
pacità. Pertanto  pubblicò  il  o.  92  del  Dia' 
rio  di  Roma  del  i844-  "  "  <•'•  1 5  dello 
scorso  ottobre  partiva  da  Roma  per  por- 
tarsi in  questa  sede  vescovile  di  Veroli, 
il  novello  nostro  pastore  mg."^  Mariano 
Venturi.  Lo  attendevano  nelle  vicinanze 
di  Anagni  (non  di  Anagni,  ma  di  Fereo- 
tino)  mg/  delegato  di  Frosinone,  1'  arci- 
diacono d. Camillo  de'marchesi  Bisleti  vi- 
cario generale,  ed  il  sig."^  Filippo  Passeri 
anziano  del  comune  di  Veroli.  Pervenu< 
to  poi  al  limitrofo  territorio  d'Alatri,  veo- 
ue  incontrato  da'  signori  governatore  , 
gonfaloniere,  e  da  altri  magistrati, cui  fa- 
cevano seguito  il  marchese  Evangelista 
Campanari  cameriere  d'onore  di  Nostro 
Signore  (cioè  segreto  soprannumerario  di 
spada  e  cappa,  e  lo  è  pure  del  Papa  che 
regna),  ed  il  sig.'  Francesco  Mellonj, no- 
bili verolani  ;  ed  accompagnato  da  questi 
giungeva  il  sagro  pastore  presso  la  città, 
fra  il  suono  de'  sagri  bronzi  e  lo  sparo 
de'  mortari.  Quivi  concorse  il  clero  ed 
innumerabile  quantità  di  cittadini,  per 
ricevere  la  pastorale  beuedizione.Disceso 
che  fu  dalla  carrozza,  entrò  in  città,  ac- 
compagnalo da  eletta  banda  musicale,  e 
dagli  evviva  di  tulio  il  popolo  che  ac- 
6 


82  VER 

corse  in  fulia  fino  alla  chiesa  caltediale 
e  all'episcopio,  ove  ad  una  cjuunlilà  di 
popolo  fu  disliiliuila  abbondante  elemo- 
sina. La  citlà  in  quella  sera  mostrava  il 
suo  giubilo,  pel  desiderato  acquisto,  con 
una  generale  illuuìinazione.  Il  giorno  se- 
guente I  7,  fu  quello  in  cui  il  nostro  ve- 
scovo compiva  l'alto  del  solenne  posses- 
so. Dalla  porla  Romana  sino  all'episco- 
pio la  vìa  era  lateralmente  ornata  di  fa- 
ci ,  i  balconi  apparati  ,  e  sorgeva  ntl- 
la  piaeza  maggiore  un  arco  magriifìco  , 
opera  di  Vincenzo  Jannozzi  pittore  vero- 
lano.  Al  prospetto  vi  era  dipinta  laGiusli- 
zia  e  la  Carità,  e  nell'alto  lo  stemma  del 
novello  pastore  coll'iscrizione:  Nirnium  - 
Expeciato  Opliino  Antistiti  -  Mariano 
Vcnluri-S.  P.  Q.  /'.Dall'altra  parte 
dell'arco  era  effigiala  la  Prudenza  e  la  Co- 
stanza, con  altro  slemma  avente  quesla 
iscrizione:  Ob-  Graviaac  Preclara Mu- 
nia  -  In  Re  Catholica  -  A  Mariano  Ven- 
turi -  Alacrìter  Suscepla  Fausleque  Per- 
fiincta  -  Vcrulariini  Civiuni  -  J  ola  Pu- 
llica  -  Aretini  Erigi  I  oliiere.  Altro  ar- 
co a  pittura  seguiva  al  prospetto  della 
chiesa  della  s.  Protettrice.  Neil'  atto  del 
possesso  mg."^  Vescovo  andava  sotto  il 
baldacchino  sostenuto  dalla  Magistratu- 
ra, ed  era  accompagnato  dal  clero  e  dal- 
la nobillìi.  Entrato  nella  cattedrale,  si 
cantò  soleiuie  l'inno  Ambrosiano,  e  quin- 
di egli  recitava  un'on)elia,  che  fu  di  uni- 
versale consolazione  ,  poiché  in  essa  ac- 
cennando a  qual  modo  si  atterrebbe  di 
dolce  e  fermo  governo  nella  sua  chiesa  , 
ne  fiiceva  pregustare  già  ,  colle  parole, 
quella  dolcezza,  che  dalla  sua  benignità 
speriamo  immancabile.  Terminata  que- 
sta funzione ,  si  porlo  nella  chiesa  di  s. 
Maria  Salome,  ove  fece  punlidcalc,  ac- 
compagnala la  messa  da  scella  musica 
vocale  ed  istromenlale.  Dopo  la  funzione 
tornò  all'episcopio,  accompagnato  dal  ca- 
pitolo della  cattedrale,  e  da  mg.'  delrga- 
to  apostolico  venuto  nppositamenle  da 
Frosinone  a  complimentarlo  nella  sua 
residenza.  La  sera  poi  fu  iihimiuata  (ut- 


VER 
la  la  città, ed  un'or»  hesira  presso  all'epi- 
scopio allegrava  di  musicali  concerti  l'iu- 
numerevole  popolazione  accorsa  ad  ap- 
plaudire all'insigne  prelato,  e  coli'  incen- 
dio d'un  variato  fuoco  d'artifizio  davasi 
compimento  alla  festa  ".  Ad  encomio  di 
SI  lodato  pastore  devo  rift-rire,  come  nel- 
la penuriosa  stagione  del  1  853-54,  fat- 
tosi animatoree  capo  delle  opere  di  be- 
neficenza ,  con  parte  del  proprio  e  del 
raccolto  dalle  elaigizioni  de'  principa- 
li della  città  ,  aiutato  da  4  zelanti  re- 
ligiosi, aprì  nel  seminario  ilìocesano  un 
forno,  che  somministrò  ahbondonlemeu- 
te  pane  buono  e  salubre  a  modico  prez- 
zo; beneficenza,  che  coadiuvata  ilal  mu- 
nicipio con  altre  provvidenze  per  diverse 
opere  istituite  di  pubblica  carila,  unila- 
mente  alle  copiose  limosine  della  badia 
diCasamaii,  resero  quasi  insensibile  l'in- 
fortunio.  Ti  ovo  poi  nel  n.  178  del  Gior- 
nale di  Bonza  iS5^.  »  Il  giorno  17  lu- 
glio con  istraordìnaria  pompa  nella  cat- 
tedrale di  Veroli  furono  celebrale  l'ese- 
quie al  compianto  vescovo  di  (|ueila  cillà 
mg."^  Mariano  Venturi,  uiorto  il  giorno 
l4-  Dopo  che  il  funebre  convoglio  ebba 
percorsa  la  città,  fu  cantata  la  solenne 
messa  di  requie,  pontificando  mg.' Tira- 
bassi  vescovo  di  Ferentino.  E  prima  della 
consueta  assoluzione  il  sig.'  ab.  Mattia 
Mascalchi  professore  di  eloquenza,  reci- 
tò la  funebre  orazione,  mettendo  in  pie- 
na luce  le  molte  virtù,  che  distingueva- 
no il  Venturi,  lì  sagro  tempio  era  stipa- 
lo di  popolo  accorso  a  pregare  la  pace 
de'giusli  air  estinto  suo  pastore  ".  Poco 
dopo  il  Papa  Pio  IX,  nel  concistoro  dei 
3o  noveuibre  i854|"'omulgò  vescovo  di 
Veroli  mg.'  Luigi  Zannini  di  Jesi.  Lo 
disse  nella  [iropusizione  concistoriale,  dol- 
loi  e  Jiirix  ulriusfjue, in  (iiidiciidis  lUritts- 
que  sex  US  a  e  e  ti  ani  mo  nia  Unni  confes- 
sionibus,et  in  verbi  Dei pracdicatione  se 
laudnbililer  exercnil,  llinc  viearii  ge- 
nera lis  mime  re  in  dioceesi  Tiplieriid' 
tensi  per  aimos  cotnpliire.^  peifiinetus 
est;  pò. s  tea  reiersus  in  patria  ni  ab  Km* 


V  E  n 

rtr  ^ri>.°  Dn."  S.  /?.  E.  Cardinali  Corsi 
lune  episcopo  Aexino,  s.  Scn'pturac  pro- 
fessor ac  ree f or  ser/ìinnriì-rollegiico/isli- 
tittiis  liitjnsmodi  ofjìcia  nsqiie  ad  prac- 
Sfus  ohivit.  Vir  grai>ilate,prtidenlia,  do- 
e  Irina,  niorum  ìtonesta  le,  reruwque  ex- 
ptricnlia  praeditus  ,  et  in  ecclesia  siici  s 
ftinclionihus  apprime  versalus,  dignus 
propterea,  qui  dictae  Ecclesiae  Venda- 
nae  in  Episcopnni  praeficialur.  Indi 
pubblicò  il  n.  2  del  Giornale  di  Ro- 
ma del  i855.  «  Il  giorno  ^4  del  passato 
jlicembre  faceva  il  suo  solenne  ingresso 
in  Verdi  ,  il  nuovo  vescovo  di  quella 
ciltìi  mg/  Luigi  Zannini.  Venne  incontra- 
to fuori  di  Porta  Romana  dal  clero,  dal 
governatore,  dal  corpo  municipale  e  da 
vari  signori.  Indossati  quindi  gli  abili 
pontificali,  procedette  in  città  fra  le  po- 
polari ovazioni ,  r  armonia  della  civica 
banda  musicale,  il  suono  giulivo  di  tutte 
le  squille, e  i  colpi  di  mortari,  dirigendo 
il  caniniino  verso  l'I  cliiesa  cattedrale, 
sulla  cui  porta,  come  su  quella  della  cil- 
!ìi, sull'arco  trionfale  appositamente  eret- 
to, e  in  altri  luoghi  leggevaiisi  analoghe 
iscrizioni.  Giunto  al  duomo  il  nuovo  pa- 
store, recitò  alla  presenza  di  grande  mol- 
titudine, cou)presa  da  singolare  esultan- 
tSy  una  dotta  omelia  ;  e  cantati  pontifl- 
caimente  i  primi  vesperi  del  s.  Natale  , 
recossi  accompagnato  dallo  stesso  corteo 
all'episcopio,  dove  facea  dÌ8[)ensare  a'po- 
veri  larga  elemosina,  ripetuta  anche  nei 
dì  seguenti.  Nella  stessa  sera  del  suo  in- 
gresso,egli  visitava  le  madri  benedettine 
e  il  ven.  seminario;  nella  notte  assisteva 
«'divini  uffizi,  e  celebrava  pontificalmen- 
te la  i.' messa,  la  "3."  all'aurora  nella 
chiesa  della  proteggitrice  s.  Maria  Salo- 
nie,  e  la  3."  solenne  aUe  io  antimeridia- 
ne accompagnata  da  scelta  musica  voca- 
le e  strumentale  del  maestro sig/ Cesare 
Tabanelli  ,  chiudendo  le  indicate  sagre 
funzioni  col  compartire  al  popolo,  più 
numeroso  del  di  precedente  ,  la  papale 
benedizione. Efìnolmente  nel  giorno  me- 
desimo del  s.  Natale,  si  condusse  al  ven. 


VER  83 

ospedale  per  porgere  all'inferma  umani- 
tà consolazione  e  soccorso.  A  cura  del 
municipio,  alle  *j  pomeridiane,  una  bril- 
lante luminaria,  come  nella  sera  antece- 
dente, rallegrava  la  città,  alle  8  s'iucen- 
diava  elegante  macchina  artificiale  ,  ed 
un  globo  areostalico  innab.avasi  :  e  nel- 
la sera  del  3o  tenevasi  nel  teatro  del  se- 
minario  letteraria  accademia,  intramez- 
zala da  analogo  coro  musicale  oda  scelti 
pezzi  ili  musica,  nella  quale  dopo  un  di- 
scorso del  sig."^  d.  Antonio  Mizzoni  pro- 
fessore di  belle  lettere  nello  slesso  gin- 
nasio, belle  e  svariate  poesie  italiane  e 
latine  recitavansi  in  lode  del  novello  pre- 
lato, che  i  verolani  non  potevano  acco- 
gliere con  maggiore  dimostrazione  di  af- 
fette  e  di  venerazione  ".  Breve  però  fa 
il  suo  governo  ,  e  dopo  avere  fatto  ese- 
guire de' considerevoli  restaiu'i  nel  semi- 
nario, istituitovi  un  separato  convitto,  ed 
accresciute  le  scuole,  per  ispoulanea  ri- 
nunzia si  dimise  dal  vescovato,  ritirandosi 
in  Roma.  Si  legge  nella  successiva  pro- 
posizione concistoriale: yr7er  dimissionent 
suain,  libere  ac  spante  in  nianibns  San* 
clilalis  Stiae  factain,et  ah  Eadeni  ani- 
niìssam,  nel  concistoro  de'2  i  dicembre 
1857,  il  Papa  preconizzò  l'odierno  ve- 
scovo mg."^  Fortunato  Maurizj  di  Colo- 
gnola  arcidiocesi  di  Camerino  ,  patrizio 
di  quella  città,  dottore  in  filosofia,  teolo- 
gia, nel  gius  civile  e  canonico,  in  cecie' 
siasticis  obeundis  qfjìciis,  inqne  Dei  ver- 
bo praedicando,  sacrisqne  fìdeliuni^  ao 
etiani  monialinni  eonfessionibus  excl" 
piendis  tolns  fuit.  Inter  collcgii  philo' 
sophiei,mathe<!eos,  ac  iheologici  socio f 
Camerinensi  in  wiivcrsitate  adscilusf 
ibiqite  sacrae  Scriptiirae  cathedrani  os- 
see u  tu  SyConvisita  loris  dioecesani^exani  i- 
naloris  cleri,  orphanolrophioruni  dire- 
ctoris,  et  aliquando  tllam  prò  vicarii  in 
spirilnalibus  generalis  nmneribits  lait- 
dabiliter  perfnnctiis  est.  Canonicalu  lan* 
dem,ac  eliam  coadiuloria  ad  archidia- 
conalum  camerinensi  in  metropolitana 
ad praesens  urqne  lionestatus  ejusmodi 


«4  VER 

exhibuil  dortrinae^  gravila tìs,  pruden- 
tiae,  morum  honestalìs ,  rerumque  uso 
dexten'tatis,  et praestantiae  specimwa, 
ut  dignus  e.apropter  sit  censendus  qìti 
relatae  Verulanae  Ecclesiae  in  Episco- 
punì  praefìciatur.  Riferì  poi  il  n.  2  del 
Giornale  di  Roma  ùt\  i858,chea'3  gen- 
naio rEm.°carclinal  Anton  Maria  Cagia- 
no de  Azevedo,  nella  basilica  de'»s.  Xll 
Aposloli  di  Roma,  consagi'ò  vescovo  l'en- 
comiato prelato,  ed  insieme  a  mg/  Cle- 
mente Pagliari  vescovo  d'Anagni,  ed  a 
nag/  Pietro  Sola  vescovo  di  Nizza.  Ogni 
nuovo  vescovo  è  lassato  ne'libri  della  ca- 
mera apostolica  in  fiorini  5o, ascendendo 
le  rendite  della  mensa  a  scudi  i  200,  se- 
condo la  ricordata  ultima  proposizione 
concistoriale. Però  i  primordii  dell'episco- 
pato di  mg.'  Maurizj  vennero  contradi- 
stinti dalla  munificenza  del  Papa  Pio  IX, 
il  quale  perpetuamente  donò  alla  mensa 
vescovile  di  Veroli  un  capitale  consolida- 
lo di  scudi  dodicimila.  —  La  diocesi  si  e- 
stende  per  circa  3o  miglia,  e  contiene  1 3 
luoghi  compresa  la  città  e  sede  vescovi- 
le di  Veroli.  Essi  sono:  Frosinonc,  resi- 
denza del  delegato  apostolico  della  pro- 
'viucia,  la  quale  facendo  ora  parte  della 
legazione  di  Campagna  e  di  Marittima  o 
felletriy  in  quest'articolo  ne  riparlai, ed 
in  ambedue  i  seguenti,  ciascuno  avendo 
le  chiese  parrocchiali  che  nominerò,  poi- 
ché i  due  ricordati  articoli  si  compene- 
Irano  con  questo. /^rosmo ne  :  ss.  Assun- 
zione collegiata,  s.  Benedetto,  s.  Maria. 
Ceprano:  s.  Maria  Maggiore  collegiata, 
di  Rocco.  Monte  s.  Giovanni:  s.  Maria 
della  Valle collegiata,colla  dignità  dell'ar- 
ciprete, s.  Margherita,$.  Maria  della  Ven- 
dola, 8.  Maria  della  Valle,  s.  Pietro;  vi 
sono  i  cappuccini  ed  hanno  la  chiesa  di  s. 
Gio.  Battista  (taccio  i  religiosi  degli  altri 
luoghi,  se  in  essi  ne  parlai).  Sebbene  no- 
tai nel  2."  de'ricordati  articoli,  che  Gre- 
gorio XVI  la  dichiarò  città,  mi  piace  ri- 
portare il  riferito  nel  n.  4o  dell'  uHìciale 
Diario  di  Roma.  Gregorio  XVI  con 
breve  de'7  gennaio  184^)  concesse  i'  o- 


V  E  R 

norevole  titolo  di  città  al  castello  di  Mon- 
te s.  Giovanni,  richiamandolo  così  allo 
splendore  di  cui  godeva  quando  era  prin- 
cipale luogo  del  ducalo,  che  di  Monte  8. 
Giovanni  chiamavasi,  ben  atto  allora  a 
valevole  difesa,  ed  illustrato  eziandio  dal- 
la biennale  dimora  ,  accompagnata  da 
prodigi,  dell'angelico  dottore  s.  Tomma- 
so d' A quino[F .).(jùxÌ&v\i\o  de'marchesì 
del  Fasto  {V.),  Clemente  Vili  lo  riunì 
all'  immediata  sovranità  della  s.  Sede. 
Colli:  s.  Lorenzo.  Dauco:  s.  Angelo  ,  s. 
Maria,  s.  Pietro.  Ripi:  ss.  Salvatore ,  s. 
Rocco;  vi  sono  gli  agostiniani.  Torrice  : 
s.  Pietro ,  s.  Lorenzo.  Falvaterra  :  s. 
Maria  Maggiore.  Amara:  s.  Nicola.  Pofi.: 
s.  Andrea,  s.  Maria,  s.  Pietro.  Strango- 
lagalli:  s.  Michele.  Castro:  s.  Maria  ,  s. 
Nicola,  s.  Oliva.  Tali  sono  le  parrocchie 
della  diocesi  Verolana,  secondo  la  Stati- 
stica ddli853  summentovata,  pubblica- 
ta dal  governo.  Di  Falvaterra  parlai  nel 
\ol.  XXV^Il,  p.  278,  ed  altrove  ,  dicendo 
essere  tradizione  che  ricevè  il  lume  della 
fede  dall'apostolo  s.  Pietro  ,  allorché  si 
recò  in  Atino  o  Atina  (della  qual  sede  e 
de'suoi  vescovi  l'Uglielli  ne  ragiona  nel 
t.  6,  p.  4o6, 1. 1  o,  p.  1 9  deW'Italia  sarra), 
non  che  da  s.  Maria  Salome.  Della  nuo- 
va e  vecchia  Falvaterra  e  Fabrateria  ne 
trattano  il  Couìalove,  De  Ilistoria  Ter- 
raci/tesi;  il  Theuli,  Teatro  historico  dì 
7  elle  tri;  il  Ricchi  anco  nella  Reggia  dei 
Folsci,  quale  illustre  colonia  e  munici- 
pio romano  a  cui  appartennero  parec- 
chie distinte  famiglie  di  Roma, dicendosi 
il  nome  derivato  dal  fiume  Trcro,  oggi 
Teleno,  chiamandosi  Fabra  Teriajaini 
si  vuole  stata  anche  sede  vescovile,  e  che 
ne  fu  vescovo  s.  Magno, il  cui  corpo  si  ve- 
nera in  Anagni,  come  già  raccontai,  ma 
sono  contrarie  le  testimonianze  che  il  de 
Magistris  riporta  a  p.  77.  Nella  Civiltà 
Catto lica^sevìe  4.',  t.  2,  p.  22  i,  si  legge 
un  dotto  articolo,  in  cui  si  dà  contezza 
del  libro  ìntilohito:  f  marmi  antichi  di 
Fabrateria  f ''etere,  oggi  Ccccano.  Let- 
tera di  Raffaele  Garrucci  della  C,   di 


da 


VER 

Geiu  all'  Ecc.*  flm.*  di  mg.'  Giuseppe 
Berardi ,  sostituto  delta  segreteria  di 
sialo,  Roma  i858.  In  esso  si  dice  ,  che 
ì  monumeDti  epìgraDcigiovano  a  scopri- 
re e  detei-minare  il  sito  dell'antiche  città 
e  ad  illustrare  la  storia,  come  si  ha  pure 
da  quelli  di  Fabrateria,  di  cui  sapevasi 
uiiicipìo  de'volsci,  ma  ignoravasi  pro- 
riamente ove  surse  ,  dubitandosi  se  le 
memorate  due  Fabraterie  Vetus  elNo' 
va  fossero  veramente  due  distinte  città 
o  una  sola.  Primo  a  mostrare  il  silo  di 
Fabrateria  P'etits  fu  il  dotto  frusinate 
cav.  De  Mattheis  nella  Dissertazione  let- 
ta nell'accademia  d'Archeologia  (che  tro< 
vo  stampata  a  p.  3o3  del  t.  7  de' suoi 
^ttì:  Sopra  due  iscrizioni  recentemente 
scoperte  ed  alle  a  nianifcslare  la  sede 
dt'^li  antichi  Fabraterni).  Poiché  seb- 
bene il  eh.  Girolamo  Àaiati  avesse  già 
nel  1825  pubblicato  nel  Giornale  Ar- 
cadico la  lapide  (che  leggo  nel  t.  28,  p. 
349)  l'ovata  e  comunicata  da  Francesco 
•Gizzi  da  Ceccano)  de'  Fabraterni  Vete- 
res,  avea  nondimeno  tralasciato  d' indi- 
carne il  luogo;  ed  il  De  Mattheis  Io  dis- 
se in  un  fondu  del  territorio  di  Cecca- 
no, indi  a  quella  ne  aggiunse  un'  altra, e 
da'  due  monumenti  dedusse  che  il  vero 
sito  de  Fabraterni  f^cleres  era  in  Cecca- 
no, e  che  quello  de'  Fabraterni  Novi  ne 
era  distante  circa  io  miglia.  A  queste 
due  epigrafi,  ora  altre  9  ne  aggiunse  il  eh. 
p.  Garrucci  ,  le  quali  ha  illustrato  con 
dotti  commentì,  che  ponno  dirsi  Tuniche 
pagine  di  storia  e  de'cittadini  illustri  re* 
stateci  di  Fabrateria  Paciere,  sollo  l'iai- 
pero  ,  e  contengono  quaatu  si  riferisca 
dalla  Civiltà  Cattolica. 

Casamari.  Basilica  e  monastero  ahha- 
zìali  di  s.  Maria  e  de  ss.  Giovanni  e 
Paolo f  de' Trappisti  Cistcrciensi  del- 
la stretta  osservanza  ,  nella  diocesi 
di  Fé  coli. 

Casamari  o  Casamare  oCasavaavo,Ca- 
sae  Mante,  Casae  Mario  ,  Casac  Ma- 
t'ii,  Cusemariuni ,  nel  letrilorio  di  N^e- 


V  E  R  Hi 

roli.  Maestoso  luogo ,  famoso  nella  sto- 
ria romana,  celeberrimo  e  insigne  net 
fasti  monastici,  decoro  della  diocesi  Ve* 
rolana,  e  lustro  della  nobilissima  provin- 
cia di  Campagna.  Di  questo  antichis- 
simo ed  edificante  archicenobio  abbia- 
mo: Monasterii  s.  Mariae ,  et  ss.  Jo- 
hannis  et  Pauli  de  Casaemario  bre- 
vis  hisloria ,  studio  et  opera  Philippi 
Rondinini  fave  nlini,  digesta  et  illustra-' 
la,  Romae  1707.  Con  esso  e  cogli  altri 
scritturi  che  nominerò,  procederò  in  que- 
sti cenni ,  profittando  pure  di  preziose 
notizie  ricavate  dal  suo  cospicuo  archi- 
vio. Leggo  nel  cassinese  p.  Bernardo  Cla- 
velli,  L'  antica  Arpino,  ed  i  pili  celebri 
falli  di  Caio  Mario  ec,  quanto  all'  eti- 
mologia del  nome  di  questo  luogo,  ninno 
dubitarechegli derivò  dalla  superba  villa 
e  palazzo, con  bagni, che  vi  ebbea  dipor- 
to l'arpinate  Caio  Mario  7  volte  conso- 
le romano,  poiché  forse  ivi  giungeva  il 
patrio  territorio ,  essendo  avanzi  di  sue 
magnificenze  parte  di  mura  alte,  archi  e 
colonne  marmoree,  che  a  suo  tempo d'oi 
gni  parte  si  vedevano,  intere  e  in  pezzi  , 
le  quali  attestavano  di  aver  servilo  ad 
onorevole  slauzadel  gran  guerriero;  dal- 
le cui  rovine  si  edificò  gli  odierni  oobi- 
lìssimo  tempio  e  ampio  monastero,  tra- 
sformato cosi  il  luogo  in  sagra  magione^ 
che  alla  sontuosità  accoppiando  il  diviii 
culto  e  l'esercizio  delle  più  sublimi  vir- 
tù, di  molto  ne  avanzò  la  celebrità  e  l'an- 
tico decoro.  Il  Rondinini  segue  l'afferma- 
tiva del  Clavelli,econvieneche,«6zo/tV/» 
Caii  Marii  arpinalis  romani  consulis 
domum  indelieiis  stetisse  nonnulli  prò- 
diderunl,  cujus  adirne  apud  Arpinunt 
quaedam  supersunt  vestigia.  Locuni  i- 
psum  inler  genlilitatis  errores  Marti  sa- 
crum,ejusq ne  simulacro,  et  praenobili 
templuni  religiosuin  fuisse^  etc.  Trovo 
che  il  vescovo  Corsignaui,  nella  Reggia 
Mursicana,  p.  143,  chiama  famoso  que- 
sto monastero,  abitato  dagli  osservantissi- 
mi monaci  della  Trappa,  detto  di  Casa- 
maro  0  Casamari, 0  nìc^Wo  diCasamnia- 


86  VER 

r/o,  ed  anche  Castinariu  ,  perchè  prima 
fu  casa  di  deliziti  di  Cuiu  iMurio ,  ed  e- 
l'avi  uu  tempio  iunalzatd  al  falso  Dio 
Marte. Senz'alile  tesliiiioniuuze, che  po- 
trei aggiiiugeie,  il  JNeriui,  De  leniplo  et 
cocnohio  ss.  Donifacii  e.L  Alexii,  scrive  a 
p.  Syo:  Casamaru9,  in  a^ro  /^erultmo, 
ita  niinciipalus  a  Cajo  Mario  ar pinate 
romano  consulc,  qui  ibi  donititu  in  dtli- 
ciis  liahuit.  Il  RIarocco,  Monumt-nd  dello 
sialo  Pontificio,  l.  5,  p.  i  i  i,  lipurla  una 
liiuuugrafla  di  Casaiuari,  da  lui  visitalo 
e  per  favore  del  p.  ab.  INJicara  per  multi 
giorni  studiato ,  anco  uè'  moouuieuti  e 
uelle  preziose  pergamene  (aia  la  stampa 
riuscì  con  diversi  errori  ne'uomi  e  molli 
tielle  date),  liferisce  che  il  inona^lero  «- 
levasi  sulle  rovine  delle  campestri  deli- 
zie di  Caio  Mario,  e  dal  deslru  lato  del 
piazzane  si  osserva  uu  muro  reticolato, 
avanzo  misero  delle  passale  grandezze. 
Noterò,  che  prima  di  giungervi  si  valica 
il  fiumicello  Aataseno  su  magnìfico  pon- 
te d'un  solo  arco,  composto  di  grossi  e 
r|uadrati  massi  calcarei,  opera  antica  ro- 
mana. Inoltre  diverse  lapidi  ,  avanzi  di 
colonne  d'ordine  dorico  ,  greco  e  pesta- 
no, ricordano  eziandio  il  luogo  della  vil- 
la del  viocilore  diGiugurta  'n\  Nuinidia 
e  de'Cimbri  presso  f^eronat  del  gran  ca- 
pitano intrepido,  che  possedè  il  coraggio 
in  un  grado  eminente  e  raro  ,  segnalalo 
e  memorabile  esempio  delie  instabili  vi- 
cende umane  (ch'ebberola  ventura  cono- 
scere gli  attuali  esemplari  al)italori  del  ce- 
lebraloluo»o,ec|uelli  che  prima  di  essiivi 
vissero  nella  solitudine  tra  la  preghiera 
e  la  contemplazione  delle  cose  celesti  ed 
eterne);  di  (|uellu  infine,  per  cui  Giove 
**ebbe  anche  il  suprannomedi  MaiianOy 
pel  tempio  che  a  quel  |)adre  de'  numi  e* 
l'esse.In  vari  teiupisi  trovarono  negli sca* 
\i  falli  sul  luogo  e  ne'  dintorni,  pregevoli 
anticaglie j  ed  in  quelloeseguilo  nel  1 849 
sotto  lu  stiada  pubblica,  avanti  al  casale 
degli  antichi  abbali  commeudatari ,  fu 
tiKvatu  uu  piedistallo  di  marmo  bianco, 
largo  «  alto  più  di  3  palmi   e  grosso  a 


VER 

proporzione  ,  scornicialo  nella  base  e  al 
di  sopra  ove  forse  posava  qualche  cosa  , 
con  3  rose  due  a'  lati  ed  altra  al  di  die- 
tro, enei  davanti  vi  si  legge  scolpila  la 
seguente  iscrizione;  Felici  Fictorio  Firo 
Egregio  Patrono  Pro  Mtrilis  Ordo  Ce- 
rentinoruin  lìlarianoruin.  Recatosi  ia 
Casamari  il  gesuita  p.Garrucci,  dolio  ar- 
cheologo, la  lesse  ed  esaminò,  quindi  pub- 
blicò colla  stampa.  Questo  marmo  fu  col- 
locato nel  portico  della  chiesa,  qual  mo- 
numento interessante,  e  fu  pubblicatone! 
Bollet.  delVIslit.  di  corrisp.  Ardi,  anno 
i85t  a  p.  IO.  Tale  popolo  e  tale  municipio 
erano  conosciuti  dagli  scrittori,  ma  finora 
nou  si  sapeva  dagli  storici  ove  situarli,  per 
cui  il  Cluverio  scrisse  ueW  Ital.  ani.,  p. 
1  o45:  Ficus  iste  quo  silafucrit  piane  in^ 
certuni  c^^Dal  pubblicato  dall'encoiui  alo 
p.Garrucci, e  per  altri  argomenti,  la  villa 
di  CaioMario  si  viene  positivamente  tra- 
sformando nel  municipio  abitato  da'Ce- 
realinl  Marianij  ed  il  medesimo  sog- 
giunge, che  il  passo  di  SUabone,  ed  i  due 
di  Frontino,  ricevono  dal  prezioso  mo- 
numento Filtorio  Felice  la  più  sicura 
conferma. Osservò  il  Corsignani,che  pres- 
so la  vicina  montagna  di  Casamaro  pru- 
duconsi  erbe  rarissime,  e  molto  stimate 
da'botaaici  di  Roma  e  di  Napoli. — •£  po- 
sto Casamari  piùdi  4  miglia  all'oriente  di 
Veroli,  e  più  di  1  o  da  Trisulti,  e  primeg- 
gia fra  le  anlichitù  sagre  del  paese  degli 
ernici;  si  dislingue  per  imponenza  e  giau- 
diosilà,  avente  r  aspetto  di  vetusto  ca- 
stello e  d'un  gigante  masso  di  mura  co- 
lorate dairiinpruuta  de'  secoli.  Il  Rondi- 
nini ìoct\tihih,inter\>elera  nobilioraqus 
Ilaliae  coenobia  aniplissi/niun  Casae- 
niarii  inonastcriunt  nnignum  et  singula- 
rem  ubique  genlìum  obùnet  noinen.Ejus 
situs  anioenitaleni  ci  forniani  elegantis- 
sime descripsit  vir  illustrissinius  ideiU' 
que  tecliMinia praedilus  eriulitione  Jo' 
luinnes  Clirislophorus  Ballellus  super 
onines  nuixinùClenientis  AY(era  stalo 
abbate  commendatario  nel  cardinala- 
to) a  sccrctii-  sacri  cubiculi,  ci  domali- 


VER 
cus  ejusdeni  hihUothecarius  in  Ms.  co- 
dice actorum  visilationiy  monaslerii.  =. 
Insigne,  inquit,  ac  anticjuissiniuniCasae- 
mar  a  coenohiuni  in  agro  f^er  ulano  a 
civilale  trìbus  passuum  milUbus  condì- 
ium  al.  Superalo  siqnideni, qui  medius 
inlerjaccl,  colle  oleis  ,  vilihus  ,  aliisque 
pomiferis  arboribus  ad  copi  ani  et  anioe- 
nitateni  consito ,  ampia  sed  inacqua lis 
planities  apparet  vini  frunienlìque  fe- 
rax,  quani  in  lluatri  forniam  colles  et 
montes  nndique  coronane.  In  hujus  fere 
ìuedlo  monasterium  assurgit  etc,  Plani- 
ties ipsa  ,  cuj'us  non  exigiiani  parteni 
monasterium  ampio  murorum  ambita 
occupat  etexornat,  Verulanae  civitatis, 
Babuci,  Montis  s.  Johannis,  et  Insulae 
Sorae  territorium  finibus  circumscribi- 
lur.  =.  OlTre  il  Rondiaini  i  disegni  ico- 
nograHci  del  prospetto  e  della  pianta  de- 
gli ediOzi  riuniti,  oltre  quello  della  sola 
basilica;  non  che  altra  pianta  della  chie- 
sa e  monastero  di  s.  Domenico  di  Sora , 
per  essere  uniti  alla  badia  di  Casamnri. 
Clii  movendo  dalla  parie  orientale  di  Ve- 
rdi per  la  nuova  via  carrabile,  che  a  cir- 
ca 3  leghe  di  distanza  la  fi  ontiera  del  Liri 
raggiunge,  superatechesi  abbia  per  buon 
tratto  fra  una  rigogliosa  piantagione  di 
ulivi  e  castagni  le  cime  di  un  dorso,  e  la- 
icìato  il  pittoresco  villaggio  di  Colle  Ce- 
rardi,  inaspettata  gli  si  otfre  dinanzi  una 
tion  breve  e  ineguale  pianura  ,  nel  cui 
londosul  declinar  d'una  pendice,  l'abba- 
Bia  e  archi-cenobio  di  Casauiari,a  guisa 
di  feudale  dimora,  innalza  le  sue  abbru- 
nite muraglie.  Il  torrente  Araaseno,  che 
ne  bagna  l'estrema  parte,  si  tragitta  in 
prossimità  per  antico  ponte  di  sostruziu- 
ne  romana,  come  romana  è  la  foggia  del- 
l' acquedotto  ,  che  sulla  destra  lo  latera  e 
immette  nel  vetusto  edificio,  distribuen- 
do in  tutti  i  luoghi  opportuni  le  sue  prov- 
vide acque.  Quindi  ,  come  distendesi  la 
prospettiva  di  sinistra,  per  una  grada- 
zione d'alti  piani  e  colline,  che  iuerpican- 
dosi  s'innestano  da  lungi  colle  antifalde 
Apennine  (ove  a  media  distanza  giace  il 


VER  Sf 

contado  di  Scifelli  colla  bella  casa  reli- 
giosa de'Iiguorini  o  redentoristi  )  :  cosi 
sulla  destra  spicca  l'antica  rocca  di  Mon- 
te s.  Giovanni,  che  rammenta  la  barbara 
prigionia  ivi  solferta  dall'angelico  dotto- 
re s.  Tommaso,  non  che  il  sani^uinoso 
eccidio  di  Carlo  Vili.  Finamente  pro- 
spettando a  levante  la  nobil  città  d'  Ar-' 
pino,$i  delineano  nel  lontano  orizzonte  le 
nevose  cime  della  catena  Abrutina  ,  che 
dal  mare  alle  prime  vette  Àpennine  si 
stende.  Si  gimige  adunque  all'avanporti- 
co  del  monastero  per  una  linea  di  26  ba- 
racche coperte  a  tegola,  le  quali  lateran- 
do  la  sinistra  deil'amiiia  via,  «i  rendono 
utilissime  a  comodo  dell'antica  fiera  che 
a'  2  I  di  settembre  festa  dì  s.  Matteo  an- 
nualmente vi  si  tiene.  Per  lo  stesso  por- 
tico di  ardita  struttura  ,  e  coronato  un 
tempo  da  un  loggiato  analogo,  si  ha  in- 
gresso al  piazzale  esterno  del  luogo,  ove 
addossato  ad  un'alta  parete  di  fIanco,ev- 
vi  un  getto  d'acqua  potabile  per  pubbli- 
co  uso.  Una  foresteria,  non  facente  par- 
te della  clausura,  ha  rivestito  colle  sue 
mura  l'accennato  loggiato  ,  le  cui  mar- 
moree colonnette  tuttora  spiccano  fra 
l'interstizio  dell'arcuate  finestre.  In  fine 
ima  estesa  cinta  di  mura  racchiude  all'in- 
torno 6  rubbia  di  terreno  coltivato  e  al- 
beralo, costituendo  e  delimitiindo  tutto 
quanto  nella  clausura  contiensi.  Belia- 
luenle  prospetta  il  piazzale  la  vasta  ba- 
silica dalle  gotiche  arcate  e  vetrierea  co- 
lori,ch'è  preceduta  da  un  nobile  atrio, in- 
tercluso sul  fronte  da  ferrei  cancelli,  cui 
vi  si  ascende  per  ampia  gradinata.  Dei 
prospetto  esterno  della  basilica  di  Casa- 
mari,  V Album  di  Roma  nel  t.  16,  p.  Sy, 
pubblicò  il  disegno,  con  articolo  illustra- 
tivo e  con  belle  fantasie,  intitolato:  Trap- 
pa  di  Casa/nari  :  Lettera  del  cittadina 
P.  F.  Lombardi  min.  coni',  all'  egregio 
cittadino  archeologo  d.'  L.  Bassanelli  di 
Albano.  A  latri  il  dì  delle  Ceneri  del 
1849  (epoca  repubblicana  ).  Di  questo 
trofeo  religioso,  capo  d'opera  d'archilei- 
tuia  lombarda  sui  generis,  se  ne  dice  ar- 


88  VER 

chilelto,  e  insieme  capo  mastro  un  mi- 
lanese, quello  di  Fcrssamiova  presso  P/- 
perno,  per  la  somiglianza  della  chiesa  , 
del  chiostro,  del  capitolo.  Ne  osserva  con 
facondia  la  parte  estetica  il  p.  Lombar- 
di,e  la  trova  propria  de'cenobili  che  l'uf- 
fiziano.  Pei«^la  costruzione  del  tempio 
dìFossanuovaè  creduta  posteriore  a  que- 
sta.Contrassegni  e  memorie  che  l'archi  tet- 
to ne  fu  pure  l'esecutore,  $ono  gli  emble- 
mi de'capitelli,  come  compassi,  archipen- 
doli e  simili, ch'era  solito  effigiare.  Prece- 
de l'atrio  o  portico,  a  cui  si  ascende  per 
2,5  gradini,  l'ingresso  della  basilica,  cor- 
rispondendo nobilmente  al  tempio,  nel 
quale  a  sinistra  mirasi  su  alto  piedistallo 
In  marmorea  statua  colossale  eretta  nel 
lyyG  a  Pio  VI,  con  l'iscrizione  riferita 
da  Marocco,  corne  l'altra  di  cui  vado  a 
far  lìienzione,  leggendosi:  Bene/adori 
eximio,  in  grati  animi  ohseqnium  di- 
cariint.  Ed  incontro,  sopra  una  porla, 
trovasi  la  lapide  nel  i  724  collocata  dagli 
Alias  et  monachi  slrictioris  olserv.  ci- 
.f/(;rc.g:rflt//a/?///;i,al  cardinal  Annibale  Al- 
bani perpetuo  commendatario,  loro  fau- 
tore e  propagatore, /if(/H.9  nion.  ah  incu- 
ria honùnuni  atque  injuria  temporiim 
mire  deturpali ac  misere  dejccli  restau- 
ratori. Vi  è  pure  il  busto  con  iscrizione 
del  regnante  Pio  IX,  di  che  io  fine  parle- 
rò. La  porla  maggiore  è  assai  maestosa, 
e  degna  del  tempio  cui  dà  ingresso,  es- 
sendo decorata  dflUo  slemma  del  cardi- 
nal Scipione  Borghese  l'arcata,  sublime 
per  bellissimi  fregi  e  cornici  semicirco- 
lari di  pietra  ben  lavorata.  E  ne'  fianchi 
incorniciata  da  bifilate  colonnette  para- 
Ielle,  in  due  gruppi,  rientranti  e  svariate 
da  rabeschi  e  frastagli  ,  con  capitelli  di 
fogliami  di  gusto  gotico,  il  tutto  sull'an* 
darnenlo  di  quelle  cornici  che  nel  secolo 
XVI  si  posero  intorno  a'quadri  più  ce- 
lebri. Sotto  il  dello  arco  tra  diver$i  ge- 
roglifici trionfa  la  Croce,  sovrastata  da 
una  stella.  Il  tutto  di  pietra  delle  vicine 
cave.  L'ampio  interno  della  basilica,  a 
forma  di  croce  latina,  è  diviso  in  3  Ot^vi 


VER 

da  sette  grandi  ,  solidi  ,  lunghi  e  snelli 
pilastri  per  ogni  parte,  che  sorreggono 
gl'intercolonni  di  altrettanti  archi  acuti, 
i  quali  in  varie  maniere  incrociano  nel- 
l'ardita volta  della  nave  media  ed  es- 
sendo alti  88  palmi.  Gli  archi  delle  navi 
minori  laterali  sono  sostenuti  da  colon- 
nette co'  capitelli  a  foglie  e  capricci  in- 
tagliali, con  quegli  occhi  e  con  quelle  fi- 
nestre cos'i  ben  traforate, che  formano  un 
lutto  che  rapisce  e  incanta.  Eguale  ordi- 
ne tenne  l'architetto  nella  nave  trasversa 
o crociera.  Oltrepassando  la  nave  caloidi- 
ca,  o  crociera  0  trasversale,  che  mette  ca- 
po nelcorOjivi  veggonsi  gli  stallielaborati 
con  amore  e  artificio.  JNella  intersecazio- 
ne della  nave  media  colla  trasversale,  e* 
levasi  un'elegante  tribuna  eretta  da  Cle- 
mente XI  a  foggia  di  tempio  ,  tutla  ab- 
bellita di  finissimi  marmi,  e  sorretta  da  4 
colonne  con  capitelli  d'ordine  corintio, 
talché  sembra  un  prezioso  gioiello  custo- 
dito in  una  vecchia  teca  gotica,  come  e- 
sprimesi  il  p.  Lombardi,  che  inoltre  os- 
serva. j>  Chi  non  vede  gli  oggetti  se  non 
superficialmente,  o  ne  giudica  solo  colle 
idee  che  hanno  regnalo  negli  ultimi  se- 
coli sopra  l'arie,  per  non  dire  contro  r^ir- 
te  cristiana,  deve  necessariamente  tenere 
collocala  qui  assai  male  a  proposito  que- 
sta tribuna  di  greco  stile,  che  armoniz- 
za cos'i  poco  con  tutto  ciò  che  la  circon- 
da. Io  confesso  di  non  |)Oler  sedere  a 
scranna  su  lai  materie  artistiche,  nulla - 
diin*;no  considerata  sotto  un  punto  di  vi- 
sta lutto  suo  proprio,  par  verni  di  un  effet- 
to sorprendente.  Infatti  il  genio  dell'archi- 
tettura cristiana,  onde  avvicinarsi  quanto 
gli  è  possibile  alla  struttura  u)isteriosa  di 
quel  tempio  eterno  di  cui  Dio  fu  l'arte- 
fice, ha  concepito  due  siatemi  di  edifizi 
religiosi  che  e<[)rimono,  uno  l'idea  della 
penllenza  e  de'palimenli  con  rassegnazio- 
ne sostenuti,  alla  quale  si  convengono  le 
preghiere  informate  da  una  dolce  tristez- 
za e  da  una  speranza  melanconica  e  ge- 
mebonda ;  l'altro  sìa  immagine  di  quelle 
gioie  ineffabili  e  celestiali ,  che  ot^co  U 


V  F  K 
preghiera  conosre,  e  di  quelle  estasi  bea- 
te the  i  santi  piegustnno  tnloia  su  que* 
fila  terra.  Nella  ba&ilica  di  s.  Francesco  in 
Asisi  sono  figurale  queste  due  idee  sisle» 
(natiche  con  un  edificio  a  due  piani, cor- 
rispondenti a  questo  doppio  concello:  qui, 
se  ina!  non  vedo,  si  ottiene  io  scopo  con 
una  sola. Dappoiché  volgendo  lo  sguardo  a 
quelle  antiche  pareti  nu<!e  di  ognr  orna- 
mento e  di  qualsivoglia  traccia  di  pittu- 
ra, come  in  uno  sfato  dt  doloroso  abban- 
dono ,  sodri  una  di  quelle  penose  com- 
mozioni, di  quelle  amarezze  recondite  che 
pesano  sullo  spirito  e  lo  abbattono  e  lo 
solcano  al  pari  d'una  meteora  notturna.Lo 
pf)rti  sulla  tribuna?  Tantosto  il  suo  aspet- 
to g;(io,  splendido  e  ridente  ti  inebbria  l'a- 
nima d'una  voluttà  santa  ed  incognita:  es- 
sa ti  si  appresenta  come  un  bel  giglio  che 
sorge  frammezzo  agli  i'^pidi  rovi  deldeser- 
lOjComeuna  bella  vergine  vestita  di  lutto, 
come  un  genio  celeste  che  splende  fra  lo 
squallore  d'un  carcere,  con  una  corona  di 
gloria  che  sta  sospesa  fra'rigori  e  l'asprez- 
ze della  penitenza.  Or  se  quel  gigho  e 
quella  vergine,  se  quel  genio  e  quella  glo- 
ria non  sono  immagini  della  preghiera 
del  giusto  che  dall'esilio  sospira  alla  pa- 
tria; se  non  figurano  una  santa  ispirazio- 
ne religiosa  ;  se  il  loro  contrasto  non  è 
l'espressione  simultanea  del  doppio  con- 
cetto simbolico  che  rarcbiteltura  cristia- 
na vuole  figurare  nelle  case  dell'Altissi- 
mo, io  non  so  qual  altro  migliore  e  più 
significativo  abbia  giammai  a  concepir- 
sene. Ho  detto  che  le  pareti  della  chiesa 
sono  prive  di  ornamenti;  ma  ciò  non  de- 
ve intemlersi  di'lle  estremità  longitudina- 
li della  nave  traversa,  ove  sono  gli  al- 
tari. Il  cardinal  commendatario  Anniba- 
le Albani,  seguendo  l'esempio  del  suo  zio 
Clemente  XI,  feceli  restaurare,  come  ap- 
parisce dal  suo  stemma  ivi  situato  :  fece 
pitturare  diversi  quadri  di  qualche  esti- 
mazione,eledonò  non  pochi  arredi  sagri". 
Nel  mezzo  dunque  del  presbiterio  s'innal- 
va  la  tribuna  di  singoiar  magnificenza  e  di 
Gtlimo  disegno,  costruita  a  guisa  di  lew- 


VER  89 

pietlo  coperto  di  cupola,  tutta  abbellita 
di  finissimi  marmi  di  vari  colori,  con  4 
belle  colonne,  e  pilastri  di  marmo  nero 
a'Iati,  e  con  capitelli  d'  ordine  corintio, 
sormontati  da  tre  monti  e  una  stella,  rap- 
prestati  lo  stemma  di  l'apa  Clemente  XI 
Albani,  che  la  fece  costruire,  leggendosi 
al  destro  lato  dell'altare:  Clemens  XI 
Pont.  Max.  Jnno  mdccxi.  A  3  ordini  for- 
masi la  scalinata  per  cui  si  ascende  alla 
tribuna  e  ne  costituisce  la  base.  Ha  l'e- 
difizio  54  finestre  o  occhialoni,  però  nel- 
la maggior  parte  chiusi.  All'ingresso,  so- 
pra la  porta  maggiore  è  un  bell'occhia- 
lone, con  due  finestre  laterali,  queste  e 
quello  in  oggi  già  rimessi  a  cristalli  co- 
lorati. A  capo  sopra  il  coro,  sulla  faccia- 
ta di  mezzo  vi  sono  un  occhialone  e  5  fi- 
nestre, una  delle  quali  ,  ossia  quella  di 
mezzo  sotto  1'  occhialone  ,  è  chiusa  per 
esservi  dinanzi  la  cassa  dell'organo,  la 
quale  però  sarà  in  breve  riaperta,  quan- 
do si  trasferirà  l'organo  più  in  alto,  va- 
le a  dire  tra  essa  e  l'occhialone,  il  quale 
in  uno  alle  4  finestre  laterali,  due  per 
parte,  egualmente  sono  slate  rimesse  a 
cristalli  colorati.  Nella  crociera  o  nave 
traversa,  in  fondo  sopra  la  porta  della  sa- 
grestia evvi  un  altro  bell'occhialone,  e- 
ziandio  rimesso  a  cristalli  colorati. Ma  l'al- 
tro occhialone  dirimpetto,  parimente  nel 
fondo  dell'altro  lato  della  crociera,  sulla 
porticella  che  conduce  al  chiostro,  tro- 
vasi chiuso.  Nella  nave  di  mezzo  le  fine- 
stre sono  26  (senza  contare  le  nicchielle 
esistenti  sotto  di  esse),  due  delle  quali 
(cioè  le  seconde  sotto  la  tribuna  e  preci- 
samente rispondenti  sulla  cancellata)  si 
sono  riaperte  e  rimesse  a  cristalli  colora- 
ti graziosamente  disposti,  le  altre  restan- 
do ancora  chiuse,  ma  sembra  che  verran- 
no a  riaprirsi.  Nelle  due  navi  minori  la- 
terali, le  finestre  ascendono  a  1 4)  rna  tut- 
te chiuse,  come  chiuse  sono  pure  alcune 
altre  finestre  accanto  ad  alcuni  altari  e 
nella  crociera. Somministrò  i  cristalli  co- 
lorati, e  f,u-à  altrettanto  per  l^finestre  da 
riaprirsi, il  valettle  ravennateAnlonioMo- 


90 


VER 


toni, che  ili  siffalli  cristalli  tiene  nocredl- 
ttita  fabbrica  in  Roma,  della  quale  e  dei- 
Ja  sua  perizia  parlai  culle  debile  lodi  tiei 
voi.  LXXIII,  p.  35j  e  3")2.  La  lunghez- 
za della  nave  inedia  dalla  porta  (ino  a' 
gradini  della  tribuna  è  di  palmi  201,  e 
da  quella  all'eslieniilà  del  coro  ne  corro- 
no altri  68,  formando  un  lolule  di  palmi 
269  romani.  La  larghezza  è  di  palmi  ^1 
circa,  l'altezza  88,  come  già  dissi.  Le  na- 
vi minori  laterali  sono  larghe  ciascuna 
palmi  r  4  e  mezzo,  e  la  loro  volta  è  bas- 
sissima, però  corrispondente  alla  larghez- 
za. La  nave  Iras versa  o  di  croce,  è  lunga 
palmi  i5o  e  larga  3o  e  mezzo.  Oltre  l'al- 
tare maggiore  della  tribuna,  dedicalo  al 
ss.  Sagiamenlo,  vi  sono  altri  sei  altari  si- 
tuati nella  crociera,  che  addossati  alle  pa- 
reti, 4  fronteggiano  l'ingresso,  e  2  tengo- 
no l'angolo  estremo  delle  braccia  di  es- 
sa. Sono  decorati  lutti  di  quadri  buoni, 
rappresentanti  quanto  vado  a  riferire.  A 
corna  Evani^elii,i°  aliare,  i  s».  Giovan- 
ni e  Paolo  fratelli  e  titolari,  e  sulla  men- 
sa anche  un  bel  quadrello  con  s.  Fdooae- 
na;  2."  s.  Matteo  apostolo,  che  ha   pro- 
pria cappella;  3.°  fuori  della  linea  de'pre- 
cedenti  due  altari  e  piti  addietro,  i  ss.  Be- 
nedetto e  Bernarilo,  forse  del  cav.  Arpi- 
no  e  stimalo  il  migliore  degli  altri.  E'  il 
quadro  sovrastato  da  altro  in  forma  ova- 
le, copia  della  tavola  che  prinui  era  ap- 
pesa alla  tribuna  dalla  parie  del  coro,  del- 
la quale  vado  a  parlare.    A  conili  Epi- 
stolac'jt."  aitare,  la  Natività  del  Reden- 
tore e  perciò  esprime  la  s.  Famiglia;  2.° 
i ss,  Giovanni  Ballista  ed  Evangelista;  3.° 
aliare  dirimpetto  a  quello  de'  ss.  Bene- 
detto e  Bernardo,  s.  Carlo  Borromeo  e; 
8.  Filippo  iVeri,  quadro  de' migliori,  co- 
me lo  è  il  suddetto  di  s.  Matteo.  L'altare 
della  tribuna  non  ha  quadro.  Un  tempo 
ve  ne  fu  sospeso  uno  con  fucinelle  dietro 
alla  facciata  dell'altare  dalla  parte  del  co- 
ro, fi  a  due  delle  4  colonnelli  marmo  ne- 
ro. Era  una  tavola  roppresenlanle  la  B. 
Vergine,  o.n  Gesìi  ed  il  Battista,  lenu- 
to  [)cr  capo  d'opera  d'arie,  e  si  ulliibui* 


VER 

va  a  Pietro  Perugino  maestro  di  RalTae- 
le.  Nel  i85i  fu  rimossa  la  tavola,  e  per 
gratitudine  de'benefizi  ricevuti, i  trappen- 
si  r  umiliarono  al  Papa  Pio  IX.  Lo   re- 
staurò il  prof.  cav.  Francesco   Coghelti, 
cattedratico  in  pittura  dell'accademia  di 
s.  Luca,  sotto  la  direzione  del  cav.  Tom- 
maso Minardi,  allro  professore  di  detta 
accademia  emerito  e  ispettore   delle  pit- 
ture pubbliche  di  Roma,  ed  anch'egli  lo 
reputò  del  Perugino  o  della  sua  scuola.  U 
l'apa  fece  collocare  il  dipinto  nella  sua 
particolare  libreria  nel  Palazzo  Pratica' 
no,  ove  pure  si  ammira  la  superba  col- 
lezione de'quadri  di  Peter,  discorsa  in  ta- 
le articolo.  Si  può  vedere  il  Rondinini, 
cap.  IO,  Praesens  forma  Basilicae  de- 
scribitur.  Egli  dice,  che  nella  crociera  7 
sonogli  altari,  compreso  quello  della  tri- 
buna, il  cui  quadro  credesi  dipinto  dal 
cav.  Giuseppe  d'Arpino,  sull'originale  di 
Raffaele: (7«<J'/i  hiiicab<;Lullsscferlur  ah- 
baxcomniendalariusejui  le/nporis,  sub- 
stilato  exemplari.  Gli  altri  6  altari  li  ri- 
ferisce disposti  nella  nave  tras versa,  due 
dalla  parte  del  Vangelo,  due  dalla  parte 
dell'  Epistola,  et  bina  alia  prope  fineni 
ulriusque  na%>is lateralis.  Presso  il  4-° ar- 
co della  nave  media  ab  apposito  latere 
fere  in  medio  totus  ecclesiae  ambita  ex- 
ciiatus  est  suggestus  concionaiorius  la- 
pìdeas  antiqae  sed  nobilis  in  primis  et 
eleganlifi  structurae  sub  quo  bina  j acent 
conditoria  concamerata  ,  ubi  antinuis 
temporibus  sacri   libri  custodiebantar, 
quos  prò  velcri  ecclesiae  move  e  suggC' 
sta  recitari  oporlebat.   Ad  una  vecchia 
cancellata  di  legno,    venue  ultimatnenle 
dall'alacrità  del  già  lodato  p.  ab.  Galluc- 
ci,  sostituita  altra  di  ferro  a   stile  gotico 
modellala,  che  abbracciando  tutto  il  cor* 
pò  della  chiesa,  prospetta  e  delin)ita  a  200 
palmi  dall'ingresso  la  clausura  per  inte- 
rocouleimta  nella  descritta  nave  trasver- 
sa.  Del  resto,  tutte  le  pareti,  i  pilastri  e 
gli  archi  sono  a  contestura  di  travertino 
squadrucciato ,   da  rendere    solidissimo 
quanto  iniporlaule  il  ben  tessuto  lavoro. 


VER 

Appena  passata  la  porlicella  ,  che  dalla 
cliiesa  cuiicliice  al  cliiuslro,  vi  è  un  alta- 
re dedicato  a'  ss.  Sotero  e  Caio  maitiri, 
cult  (juadi'o  esprimente  un  gruppo  di  ss. 
Beuedettiiii  e  deiroidine,  oltre  s.  Anto- 
nio e  l'Angelo  custode.  E' questa  una  cap- 
pellina ove  nella  uolte  ufTiciaiioi  conver- 
si recitando  in  forma  di  coro  alternativa- 
mente ad  alta  voce  i  Pater  ed  Ave,  non 
che  il  rosario,  e  vi  fanno  eziandio  la  me- 
ditazione. La  meravigliosa  torre  campa- 
naria, di  forma  (juadrilatera  costruita  di 
grandi  pietre  rettangulate,  s'innalza  sul- 
l'ultimo arco  e  pilastri  della  nave  media, 
avanti  quello  della  nave  trasversa,  r;2t2g/i/ 
quadrati  Li  pi  (Ics  ìiiolein  conipoiiunt:  ele- 
vasi dal  fornice  e  tetto  della  chiesa  per 
4o  palmi.  Era  sovrastata  da  una  specie 
di  piramide  alta  circa  3o  palmi,  nella  cui 
sommità  spiccava  la  Croce  di  ferro,  ves 
siilo  di  nostra  redenzione.  Era  una  spe- 
cie di  padiglione  alla  moresca  maiolicalo 
a  colori  che  coronava  l'edilizio.  Ala  que- 
sta sommità  venne  devastata  da'  fulmi* 
ni,eriniasedecurtata  per  minaccia  di  ro- 
vina. Le  due  campane  pesavano,  la  mag- 
giore fatta  dal  cardinal  Fiancertco    Bar- 
berini abbate  commendatario,  3oou  lib- 
bre circa,  e  looo  l'antichissima  minore. 
Inoltre  il  Rondiniui  tratta  nel  cap.  6:  Di- 
vorain  Reliquiae,  quae  ad  Casacinarii 
inonasteriuiiipertinent.tin\\Ci\iìMi\\\tmiA- 
tesene  veneravano  nella  chiesa,  per  sagri 
doni  de'Papi,  ma  ora  poche  ne  esistono, 
dopoché  il  conunendatario  cardinal  Bu- 
nelli  nel  i  572  le  trasferì  nelsanluai  io  del- 
la cattedrale  di  Veroli,  e  collocò  in  appo- 
sito armadio  chiuso  con  due  chiavi,  una 
delle  quali  dovea  custodne  l'abbate  clau- 
strale di  Casan)ari,  1'  altra  i  canonici  di 
s.  Andrea  stesso,  come  già  dissi  ragionan* 
doue  in  principio  di  quest'articolo,  insie- 
me a  i|uetle  della  ss.  Croce,  del  braccio 
di  s.  Matteo,  e  di   notabile  porzione  del 
capo  de'ss.  Gio.  e  Paolo,  e  queste  tre  o- 
gni  anno  nella  festa  dell'Ascensione  dal- 
la   cattedrale    verulana  si  portavano  ia 
questa  basilica  iu  solcuue  processioue  lo- 


VER  91 

to  cleri el populiverulani stipante  coeto, 
accorrendovi  a  venerarle  nella  basilica  i 
popoli  circostanti ,  e  dopo  il  vespero  si 
restituivano  alla  cattedrale.  Di  più  trovo 
nel  l'ai  tra  opera  del  Rondi  nini,  Otfs*. /li.zr- 
tyribiis  Johanne  et  Paulo  eorunique  ba- 
silica in  Urbe  Roma,  p.  20,  che  con  più 
dilTusione  ne  riparla,  dicendo  essersi  tro- 
valo presente  nel  1  706  a  Casamari,  quan- 
do d'ordine  di  Clemente  XI  vi  si  recò  a 
descriverlo  e  illustrarlo,  all'  esposizione 
delle  ss.  Reliquie  nella  basilica  per  detta 
festa,  per  la  quale  il  Papa  avea  concesso 
indulgenza  plenaria  iu  forma  di  giubileo, 
facendovi  eseguire  le  ss.  missioni  da'pii 
operai  ,  onde  vi  accorsero  circa  3o,ooo 
persone  d'ogni  specie,  in  sagri  pellegri- 
naggi con  sodalizi  flagellandosi,  tra  il  cau- 
to de' sagri  inni  e  la  general  coinmozio» 
ne  e  di  vote  lagrime. —  Dice  il  p.  Lom- 
bardi, la  basilica,  il  claustro,  il  capitolo, 
e  un  lungo  fabbricato  di  gotico  stile,  at- 
tiguo alla  parte  esteriore  della  chiesa,  che 
ora  serve  ad  uso  di  granaio  e  sotto  con- 
tiene ampie  stalle,  ma  che  in  origine  era 
il  refettorio  de'monaci,  formano  le  parti 
più  cospicue  del  grandioso  gotico  edifi- 
zio,  la  cui  vista  in  seno  a  quell'apei  ta  so- 
htudiiie  ispira  venerazione  e  stupore,  e 
lancia  T  immagìtnizione  a'tempi  del  suo 
massimo  splendore,  in  cui  mille  di  que' 
venerandi  solitari  abitavanlo,  e  Pontefi- 
ci, imperatori,  porporati  e  nobilissimi  ba- 
roni venivano  a  venerarlo  ed  arricchirlo 
de'  preziosi  loro  donativi.  Dopo  la  chie- 
sa, merita  di  essere  osservala  la   grande 
aula  capitolare,  veramente  magnifica  nel 
suo  genere.  E'  un  perfetto  quadrato  con 
3  navi  eguali,  i  cui  archi  acuti  posano  so- 
pra 4  robuste  colonne  scanalate, cioè  cir- 
condate da  un  bel  giro  di  colonnette,  a- 
dorne  di  capitelli  con  bei  fogliami;  e  la- 
teralmente sopra  capitelli  di  pietra  scal- 
pellata somiglianti  a  capricciose  menso- 
le, che  nell'intorno  formano  una  simme- 
tria assai  vaga.  Il  Marocco  riferisce,  il  ca- 
pitolo avere  l'aspetto  d'un  tempio  il  più 
elegante,  foitualo  alla  gotica  culla  volta 


9»  VER 

che  costiliìisce  molli  angoli  acuii  di  pie- 
tra scalpelìcita  ,  che  hanno  diramazione 
nll'oi  dine  delle  colonne  che  la  sorreggo- 
uo,  le  quali  se«nbrano  fasci  di  colonnet- 
te; lateralmente  posando  su  capitelli  di 
egnal  pietra,  cheall'intoroo  de'muri  for- 
mano un  ordine  vagliissitno.  Questa  gran 
.sala  ha  palmi  55  per  ogni  lato.  In  com- 
plesso,  l'elegante  porta,  le  finestre,  l'u- 
nione delle  lniee  rette  e  curve  co'loro  an- 
goli salienti  e  rientranti,  formano  un  beli- 
lo, un'ottima  distribuzione  architettoni- 
ca, non  facile  a  descriversi.  Osserva  il  p. 
l,ombardi.  Il  capitolo  era  una  parte  es- 
senziale  di  tutti  gli  antichi  monasteri, 
giacché  in  esso  solevano  adunarsi  i  mo- 
naci, tanto  per  trattarvi  gli  allori  di  mag- 
gior importanza,  quanto  per  farvi  seral- 
mente, dopo  la  refezione   vespertina  ,  le 
conferenze  eia  lettura  spirituale  delle  vi- 
te de'  ss.  Padri.  Una  lampada   fissa   nel 
mezzo  metteva  un  fioco  chiarore,clie  spes- 
so congiungevasi  a'deboli  raggi  della  lu- 
na furtivamente  introdottivi,  a  rischia- 
rare que'  taciturni  ed  immobili  solitari 
bianco-vestiti, che  sarebbersi  presi  per  una 
radunanza  di  notturne  apparizioni  raccol- 
te sotto  quell'antiche  gotiche  volte.  Il  Ma- 
rocco, testimonio  oculare,  aggiuHge,  su 
questo  capitolo  e  de'suoi  trappensi:  olire 
però  il  capitolo  ch'essi  vi  fanno,  si  tiene 
seralmente  una  lettura  sagra  e  ascetica, 
che  muove  il  cuore  a  tenerezza;  si  ricor- 
dano soltanto  le  massime  eterne,  e  gli  ef- 
fetti della  divina  provvidenza,  anzi  d'  al- 
tro non  trattasi  che  dell'estremo  fine  de' 
mortali,  ed  il  silenzio  de'maestosi  padri, 
di  bianco  vestiti, alla  lettura  egregiamen- 
te risponde,  mentre  un  fioco  lume  collo- 
cato in  mezzo  pel  solo  leggitore  accresce 
lina  teira  meditazione.  Dalla  porta,  chiu- 
sa da  cancello,  si  passa  nell'ala  destra  del 
chiostro,  il  quale  pure  è  vasto  e  di  figu- 
ra quadrilatera,  avente  nel  centro  una 
bella  cisterna,  e  ne'lati  i  6  vani  a  guisa  di 
balconi,  disposti  4  per  4  e  coslriiiii  alla 
gotica,  larghi  palmi  8  e  mezzo  e  (juasi  al- 
t^ellatilo  alti,  che  hanno  l'ulfii'iod'illu- 


V  ER 
minare  la  contigua  corsia,  ornali  de'so- 
lili  fregi  tricuspidali,  e  distinti  da  3  or- 
dini di  colonnette   spirali  e  gemelle  di 
singoiar  magistero,  tutte  svariate  nel  la- 
voro e  con  vaghissimi  fogliami,  e  da  cui 
si  dipartono  per  le  variate  cornici  degli 
archiacuti.  Ogni  balcone  conta  6  colon- 
nette, cioè  due  per  parte  e  due  in  mezzo, 
che  reggono  l'intercolonnio,  intersecan- 
do la  luce.  Questo  claustro  è  lungo  per 
ciascun  lato  circa  90  palmi,  e  venne  ri- 
sarcito e  lastricato  nel  18  26.  Siccome  la 
chiesa,  il  capitolo  e  il  chiostro  somigliano 
perfettamente  a  quelli  di  Fossanuova,  e 
perciò,  come  notai,  vuoisi  che  uno  fosse 
l'architello  del  complesso  d'ambedue  gli 
edifizi;  piace  tuttavia  al  p.  Lombardi  di 
soggiungere:  ma  oltreché  poteva  facil- 
mente l'uno  esser  copia  dell'altro  (cioè 
quello  di  questo,  come  si  crede,  e  già  ri- 
levai), non  sono  pressochèconsimili  le  par- 
ti principali  di  altri  edifizi  contempora- 
nei di  colai  fatta?  «  Noi  vediamo  lo  stile 
univoco  di  que'secoli  in  tanti  monu men- 
ti depositari  di  quella  generosa  pietà  che 
insegnava  a'nustri  avi  d'impiegarli  brac- 
cio alla  difesa  della  fede  nelle  crociale,  e 
le  ricchezze  ad  innalzar  insigni  basiliche 
e  fondare  badie,  per  la  redenzione  delle 
loro  anime  da'peccati,  come  usavano  e- 
sprimersi,  che  noi  tuttora  ammiriamo,  e 
che  pel  loro  colore  storico  ci  destano  sen  - 
timenti  di  rispetto  e  di  culto".  Qui  pro- 
lesta ilp.  Lombardi,  di  non  esser  vagheg- 
gialore  del  gotico,  ne  rileva  le  stranezze, 
che  col  suo  bello  in  più  luoghi  ragionai, 
dichiarando  nondimeno:  »  ma  non  dee 
negarsi,  che  un  filare  di  colonne  gotiche 
sulle  quali  nasce  da  un  cespo  di  fcglie  e 
si  diparte  il  consueto  gruppo  di  archi  di- 
vergenti per  ogni  verso, coll'imitare  una 
fila  d'alberi  i  quali  co'loro  rami  vanao  a 
formare  una  volta,  non  porga  un  signi- 
ficalo naturale  ed  espressivo  assai  più  di 
quello  di  Vitrnvio,  che  invita  la  fantasia 
a  riconoscere  nelle  colonne  greche  tante 
matrone,  negli  andamenti  dello  scanala- 
ture le  falde  delle  gonue,  e  uclle  volute 


I 


VER 

tìe'capilelli  l'onde  de*  loro  capelli".  Nel- 
la suddetta  ala  destra  del  chiostro,  per  un 
alto  ingresso  di  pietra,  che  termina  ad  au- 
golo  acuto  con  cornici  sporgenti  in  fuo- 
ri, mette  ad  un  corridoio  per  cui  si  passa 
ad  un  orto  e  fiancheggia  la  scala  del  mo- 
nastero, avente  incontro  in  gaia  simme- 
tria la  porta  del  descritto  capitolo.  Asce- 
se  le  scale  del  monastero  trovansì  i  der- 
ni itorii  de'monaci,  una  buona  e  ben  for- 
nita biblioteca, l'archivio, l'infermeria  che 
ha  propria  farmacia,  anche  per  uso  pub- 
blico, e  da  cui  si  trae  modico  profitto.  Al 
p.  Lombardi  fece  grave  impressione  il 
e  amposanlo  de'religiosi:  ecco  come  lo  de- 
£crive:  »  E  egli  situalo  al  fianco  sinistro 
della  piazza,  perchè  la  sua  vista  non  è  a 
questi  penitenti  ingrata  così,  come  a  noi, 
che  sogliamo  asconderlo  ne'luoghisùbur- 
bani,e  spogliarlo  d' ogni  immagine  che 
ci  attristi.  Quivi  non  olezzo  di  fiori,  non 
lusso  di  marmi,  non  orgoglio  d'iscrizio- 
ni bugiarde;  ma  tulio  è  governato  da  u- 
na  severa  semplicità.  Un  viale  che  mette 
capo  ad  una  sagra  edicola,  ove  sta  effi- 
giato  \ì  primogenito  de' morti ,  divide 
per  mezzo  in  tutta  la  sua  lunghezza  quel 
campo  funereo,  e  per  largo  alcune  spal- 
liere di  mortella  ne  formano  come  tanti 
scompartimenti  sepolcrali,  sparsi  qua  e 
lù  da  alcune  piccole  croci  di  legno  alle 
quali  è  momentaneamente  eilJdalo  il  no- 
me e  l'anno  del  trapassato.  Dopo  averlo 
percorso  da  un  estremo  all'altro,  io  n)ì 
seder  mai  appoggiato  ad  una  di  quelle 
spalliere,  e  mentre  il  mio  sguardo  errava 
incerto  sulle  croci,  illuminate  allora  da- 
gli ultimi  raggi  del  sole  cadenleche  pare- 
va curvarsi  ad  adorarle,  io  riandava  col- 
la mente  le  pietose  e  commoventi  cere- 
mouie  che  accompagnano  questi  virtuosi 
cenubiti  nell'ultimo  alto  della  loro  mor- 
tale carriera,  che  sogliono  incontrare  con 
animo  as$aitranquillo,sicconiequelli  the 
alliaver.'o  le  paurose  ombre  del  sepolcri 
vedono  in  lontananza  la  bella  e  sertiA 
luce  de'  cieli  ;  e  parevami  avere  dinanzi 
questa  veridica  pittura  che  l'autore  del 


VER  93 

C  Olio  delCrìstianesimo{ChQleauhv'\aiìi\) 
fa  del  trappista  moribondo.  Egli  giace 
disteso  sopra  un  poco  di  paglia  e  di  ce- 
nere  nel  santuario  della  chiesa  :  i  suoi 
fratelli  stanno  schierati  silenziosi  d'in- 
torno a  lui:  egli  viene  invitandoli  alla, 
virtìi ,  mentre  la  campana  funebre  gli 
suona  l'ultime  agonie.  D'ordinario  toc- 
ca a^viventi  d' inanimire  gl'infermi  ad 
abbandonare  con  coraggio  la  vitaj  ma 
(]ui  ci  si  presenta  uno  spettacolo  ben  piìi 
sublime,  il  moribondo  parla  invece  egli 
stesso  della  morte.  Posto  già  sulle  por- 
te dell'eternità  egli  dee  conoscerla  mc' 
gito  ci' ogni  al tro j  e  con  una  voce  che  suo- 
na,per  così  dire,  da  un  corpo  già  mor- 
to ^  invita  con  autorità  i  suoi  compagni 
ed  anche  i  suoi  superiori  alla  peniten- 
za. Io  meditava  su  questa  verità,  allor- 
ché una  croce  mezzo  rovesciata  che  m'era 
dinanzi  fissò  la  mia  attenzione.  Nell'ab- 
bassarmi  per  leggerne  la  scritta  ...  mio 
Dio,  the  vedo!  il  nome  d'un  mio  bene- 
fattore !  Quasi  fuori  di  me  per  la  sorpre- 
sa inaspettala,  io  caddi  a'  suoi  piedi,  e 
pregai  requie  e  pace  allo  spirito  benedet- 
to ,  che  forse  invisibile  mi  si  aggirava 
d'intorno,  e  godeva  di  quell'estremo  tri- 
buto di  riconoscenza.  Un  rampollo  del- 
la nobilissima  gente  Gonzaga,  dopo  aver 
figurato  nel  mondo,  vestì  le  divise  del  mio 
ordine,  ove,  or  fa  20  anni,  ebbi  occasio- 
ne di  sperimentarne  la  bontà.  Tiallo  poi 
dui  desideiiodi  maggior  solitudine,  qua! 
altro  Ciniingio,  si  ritirò  in  quest'eremo, 
e  nell'esercizio  delle  più  austere  viriti, co- 
me poi  seppi,  consumò  l'olocai^sto  della 
sua  vita  nel  bacio  del  Signore,  ed  io  era 
sul  suo  sepolcro.  O  mio  amico!  Quai  le- 
zioni di  disinganno  non  si  apparano  in 
questa  scuola!  Dopo  il  brevissimo  riso  e 
il  lungo  pianto  della  vila,  Linquenda  tei' 
bis,  et  domus,  et  placens  -  txor  (Ora- 
zio), Un  pugno  di  lerracuopre  egualmen- 
te le  ossa  del  superbo  mondano  e  del- 
l'ignorato Trappista(F.)j  e  il  nudo  spi- 
rilo, sulle  ali  delia  virtù  o  del  vizio,  vo- 
la in  seno  all'eternità".  Il  monastero,  co- 


t)4                    V  l{  R  VER 

me  già  Inclicat,  non  manca  d'arrjtia  pò-  p.  Lornhardt.  »«  L*  austero  fenor  di  vita 
tabile,  che  qui  giutige  per  acqnetlollo  di  de'lrappisti,  giudicandone  dalla  nostra  le- 
materiale  dello  degli  Archi  da  un  3."  di  ziosa  <lelicatezza,  sembrerà  forsea  toi  co- 
miglio  in  disianza  verso  la  parte  di  Bau-  me  ad  altri,  che  sia  cosa  la  non  più  fa- 
co,  inlroducendosi  nel  claustro  dopo  di  cilead  imitarsi.  Nientedi  più  assurdo. Un 
aver  formato  una  bella  fonte,  che  oltre  pocodi  buona  volontà, stimolala  dall'ar* 
di  passare  alla  cucina  si  dirama  per  le  al-  dente  desiderio  di  procacciarsi  una  feli- 
Ire  oflicine  del  medesimo.  Un  allo  e  luti-  cita  perenne,  e  avvalorala  dall'aiuto  di 
go  murag.lione  laterale  alla  ptdjblica  slra-  lassù,  basta  ad  operare  quel  prodigio,  e 
da,  prima  d'arrivarf  al  cenobio,  lutto  for-  trasmutare  di  sovente  un  voliUtuoso  si- 
malo  ad  archi  chiusi,  tranne  4.  appartie-  barila  in  mi  rigido  trappista.  Talvolta  la 
ne  all'acquedolto,  e  l'indica  l'iscrizione;  posizione  stessa  elevata  e  soliuga  del  mo- 
Benedicite  Foutes  Domino  -  Auspiciis  nastero  contribuisce  di  molto  ad  agevo- 
j4nnih. Card,  Albani.-  Abbas  et  Menci'  lare  loro  l'esercizio  della  preghiera,  del- 
chi-  jéqnom  vetuslatedilapsani-  JVoi'a  la  contemplazione  e  delle  altre  virtù  fa- 
forma  -  Rediixeriint-  An.  mdccvi.  Di-  vorile  della  solitudine:  e  di  ciò  ne  fa  le« 
nanzi  al  i .°  androne,  comesuol  dirsi,  che  slimoniaiiza  tu»  solitario  non  sospelto,seb- 
melte  poi  al  piazzale  del  mojiastero  e  bene  non  penitente,  qual  è  G.  G.  Rous- 
chiesa,  vi  è  la  Itinf^a  Illa  delle  descritte  seau  nella  lettera  23.'  della  sua  Eloisa, 
baracche.  Rimarca  Marocco,  (he  pub-  laddoveparla  de'Iuoghi  elevali  e  solitari, 
blicò  il  tomo  che  cotiliene  l'articolo  nel  Colassìi  mi  si  diede  a  conoscere,  e  mi 
1834,  dalla  vastità  del  suindicato  antico  si  dispiego  innanzi  sensibilmente  in  quel- 
refettorio  ,  ognuno  può  congetturare  la  l'aria  così  pura  la  veracagione  d'esser- 
molliludine  de'primitivi  venerandi  soli-  mi  cambiato  d' umore ,  e  di  avere  riac- 
lari, essendo  Iradizione  tra  gli  odierni  es-  quistato  quella  pace  del  cuore,  che  da 
sere  giunto  sino  al  numero  di  mille,  ed  tanto  tempo  avea perduta  ...  Dove  l'aere 
allora  vi  fiorivano  soltanto  4o  trappen-  e  puro  e  sottile,  si  sperimenta  maggior 
si  conversi  e  coristi,  i  quali  con  1' ausle-  facilità  nel  respirare,  maggior  Icggerez- 
rissimo  ed  esemplare  tenore  di  vita,  cor-  za  nel  corpo,  pili  serenità  nello  spirito, 
lesemenle  accolgono  i  frequenti  ospiti  vi-  nien  vivi  si  provano  gli  slimoli, piìi  mode- 
sitatori  del  luogo.  Egualmente  scrisse  il  rate  le  passioni.  Le  meditazioni  vi  preu- 
Castellano  nel  1 837,  Lo  Stato  Pontificio,  dono  un  non  so  qual  carattere  grandio- 
p.  225,  ili  questo  istituto  Irappense,  es-  so  e  sublime  proporzionato  agli  oggetti 
sere  rigido  ed  esemplare  il  lenor  di  vi-  che  ci  toccano,  e  s'insinua  dentro  di  noi 
ta  che  menano  i  solitari,  presso  i  quali  un  non  so  qual  tranquillo  piacere  che 
con  particolar  cortesia  vengcmo  accolli  i  non  ha  niente  di  sensuale.  Pare  che  in- 
frc(p>eiHi  ospiti.  Il  cav.  Palmieri,  nella  nalzandosi  sopra  il  comune  soggiorno 
Topografia  statistica  dello  Stalo  Pon-  degli  uomini,  si  lascino  indietro  tutti  i 
lifìcio,\ìnv.  3,p.  1 97,disse  nel  1 858:  Fiori-  sentimenti  bassi  e  terreni,  e  a  misurache 
ronoinCasarnan  uomini  sommi  per  dot-  uno  si  avvicina  alle  regioni  eteree,  l'n- 
Irina  e  per  pietà  singolare,  e  que'buoni  ninia  vi  contragga  qualche  cosa  della 
Zi  monaci  che  tuttora  (non  3r,ma  43  inalterabile  sua  purezza.  Noi  ci  accor- 
erano  i  Irappensi  neh  858,  fra  coristi  e  giamo  d'esser  scrii,  ma  senza  malinco- 
conversi,  e  in  quest'annui  859  sono  3r))  niaj  pacifici,  ma  senza  indolenza:  lutti 
con  attività  incredibile  si  occupano  a  van-  ^i  desiderii  troppo  vivi  si  rintuzzano, per- 
faggio  degli  abitanti  delle  vicine  campa-  %lono  quelC  acuto  siimelo  che  li  rende 
glie,,  a  coloro  che  vi  si  conducono  prodi-  tormentosi,  non  lasciano  nel  profondo 
gnno  In  più  corlcscospilalilà.  Dice  poi  il  del  cuore  se  non  una  leggera  e  soave 


$ 


VER. 

tommozìonej  quincli avviene  che  contri- 
huìscano  olla  felicità  dell'  uomo  anche 
le  passioni  stesse.,  che  per  altre  sogliono 
essere  d'altronde  il  suo  tormento.  Oiìà'è 
■che  i  monaci  dilunga iiclosì  saviamente  ila 
que'Iuoghi,  ove  La  terra  molle  e  lieta  e 
dilettosa  -  Simili  a  se  gli  aùitatorprodu- 
ce  (Tasso  1,62),  si  elessero  profondi  de- 
serti, antiche  foreste;  e  quali  aquile  con- 
lemplalive  posarono  i  loro  voli  sui  sagri 
orrori  dell'  Alvernia,  nelle  erme  spelon- 
che di  Subiaco,  sulle  velie  di  Monte  Cas 
sino,  e  sugli  altissimi  gioghi  di  CamaMo» 
h,  donde  si  odono  gli  ultimi  rniuori  del- 
la terra  ,  e  i  primi  concenti  del  cielo". 
L'nniicliissimo  cenobio  di  Casamari,già 
fu  beala  stanza  (.WHtiicdelti/ii cassinensi, 
poscia  òt  Cistcrciensi,  ed  ora  degli  osser- 
vanti la  regola  più  rigorosa  di  Cislello 
(/'.),  che  dicendosi  volgarmente  Irappen- 
si,  di  Troppa  ha  preso  il  nome.  Nel  de- 
corso di  tanti  secoli  borirono  in  que- 
st'eremo uomini  insigni  per  pietà  e  san- 
tità di  vita  (e  quanto  a'irappensi  poco  co- 
nosciuti, pel  sublime  concetto:  Che  non 
cercano  onori  e  gloria  in  funesto  mondo, 
e  molto  meno  dopo  mot  ti!  ).  per  talenti 
e  natali  illustri.  1  l'api  parecchi  ne  tras- 
sero per  elevarli  ad  eminenti  dignità  ec- 
clesiastiche, e  per  in)piegarli  in  servizio 
della  s.  Sede.  Al  presente  non  è  più  nu- 
meroso come  per  l'addielro;  vi  è  però  in 
pieno  vigore,  anzi  in  inciemento  la  mi- 
rabile osservanza  religiosa,  congiunta  al- 
l'esercizio di  edificanti  e  feconde  virtù, 
olla  contemplazione  e  alla  pteghiera,  fe- 
licemente conginngcndo  l'attività  inde- 
fessa a  benefìzio  degli  abitanti  delle  cam- 
pagne circonvicine,  la  gentilezza  njona- 
stica  a  vantaggio  degli  ospiti.  E'  l'unica 
Troppa  dello  stalo  pontifìcio,  quindi  un 
suo  illustre  pregio  conveniente  al  centro 
rfel  caltolicismo,  ove  esistono  o  sono  rap- 
presentali tulli  gli  oidini  Religiosi,  an- 
che Solitari  j  fa  ornamento  virtuoso  e 
t'iejce  benefica  alla  Campania  papale;  e 
forma  gloria  per  Verdi,  da  cui  è  deriva- 
ta la  sua  prin)iliva  origine,  non  meno  che 


V  En  95 

per  es<<eie  ad  essa  vicina  e  nella  sua  dio- 
cesi, e  perchè  molte  sue  notizie  le  sono 
comuni;  finahnente,  eziandio  quid  monu- 
mento del  medioevo,  che  la  stessa  Rfi- 
ma  non  può  varitaie.  Egli  è  per  tuttoque- 
slo,  che  io  tiebbo  ,  sebbene  in  breve,  e- 
stendeimi  alquanto  nel  ilarne  una  mo- 
nografìa. Imperocché  il  cistcrciense  ve- 
scovo di  Badajoz  d.  Angelo  Manriquez, di 
Casamuri  ne  tratta  ne  suoi /4nna li  de' Ci' 
stercicnsi,  ma  egli  mori  nel  1  65^  circa. 
Il  suo  storico  Rondinini  pubblicò  l'opera 
nel  1707,  perciò  non  potè  ancor  lui  ra- 
gionare della  7>^^^;<7,  la  quale,  come  no- 
tai in  tale  articolo,  e  meglio  vado  a  de- 
scrivere, fu  introdotta  in  questo  santo 
luogo  nel  1717.  Quindi  tosto  si  pubblicò: 
Br<  ve  ragguaglio  delle  Costituzioni  del- 
le Badie  della  Troppa  di  Duonsollazzo 
e  di  Casomari  della  stretta  osservanza 
deWordinc  Cistcrciense, scritto  dall' ab- 
bate di  Duonsollazzo  d.  Giacomo,  al- 
l' Em."  e  Rcv°  principe  cardinale  /An- 
nibale Jlhani,  Firenze  1718, 

Nelioo5  i  veroiani  sacerdoti  Bcnedel» 
te,  Giovanni,  Orso  e  Azzo,  mossi  dal  di- 
vino spirilo  a  menar  lila  veramente  ec* 
clcsiustica  ed  eremitica,  abbandonando  il 
mondo  si  ritirai  ono,col  pei  messo  del  pro- 
prio vescovo,  che  a  ciò  gli  avea  esorlati, 
per  non  aver  che  il  nome  e  l'ordine  di 
chierici,  nel  vicino  luogo  di  Cosa  Mario 
o  C<7y<7/77fl/v7, quindi  Casa  Morie  Casa- 
mari,  già  magnifica  villa  di  Caio  Mario. 
Vi  trovarono  uiolle  case  e  altri  edifizi  di- 
ruti, e  gli  avanzi  del  tempio  di  Marie  sul 
quale  vi  fabbricarono  una  cappella  imi» 
tolitla  a'romani  fratelli  ss.  Gio.  e  Paolo 
martiri  della  famiglia  Orsini.  Tanto  si 
ritiene  in  Casamari,  e  tanlo  afferma  l'U- 
ghelli,  Italia  sacra,  t.  i ,  p-  •  SSg,  se- 
guilo anche  dal  p.  Casimiro  da  lloma 
nelle  Memorie.  Il  p.  Clavelli,  L'Antica 
Jrpino,  p.  ig,  errando  però  nella  data 
IO  i5  efacendo  costiuire  il  monasteroda' 
divoli  normanni  che  signoreggiavano  le 
vicine  contrade,  indi  accresciuto  da' ve- 
roiani sacerdoti  rilirativisi  a  vila  esem- 


96  VER 

piare  e  religiosa;  e  questo  pure  è  iiiesal* 
lo,  per  quanto  dirò}  forse  poi  fra'benefijt- 
tori  che  contribuirono  all'  erezione  del 
monastero,  può  darsi  che  vi  concorressero 
anche  i  nuriiiat)ni,  die  tante  chiese  e  mo- 
rtunienli  monastici  innalzarono.  Il  Uon- 
cliinni  nel  cap.  2:  Inilia,et profccCus  Mo- 
nasterit\  allegando  un  antico  codice  ma- 
nu  exarato  carclìnalis  Baronìus^  ove  si 
legge  la  data  dell'origine,  ossia  della  vo- 
cazione di  quattro  sacerdoti  verolani,  ri- 
porta: Aiinoah  incarnatione  Domini  Na- 
sini Jesu  Christi  millesimo  Iricesimo  se- 
xlo  Jndictioiie quarta,  che  invece  è  la  da- 
ta della  posteriore  loro  professione  mo- 
nastica, come  proverò.  Infalli  il  ouedesi- 
UJo  Rondinini,  ntW Addenda  et  corri- 
genda ,  scrisse  :  supple  in  margine j  ita 
codicem  corrigendum  duxit  cardinalis 
Jiaronius ,  quuni  ibi  Millesimo  Quinto 
scriptum  sit.  haoiìde  pare  che  non  del  tut- 
to giustamente  l'ab.  Cappelletti  sullodalOj 
Le  Chiese  d'Italia,  t.  6,  p.  479>  "on  ab- 
bia voluto  aamieltere  all'annoiooS  l'a- 
nonimo vescovo  registrato  da  Ughelli  fra* 
\escovi  di  Veroli,  sull'appoggio  d'un'an- 
tica  cronaca,  implicando  la  fondazionedel 
monastero,  per  essere  avvenuta  3o  an- 
ni e  più  dopo  il  racconto  che  ne  ha  re- 
lazione, il  quale  è  portato  dal  Ijaronio  e 
dal  Mabillon  ben  diverso.  Per  ciò  vol- 
le riprodurlo,  ed  è  quello  identico  ri- 
ferito dal  Rondinini;  se  non  che  ripeten- 
do l'errato  anno,  da  quello  storico  cor- 
lello,  anche  il  Ca()pelietti  ripete:  An- 
no Millesimo  Trigentcsimo  Sexto,  invi- 
tamlo  il  lettore  di  consultare  il  Mubillon 
negli  Annali  Benedettini,  ed  il  Barunio 
negli  Annali  ecclesiastici,  anno  t  o3o,  n. 
Xiii.  L'ho  ubbidito  per  quest'ultimo,  per- 
chè li  posseggo,  del  Mabillon,  quanto  a' 
benedettini,  solo  avendo  gli  Annali  de' 
San  li  Benede  Itini,  col  le  Prefazioni,  ol  t  re 
oltre  opere.  Quindi  nel  t.  XI ,  Anuales 
Ecclesiastici,  n.  xii:  Demonasterio  Ca- 
saemarii,  il  Baronie  lo  dice  eretto  nel- 
Vanno  millesimo  quinto,  e  poi  lislabili- 
»ce  l'auno  Millesimi  trigesimi  quinli,  E 


VER 

qui  non  vi  è  contrasto,  perchè  si  parla 
dell'erezione  del  monastero,  non  dell'e- 
poca che  vi  die'origine,  che  per  altro  do- 
veasi  conservare  con  dichiarazione.  Poi 
nel  u.  xiii,  eh' è  il  t;italo  dal  Cappellet- 
ti, trovo  il  detto  brano  riferito  da  lui,  e 
dal  Itoifdinini ,  il  cpiale  però  si  corresse 
al  modo  che  dissi  ed  in  cui  leggo:  Anno 
Millesimo  Quinto  Lidictione  UH,  col- 
la chiamata  d'un  asterisco  iu  margine 
MXXXVi;  ma  in  fine  si  dice  in  quell'an- 
no io36  ricorrere  la  detta  Indizione  {yhe: 
cominciò,  secondo  il  Cappelletti,  col  i." 
giorno  dell o35),  ed  essere  la  data  della 
fondazionedel  monastero. llBaronio con- 
tinua a  riportare  le  successive  notizie  del 
monastero  rifabbricalo  coU'odierna  chie- 
sa. Adunque  a  me  sembra,  che  la  carta 
allegata  dairUghelli,  all'epoca  del  ioo5 
attribuì  genericamente  quella'  del  mona- 
stero ,  senza  esprimere  che  fu  piuttosto 
il  principio  a  cui  più  tardi  die'origine,  e 
perquesto  doversi  preferire  al  detto  e  poi 
contraddetto  dal  Baronio,  la  correzione 
del  Rondinini.  Il  Corsignani,fìeg'g/tìt  Mar- 
sicana,  p.  i45,  anch'egU  riferisce,  che  il 
Baronio  registra  la  fondazione  del  mona- 
stero nel  IO 36  correndo  la  tv  indizio- 
ne, quantunque  in  un'antica  cronica  si 
legga  I  io5,  e  con  quest'anno  si  veda  no- 
tata dairOgheili;  ma  benché  citi  e  abbia 
letto  il  Rondinini,  non  si  avvide  che  an- 
co egli  la  riconobbe,  neW addenda  etcor- 
rigenda,  (itWa  quale  nulla  ne  dice.  Del 
resto  il  Rondinini,  col  testo  del  codice, 
oUre  il  perchè  i  verolani  preti  si  deter- 
n)inarono  a  ritirarsi.  Erant  in  civilate' 
l'erulana  quidam  boni  meriti  clerici^ 
qui  servanles praecepla  Dominica,  divi' 
naqne  judicia  mcditantes,  ac  dicenles: 
Fae  nobis  j  qui  nomine  clericatus  ha- 
lente  soffi  cium,  vitam  ncque  canonicani, 
ncque  monasticam  ducimusl  Quid  de 
nobis  erit,  quid  in  exlremo  die  turi  su- 
mas  examine?  ad  cujus  auxiliuin  con- 
fugiemus  ?  Jaciamus  nobis  amicos  de 
mammona  inquitatis,  ut  quum  ab  Une 
vita  migrayerinius,  recipianl  nos  in  ac- 


I 


VER 

terna  lahernacala.  Tnlia  animo  voh'cn- 
Ics  ninne  dicenUs,  adjnnclis  r/uibnsdatn 
laicis  fidelibus  ejiisdem  ch'itati s,  vene- 
rimi ad  funduni  qui  dicitur  Casaema- 
rii  in  territorio  Verulano.  Dopo  aver- 
vi fabbricalo  la  già  tueniorala  cappella, 
idearono  di  erigervi  contiguo  un  piccolo 
monastero,  ma  alcuni  di  ^loro  per  vari 
anni  intanto  presero  abitazione  presso  la 
vicina  chiesa  della  Madonna  del  Reggi- 
mento posta  sur  un  colle',  5oo  passi  di- 
stante dal  luogo  ove  poi  fu  eretto  il  mo- 
nastero di  Casamari,  a  cui  in  seguito  fu 
unita;  ed  il  Rondinini  che  ne  tratta  nel 
cap.  1 1,  in  uno  alla  chiesa  di  s.  Croce, 
questa  lungi  circa  io  passi  dalla  basilica, 
il  cui  suolo  fu  poi  convertito  nel  discor- 
so cintiterio,  esibisce  l'iscrizione  postavi 
dal  conunendutario  cardinal  Francesco 
Barberini  nel  i  666  per  averla  restaura- 
la, ac  sacris  Iconihus  decoravil.  Passati 
circa  3o  anni  si  unirono  a'primitivi  altri 
sacerdoti  e  laici  verolani,  per  imitarli  nel 
tenore  di  vita  solitaria  e  penitente,  i  qua- 
li formatisi  incongregazione, coll'annuen- 
za  del  vescovo  di  Veroli,  d'unanime  con- 
senso si  dierono  a  vita  claustrale  appro- 
vata dalla  Chiesa.  Questa  risoluzione  ef- 
fettuarono col  recarsi  nel  celebre  e  flori- 
do monastero  di  s.  Domenico  abbate  di 
Sora  nel  io36,  posto  due  miglia  dislau- 
te dalla  città,  a  ricevere  l'abito  nero  mo- 
nastico colla  regota  del  patriarca  s.  Be- 
nedetto, dalle  mani  del  ven.  ab.  Giovan- 
ni Ceverando,  già  discepolo  di  s.  Dome- 
nico morto  5  anni  prima,  e  deposto  nel 
sotterraneodell'antica  chiesa  gotica. L'ab- 
bate Giovanni  approvò  tutto,  e  dichiarò 
i.°  priore  abbate  del  nuovo  monastero 
che  doveasi  edificare  in  Casamari,  Bene- 
detto!, nobile  verolano,  ch'era  il  piìi  vec- 
chio de'4  sacerdoti  fondatori  (tale  alcu- 
no disse  anche  il  ven.  Giovaiuii  Beveran- 
do,  pel  suo  operalo).  Ritornali  essi  in  Ca- 
samari, fabbricarono  il  monastero  che  a- 
V(;,ino  ideato  fin  dal  i  oo5,  con  più  como- 
da chiesa,  col  precedente  titolo  de'ss.  Gio. 
e  Paulo,  e  la  fecero  dedicare  dui  vescovo 

VOL.  ICIY. 


VER  97 

diocesano  Gerardo  ;  e  quivi  diedero  ca- 
nonicameute  principio  alla  comune  os- 
servanza monastica.  Insomma  questa  so- 
litudine ebbe  origine  nel  ioo5  da'detti 
ecclesiastici  verolani ,  che  essendosi  poi 
moltiplicati,  nelio36  presero  abito  mo- 
nastico, e  allora  divenne  casa  monastica. 
Non  credo  superfluo  il  riprodurre  come 
il  cav.  Mellonj  nel  suo  mss.  narra  1'  origi- 
ne di  questa  gloria  patria.»  Erano  a  que- 
st'epoca in  Veroli  (allude  ali oo5)  cpiat- 
tro  benemeriti  ecclesiastici,  ed  avevano 
nome  Benedelto,  Giovanni,  Orso  ed  Az- 
zo,  e  concepivano  o  meglio  ispira  vanii  nel 
progetto  di  menar  vita  claustrale,  e  sen- 
za prevedere  i  futuri  fasti  dell'opera  lo- 
ro si  davano  con  mezzi  propri  e  con  sus- 
sidii  di  altri  divoti  concittadini  ad  erige- 
re una  chiesa  con  alquante  celle  sulle  ro- 
vine di  vasti  fabbricati  nel  territorio  esi- 
stenlij  volgarmente  appellati  di  Casania- 
rio,  la  ctii  origine  mal  nota  in  que'secoli 
d'ignoranza ,  conservò  fino  a  noi  la  sud 
tradizionale  denominazione.  Inlanlo  che 
fra  lo  spazio  di  alquanti  anni  procedeva 
l'opera  pia,  dessi  andetteio  a  vestire  l'a- 
bito benedettino  nel  prossimo  monaste- 
ro di  s.  Domenico  in  lenimento  di  Sora, 
e  ciò  seguì  definiti  vameute  prima  dell'aii- 
noio35.  Dedicata  quindi  l'eretta  chiesa 
a'ss.  Giovanni  e  Paolo,  aumentati  di  nu- 
mero, creato  Benedetto,  uno  di  essi  con- 
fondatori, per  loro  abbate,  consegnarono 
alla  memoria  de'posleri  questa  splendida 
pagina  della  Verolana  istoria";  Ben  pre- 
sto il  monastero  acquistò  rinomanza  per 
la  santa  vita  de'  monaci  fondatori  e  per 
la  dottrina  che  presto  vi  fiorì.  Il  Rondi- 
nini ragiona  nel  cap.  12:  Priontni  Abha- 
inni  series,  qui  Monasteriuni  rexerunt. 
Nel  cap;  'j-.Elenchus  Ecclesiarum,  qnae 
Monastero  subditnesunt;  furono  :i3,fia 
le  quali  s.  Ippolito  di  Veroli  e  s.  Vito  nel 
suo  territorio.  Nel  cap.  8:  Bonn  et  /ura 
Bloiiasterii,  compresi  quelli  del  territo- 
rio Verolano.  L' abbate  Benedetto  I  ri» 
nunzio  nel  i  o4o,  e  per  avere  Dio,  pe'suoi 
meriti,  dopo  morto,  operato  alcuni  sire- 
7- 


gb  V  E  R 

pilosi  miracoli,  il  popolo  gli  die'  il  titolo 
di  Ideato,  secondo  l'uso  di  que' tempi.  Il 
suo  corpo  s'ignora  ove  fu  deposto,  come 
pure  quelli  di  altri  abbati ,  non  che  di 
quelli  clie  divennero  vescovi  di  Veroli  o 
altre  diocesi, parimenti  sepolti  in  Casama- 
lì, come  rileva  Rondinini.  Nel  detto  i  o4o 
diventò  2.°  abbate  Giovanni  I  verolano, 
il  quale  verso  il  io45ampiiòeabbeHì  con 
pittare  la  chiesa,  vi  aggiunse  3  altari  ia 
onore  di  s.  Maria,  di  s.  Pietro,  di  s.  Be- 
nedetto ,  con  finestre  di  bellissimi  vetri 
colorati;  eresse  un  ciborio  sull'altare  de' 
ss.  Gio.  e  Paolo,  e  l'ambone,  e  la  fornì 
di  molli  preziosi  arredi  e  paramenti,  ed 
anco  di  codici  sagri.  Fece  costruire  una 
nuova  torre  campanaria,  e  vi  pose  8  ar- 
moniose campane.  Acquistò  molle  pos- 
sessioni, colla  suddetta  vicina  chiesa  del- 
la Madonna  del  Reggimento.  Da  Papa 
Nicolò  II  ottenne  l'esenzione  del  mona- 
stero, reso  soggetto  immediatamente  al- 
la s.  Sede,  ed  allora  fu  che  s'inquartò  l'ar- 
me di  Casamari  del  pastorale  colle  chia- 
vi di  s.  Pietro.  Divenuto  Giovanni  I  ve- 
scovo di  Veroli  nel  1 0G6,  gli  successe  qiial 
3.°  abbate  il  decano  del  monastero  Orso 
verolano,  e  come  i  precedenti  confonda- 
tore del  medesimo.  Ottenne  da  Alessan- 
dro II  la  conferma  dell'esenzione  del  mo 
«asterò  (altrettanto  poi  facendo  Anasta- 
sio I Y,  Adriano I V,  Alessandro  III,  Ono- 
rio III  e  altri  Papi), e  poi  nel  1076 ebbe  la 
gloria  di  preservare  Veroli  dal  minacciato 
eccidio,  ch'erasi  proposto  di  prepotenza 
il  normanno  cunte  di  Capua  Riccardo.  Il 
buon  prelato  gli  andò  incontro  con  ab- 
bondanti e  ricchi  doni  preziosi  tolti  dal 
suo  cenobio,  quindi  con  mansuete  paro- 
le lo  placò,  e  lece  ritorno  ne'suoi  stali.  I 
verolani  per  riconoscenza,  con  istromen- 
to  de*i3  dicembre  1076,  a  mezzo  de'lo- 
ro  consoli,  prò  Univfrsilate  civit.  reni' 
lannni,  donarono  a  Casamari  molte  pos- 
sessioni nella  diocesi,  co\ Jus pas( endici 
lignandi.  Il  quale  atto,  perchè  in  parte 
corroso,  venne  rinnovato  da'consoli  e  cit- 
tadini, e  da  tulio  il  popolo  verolano  a'24 


VER 
aprile  i'2i7.  L'abbate  Orso  accrebbe  le 
possidenze,  in  uno  alla  chiesa  di  s.  Ste- 
fano presso  Rauco.  Durante  il  suo  regi- 
meinsorsero  disordini  nel  monastero,  per 
cui  voleva  rinunziare,  se  non  s'interpo- 
nevano Alberto  vescovo  di  Veroli,  Gior- 
dano governatore  di  Campagna, ed  il  car- 
dinal Chalillon,  che  divenne  Urbano  II 
nel  1088.  Però  giunto  a  decrepita  età  ef 
fettuò  la  sua  rinunzia.  lu  sua  vece  gli  fu 
sostituito  nel  1095  per  4-°  abbate,  Ago- 
stino I  di  Capua,  che  dotto  e  di  gran  pie- 
tà, riformò  il  monastero,  (eceediiìcare  un 
nobile  claustro,  ampliò  il  dormitorio,  ed 
acquistò  molte  possessioni  ue'terrilorii  di 
Dauco  e  di  Monte  s.  Giovanni.  Neil  loG 
divenne  vescovo  di  Ferentino,  e  fu  io  Ve- 
roli consagrato  da  Pasquale  li,  che  visi- 
tò Casamari,  insieine  ad  Agostino  mona  ■ 
co  e  abbate  successore  di  Casamari  e  ve- 
scovo di  Veroli.  Questi  è  Agostino  11.  che 
dopo  Agostino  I  era  stato  latto  5."  ab- 
bate, e  poco  dopo  eletto  al  dello  vesco- 
vato Ferentinale.  Laonde  neh  loGfue- 
letto  in  G.°abbateGiovanui  II,  morto  nel 
i  io8.  In  questo  gli  successe  il  7.°  abba- 
te Placido  I,  nel  1 1 1 1  eletto  vescovo  di 
Ferentino.  Allora  per  8."  abbate  succes- 
se Amato,  il  quale  rinunziò  neli  1 16.  Il 
successore  9.°  abbate  Benedetto  II,  elet- 
to in  tale  anno,  anch'esso  rinunziò  nel 
I  123.  In  quest'anno  fu  il  io."  e  ultimo 
abbate  de'benedettiui  ueriPietro,già  prio- 
re del  monastero,  e  governò  sino  all'in- 
troduzione de'  cistcrciensi  in  Casamari. 
Sotto  di  lui  e  verso  ili  i4o  piò  volle  si 
recò  a  Casamari  s.  Bernardo  dottore  di 
s.  Chiesa,  abbate  di  Chiarm-aUe,  rilor- 
malore  e  propagatore  insigne  de'monaci 
Cislerciensi  (^.),  in  occasione  che  por- 
tavasi n'congressi  nel  regno  di  Napoli  per 
affari  ecclesiastici,  anche  tenuti  alla  pre- 
senza del  Papa  Innocenzo  II,  non  chepas- 
sandoa  Monte  Cassino.  Siccome  nel  mo- 
nastero era  avvenuto  qualche  sconcerto, 
e  nello  scisma  dell'  antipapa  Anacleto  11 
alquanto  avea  parteggiato  per  lui,  così  il 
zelante  e  virtuoso  luonaco  Giovanni,  co' 


VER 
correliglosi,uuDueiilel'aljIjali;Piclro,in»- 
ploiacoiio  e  olteiinero  da  s.  Dcinarclu  di 
essere  adìgliati  al  suo  noientissimo  mona- 
stero di  Cliìaravalle:  luUavolla  i  uiona- 
ci  coiitinuarouo  a  porlarei'abilotiei'ocas- 
siiieuse  per  altri  pùclti  auni.  Non  oslan- 
te,  nel  i  i43  i  aioiiaci  di  Casaniari  quasi 
tutti  caderouo  in  rilassatezza  e  diveuue- 
ro  insolenti.  Ciò  non  potendo  couiporta- 
re  il  monaco  Giovanni,  con  alcun  altro 
osservante  della  disciplina  monastica,  ab- 
bandonato il  monastero  passarono  in 
Francia  nell'abbazia  di  Chiaravalle,  sot- 
to la  regola  di  s.  Ilernardo,  che  li  vesti 
dell'abito  bianco  de'cisterciensi.  Intanto 
il  Papa  Eugenio  III,  che  avea  professa- 
to le  costituzioni  di  Cistello,  ed  era  stato 
discepolo  di  s.  Bernardo,  mal  solfreudo 
l'oltracotanza  degli  eretici  arnaidisti,  da 
Ruma  essendosi  ritiralo  in  Francia,  po- 
scia neli  i4<)  vi  l'iloriiò  avendo  sottomes- 
so gli  arnaidisti  faziosi  colle  armi  di  Rug- 
gero I  re  di  Sicilia.  Ma  per  nuovi  tumul- 
ti, nel  declinar  dell'anno  nuovamente  ne 
uscì,  portandosi  a  dimorare  nella  provin- 
cia di  Campagna.  Recatosi  a  Casamari  e 
veduta  l'infelice  condizione  cui  era  ridot- 
to il  giù  esemplare  monastero,  da'mona* 
ci  benedettini  neri  violato,  abbandonato 
e  quasi  distrutto, e  che  inosservanti  le  di- 
scipline eransi  dati  al  dissipaDienlo,  li  ri- 
mosse affatto  nello  stesso  fine  del  1 149» 
cominciò  a  riedificare  il  diruto  cenobio, 
e  l'affidò  alla  cura  di  }=.  Bernardo,  accioc- 
ché vi  ponesse  una  colonia  de'suoi  edifi- 
canti cislerciensi.  Subito  il  sauto  dichia- 
rato! I  ."abbate  il  sulludato  Giovanni  HI, 
l'inviò  a  Casamari  con  alcuni  suoi  mo- 
iiacij  approvandolo  il  Papa  (veramente 
il  liondinini  ap.  96  esibisce  un  documen- 
to in  cui  si  legge,  inlroinisU  inonachos 
cislcrcicnsis  ordinis  anno  1 1 5i).  Restau- 
rato a  spese  notabili  del  Papa  tutto  il  nto- 
nastero,  colla  chiesa,  questa  volle  consa- 
grare  solennemente,  e  recatosi  a  Casama- 
ri colla  corte  e  il  vescovo  di  Veroli  Leo- 
ne Ioli,  eseguì  la  funzione  quarto  Ka- 
U'iidas  novcmbrisi  i5i  (ossia  a'29  olio- 


VER  99 

bre,  ma  leggo  iu  memorie  particolari  a' 
27),  dedicando  il  tempio  a  Dio,  in  onore 
dell»  lì.  Vergine  Maria,  e  de'ss.  Giovan- 
ni e  I^iolo  martiri  antichi  titolari.  Que- 
sto rito  non  potè  godere  il  degnissimo 
abbate  Giovanni  IH,  essendo  morto  a' iG 
febbraio  dello  stesso i  i5i:  fu  sepolto  iu 
Casamari  in  luogo  ignorato,  ed  il  suo  e- 
logio  trovasi  nel  martirologio  cistercien- 
se  col  titolo  di  bealo.  Egli  vivente,  scrìs- 
se la  bella  lettera  spirituale,  Memor  dui- 
cediiiis ,  prodotta  dal  Rondinini  a  p.  6, 
al  suo  diletto  maestro  s.  Bernardo,  a  cui 
fu  carissimo,  sulle  crociale  di  (|uel  tem- 
po per  l'infelice  spedizione  di  Gerusalem- 
me, e  le  rivelazioni  fatte  a  favore  del  s. 
Dottore,  da'ss.  Gio.  e  Paolo.  Eragli  suc- 
ceduto il  12."  abbate  Faramondo  o  Fro- 
mondo  o  Flaimondo,  che  dopo  aver  sof- 
ferto col  monastero  le  persecuzioni  del- 
l'imperatore Federico  I,  ed  anco  l'esilio, 
per  restare  nell'ubbidienza  d'Alessandro 
III,ricusaudosi  riconoscere  l'aulipapaVit- 
tore  V;  nel  1  iGo  divenne  vescovo  di  Ve- 
roli, ove  Alessandro  Ili  lo  cousagrò,  in- 
sieme all'ordinazione  al  sacerdozio  di  Ro- 
dolfo cellerario  di  Casamari,  che  ^>oi  a' 
5  ottobre  i  161  consagrò  iu  vescovo  di 
Ferentino.  Il  Papa  si  recò  più  volte  a 
Casamari;  e  qui  noterò,  che  probabil- 
mente que'  Papi  che  di  sopra  registrai 
essere  stali  in  Veroli,  per  la  celebrità 
e  vicinanza  di  questo  monastero,  non  a^ 
vraniio  mancalo  di  visitarlo.  Nello  stes- 
so! i6uinBisìgiiano  nella  Calabria,  a  spe- 
se de'conti  Gollrido  e  Berta,  fu  fonda- 
to il  monastero  di  Sambucina  e  vi  anda- 
rono alcuni  monaci  di  Casamari  con  Si- 
gismondo peri  ."abbate;  divenne  celebre, 
e  vi  si  ritirò  il  famoso  Pietro  Lombardo, 
dello  il  3Iaes Ira  delle  SenlenzCytìo]^olA 
sua  rinunzia  al  vescovato  di  Parigi,  ed 
avendovi  4  anni  dimorato,  ivi  morì  a'20 
agosto  1 164,  e  perita  la  chiesa  nel  seco- 
lo XVI,  le  sue  ossa  furono  trasferite  nel- 
la chiesa  di  s.  Marcello  di  Parigi.  Torna- 
to neli  170  Alessandro  IH  a  Veroli,  fra 
le  beaedizioui  che  vi  fece  dì  piùabbali. 


loo  VER 

Vi  comprese  Gregorio 1 3."  abbate  di  Ca- 
saniari,al(H>ale  indirizzò  il  tliploiaa,  Piat 
.  osiulaùo  voluntatis,  prodotto  dal  Ron- 
dinini a  p.  1^,  già  discorso  nel  vescova- 
to di  Farainondo,  di  conferma  a'  privi- 
legi e  beni  che  godeva,  ed  altri  aggiun- 
ti. Neil  181  fu  14.°  abbate  Geraldo  I,  che 
governò  lungamente ,  in  memorabile  e- 
poca  per  lo  splendore  a  cui  giunse  il  mo- 
nastero abitato  da  più  di  3oo  monaci. 
Appena  crealo  Innocenzo  lll,a'26  gen- 
tiaioi  iq8  emanò  la  lettera  iVoii  ahsque 
dolore  corclis,  presso  il  Rondinini  a  p. 
1 2$,  diretta  a'vescovi,  abbati  e  altri  pre- 
Iati  delie  provinole  di  Campagna,  Marit- 
tima e  Terra  di  Lavoro,  eccitauduli  ad 
impedire  che  il  monastero  di  Casamari 
Venisse afilitto da  ingiusti  oppressori;  e  ciò 
furse  a  istanza  dell'abbate  Geraldo  I  ze- 
lantissìn)o.  A  suo  tempo  e  ne'primordii 
del  seguente  secolo,  come  descri  ve  il  Ron- 
dinini a  p.i2  e  seg.,  vissero  in  Casamari 
de'monaci  di  gran  dottrina  e  santità  di 
vita,  e  celebri  per  la  predicazione  e  per 
le  molte  legazioni  apostoliche  che  disim* 
pegnarono:  fra'quali,  oltre  il  di  lui  suc- 
cessore, il  b.  Luca  priore  di  Casamari,  poi 
5.°  abbate  (ii  Sambucina,indi  arcivesco- 
vo di  Cosenza,  legalo  apostolico  e  predi- 
catore della  crociata,  aimoverato  trachea- 
li nelle  Calabrie;  Alacrino  altro  priore, 
familìarissimo  di  s.  Domenico  fondatore 
dell'ordine  de'predicatori,  zelante  predi- 
catore contro  gli  eretici,  legato  apostoli- 
co in  Germania,  vescovo  di  Aurunca  ora 
Sessa, lodato  nel  martirologio  cistercien- 
se  col  titolo  di  beato;  oltre  Giovanni  V, 
di  cui  pili  sotto.  Nel  1 181  Geraldo  1  es- 
sendo di  ritorno  da  un  capitolo  genera- 
le dell'ordine  con  altri  abbati  e  quello  di 
Fossanuova,  ed  i  vescovi  di  Volterra  e 
Messina,  di  passaggio  presso  il  monte 
Siepi  ne'coutorni  di  Siena,  assistè  al  fe- 
lice transito  di  s.  Galgano  romito,  a  cui 
impose  la  cocolla  cistcrciense  prima  di 
morire,  ascrivendolo  all'ordine,  e  fatta- 
gli edificare  una  cappella  sulla  di  lui  totn- 
ba,  uè  allidò  la  custodia  u'j^ropri  tuoua< 


VER 

ci,  i  quali  poi  nel  1 194  vi  fabbricarono 
un  grande  monastero,  chiamandovi  ad 
abitarlo  i  mouaci  di  Chiaravalle  con  Bo- 
no per  abbate;  celebre  per  più  secoli,  e 
divenuto  prioria,  fu  allìgliato  a  Casama- 
ri, e  cessò  d'esserlo  per  le  vicende  de'teni- 
pi.  Neil  182  giunse  in  Casamari  il  famo- 
so b.  Gioacchino  abbate  e  fondatore  del- 
la congregazione  di  Fiori,  di  cui  riparlai 
ne' voi.  LV,  p.  288,  XC,  p.  276,  e  vi  re- 
stò ospite  un  anno  e  mezzo.  Quivi  col- 
l'aiuto  d'alcuni  monaci  del  cenobio,  qua- 
li amanuensi,  col  beneplacito  di  Geral- 
do I,  compilò  i  suoi  Coimnentiiri  sull'A- 
pocalisse e  sopra  il  Salterio  di  Xcordc^ 
oltre  la  correlazione  e  concordia  del  Vec- 
chio colNuovo  Tesfamenlo,  che  dicesi  dal 
Rondinini  scritta  a  istanza  di  Lucio  III, 
il  quale  onorò  personalmente  Casamari. 
Tornato  in  Calabria,  ivi  mori  nel  1202 
e  fu  sepolto,  non  mai  in  Casamari   co- 
me fecero  credere  al  Rondinini,  seguito 
da  Marocco,  che  a  p.  82,  dice  essersi  tro- 
vato nella  basilica  il  venerabile  suo  cor- 
po quando  fu  demolito  1*  antico  altare 
maggiore,  ove  invece  soltanto  si  rinven- 
nero le  ossa  di  s.  Sotero  Papa,  e  de'  ss. 
Paolo  ed  Emiliano  martiri.  Tanto  fu   il 
grido  sparso  della  sana  dottrina  e  santa 
vita  de'monaci  di  Casamari  di  questo  tem- 
po, che  meritarono  l'amore  singolare  e 
la  divozione  de'Papi,  imperatori  e  altri 
principi,  tra'quali  si  segnalarono  l'impe- 
ratore Enrico  VI  e  sua  moglie  Costan- 
za, il  loro  figlio  imperatore  Federico  II, 
i  re  di  Sicilia  Guglielmo  III   con  Sibilla 
sua  madre,  e  Tancredi;  e  Ira'Papi  Inno-     Jj 
cenzo  111,  Onorio  HI  e  Gregorio   IX.  II    " 
Rondinini  ne  riporta  i  diplomi  a  p.  1  25: 
/éppendix  Ada  i'etera.  Con  essi  fecero 
moltissime  donazioni  al  monastero,  e  con- 
cessero segnalati  privilegi.  Onorio  III  fra 
tutti  si  distinse,  poiché  da  cardinal  Cen- 
cio Savelli  intraprese  a  proprie  spese  la 
rifabbrica  degli  odierni  claustro,  e  basi- 
lica tutta  di  pietra  a  gusto  gotico,  che  co- 
me dissi,  in  uno  al  capitolo,  sono  edilìzi 
celebrali  miracoli  d'arie  architeUouicu;e 


VER 

Geraldo I  a  6  maggio  1 2o3  collocò  ne'fon- 
iliiinenti  della  basilica  la  l/  pietra  be- 
nedetta da  Innocenzo  111,  come  leggo  nel 
Rondinini  a  p,  79,  essendosi  atleiiata  la 
precedente  chiesa  troppo  angusta.  Il  Pa- 
pa, reduce  da  Sora,a'2i  settembre  1208 
si  portò  in  Casaraari  e  vi  pernottò.  Altra 
gloria  di  Geraldo  i  fu  l'aver  contribuito 
nel  laoqal  ritrovamento  dell'ossa  di  s. 
iMaria  Salome  patrona  di  Veroli,  e  ne  fe- 
ce a  Innocenzo  III  la  relazione  che  ripor- 
tai superiormente.  Gli  successe  ili  5.°  ab- 
bate Giovanni  IV, che  poco  risiedette  nel 
monastero,  per  gravi  legazioni  eseguile 
[)rima  e  dopo  tal  dignità,  per  commissio- 
ne d'Innocenzo  III  presso  i  re  d'  Inghil- 
terra e  di  Francia  per  la  concordia  tra  lo- 
ro, edc'Dulgari,findali2o3  avendo  pre- 
sieduto il  concilio  di  Meaux.  A  lui  il  Pa- 
pa diresse  la  decretale:  De probatioiiihus, 
cap.  8,  In  prciescntia,  nel  lib.  2  delle 
Decretali ,  e  ricordata  dal  Rondinini  a 
p.  i5.  Di  lui  tratta  pure  l'annalista  ?ti- 
iialdi  ,  anche  della  legazione  di  Bosnia: 
di  questa  e  dell'altra  di  Bulgaria  e  P^ci- 
lacchia  discorsi  in  quesl'  articolo,  e  che 

^  essendo  anche  cappellano  del  Papa,  con- 
ferì la  dignità  di  primate  all'arcivesco- 
vo di  Debeltus  o  Zagora,  e  non  che  e- 
gli  fosse  fatto  arcivescovo  di  Zagora  , 
come  alcuno  crede.  Il  Rondinini  conCer- 
ma  la  mia  asserzione  a  p.  16:  Lci^titus 
adivit;  in  cuj'us  manibus  fidein  Roma- 
nae  Ecclesiae  juramento  spopoiidit,  i- 

•  biffile  archiepiscopum  Zagorensem  ar- 
chiepiscopali pallio  donai'it.  Nel  1 2 1  o 
fu  i6.°  abbate  Rogerio,  al  cui  tempo 
terminata  la  basilica,  e  divenuto  Papa  il 
suo  munifìco  cardinal  Savelli  col  nome 
di  Onorio  III,  dopo  aver  unito  al  mo- 
nastero quello  pur  cisterciense  de'ss.  Giu- 
sto e  Pastore  nella  diocesi  di  Compo- 
stella,  n'ebbe  cura  fioche  fu  dichiarato 
commenda;  quindi  si  recò  a  Casamari 
■  con  tutta  la  curia,  cardinali,  principi  e 
prelati,  fra'quali  due  arcivescovi  spa- 
gnuoli  e  1 1  vescovi,  compreso  quello  di 
•Veroli  Leto  II,  ed  a'  1 5  settembre  t  2  1 7 


VER  loi 

solennemente  consagrò  il  tempio  da  lui 
edificalo,  con  immenso  concorso  di  po- 
polo de'Iuoghi  vicini,  come  pure  raccon- 
ta Marocco  ,  in  onore  di  Dio  ,  della  B. 
Vergine  e  de'ss.  Gio  e  Paolo  maitiri.Di 
questa  consagrazione  feci  memoria  nel 
voi.  XI,  p.  254,  col  Cecconi, //^rt'gro  ri- 
to  di  consagrare  le  Chiese,  p.  172;  e  la 
descrive  anche  l'  Ughelli.  Narra  il  Ba- 
ronio  ,  riferito  dal  Rondinini  a  p.  2  1: 
Porro  eidem  consecrationi  interfuisse  le- 
gnnttir  episcopi  cardinales  duos,  pre- 
sbyleri  cardinales  tres,  diaconi  cardi- 
nales scptem,  et  episcopi  ahi  decern.  Si 
trae  dalla  Cronaca  di  Fossanuova:  Per 
gr  ali  ani  Jcsu  Christi  tanta  fiiit  ciboruni 
abundantia  in  pane,vino,et  piscibus^in 
casco,  et  in  ovis,  quod  onines  sìne  mnr- 
muratione  plenarie  reccperent  cibaria, 
in  sero  et  mane:  plusqnani  mille  equi 
irnienti  suni  adannonam.D\  questa  con- 
sagrazione fa  memoria  Onorio  III  in  più 
diplonn,  e  prima  con  quello:  Si apud  he- 
braeos  o//m, diretto  ali7.°abbate  Banie- 
ro  (che  forse  poi  fu  cardinale  di  s.  Ro- 
mana Chiesa;  però  con  tal  nome  noi 
trovo  nel  Cardella)  nel  1218;  Bcatonun 
ìMartyruni  Johannis  et  Pauli ,  ne. stabi- 
lì la  festa  anniversaria,  concedendo  l'in- 
dulgenza di  un  anno;  anche  per  tutta 
1*8. '  permise  a'religiosi  nelle  solenni  mes- 
se de'dì  festivi  l'uso  di  paramenti  di  seta, 
e  del  turibolo  d'argento;  confermò  i  pri- 
vilegi e  beni  concessi  al  monastero,  e  la 
protezimie  che  godeva  di  s.  Pietro. Que- 
sti e  altri  diplomi  d'Onorio  III  in  favore 
di  Casamari,  si  leggono  nel  Rondinini. Nel 
1220  divenne  18.°  abbate  Giovanni  V, 
che  poi  l'imperatore  Federico  II  volle  io 
sua  corte  ,  dichiarandolo  cancelliere  e 
guardasigilli.  Sotto  di  lui,  quel  principe 
recossi  colla  corte  in  Casamari  1'  i  i  a- 
prile  122  I,  al  dire  del  codice  Alessan- 
drino esibilo  dal  Rondinini,  cap.  3:  Mo- 
nastcrii  dignitas  et  privilegia.  Fu  rice- 
vuto con  solenne  processione,  e  dopo  a- 
vervi  pernottato  passò  in  Veroli  ad  ab- 
boccarsi  con  Onorio  HI,  col  quale  si 


lei  VER 

ti-altennè  per  piùglorni.  A'24  dello  sles 
so  mese  l'iroperatore  tornò  in  Casama 
li,  ed  in  quest'occasione  sì  lui,  che  l'impe- 
ratrice mogi  le,  con  tutta  la  sua  casa  foro 
no  dal  p.  abbate  ascritti  tra'figli  spirituali 
del  monastero  di  Casamari  ,  ond'  essere 
partecipi  dell'opere  buone  e  orazioni  dei 
monaci;efii  allora  che  l'imperatore  pre- 
se seco  l'abbate  Giovanni  V.  lo  dubito 
assai,  quanto  all'anno  ,  e  sembrami  più 
certo  il  1 111,  non  solamente  perchè  mol- 
li storici  sono  per  l'anno  1111  ed  i  sin- 
croni documénti  seguenti,  ma  ancora  pel 
tenore  del  codice  Alessandrino,  presso 
l^iondinini  a  p.  5o  ;  dappoiché  sebbene 
ivi  dicesi  12?,  r,  si  soggiunge,  Bfoiinste- 
riiitìì  s.  Doviiniri  Casaewario  imperiali 
iiberalit/rte  donavi t ,  et  datimi  aitrcum 
prii'ilegin  ronfìniinvit.  Et  mi  Kalen- 
daa  inaii  (24  aprile)  per  Cnsaemariiim 
rcdicns  etc.  Conviene  dunqtie  qui  sape- 
re, che  Onorio  III, dopo  il  consenso  del- 
l'imperatore Federico  II,  come  re  di  Si- 
cilia e  perciò  sovrano  territoriale,  rimos- 
se dal  ujonastero  di  S.Domenico  di  Sora 
(nel  quale  articolo  ciò  raccontando ,  lo 
«lissi  avvenuto  nel  1222)  i  benedettini 
neri  <ìlie  menavano  vita  non  j)iìi  buona, 
ed  incorporò  il  monastero ,  con  tutte  le 
sue  possessioni,  chiese  filiali  e  privilegi  , 
a  questo  di  Casamari,  del  qjiale  vi  pose 

12  monaci  cistcrciensi  con  un  priore,do- 
-*endo  però  ambo  i  monasteri  essere  go- 
'vernali  dal  solo  abbate  di  Casamari;  per- 
ciò Giovanni  V  ed  i  monaci  ne  furono 
messi  in  possesso  dal  medesimo  Onorio 
Jil,  in  presenza de'ministri  imperiali, cioè 
quando  a'27  aprile  di  detto  anno  vi  an- 
dò in  persona  colla  sua  corte  a  consa- 
grare l'altare  della  chiesa  del  monastero 
'sorano.  Or  bene,  lo  stesso  Ronduiini,  a  p. 
4'»,  riferisce  seguita  1'  unione  nel  1222, 
l'ssendone  lucide ntisxìinìuìi  teslimoniutii, 
quanto  riporta Cnsaeninriendeìiartario, 
ov'è  dello,  averne  Onorio  III  consagralo 
l'ullare  r  Kalendat  niaii,  che  appunto 
•corrisponde  a*2y aprile,  e  racconta  la  lòr- 
iiialità  deiriaveslitura  ;  indi   riprodusse 


VER 
la  corrispondente  bolla  d'Onorio  \U,Cii- 
xtotles,  et  ndlores,  olila  in  Alatri  il  1." 
giugno  1222,  sottoscritta  dal  Papa  e  da 
r  I  cardinali;  e  l'analogo  diploma  impe- 
riale, datitrn  apnd  f^erulatn  mense  a- 
prilis  1222;  non  che  riferisce  diverse  no- 
tizie sulla  chiesa  e  monastero  di  s.  Do- 
menico di  Sora,  tanto  celebre  pel  santo 
suo  litolare  che  ivi  riposa,  di  cui  pub- 
blicò F,  Frangipane:  Rnecolfa  di  mira' 
coli  e  grazie  di  s.  Domenieo  di  Som  , 
Messina  i634-  Kgli  è  pur  detto  di  Fo- 
ligno e  di  Cuculio,  pel  notato  nel  ci- 
tato articolo.  Abbiamo  inoltre:  Del- 
la vita  di  s.  Domenico  abhate  del- 
l' ordine  di  s.  Benedetto,  racconto  di 
d.  Litigi  Tosti  cassinese  mandato  alle 
stampe  da'  pp.  cistcrciensi  di  Som,  de- 
dicato a  S.  M.  Ferdinando  IT  re  del 
regno  delle  due  Sicilie,  Napoli  18')').  Il 
eh.  scrittore,  citando  Manrique/.  ePiondi- 
nini,  a  p.  58  dice.  »  Sebbene  la  chiesa  e 
il  monastero  edificato  da  s.  Domenico 
l'osse  stato  intitolato  alla  ss.  Vergine,  pu- 
re tale  e  tanta  fu  la  venerazione  de'  fedeli 
verso  il  fondatore,  che  quel  monastero 
ebbe  poi  sempre  il  titolo  di  s.  Domenico. 
Monaci  di  s.  Benedetto  lo  abitarono  dopo 
la  morte  del  medesimo^  ma  non  sempre 
veri  monaci  furono.  Incominciarono  que- 
sti a  dimenticare  gli  esempli  di  evangeli- 
ca perfezione  che  aveva  loro  lasciali  il 
Santo,  e  rimettendo  dall'antico  fervore  , 
dall'ottimo  (come  sempre  avviene)  diru- 
parono al  pessimo.  Veramente  corsero 
dopo  tempi  assai  procellosi,  che  per  guer- 
re ed  altre  calamità  noti  solo  nelle  città, 
ma  anche  nelle  badie  sommersero  ogni 
quieto  vivere.  Gli  anni  specialmente  iu 
cui  imperò  in  queste  parli  Federico  II 
furono  assai  fortunosi,  ed  il  turbine  delle 
guerre,  le  ire  dell'imperatore  molto  e  lun- 
gamente tribolarono  chiese  e  monasteri , 
poiché  lo  Svevo  non  islette  mai  in  pace 
co'Ponlefici.Questeesteriori  calamità  [)oi 
colsero  i  monaci  in  mal  punto  ,  dico  iu 
quello  in  cui  sogliono  venire  tutte  le  urna- 
11^  CQivpagnic  quando  si  sono  uuùlto  dduii- 


VER 

gote  ilal  tetepo  della  loro  istituzione;  on- 
de Iildui  vi  aadava  provvedendo  con  le 
congrci^fizloni  riformate  de'  Camaldoli , 
di  Gislcllo  e  di  altre.  Per  la  qual  cosa  ai 
tempi  diPnpa Onorio  III,  essendo  venuti 
i  monaci  di  s.  Domenico  in  brutta  disso- 
luzionedi  vita,  quel  Pontefice  accorse  con 
salubri  provvidenze  a  rimediarvi.  Man- 
dò via  gii  scorretti  monaci ,  e  vi  allogò 
quelli  della  ritorma  di  Cistello, assogget- 
tando il  monastero  a  quello  di  Casama- 
ri.  che  già  era  entrato  nella  congregazio- 
ne cistercien«e  ".  Altre  notìzie  si  poono 
vedere  nel  Rondinini,  cap.  ^•.  Cocnohhini 
s.  Dominici  Sorani  Casacmarii  mona- 
slerio  adjunclum,  ejusqne  ecclesia.  A  p. 
1-28  riporta  la  bolla  d'Onorio  III,  Qiiuni 
yc/.7//5,  diretta  a  tutti  gli  abbati  e  monaci 
cistcrciensi,  acciò  in  generale  capitolo  a- 
dunati ,  provvedessero  alle  disposizioni 
degli  ospedalieri  cavalieri  Templari,  ag- 
gregali all'ordine  di  Cistello,  i  quali  per 
invidia  tentavano  ogni  pregiudizio  di  Ga- 
samari  e  perfino  d'impossessarsene;  di- 
chiarando avere  li  da  lui  riedificati  basi- 
lica e  monastero  dati  a'monaci,  e  ad  essi 
soltanto  volere  che  appartenessero.  Papa 
Gregorio  IXjpoco  dopo  la  sua  elezione, 
colla  lettera  Dilccll  filii  prior  et  con- 
vcnttis  Cns(ic/iiarii,t.\e* iG  n»aggioi22y, 
l'iprovò  le  usurpazioni  ed  uccisioni  di 
bestiami,  i  ferimenti  e  le  oll'ese  personali 
fatle a'monaci,  da  iniqui  e  prepotenti  so- 
rani. Il  Papa  si  mostrò  anche  poi  bene- 
volo col  cenobio  e  lo  visitò,  benché  do- 
vesse confermare  la  sentenza  in  favore 
del  vescovo  de'Marsi  sulla  giurisdizione 
della  chiesa  di  s.  Maria  del  Bujo,  permu- 
tata da'monaci  con  quella  di  s.  Nicola  di 
Castel  Cappelle,  come  racconta  il  Corsi- 
guani,  Reggia  ìllarsicanayt.  i,  p.  189. 
Nel  1228  fu  eletto  19.° abbate  Geraldo  H 
dotlissimo  e  di  santa  vita,  che  da  Papa 
Gregorio  IX  fu  impiegalo  in  vai  ie  e  dif- 
fìcili legazioni,  nel  i23i  presso  Federico 
li,  il  quale  voleva  sopprimere  i  religiosi 
cavalieri  templari  onde  usuiparne  i  beni, 
e  presso  l'arcivescovo  di  llt"^uiu.L'iu;;ra- 


VER  io3 

to  imperatore  divenuto  persecutore  della 
Chiesa  e  de'Papi, non  risparmiòCasaina- 
ri  a  cui  eraaflìgliato,  il  che  deplora  Ron- 
dinini nel  cap.  5:  Monasterii  calamita- 
tes  et  infortunia.  L'imperatore  fece  mo- 
rire in  esilio  vescovi  e  abbati,  tra' quali 
si  crede  anche  Geraldo  li,  ed  ucciso  dai 
saraceni  chiamati  in  Italia  da  quell'  in- 
degno principe.  Casa  man  soggiac([ue  al 
comune  fato,  e  fu  devastato  dal  ferro  e 
dal  fuoco  de't'uriosi  saraceni.  Alcuni  mo- 
naci si  rifugiarono  in  Francia,  ma  non 
ostante  i  guai  e  le  persecuzioni  a  cui  fu 
lungamente  bersaglio  il  monastero  ,  si 
continuò  ad  abitarsi  da'monaci, e  gli  ab- 
bati ebbero  successione.  Tale  fu  preposto 
nel  1239  per  20.°  abbate  Paolo,  il  quale 
nel  1240  acquistò  delle  possessioni  colle 
chiese  di  s.  Bartolomeo  e  di  s.  Vito  in 
Majanellodi  Capitanata,  per  concessione 
di  Stefano  vescovo  di  Larino;eneli2  47 
ottenne  in  favore  di  Casamari  il  libero 
jus  pa<icendi  et  lignandi  nelle  selve  di 
Monte  s.  Giovanni,  per  concessione  dei 
signori  di  quella  città  Arnolfo  Rogerio  e 
Aimo  conti  d'Aquino.  Nel  12  53  fu  21.** 
abbateGiovanni  VI,  che  nel  12^4  acqui- 
stò per  Casamari  la  nobile  baronia  del 
castello  diPrizzo  con  fertile  territorio,  a- 
bitato  da  7000  individui,  col  monastero 
di  s.  Angelo  fondato  da' Conelli  in  Mal,<vi 
lianodiocesidi  Girgeuli,  ricevendone  l^rt- 
vestitura  da  Papa  Alessandro  IV ,  colla 
bolla  Sacro  ordinis  i'cstri  religio,  data 
in  Anagni  a'  3  settembre  1259.  Di  lutto 
tratta  R.ondinini  a  p.  yS  e  seg. ,  ed  a  p. 
142.  Tale  baronia  godè  Casamari  finché 
il  monastero  diventò  commenda  cardi- 
nalizia, terminando  d'esserlo  nel  1784 
per  nllrui  occupazione.  Qui  si  deve  av- 
vertire, che  lauto  il  monastero,  quanto 
i  rispettivi  abbati  commendatari  furano 
sempre  soliti  a  dare  que'fondi  di  Prizzo 
e  di  Girgeuti  in  Sicilia,  in  enfiteusi  alla 
4."'  generazione;  e  il  canone  annuo  era  di 
scudi  mille  in  oro,  anzi  dipoi  giunse  a 
j4oo  ,  e  fu  il  canone  sempre  p;igato  a 
tulio  il  1806.  Quindi  po' cambiamenti 


1^4  VER 

politici  del  regno  di  Napoli,  e  fors'anco 
per  altre  ragioni  che  talvolta  il  potere  si 
fbrtna  da  se,que'beni  furono  incorporati 
alla  corona,  e  Casamari  nulla  più  ha 
potuto  avere.  Meritò  Giovanni  VI  d'es- 
sere elello  nel  1 264  vescovo  di  Sora  dai 
canonici,  ma  non  approvato  da  Clemen- 
te IV,  che  gli  sostituì  Pietro  Gerra,  co- 
Hie  notai  in  quell'articolo.  Nel  1289  fu 
22.°  abbate  Giovanni  VII,  che  fece  fare 
la  suddetta  Croce  grande  d'argento  do- 
rato alta  palmi  5  e  larga  3,  in  cui  vi  col- 
locò un  considerabile  pezzo  della  Vera 
Croce,  dentro  teca  d'oro  nel  santuario  del- 
la cattedrale  di  Veroli.  Colla  bolla  Qnuwi 
monasteriurn  vcstrum^àaìa  in  Orvieto  da 
Nicolò  I V  a'5  dicembre  1 290,  rifei-ita  da 
Rondinini  a  p.  129,  l'abbate  ottenne  la 
conferma  di  tutti  i  privilegi  già  concessi 
al  monastero,  in  pari  tempo  liberandolo 
da  qualunque  tassa  comunale.  Il  die  con- 
fermò Bonifacio  Vili,  colla  bolla  Quiini 
a  nohis  pelitur,  data  in  Orvieto  a'7  set- 
lembre  1297,  loco  citalo  p.  i3o.  Frat- 
tanto nel  i3o5  cominciò  la  funesta  cat- 
tività della  Chiesa,  per  avere  ClementeV 
stabilito  la  residenza  pontificia  in  Fran- 
cia, per  la  quale  lontananza  abusandone 
i  prepotenti  con  estorsioni  di  privilegi, si 
usurparono  molte  possessioni  e  masseri- 
zie di  Casamari  ;  il  che  saputosi  dal  suc> 
cessore  Giovanni  XXII,  il  Rondinini  ri- 
porta a  p.  59  il  diploma  Sane  dileclo- 
rum  fiUorum  ^bliatis, dalo  in  Avignone 
il  (."novembre  i324,  diretto  a' vescovi 
di  Anagni,  Palermo  eTeano,  autorizzan- 
doli a  coslringeregli  audaci  usurpatori  a 
restituire  il  tolto  ingiustamente,  e  chedi- 
fendino  e  sostenghino  i  privilegi  accor- 
dati al  monastero.  Nel  i336  fu  23.°  ab- 
bate Bartolomeo,  molto  nel!'  istesso  an- 
no. Narra  Rondinini,  che  avendo  elet- 
to i  monaci  a  successore  Matteo  da  Bau- 
co,  fu  destituito  da  Benedetto  XII,  per 
non  averglielo  partecipato,  creando  in  ve- 
ce per  24.°  abbate  nel  1 337  Giacomo  ^"* 
drea  verol.i no,  dotto  ed  esemplare,  e  gli 
sped'i  due  diplomi  da  Aviguoye.  Visse  e 


VER 

governò  lungamente,  ma  per  sua  morie 
non  si  elesse  il  successore,  probabilmen- 
te a  cagione  del  lungo  e  lagrin)evole  sci- 
sma che  desolò  la  Chiesa.  Perciò  il  mo- 
nastero restò  con  pochi  monaci  regolali 
da  un  priore  e  procuratore  generale;  quin- 
di molli  beni  si  alienarono,  altri  allidati  a 
stranieri  amministratori  ne  abusarono. 
Nel  I  390  fu  priore  Rainaldo  daBauco, 
ed  allora  i  monaci  eransi  ridotti  a  6  ;  e 
nel  i/\.[2  Antonino  di  Pietro  ebbe  la 
carica  di  priore.  In  questo  tempo  fiorì  un 
dotto  monaco  Giovanni  Seccarezia,  pro- 
curatore del  monastero  e  segretario  bol- 
lalore  di  Papa  Bonifacio  IX,  il  quale  af- 
fittò a  vari  secolari  molte  possessioni. 
Queste  tristi  vicende  influirono  potente- 
mente in  pregiudizio  deplorabile  dell'in- 
cremento e  della  floridezza  del  monastero, 
che  d'allora  in  poi  fino  al  i  7  i  7, felice  epo- 
ca della  venuta  degli  esemplari  trappensi, 
la  famiglia  monastica  fu  sempre  poco  nu- 
merosa ;  tuttavia,  a  fronte  delle  vicende 
che  calamitose  di  quando  in  quando  de- 
solarono la  provincia,  monaci  sempre  vi 
rimasero,  non  più  però  di  io  ed  anche 
II.  Nel  i4o6  Ladislao  re  di  Sicilia  di 
qua  dal  Faro,  occupò  con  violenza  Ve- 
roli,  parte  de'monaci  esularono  in  Fran- 
cia, e  parte  furono  malmenati  o  uccisi 
dalle  barbarie  de' soldati.  Raccontai  di 
sopra,  come  dopo  l'elezione  di  Martino  V 
nel  1417,  Jacopo  Caldora  accampò  in 
Casamari  e  la  munì,  e  come  fu  attaccato 
da  Muzio  Altendoli  capostipite  degli  Sfor- 
za ,  da  cui  fu  vinto  e  fugalo;  onde  nel 
di  seguente  occupò  la  badia,  e  poi  partii 
per  R.oma.  Ciò  avvenne  sotto  Giovanni 
Vili,  già  nel  if\.i5  elello  25. "abbate,  e 
successo  nel  governo  a'priori.  —  Nel  me- 
desimo tempo,  ridotti  a  pochi  i  monaci., 
le  molte  possessioni  tuttavia  rimaste  ma- 
le amministrate  e  usurpate  da'  secolari , 
determinarono  Papa  Martino  V  nel  i43o  . 
a  dichiarare  i  beni  dell'abbazia  di  Ciisa- 
mari  Commciifla,  e  fece  i. "abbate <o«t- 
niendatario  il  nipote  cardinal  Prospero 
Colonna  (/'''.);  ed  allora  alla  ma>s.a  d< 


VER 

Leni  die  possedeva  il  monaslcro  nel  vi- 
cino ii'i^no  tli  INapoli,  fu  (lato  il  nome  di 
,v.  Jnlonio  Vetere,  grangia  del  cnedesi- 
ino,  la  cui  chiesa  omuiiima  sorgeva  nel 
territorio  di  Napoli,  il  che  leggo  nel  Ron- 
dinini a  p.  73,  il  quale  ragiona  nel  cap. 
\  '^•.  Jhhatcs  Coinmcndatarii  eiiunicran- 
tiir,  qiiiCasacmarii  monaslerìo praefue- 
riiiit.  Non  è  quindi  dubitativo,  come 
scrisse  Corsignaui,  Reggia  Marsicanay  t. 
I,  p.  146,  ma  positivo  che  Martino  V 
converti  iti  commenda  1' abbazia  di  Ca- 
samari, lasciandovi  eziandio  l'abbate  clau- 
strale, il  che  riconoblie  il  Papa  successo- 
re Eugenio  IV,  con  diploma  del  1  44^  •"•- 
cordato  dal  Uondinini  a  p.  61  ;  sebbene 
nel  i43i  per  essersi  i  Colonnesi  ribellati 
contro  di  lui,  il  L'apa  avea  scomunicato, 
e  tolti  beni  e  dignità  anche  al  cardinale, 
poscia  assolto  e  rintegrato;  anzi  alla  sua 
morte,  nel  i447»  *^ssendo  il  cardinaleen- 
tralo  in  conclave  colla  comune  opinione 
che  divenisse  Papa  (ma  dice  Piccolomi- 
i)i,  poi  Pio  il,  descrivendo  tal  conclave: 
Std  proverbiuin  romanoriiin  est  cxire 
Cardinalcm^qui  Ponlifcx  inlrat  Concia- 
l'e),  nell' annunziare  egli  per  tale  Nicolò 
V,  il  popolo  credette  Ini  Papa,  ne  esultò  e 
corso  al  suo  palazzo  di  Roma  lo  saccheg- 
giò, secondo  l'inveterato  e  riprovalo  abu- 
so enorme.  Nel  i438  successore  dell'ab- 
bate claustrale  divenne  Bartolomeo  Gio- 
vanni, per  ordine  cronologico  sG."  abba- 
te, il  quale  intervenne  in  Veroli  alla  coti- 
sagrazione  della  chiesa  di  s.  Maria  Sa- 
lome;  a  cui  successe  nel  i4^i  (ìiacotno 
da  Tribigliano  o  Trivigliano  7,7."  abba- 
te, del  quale  Piondinini  ragiona  a  p.  63  , 
rilevandosi  da  un  docuuienlo  come  in- 
litolavasi  :  Jaco/nis  de  Iriljiliano  Dei  et 
jéposlolicac  Scdis  grada  Abbas  iiiona- 
slerii  s.  Mariae  Casaeinurii  cistercieu' 
sis  ordiiiis.Man  il  cardinal  Colonna  nel 
1463,  ed  il  Papa  Pio  li  restituì  a  Casa- 
mari  i  beni  della  cocumenda  ,  onile  ne 
prese  possesso  l'abbate  Giacomo  con  as- 
soluta amiiiinislrazione  e  governo.  Morto 
nel  1472,  in  questo  fu  eletto  il  28.°  abba- 


VER  io5 

le  Novello,  il  quale  depose  nelle  mani  di 
Sisto  IV  i  beni  della  commenda  di  Casa- 
mari,  ed  allora  il  Papa  assegnò  a  Novel- 
lo il  vitalizio  d'annui  3oo  fìorini  d'oro, 
e  conferendola  commenda  al  proprio  ni- 
pote cardinal  Giuliano  della  Jìoi'erc [V.)^ 
con  diploma  riportato  a  p.  G5  da  Uon- 
dinini. Il  cardinale  si  rese  benemerito  del 
monastero  col  farvi  de'ristaUri  e  dona- 
zioni, ritenendo  la  commenda  finché  di- 
venne Giulio  //nel  i5o3.  Fiorirono  iu 
questo  tempo  dotti  religiosi  che  rinno- 
varono la  reputazione  diCasamari,  fra  i 
quali  d.  Gio.  Giacomo  dell'Uva  di  Bau- 
co  monaco  professo  e  lettore  in  s.  teolo- 
gia ,  esistendo  di  lui  nel  mona-^tero  uu 
grande  trattato  mss.  sui  Sagramenti  ;  e 
d'ordine  del  cardinal  Rovere  mentovato, 
compilò  un  prezioso  e  grosso  codice  det- 
to Cartario  o  CarlarOy'xn  pergamena, 
ove  in  forma  d'inventario  scrisse  con  ca- 
rattere detto  gotico  tutte  le  memorie  di 
Casamari  sino  al  suo  tempo,  inserendo- 
vi tutù  gl'istrumenli  di  acquisti,  di  do- 
nazioni e  privdegi  concessi  a'monasteri  di 
Casamari  e  di  s.  Domenico  di  Sora  dai 
Papi,  imperatori  e  altri  principi,  signori 
e  nitri  benefjltori,  laborioso  lavoro  che 
terminò  nel  i49''j  col  titolo:  Incipiunt 
sancta  priiiiordia  et  fnndainenla  sacri 
Monasterii  Casaemarii  ordinis  cister- 
ciensis,  meglio  pai  landoneRondinini  a  p. 
37  e  lic.  Noterò,  che  tale  famoso  Car- 
tario fu  preso  da  Casamari  e  p<jiiato  nel- 
l'archivio della  casa  Albani.  Estinta  que- 
sta famiglia,  gli  attuali  monaci  di  Casa- 
mari  procurarono  riavere  dagli  eredi  il 
Cn/'/rt/'/Oj,' ne  impegnarono  il  cav.  d.  Vin- 
cenzo Colonna,  si  esibirono,  purea  pfig-i- 
re  qualche  somma,  come  prezzo  dell'og- 
getto, ma  tutto  inutilmente.  Nulla  polti- 
rono  conseguire,  ed  'in  oggi  si  sa  di  cer- 
to, che  il  Cartario  è  stato  portato  alla 
biblioteca  Vaticana.  Nel  149^  recandosi 
Carlo  Vili  re  di  Francia  al  conquisto 
del  regno  di  Napoli,  nel  passaggio  non  fe- 
ce alcun  male  al  monastero.  Dopo  essera 
divenuto  Papa  Giulio  11,  il  cardinal  Uà- 


)o6  VER 

Tere,  nel  i  5o4  dichiarò  3."  ab1)alc  com- 
mendatario il  cardinal  Luigi  d'Jragoiìa 
(F.)  de'reali  di  Napoli,  il  qtiale  rinunziò 
dopo  un  anno  nelle  mani  pontificie  In 
commenda,  a  favore  del  prelato  domesti- 
co di  Giulio  li,  Angelo  Crescenzi  diCiiu- 
co  protonotario  apostolico,  Ln  ritenne  3 
anni,  indi  la  rinunziò  al  Papa,  il  quale  la 
restitm  al  cardinal  d'Aragona,  ed  Angelo 
virtuosamente  si  fece  monaco  in  Casa- 
mari.  Tutto  rilevasi  da'pontificii  diplomi 
e  altro,  esibiti  da  Rondinini  a  p.  io3  e 
i3i.  Racconta  l'encomiato  p.  ab.  Tosti. 
«  Le  provvidenze  d'Onorio  MI  andarono 
fallite  in  processo  di  tempo.  Le  Commen- 
de non  furono  troppo  opportune  alla  di- 
sciplina de'monaslericommendatije  Giu- 
lio li  ridusse  in  commenda  quello  di  s. 
Domenico  di  Sora,  che  si  conferì  da*  re 
delle  due  Sicilie.  Se  gli  abbati  commen- 
datari oltre  alla  cura  del  censo  che  ne 
l'itraevano,  ne  avessero  avuta  altra  della 
disciplina  non  so,  perchè  non  lo  trovo 
scritto.  Certo  che  dall'anno  i5o3,  in  cui 
Papa  GiulioII  lodettein  commenda, ap- 
pena un  priore  con  un  monaco  vi  stette- 
ro ad  abitarlo. Dal  numerodegli  abitanti 
può  congetturare  chi  mi  legge  in  quale 
squallidezza  cadessero  le  mura  della  fa- 
mosa badia.  Dico  delle  mura,  perchè  mo- 
naci non  erano  ".  Nel  i5og  morto  1'  ab- 
bate claustrale  Novello,  venne  eletto  a 
successore  e  29." abbate  il  lodato  Angelo 
Crescenzi,  che  governò  più  di  3oanni  con 
l)enemerenze  col  monastero,  ottenen- 
dogli da  Giulio  II  la  conferma  di  tutti  i 
suoi  privilegi ,  olire  la  concessione  di 
molte  indulgenze,  da  lucrarsi  in  giorni 
assegnati  a  chi  visitasse  divotameiite  la 
chiesa  di  Casamari,  mediante  la  bolla 
J'Jxposuil  Hoi/vjOttenuta  prima  di  essere 
abbate  claustrale,  poiché  ha  la  data  dei 
3i  uiarzoi5o6.  Morto  nel  iSig  il  car- 
dinal d'Aragona^  vacò  la  commenda  sino 
ni  I  52  I ,  in  cui  Leone  X  la  conferì  a  fr. 
Nicolò  Sconihergh  [f'^.)  dnmewcaao,  ar- 
civescovo di  Capua.  Inlaulo  trovando}! 
uel  monastero  il  cardinal  Guglicbnu  Rai*, 


VER 

mondo  f'tc7i,Wì  morìa'2'3  luglioi^i?, 
e  trasferito  il  cadavere  a  Roma  fu  depo- 
sto nella  chiesa  di  s.  Croce  in  Gerusa- 
lemme, come  apprendo  dal  Ciacconio  e 
dal  Cardella.  Nel  1 527  in  conseguenza  del 
terribile  sacco  di  Roma,  certamente  anche 
Casamari  ne  avrà  pianto  gli  effetti,  co- 
me li  deplorò  la  provincia.  Ne' conclavi 
del  r52r  e  del  i523lo  Scombergh  eb- 
be de' voti  pel  pontificato  ,  senza  essere 
fregiato  della  dignità  cardinalizia,  di  cui 
poi  l'insigm  Paolo  IIIa'20  maggio 1 535. 
Però  fin  dali527avea  rinunziato  a  Cle- 
mente VII  la  commendadi Casamari,  per 
cui  quel  Papa  l'assegnò  al  celebre  vesco- 
vo di  Veroli  Ennio  Filonardi  (^.)  da 
Rauco,  già  tesoriere  di  Marittima  e  Cam- 
pagna, il  quale  creato  cardinale  da  Paolo 
III  a'22  dicembre 1 536, rinunziò  la  com- 
menda al  nipote  Antonio  Filonardi  da 
Rauco  nel  i538,  o  meglio  a' 26  agosto 
1 54»,  come  leggo  in  Rondinini,  che  de- 
gli abbati  commendatari  ragiona.  Intan- 
to morì  l'abbate  claustrale  Crescenzi, ed 
il  monastero  per  io  anni  fu  governato 
da'seguenti  semplici  priori.  Nel  i544  ^^' 
tonio  Paolucci  dell'Isola,  monaco  profes- 
so, priore  e  superiore  interino,  che  fini 
sua  vita  nel  i568.  Nel  seguente  Giusto 
Ristolati  de  Gaspasi  fìorentino, dotto  e  di 
santa  vita,  dichiarato  dal  generale  di  Ci- 
stello  suo  vicario  e  visitatore  perpetuo  di 
tutti  i  monasteri  dell'ordine  nel  reame 
napolitano, anche  di  monache,  e  di  quel- 
lo pure  di  S.Galgano  di  Siena.  Nel  1597 
Ronaventura  Galvani  di  Dauco,  con  pa- 
tente del  generale  di  Cislello.  Nel  1G7.7 
Rernardo  Bertaccio  o  Bertacchi.  Nel  1 640 
Settimo  Barberini,  ultimo  priore.  Ritor- 
nando al  commendatario  Antonio  Filo- 
nardi,divenuto  vescovo  di  Veroli,  rasse- 
gnò neh  56o  al  nipote  Fulvio  Fdonardi 
di  Banco  la  commenda,  col  beneplacito 
di  s.  Pio  V,  e  poco  «lopo  pagò  l'umano 
tributo.  Nel  i  567  per  morte  di  Fulvio, 
s.  Pio  V  fece  commendatario  il  proprio 
degnissimo  nipote  cardinal  fr.  Michele 
Bonelli^f.)  douienicano,che  essendo  na« 


VER 

,(o  in  Bosco  presso  Alessandria  nel  Pie- 
monte fu  dello  V /ile  s  san  (Irina. \jQX\en\c- 
rito  fli  Casamnri,  vi  operò  molli  reslau- 

'  «1,6  gli  fece  (liversetlonazioni.  Temendosi 
l'invasione  de'corsari  turchi,  il  cardinale 
fece  trasferire  alla  cattedrale  di  Veroli  le 
siiddescrille  tre  insigni  relicpiie,  onde 
preservarle  da  irriverenti  insidli,  a  con- 
dizione di  restituirle  dopo  cessato  il  pe- 
ricolo. Ma  come  d'  ordinario  suole  av- 
venire co'sngri  tesori,  non  più  si  restitui- 
rono alla  basilica  diCasamari.  Nondime- 

\  no  una  delle  chiavi  dell'armadio  ove  sono 
racchiuse  furono  per  più  di  due  secoli 
presso  il  p.  prioredi  Casamari,che  la  da- 
va mediante  petizione  scritta  da'canonici 
e  rogala  da  un  notaro.  Da  questo  ebbe 
origine  la  celebre  e  discorsa  processione 
delle  ss.  Reliquie  per  l'Ascensione,  nella 
quale  il  vescovo  e  canonici  di  Veroli  le 
portavano  nella  basilica  diCasamari;  [»ro- 
cessione  che  la  s.  congregazione  de'  riti 
vietò  con  decreto  de'  i^  marzo  1^83  , 
Qiinnt  Ahhas.  et  monachi  et  monastcrii, 
V.  ciò  per  esser  succeduti  tumulti  popolari 
degli  accorrenti  de' dintorni,  per  impe- 
«lireche  le  ss.  Reliquie  si  ripoi  tasserò  in 
Veroli  ;  e  siccome  il  p.ab.  Ballandaui  a- 
vea  cercato  sedare  la  commozione  del 
popolo,  mancò  poco  che  non  restasse  fe- 
rito in  un  braccio.  Nel  1 598  morto  il  car- 
<linalBonelli,  poi  nel  1600  gli  successe  il 
fratello  o  nipote  Lodovico  Francesco  Bo- 
nelli  I  o. "abbate  commendalariojed  a  que» 
sto  nel  161 4  il  celebre  cardinal  Scipione 
Borghese  (/'.)  nipote  di  Paolo  V,  morto 
nel  i633(e  non  nel  1629  come  scrive  il  No- 
vaes,  Storia  di  Paolo  f^),  benemerito  di 
Casamari;etalefupureil  cardinalFrance» 
sco  Barberini  (f.)  nipote  d'Urbano  Vili, 
quando  gli  fu  sostituito  nel  i635.  A  suo 
tempo  venne  ripristinato  l'abbate  clau- 
strale nel  1 663,  colla  elezione  del  3o.°ab- 
bate  Guglielmo  Evangelista  diSonnino, 
ma  ad  tempus^e  così  i  seguenti.  Nel  1 672 
abbate  3  i."  Vincenzo  Lenluli,  Nel  1672 
abbate  32.°  Dionisio  Catelli  o  Catena. Nel 
-j67<)  abbate  33."  Bruno  Vincenzo  Fa- 


VER  107 

brcHl.  Tn  tale  anno  morì  il  commentla- 
tario  cardinal  Barl)erini,  ed  i  beni  della 
commenda  di  Cnsamari  per  i  t  anni  fu- 
rono a  disposizione  della  s.  Sede,  che  ne 
deputò  amministratore  oaniltuario  il  go- 
vernalore  di  Monte  s.  Giovanni  Campa- 
nari. Per  gran  ventura  della  basilica  e  del 
monastero  diCasamari,  Alessandro  Vili 
nel  1690  creò  cardinale  e  fecei  3.°  abbate 
commendatario  Giaiifrancesco  Albani, 
non  che  ili  s.  Domenico  di  vSora,  il  quale 
vi  si  portò  subito  per  beneficarlo.  Nel  se- 
guente anno  divenne  34-°  abbate  clau- 
strale Bernardo,  cui  successe  nel  1694 
abbate  35.°  Vittorio  Anloniani  da  Piper- 
no,  ed  a  suo  tempo  il  cardinal  Albani  fu 
sid>limalo  al  triregno  a'  23  novembre 
1700,  col  nome  di  Clemente  _Y/(A^.), 
e  tosto  dopo  Onorio  III  divenne  il  più 
benemerito  di  Casamari,  e  Io  fu  pure  di 
s.  Domenico  di  Sora,  come  abbate  com- 
mendatario d'ambedue,  ritenendo  da  Pa- 
pa per  alcuni  anni  la  commenda.  Devo 
prima  premettere,  che  per  le  guerre,  le 
fazioni,  lo  scisma,  U  chiesa  e  il  monastero 
di  s.  Domenico  di  Sora  solTrì  gravissimi 
disastri  nel  fabbi  icatu  e  nelle  possessioni 
usurpate  da'prepotenti,  che  in  parte  si 
restituirono  in  seguito  a  Casamari.  Nel 
declinar  del  secolo  XIV  per  la  pochezza 
de'monaci,  da  Casamari  non  si  poterono 
somministrare  pers.  Domenico  che  3  mo- 
naci,  onde  fare  l'uffizio  di  parrochi,  ol- 
treché nella  chiesa  di  s.  Domenico,  in 
quella  della  sua  figliale  di  s.  Silvestro  pur 
di  Sora,  e  di  s.  Vincenzo  di  tale  diocesi  ; 
nelle  quali  successero  preti  secolari, quan- 
do Innocenzo  X  sopprese  i  piccoli  mona- 
steri e  conventi.  Restata  anche  chiusa  la 
chiesa  di  s.  Domenico,  non  volendo  più 
Dio  tollerare  che  il  sepolcro  di  si  gran 
santo,  già  onorato  cotanto  dalla  [>ietà  dei 
fedeli,  e  reso  glorioso  da  moltitudine  di 
miracoli,  rimanesse  quasi  negiello  per  in- 
decenza di  esteriore  culto,  piegò  l'animo 
di  Clemente  XI  a  provvedere  ed  emen- 
dare con  solennità  di  pietosi  uffizi  la  ir- 
riverenza dti'leinpi  verso  il  Saulo>  come 


io8  VER 

esprimesiil  p. ab.  Tosti.  iVclunqijell  Papa 
nel  1703  incaricò  il  summentovalo  mg/ 
Battelli,  Lucio  AntonioLoreto  vicario  ge- 
nerale dei  vescovo  di  Sora,  ed  il  pure  ri- 
cordato p.  ab.  Anloniaui  di  Casamari  a 
discoprire  le  ossa  di  s.  Domenico,  per  e* 
«porle  solennemente  alla  venerazione  dei 
fedeli  con  ampie  indulgenze.  Volle  inol- 
tre Clemente  XI,  che  col  Ballelli  ince- 
desse il  suo  fratello  principe  d.  Orazio 
Albani.  A' 18  maggio  seguì  il  lieto  ritro- 
vamento del  corpo  di  s.  Domenico, sotto 
l'unico  altare  delia  chiesa  inferiore,  pre- 
senti fra  gli  altri  testimoni,  il  p.  d.  Gio. 
Battista  Felici  priore  di  Casamari,  ed  il 
curatore  de'beni  di  questa  badia  Gio. 
Battista  de  Carolis ,  colle  particolarità 
narrate  dal  p.  Tosti.  Ala  come  il  Battelli 
si  fu  ritirato  la  sera  al  monastero  di  Ca- 
samari, cominciò  a  propalarsi  per  Sora, 
che  sotto  colore  di  ricognizione  a  vesserò 
i  deputali  pontificii  trasportate  altrove  le 
ossa  di  S.Domenico;  laonde  levatisi  a 
rumore  i  cittadini  e  dato  di  piglio  alle  ar- 
mi, chierici  e  laici  corsero  alia  chiesa  del 
santo  loro  protettore,  e  di  viva  forza  si 
chiarirono  dell'esistenza  delle  preziose 
reliquie.  Dipoi  volendo  il  Papa  rimuo- 
vere dal  sotterraneo  il  s.  Corpo,  per  e- 
sporlo  al  culto  deTedeli  nell'altare  mag- 
giore della  chiesa  superiore,  ed  intanto 
nel  sotterraneo  stesso  fabbricare  altro  no- 
bile aliare  di  preziosi  marmi  a  vari  colo- 
ri,ciò  venne  eseguilo  l'H  maggio  1707 
con  tutte  le  rormalitù.  Cuiripitu  il  nuovo 
altare  del  sotterraneo,  con  solennissima 
processione  vi  fu  collocata  I'  urna  colle 
ss.  Ossa,  portala  sulle- spalle  dall'abbate 
e  monaci  di  Casamari.  Nel  1707  Cle- 
mente XI  dichiarò  i4-°abbate  commen- 
datario perpetuo,  il  nipote  cardinal  An- 
nibale Albani  (^^.),  altro  benemerito  di 
Casamari,  pel  giù  detto  e  per  quanto  so- 
no per  narrare,  visitandolo  di  frequente, 
^on  per  questo  lo  zio  Papa  cessò  di  be- 
ueHcare  il  cenobio  e  la  basilica  ,  poiché 
utenlre  era  36.°  abbate  claustrale  Ippo- 
Ilio  Biascoliui,  fatto  nel  17  io,  I'uquo 


VER 
seguente  colla  spesa  di  4,000  scudi  e  più, 
o  di  5,000  come  vuole  Marocco,  fece  e- 
seguire  per  la  basilica  l'altare  di  già  de- 
scritto di  preziosi  marmi  a  vari  colori  a 
forma  di  tribuna,  più  maestoso  del  pre- 
cedente ;  donando  inoltre  un  magnifico 
tabernacolo  di  legno  intagliato  e  dorato, 
a  foggia  di  tempietto,  per  custodia  della 
ss.  Eucaristia,  e  non  pochi  preziosi  sagri 
arredi.  Nel  1714  "ewnQ  eletto  37."  ab- 
bate Gio.  Battista  Felce,  che  fu  l'ultimo 
della  comune  osservanza  cistcrciense  e  ad 
tempus. 

Cisterciensi  Trappensidi  Calamari. 
II  cardinal  Annibale  Albani,  zelanteab- 
baie  commendatario  perpetuo,  credette 
avere  giusti  motivi  di  rimuovere  dal  mo- 
nastero di  Casamari  i  monaci  cisterciensi 
della  comune  osservanza,  che  in  numero 
di  8  passarono  in  altri  monasteri  dell'or- 
dine; e  pieno  di  ammirazione  pe'cisler- 
ciensi  Trappisti  [f^.J,  istituiti  dal  p.  d. 
Armando  Giovanni  leBouthillierde  Ùan- 
cé,eda  Clemente  XI  autorizzali  coi  bre- 
ve Expoiii  nohis  nnper,  de'  19  settem- 
bre 1 705,  a  stabilirsi  nella  badia  di  Buon- 
sollazzo  in  Toscana,  ad  istanza  del  gran- 
duca Cosimo  III,   ottenne  dal   medesi- 
mo Papa  d'  introdurli  anche  nel  mona- 
stero di   Casamari,  con  ampie  facoltà, 
contenute  nel  breve  Expoiii  nobis  nn- 
per, de' 7  aprile  17  17,  riferito  col  pre- 
cedente nel  già  citalo  Breve  ragguaglio 
did.  Giacomo  abbate  di  Biionsollazzo. 
Questi  dichiara,  i  monaci  di  Buonsollaz- 
zo  e  di  Casamari  non  costituiscono  un 
nuovo  ordine  religioso,  ma  sono  veri  mo- 
naci cisterciensi  uniti  al  corpo  dell'ordine, 
sotto  la  dipendenza  de'superiori  maggiori 
delle  Provincie;  che  la  riforma  ivi  intro- 
dotta e  stabilita,  altro  non  è  che  l'osser- 
vanza esatta  della  regola  di  s.  Benedet- 
to, e  dell'  antiche  costituzioni  dell'ordi- 
ne di  Cistello. Infatti  leggo  nel  medesimo 
libro  gli  attestati  di  due  abbati  generali 
di  dello  ordine,  cioè  d.  Nicolò  Larcher 
con  patente  del    171  r,  e  d.  Edmondo 
Peirot  cou  pateole  del  171G,,  che  lica- 


VER 

noscóno  \  monaci  della  Trappa  e  di 
BuonsolUizzo  per  veri  professi  dell'  ordi- 
ne cistcrciense,  non  che  veri  osservatori 
della  regola  di  s.  Benedetto,  e  degli  usi 
primitivi  di  Cistercio.  Seguono  le  Costi- 
tuzioni  delle  badie  della  Trappa  di 
Buonsollazzo  e  di  Casamari.  Tutlociò 
premesso,  a  Clemente  XI  e  al  nipote  car- 
dinal Annibale  commendatario  successo- 
re nella  badia  di  Casamari,  si  deve  in  es- 
r  introduzione  e  lo  stabilimento  degli 
sistenli  e  fìorenti  trappensi.  Il  cardinale 
fu  il  i.°  motore  e  munifico  prolettore, 
contribuendo  molte  migliaia  di  scudi  pel 
collocamento  loro,  per  rifabbricare  i  dor* 
initorii  e  le  ofllcine,  restaurare  il  chio- 
stro, rimodernare  i  6  altari  delle  cappel- 
le della  basilica,  con  prospettive  di  stuc- 
chi e  preziosi  marmi,  e  oltre  il  già  detto, 
pe'molti  sagri  donativi  d'utensili  pel  di- 
Vìu  cullo.  Fin  dal  giugno  del  1716  ven- 
nero da  Buonsollazzo  a  Casamari  alcuni 
monaci  trappensi,  e  dopo  il  citalo  breve 
de' 7  aprile  17  17  il  cardinale  dieile  loro 
il  possesso  dell'antica  insigne  badia.  V'i- 
stallò una  colonia  di  16  trappensi  fatti 
venire  da  Buonsollazzo,  col  p.  d.  Livio 
Giulini  ex  senatore  milanese  per  i.°ab* 
bate  perpetuo,  come  lo  furono  i  successo- 
ri, per  tale  dichiarato  daClementeXI  col 
breve  Religionis  zelus,  emanato  mense 
maio  1717.11  possesso  seguì  a'  1 4  aprile, 
con  rogito  del  notaro  verolano  France- 
sco  Marino.  Neil'  allegalo  breve  ponlifi- 
cio  de'7  aprile,  diretto  al  cardinale,  tro- 
vo dichiaralo,  che  l'abbate  di  Casamari 
dev'esser  sempre  italiano  e  restare  nella 
dignità  sua  vita  durante,  secondo  l'anti- 
co uso.  Che  nell'elezione  deve  assistere 
Del  capitolo  di  Casamari  un  p.  presidente 
cistcrciense  del  reggimento  toscano.  Che 
dimorino  nel  monastero  almeno  12  mo- 
naci (in  seguito  giunsero  sino  a  4o,  com- 
presi però  i  religiosi  conversi, come  si  può 
due  in  oggi). Che  i  monaci  si  contenteran- 
no, e  pel  mantenimento  loro  si  assegnano 
annui  5oo  scudi,  ed  altro  che  secondo  il 
bisogno  di  vile  e  vestito,  e  di  suppellettili 


VER 


J09 


sagre,  somministrerà  l'abbate commen- 
datario.  Che  se  i  monaci  non  poniio  eser- 
citare la  predicazione,  siano  obbligali  di 
tenere  stabilmente  nel  monastero  due 
preti  secolari,  affinchè  predichino  nella 
chiesa, spieghino  il  catechismo  al  popolo, 
amministrino  i  sagramenti,  ed  assislinu 
i  moribondi  (le  quali  cose  al  presente  si 
eseguiscono  dagli  stessi  monaci).  Le  costi- 
tuzioni del  p.Rancé  furono  rese  alquanto 
più  miti  dalla  s.  Sede,  conservandone  la 
sostanza.  Nello  stesso  i  7  i  7  dunque  i  trap- 
pensi furono  dal  cardinal  Albani  messi  in 
possesso  del  monasleroe chiesa  di  S.Dome- 
nico di  Sora,  della  parrocchia  di  s.  Sil- 
vestro, di  quella  di  s.  Vincenzo  summen- 
tovate,  e  di  altre  piccole  chiese  rurali, 
con  de'foiidi  per  loro  dote  e  possessioni 
situati  in  Sora,neirisola,in  Arpino.  L'ab- 
bate di  Casamari  pose  in  s.  Domenico 
un  monaco  e  un  converso,  e  dopo  qual- 
che anno  un  prete  secolare,  così  alle  al- 
tre due  parrocchie:  bensì  i  monaci  reca- 
vansi  ogni  anno  a'22  gennaio  e  a'22  a- 
goslu  in  s.  Domenico  a  celebrare  la  festa 
del  Santo  e  la  dedicazione  della  chiesa, 
e  ciò  fino  al  1  789  in  cui  dovettero  lasciar* 
la.  Allora  per  decreto  di  Pio  VI,  il  ve- 
scovo di  Sora  prese  la  cura  di  quelle  chie- 
se. Appena  per  l'Furopa  si  sparse  la  fa- 
tua della  nuova  trappa  di  Casamari,  to- 
sto vi  accorsero  a  menarvi  vita  peitilente 
e  terminarvi  i  loro  giorni  molte  persone 
ragguardevoli  per  nascita  nobile  e  per  di- 
gnità, fra'  quali  meritano  ricordo  :  Gio- 
vanni Exteras  cav.  di  Catalogna  e  valo- 
roso guerriero.  Il  p.  Celestino  Pepe  no- 
bile napoletano,  teologo  celestino  in  s. 
Eusebio  di  Roma.  Il  cav,  Dositeo  Bous- 
sarl  di  Liegi.  D.  Francesco  Rocmont  vi- 
cario generale  di  Meaux.  Luigi  Vernerò 
canonico  di  Colonia.  Il  filippino  Alessan- 
dro de  Lovigni,  conservando  l'abito.  Il 
cav.  Giacomo  Bracciolini  Fabrizi  di  Pi- 
stoia, per  ^o  anni  monaco  e  cellerario. 
Il  cav.  Vittorio  Avogadro  di  Piemonte. 
Guglielmo  Francesco  de  Beauvasin  di 
Dol.  G.  Aulouio  Welssely  di  Praga  gene- 


no  VER 

rale  imperiale.  Il  cav.  Giuseppe  Giaco- 
mo (Ji  Waldsasseu  di  Ralisboua.  Il  cav. 
Dometiico  Jareitte  de  CaJJiinisla  Bmye- 
red'Aviguone,inorloin  coocelto  disatili- 
tà  nel  1765,  di  cui  si  stampò  l'esempla- 
re vita  nel  seguente  in  Roma  dal  p.  ab. 
Callaridaui.  Il  cav,  Pietro  Igneo  Aldo- 
brandini  fìorenlino.  Tutti  professarono 
in  Casauiari  vissero  penitenti  e  morirono 
santamente.  Non  poclii  Irappensi  di  que- 
sto ceiiobio  meritarono  d'essere  illustra- 
li colle  stampe,  cotne  col  libro  t  I prodi- 
gi  della  i^razia,  Venezia  1742-  D.  Ma- 
lachia dMiiguimbert  fu  fatto  arcivescovo 
di  Teodosia  in  partibus,e  colla  ritenzio- 
ne del  titolo  arcivescovile  nel  1735  fu 
traslato  a  Carpentrasso  sua  patria,  ove 
inori  nel  1  737.  —  Ma  si  retroceda  al  i.° 
tibbate  trappense  Giulini  e  38."della  ba- 
dia,cbemori  nel  17 18.  Io  questo  gli  suc- 
cesse il  89.°  abbate  Alessio  Duvia  nobile 
bolognese,  che  rinunziò  nel  i  72  i.  Gli  fu 
surrogato  in  4o.''abbate  Placido  II  Pez- 
7.ancheri  nobile  piacentino,  nel  i  726  fat- 
to vescovod'Imeria  inpariibus  ,\\e\  1728 
traslato  a  Tivoli,  rinunziò  l'abbazia  sol- 
tanto nel  1752,  e  mori  in  buon  odore 
di  santità  a  Tivoli  nel  1757,  a  sua  in- 
tercessione avendo  Dio  operate  alcune 
grazie.  11  Nerini  citato  encomia  la  sua 
dottrina,  pietà  e  soavi  virtù.  A  suo  tem- 
po il  cardinal  Annibale,  nel  1750  rinun- 
ziò la  commenda  al  nipote  cardinal  Gian- 
francesco  Albani  (^.).  Nel  1  732  divenne 
4 1 -"abbate  Isidoro  Maria  Ballandani  ve- 
neziano (per  pontifìcia  elezione.  Sembra 
che  prima  anche  in  Casamari  i  religio- 
si eleggessero  I'  abbate,  come  si  pratica 
nelle  trappe,  che  però  sono  numerose  di 
monaci  e  composte  da  un  centinaio  di 
essi,  e  senza  conferma  sono  istallati  nel 
{governo),  giàeremita  camaldolese  dotto  e 
singolare  gran  maestro  di  spirito,  perciò 
consultato  da  moltissimi,  ed  al  qualescris- 
se  ila  Aiieuzo  s.  Alfonso  M.'  de  Liguori 
a'i4  febbraio  1778  lettera  che  si  conser- 
va in  Casamari,  ringraziandolo  delle  cor- 
tesie prodigale  ad  alcuni  di  sua  congre- 


VER 
gazione,  cli'eransi  recati  a  SclfcHi  per  ve- 
dere il  luogo  che  voleva  loro  cedere  l'ab. 
Arnaud;  pregandolo  a  interporsi  con  es- 
so e  col  vescovo  di  Veroli,  pe' debiti  ac- 
cordi. Egli  fece  njolti  acquisti  di  fondi  ru- 
stici a  favore  del  motiaslero,  oltre  la  va- 
sta tenuta  della  Selva  di  Lantero  nel  ter- 
ritorio di  Monte  s.  Giovanni  e  di  V^ero- 
li.  Per  le  deplorabili  vicende  de'lempi  e 
le  novità  religiose  di  Toscana^  restò  af- 
flitto nel  setitire  nel  1782  soppressa  la 
trappa  di  BuonsoUazzo.  Morì  il  p.  Bal- 
landani nel  1788,  dopo  aver  scritto  le 
vite  de'  suoi  monaci  penitenti,  alcune 
delle  quali  pubblicò,  e  lasciato  mss.  uà 
commentario  sul  i  ."concilio  diNicea.  Nel 
I  790  fu  (dal  Papa,  come  i  successori  ab- 
bati) eletto  42. "abbate  il  p. d.  Romualdo 
de'principi  Pirelli  napoletano,  anch'egli 
stato  eremila  camaldolese,  dolio  e  santo, 
poi  impiegato  da  Pio  VII  in  missione  di- 
plomatica a  Ferdinando  IV  re  delle  due 
Sicilie  pel  tributo  della  Chinca  e  la  diuji- 
nuzione  de*  vescovati  ne' due  regni;  dal 
qual  Papa  fu  pure  deputalo  visitatole 
straordinario  del  proto-monastero  «li 
Monte  Cassino,  e  morì  santamente  nel 
1822;  ma  non  poco  do  vi  òri  parlarne.  Nel- 
l'archivio di  Casamari  si  conservano  pre- 
ziosi e  copiosi  documenti  sugli  accennati 
argomenti.  Qui  però  conviene  far  sosia, 
auzi  retrocedere,  per  narrare  i  memora- 
bili avvenimenti  succeduti  nel  periodo 
in  cui  visse  il  Pirelli.  E  primieramente, 
per  le  falalissime  vicende  che  per  sem- 
pre renderanno  infausto  il  declinar  del 
secolo  XVIII,  dal  1 798  al  1 800  Casama- 
ri accolse  ospitalmente  molli  preti  e  reli- 
giosi di  vari  istituti  emigrati  dalla  Fran- 
cia rivoluzionata,  che((uivi  si  fecero  Irap- 
pensi e  vi  morirono  santamente.  E  per- 
chè in  questa  lagrimevole  epoca  Casama- 
ri fu  molto  numeroso  di  monaci,  Papa 
Pio  VI  concesse  al  p.  ab.  Pirelli  due  al- 
tri monasteri  per  collocarvi  de'  monaci  0 
stabilirvi  l'osservanza  trappense:  l'uno  fu 
quello  di  Fossanuova,  donato  col  breve 
Cui/i  sicut  iiupcr  acccpimuSf  i\i:'2j  giù- 


VE  R 

gno  I  793  ;  l'aUro  fu  il  collegio  di  s.  Ana- 
stasia già  de'  gesuiti,  in  Mussa  Lubrense, 
(louatodalreFerdinandoIVcoIla  rendila 
d'annui  dùcali  3ooo,  ed  approvazione  di 
Pio  VI  con  Ietterà  autografa  de'aSsellem- 
bie  1 798.  Questa  2/  trappa  fu  nel  1 806 
soppressa  da  Giuseppe  Bonaparle  occupa  • 
tore  del  regno  diNapoli. L'altra  poi  di  Fos- 
sanuova  fu  soppressa  nel  1  8  r  o  dal  gover- 
no francese. Restituito  il  oionaslerodiFos- 
sanuova  aCasaajari,da  Pio  VII  neli8  i  4, 
ì  trappensi  non  vi  ritornarono,  essendone 
Stali  alienali  i  beni.  I  pochi  restati  nel 
1825  con  beneplacito  apostolico  vendè 
il  p.  ab.  Micara,  per  rinvestirne  altri  in 
Casamari,  rassegnando  Fossanuova  a 
Leone  XII,  il  quale  lo  die'  a'  certosini 
di  Trisulli,  —  A  mia  confusione,  per  la 
lettura  di  questo  mio  Dizionario,  aven- 
do  trovato  singolare  grazia  col  p.  d.  Co- 
lombano Maria  Longoi  ia  romano,  mona- 
co professo  e  bibliotecario  di  Casamari, 
passato  a  miglior  vita,  oltre  l'avermi 
favorito,  di  molo  proprio  e  per  affetto 
all'  archi-cenobio,  parecchie  notizie  ve- 
ridiche e  autentiche  riguardanti  Casa- 
mari,  eziandio  si  prese  la  pena  di  ri* 
cavare  con  laboriosa  fatica  dall'  insigne 
archivio  dello  stesso  cenobio,  di  cui  era 
custode,  cioè  da'  documenti  originali  e 
non  conosciuti,  un  fedele  e  prezioso  tra- 
sunto, per  mio  uso,  sulle  memorie  de'  6 
monaci  di  Casamari,  servi  di  Dio,  tra* 
cidati  nel  monastero  da'  giacobini  em- 
pi e  increduli,  in  odio  della  religione  cat- 
tolica a'i  3  maggio  1799,  2."  festa  di  Pen- 
tecoste; il  che  eseguirò  nel  più  impor- 
tante, come  promisi  nel  voi.  LXXIX,  p. 
187,  secondo  il  savio  intendimento  del 
laudato  mio  amorevole  religioso,  a  rao- 
dodisemplice raccontoislorico senza  con- 
travvenire a'  decreti  di  Urbano  Vili, 
nel  toccare  alquanto  della  santa  vita,  vir- 
tù e  miracoli  da  Dio  operati  a  loro  inter- 
cessione; a  gloria  ed  esaltazione  della  s. 
Religione  e  sua  Chiesa,  ad  onore  e  lustro 
del  monastero  di  Casamari,  anzi  partico- 
lartueale  della  Francia,per  essere  Aaucesi 


VER  III 

4 de'6 servi  del  Signore  sagrificatljin  fine 
per  edi  ficazione  de 'fedeli  ,i  quali  della  bar- 
bara uccisione  non  sanno  che  poche  e  sem- 
plici parole  riferite  nelle  diverse  verbali 
narrazioni,  mentre  i  documenti  originali 
non  sono  visibili  a  tutti  i  monaci.  Credo 
opportuno  far  precedere  il  mio  estratto, 
per  maggiore  intelligenza,  con  anzi  tutto 
ìar  cenno  de'  G  monaci  uccisi,  i."!^.  d. 
Domenico  Diaria Zadrzel,  boemo,  al  se- 
colo Gio.  Crisostomo,  nato  in  Codonio 
diocesi  di  Praga,  e  giù  nel  covento  di  s. 
Sabina  di  tal  città  fu  dotto  sacerdote  pro- 
fesso domenicano  e  maestro  in  teologia. 
Colle  debite  licenze  si  ritirò  dal  suo  ordì- 
ne  per  menare  vita  più  austera  in  que- 
sta trappa,  ove  recossi  di  5i  anni  e  ri- 
cevè l'abito  di  novizio  col  detto  nomea* 
6  giugno  1777.  Rinnovati  isuoi  voti  so- 
lenni divenne  priore, indi  maestro  de'no- 
vizi,  cariche  da  lui  esercitale  con  niira- 
l)ile  diligenza.  La  vita  di  lui  fu  esempla- 
re, pali  con  pazienza  molti  mali  corpo- 
rali, senza  mai  lasciare  la  quotidiana  ce- 
lebrazione delta  messa.  I  superstiti  vec- 
chi della  diocesi  che  il  conobbero  ne  par- 
lano con  lode  e  lagrimando.  Dopo  la  tra- 
gica sua  morte  volleDio  operare  un  mag- 
gior numero  di  prodigi  in  proporzione 
di  quelli  futi  pegli  altri  uccisi,  anco  per 
essere  sempre  da'  fedeli  pel  i.°  invocalo 
implorandone  il  patrocinio.  Egli  è  per 
questo,  che  mosse  la  benignità  del  p.  Lou- 
goria  a  inviarmi  in  divoto  dono  graditis- 
simo un  pezzo  di  uffizio  da  lui  scrilto  e 
per  più  anni  usalo,  precisamente:  Fé- 
slum  Puritalis  B.  Mariae  Virginis,  con 
gentile  autentica  a  me  intitolata.  2.°P. 
d.  Simone  Maria  Cardon  di  Cambray, 
già  sacerdote  monaco  professo  della  con- 
gregazione di  s.  Mauro  in  Parigi.  Nel  tem- 
po della  rivoluzioneetrovandosi nell'as- 
semblea, indignato  degli  applausi  dati  a 
un  infelice  sacerdote  prevaricato,  per  a- 
vere  inveito  contro  la  religione  cattolica, 
acceso  d'  eroico  zelo  volle  ascendere  la 
tribuna  per  declamare  contro  l'  empia 
doUriua  professala  dairindegao  ecclesia- 


US  VER 

stico;  ma  appena  cominciò,  il  popolo  con 
ischiamazzi  gt' impose  a  disceiKlere.  Eil 
egli  con  coraggio  restò  sulla  bigoncia,  con 
protestare:  Audi  io  ho  la  libertà  di  par- 
lare j  e  proseguendo  intrepido,  confutò 
tutto  il  riprovevole  detto  dal  sacerdote 
corrotto.  Accorgendosi  poi  che  si  voleva 
uccidere,  fuggì  a  Roma,  patendo  influiti 
strapazzi,  dall'  idioma  francese  venendo 
creduto  giacobino;  si  portò  quindi  iiiCasa- 
tnari  ad  abbracciarne  ristituto,dopo  l'an- 
no del  noviziato  professando  a'5  maggio 
1797,  e  subito  fu  fatto  priore  e  cellera- 
l'io  del  monastero.  Esemplarissimo  e  os- 
servantissimo della  regola,  ebbe  somma 
carità  con  tutti,  pazienza  co'mali  che  ne 
afiliggevano  il  corpo;  e  secondo  il  da  lui 
predetto,  che  dovea  soffrire  molte  tribo- 
lazioni, a' 5  del  1799  da^soldati  napole- 
tani ([ual  creduto  giacobino  fu  arrestalo 
mentre  orava  nel  capitolo,  co'piedi  nudi 
secondo  l'antico  uso  trappense,  e  condot- 
to prigione  a  Sora;  indi  conosciuta  la 
sua  innocenza  rdasciato.  Tornato  al  mo- 
nastero, fu  consiglialo  a  ve>tirsi  da  seco- 
lare  e  fuggire,  onde  evitare  le  barbarie 
de'soldali  francesi  che  doveano  giunger- 
vi reduci  dal  regno  napoletano.  Ma  egli 
dichiarò  non  volersi  muovere,  ed  esser 
contento  morire  col  s.  abito,  col  quale 
fu  da  essi  trucidato.  3."  t*.  ti.  Albertino 
Maria  Afnisonadcdì  lìordeaux,  fuggilo 
dalla  Francia  per  la  rivoluziune,  fu  am- 
messo in  Casa  mari  tra'  coristi,  ed  a'20 
novembre  I  792  fece  la  professione  e  rice- 
vè la  cocolla:  ottitno  religioso,  meritò  l'uc- 
cisione per  la  s.  [leligione  nostra.  4.°  Fi'- 
Zosiino  Ilaria  Dranibat  nativo  di  Mda- 
no,  nel  1792  vestì  in  Casamari  l'abito  o- 
lilato  converso,  cominciò  il  noviziato  nel 
no  vend)re  1  794  e  fece  la  professione  sem  • 
plice:  anch'esso  ebbe  la  gloria  di  morire, 
come  sopra.  5.°Fr.  Modesto  Maria  Bur- 
gen  di  Borgogna,  ex  religioso  della  real 
trappa  di  Sette  Fonti,da  dove  partì  perla 
rivoluzione,  si  recò  in  Casamari  e  ivi  pa- 
tì come  i  [>reccdenli  beata  morte.  G.Tr. 
Maturino  Maria  l'ilri  diFoululuebleau, 


VER 

figlio  del  giardiniere  del  re  di  Fran- 
cia. Arrolato  per  forza  nell'armata  d'I- 
talia di  Bona  parte,  uialatosi  d'asma  e  di 
fortissima  febbre,  nel  gennaio  1799,  con 
nitri  I  I  soldati  infermi,  fu  mandato  allo 
spedale  della  Passione  in  Veroli.  Tosto 
il  medico  lo  spedì,  e  ordinò  la  confessione 
che  prontamente  fece  coll'encomiato  ser- 
vo di  Dio  p.  Cardon,  il  quale  lo  trovò  in 
istato  d' innocenza.  Avendo  il  Pitri  pro- 
messo farsi  religioso  in  Casauìari  se  Dio 
lo  guariva,  restato  esaudito  pi'oiligiosa- 
mente  nel  S.^giorno,  il  p.  Cardon  notte- 
tempo lo  condusse  in  Ciisamari,  vestì  lìaU 
V  abito  di  novizio  converso,  ed  ebbe  poi 
la  sorte  di  perire  per  la  s.  Religione.  Ed 
eccone  il  motivo,  e  così  quello  degli  altri  5 
servi  diDio  tenuti  per  martiri. Raccontai  a' 
suoi  luoglii,colla<y/or/rt, che  rivoluzionala 
la  Francia, proclamata  la  repubblica, abo- 
lita la  s.  Religione,  decapitali  il  virtuoso 
Luigi  XVI,  e  le  infelici  regina  nìoglie  e 
sorella,  invasa  e  democratizzata  1'  Italia, 
inclusivamente  allo  stato  pontificio,  de- 
tronizzato Pio  VI  e  condotto  prigione  a 
Valenza;  i  giacobini  republilicani  fran- 
cesi presero  di  mira  anche  Ferthnando  I V 
e  il  suo  regno  delle  due  Sicilie^,  che  non 
mancava  di  sellarli,  sebbene  la  massa  del 
popolo  era  religiosa  e  fedele  al  re,  ecapi- 
nati  da  Championnel  e  da  Macdonald, 
cominciarono  ad  invadere  il  reame  di 
Napoli  nel  declinar  del  1798,  onde  il  re 
colla  famiglia  reale  a'3  i  dicembre  ripa- 
rarono in  Sicilia.  Segnalarono  i  francesi 
l'ingresso  in  Napoli  col  massacro  a'  23 
gennaio  1799-  Insorte  dissensioni  fra 
Championnel ,  gli  altri  generali,  ed  i  com- 
missari repubblicani,  non  si  agì  colla  do- 
vuta energia  per  soltometlere  le  provin- 
cie.  Quesl'  insorte  contro  gì'. invasori,  a 
secondarle  il  re  mandò  loro  a  suo  vicario 
il  cardinal  Rulfo,  ed  allora  l'insorgenza 
divenlò  in  molli  luoghi  generale:  Clmai- 
pionnet  fu  richiamato  a  Parigi,  ed  a 
Macdonald  restò  lutto  il  supremo  c(»- 
mando.  Seguirono  fazioni,  comballiniL'ii- 
ti,sliagi,  liuchcScheieicouiandò  a  Mac- 


VER 

(ìonald  di  recarsi  col  suo  esercito  Terso 
l'alta  Italia.  Cominciando  i  francesi  la 
ritirata,  estorcendo  dovunque  (|uaulo  pò* 
terono  avere  di  contribuzioni,  sul  prin- 
cipio di  maggio  si  radunò  tutto  l'eserci- 
to francese  a  Caserta.  Lasciale  piccole 
guarnigioni  iu  Castel  s.  lilmo,  Capua  e 
(▼aeta,  a'.  7  maggio  Macdonald  levò  il 
campo  a  Caserta  e  si  avviò  verso  Roma, 
facendo  marciar  l'esercito  in  due  colon* 
ne,  una  per  la  via  di  Terracina  e  l'ultra 
per  Sora.  Quest'  ultima  eh'  era  compo- 
sta delie  divisioni  di  Lemoine  e  di  Oli- 
vier, giunse  nel  dì  1  i  sotto  s.  Germano, 
e  dovette  aprirsi  la  via  col  prendere  quel- 
la città  d'assalto  e  incendiarla  in  parte. 
IVuova  e  ostinata  resistenza  incontrò  essa 
nel  seguente  giorno  12  ad  Isola,  ove  gli 
insorgenti  eransi  fortificati  per  contrasta- 
re il  passaggio  del  Liri.  I  francesi  non 
pervetmeru  ad  impadronirsi  di  quella  ter- 
ra,che  dopo  un  micidiale  assalto  di  5  ore, 
e  la  incendiarono,  come  narra  pure  l'an- 
tialista  cav.  Coppi.  Dalla  memoria  quin- 
di del  p.  Colombano  sì  trae,  che  discac- 
ciati i  giacobini  repubblicani  francesi  dal 
regno  di  Napoli,  in  numero  di  i5,ooo 
circa,  la  maggior  parie  dopodi  averda- 
to  sacco  e  fuoco  all'Isola  di  Sora,  passa- 
rono per  la  via  di  Casamari,  e  nel  d'i  i3 
maggio  I  799  presero  alloggio  in  questo 
inonastero,a  cui  recarono  molti  danni  per 
3  giorni. Allora  il  priore  p.d. Simeone  Car- 
doo  francese  die' subito  ordine  a' frati 
conversi  ed  a'  minislri,  di  dar  da  man- 
giare  e  bere  alle  truppe,  e  quant'  altro 
avessero  chiesto;  fu  puntualmente  ubbi- 
dito,ed  egli  stesso  volle  servirli.  Ma  alcu- 
ni di  tali  soldati,  veri  giacobini,  dopo  a- 
ver  mangiato  e  bevuto  a  sazietà,  e  getta- 
to nelle  cantine  molto  vino  eolio,  sulle 
ore  20  corsi  in  chiesa  aprirono  il  ciborio 
del  maggior  altare,  presero  la  pisside  e 
versate  per  teira  tutte  lecousagrale  par- 
ticole con  disprezzo,  portarono  via  il  va- 
so sagro.  Avvedutisi  di  tale  euormeem- 
pielà  alcuni  monaci  e  secolari, il  p.d.  Do- 
fueuicoZuùrzel  e  d.Beriiardiao  Cianchet- 
vot.  xciv. 


VER  X.3 

ti  di  Colle  Berardi,  frazione  di  Verdi,  ce- 
lebre cantore  pontificio,  raccolsero  con 
somma  riverenza  tutte  le  sagre  partico- 
le e  posero  in  calice  d'ottone,  che  chiu- 
sero nel  ciborio  particolare  esistente  nel 
credenzone  maggiore  della  sagrestia.  In- 
di tornali  in  chiesa  i  medesimi  soldati, 
ruppero  il  prezioso  tabernacolo  dell'  al- 
tare maggiore,  di  marmi  a  vari  colori, 
amiitaccarono  lecolonne  e  i  pilastri  del- 
la tribuna;  poi  passati  alla  sagrestia,  ne 
ruppero  la  porta  e  tutti  i  credenzoni,  e 
si  posero  a  disflire  i  reliquiari.  A  tal  ru- 
more, accorse  in  chiesa  un  loro  udìziale 
colla  spada  nuda,  forse  buou  cristiano, 
per  cacciare  que'  soldatacci;  e  recatosi  in 
sagrestia,  prese  il  calice  colle  sagre  parti- 
cole, lo  consegnò  al  converso  fr.  Dome- 
nico Celmi  milanese,  e  questi  lo  die' al 
corista  d.  Eustachio  Migliorati  di  Città 
di  Castello,  che  nascostolo  in  petto  lo  por-: 
tò  nella  cappella  dell'infermeria  e  na- 
scose neir  urna  dell'altare.  Appena  par- 
titi d.  Eustachio  e  il  buon  ufiìziale,  entrò 
nella  cappella  un  sacrilego  soldato,  e  pre- 
so il  calice  versò  per  terra  le  sante  parti- 
cole, portando  seco  il  vaso.  Da  lì  a  poco 
il  p.  Zaùrzel  accortosi  del  rinnovato  or- 
rendo caso,  si  pose  a  raccogliere  quell'o- 
slie  consagrate,  e  sopraggiunlo  il  conver- 
so fr.  Dositeo  Ciovaglia  di  Pofi,  andava 
indicandogli  ov' erano  sparse,  in  che  si 
unì  il  p.  d.  Albertino  Maisonade,  tutti  e 
tre  piangendo  l'oltraggio  fatto  aliasi. 
Eucaristia.  Il  p.  Zaiirzel  involte  le  sagre 
particole  io  un  corporale,  le  depose  nel- 
l'urna donde  erano  stale  tolte.  Ma  ecco 
subito  venuti  nella  cappella  3  feroci  sol- 
dati e  fattisi  soprai  3  monaci  li  frugaro- 
no addosso  e  nulla  trovando,  aperta  l'ur- 
na dell'altare  si  presero  il  corporale  col- 
le sante  particole,  e  Dio  sa  l'iniquo  uso 
che  ne  avranno  fatto.  Indi  rivoltisi  a're- 
ligiosi  domandarono  argento^  ed  essi  a- 
vendo  risposto  non  possederne,  subito 
que'  barbari  dierono  due  forti  colpi  di 
sciabola  in  testa  al  p.  Albertino,  che  ca- 
duto in  terra  fraaiiuutiivi  reserauima 
8 


ii4  VER 

a  Dio.  Scagliarono  quiudi  due  altii  colpi 
di  sciabola  a  fi.  Dositeo,  uno  al  fianco  e 
l'altro  al  braccio  deslro,  e  cadde  in  terra 
svenuto.  Eivollìsi  poi  con  più  furia  sul 
p.  Zaiiizel  gli  menarono  due  vigorosi  fen- 
denti di  sciabola  sul  capo  e  altri  nel  cor- 
po, il  quale  cadendo,  appena  pronunzia- 
lo Jesus  Maria,  adorabili  nomi  a  lui  fij- 
luigliari,  immediatamente  rese  l'anima 
al  Creatore.  Dopo  un  quarto  d'ora  i  me- 
desimi forsennati  soldati,  tornati  nella 
cappella,  fecero  la  cerca  sui  3  religiosi  gia- 
centi in  terra,  e  avvedutisi  che  fr.  Dosi- 
teo  ancora  respirava,  lo  presero  pel  cap- 
puccio e  alzatolo  con  furia  lo  rigettaro- 
«o  in  terra,  dicendogli  :  Giacche  non  ci 
avete  voluto  dare  argento,  fate  ora  la 
dorma.  E  cavate  loro  le  scarpe,  con  que- 
ste partirono.  Fr.  Dosileo  potè  quindi 
fuggire  dal  monastero,  curarsi  e  guarire. 
Dopo  aver  que' soldati  sparso  tanto  in- 
nocente sangue,  corsero  ogni  ai>golo  del 
monastero  in  cerca  del  p. ab.  Pirelli  per 
farlo  a  pezzi;  ma  egli  avea  prevenuto 
r  arrivo  dell'  indisciplinala  truppa,  cou 
rifugiarsi  in  Palermo  presso  Ferdinan- 
do IV,  di  cui  era  compare  e  consigliere. 
Intanto  il  priore  p.  Cardon  avvedutu^i 
dell' empio  e  tragico  operalo  de' soldati, 
si  nascose  nell'  orlo,  ma  poi  per  amore 
verso  i  suoi  monaci,  fattosi  coraggio  ri- 
tornò nella  sua  cella, vicino  a  quella  del  p. 
abbate.  Appena  giunto,  tosto  fu  assaltato 
da'solda ti; e  cerca lolonelle  tasche  gli  tolse- 
ro due  scudi  che  poco  avanti  aveagliman* 
dato  per  limosina  il  general  Rusca.  INoa 
contenti,  vollero  altro  denaro  e  il  tesoro 
del  monastero;  ed  avendo  il  priore  rispo* 
sto  non  averne,  i  crudeli  cominciarono  a 
tormentarlo  con  colpi  di  sciabola  sul  ca- 
po, e  nulla  loro  fruttando,  finirono  con 
ispaccargli  la  testa  in  più  quarti, anche 
con  mannaia  da  guastatore,  tagliandogli 
in  minuti  pezzi  le  sagre  dita.  Poscia  nei 
corridore  del  noviziato,  con  archibugia- 
la  e  sciabolale  trucidarono  fr.  Modesto 
Burgen  ;  ed  egualmente  scolpi  di  fucile 
e  sciabole  ivi  uccìsero  fr.  Maturino  Pi- 


VER 

tri  che  subito  mori  nella  sua  cella.  Altra 
vittima  di  questi  diabolici  sanguinari  fu 
fr.  Zosimo  Brambat,  ferito  mortalmente 
con  colpi  d'archibugio  e  di  sciabole,  nella 
stanza  terrena  che  conduce  al  refettorio 
e  alla  spezieria  monastica  :  lasciatolo  se- 
mivivo, potè  poi  fuggire  e  nascondersi, 
ma  nel  3.°gioino  volendo  andare  a  Bau- 
co  per  ricevere  1'  olio  santo,  nell'  uscire 
la  porta  ntorì,  ed  il  suo  corpo  fu  riunito 
a  quelli  degli  altri  5  uccisi  suoi  fratelli. 
11  portinaio  fr.  Egidio  Corticelli  milane- 
se, decano  de'conversi,  restò  ferito  mor- 
talmente da  colpi  di  fucile  e  sciabole,  nella 
testa  e  braccia;  poi  guarì,  restando  però 
airettodaquolidiane penose  vertigini, che 
sopportò  con  edificante  pazienza  e  mori 
in  buon  odore  dopo  3  anui. Finalmente  il 
corista  p.  Palemone  Baret  savoiardo  di 
Guilliou)tne,  ntentre  scendeva  le  scale  del 
professorio  per  fuggire,  per  miracolo  del- 
l'immagine della  B.  Vergine  dipinta  a  ca- 
po della  scala, la  palla  della  schioppettata 
sparala  su  di  lui  andò  a  colpire  il  muro. 
Quindi  nascostosi  nel  campo  della  clau- 
sura detto  la  Pastoreccia,  essendosi  di- 
menticato del  breviario,  coraggiosamen- 
te tornò  a  prenderlo  in  cella,  senza  esser 
visto  du'  furiosi  eoldati  di  cui  eia  pieno 
il  monastero.  Gli  altri  monaci  si  salvaro- 
no, alcuni  calando  per  le  finestre,  altri 
uscendo  pel  clauslro  si  nascosero  tra'gra- 
ni  qu^ìsi  maturi  della  Pastoreccia,  pas- 
sando in  quella  funesta  notte  da'  pp.  li- 
guorini  nel  vicino  contado  di  Scifeili, 
altra  fi  azione  di  Veroli.  Da  ultimo,  le 
vandaliche  truppe  repubblicane,  dopo  a- 
ver  fallo  orrendi  danni  al  monastero,  ru- 
balo il  più  bttono  che  poterono  trovare, 
lacerali  e  dispersi  per  le  pubbliche  vie 
non  pochi  libri  della  biblioteca,  nella  più 
parte  salvati  in  grazia  d'alcuni  buoni  uf- 
flzìali  e  secolari  ;  dopo  aver  tentato  di  dar 
fuoco  al  monastero,  lasciale  sturate  le 
cannelle  di  aS  botti  di  vuio,  che  si  spar* 
se  per  le  cantine,  e  per  esse  pur  disper- 
so moltissimo  olio  con  rompere  non  po- 
che velliue;  partirono  tulle  da  Cusamari 


VER 

hel  3.''giorno  dell'infausto  loro  ingresso, 
lascìaiidu  deplorabile  memoria  dell'  ini- 
quità e  liratmie  commesse, meutre  procla- 
mavano col  cannone  la  libertà,  1*  egua- 
glianza e  la  sedicente  fratellanza!  Allora 
6  monaci  a'quali  era  riuscito  nel  fatale  1 3 
maggio  di  fuggire  a  Scifelli,  corsero  su- 
bito nell'amato  monastero  di  Casamari, 
e  nella  sera  de'  i6  raccolti  i  venerandi 
corpi  de'6  monaci  barbaramente  uccisi, 
fra  le  lagrime  e  le  preci  li  portarono  nel 
camposanto,  ove  nel  i. "quarto  di  bu^so 
a  sinistra  della  porta,  fatti  3  fossi  cou 
murelli  divisorii,  in  ciascuno  collocaro- 
no separati  due  monaci  e  coprirono  di 
terra,  ponendo  sui  lori  capi  capitelli  mar- 
inorei,  ciascuno  con  cannello  di  piombo, 
ed  entro  pergamena  col  nouje, cognome, 
patria  e  caso  tristo  di  ognuno,  ultre  le 
solite  croci;  il  tutto  cou  opera  del  sud- 
detto p.  Baret  valente  meccanico,  che 
lutto  poi  narrava  a  correligiosi  finché 
visse,  morendo  santamente  nel  i  SSg.  Es- 
sendosi subito  propalato  per  tutta  la  dio- 
cesi di  Veroli il  tragico  avvenimento  del 
massacro  dc'monaci,  e  la  desolazione  del 
monastero,  mg/  Rossi  vescovo  di  Vero- 
li,  e  mg."  di  Pietro  delegato  apostolico  di 
Roma,  spedirono  in  Casamari  qual  pre- 
sidente e  superiore  interino  a  fine  di  riu- 
nire e  governare  i  monaci,  il  p.  Bonaven- 
tura Trulli  di  Veroli,de'minori  conven- 
tuali, il  quale  governò  il  monastero  io 
mesi^  sino  al  ritorno  del  p.  ab.  Pirelli.  1 
6  servi  di  Dio  uccisi,  dopo  la  loro  tumu- 
lazione, per  circa  3  anni  operarono  per 
virtù  divina  molle  grazie  e  prodigi  a  quel- 
li che  loro  si  raccomandavano,  ed  i  più 
strepitosi  furono  rogati  per  gli  atti  di 
pubblici  notari  e  Ormati  da  testimoni,  a 
cura  del  presidente  p.  Trulli,  descritti 
in  i4  fogli  autentici  e  depositati  nell'ar- 
chivio, il  cui  trasuuto  eziandio  mi  donò 
il  virtuoso  p.  Colombano,  col  titolo :Z?/"c- 
ve  Catalogo  delle  grazie  ec.  Essi  sono 
i3,  fra'  quali  ne  furono  beneficali  3  ve- 
rolani,4  segninì,2  arpinali,  unceccane- 
sc.  Perciò  quotidiano  era   il  eoucorsu  di 


VER  ii5 

popolo  divolo  a  Casamari,  a  raccoman- 
darsi a'  6  Servi  di  Dio  trucidati,  laonde 
bea  presto  le  mura  del  cimiterio  furono 
coperte  di  tabelle  votive  di  riconoscenza 
e  attestazione  di  grazie  ricevute;  il  che 
disturbando  la  pace  del  monastero  e  la 
quiete  trappeose  per  l'incremento  degli 
accorrenti,  non  potendoci  più  tener  chiu- 
so il  camposanto,  nel  i8o3  il  p.  Pu'elli 
abbate  di  Casamari,  e  dicesi  anche  il  ve- 
scovo di  Veroli,  per  virtù  di  santa  ubbi- 
dienza ingiunsero  a'  6  monaci  di  non  l'a- 
re piùgrazie,  e  furono  ubbiditi.  Il  p.  Ba< 
rei  sempre  raccontava,  come  il  p.  ab. 
Pirelli  recatosi  al  cimiterio  comandò  lo- 
ro di  cessare  dal  far  prodigi,  ed  essi  ubl^i- 
diruno  al  proprio  abbate  anche  dopo 
morti  (altro  esempio  simile  l'ho  riferito, 
parlando  de'  Cerlosiui).  D'allora  in  poi 
la  loro  tomba  restò  deserta,  benché  i  di- 
voti non  lasciarono  di  quando  in  quando 
di  fare  istanze  pel  trasfei  imeuto  in  chie- 
sa de'  venerandi  corpi.  Tuttavia  non  si 
elJeltuò,  benché  non  si  lascia  di  pensare 
a  soddisfare  i  pubblici  voti,  per  disotter- 
rare  que'  venerandi  corpi  e  trasportarli 
in  chiesa.  La  (Iducia  de'fedeli  é  ancor  vi- 
va, e  bene  spesso  si  recano  al  cimiterio 
ad  applicare  de'  panni  sui  loro  sepolcri, 
prendono  uu  poco  della  terra  e  dell'er- 
ba che  li  ricuopre,  e  dicono  riporlarue 
alcuu  buon  elfetto, senza  però  che  i  6  mo- 
naci abbiano  fatto  più  que'  prodigi  di 
prima.  La  loro  memoria  non  è  stata  mai 
pubblicata  colle  stampe,  ed  io  ne  ho  la 
di  vota  compiacenza,  anche  per  aumento 
di  splendore  al  celebratissimo  archi-ce- 
uobio,  per  le  fervorose  ricerche  del  p.  d. 
Colombano  Longoria,  terminate  a'28  di- 
cembre i855.  — Ora  col  p. Tosti,  prima 
di  compiere  la  mia  monografia  su  Casa- 
mari,  debbo  dire  alcunché  della  chiesa 
di  s.  Domenico  di  Sora,  per  ragione  del- 
l' epoca  discorsa.  Nou  era  ancora  corso 
un  secolo  dall'  invenzione  del  corpo  del 
Sauto,  che  una  terribile  tempesta  venne 
a  turbare  la  pace  del  suo  sepolcro.  Im- 
perocché traboccatasi  uel  reame  uapole- 


ii6  VER 

tfluo  la  rivolutìoDe  fraucese,  eiufuriao- 
do  per  le  soriane  coutrade  le  forestiere 
milizie,   avveDuero    abbominevoli  cose 
nella  chiesa  di  s.  Domeuico.  Queste  mi- 
lizie, ossia  1  francesi,  tra  per  la  licenza, 
che  sempre  accompagna  i  conquisti,  e 
certo  delirio  che  si  era  appiccato  alla  loro 
patria  di  tnauomellere  quanto    fosse  di 
antico,  irruppero  nelle  sante  mure  come 
farnetici.  Predarono,  guastarono,  sbeileg- 
giarono  ì  sagrosanli  misteri.   Arsero  il 
simulacro  del  Santo,  e  si  servirono  delle 
suppellettili  degli  altari  a  sacrilegamente 
cuocere  le  vivande;  e  poi  con  multo  tri- 
pudio  si  misero  a  banchettare  nella  casa 
di  Dio,  dicendo  e  facendo  cose  da  demo* 
uii.  E  pensandosi,  che  un  assai  grande 
tesoro  chiudesse  il  sepolcro  del  Santo,  si 
levarono  per  {sconciarlo,  e  cavarne  la  de- 
siderata preda.  Ma  Dio  il  guardava  di  so- 
pra, tenerissimo  com'egli  è  dell'onore  de' 
santi  suoi;  e  in  quel  punto  che  le  rapa- 
ci mani  tiravano  fuori  il  sarcofago,  tra- 
balzò fortemente  la  terra  da  non  lasciare 
in  piedi  i  rapitori,  ed  il  fiume  repentina- 
mente gonfiò  e  corse  fuori  delle  sponde. 
Uno  smisurato  spavento  incolse  que'pro- 
fanatori  del  luogo  santo;  i  quali  tosto  si  tol- 
sero all'iniqua  opera,  e  si  dettero  a  preci- 
pitosafuga,temendoche  qualche  nascosta 
insidia  de'  sorani  non  covasse  sotto  quel 
terreno.  1  sorani  ch'eransi  armati  per  re* 
spingere  colla  forza  dalla  città  i  francesi, 
come  li  videro  fugati,  non  per  umana 
virtù  si  tennero  liberati  dal  guastatore 
uemico,  ma  pel  loro  s.  Domenico,  fattosi 
intercessore  presso  Dio.  Per  la  qual  cosa 
uscirono  tosto  dalla  città,  e  vennero  alla 
chiesa  del  Santo  a  rendergli  un  pietoso  te- 
stimonio della  loro  riconoscenza, cantando 
salmi  e  inni  al  Dio  degli  eserciti.  Tolse* 
IO  da  quella  le  s.  Ossa  e  se  le  recarono  in 
città,  collocandole  nella  chiesa  dis.  Resti- 
tuta,  non  solo  a  guarentirle  dal  pericolo 
di  altre  profanazioni,  ma  anche  a  farne 
quasi  propugnacolo  di  salute  alla  minac- 
ciala patria.  Frattanto  tornato  iu  Cusa- 
niari  il  p.  ab.  Pu'«lli|  cou  molla  spesa  di 


VER 

denaro,  che  tolse  dalia  principesca  sua 
casa  paterna,  ristorò  il  saccheggiato  e  ro- 
vinato monastero.  Nel  i8o3  mor"i  ilcar- 
dinal  Gio.  Francesco  Albani,  decano  del 
sagro  collegio  e  i5.°abbale  commenda- 
tario, con  molli  debiti,  e  Pio  VII  concesse 
agli  eredi,per  saldarli,  l'indulto  di  soprav- 
vivenza del  godimento  della  badia  per  4 
anni.I  ndi  il  Papa  nel  1 8o8 conferì  la  com- 
menda a  mg.'  Alessandro  Laute  {f".),  te- 
soriere generale,  poi  neliBiG  cardinale  ; 
ed  essendo  morto  nel  1 8 1 8  ancor  lui  cou 
debiti,  Pio  VII  accordò  per  anni  8  l'indul- 
to di  erogarsi  le  rendiledella  badia  diCasa- 
mari  per  pagarli,  e  per  aiutare  due  nipo- 
ti del  defunto,  dichiarandone  ammini- 
stratore lo  spertissimo  mg/  Nicolai.  Ma 
prima  di  taleepoca,  ecco  nuove  desolan- 
ti vicende  ;  occupato  lo  slato  pontificio 
dagl'  imperiali  francesi  di  Napoleone  I, 
e  nel  1809  deportato  Pio  VII;  mentre 
già  il  regno  di  Napoli  era  stato  invaso 
dalle  slesse  armi,  e  dato  prima  a  Giusep* 
pe  Bonaparte,  poscia  a  Gioacchino  Mu- 
rai. A  suo  tempo  e  nel  1 8 1  o  i  sorani  nella 
2."  domenica  dopo  Pasqua,  cou  molta  so- 
lennità di  ritoe  concorso  di  popolo,  ripor- 
tarono alla  sua  chiesa  il  corpo  di  s.Dome- 
nico,  decretandosi  annua  festività  per  tut- 
ta la  diocesi  di  commemorazione  a  tale 
traslazione.  11  governo  francese  nel  set* 
tembre  181  1  soppresse  ancora  l'antichis- 
simo monastero  di  Casamari:  furono  e> 
spulsi  i  monaci,  e  la  pregevole  biblioteca 
coll'importanlissimo  archivio  furono  ira- 
spottati  in  Veroli.  Il  monastero  ed  i  be* 
m  si  dierono  iu  alTillo  a'secolari,che  poi 
caddero  in  miserie  e  guai  1  Nel  maggio 
i8i4  ritornato  Pio  VII  alla  sua  sede  e 
reintegrato  del  suo  slato,  come  il  re  delle 
due  Sicilie  nel  seguente  anno  del  proprio 
regno,  ripristinati  gli  ordini  religiosi,  nel 
settembre  di  detto  1 8  1 4  cu»  decreto  pon- 
tificio fu  restituito  Casamari  a'trappensi, 
e  vi  ritornarono:  n'ebbero  pure  i  beni  ru- 
stici, la  libreria  e  1'  archivio,  l'uno  e  l'al- 
tro però  mancanti  di  alcuni  libri  e  scrit- 
ture^ per  esierit  limasti,  cou  altre  t obe, 


V  ER 

in  deposito  di  persone  paiiicolari,  le  qua- 
li, senza  scrupoli,  non  si  presero  il  pen- 
siero di  testituirle.  Il  monastero  poi  fu 
trovato  spogliato  di  tutto,  senza  neppu- 
re i  telari  delle  finestre,  ed  i  chiodi  alle 
pareti;  cos'i  la  chiesa,  tranne  leduecam- 
paneavanznte  allo  spoglio  generale,  e  co* 
etti  cadenti.  A  tutto  riparò  lo  i'elo  del 
generoso  p.  ab.  Pirelli  con  molte  migliaia 
di  scudi  tolte  dalla  casa  paterna,  ed  a  lui 
date  dalla  pietà  della  principessa  di  Car- 
pino di  Maggio  sua  sorella.  Con  tali  fon- 
di fece  ristorare  la  chiesa  e  la  fornì  de- 
gli utensili  e  suppellettili  sagre;  riparò  il 
monastero,  le  oflicine,  le  celle  provveden- 
dole dell'occorrente,  e  resolo  abitabile,  i 
monaci  vi  ripresero  le  mirabili  osservan- 
re  trappensi.  Mori  il  benemerito  p.  Pi- 
relli, come  già  dissi,  nel  1822,  nel  con- 
vento da*  minori  osservanti  di  s.  Marti- 
no in  Veroli,  ove  vennero  celebrati  i  fu- 
nerali, con  orazione  funebre  pronunziata 
dal  summenlovato  d.  Nicola  Crescenzi 
canonico  penitenziere;  e  quindi  fu  il  ca- 
davere trasportato  nelle  tombe  abbazia- 
li  nell'aula  capitolare  di  Casamari,  nella 
cui  chiesa  si  ripeterono  l'esequie  con  e- 
Jogio  funebre  recitato  dad,  Virgilio  Duc- 
ciarelli  abbate  di  s.  Maria  de'  Francnni 
defunto.  Quindi  Leone  XII  a'  i3  luglio 
l824dichiarò  visitatore  apostolico  di  Ca- 
tamari  d.  Sergio  Maria  Micara  di  Frn- 
»c<7/i,  eremita  camaldolese  di  Monte  Co- 
rona, ed  avendo  egregiamente  eseguita 
la  sua  visita,  ed  abbracciato   I'  istituto 
frappense,  quel  Papa  lo  fece  benedire  in 
43.°  abbate  di   Calamari   da   mg.'    Ci- 
priani  vescovo  di  Veroli,  gli  8  settem- 
bre. Di  più  a  sue  istanze  il  Papa  miti- 
gò diversi  usi  antichi  e  rigorosi  del  mo- 
nastero. Invece  i  monaci  di  dormire  tut- 
ti in  camerata,  ciascuno  ebbe  la  su>i  cel- 
la, soltanto  con  pagliariccio  e  coperte  di 
lana,  potendo  dormire  con  tonaca  e  pic- 
colo scapolare,  in   vece  dell*  ampia  eoe- 
colla.  Nel  vitto  ancora  concesse  riforma 
indulgente,  permettendo  dopo  il  pranzo 
e  la  cena  mezz'ora  di  riunione,  parian- 


VER  fif 

do  di  cose  oneste  ed  edificanti.  Nel  1826 
ritornati  liberi  i  beni  della   commenda 
abbaziale,  lo  stesso  Leone  XII  la  confe- 
rì al  cardinal  fr.  Lodovico  Micara  (f.) 
di  Frascati,  cappuccino  e  cn^'.no  dell'en- 
omiato  abbate  claustrale,  che  morì  nel 
184.7  molto  benemerito  di  Casamari,  e 
decano  del  sagro  collegio,  vescovo  d'O- 
stia e  P^ellefri,  e  di  questa  anche  legata 
apostolico.  Narrai  nel  voi.  LXVII,p.2o4, 
che  la  pietosa  munificenza  di  Ferdinan- 
do Il  re  delle  due  Sicilie,  bramando  che 
tornasse  a  nuova  vita  il  monastero  e  la 
chiesa  di  s.  Domenico,  con  diploma  de'3 
novembre  1 83  i  ne  investì  il  cardinal  Mi- 
cara  abbate  commendatario  di  Casama- 
ri, riunendola  così  in  uno  stesso  commen- 
datario come  era  prima  di  Giulio  II.  Il 
cardinale  deputò  il  suo  parente  p.  ab. 
Micara  a  prenderne  il  possesso  nella  fe- 
sta di  s.  Domenico.  Così  dopo  lunghi  an- 
ni quelle  beate  mura  rividero  i  monaci 
di  Casamari,  e  ne  udirono  le  salmodie; 
indi  con  assidua  amministrazione  de'sa- 
grainenti,  ristorarono  le  belle   memorie 
tiel  santo  lungo.  Diche  presero  tanta  edi- 
ficazione i  sorani  e  del  contado,  ch'entrò 
in  un  pietoso  desiderio  di  veder  sempre 
qiie'monaci  nella  deserta  badia,  di  ascol- 
lare il  salmeggio  e  di  ricevere  da  essi  le 
consolazioni  della  fede:  il  popolo  non  di- 
mentica il  passato.  Al  qual  desiderio  as- 
sociandosi mg."^  Lucibello  vescovo  di  So- 
ra,  congiunta  l'opera  sua  a  quella  del  ze- 
lante p,  ab.  Micara   presso  il  re  di  Fer- 
dinando II,  ottennero  poi  quanto  sono 
vicino  a  dire.  Intanto  nello  stesso  1 83  r  il 
p.  ab.  Micara  supplicò  il  Papa  Gregorio 
XVI,  che  non  volendo  accettare  la  sua 
rinunzia  e  farlo  ritornare  alla  vita  eremi- 
tica camaldolese  persino  senza  voce  atti- 
va e  passiva,  almeno  a  toglierlo  dalle  an- 
gustie che  l'addoloravano,  per  non  poter 
sempre  abitare   nel  monastero,  a  cagio- 
ne de'suoi  incomodi  e  delle  malattie  sof- 
ferte pel  clima,  lo  volesse  fornire  di  qual- 
che mezzo  per    ultimare  alla  meglio  un 
fabbricato  nella  possidenza  d«l  menasi*- 


ii8  VE^ 

IO,  dislanteda  esso  circa  3  miglia,  d'aiia 
olliinae  di  bella  posizione,  per  formarvi 
un  piccolo  locale  di  osservanza,  e  vigilare 
su'giovani  professi  che  via  vrebbechiauia- 
to  dì  tratto  in  tratto,  cioè  quelli  che  avesse 
slimato  bisognosi  di  consiglio  e  di  clima 
più  salubre,  fissandovi  lo  stesso  metodo 
di  Casamari;  e  così  abitando  questo  luo- 
go, e  per  la  vicinanza  frequentando  il 
monastero,  troverebbe  un  sollievo  e  una 
quiete  alla  sua  coscienza,  dove  in  fine  si 
accrescerebbe  una  casa  per  lodareDio  not- 
te e  giorno,  ed  implorare  eterne  benedi- 
zioni sul  supremo  Gerarca  e  padre  amo- 
roso de'fedeli.  In  quell'incontro  il  p.  ab- 
bate umiliò  al  Papa  uno  stato  del  mona- 
stero, dell'  attivo  e  del  passivo,  che  in  o- 
liginaleho  sotto  gli  occhi.  Dirò  solo,  che 
la  comunità  religiosa  allora  componeva- 
si  di  20  monaci  coristi,  buona  parte  de' 
quali  già  sacerdoti;  di  20  conversi,  parte 
professi  di  voti  solenni,  altri  professi  di 
voli  semplici,  numero  quasi  indispensa- 
bile per  supplire  a  tulle  le  ubbidienze  e 
lavori  del  monastero,  attesoché  non  si 
ammettono  secolari  a'bisogni  interni  del- 
la casa,  meno  i  garzoni  che  agiscono  di 
fuori  pe'  trasporti  di  robe.  Vev  mancanza 
dì  sussistenza  e  locale,  quasi  dal  182^ 
non  eransi  ricevuti  novizi,  benché  più 
di  3o  ne  fossero  fervorosi  aspiranti.  Ad 
onta  delle  notissime  circostanze  politiche 
di  quel  men)orabile  aniio,Gregorio  XVI 
die'5oo  scudi  al  p.  abbate.Queslo  poi  rei- 
terando, col  vescovo  di  Sora,  le  suppliche 
al  re  Ferdinando  li,  perchè  volesse  favo- 
rire i  monaci  di  Casamari  nella  stretta 
osservanza  di  Cistello,  che  volevano  ordi- 
narsi in  s.  Domenico  in  monastico  ceno- 
l)io,  alla  pia  inchiesta  rispondendo  l'otti- 
njo  |)rincipe,  ri<lonò  a' 2  gennaio  i834 
la  chiesa  e  monastero  a  Casamari,  con 
r  autorizzazione  apostolica  di  Gregorio 
XVI,  e  con  regia  munificenza  li  provvi- 
de d'annuo  censo  pel  mantenimento  di 
IO  religiosi;  inoltre  ottenendo  il  p.  ab. 
Micara  il  monastero  di  Vicalvi.  l'ertan- 
lo  egli  con  divota  procc&siuuc,  a'  1  q  apri- 


VER  ^ 

le, festa  di  Pasqua,  ne  prese  possesso  con- 
ducendovi  una  colonia  di  10  Irappensi 
col  priore.  L' infaticabile  abbate  ristorò 
la  chiesa,  vi  aggiunse  due  altari,  fece  un 
bel  coro  di  legno  di  ceraso;  rifabbricò  in- 
teramente r  annesso  clauslro  colle  offi- 
cine, e  formò  un  giardino  con  due  gra- 
2Ìose  fontane.  Dice  il  p.  ab.  Tosti:  Da 
quel  dì  i  monaci  di  Casamari  non  han- 
no mai  rimesso  dall'osservanza  dell'au- 
stera regola  che  seguitano,  e  dal  feconda- 
re i  quieti  sludi  della  contemplazione 
coll'operosa  carità  del  vangelico  ministe- 
ro, restando  dipendeuli  da  Casamari  co- 
me in  antico.  Il  p.  ab.  Micara  riorganiz- 
zata e  quasi  rinnovata  la  famiglia  reli- 
giosa di  Casamari,  nel!'  osservanza  con 
mitigazioni  ottenute  dalla  s.  Sede,  e  nel 
patrimonio  che  trovò  rovinato  e  indebi- 
tato, aquistatì  molti  fondi  rustici,  pieno 
di  meriti  morì  a'  2  gennaio  1842.  Nel 
seguente  febbraio  da'  monaci  fu  eletto 
44-"  abbate  il  p.  d.  Macario  Maria  lìal- 
delli  d'Ancona  monaco  professo  di  Ca- 
samari, poscia  riconosciuto  dalla  Sede 
apostolica,  e  quindi  benedetto  in  Ve- 
rdi dal  vescovo  mg/  Venturi  a'  2  feb- 
braio 1846.  Ancor  lui  fece  acquisti  di 
foudi  rustici,  arricchì  le  chiese  de'  due 
monasteri  di  molte  suppellettili  sagre,  fe- 
ce riparazioni  nel  monastero  e  chiesa  di 
s.  Domenico,  alla  quale  riimovò  la  volta 
stdia  tribuna  che  minacciava  l'ovina,  ri- 
modernò r  altare  maggiore,  fece  la  nuo- 
va balaustra  di  bei  niiinni,  T  ammatto- 
nato, e  nel  clauslro  diversi  miglioramen- 
ti. A  suo  tempo  morì  il  cardinal  Micara 
a'24  maggio  1847,  *  S"  s"ccesseil  18." 
e  ultimo  abbate  commendatario  di  Ca- 
samari cardinal  Pasquale  Gizzi  di  Cec- 
cano.  INel  seguente  1848  l'abbate  clau- 
strale p.  Jjaldelli  rinunziò  nelle  mani 
de!  Papa  Pio  IX,  il  (juale  poi  con  de- 
creto della  congregazione  de'  vescovi  e 
regolari,  dell' 8  aprile 1 853,  udito  il  pa- 
rere del  caidinal  Bianchi  abbate  genera- 
le di  lutto  r  ordine  camaldolese,  allìdò 
il  governo  di  Casamari  all'  odierno  du* 


e 

h 

t 


VER 
gnlssimo  commissatìo  apostolico  p.  d. 
Michelangelo  Gallucci  camaldolese,  cui 
grado  e  dignità  d'  abbate  di  detto  suo 
rdine,  tale  tlichiaralo  a'aS  del  tneino- 
'ato  mese  dal  capitolo  tenuto  in  Roma 
alio  stesso  ordine,  con  tutte  le  facoltà 
e  privilegi,  ed  uso  de'  pontificali,  che 
hanno  gli  abbati  camaldolesi  nelle  loro 
chiese  e  monasteri,  cioè  con  piena  giu- 
isdizione  ;  e  siccome  ogni  abbate  deve 
vere  la  sua  abbazia,  cos'i  gli  fu  confe- 
rita quella  di  s.  Maria  d'  Urano  presso 
Eertinoro.  Ma  prima  della  sua  desti- 
nazione,  nel  funesto  periodo  del  decli- 
nare del  1848  e  ne'  primi  7  mesi  del 
1849,  anche  questo  monastero  ne  ri- 
6enlì  i  deplorabili  elTelti.  Vi  fu  collocato 
un  presiilio  di  5o  uomini  della  guardia 
civica. Più  ne  venivano  altri  di  quando  in 
quando,  di  passaggio;  e  tutti  volevano 
mangiare  e  bere,  ed  i  buoni  religiosi 
pruntameote  li  contentavano,  acciò  non 
recassero  maggiori  molestie  e  danni.  Un 
giorno  vigiunseroi5  legionari,  fra'quali 
4  svizzeri;  due  di  questi  presero  tra  loro 
a  questionare,  ed  uno  finalmente  uccise 
l'altro  con  un  colpo  di  fucile,  sul  ponte 
dell'acquedotto.  11  battaglione  di  Gari- 
baldi, che  da  Prosinone  e  Rauco  si  portò 
all'Isola  ed  a  Sora,  nel  ritorno  avea  fissa- 
lo la  tappa  in  Casamari,  ma  la  guida  in- 
vece, dall'osteria  della  dogana  lo  condus- 
se direttamente  a  Monte  s. Giovanni.  Nel 
partire  da  questa  città  per  Veroli,  quasi 
prodigiosamente  prese  la  via  poco  più  di 
un  tiro  di  palla  lungi  dal  monastero;  si 
fermò  a  considerarlo  e  per  buona  sorte 
proseguì  il  cammino  senza  visitarlo.A'3 
giugno  1849  essendo  morto  il  cardinal 
Gizzi,il  Papa  Pio  I X  aderendo  alle  istanze 
de'monacidi  Casaaiari, colla  bolla/>e/i//ì- 
cioruni  oniniuni  auctoretn  ac  distribii- 
torem  Deum,  de'20  setteudire  1  85o,  do- 
nò al  monastero  di  Casamari  tutti  i  be- 
ni della  commenda  posti  nello  slato  pon- 
tifìcio, coli' obbligo  perpetuo  di  sommi- 
nistrare al  capitolo  della  basilica  patriar- 
cale Liberiana  diRuma  aunuiscudi  1 :20o. 


VER  1.9 

La  famiglia  monastica  di  Casamari,  ad  e- 
ternare  la  memoria  del  benefìzio,  eresse 
nel  portico  della  chiesa  il  ritratto  di  mar- 
mo in  rilievodel  PonleGce,  con  sottopo- 
sta simile  lapide  che  descrive  la  conces- 
sione; di  più  obbligandosi  il  monastero 
a  cantare  una  messa  perpetua  anniver- 
saria nel  dì  della  creazione  dell'encomia- 
to Papa,  e  di  requie  dopo  la  sua  moi  te. 
I  beni  poi  della  commenda  di  Casamari 
posti  nel  regno  di  Napoli,  il  re  Ferdinan- 
do il  li  donò  al  capitolo  della  patriarcale 
basilica  Vaticana  di  Roma,  al  modo  nar- 
rato nel  voi.  LXVIll,  p.  204,  ferma  re- 
stando la  proprietà  della  chiesa  e  mona- 
stero di  s.  Domenico  di  Sora  al  monaste- 
ro di  Casamari.  Nel  provvido  governo  del 
p.  ab.  Gallucci  si  è  rimodernata  infera- 
mente la  chiesa  di  s.  Domenico,  sopra  i 
medesimi  fondamenti  e  forma  antica,  con 
nuovo  gusto,  coll'intera  volta,  ed  è  riu- 
scita molto  bella,  essendone  stato  archi- 
tetto Antonio  Rucci.  In  tale  occasione, 
negli  scavi  si  trovarono  varie  iscrizioni  an- 
tiche, e  nel  claustro  si  conservano  alcuni 
bassirilievi  di  marmo  col  busto  del  cele- 
berrimo Cicerone  arpinate,  che  ivi  nac- 
(pje,  ed  ebbe  villa.  Il  p.  ab.  Gallucci  nel 
far  stampare  la  discorsa  P^ila  dis.  Do- 
inenico/dA  p.  ab. Tosti, l'intitolò co'rao- 
naci  di  s.  Do(nenico,  al  re  Ferdinando  II, 
in  attestalo  di  grato  animo,  per  avere 
nella  sua  pia  e  generosa  munificenza  non 
solamente  impedita  la  rovina  del  mona» 
stero,  e  restituita  la  chiesa  al  divin  cul- 
to, ed  a  glorificare  il  sepolcro  del  Santo 
titolare  ,  ma  decretato  a  favore  di  tale 
tempio  la  somministrazione  di  ducati 
38oo  sul  pubblico  erario.  Mancante  il 
monastero  di  costituzioni,  lo  zelo  dei  p. 
ab.  Gallucci  vi  ha  supplito  compilando- 
le, basate  sulla  regola  di  s.  Benedetto,  e 
sulle  osservanze  cistcrciensi  di  stretta  di- 
sciplina. Riuscirono  di  piena  soddisfazio- 
ne della  comunità  religiosa,  ed  ora  si  va 
a  sottoporle  all' apostolica  sanzione  del 
Sommo  Pontefice;  quindi  si  eleggerà 
l'abbate  tiappeuse  perpetuo  dal  medesi- 


jio  VER 

mo  Papa,  essendosi  ciò  stabilito  in  det- 
ta costituzione,  per  essere  sempre  il  ve- 
nerabile  archi-cenobio  immediatamente 
soggetto  alla  s.  Sede.  Se  ad  esso  poi,   in 
processo  di  tempo,  si  uniranno  altri  mo- 
nasteri, allora  dovrà  tenersi  capitolo  ge- 
nerale in  Casamari,  e  si  eleggerà  per  tut- 
ti gli  altri  monasteri  l'abbate  di  gover- 
no ad  sexennìnniy  quello  di   Casamari 
dovendo  restare  a  vita,  giacché  di  ele- 
zione pontifìcia.  Di  recente  un  infortu- 
nio afìlisse  gli  ottimi  monaci  e  il   bene- 
merito commissario  apostolico.   Riporta 
il  n.  1 4^  del  Giornale  di  Roma  del  1 858. 
»>  Nella  domenica  de'i3  giugno  circa  le  3 
pomeridiane,  nel  monastero  di  Casamari, 
territorio  di  Veroli, avendo  preso  fuoco  il 
fienile  sottoposto  al  salone  del    i  °  corri- 
doio e  stanze  dell'abbate,  sviluppò  un  in- 
cendio imponente,  che  scorgevasi  a  piìi 
miglia  da  Veroli  e  paesi  circonvicini.  Il 
monastero  situato  in  mezzo  alia  campa- 
gna, nella  Casa  di  Caio  Mario,  per  la  sua 
distanza  dall'abitato,  e  per  mancanza  di 
persone  atte  e  de'mezzi  all'uopo,  sarebbe 
stato  distrutto,  e  già  crepolavano  le  im- 
ponenti volte  di  SI  antico  edificio,  pene- 
trando le   fiamme  ne'  piani  superiori , 
quando  gli  accorsi  contadini  animati  dal- 
l'altrui esempio,  riuscirono  ad  estinguer 
l'incendio,  che  durò  fino  all'una  antime- 
ridiana del  d'i  seguente.  Meno  il  danno 
loil'erto  dal  monastero,  sìa  per  la  perdila 
del  genere,  sia  pe'  restauri  che  occorre- 
ranno all'edificio,  la  Dio  mercè   non  si 
deplora  alcuna  vittima,  quantunque  tut- 
ti arsi  ne'paniii,  e  aiolti  olTesi  da  scotta- 
ture ".  Il  provvido  p. ab.  Gallucci,  rimu- 
nerati i  contadini  accorsi  ad  estinguere  il 
tuoco,  tosto  si  accinse  a  restaurare  nel 
miglior  modo  possibile  la  volta  del  fieni- 
le, ove  scoppiò  l'incendio,  e  cosi  anche 
qualuncpie  nitro  vano  che  avea  sollerto. 
VERONA  ( (^eroncn).  Città  con  reM- 
denza  vescovile  munita  e  regia,  antichis- 
■ima  e  illustre,  già  della  Venezia  terre- 
«tre,  ed  ora  del  regno  Lombardo- Vene- 
to, capoluogo  della  provincia  e  del  di» 


VER 

stretto  del  suo  nome,  trovasi  distante  i^ 
leghe  all'ovest  di  Venezia  e  3  i  all'est  da 
Milano.  Tra  le  città  di  provincia  ha  di 
suo  proprio  l'essere  stata  costituita  nel 
1 8 1 4  città  di  fortezza  e  sede  tanto  dell'i. 
r.  comando  generale,  e  degli  stabilimen- 
ti militari  centrali  delle  monture,  ed  al- 
tri relativi  ;  quanto  nel  i8i6  dell'i,  r. 
senato  supiemo  di  giustizia  pel  regno 
suddetto,  il  quale  per  altro  dopo  i  casi 
del  I  848  passò  ad  essere  concentralo  in 
quello  di'  Fienna  {F.).  Inoltre  dal  1849 
sino  al  1854  e  dopo  la  soluzione  dei  casi 
predelti,  restò  sede  del  governo  generala 
civile  e  militare  del  regno,  qnal  era  adi- 
dato  al  fu  feld -maresciallo  co.  Radelzky. 
Attualmente  poi,  seinplice  città  di  pro- 
vincia, sede  speciale  del  dello  comando 
generale  militare  e  fortezza.  E'  situata  a- 
n)enamente  in  bella  pianura  e  parte  iu 
colle,  quae  in  suo  sex  niillianim  amlii- 
tu  deccni  mille  demos,  et  quinrjuaginlft 
tres  mille  circiter  enumerai  cii'es,  come 
leggo  nell'ultima  proposizione  concisto- 
l'iale.  Di  grandioso  e  imponente  aspetto, 
sorge  in  riva  e  qual  maestosa  regina  del- 
l'Adige,^fe5m.y,il  maggior  fiumed'llnlia 
dopo  il  Po,  e  cui  per  la  chiarezza  di  sue 
acque  fu  dato  l'attribulod'rtme/io  da  Vir- 
gilio, e  da  Ennodio  di  splendidissimo.  E' 
l'unico  fiu(ne  di  Lombardia  che  non  si 
unisce  al  l'o,  ma  chedirellamente  si  sca- 
rica nel  mare,  cioè  nel  golfo  di  Venezia 
a  Forto-Fossone.  Si  forma  da  molli  ru- 
scelli, che  hanno  la  loro  sorgente  nell'Al- 
pi Elvetiche:  ricevendo  l'Eìsach  diviene 
navigabile  vicino  a  Bolzano.  Da  esso  na- 
scono i  canali  CuslagnaroedAdigello, am- 
bo navigabili.  Il  Caslagnaro  dovette  la 
sua  origine  da  un  trabocco  dell'Adigesuc- 
cesso  nel  i438.  L'Adigetto  offre  una  co- 
municazione fra  l  Adige  e  il  l*o  [)er  3  al- 
tri canali.  L'inondazioni  dell'Adige  sono 
assai  dannose  al  Polesine  di  Rovigo,  anzi 
lo  avrebbero  del  tutto  rovinalo,  se  deca  • 
nali  artificiali  e  forti  dighe  non  oe  rad- 
drizzassero il  eorso.  Verona  stessa  nel 
1757,  e  i  suoi  diotonii,  ne  furono  pei 


VER 

«{ttatclie  giorno  inondati,   la  cui  descri- 
zioiie  è  a  vedersi  nel  poema  la  Ristide 
delio  Spolverini,  ed  in  mi,  mentre  stava 
per  minare  la  torre  del  Ponte  delle  Na- 
vi, Biirtolomnieo  Rnbele,  detto  il  Leo- 
ne, del  contado  di  Valpaiitena,  si  fece  a 
salire  eroicamente  per  iscale  legate  con 
corde,  ed  a  salvare  per  esse  due  donne 
e  due   fanciulli   che  abitavano  sull'  alto 
della  detta  torre,  senza  aver  voluto  do- 
po accettare  dai  cittadini  premio  veruno 
(/^'.  Venturi,  Conìpeiulio  della  storia  di 
f'erona,  t.  2,  p.  196,  ediz.  2.*  1823,  ti- 
pografia  Bisesti).    L'  Adige  è  rapidissi- 
mo, non  congelandosi  se  non  per  uti  fred- 
tio  eccessivo.  E'  navigabile  da  Trento  al 
mare,  ma  la  sua  navigazione  non  è  mol- 
to facile,  ed  il  passo  della  Chiusa  è  spe- 
cialmente pericoloso.  L'Adige  è  utilissi- 
mo pei  commercio  col  Tirolo  e  colla  Ger- 
mania. Il  celebre  veronese  marchese  Sci- 
pione iVaffei,  nella  classica  opera,  f'^ero- 
na  illnslr  a  Ui , con  giunte , no  le  e  correzio- 
ni inedite  dell'  autore  (di  cui  mi  gioverò 
liberamenle  in  questi  miei  cenni:  ne  die- 
di contezza  nella  biografia,  insieme  i\\\e 
altre  opere  che   hanno   rapporto    colle 
scienze  ecclesiastiche,  ed  anche  coll*A<t- 
dres  celebrando  la  sua  Meropc,  «lel  voi. 
LXXlll.p.  199),  Milano  1826,  ragionan- 
do del  suo  sito,  riferiscR  quanto  ne  disse 
r  insigne  architetto  bolognese   Bastiano 
Serbo  ,  dopo  aver  trattato  dell'  Arena  : 
»»  Ed  è  ben  di  ragione,  se  i  romani  fecero 
tai  cose  a  Verona,  perchè  egli  è  il  più  bel 
sito  d'Italia  per  mio  parere,  e  di  pianu- 
re, e  di  colli,  e  di  monti,  et  anco  di  ac- 
que". Assai  conforme,  soggiunge,  fu  il  giu- 
dizio del  poeta  fiorentino  Berni  nell'Or- 
lando.  Rapido  fiume,  che  d'alpestre  ve- 
na -  Impetuosamente  a  noi  discendi,  -  E 
quella  terra  sovra  ogn  altra  amena-  Per 
mezzo  a  guisa  dìMeandro,  fendi j  -  Quel- 
la che  di  valor,  d'ingegno  <■  piena,  -  Per 
cui  tu  con  pili  lume  ^  Italia,  splendi,  - 
Di  cui  la  fama  in  te  chiara  risuona,  - 
Eccelsa,graziosa,almaFcronajz=.Ter- 
rn  antica,gentil,niadre  e  nutrice  di  spir- 


VER  121 

//,  di  virili,  di  discipline j  ■  Sito  che  lie- 
to fanno  anzi  felice  -  L'amenissinie  val- 
li e  le  colline,-  Onde  ben  a  ragion  {giu- 
dica e  dice  -  Per  questo,  e  per  V  antiche 
tue  mine,  -  Per  la  tua  onda  altiera  che. 
la  parte,  -  Quei  che  l'agguaglia  alla  cit- 
tà  di  Marte.  Per  questa  sua  singolare 
bellezza  la  si  disse,  secondo  alcuni,  Ve- 
rona, cioè   Eere   Unaj  ed   altri  pensò 
trovar  riunite  come  in  essa,  cos'i  nel  no- 
me, le  bellezze  di  VEnezia,  di  R.Oina  e 
di  IN  A  poli.  Il  poeta  Giovanni  Cotta   poi 
scrisse:  »chechi  vede  e  non  ama  perduta- 
mente Verona,  è  privo  d'ogni  sentimen- 
to, ed  ha  in  odio  se  stesso  e  tutte  le  grazie". 
Divisa  dunqiie  la  città   in  due   ineguali 
parti  dal  sinuoso  Adige,  quelle  si  comu- 
nicano insieme  per  4  ponti  principali,  de- 
nominati del  Castel  Vecchio,  della  Pie- 
tra, Nuovo,  delle  Navi  (dice  il  Castella- 
no, che  il  tratto  minore  della  città,  esi- 
stente nella  sinistra   S[)0nda   del   fiuu>e, 
prende  il  nome  di /^ero/?r'//rtr,  che  pur  con- 
tiene tnolteplici  monumenti, ed  i  resti  del 
Campidoglio  antico).   Del  i.°  parlerò  a 
suo  luogo.  Il  ponte  della  Pietra  antico  fu 
rifatto,  nel  secolo  X  riguardandosi  come 
stupendo, dicendosi  da  Liutprando, pon- 
te marmoreo  di  mirabii  lavoro  e  di  me- 
ravigliosa grandezza.  Il  ponte  Nuovo  lui 
una  torre  dalla  parte  della  città,  che  por- 
ta l'arma  Scaligera,  fabbricata  11611298 
d'ordine  d'Alberto:  il  ponte  poi  fu  riedi- 
ficato in  gran  parte  con  insuperabile  ro- 
bustezza dal  Sanmicheli.    Di  quel   delle 
Navi  furono  architetti  Giovanni  da  Fer- 
rara e  Giacomo  da  Gozo,  in  quale  anno 
e  per  ordine  di  chi,  l'insegna  la  grandis- 
sima lapide  di  marmo  greco  che  fu  po- 
sta allora  sulla  torre  cITè  nel  mezzo,  tra- 
sportata al  museo  dell' accademia  ,  che 
MalFei  nel  riprodurla  la  dice  forse  la  |)iU 
insigne  iscrizione  volgare  che  in  tutta  l'I- 
talia si  abbia,  considerata  la  sua  lunghez- 
za e  sontuosità,  e  il  non  aversi  marmo 
di  versi  italiani  avanti  questo  scolpito,  ia 
forma  gotica.  Il  poeta  fa  parlare  il  pon- 
te, ed  usa  il  dialetto  veronese,  e  dice  che 


laa  VER  VER 

lo  coslriù  Cansignore  nel  1 373.  In  Vero-  doìnìiùca;  Calvario,  eh*  è  it  monte  di  ». 
na  meritano  non  poca  considerazione  i  Rocco,  e  compreso  ora  dentro  le  mura, 
ponti,  pe'Ioro  poclii  archi  nella  larghez-  Nazaret  e  Beltlemme:  monte  Olivelo  si 
za  d'un  fiume  impetuoso.  Fra  le  tavole  disse  ancora  ov'è  il  monastero  della  Tri- 
che  corredano  i  5  tomi  dell'opera  <lel  nità.  Furono  questi  nomi  imposti  da  que' 
Mall'ei,  lai."  olFre  la  pianta  della  città  e  veronesi  crocesignati  che  tornarono  dal- 
li rigirar  dell'Ailige  in  e<sa  ,  colla  forma  le  sagre  guerre  di  Terra  Santa,  nellequa- 
del  l'ecinlo  e  positura  de'3  Castelli  appel-  li  tanto  si  distinsero,  e  furono  imposti  per 
lalis.  Felice,  S.Pietro,  Vecchio,  e  col  cen-  aver  trovato  che  la  situazione  di  questi 
no  de'colli  che  ha  dietro,  ed  a'quali  sem-  è  simile  a  quella  di  tali  luoghi.  Ne'molli 
bra  appoggiarsi. La  falda^sullaqualequal-  punti  di  vaga  vista  è  questo  di  singola- 
che  parte  di  essa  siede,  può  dusi  appun-  re,  che  varian  sempre  del  tutto,  e  si  tro- 
lo  l'ultimo  termine  da  questa  parte  del  vano  in  parti  fra  se  o()poste.  Le  case  pa- 
lunghissimo  giogo  di  monti  che  si  .«picca  rimente  che  sono  sul  fiume,  per  tulio  il 
«laU'Alpi  separanti  l'Italia  dalla  Germa-  tratto  interiore  dal  ponte  delle  Navi  a 
nia;  e  il  piano  in  cui  la  città  si  stende,  quel  della  Pietra,  e  molle  ancora  suquel- 
vien  però  ad  essere  il  principio  di  quei-  la  riva,  cui  resta  aperta  la  campagna  ed 
l'ampissimo,  che  per  lo  spazio  d'olire  2 00  i  monti,  godono  vaghissimi  prospetti,  e 
miglia  fino  alla  radice  dell'Alpi  di  Fran-  così  alcune  strade:  ma  troppo  più  e  trop- 
cia  continuando,  furma  la  più  fertile  e  pò-  pò  più  helle  sarehhero  in  questo  le  lon> 
polata  parte  d'Italia.  La  lunga  costa  or-  tananze,  se  si  avesse  avuto  a  ciò  qualche 
nata  in  più  luoghi  di  fabbriche  e  di  ci-  riguardo,  cos'i  nella  dirittura  delle  vie, 
pressi;  il  monlicello  di  s.  Pietro,  che  re-  come  non  permettendo  d'impedirle  e  di 
sta  dietro  gradatamente  coperto  d'abita-  attraversarle  con  giunte  ad  arbitrio  d'o- 
zionijla  piegatura  delle  a<Iiacenli  colline;  gimno a'casamenlifatti,e con  terreno  am- 
la  vaghezza  dell'Adige;  l'ampiezza  anco-  montato  in  più  luoghi.  Abbonila  la  città 
ra  della  città,  e  le  varietà  de'suoi  edifi-  ^li  strade  larghe  e  magnifiche,  e  altri  siti 
zi,  vengono  in  molti  luoghi  a  formar  prò-  averli.  Quella  del  Corso,  per  cui  si  fanno 
spetlive  così  nobili  e  così  belle,  che  scene  correre  i  barbari,  dalla  porta  del  Palio 
forse  non  si  videro  mai  sì  bene  ideale.  Si  alla  chiesa  di  s.  Anastasia  tira  per  diritto 
ponno  godere  dal  ponte  della  Pietra,  dal  non  meno  di  1066  passi.  Il  Castellano 
bastion  di  Spagna,  e  in  più  altri  luoghi,  la  qualifica  superba  e  che  si  dislingue 
ma  singolarmenle  sul  ponte  Nuovo,  che  dall'altre.  Trovo  nel  cav.  Fabio  Mu- 
può  dirsi  un  incanto  dell'occhio:  pari-  tinelli,  Annali  dalle  Province  FenetCf 
mente  dalla  collina,  ove  si  domina  am-  che  neli84o  Verona  pose  in  comunica- 
piamente  anche  l'esterna  pianura;  conte  zione  la  vasta  contrada  di  s.  Caterina  con 
a  dire  dal  Caslello  di  s.  Pietro,  dall'  allo  quella  del  Tealro,ecolIa  [)iazza  della  13ra 
del  giardino  Giusti,  e  da  più  altri  siti,  ne'  per  lu  via  appellata  della  Colomba  ,  co- 
quali  apparisce  quanto  propriamente  strutta  affine  di  perpetuare  la  memoria 
cantasse  il  Fracastoio:  2ovrrt  r///à,  che  dell'incoronazione  a  re  Lombardo  Vene* 
su  la  riva  amena  •  A)'  Adige  a  pie  del  lodell'imperatore  FerdinandoI, colla  spe- 
sacro  monte  siedi,  -  Donde  fuor  V  Alpi  &a  di  1 20,000  lire; e  traeva  dairaccjue  sta- 
e  le  campagne  vedi,  -  Dentro  gli  Archi,  gnanli,  per  selciarla  e  per  adornarla  d'al- 
//  Teatro  e  l'ampia  Arena.  Non  è  da  ta-  beri,  l'altra  via  lungo  Adigeappellata  dei- 
cere  coinè  la  parte  montuosa  prossima  al-  la  Vittoria,  che  da  antica  fanghiglia  ven- 
ia città  verso  ponente  e  tramontana  por-  «e  mutala  in  un  an)eno  passeggio,  e  riu- 
to  alquanti  nomide'Iuoghi  contigui  a  Gè-  sci  utilissima  per  venire  al  sussidio  della 
lusalcmiuc:  come  Valdouica,  cioè  f'alUs  porta  Vescovo,e  per  mettere  direiiameu- 


VER 

te  al  meraviglioso  Ciniilerio  della  cillà, 
colla  spesa  eli  lire  90,000.  Dice  ancora 
l'annalista,  che  sì  allencleva  con   molto 
ardore  alla  riduzione  dello  Stradone  di 
porla  Nuova,  e  a  cavar  di  sotterra  e  ad 
iscoprire  il  piano  dell'Anfiteatro,  non  es- 
sendo itnproI)al)iie  die  una  pietra  abbia 
a  disvelare  fìnaiuiente,  se  quella  stupen* 
da  romana  opera  sia  stata  eseguita  dal- 
la veronese  repubblica  o  da  Augusto  Ce- 
sare, o  da'Legionari  Tredicesiaiani,  oda 
Antonio  Primo  Vero,  o  da  Massimiano. 
11  lavoro  dovea  terminarsi  neli844>col- 
la  spesa  di  circa  1  70,000  lire.  Gran  co- 
modo e  gran  delizia  recano  le  fontane.  La 
saviezza  veronese  valendosi  dell'opportu- 
nità d'un'abbundante e  «lalubie fonte  die 
scaturisce  a  un  miglio  dalla  città,  con- 
dusse dentro  una  buona  parte  dell'acqua, 
e  la  fece  sgorgare  in  mezzo  della  piazza 
maggiore, in  fionteaila  pescheria, e  in  al- 
tri luoghi,  e  ne  fece  parte  a  quasi   tutte 
le  case  per  un  gran  tratto.  Avendo  no- 
minato le  piazze,  la   maggiore  delle  4 
principali,  più  vasta  e  più  elegante  es- 
sendo quella  di  Bra,  secondo  il  Castel- 
lano, dirò,  che  su  quella  dell'  lirbe  si 
vede  una  colonna  che  in   [)as$nto   ba- 
stava a'  debitori  di  toccare,  dopo  un  de- 
creto del  consiglio,  per  esser  salvi  dal- 
le molestie  de'credituri.  La  statua  espri- 
mente Verona,  sulla  stessa  piazza, era  già 
decorata  di  una  corona  per  indicare  che 
la  città  era  stata   di  residenza  sovrana  : 
questa  corona  fu  infranta  sotto  l'invasio- 
ne francese.  Tanto  ricavo  da  un  bell'ar- 
ticolo inlilolalo  A''«?ro/itìf,  di  L.  A.M.,con 
graziosa  veduta  della  città  e  dell'Adige 
con  un  ponte  di  i  archi,  pubblicato  dal- 
V Album  di  Roma,  t.  6,  p.  Sy.  Non  sa- 
prei se  è  quella  slessa  slalud,  di  cui  par- 
la Maffei,  trasportala  d'ordine  del  Con- 
solare della  Venezia  a'  tempi  di  Teodo- 
sio dal  Campidoglio  nel  Foro.  Il  mede- 
simo, ragionando  dell'ampiezza  di  Vero- 
na, nel  i73o  ed  a  suo  teuq)o  (|)ubblicc> 
l'opera  nel  1  ySa.epocache  va  tenuta  pre- 
ieute  in  tutto  questo  articolo,  per  quau* 


VER  123 

to  ripeterò  con  esso,  se  non  mi  riuscì  di 
conoscere  le  varianti  posteriori),  dice  che 
allora  essendo  stata  presa  esatta  misura 
colla  pertica,  camminando  sui  terrapieni, 
limgo  le.mura  per  di  dentro,  senza  com- 
putare i  bastioni,  né  il  castello  di  s.  Fé- 
lice,  ma  bensì  i  due  tratti  del  fiume, ov'es- 
so  supplisce  al  recinto,  si  trovò  il  giro  di 
passi  6270.  Quindi  avverte,  essendo  o- 
gni  passo  di  5  piedi,  e  1  eoo  passi  forman- 
do un  roigIio,se  vi  si  aggiunge  il  detto  ca- 
stello cresce  il  recinto  di  6  miglia  e  mezzo 
(ricordo  aver  detto  colla  proposizione  con- 
cistoriale del  1854  sex  mììlianuin  ani' 
hitujj  benché  la  fama  porta  assai  più  se- 
condo l'uso  suo,  e  di  non  maggior  esten- 
sione fu  contemporaneamente  trovata 
Milano.  La  popolazione,  compresi  i  mo- 
nasteri e  luoghi  pii,non  che  gli  ebrei,  nel 
I  7  3o,anniversario  secolare  della  gran  pe- 
sle,di  cui  non  erano  ancora  ristorati  i  dan- 
ni, si  calcolò  a  48,000  aninie,  ma  senza  i 
soldati.  Così  veniva  ad  essere  la  1."  città 
dello  stalo  veneto, succede-ido  poco  lonta- 
na dalle4o,ooo  Padova,  indi  Brescia  che 
dicevasi  arrivare  a  35,ooo.  Poche  città 
provarono  maggiori  vicende  di   Verona, 
poiché  ne'secoli  anteriori  e  fin  iieli4oo 
di  troppo  maggior  numero  e  di  frefpjeii- 
za  si  hanno  riscontri;  ma  nel    principio 
del  i5oo  scemò  fieramente  per  la  lunga 
guerra,  e  anche  per  contagio.  Neli5o5 
avea  70,000 anime,  benché  ne'precedeu- 
ti  anni  avesse  regnato  mortalità  e  penu- 
ria. L'istesso  numero,  anzi  più  nel  (612; 
ne  susseguenti  anni  venne  degradando  al- 
quanto,finché  l'accennata  peste  del  1  63o, 
tanti  in  pochi  mesi  rapì  ,  che  dopo  due 
anni  si   trovarono  soltanto  26,000  abi- 
tanti. Abbiamo,  Intorno  la  popolazione 
veronese  degli  ^/j«/ 1  7  56  e  1 7  7  o,  letture 
che  a'  3  1  maggio  e  9  agosto  1 855  //  sacer- 
dote Cesare  Cavatlonifece  nell'accade- 
mia d'agricoltura,  arti  e  commercio,  la 
quale  grazio  premiarlo  colla  meda^'^HcL 
d'oro,  enelZ^."  de' suoi  volumi  inserir- 
lo. Verona  1  858,  per  Vincentini  e  Fran- 
chiui  cou  1 2  tavole  slalisliche.  Quanto  ai- 


Iti  VER 

le  porle  e  alle  mura  della  città,  il  MafTei 
comincia  dal  parlare  delle  antiche,  e  col- 
la Porla  de'teinpi  romani  bella  e  intera, 
e  cos'i  conservala  da  credere  dìdìcile  po- 
tersene mostrare   altra  simile,  situata  a 
mezzo  il  Corso.  Da  essa  si  vede  l'uso  di 
qae'tempi  di  far  doppie  le  porte  delle  cit- 
tà,ergendone  due  simili,  e  con  eguale  or- 
namento, l'una  presso  all'altra  (una  for- 
se per  uscire,  1'  altra  per  entrare,  nello 
stesso  tempo,  ond*  eviiare  gli  ostacoli  ;  e 
Palladio  lodò  sommamente,  tra  le  anli- 
cheslrade,  quella  ila  llonia  ad  Ostia, che 
per  essere  frequentatissima,  fu  divisa  in 
<lue  da  un  corso  di  pietre  alquanto  più 
alte  dell'altre,  mentre  per  una  si  andava, 
per  l'altra  si  veniva,  schivando  1*  incon- 
trarsi), con  due  ordini  di  piccole  finestre 
sopra.  Con  erudizione  archeologica  con- 
futa quelli  che  la  reputarono  un  Arco, an- 
che per  denominarsi  la  prossima  chiesa 
s.  Michele  ad  portas,  e  perchè  il  popo- 
lo, per  tradizione  antica,  la  chiama  Por' 
ta  Borsari.  Doversi  tenere  per  regola  in- 
dubitata ,  che  dove  sono  due  i  passaggi, 
ossia  le  aperture,  quella  è  porla,  aven- 
done gli  archi  sempre  una  sola  o  3:  pro- 
va, che  il  far  le  porte  così   duplicate  fu 
antichissimo,  lagionevole  e  assai  genera- 
le costume.  L'iscrizione  è  molto  notabi- 
le e  per  più  ragioni  importante,  e  fu  scol- 
pila nel  265  imperando  Gallieno.  Dice- 
si  in  essa,  come  allora  furono  fabbricate 
le  mura  di  Verona,  benché  l'edilizio  n'è 
nnteriore.  La  sua  architettura,  sebbene 
viziosa  per  l'eccesso  e  licenza  degli  orna- 
menti, mostra  l'arte  già  guasta,  ma  non 
perduta.  L'opera  è  sontuosa   e  grande, 
«l'ordine  corintio.  Dal  dello  luogo  si  può 
passare  a  osservar  le  mura  rifatte  da  Gal- 
lieno, e  nel  silo  delle  prime  di  nuovo  e- 
relte,  qua  e  là  incorporate  nelle  case.  Da 
questi  avunzi  sembra  di  vedere  le  mura 
di  Atene  fatte  in  tempo  di  Temistocle, 
poiché  lavorate  in  fretta,  si  adoperarono 
alla  rinfusa  pietre  quali  sì  presentavano, 
e  postevi  dentro  colonne  e  marmi  lavo- 
rati di  aliti  edifizi,  oltre  i  sassi  ed  i  mat- 


V  ER 

toni.  L'altezza  di  queste  muro,  e  la  gros- 
sezza d'oltre  a  3  braccia,  le  rendeva  in- 
sieme terribili  e  magnifiche.  I1 1°  recin- 
to di  Verona  fu  opera  di  Teodorico  re 
de'  goti.  Di  esso  ampi  tratti  rimangono 
in  piedi  lungo  l'Adigelto.  Di  là  dall'Adi- 
ge, dove  si  serrava  parimente  con  quel- 
le mura  un  buon  tratto  del  montuoso, 
vari  pezzi  ne  appaiono.  —  Verona  è  co- 
gnominata la  città  delle  fortificazioni, \a 
città  tnarmovea.W  patrio  illustratore  Maf- 
fei,  oltre  il  ragionare  del  più  notabile  iti 
architettura  civile,  come  andrò  poi  ac- 
ceimando,  il  simile  fa  della  militare,  de- 
scrivendo le  mura  e  i  bastioni, colle  por- 
te. Il  sito  antico  di  questa  cillà,  egli  di- 
ce, non  poteva  desiderarsi  più  opportu- 
no per  una   fortezza,  siccome  circonval- 
lato in  3  parti  da  rapido  e  grosso  fiume. 
Le  antiche  mura,  rinnovate  a  tempo  di 
Gallieno ,  la  serrarono  solamente  dalla 
parte  che  rimaneva  aperta.  Lo  stesso  fe- 
cero le  seconde  di  Teodorico,  sebbene  si- 
tuate più  avanti  dal  primo  piegar  dell'A- 
dige al  suo  ritorno  per  linea  retta,  ser- 
vendosi dell'Arco  de'Gavii  per  una  por- 
ta;benchè  allora  oltre  l'Adige,  con  recin- 
to dell' istessa  struttura,  la  collina   di  s. 
Pietro  e  alquanto  di  spazio  nel  prossimo 
piano  a  levante  si  venissea  comprendere. 
L'Arco  de'Gavii  è  lo  scheletro  d'un  arco 
celebralissirno.  Viene  lodala  tutta  l'ope- 
ra singolarmente  perla  bellezza  e  consen- 
so delle  parli;  ma  la  sua  proporzione  non 
si  può  godere, perchè  ne  resta  sepolta  gran 
parte,  cioè  tutto  il  piedistallo,  ch'era  il 
3."  dell'altezza  delle  colonne.  Sua  raris- 
sima particolarità  è  l'aver  scolpilo  il  no- 
me del  suo  architetto  Lucio  Vilru  vio  Cer- 
done,  liberto  e  discepolo  del  gran  Vilru- 
vio.  Non  carco  trionrale,maprobabilmen- 
tecenolafio  o  depositoonorario.  Le  iscri- 
zioni poste  sotto  alle  nicchie,  mostrano 
che  le  statue  erano  di  4  Gavii,  onde  per 
loro  e  non  per  imperatore  alcuno  fu  fal- 
lo, oltre  una  donna.  Teodorico  fece  cam- 
biar uso  all'arco,  avendolo  compreso  e  in- 
serito nel  suo  1°  recioto^  e  fatto  diven- 


VER 

lare  una  porla  di  esso.  La  contigua  tor- 
re dell'orologio,  non  mai  fabbrica  Scali- 
gera, se  non  nella  parte  alta  di  mattoni, 
fu  una  delle  torri  di  (|uel  recinto  e  qui 
innalzata  per  difesa  di  tal  porta.  Pietre 
rive  e  grandi,  state  prima  dell'Anfiteatro 
^e  di  altri  edifizi,  vi  si  ponno  osservare,  in 
alquante  delle  quali  apparisce  i'  uso  an- 
tico di  lasciar  rozzo  il  mezzo:  ve  n'ha  an- 
cora di  lavorate.  Passò  Verona,  ne'secoli 
di  mezzo,  per  città  fortissima.  Nel  1287 
Alberto  1  Scaligero  die'principio  al  3.  "re- 
cìnto, col  quale  proseguito  poi  o  termi- 
nato da  Caii  Grande  I  nel  1  3^5,  restòam- 
pliata  la  città  fuor  di  modo,  e  resa  trop*. 
pò  didicile  a  esser  difesa.  Di  queste  in- 
tende il  Petrarca,  ove  nomina, /'«//e //2H- 
ra  di  Verona.  Se  ne  ponno  veder  lunghi 
tratti  e  alquante  torri,  e  dove  reliquie  ri- 
mase, dove  vestigi,  camminando  lungo  il 
moderno  recinto.  iVeli354  Can  Grande 
Il  edificò  e  terminò  in  3  anni  il  Castel 
Vecchio  col  ponte  omonimo  ,  trasferen- 
dovi la  sua  abitazione.  Il  ponte  di  Castel 
Vecchio  forse  contiene  il  maggior  arco 
del  mondo,  tanto  più  mirabile  in  quanto 
che  a  proporzione  non  molto  s'alza,  ma 
si  distende  ampiamente  per  lungo,  con 
istuporedell'occhio.Fu  edificato  nel  i354- 
Comunicando  col  castello,  e  dovendo  ser- 
vire per  recare  dentro  soccorsi  da  quella 
parte,  o  per  avere  abitazione  in  esso,  od 
un'uscita  in  pronto,  vi  si  cammina  a  co- 
perto tra'  due  muri  nterlati  delie  spon- 
de. L'Adige  in  quel  sito  si  dilata  assai  più 
che  altrove,  talché  non  computando  se 
non  l'importar  de'3  archi  e  delle  due  pi- 
le di  mezzo,  il  ponte  viene  ad  esser  lun- 
go piedi  348.  Gli  archi,  principiando  dal- 
la parte  di  là,  vanno  crescendo  in  lun- 
ghezza e  in  altezza:  la  corda  deli."  è  di 
piedi  70 ,  e  la  I .'  pila  di  1 8;  l'arco  1.°  è  di 
piedi  82,  e  la  pila  di  36.  Ma  la  corda  del 
3.°  arco  arriva  alla  lunghezza  di  piedi 
142,  della  quale  estensione  non  si  ha  no- 
tizia che  altri  si  sia  arrischiato  in  nessu- 
na parte  di  costruire  una  volta.  Il  famo- 
so ponte  di  Rialto  da  un  fianco  all'altro 


VER  1^5 

tira  piedi  86,  ed  il  piede  veronese  corri- 
sponde a  un  palmo  e  mezzo  del  romano. 
Così  il  MafFei.  Il  celebrato  ponte  di  Uial- 
to  in  Venezia,  lo  descrissi  nel  voi.  XCI, 
p.  3o8.  Nel  1389  Galeazzo  Visconti,  per 
farsi  una  specie  di  cittadella,  eresse  a  ri- 
dosso del  2."  recintola  muraglia  merla- 
ta che  si  vede  dal  Crocefisso  a'  Portoni 
della  Bra,  con  fosso  e  torri  e  porte,  ser- 
rando con  altra,  che  si  andava  per  dirit- 
to a  congiungere  con  quella  della  città, 
e  sussisteva  ancora  neh  5 16.  Ridusse  an- 
cora nella  forma  che  al  presente  si  vede 
il  castello  di  s.  Pietro,  e  incominciò  l'al- 
tro di  s.  Felice,  pro^ieguito  da'veneziani 
nel  secolo  seguente.  IMu  inventata  la  pol- 
vere, e  nell'inclinare  del  1  3oo  l'artiglie- 
ria, come  si  esprime  il  MaiTei,  comincia- 
ronoa  diventare  troppo  deboli  ripari  mu- 
raglie semplici  e  torri.  Mutandosi  perciò 
interamente  l'ordine  delle  difese,  ne  ven- 
ne a  nascere,  e  col  tecnpo  a  perfezionar- 
si l'arte  nuova  delie  forlidcazioni  moder- 
ne. 11  merito  di  tali  opere  in  Verona,  [)ar- 
le  nasce  dalla  mngnifjccnza  e  parte  dal- 
l'erudizione, poiché  son  le  prime  die  in 
tal  metodo  siano  slate  fcd^bricate,  unde 
ponno  dirsi  i  primi  originali  dell'arte,  e 
ci  fanno  imparare,  come  delle  fortifica- 
zioni moderne  un  veronese  fu  il  i.°  in- 
ventore e  fondatore.  Qui  il  dotto  mar- 
chese premette  alcune  riflessioni,  cotne  U 
fortificazione  passa  comunementcper  ar- 
te straniera  e  oltramontana,  per  quanto 
riferisce;  quindi  sostiene,  che  l'arte  delle 
fortificazioni  è  tutta  nostra,  nata  in  Ita- 
lia e  in  Italia  perfezionata  ,  assai  prima 
che  il  Vauban  nascesse;  ciò  prova  con 
riportare  gli  autori  italiani  di  opere  d'ar- 
chitettura militare  anteriori  ,  anzi  l' in- 
venzioni italiane  attribuite  non  solo  a 
Vauban  e  ad  altri,  com'è  manifesto  dal- 
le opere  di  Francesco  Marchi  bolognese 
nato  nel  1 5o6.  Questa  scienza  italiana  pas- 
sò alle  altre  nazioni,  le  quali  persino  ne 
adottarono  i  leruiini  stessi  e  le  voci  fon- 
damentali, esclusivamente  italiani.  Quin- 
di con  ragione  celebra  il  gran  vei'onese 


126                  VER  VER 

Michele  Sanmitheli  nolo  neli4<^4>  ""'-  l'ingegno  di  molti  strniiieri,e  dalle  gran- 
<;o  forse  Del  rendersi  egualirtente  eccel-  di  occasioni  di  lante  nuove  fortezze  e  di 
lente  e  nella  civile  e  nella  militare aiclii-  tante  guerre  prodotti,  la  forza  e  il  fon- 
lettura,  adoperato  da  Papa  Cleinenle  VII  daniento  della  difesa  consiste  pur  tutto- 
e  da  Francesco  II  Sforza  duca  di  Milano  ra  ne'bastioni  di  tal  figura  e  nelle  piazze 
nell'opere  fortificatorie,  oltredalla  repob-  de'fianchi.  Aggiunge  il  iMafTeijClie  quan- 
blica  di  fcnezia  in  questa  città  e  nel  do-  to  di  più  si  è  poi  fatto,  da  questa  iuven- 
niinio  persino  di  Levante,  come  dissi  in  zione  ha  preso  l'idea;  imperocché  l'opere 
tale  articolo,  e  per  questo  desiderato  dal-  esteriori  a  corno, l'opere  coronate,  lecon- 
Timperatore  Carlo  V  e  da  Francesco  1  re  troguardie,  lemczzelunee  i  rivellini,  non 
di  Francia  :  anche  il  parentado  di  (juel  sono  che  bastioni  distaccati  o  semibastio- 
sonunoconlrdjmpoi  non  pocoull'avanza-  ni.  Conclude,  non  senza  ragione  dun(|ue, 
mento  dell'arte. Nel  dirsi  fondatoredi  es-  potersi  dire,  che  autore  e  fondatore  i." 
sa  Sanmicheli  ,  non  è  necessario  il  pre-  delle  fortificazioni  moderne,  fu  colui  che 
tendere  che  dovesse  aver  inventato  tut-  del  bastione  con  doppia  faccia,  econ  fiaa- 
to;  abbracciato  dagli  altri  il  suo  sistema,  chi,  e  con  piazze  basse  scoperte  fu  l' lu- 
ne derivarono  altre  invenzioni  e  miglio-  venture,  cioè  il  veronese  Sanmicheli,  per 
i-an)enti,  ma  egli  iiì  il  fondamento  di  tut-  attestalo  altresì  di  Vasari;  egli  è  vero  che 
lo.  Sanmicheli  mutò  sistema  e  intro-  non  compose  libri,  ma  essi  per  lui  furo- 
dusse  nuovo  n)elodo,  inventò  il  bastione  no  Verona  e  Candia,  muti  veramente,  che 
triangolare  o  cinquangolare,  cou  faccie  però  insegnarono  tutto.  Confessò  il  frau- 
piane  e  fianchi,  e  con  piazze  basse  che  cesedo/vw/c  t^/c'/?of^i  del  1678,  che  l'in- 
raddoppiano  le  difese,  e  non  solamente  venzione  de'bastioni  si  deve  agl'italiani; 
che  fiancheggiano  la  COI  lina,  ma  tutta  la  e  il  Dizionario  matematico  d' Ozauam 
faccia  del  baloardo  prossimo,  e  nettino  il  dichiara  che  facevansi  prima  le  Torriloti- 
fosso,  e  la  strada  a[)erta,  e  lo  spallo.  L'ar-  de  o  quadre,  ma  le  lunghe  guerre  che  i 
cano  di  quest'arte  consisteva  nel  trovar  veneziani  ebbero  co'  turchi,  fu  cagione; 
modo  che  in  ogni  punto  del  recinto  fos-  che  inventassero  i  primi  il  modo  di  forti- 
se  d\(eso  per  fianco;  poiché  facendo  il  ficar  con  bastioni.  Avendo  Sanmicheli 
bastione  rotondo  o  quadrato,  la  fronte  i  Scanni  prima  reso  inespugnabile  Gau- 
di esso,  cioè  quello  spazio  che  resta  nel  dia  co'baslioni,  potè /'e//esirt  resistere  per 
triangolo  formalo  da'tiri  laterali,  rima-  un  4-°  di  secolo  agl'incessanti  sforzi  del- 
neva  indifeso.  Tal  fine  si  è  unicamente  la  formidabile  potenza  turchesca,  al  mo- 
ottenulocon  l'ingegnosa  forma  de'baslio-  do  narrato  in  quell'articolo.  11  Malici  por- 
ìùf  quale  si  è  poi  sempre,  e  da  tutti,  e  in  la  per  esempio  del  più  grande  assedio  di 
ngni  parte  adoperata,  con  modificazioni  cui  parli  la  storia,  quello  sostenuto  eroi- 
eli  verse.  Consisteva  [)arimenti  la  forza  del-  camente  dalla  famosa  Candia.  Così  tale 
Farle,  in  trovar  modo  di  rendere  quasi  scrittore  senza  saperlo  e  volerlo  fece  un 
continuo  il  fiancheggiar  delle  difese,  e  co-  immortale  panegirico  a  Sanmicheli,  che 
sì  terribile  che  con  grandissima  dinicollà  né  a  lui,  né  pressoché  a  tutti,  non  era  no- 
potesse  superarsi  dagli  aggressori.  Questo  to  per  l'inventore  de'bastioni  ei.°  intro- 
ni conseguì  colle  piazze  laterali  scoperte,  duttore  di  quest'arte.  Altro  vendicatore 
che  danno  modo  di  fulminar  senza  in-  degl' italiani  è  il  eh.  Rambelli,  che  oltre 
termissione,  molliplicando  gli  ordini  de'  Sanmicheli,  celebra  Marchi,  e  Comandi- 
cannoniede'[ucili;laddovedelIecasemat-  no  da  Urbino  (^.)  per  la  forma  de'ba- 
te  coperte  che  prima  si  facevano,  breve  Ioardi  (a  lui  però  insegnala  dal  concilia- 
e  di  poco  frullo  era  il  risultalo.  Qoindi  dino  Centogatti),  nelle  Lettere  intorno 
CjCheoggidìdopolanliralliuumeulijdul-  invenzioni  e  scoperte  italiane,  leti.  5.'  e 


i 


VER 

67.'  :  jirchiteltura  militare.  I  primi  au- 
tori che  parlano  di  bastioni  angolati,  os- 
serva Mafiei,  sono  tutti  pubblicali  dopo 
il  j55o,  nìeutre  nel  recinto  veronese  si 
hanno  più  bastioni  della  moderna  ma« 
ìera,  non  solamente  eretti  assai  prima 
i  tutti  i  libri  di  fortificazione  moderna, 
a  prima  ancora  di  Paolo  111  eletto  nel 
i534,  al  cui  tempo  si  edificarono!  baloar- 
di  o  bastioni  di  Roma  costruiti  da  Anto- 
nio Sangallo,  nel  giardino  Vaticano  dal- 
la parte  di  Belvedere  bellissimo,  quello 
superbo  fra  le  porte  s.  Sebastiano  es.  Pao- 
lo, e  l'altro  del  pari  magnìfico  the  difen- 
de la  punta  meridionale  dell'Aventino, 
fortificazioni  assai  slimate  per  l'epoca  in 
cui  s'ìnnalzarono,essfndo  l'arte  ancor  nel- 
l'infanzia, e  ciò  per  munire  le  Mura  di 
Boina.  In  Verona  alle  nuove  mura  ."ipo- 
se  mano  nel  1 5 1  7.  Fino  a  quel  tempo  si 
stettero  le  città  co'muri  meilali.  De'pro- 
pugnacoli  cominciati  qui  nell'istesso  tem- 
po,cliedieder  luogo  i  tedeschi, fa  menzio- 
ne il  Saraìna.  Lai."  parie  the  si  lavorò, 
fu  dalla  porta  del  Vescovo  a  quella  di  s. 
"Giorgio.  La  polla  del  Vescovo,  co'non»i 
de'veneli  rettori  e  di  Teodoro  Tiivulzio 
governatore,  porla  in  fronte  fanno  iSao. 
Nello  sles.so  hi  eresse  il  bastione  prossimo 
di  Santa  Toscana.  Sulla  muraglia  del  ca- 
ste! s.  Felice  per  di  fuori,  e  sopra  i  3  ba- 
stioni che  seguono,  colle  armi  de'retlori, 
si  vede  quella  del  doge  veneto  Grilli,  e- 
letto  nel  i523.  Su  quel  di  s.  Giorgio  fu 
scolpitoin  nicchia  un  bel  Leonealato,con 
I'  iscrizione  di  Giovanni  Baduari  eniie.i 
pra<  fi'clus  miro  sii,  flio  fieri ciirn\'it  i5i5. 
Sulla  porla  slessa,  che  fu  l'ultimo  lavo- 
ro da  quella  parie,  è  parimente  scolpilo 
I  5^5. 1  bastioni  di  questo  tratto  son  lut- 
ti rotondi  e  con  casematte  coperte.  Inol- 
tre neh  52 5  o  nel  seguente,  può  creder- 
si prendesse  congedo  da  Clemente  VII  il 
Sanmicheli,  e  ripatrinndo  si  dedicasse  a' 
servigi  del  suo  principe  naturale,  che  l'a- 
lea i usta n temente  desideralo.  Fu  perciò 
impiegalo  dalla  repubblica  di  Venezia 
subilo  nel  fortificar  Verona,  dove  la  sua 


VER  127 

invenzione  pose  in  opera,  e  però  del  nuo- 
vo modo  si  vedono  lutti  i  bastioni  fab- 
bricati dopo.  Si  die'  principio  alla  porta 
del  Vescovo  in  qua.  Il  i.°  bastione  dello 
della  Maddalena,  sotto  il  veneto  Leone, 
qual  comparisce  nell'alto  delle  sue  fasce, 
ha  inciso  1527.  Non  si  potrebbe  però  per 
l'istoria  delle  fortifica/.ioni  desiderar  me- 
glio di  questo  recinto,  in  cui  si  vede  lo 
spirar  della  vecchia  maniera,  e  il  nascer 
della  nuova.  Malfci  tiene  duixpie  per  in- 
dubitato,che  questo  bastione  foii  i.°rag- 
gio  della  nuova  atte;  e  in  esso  vedesi  per 
l'appunto  l'aite  ancor  bambina,  e  vi  si 
può  riconoscere  un  i.°  sperimento}  poi- 
ché non  è  già  quali  sono  gli  alili  che  il 
Sanmicheli ,  ammaestrato  dall'operaie 
stesso,  fece  poco  dopo;  ma  è  un  certo  mi- 
sto del  vecchio  modo  e  del  nuovo.  Il  ba- 
stione è  assai  più  piccolo  degli  altri,  pu- 
re fu  8s«ai  lodato  da  Francesco  M.'  I  du- 
ca d'  Libino,  nel  tempo  che  dimorò  in 
Verona  qual  capitano  generale  della  re- 
pubblica. Do[)o  «pjesto  si  sospese  da  quel- 
la parte  e  si  pose  mano  di  qua  dal  fiume. 
Olire  i  baslioni  Acquaro  o  s.  Francesco, 
s.  Bernardino,  s.  Zenone,  della  Catena  o 
di  Spagna,  sembrano  puiedi  Sanmiche- 
li anche  gli  altri.  Cominciando  ov'e.sce 
l'Adige,  ili."  bastione  non  ha  iscrizione, 
n)a  il  2."  detto  del  Corno  ha  il  s.  Rlarco 
nel  di  fuori,  con  l'arme  de'rappresentanli 
veneti  di  quel  tempo  e  l'anno  i53o.  La 
prossima  poi  la  Nuova  co'nomi  delle  su- 
preme tiignilà  porla  l'annoi  533,  e  nella 
facciala  interiore  ha  da  un  lato  lapide  co' 
nomi  del  doge,  del  pretore,  del  prefetto, 
de!  provveditore  alle  pubbliche  fabbri- 
the,  e  quello  pure  di  AJiclinele  Michae- 
Ho  vcronensis  archi  ledo  i535,  onoie 
grande  non  comune  (tale  èil  veio  cogno- 
me suo:  il  Maflei  e  altri  lo  chiamarono 
Sanmicheli  per  conformarsi  all'uso,  ad  e- 
sempio  di  Fracasloro;  altri  loiimedaSan 
JllicItdeJ.  Non  si  terminò  di  costruire 
questa  porla  ,  se  non  5  anni  dopo  ,  e 
andò  lungo  tempo  continuando  la  fab- 
brica del  recinto,  sì  per  la  grandezza  e 


128                   VER  VER 

«onliiosità  dell'opere,  come  per  l'interru-  terribile  nltezza,  come  a  porla  Nuota,  al 
rione  che  nasceva  dai  venir  più  volle  spe-  i.°  Ca  vallerò  e  sul  colle  al  castello  di», 
dito  il  Sanniicheli  in  Dalmazia  e  in  Le-  Felice,  dove  le  mura  che  riguardano  la 
vanta.  L'ultimo  bastione  di  Spagna  ha  campagna  sonoaltequanto  unagran  tor- 
nei!' una  delle  facce  bel  Leone  alalo  io  re  e  di  fortissima  coniposilura.  1  para- 
nicchia  e  l'unno  1547.  La  porta  del  Pa-  petti  sono  per  lo  piìi  di  18  e  di  20  piedi 
Jio  andò  tanto  in  lungo,  che  non  fu  erel-  di  muro, con  tal  declinazione,  che  vi  scor- 
ta se  non  dopo  sua  morte  (iSSg).  Delle  rono  le  palle,  e  tanto  massicci  i  merloni, 
3  porte  da  lui  (uchitettate  credesi  lai."  che  poco  resta  da  temere  alle  piazze  bas- 
posta  in  opera  quella  di  s.  Zenone,  il  che  se;  sono  per  lo  più  senz'angoli,  tondeg- 
da  altri  fu  ignorato  o  taciuto  ad  arte,  giati  nell'estremilà  e  degradali.  Le  gai- 
come  altre  opere  di  Verona.  Le  antiche  lerie,  e  le  stanze  sotterranee,  e  le  contra- 
opere  militari  della  citlù  hanno  il  meri-  mine  sono  pur  bellissime.  Le  porle  altre- 
to  e  il  pregio  d'esser  le  prime  del  melo-  sì,  e  gli  archi  e  i  ricelti,  e  quanto  accade 
do  moderno,  non  che  le  ultime  dell'ante-  di  veder  lavoralo  nelle  interiori  n)ura- 
riore.  Kon  devonsi  considerare  insieme,  glie,  nobihnenle  è  fatto,  e  con  gran  pie- 
come  farebbesi  in  una  regolare  fortezza,  tre  a  suo  luogo.  Della  costruzione  de'mez- 
II  doversi  slare  col  recinto  Scaligero,  l'ir-  zi  bastioni  sui  rivi  de'fiucni,  pel  i.**ne 
regolarità  e  la  grande  estensione  del  si-  die'  l'esempio  Sanmicheli  in  quello  chia- 
to,  escludono  tal  considerazione;  e  ciò  an-  nialo  s.  Francesco,  dove  una  sola  faccia 
Cora  per  non  essersi  posto  fine  all'impre-  e  un  sol  fianco  si  vede,  tirata  dalla  par- 
sa,mentre  alla  controscarpa  e  alla  strada  te  dell'Adige  una  linea  retta,  che  si  va  a 
coperta  non  si  arrivò  a  metter  mano,  an-  unire  coH'angoIo  del  bastione,  con  pre- 
zi  interrotto  in  più  luoghi  e  dilFerilo  il  parato  piano  a  3  pezzi  per  giuocare  so- 
]avoro,  gran  pezzi  si  lasciarono  del  vec-  pra  del  parapetto.  Ove  termina  il  muro 
chio  muro.  Bisogna  solauienle  osservare  si  butta  fuori  una  specie  di  piccol  fianco 
a  parte  a  porle  i  bastioni  e  le  mura,  e  far  che  vede  i  due  lati.  Nella  faccia  son  due 
prima  riflessione  alla  sontuosità  della  fab-  cannoniere  che  dominano  la  campagna, 
brica,  quale  spira  verauìenle  l'antiche  In  questo  bastione  vie  la  banchetta,  co- 
idee,e  presta  un  mirabilesaggiò  della  ve-  me  poi  venne  da  tutti  ordinata,  sopra  la 
neta  magnificenza.  Il  muro  nelle  cortine  quale  si  smonta  per  due  gradini  di  pie- 
è  glosso  da  14  ai6  piedi,  e  ne'bastioni  è  tra.  il  fianco  cade  perpendicolare  sulla 
grosso  24,  tulio  massiccio  e  solido,  e  di  cortina.come  osservasi  nella  maggior  par- 
buon  materiale,  talché  il  cannone  vi  a-  te  degli  altri.  La  metà  di  esso  è  aperto, 
vrebbe  per  certo  da  lavorare  un  gran  ed  ha  due  cannoniere  e  merlone  ,  cou 
pezzo  (procedendo  col  Mafl'ei ,  conviene  piazza  bassa,  nella  quale  si  entra  per  con- 
sempre  stare  alla  sua  epoca),  e  tanto  più  dotto  coperto;  d' ambo  i  lati  sono  due 
che  i  bastioni  sono  ripieni,  e  dietro  le  cor-  stanze  incavale  nel  terrapieno  per  tener 
line  ci  son  terrapieni  fin  di  3o  pertiche,  le  munizioni  e  ripararvi  gli  uomini.  Vi  è 
Kon  si  osservano  qui  contraforti,  neces-  pure  una  discesa  per  sorlire.  Il  fianco  ri- 
sari per  regger  le  mura,  come  si  son  poi  tiralo,  ch'è  eguale  alla  piazza  del  bastio- 
fatli,  poiché  lavorate  in  questo  modo  ab-  ne,  ha  3  cannoniere  nella  corona,  es'in- 
bastanza  si  reggono  per  se  stesse;  quindi  curva  tondeg^'iando,  il  che  si  crede  in  ven- 
è,  che  dove  i  propugnacoli  sogliono  aver  zione  di  Vauban.  In  giusta  distanza  è  il 
corta  vita,  se  non  si  restaurano  o  rinno-  bastione  del  Corno  d'angolo  assai  ottu- 
vanodi  tempo  in  tempo,  duran  questi  an-  so,  come  porla  la  linea  diritta  del  reciti - 
coia  belli  e  intalli.  La  fossa  è  in  molli  si-  lo.  Tralascio  la  descrizione  e  le  sue  cau- 
li d'ampiezza  meraviglioso,  e  il  muro  di  DOUÌere,CQSÌ  degli  altri,  iucompa'.ibile  al- 


V  K  R 

la  min  brevità  :  Mafiei  ne  offre  pure  le 
tavole.  Nella  cortina  sinistra  rimane  il 
vecchio  muro  Scaligero;  la  destra  è  di 
fabbrica  veneta,  ed  Ita  oblique  feritoie  nel 
irapetto  per  moschetteiia.  Seguita  la 
)rtn  Nuova,  bella  quale  apparisce  d<illa 
la  tavola,  situata  nel  mezzo  della  cor- 
lina  fra  due  bastioni:  Sanniiclieli  die'an- 
the  ili."  esempio  di  far  die  la  porla  ser- 
ia insieme  di  Cavaliero  (cioè  sovrastata 
da  edifizio  anco  per  iscuoprire  da  lonta- 
no). Edilizio  in  quadro,  sostenutodentro 
da  più  ordini  di  pilastroni  di  pietra,  con 
ricetti  o  stanze  per  le  guardie,  e  con  luo- 
go per  l'artiglieria,  saracinesche  e  altre 
difese,  tutto  con  arte  e  nobiltà  somcna. 
Le  porte  e  i  due  prospetti  sono  d'ordine 
dorico:  lutto  è  grave  e  robusto,  come  al- 
la qualità  xiella  fabbrica  si  conveniva.  Il 
lavoro  è  rustico,  fuorché  nelle  porle  di 
mezzo  e  nelle  parti  architettoniche.  Nel- 
l'interno sono  due  lunghi  aditi  in  volta, 
che  fanno  profondamente  discendere  a 
galleria  e  stanze  sotterranee:  l'istesso  os- 
servasi in  tutti  i  Cavalieri  di  questo  recin- 
to. Scale  cordonate  sono  dentro  negli  an- 
goli, che  girano  artificiosamente,  e  dan- 
no comodo  di  tirar  sopra  ciò  che  si  vo- 
glia. Il  coperto  è  lutto  di  pietra  viva:  al- 
tro tetto  è  sopra  per  maggior  comodo  de' 
soldati  e  delle  munizioni.  Il  muro  este- 
riore, che  forma  anco  parapetto,  è  gros- 
so 24  piedi.  Si  domina  perfettamente  l'un 
bastione  e  l'altro,  e  i  terrapieni  e  la  cam- 
pagna: due  per  parte  sono  le  cannoniere 
ne'iati,  le  interiori  delle  quali  radono  le 
facce  de'baloardi.  Dall'alto  dell'interna 
porta  si  osserva  un  bel  punto  di  vista.  11 
bastione  de'Riformati  è  meno  ottuso  del- 
l'antecedente: il  fianco  interiore, come  ne- 
gli altri  ancora,  è  vestilo  di  grosso  mu- 
ro, ed  è  circolare,  perciò  il  contorno  su- 
periore fu  detto  Corona,  concentrato  an- 
cora ne'lali.  A  mezzo  della  seguente  cor- 
tina,rimasta  da  una  parte  imperfelta,  s'al- 
za gran  Cavaliero,  e  così  nell'altre  che 
son  terminale.  L'ingresso  è  magnifico  tra 
due  gran  pilastroni  di  pietra,  e  la  salita 

VOL.   ICIY. 


VER  »a9 

comoda.  Segue  il  bastiode  di  s.  Spìrito, 
che  forse  fu  d'anteriore  lavoro:  benché 
rotondo,  non  è  niente  raen  formidabile 
de'modernì,  perchè  avanzato  dinanzi  al 
recinto  per  una  gola.  In  mezzo  alia  corti- 
na formata  dal  vecchio  muro  è  la  porta 
del  Palio,  i  cui  prospetti  di  lutto  marmo 
sono  d'  un  dorico  nobilissimo,  come  ap- 
parisce dalla  tavola;  nel  di  fuori  le  gran- 
dissime colonne  risaltano  per  due  terzi, 
scanalate  secondo  l'ordine,  e  tutte  d'  un 
pezzo.  Dentro  è  ampio  sito,  e  dalla  par- 
te dellp  città  un'alta  loggia,  che  non  in- 
vidia l'antiche  fabbriche  romane.  Il  di 
fuori  di  essa  e  il  di  dentro  non  ponno  più. 
facilmente  ammirarsi  che  descriversi:  l'o- 
pera è  rustica  e  massiccia,  ma  insieme  or- 
nata; i  pilastri  nell'interno  sostengouo  u- 
na  cornice  di  modo  particolare,  e  sopra 
di  essi  da  una  parte  all'altra  attraversa- 
no archi  di  pietra  Ira'quali  è  incassata  la 
volta. Sforza  Pallavicino,  governatore  ge- 
nerale dell'armi  venete,  era  tanto  inna- 
morato di  questo  edilìzio  ,  che  riteneva 
non  trovarsi  il  più  superbo  in  Europa. 
Vengono  successivamente  i  due  baluardi 
dis.  Dernardinoe  di  s.  Zenone  della  solila 
figura  e  co'  soliti  fianchi,  in  distanza  di 
giusto  tiro,  e  con  Cavaliero  in  mezzo  al- 
la cortina.  Meglio  non  poteva  farsi,  fuor- 
ché nel  coprire  con  orecchioni,  essendo 
situate  le  canituiiiere  in  modo  ,  che  per 
imboccarle  sarebbe  forza  al  nemico  d^au- 
darsi  a  mettere  sotto  il  fuoco  del  bastio- 
ne adiacente  e  del  Cavaliero,  onde  sono 
coperte  abbastanza.  Si  riconosce  qui  inol- 
tre che  erasi  fatta  la  strada  coperta,  e  ac- 
comodato lo  spalto,  anzi  vi  furono  pihe 
opere  esteriori.  Alcuni  scrittori  antichi, 
sogliono  accusare  i  primi  fortificatori  di 
aver  fatto  i  bastioni  troppo  piccoli^  ma 
questo  di  s.  Zenone  sarebbe  anco  in  og- 
gi applauditissimo  :  la  capitale  è  di  piedi 
175,  COSI  la  gola  e  altrettanto  le  facce;  i 
fianchi  sono  di  29  piedi.  Il  Cavaliero  é 
più  perfetto  degli  altri,  con  ingresso  e  sa- 
lita da  un  lato,  muro  grosso  come  i  ba- 
sliooi,  pietre  grandi  nel  contorno,  piazza 
9 


i3o  VER 

iiinpia  e  quadrilunga,  ed  i  sotlei  ranei  so* 
uo  diversi  dagli  alli'i.  La  porla  di  s.  Ze- 
none, sudd,  n>agnifìca  e  iieu  archi  lettala, 
in  quadro  anch'essa^  sarebbe  usservabile 
in  altte  città,  ma  qui  è  oiTuscata  dall'al- 
tre. Le  coluniie  piatte,  cotu partile  iu  qua> 
dri  rustici,  bizzairautente escono  verso  la 
cima  con  un  nello  più  ristretto,  sopra  cui 
è  capitello  composito.  La  maggior  parte 
del  tratto  di  questa  porta  cili'ultimo  ba- 
stione è  rimasto  dalla  fortilìcazione  pre- 
cedente, fatta  molto  avanti  il  i5oo.  Ne' 
parapetti  delle  cortine  sono  spesse  canno- 
niere dritte  e  oblique;  qui  si  vedono  re- 
spiri e  luminari  pe'sutlerranei,  che  girau 
sotto  da  per  tutto.  Si  vuole  che  lo  studio 
de'le  contromine  cominciò  dopo  che  Pie- 
tro INavarro,  chiamato  i  nventordelle  mi- 
ne, conquassò  e  mandò  in  aria  molte  for- 
tezze ;  ma  questi  veronesi  corridori  cou 
pozzi  e  campane  una  sotto  l'altra,  e  stra- 
de Sfgrele,  couiC  dice  il  Marchi,  che 
vanno  fatte  le  contramine,  e  che  si  fe> 
cero  quelle  del  baioni  do  di  Paolo  HI,  a 
tutte  l'imprese  che  del  Navarro  in  que* 
sto  geneie  si  i accontano,  sono  certaineo- 
te  anteriori.  Il  tondo  bastione  di  s.  Pru- 
colo,  oltre  a  io  cannoniere  di  sopra,  hu 
due  casematte  per  parte  dell'aulico  mo- 
do, due  cannoniere  delie  quali  riescono 
sotto  il  cordone,  e  due  quasi  al  pian  del 
fosso.  £'  notabile  nella  cortina  che  tiegui- 
ta  il  vedersi  anche  in  essa  la  bocca  di  due 
casematte,  e  qui  si  riconoscono  le  finezze 
del  forlifìcare,  che  precede  il  moderno. 
Passando  avanti  irovasi  inserito  nella  cor- 
tina un  pezzo  del  muro  Scalìgero.  Vieu 
finalmente  il  buslione  di  Spagna^  di  super 
ba  struttura,  d'angolo  aculo,  coinè  posto 
nei  voltar  det  recinto,  e  per  la  sua  situa- 
zione di  figura  purliculcue,  ma  vhe  ful- 
mina d'  ugni  parie  in  più  n)udi.  Fu  lo- 
dalo assai  dagli  scritturi  dell'arte.  Il  Sun- 
miclieli,  in  cui  parve  esser  passata  l'ani- 
ma di  Vilruvio,  imparò  un  mudo  prati- 
catovi dal  veronese  Anlìteatro,  come  im- 
parò da' suoi  gradi  il  modo  delle  piette 
•opra  il  coperto  della  porta  Nuova  ,  al 


VER 

congiungimento  delle  quali  non  può  cor- 
rere acqua;  e  dal  suo  portico  esteriore  il 
gettar  archi  di  pietra  sotto  la  loggia  del- 
ia porla  dèi  Palio  intrainurandovi  la  voi» 
ta;  e  come  ne  impalò  il  raddoppiar  gli 
archi  sotto  i  vani,  e  il  fure  porle  grandi 
di  3  soli  pezzi,  o  col  cuneo  in  mezzo,  e 
il  valeisi  mollo  e  in  più  foggie  del  rusti- 
co, che  tanto  fa  liene  nell'opere  grandio- 
se e  severe,  nobilitando  però  con  Itelle 
parti  architettuniclie,  e  con  pulir  talvol- 
ta a  luogo  certi  piccoli  spazi.  Nella  pie- 
na dell'Adige,  avvenuta  ne'|)rimi  del  no- 
vembre 1719,  entrata  l'acqua  in  questa 
lussa,  corse  fino  a  uscire  dall'  altro  lato, 
e  fino  a  tornar  nel  suo  letto,  essendone 
limasti  abbattuti  3  archi  del  ponte  alla 
porla  di  s.  Zeno.  Tra  le  opere  militari 
sommamente  maguìfìche  ,  e  'secondo  il 
tempo  dell'erezione  anche arlinciose,de- 
vonsi  comprendere  diverse  delle  seguen- 
ti. Il  bastione  di  Campo  JMarzo  non  va 
in  liuea  cogli  altri,  essendo  tia  le  antiche 
l'opera  più  moderna  di  \  erona  ,  come 
fabbiicalosul  finir  del  secoloXVl.  lIMaf- 
fei  io  dice,  forse  il  maggior  baloardo  del 
moudo,  riprovalo  però  per  l'eccessiva 
grandezza.  La  capitale  è  di  piedi  49^)  ^<* 
gola  di  610,  la  faccia  deslra  di  612,  e  il 
suo  fianco  di  1 60,  la  sinistra  di  5 1 8,  e  il 
suo  fianco  dii32,  compresi  78  che  ne  ti- 
ra la  corda  dell'orecchione.  Ha  il  para- 
petto di  terreno,  e  benché  da  una  parte 
copra  il  fianco  con  orecchione,  non  (a  co- 
si dall'altra,  forse  per  non  esservene  bi- 
sogno per  la  vicinanza  del  fiume  ,  e  per 
lo  battete  che  vi  fu  della  campagna  il  po- 
tilo allo  del  Crocefisso.  Le  piazze  basse 
hanno  mura  nobili  e  più  cose  osservabi- 
li: vi  si  scende  dalla  gola  per  due  larghe 
strade  di  facil  declivio.  11  muro  Scalige- 
ro, che  procede  sino  al  fiume,  duvea  col- 
le sue  torri  atterrarsi;  vedesi  principiala 
la  cortina,  che  si  ritirava  in  dentro  pie- 
gando sulla  drilla,  oude  proseguendo  ta- 
glierebbe io  spazio  ove  nel  1 ."  quarto  del 
secolo  passato  si  fabbricò  la  Fiera  di  rnu- 
10.  Segue  il  bastione  delle  Maddalene,  già 


VER 
descritto  qual  primogeiiito  ói  tutti  gli  au- 
golai'i.  La  porla  del  Vescovo  a  mezzo  la 
cortina,  benché  sia  l'iafei-iore  tra  le  ve- 
H'onesìjè  però  molto  nobile,  ornata  e  bea 
pensata.  Da  essa  alia  porta  di  s.  Giorgio 
I bastioni  sono  tutti  rotondi,  ma  così 
fraudi  e  massicci,  e  così  ben  muniti,  che 
>eu  meritano  essere  osservati.  Ne  sia  sag- 
lio  quello  di  s.  Toscana,  che  ha  io  cau- 
loniere  in  giro,  cavate  nel  murogrossis- 
timo  ,  che  fa  parapetto  con  due  feritoie 
oblique  a  lato  di  ciascuna  per  atoschet- 
li,  e  con  tromba,  che  assai  s'  allarga  nel 
di  fuori,  per  poter  ferire  a  piacere.  Sui 
fianchi  ha  le  casematte,  e  le  cannoniere 
vengono  a  radere  il  f'usso.  ^ul  colle  resta 
il  muro  Scaligero  colie  sue  torri,  ma  fuo- 
-ri  di  esso  nell'alto  si  sporge  il  bastione  di 
-«.  Zeno  in  monte,  ìndi  l'altro  di  s.  Felt- 
i-^.  11  Castello,  eh' è  fondato  in  parte  sul 
masso,  seguendo  la  necessità  della  aituu- 
■xione,  consiste  nella  parte  di  fuori  in  uu 
grandissimo  tenaglione,  furmato  da  mu- 
ra lerribdi  di  cui  poche  sono  Teguaii.  Ha 
porte  di  sortita,  e  modi  vari  di  difesa,  e 
casematte  di  grandissima  opera.  Venen- 
do dalla  città  al  Castello  ai  monta  »ulla 
piazza  del  terrapieno  per  bella  porta  la- 
terale, ornata  di  colonne  doriche  con  fa- 
sce rozze.  Proseguendo  il  recinto  si  tro- 
va in  poca  distanza  il  bastione  della  Da- 
cola,co»ì  detto  perchèera  (piivi  una  por- 
ta, che  apparisce  ancora  nel  di  fuori,  su- 
Stenuto  dinanzi  ad  essa  con  vulte  di  ter- 
reno. Dal  bastione  al  ca>tello  di  s.  Pietro 
slendesi  una  traversa  di  grosso  muro,  che 
mostra  nella  cima  come  faceva  difesa  di 
qua  e  di  là.  Passando  al  bastione  delle 
Boccare,coȓ  detto  per  le  gran  bocche  che 
sono  nel  suolo  della  sua  piazza  ;  esso  è 
mollo  diverso  dagli  allii,  giacché  non 
pieno  ma  vuoto, con  muro  grosso  25  pie- 
di e  corridore  in  cima  pe'  moschettieri. 
Scendendo  nella  incomparabile  casamat- 
ta si  trova  uno  de'piìi  nobili  edilìzi  ch'ab- 
bia forse  fatto  vedere  ne'secoli  moderni 
l'architettura.  Erano  le  casematte  stanze 
soilerrauee  in  volta  coq  cauuoDicie,  per 


V£R  i3i 

lo  più  ne'fianchi  de'baslioui,  e  solevano 
tener  luogo  di  piazze  basse.  Dopo  il  nuo- 
vo modo  dal  Sanmicheli  introdotto,  fu- 
rono fieramente  riprovate  dagl'ingegne- 
ri italiani,  perchè  con  tutti  i  respiri  e  fa- 
ri, il  fumo  e  il  rimboutbo  le  rendevano 
ben  tosto  impraticabili:  ma  avea  trova- 
to modo  di  renderle  praticabili  chi  ta 
presente  edificò.  La  porta  è  larga  i4  pie- 
di, ed  alta  20.  Tuttu  lo  spazio  del  bastia* 
ne  è  abbracciato  da  uu  sotterraneo  solo, 
che  tira  da  uu  muro  all'altro  in  diame- 
tri piedi  10  5.  Il  pilaatroue  rotondo  che  sta 
nel  mezzo,  ha  di  diametro  piedi  24  t^  OQ' 
ce  6.  Da  queato  si  spicca  la  volta,  che  gi« 
ra  tutta  attorno,  e  cu'colai  ineute  si  esleu*. 
de  in  larghezza  di  ^o  piedi,  alta  da  ter- 
ra nel  mezzo  piedi  24-  La  grazia  e  la 
maestria  con  cui  tutta  questa  volta  cam- 
mina in  cerchio,  il  che  è  di  molta  dilG- 
coltà,  e  la  perfezione  e  cuune>sione  di  tut- 
ta l'opera  nun  ai  può  e»primere  in  breve. 
Pareimpossibiie,  nel  mirarla,  dice  il  Maf- 
fei,  che  in  così  largo  spazio  possa  reggefr 
SI  con  !>ì  poca  curvatura,  e  tanto  più  per- 
ché non  imposta  perpendicolarmente  sul 
muro  della  circonferenza,  ma  vi  si  ap- 
poggia lu  angolo  solamente  di  4^  gradi; 
con  tutto  que!>tu  nou  avea  mai  fatta  la 
minima  fessura,  né  perduto  un  mattoue 
dopo  le  pioggie  e  il  gelo  di  200  e  tanti 
anni.  Aggiungasi  la  meraviglia  de' fori, 
poiché  avendo  ne'Iali  due  cannoniere  per 
parte,  sopra  queste  sono  ailrellanle  am- 
pie aperture  semio  vali, che  corrispondo^ 
no  ai  vampo  de'  pezzi;  e  nel  colmo  del- 
l'arco n'ha  altre  4  intere  e  veramente  o> 
vali,  perchè  più  strette  dalla  parte  inter- 
na nel  procedere  al  centro  con  sommo 
artifizio.  L'asse  di  queste  aperture  è  luu- 
gopiedii8,e  il  diametro  piccolo  è  di  pie- 
di 1  i.  Gli  urli  sono  contoruati  nel  di  so- 
pra di  gran  pietra  per  durevule/.za  e  pei' 
ornamento;  e  in  quelle  che  rispondono 
alla  parie  ulta  della  piazza,  sopra  l'estre- 
mità e  grosso  muro,  che  s'  alza  fino  ai 
suolo  superiore. In  questa  casamatta  dun- 
que uuu  si  patirebbero  griux^oinodi  a^- 


i32  VER 

posti  alle  altre,  giacché  l'ampiezza  tiel  si- 
to, la  grandezza  delle  8  aperture  sì  oppor- 
tunamente situate,  e  la  gran  porta  clie 
mette  non  in  andito,  ma  all'aperto  cie- 
lo, dissiperebbero  in  gran  parte ,  e  ren- 
derebbero tollerabile  lo  strepito  e  il  fu- 
mo.  Vi  si  ha  lume  quanto  in  un  cortile, 
e  sarebbe  perciò  la  più  bella  cavalleriz- 
za coperta  del  mondo.  Ne  duole  il  non 
poter  celebrare  l'ignoto  architetto  d'im- 
inortal  memoria  ben  degno:  la  quantità 
d'uomini  eccellenti  in  ogni  professione, 
che  allor  fioriva,  faceva  Irasandare  an- 
che le  cose  grandi.  Non  resta  che  il  ba- 
stione di  s.  Giorgio,  vuoto  parimente,  e 
con  parapetto  in  cima  al  muro ,  e  dalle 
sue  fessure  non  si  temevano  palle,  poiché 
iu  poca  distanza  vi  è  il  lìutne.  La  prossi- 
ma porta,  detta  dal  bastione  di  s.  Gior- 
gio, non  rimase  terminata  verso  il  di  den- 
tro, ma  fu  pur  lavoro  di  bravo  architet- 
to: il  suo  prospetto  di  bianco  marmo  é 
grave,  puro  e  molto  ben  divisato,  d'or- 
dine tra  toscano  e  dorico.  M'accorgo  d'es- 
sermi alquanto  diffuso  in  questo  estratto, 
ma  la  città  per  antonomasia  detta  delle, 
fortificazioni,  lo  meritava;  anco  perchè 
da  essa  ne  derivò  all'architettura  milita- 
re il  suo  perfezionamento  e  vanto  all'  I- 
talia,  per  opera  del  genio  e  del  potente 
ingegno  d'un  illustre  veronese;  ed  altresì 
per  rendere  un  omaggio  alla  gloriosa  re- 
pubblica di  Venezia,  che  della  sua  fedele 
Verona  fece  un  fortissimo  propugnacolo, 
come  pure  fu  una  delle  gemme  più  ful- 
gide di  sua  corona.  Tali  erano  le  mura, 
le  porte,le  fortificazioni  veronesi  nel  1780. 
Dopo  tanto  lasso  di  tempo,  dopo  tante 
vicende  politice,  probabilmente  occorse- 
ro variazioni,  sebbene  ninna  avvertenza 
ne  trovo  nella  citata  edizione  del  1826. 
Certamente  dagl'imperanti  austriaci  Ve- 
rona ricevè  nuove  formidabili  fortifica- 
zioni, delle  quali  vado  a  dirne  alcunché. 
Verona  è  piazza  forte,  singolarmente  per 
le  nuove  fortificazioni  aggiunte  dagli  au- 
striaci. Trovo  nel  Dizionario  geografi' 
co  universale ^'ww^vt&io  iu  Venezia:  »  Tra 


VER 

le  fabbriche  militari  di  Sanmicheli,  sin- 
golarissimo e  fortissimo  ingegno,  grande 
SI  nell'architettura  militare  e  sì  nella  ci- 
vile, che  lasciò  alla  sua  patria,  sono  de- 
gni di  nota  la  maggior  parte  de'baloar- 
di  e  delle  mura  che  cingono  la  città,  mi- 
seramente abbattute  neh  801  perla  pa- 
ce di  Luneville(de'9  febbraio  fra  la  Fran- 
cia, l'imperatore  Francesco  II,  ed  i  prin- 
cipi dell'impero),  e  le  4  porle,  Nuova,  di 
Vicenza,  di  Brescia,  e  del  Pallio,  la  qual 
ultima  viea  appellata  miracolo  di  robu- 
stezza e  di  eleganza".  Narra  il  cav.  Mu- 
tiuelli,  che  non  cessando  Verona,  assai  di  - 
vota all'Austria,  validamente  munita,  e 
superba  per  l'antiche  sue  porte,  conside- 
rate fra  le  più  belle  d'Europa,  di  accre- 
scere anche  perdi  lei  parte  le  militari  o- 
pere,  oihiva  al  termine  del  i84o,  com- 
piuta sopra  la  piazza  della  Bra  grandio- 
sa fabbrica  ,  bella  creazione  della  mente 
dell'architetto  Barbieri, la  quale  innalzan- 
dosi tra  il  romano  Anfiteatro,  la  pia  bel- 
la cosa  del  inondo,  anche  conte  ora  si  tro- 
va, e  il  palazzo  della  Comune  ,  e  piace- 
volmente armonizzando  per  le  sue  gigan- 
tesche colonne  e  per  il  magnifico  suo  fron- 
tone colla  severità  del  i .°  edilizio,  e  colla 
ricchezza  del  2.°,  veniva  destinata  a  sede 
della  principal  guardia  militare  della  cit- 
tà ;  laonde  la  fabbrica  stupenda  prese  il 
Dome  di  Palazzo  della  gran  guardia,  iVi 
cui  a'  9  dicembre  presero  solennemente 
pussessu  e  a  bandiere  spiegate  le  soldate- 
sche. La  spesa  dell'edilizio  amcnontò  a 
1 58, ODO  lire,  e  le  due  ale  in  corso  di  ese- 
cuzione, a  tale  epoca,  a  2  i  2,000;  doven- 
do il  comune  occupare  il  piano  superio- 
re pel  proprio  ulìizio.  —  Non  lascio  per 
altro  di  notare  che  sulle  fabbriche  nuo- 
ve della  Bra  ha  sta  mpato  pensieri  e  pro- 
poste ben  altre  il  celebre  Gaetano  Pina- 
li,  già  consigliere  d'appello,  uomo  eru- 
ditissimo, morto  da  circa  un  quarto  di 
secolo,  intelligente  soprammodo  e  studio- 
so d'architettura,  al  quale  sono  dovuti 
tanto  gli  studi  e  le  proposte  fatte  per  la 
licosti'uzioue  dull'Aico  dei  Gali,  demo» 


VER 

ìlio  nel  y.g  novembre  i8o4, e  pei"  la  fab- 
brica cbe  si  avrebbe  dovuto  sostituire 
alla  (.leniolila  chiesa  di  s.  Giinitiiano  uel- 
ia  piazza  di  s.  Marco  in  ì^eneun  (/'.)  ; 
quanto  tutte  le  illustrazioni  alle  tavole 
delle  fabbriche  del  Saninichieii,  opera  in 
loglio  riprodotta  dalla  tipografia  Anto- 
nelli.  Al  Pinali  la  città  di  Vicenza  fece 
coniare  una  medaglia  per  ringraziamen- 
to di  alquanti  disegni  originali  di  l^al- 
ladio,  ch'egli  le  diede  in  dono,  come  do- 
nò a  Verona  la  bellissima  statua  romana 
dell'oratore  Orleusio.  —  Il  prof.Giovanni 
Parati,  coli'  odierna  pianta  di  Verona^ 
pubblicò  con  tale  titolo  un  articolo  nel* 
\'  Album  di  Romani.  1 5,  p.  1 22:  ecco  quan- 
to dice  delle  attuali  fortificazioni.» Que- 
sta cospicua  città,  dopo  il  1823  fu  profon- 
da raeu  te  studiata  dall' Austria, la  qua  le  nel 
rammemorare  rinlluenza  che  poteva  a- 
vere  io  tutte  le  guerre  d'Italia,  compre- 
se la  suprema  e  veramente  unica  sua  mi- 
litare importanza.  Per  la  qual  cosa  i  te- 
deschi onde  aver  il  duplice  vantaggio  del- 
la difesa  e  della  oil'esa  simultanee  e  libere 
(l'esperienza  sta  per  farsene  mentre  seri* 
vo),s'acci userò  bentosto  a  ridurla  secondo 
il  terribile  sistema  di  Carnot,  qual  misto 
di  fortezza  e  di  campo  trincerato  (che  nel- 
la piantasi  vede  delineato  presso  \\  Cam- 
po Marzio).  Sei  bastioni  in  pianura  sulla 
destra  del  fiume  furono  formati  d'  un 
doppio  muro  parallelo,  ma  in  tal  guisa 
fatto  ed  innalzalo  da  lasciar  libera  usci- 
ta pe' fianchi  a  numerosi  corpi  di  trup- 
pa, che  schierati  nel  letto  del  fosso  pei* 
una  lunga  e  facile  controscarpa,  potesse- 
ro a  un  bisogno  uscire  con  cavalleria  e 
artiglieria  ordinate  per  respingere  l'eser- 
cito nemico.  Il  vetustissimo  Castello,  i 
•ette  baloardi  del  medio  evo,  i  fortini,! 
torrioni,  le  cortine  de'monti  che  le  stan- 
ino a  ridosso,  ed  i  molti  propugnacoli  che 
da  luogo  a  luogo  sorgono  tutto  all'intor- 
DO  nel  recinto  delle  mura,  vennero  an- 
che questi  restaurati,  atfortifìcati  e  mu- 
niti d'ogni  sorta  di  opere,  di  batterie  e 
munizioni.  Né  tulle  que&le  furtiflcazioni 


VER  i33 

e  difese  furono  bastanti  per  rendere  sazio 
e  tianquillo  l'animo  tilul>ante  della  de- 
crepita oligarchia  austrìaca  (la  sua  pub- 
blicazione porta  la  data  de'  10  giugno 
I  848  1  ),  che  anzi  avvezza  da  secoli  a  di- 
videre in  categorie  gli  uomini, ed  a  rin- 
negare la  vita  progressiva  dello  spirito  u- 
mano,  onde  renilersi  vìemmaggìorraenle 
temuta,  imperturbabile  e  sicura,  ordinò 
che  s'innalzassero  ancora  più  innanzi  nel- 
la campagna  de'saldi  trincieramenti  rin- 
forzati da  mezzi  addizionali  e  da  altre  o- 
pere  gagliarde,  fatte  tutte  ed  ideate  se- 
condo il  principio  delle  torri  Massimi- 
liane.  Però  alla  vista  di  queste  barriere 
formidabili,  al  cospetto  di  sì  studiate  e 
munite  fortificazioni  s'  arresterà  forse  il 
magnanimo,  l'intrepido,  l'armi-potentis- 
snno  Monarca  Suhalpirio?  No;  ma  il  co- 
raggio ed  il  valore,  la  previdenza  e  la  fer- 
mezza di  questo  Re  Salvatore  e  delle  po- 
derose e  prodi  sue  milizie,  a  cui  ia  disci- 
plina e  la  virtìi  militare  non  vennero  mai 
meno,  sormonteranno  gli  ostacoli,  trion- 
feranno delle  diHìcoltà  che  la  natura  e 
l'arte  gli  hannocontrapposto.  Dappoiché 
per  l'intera  liberazione  patria  dal  giogo 
stianiero  e  per  l'italiana  indipendenza  é 
stata  snudata  da  Carlo  Alberto  la  spada 
ec."  Qual  si  fu  il  successo  di  questa  divi- 
nazione d'allora,  l'accennai  a  suo  luo- 
go  ;  quale  della  presente  franco-sarda 
vedremo.  Ci  disse  poi  VOxservalove  Ro' 
mano  (\e\  i85i,  a  p.  gSS,  facendo  la 
corrispondenza  del  Cattolico  parlare 
un  viaggiatore  reduce  dal  Tirolo,  di 
cui  restò  edificato  per  la  religione  e  la 
fedeltà,  e  da  Trento  meravigliato  per 
non  rinvenirvi  un  pubblico  monumen- 
to che  testimoniasse  all'universale  la  ce- 
lebralissima  adunanza  dell'  ultimo  ecu- 
menico concilio.  »  Da  Trento  passai  a 
Verona,  la  città  delle  fortificazioni,  che 
volli  vedere,  per  quanto  era  permesso,  per 
intero.  Ei  mipareesserecosìbene  ordina- 
le,che  per  superarle  sarà  mestieri  di  sagri- 
fìcare  molti  battaglioni,  e  alcun  v'ha  che 
pensa  che  in  oggi  sieoo  imprendibili. 


1^4  VER 

Vidi  il  forte  s.  Lucio ,  e  il  luogo  dove  i 
▼ostri  piemontesi  inutilmente  fecero  pro- 
va del  loro  valore.  Giunsi  in  Verona  die 
erano  anror  fi  esche  le  gioie  e  feste  fatte 
nll'imperatore".  Leggo  nella  Civiltà  Cat- 
tolica del  1 857,  3/  serie,  t.  5,  p.  i  r  2:  Le 
forlificarioni  che  si  costruiscono  a  Vero- 
lia.renderannoqnesta  città  la  piazza  d'ar 
mi  più  Torte  d'Itaha,  e  contribuiranno  ad 
una  pace  solida  e  duratura  (forse  ciò  dis- 
se nel  senso  del  motto  antico:  si  vi.i  pa- 
rem  ,  pam  hellitm).  E  nella  serie  4-"j  l- 
T,  p,  598,  iSe^  5  marzo  i85g.  »  L'  Au- 
»l ria,  secondo  i  calcoli  esposti  i»  modo  S'osai 
parlicolareg£;ialo  neW Indépendance Bel- 
fie  lìti'  IO  febbraio,  col  solo  mettere  sul 
piede  di  guerra  l'esercito  che  ella  già  tie- 
ne, può  disporre,  per  sua  difesa,  di  nien- 
temeno che  600,000  uoniini,  col  corre- 
do di  I  344  cannoni;  aggiungendovi  il 
"contingente  del  1859,  essa  conterebbe 
olire  a  685,ooo  guerrieri  ,  divisi  in  4 
grandi  eserciti  o  12  corpi  ben  armati  e 
pronti  alle  mosse.  A  questo  s'  aggiunge 
che  le  sue  possessioni  alemanne  sono  di- 
fese da  fortezze, quali  sono  Uasfadt,  Ulm, 
Ingolstadt  e  il  campo  trincerato  di  Linz  ; 
che  ha  nell'alta  Italia  il  campo  trinceralo 
di  Verona,  a  cui  furono  aggiunli,  dopo  il 
j85o,  nove  folli  staccati  che  ne  fanno 
un  baluardo  inespugnabile;  Mantova,  Pe- 
schiera, Piacenza,  Ferrara,  ed  altre  assai 
munizioni  di  gran  forza;  e  però  quando 
essa  lasciasse  i  primi  impeti  degli  assali- 
lori  frangersi  contro  quelle  rocche,  ognu- 
no vede  quanto  incerta  sarebbe  per  loro 
la  sorte  dell'armi  e  dubbia  la  vittoria 
(allude  alle  insistenti  voci  di  guerra,  ed 
«'timori  di  nuo»i  sovvertimenti  politici, 
che  turbarono  al  cominciar  del  i85f) 
tulio  il  regno  Lombardo-Veneto,  anzi  d 
vesto  d'Italia  e  d'Europa;  per  dirsi  vo- 
lere di  forza  il  Piemonte  aggregarsi  tal 
reame,  e  secondarlo  in  quell'impresa  la 
Francia  e  fors'anco  la  Russia).  Nel  1857 
colla  destinazione  dell'  arciduca  gover- 
natore generale  del  Lombardo-Veneto, 
ee»sò  Verona  d'essere  la  sede  del  gover* 


VER 
no  generale'  civile  e  militare  del  regno 
Lombardo- Veneto.  Nel  febbraio  1859 
poi,  per  l'accennate  voci  bellicose,  il  con- 
te Francesco  Gyulai  ristabilì  il  suo  quar- 
tiere generale  a  Verona  del  suo  corpo 
d'armata.  Imperocché  Verona  per  la  sua 
postura  strategica  la  fa  essere  quasi  chia- 
ve d'entrala  d'Alemagna  in  Italia. 

Si  distingue  Verona  non  solamente  per 
l'architettura  militare,  ma  anco  per  la  ci- 
vile. In  questa,  oltre  Sanmicheli,  1'  orna- 
rono di  fabbricati  Palladio,  Sansovino  e 
altri  valenti  architetti;  e  per  la  copia  de- 
gli edilìzi  in  marmo,  appunto  fu  pur  det- 
ta città  marmoren.  Il  più  magnifico  pa- 
lazzo è  quello  di  Canossa,  degno  d'esser 
ronsideiato  in  ogni  sua  parie,  ossia  per 
la  nobiltà  del  prospetto  e  dell'ingresso  e 
delle  stanze,  ossia  per  l'opportunità  delle 
cucine  e  delle  dispense  sotterra,  e  de'mez- 
zanini  tra  l'uno  de'piani  nobili  e  l'altro; 
in  que'modi  tanto  poi  abbracciati  in  al- 
cune altre  città,  si  vede  in  questo  come 
dal  Sanmicheli  ebbero  cominciamento. 
La  sala  è  lunga  nientemeno  di  piedi  ve- 
lonesi  54  e  larga  38.  Non  venne  da  quel 
saggio  architetto  la  bizzarria  della  stalla, 
fitta  poi  nel  secolo  XVII  con  38  colon- 
ne di  pietra,  ed  altrettante  statue,  in  vece 
dell'usate  poste  di  legno.  Tutto  il  fregio 
nella  sala  lo  dipinse  il  veronese  Giacomo 
Ligozzi,  e  due  camere  terrene  de'concit- 
ladini  Tullio  o  Bernardo  India.  Fu  più 
volte  abitato  da  re  e  da  imperatori.  Il 
palazzo  de'conti  Bevilacqua  (  nel  quale 
secondo  WCBnceW'wv'x, Memorie  delle  sa- 
gre Teste  de'  ss.  Pietro  e  Paolo,  [ì.  71, 
si  custodiva  la  Spada  di  s.  Paolo,  la  qua- 
le fu  poi  trasferita  nella  chiesa  de'frati  mi- 
nori di  Carotta  o  Arcarotla  fra'limili  del- 
la chiesa  parrocchiatesuburbana  di  Quia* 
7ano,  come  si  legge  nella  vita  mss.  di  s. 
Martino,  che  si  conservava  nelle  libreria 
Saibante  in  Verona  stessa,  scritta  nel  se- 
colo XV;  di  che  feci  ricordo  nel  voi.  XC, 
p.  391  ),  ha  ornatissima  facciata, che  su- 
pera le  altre  nella  ricchezza  e  profusione 
di  ornati,  ma  rimasta  imperfetta,  poiché 


VER 

doveva  continuare  per  quanto  abbraccia 
il  rimanente  del  fabbricato.  Il  sito  dei 
Corso, ove  sorge,  rende  a  proposito  la  con- 
tinuata ringhiera  dì  molto  uso. La  corni- 
ce è  alquanto  licenziosa.  Delle  colonne  di 
sopra,  alcune  hanno  i  canali  diritti  e  al- 
tre torti,  le  qiinli  ultime  scanalature  gi- 
rano più  di  3  W'Ile.  Il  prezioso  museo 
che  per  due  secoli  gli  acquistò  tanta  ce- 
lebrila, non  esiste  più;  la  sua  bella  Ve- 
nere, il  suo  Pane,  il  Bacco,  i  suoi  busti  di 
Impeialuri  romani,  la  sua  bella  Livia  so- 
no passati  in  Baviera;  l'Augusto  e  il  Ca« 
racnlla  ritornati  da  Parigi  non  fecero  che 
traversar  Verona,  per  arricchire  del  pari 
la  gliptoleca  di  Monaco  sua  capitale.  Il 
palazzo  Pellegrini  a  s.  Benedetto,  si  ar- 
gomenta del  Sanmicheli  dal  tempo  e 
dalla  maniera  :  bellissima  tra  le  oltre  par- 
li è  la  grande  altezza,  della  quale  fu  per 
altro  un  ripiego  dell'architetto  ,  per  far 
lucida  l'entrata,  quale  per  aver  poco  silo 
in  fronte  a  motivo  della  vicinanza  delie 
piazze,  non  si  potè  fare  che  assai  bislunga. 
La  scala  segreta  a  chiocciola  in  ristrettis- 
simo spazio,  forse  non  si  vide  mai  la  più 
comoda;  elfetto  della  linea  spirale  ineii 
tortuosa  e  più  prolungata,  e  insieme  dei 
gradini  tenuti  anche  nell'angolo  interno 
di  sufficiente  larghezza.  II  palazzo  già  La- 
vezola,  poi  de'coiiti  PoQìpei  alla  Vittoria, 
fu  singolarmente  lodato  ilal  Bibbiena  , 
quando  fu  a  Verona  [)el  teatro.  Il  palaz- 
zo de'Verza  ha  il  sotloportico  aperto  che 
serve  di  via  coperta  all'uso  di  Padova,  ed 
è  osservabile  quanta  grazia  porti  il  pog- 
ginolo per  esser  fatto  in  proporzione  giu- 
sta,quando  in  oggi, ove  si  pongono  balau- 
stri, per  lo  più  si  guasta.  In  questo  e  nel- 
l'antecedente le  scanalature  non  sono  in 
tutto  il  rigore  delle  regole  del  dorico,  ma 
queste  sono  minuzie.  Il  palazzo  de'conti 
Mdlfei  gode  il  raro  vantaggio  del  sito  , 
occupando  la  froote  delia  piazza  grande. 
E  ben  diviso  e  nobilmente  ornato  anche 
l'interno.  La  scala,  che  dalle  cantine  s'al- 
za (Ino  all'ultima  9oaamità,per  nou  per- 
dere sito  fu  fatta  a  chiocciola,  ma  spazio- 


VER  i35 

sa  e  nobile,  e  tutta  in  aria. Nel  pianlerreuo 
è  giudiziosamente  cavalo  il  comodo  per 
4botteghe,  senza  guastar  punto  il  decoro 
né  l'  apparenza.  Sul  tetto  anticamente 
era  un  giardino  ,  che  a  piacere  può  ri- 
mettersi, li  palazzo  della  Bra  dovea  ser- 
vir per  uso  del  provveditor  generale  di 
Terraferma,  il  quale  magistrato  straor- 
dinario della  veneta  repubblica  soleva 
risiedere  in  Verona.  Fu  cominciato  con 
gran  sontuosità,  coroeapparisce  da  quan- 
to fu  eseguito,  e  dovea  avere  i5  fine- 
stroni  in  facciata.  Ben  divisato  è  in  esso 
il  comparto  del  fregio  dorico  che  sopra  le 
colonne  benché  doppie  fa  riuscire  i  tri- 
solchi  in  modo,  che  si  poteva  far  fine 
senza  spezzar  nulla  nell'angolo.  De' di- 
scorsi palazzi,  il  Ma  (Tei  offre  i  prospetti 
nelle  tavole,  avvertendo  di  non  credersi 
angusti,  poiché  supplisce  il  fondo  ampia- 
mente alla  poca  fronte,  poiché  la  molta 
popolazione,al  tempo  in  cui  furono  eret- 
ti, rendeva  diOìcile  il  poter  sulle  strade  no- 
bili aver  molto  sito.  Vi  sono  altri  palazzi. 
Quello  della  prossima  accademia  coi  gran 
salone  e  col  vestibolo  d'ordine  jonico,si 
attribuisce  aCurtoni  o  Fontana.  Dai  non 
esser  bastato  l'assegnamento  venne  il  di- 
fetto di  non  alzare  i  laterali  al  pari  del 
gran  colonnato.  Per  quel  sito  avea  dise- 
gnato un  palazzo  il  l^alladio,  come  può 
vedersi  nelle  sue  opere  stampale,  che  a- 
vea  alcuna  similitudine  colla  detta  fab- 
brica, ed  in  cui  l'altezza  della  sala  dovea 
arrivare  fin  sotto  al  tetto.  Le  porte  dei 
due  palazzi  Pretorio  e  Prefettizio  sono 
dei  Sanmiciieli.  La  junica.del  palazzo  del 
Podestà  è  pregiudicala  dall'essersi  alzata 
alcpianlo  il  piano  della  piazza  nei  pavi- 
mento. Ma  qui  debbo  notare  col  cav.  Mu- 
linelli ,  che  nel  i84o  erano  prossime  a 
componimento  le  sale  del  vecchio  palaz» 
zo  della  Comune,  destinate  a  sede  dell'ac- 
cademia di  pittura,  della  Libreria,  e  del- 
la comunale  Pinacoteca,  alle  quali  saie  si 
giunge  per  un'assai  ampia  e  magnifica 
scaia.  vSi  valutava  la  spesa  ascendere  a 
lire  160,000.  Degno  d'esser  veduto  è  il 


Ì36  VER 

cortile  del  palazzo  de'  conti  Verità  alle 
Sliiiunale,  posto  dinanzi  alla  casa  e  con 
bella  porta.  Vanno  pure  notuiniiti  i  pa- 
lazzi Dalla  Torre  a  s.  Fermo,  quello  dei 
conti  Allegri  per  la  sala  quadrata  ,  am- 
pia e  luminosa  cou  volta  ben  pitturala, 
decorata  da  ben  intesi  ornati.  Il  palazzo 
Murari,  dipinto  da  Domenico  Riccio  det- 
lo  Brasa  sorci  veronese  (cioè  perchè  rio- 
tagliatore  suo  padre,  come  dissi  altrove, 
scopri  un  segreto  per  far  perire  i  sorci): 
nel  prospetto  e  sopra  il  fiume  si  distinse 
ne'  chiaroscuri  e  nel  colorito  per  la  no- 
biltà de'  pensieri,  l'inlelligeuza  e  la  bel* 
lezza  de'nudì,e  tra  le  altre  cose  nelle  bat- 
taglie de'  Tritoni  e  Cavalli  marini  da 
una  parte,  e  de'Lapiti  e  Centauri  dal- 
l'altra, dove  par  che  s'odano  i  gridi  delle 
rapite  donne,  e  che  siano  spiccati  e  tondi 
i  corpi  e  i  vasi.  Il  lungo  fregio  con  va- 
i'ie  specie  d'animali,  lo  dimostrano  quasi 
unicamente  pittore  animalista.  Il  mede- 
simo Domenico  nel  palazzo  Uidolfi  a  s. 
Pietro  in  Carnario, dipinse  mirabilmen- 
te a  fresco  il  famoso  fregio  con  figure  ai 
naturale.  Belli  sono  i  quadri  nelle  stanze 
terrene,  e  tra  gli  altri  d'Anselmo  Cancri 
il  ritrovamento  di  Mosè  bambino,  sup- 
plita l'ampiezza  del  quadro  con  eruditi 
e  pittoreschi  pensieri  degni  di  somma 
lode.  Nel  detto  fregio  del  Drusasorci,  ma- 
gnifica è  la  bellezza  e  la  proprietà  del 
soggetto  che  rappresentò, cioè  la  solenne 
Cm'alcata  di  Clemente  VII  e  di  Carlo 
V  in  Bologna  ,  dopo  la  funzione  della 
Coronazione  clelt Imperatore  ,  discorsa 
e  descritta  in  que' due  articoli  e  in  altri 
relativi.  Tale  [)iltura  è  una  storia  veri- 
dica di  quella  funzione  assai  più  espres- 
siva d'ogni  libro  ,  facendo  vedere  quali 
persone  e  personaggi  intervennero)  l'or- 
dine con  cui  procederono,  gli  abili, il  mo- 
do, e  le  vere  sembianze  e  ritratti  de'  più 
degni.  L'istesso  argomento  però  fu  espres- 
to allora  ip  altri  fregi,  cioè  dal  veronese 
Ligozzi  in  casa  Fumanelli  a  s.  Moria  in 
Organo,  e  did  concittadino  Paolo  Fari- 
uulu  (uucUe  mchilcllu  e  iuta^liulure  wX 


VER 
acquaforte;  era  discendente  dal  famoso 
Farinata  degli  Uberti.  In  alcuni  suoi 
quadri  vedesi  dipinta  una  hunaca,  forse 
od  imitazione  del  gran  Paolo  Veronese, 
per  dimostrare  che  ancor  esso  portava 
la  casa  in  capo  onde  cozzare  co'  sover- 
chiatori )  in  casa  Lisca  a  s.  Darnaso.  Ma 
il  Brusasorci  fu  mandai^)  appositamente 
a  Bologna  a  ritrarre  lutto  dal  vero,  e  l'e- 
segui con  tanta  diligenza  ch'è  stimato  il 
suo  capolavoro,  per  la  moltitudine  delle 
figure  ben  distribuite,  e  varie  nel  movi- 
mento; gli  uomini ,  i  cavalli,  la  varietà 
de' vestiti,  la  maestosa  pompa,  lo  splendo- 
re, la  gioia  che  anima  lutti  i  volti, renda- 
no imponente  lo  speltacolo,  che  tu  anco 
r  ultimo  di  tal  genere.  Del  merito  delle 
3  rappresentazioni,  loro  descrizioni  e  in- 
cisioni, può  vedersi  il  eh.  cav.  Giordani  : 
Della  dimora  e  venuta  iti  Bologna  di 
Clemente  V li  e  Carlo  V^  nota  44^»  ^ 
p.  166  e  167  delle  Notizie  d'opere  che 
figurano,  gloriosi  fatti  di  Carlo  F .  Ol- 
tre tale  eruditissima  opera  ,  mi  pregio 
possedere:  La  cavalcala  di  Clemente 
ni  e  Carlo  V  della  sala  Ridolfi^dipia- 
ta  dal  Brusasorci,  incisa  a  contorno  ia 
otto  tavole  dal  celebre  agostino  Come- 
rio,  Verona  presso  Fri  Ioni  e  compagni , 
con  cenni  descrittivi  ad  ogni  tavola  pub- 
blicati nella  tipografìa  Tonimasi.  Que- 
sta più  recente  incisione  (1' altra  fu  nei 
1791  fatta  eseguire  dal  cardinal  Carrara 
per  opera  del  Fdidori  ,  sopra  disegno  di 
Giovanni  Benini  veronese)  è  in  figure  di 
maggior  grandezza  della  precedente,  e 
dà  quindi  più  precisa  idea  de'ritratti  di 
ciascun  personaggio  in  essa  pittura  al  na- 
turale rappresentati.  L'Algarolli  chiama 
il  Brusasorci  pillor  degno  in  verità  di 
maggior  rumore  e  fama,  ch'egli  non  ha 
per  avventura  conseguito.  Quanto  al- 
l'incisore e  pittore  Comerio  di  Locate  nel 
Comasco,  in  Verona  cllìgiò  gli  apparta- 
menti del  conte  Erbisti,  del  marchese  l'ia- 
demoiite,  dc'Fracasloro  e  di  altri;  dii^egnò 
e  incise,  senza  tradire  l'originale,  la  ce- 
lebrala Cavalcala,  muveudu  in  llccoaro 


VER 

ne!  1 829.  Senza  dire  di  alili  palazzi,  nn- 
clie  iDoderni,  in  Verona  1'  arcltilettura 
seppe  dar  pregio  grande  anche  alle  ca- 
se piccole,  come  il  casino  Guarienti  nella 
contrada  di  s.  Fielro  ìnCarnario.  —  Tra 
Icmoltissiuiee  mirabili  pittnre  pubbliche 
è  privale  che  decorano  Verona,  primeg- 
giano quelle  ilei  somnio  veronese  Paolo 
Cidiari  dello  il  Jeronese,  benché  vasto 
lealrodi  sua  gloria  fu  ed  è  P'enezia  (A'.), 
come  de'pur  veronesi  Domenico  Morone 
e  Francesco  suo  figlio,  Pietro  Morone  al- 
lievo di  Paolo  Veronese  (non  si  devono 
confondere  con  Gio.  Ballista  Morone  di 
Albino  nel  Bergamasco,  eccellente  pitto- 
re e  stupendo  ritrattista  ),  Paolo  Cavaz- 
xola,  Francesco  da'Libri,  suo  figlio  Giro- 
lamo grande  nell'arte  e  Francesco  figlio 
di  questi,  Gio.  Francesco  Carollo(divei*- 
so  da  Giovanni  produttore  valente  di  me- 
daglie in  gesso),  Domenico  Riccio  ,  suo 
fratello  Gio.  Callista  e  Felice  figlio  del 
I .",  lutti  denominati  Brusasorci,  Boni<- 
facio  da  Verona,  e  di  altri  assai  veronesi 
e  di  alili  luoghi,  che  resero  anco  in  que- 
sto celebre  Verona  nell'esercizio  d'un'ar- 
le  cos'i  bella  e  nobile.  De'  pittori  e  delle 
pilture,deglisculloriedellesculture  vero- 
nesi, col  laudalo  marchese  Ma  Ilei  parle- 
rò dicendo  delleprincipali  chiese  e  degli 
uomini  illustri  fioriti  in  questa  città,  non 
polendo  garantire,  quanto  alle  pitture  e 
sculture  se  tutti  esistano, dopo  il  volger 
di  tanti  anni  e  di  tante  vicende;  così  de- 
vesi  avvertire  de'musei  e  delle  gallerie  che 
descrive,edi  cui  eccone  un  cenno  d'indi- 
cazione, riserbandomi  parlare  del  Museo 
d'Iscrizioni  ,  ragionando  delle  cospicue 
antichità  di  Verona. — In  altri  tempi  furo- 
no famosi  in  Verona  i  musei  e  le  galle- 
rie, parlicolarnienle  per  collezioni  di  me- 
daglie e  pitture  quelli  di  Marc'  Antonio 
da  Monte,  del  conte  Girolamo  Canossa, 
di  Cesare  Nichesola,  del  conte  Agostino 
Giusti,  dì  casa  Muselli  per  rarissimi  qua- 
dri celebratissimo,  di  INicolò  Cusani,  d'A  n- 
tonio  Curloni,  e  più  altri,  sino  all'ulti- 
luo  Gio.  Bellino  Cignaruli  morto  net 


VER  137 

1770.  Tulli  benemeriti  dell'ornamen- 
to della  patria,  e  perciò  illustri,  per 
averne  con  nobilissimi  spiriti  curato  la 
reputazione  e  il  lustro,  a  vantaggio  e 
presidio  altresì  della  scienza  e  dell'  ar- 
te. 11  museo  raccolto  200  anni  innan- 
zi al  MalFei,  dal  genio  del  conte  Ma- 
rio Bevilacqua,  a  suo  tempo  si  conser- 
vava ottimamente  custodito  nella  sua 
casa.  Occupava  una  lunga  sala  destinata 
ad  uso  di  galleria,  e  due  contigue  stanze, 
il  lutto  ben  disposto, Tra  le  pitture  era- 
vi  il  Paradiso  del  Tintorello,  pili  felice- 
mente ideato  da  quello  espresso  nella  sa- 
la del  gran  Consiglio  di  Venezia;  la  Ve- 
nere con  amorino  di  Paolo  Veronese;  e 
quadri  del  Carolo  e  de' Brusasorci.  Tra 
i  disegni  ,  superava  ogni  altro  uno  di 
Raifaello.  Non  mancava  di  ampio  meda- 
gliere, e  di  pregevole  libreria  e  con  mss., 
oltre  un  ragguardevole  archivio.  Tra  i 
marmi  si  distinguevano  5  insigni  statue, 
busti  ed  altre  sculture  ;  non  essendo  a 
me  dato  farne  in  breve  la  descrizione  , 
così  dell'altre  o[>ere  d'arte,  mancandomi 
io  spazio.  Esibisce  Malfei  alcune  tavola 
delle  sculture  di  questue  altri  musei, an- 
che in  bronzo,  li  museo  Moscardo  lo  (ur- 
Uiò  avanti  la  metà  del  Secolo  XVII  il 
conte  Lodovico  Moscardo  ,  e  si  rese  fa- 
moso per  l'Europa,  la  cui  illustrazione  fu 
pubblicata;  la  rciccolla  essendo  uuiver- 
.sale  può  classificarsi.  In  molti  quadri  di 
autori  insigni, di  ritratti  d'uomini  illustri, 
di  disegni  in  quantità  grandissima  ,  di 
stampe  scelte  di  celebri  pitture.di  figure 
di  metallo  in  notabilissima  copia  e  di  va- 
rie maniere  di  buoni  maestri,  di  modelli 
del  Saiisovino  e  di  altri  tali, di  varie  cu- 
riosità di  lavori  singolari.  In  una  stanza 
grandissima  ,  collezione  di  cose  naturali 
egregiamente  disposte,  nella  più  parte 
provenienti  dal  rinomato  museo  Calceo- 
jario.  Serie  di  gemme  e  di  marmi,  di  mi- 
niere e  dì  minerali,  coralli,  piante,  erbe, 
legni,  amianto,  calamita,  terre,  sali,  bal- 
sami, gomme,  petrificazionì,  testacei,  ani- 
mali strani,  mostri,  scherzi  della  natura 


r38  VER 

e  copiosi  oggetti  il'  India.  DI  anticliilà  , 
nriiueggiavano  idoli  e  allie  figurine  di 
rneliillo,  amuleti  ,  voli,  lucerne,  anel- 
li, vasi,  utensili,  vetri,  cose  egizie,  due 
imporlaiilissime  tavolette  di  bronzo  in- 
cise nell'epoca  di  Tiberio, contenenti  due 
jstrunienli  di  patronato  e  clientela  tra  due 
città  d'  Africa  e  un  personaggio  di  Ro- 
ma. Alquanti  mss.  di  vario  genere, mas- 
sime di  memorie  patrie.  Scrigno  di  me- 
daglie celebralo  dal  Vaillant,  ricco  di  co- 
se singolari,  di  metallo,  d'argento  e  alcu- 
na d'oro,  non  poche  greche  e  diversi  me- 
daglioni. Raccolta  di  monete,  princi- 
piando da  Carlo  Magno.  Medaghe  mo- 
derne d'  uomini  illustri  e  d'altri.  Gem- 
ine intagliate  e  cammei.  L'erudito  conte 
Gomberlo  Giusti  riunì  una  quadreria 
sceltissima,  con  opere  di  Paolo,  di  Tizia- 
no, de'Drusasorci,  dell'Orbttto  ,  di  Leo- 
nardo da  Vinci  ec.  Disegni  singolari  e 
sculture,  anticaglie  diverse  di  vetro  ,  di 
terra,  di  metalli,  di  maru)ì.  Scrigno  co- 
pioso di  medaglie  colla  compita  serie  Im- 
peratoria di  vari  metalli  e  alcune  rare  , 
oltre  diversi  simili  medaglioni,  colla  de- 
scrizione di  molte.  Il  celebre  prelato  cau. 
Giuseppe  Bianchini  possedeva  f|uantilà 
■grande  di  nobili  arnesi  da  galleria  ,  ere- 
ditati daililluslre  zio,  o  da  lui  acquista- 
li, però  buona  parte  donali  in  Roma. Con- 
sistevano in  miscellanee  erudite  di  pietre, 
di  metallo  e  d'altre  materie;  opere  di 
biavi  artefici,  di  disegni,  figure  e  rami 
perfettamente  intagliati,  ed  anticaglie  cri- 
sliane.  Copia  di  gemme  e  pietre  intu- 
gliate, e  di  quelle  in  ispecie  con  nomi  e 
parole  incise.  Il  capo  principale  della  rac- 
colta essendo  le  medaglie  ed  i  medaglio- 
ni, Mafifei  fece  osservazioni  riferenilone 
alcune,  ed  offrendone  tavole:  olire  di  me- 
tallo, argento  e  oro,  anche  uniche  o  ra- 
re, ve  u'  erano  molle  di  piombo  antico, 
eziandio  greche.  La  galleria  e  museo  di 
Giovanni  Saibante  si  formarono  dal  suo 
«mora  per  acquisto  a  qualunque  prezzo 
(licose rare,precipuamente  inss.,strumeD- 
M  matematici  e  particolari,  armi  strane  e 


VER 

antiche,sìngo!ari  per  forma, materia  e  la- 
voro in  copia  grande,  e  ogni  sorte  di  ar- 
ne'ìi  da  galleria.  11  suo  nobile  genio  pose 
insieme  ampia  e  numerosissima  hbreria, 
per  giovare  eziandio  agli  studiosi  di  buoa 
gusto,  compiacendosi  anzitutto  d'incettar 
lesti  a  penna,  e  vi  riuscì  con  tal  fortima  , 
che  gli  venne  dato  raccogliere  piùdi  i  3oo 
mss.,  anche  paliiie  perciò  di  sommo  pre- 
gio per  Verona,  oltre  80  codici  greci  il 
cui  catalogo  riferisce  MafFei.  Di  più,  te- 
ste antiche  e  moderne  di  marmo,  e  si- 
mili busti,  ed  alti  e  bassi  rilievi;  paesag- 
gi ben  dipinti;  medaglie  d'  uomini  illu- 
sila ;  numero  grandissimo  di  figure  mo- 
derne di  bronzo;  cose  impietrile,  galan- 
terie cinesi,  gemme,  pietre  rare, e  miscee 
d'ogni  fatta.  Benché  il  museo  Trevisani 
non  appartenesse  veramente  a  Verona, 
non  volle  l'autore  lasciar  di  farne  onorala 
menzione,  per  custodirsi  allora  nel  palaz- 
zo vescovile,  e  per  benignità  dell'dlustre 
possessore  aperto  sempre  alla  colta  cu- 
riosità de'foraslieri.  Questa  famosa  rac- 
colta era  proprietà  di  Francesco  II  Tre- 
visan  in  quel  tempo  vescovo  di  Verona, 
e  da  lui  formata  ,  altra  possedendone 
nella  sua  patria  Venezia.  Si  componeva 
principalmente  in  gran  numero  di  busti 
marmorei,  che  adornavano  due  camero- 
ni  e  una  galleria;  in  una  stimabile  rac- 
colta di  quadri  e  urne  di  marmo,  e  an- 
tichi vasi  e  figure  di  metallo,  e  strumen- 
ti; singolarmente  due  grandi  armadi  di 
mss.,  tra'quali  non  pochi  per  ogni  conto 
pregevoli.  D.  Domenico  Vallarsi  riunì 
varie  erudite  curiosità,  buon  numero  di 
pietre  intagliate,  medaglie,  iscrizioni  e  al- 
tro, ed  un  bel  n)a|)pumondu  cinese.  11  d.' 
Bastiano  Rotari  po»e  insieme  rara  e  am- 
pia raccolta  di  cose  impietrite  d'ogni  ma- 
niera, e  di  testacei,  per  gli  sludi  naturali, 
quasi  tutto  trovalo  nel  Veronese;  oltre 
quantità  grande  di  disegni  e  stampe  scel- 
te, di  uomini  insigni.  La  galleria  Maifei 
conteneva  alquanti  quadri  di  buoni  pen- 
nelli, fra'quali  di  Paolo,  di  Carolo,  ed  un 
soUiiisù  dell'eccellenle  Felice  Brusasoici 


V  E  R 

ton  01  n.Ttissiiua  cornice, olire  alili  dipinli 
e  uno  lodevole  di  Giovanni  Cignaroli  pur 
veronese.  Meritò  l'nntica  staliHi  greca  di 
Serapide  l'incisione  in  tavola,  e  per  tale 
la  riconoI)be  il  sommo  Canova.  A  II  re 
sculture,  anche  in  bronzo,  molle  iscrizio- 
ni ed  una  in  bronzo,  e  molli  bassirilievi 
specialmente  greci,  destinali  tnlli  al  pub- 
blico museo,  che  dovea  compiersi,  sicco- 
me pezzi  per  lo  più  scelti,  dislinguend-jsi 
vari  marmi  figurati;,  eziandio  cristiani, 
ehe  descrive  Martei.  Irnpronli  figulini 
fle'vasellai,  col  tempo  segtialo  per  con- 
solati; alcuni  monumenti  etruschi,  serie 
di  slatuine  di  metallo,  ma  veramente  an- 
tiche, mollo  comune  essendo  l'inganno, 
in  questo  genere,di  credere  antico  il  mo- 
derno, benché  se  ne  fece  pompa  colle 
stampe.  Anco  queste  statuine  Uìeritarono 
la  descrizione  di  MalFei.  Miscea  d'arnesi 
nntichi,  medaglie  d'ogni  specie,  samari- 
lane,  fenicie,  di  Sidone  e  Tiro,  efrusche, 
puniche  d'Africa,  e  di  Sirilia,  e  di  Malia, 
egizie,  gaditane,  ispaniche,  alctme  delle 
quali  ellìgiale  in  una  tavola  e  illustrale, 
siccome  pregevoli  e  rare,  mollo  curiose 
non  pubblicale  prima.  Piccola  serie  d'an- 
tiche monete  di  Pv.oma.  Medaglie  conso- 
lari in  abbondanza,  alcune  differenti  dal- 
le conosciute  ,  ed  imperatorie.  Curiosa 
raccolta  in  metallo  di  medaglie  piccole 
del  secolo  alto,  non  più  grandi  di  quelle 
d'argento.  Alcuni  medaglioni.  Bellissimo 
studio  di  gemme  intagliate,  d' incavo  e 
a  rilievo,  ma  realmente  antiche,  anche 
in  questo  spessissimo  si  suppone  antichi 
i  moderni  lavori, i  qtiali  però  non  hanno 
inai  il  campo  lucido  e  netto,  come  quei 
de'romani  e  de'greci.  Monete  de'mezza- 
ni  tempi  e  degli  inferiori,  diVerona  in 
gran  numero  ,  la  più  antica  delle  qtiali 
porla  Verona  Civilas,  e  la  più  recente 
Perona  Cù'ilas  Metropolls,  ambo  d'ar- 
gento. Alquante  medaglie  moderne,  co- 
me sogliono  chiamarsi  le  lavorate  dai 
i4oo  in  poi,  singolarmente  d'uomini  il- 
lustri veronesi,  pubblicate  nella  2.'  par- 
te della  Verona  illustrata.  Il  n>ednglio- 


VLR  iSj) 

ne  del  fiimoso  Ci-escenzio  Numenfano  , 
che  rinnovo  prima  in  Roma  il  nome  di 
console, e  pieno  di  spirito  romano  assun- 
se il  nome  d'Imperatore  e  di  Cesare  Au- 
gusto, e  di  Padre  della  patria  ,  come  si 
trae  da  tal  numisma,  fatto  eseguire  dai 
suoi  partigiani, esprimendolo  declamante 
a  cavallo  un'allocuzione  alTesercilo.  Cre- 
scenzio avendo  aspirato  ,  anzi  usurpato 
l'impero,  con  diversa  lezione  del  MafFei, 
qui  ripetei  ò,  occupò  Castel  .t.  Angelo  ^ 
che  per  lui  prese  il  suo  nome,  travagliò 
]*apa  Giovanni  XV  detto  XVI,  fece  in- 
trudere nella  cattedra  di  s.  Pietro  l'an- 
tipapa Giovanni  XVI detto  A^/^//, con- 
tro il  Papa  Gregorio  i^,  laonde  Crescen- 
zio nel  998  fu  fililo  morire  da  Gitone  in 
imperatore.  Da  (piesto  importantissimo 
medaglione,  Mnffei  ne  trae  argomento  , 
come  le  belle  arti  in  Italia  non  manca- 
rono mai  del  tutto.  Inoltre  nel  museo 
Maffei  era  no  alcune  cose  natura  li,  alquan- 
ti pesci  grandi  impietriti,  trovali  in  una 
montagna  veronese; delle  nooslre  de'mar- 
mi  veronesi.  Diverse  prime  slampe,  spe- 
cialmente greche,  in  uno  alle  poche  pri- 
mitive falle  in  maiuscolo:  l'enumera  Maf- 
fei  ,  la  più  antica  essendo  impressa  nel 
1481,  anche  in  ebraico  e  dichiarata  la 
più  antica,  ed  in  ruteno  o  serviano.  Al- 
quanti mss.  greci  e  latini,  di  cui  l'autore 
dà  contezza.  Riguardano  Verona:  Rao- 
colfe  d'antiche  iscrizioni  (i'\  Feliciano,  e 
di  Fra  Giocondo.  Sermoni  ed  Epistole: 
di  Raterio.  Epistole  del  ven.  Paolo  Maf- 
fei,  dello  il  beato  Paolo  da  Verona.  Stif 
dio  genealogico  di  Francesco  del  Bene 
sopra  le  famiglie  diVerona.  Elogi  o  Vi- 
te d'uomini  illustri,  specialmente  vero- 
nesi, di  Francesco  Pola.  Municipalia 
decreta^  cioè  utilissima  raccolta  e  com- 
pendio delle  parti  del  consiglio  di  Verona 
dal  i4o5  al  1627,  fatta  da  Bartolomeo 
Monselice.  Alquanti  rotoli  de'tempi  lon- 
gobardi, scritti  in  corsivo  antico.  Uno  dei 
pochi  esemplari  della  bolla  del  concilio 
fìorentùio,  latina  e  greca,  colla  soscrizio- 
ne  in  cinabro  dell' imperatore  Giovanni 


i4o  V  F.  R 

Paleologo,  e  tìi  32  vescovi  greci.  Cinque 
papiri  preziosi.  Quantità  di  buone  pit- 
ture non  mancavano  in  alcune  altre  ca- 
se ,  benché  le  più  insigni  gallerie  a 
ten>po  del  Mafl'ei  erano  giù  distrutte. 
Pregevole  raccolta  si  trovava  in  casa 
de'  Fattori,  primeggiando  due  quadri  di 
Tiziano  e  di  Domenico  Brusasorci.  In 
casa  de'marchesi  Glierardini,  tra  molte 
pitture,  1 4  pezzi  si  conservavano  di  Ales- 
sandro Turchi,  detto  Orbello  perchè  na* 
to  da  un  povero  cieco,  o  perchè  egli  era 
losco,  comesi  scorge  nel  suo  ritratto  in 
casa  Yianelli  a  Verona.  In  casa  de'conti 
Sereghi  a  s.  Bastiano,  de'conti  Maffei  a' 
Leoni,  de'conti  Pozzi  a  s.  Maria  in  Orga- 
no, de'marchesi  Sagramosi,  de'marchesi 
Canossa,  ed  in  piìi  altre  eranvi  non  po- 
che pitture  di  molta  stima.  Le  case  de' 
conti  Turchia  s.  Nicolò, e  de'conti  Giu- 
sti a'ss.  Apostoli,  erano  piene  di  fatiche 
de'piii  ammirati  tra'moderni  artisti.  Co- 
sì nella  deliziosa  casa  de'conti  Chiodi,  do- 
ve nella  gran  sala  terrena  molto  dipinse- 
ro il  veneto  Pietro  Muttonì  detto  della 
r'erc/i/f?,  pel  suo  amore  agli  antichi  e  pei' 
la  sua  abilità  ne'restauri  di  tele  antiche; 
del  Carpioni  e  del  Falcieri. —  Le  bibliote- 
che principali  di  Verona  ora  sono  3,  la 
comunale,  quelladel  capitolo  ricchissima 
per  codici  mss.,  come  dirò  parlando  di 
esso,  e  quella  del  seminario  vescovile,  la 
quale  va  ogni  giorno  aumentandosi  per 
cura  de'zelanti  suoi  rettori.  Utili  precetti 
fornisce  Maifei  sugli  edifizi  delle  librerie. 
Di  recente  venne  pubblicato:  Storia  del- 
la  hiblioteca  comunale  di  f'^erona,  che 
dinanzi  al  corpo  municipale  e  la  giun- 
ta ad  essa  preposta  lesse  il  sacerdote 
Cesare  Cavaltoni  bibliotecario  il  giorno 
i5  dicembre  xò'^'],  Veronal  858,  dalla  ti- 
pografìa di  A.  Frizierio.  Del  medesimo 
autore:  Relazione  d'un  legato  per  la  bi- 
blioteca comunale  di  Verona,  iviiSSg, 
stamperia  Vicentini  e  Franchini.  —  Non 
tnancono  in  Verona  edilizi  anteriori  al 
bando  dato  poi  alla  maniera  della  goti- 
ca, ed  a  quel  lisorgimeulo  dell'aili  che 


VER 

si  attribuisce  al  i4oo,  i  quali  cneritanO 
distinta  osservazione.  La  fabbrica  della 
gran  torre  cominciò  nel  1 1  72,  e  l'altezza 
si  pretende  non  inferiore  a  quella  di  qua- 
lunque  altra  delle  piìi  rinomate,  benché 
il  non  esser  più  questa  isolata,  le  abbia 
tolta  in  gran  parte  la  nobiltà  della  sua 
apparenza  :  chi  per  trigonometria  1'  ha 
scandagliata,  la  dice  alla  piedi  3  10  di  ' 
questa  misura;  la  sommità  è  nobilmente 
divisata  e  ornata.  Leggo  nelle  Campane 
di  Cancellieri,  che  nella  Cronaca  di  Pier 
Zagata  si  ha  ,  essersi  fatto  el  rengo  per 
Zan-Francesco  da  Legnago  a'  i  3  feb- 
braio i394-  Nella  campana  più  grossa, 
niesser  Andrea  Grilli',  allora  podestà  di 
Verona,  e  poi  doge,  fece  scolpire  questi 
\ei'Sì.  Supplicium  ponendo  lìeis^  moneO' 
qne  monendos,  -  liane  miserani  in  sor* 
teni  ne  mala  Fata  Irahant.  Jacopo  Riz- 
zoni  nella  continuazione  della  Cronaca 
soggiunge:  A'aS  a^vWeiSi^  fa  vesetà  el 
lìengo  ...et pesò  1/^,000  libbre, et  li  san 
scolpidi  su  questi  due  versi,  essendo  po- 
destà A.  G.  et  la  prima  volta  che  sono 
fu  a  la  festa  de  s.  Zen  de  marzo.  Avver- 
te l'editore  Biancolini,  che  poi  ììt\i55j 
fu  rifatta  la  campana  da  maestro  Ales* 
Sandro,  con  questo  tetrastico.  Aere  ego: 
praeslantntn  Venctuni  Campana  cano- 
ros  -  Arteque  Alexandri  perjlua  fendo 
sonos y  -  Altisonans  populo  cano  so- 
lemnia  Divnni  -Sacra,  Reis  poenas,  lae- 
litiam  Potribus.  Lo  stesso  Biancolini  nel- 
la C/'0«<7ca,  prova  che  fin  dal  I  294  vi  era 
in  questa  torre  anche  la  a.'  campana, 
chiamata  la  Marangona,  con  cui  si  suo- 
nava per  norma  dei  lavoranti,  e  dei  ma" 
r<j/jgo;}/(falegname)roradi  terza, di  nona, 
di  mezzogiorno,la  mezzanotte,erAveMa- 
ria;  e  ne'giorni  festivi  alle  ore  2 -a,  per  dar 
segno  a'pistori,a'molinai,  e  ad  altri  vendi- 
tori di  cose  necessarie,  di  poter  ripigliare 
le  loro  vendile  e  i  loro  lavori.  Collo  stes- 
so nome  di  Marangona  è  chiamata  una 
delle  campane  delta  basilica  di  s.  Marco 
di  Venezia.  Dissi  che  Verona  aveva  la 
fiera.  Le  memorie  oe  parlano  sia  dol  se- 


I 


VER 
colo  IV.  Cadeva  ogni  anno  a*i2  aprile, 
e  tenevasi  in  piazza  tli  s.  Zeno,  con  ca- 
selli di  legno.  Questi  si  abbruciarono  nel 
1409.  Ma  nllura,  e  sin  dal  12  i3,era  pas- 
sata da  s.  Zeno  in  Mercato  Nuovo,  e  da 
questo  in  Campo  Marzo  dove  al  29  set- 
tembre ergevansi  temporarie  botteghe. 
Nel  i632  fu  tenuta  in  Bra  due  volte  al- 
l'anno  25  aprile,  e  26  ottobre  per  i5 
giorni.  Ma  anche  qui  l'incendio  nel  1 7  1 2 
consumò  in  una  notte  non  solamente  le 
merci,  ma  tutte  le  botteghe,  quali  al 
tempo  d'ogni  fiera  costruivansi  di  legno 
nella  piazza  deliaBra,ciò  che  fece  conosce- 
re quanto  fosse  meglio  fabbricare  in  altro 
sito  una  fiera  di  muro.  Superate  le  dif- 
ficoltà, quanto  al  sito,  nel  1718  si  tornò 
a  Campo  Marzo,  dove  a  spese  de'  nego- 
zianti s'alzarono  124  botteghe  di  muro, 
che  servirono  sino  al  1794  in  cui  mancò 
la  fiera,  e  furono  a  poco  a  poco  demo- 
lite, né  v'ebbe  più  fiera  sino  al  1821, 
e  allora  tornò  in  Cra  con  botteghe  di  le- 
gno, dove  un  secolo  prima  n'era  avve- 
nuto l'incendio.  Ora  Campo  Marzo  è 
quasi  tutto  occupato  per  per  usi  milita- 
ri, che  lo  tolsero  alla  gioventù  pei  giuo- 
chi prediletti  in  questa  città  della  palla 
a  tamburino,  mandata  e  rimandata  per 
aria,  delle  palle  al  moglio,  e  dei  zuccoi, 
trocco  da  terra,  giuochi  ch'erano  molto 
opportuni  per  addestrare  il  corpo  e  te- 
ner i  giovani  occupati  e  lontani  dai  vizi. 
La  dogana  di  Verona  è  un  monumento 
di  nobile  e  semplice  architettura,  co- 
struito verso  la  metà  del  secolo  passato, 
opera  dell'architetto  co.  Alessandro  Pom- 
pei, al  quale  son  pur  dovute  le  fabbriche 
dei  Pompei  agli  Illasi^  e  del  museo  pres- 
so il  teatro  Filarmonico  di  Verona. 
—  Il  conte  Paolino  Mastai  Ferretti, 
Notizie  storiche  dell'  accademie  d'  Eu- 
ropa, a  p.  71,  racconta  che  Verona 
ebbe  un'  antichissima  accademia  fon- 
data nel  1460  dall'imperatore  Fede- 
rico III,  ed  era  celebre  nella  perquisizio- 
ne degli  arcani  medico  filosofici.  Ebbe 
poi  quella  ùe  Filarmonici t,a  cui  donò  lut- 


VER  i4t 

ti  ì  suoi  libri  Alberto Lavezola  Maffei,  fon- 
duta nel  1543  per  la  musica,  alla  quale 
nel  1 547  si  uni  quella  degV Incatenali y  ed 
oltre  la  musica,  s'insegnava  filosofia,  ma- 
tematica e  lettere  greche,  e  fu  una  del- 
le accademie  illustri.  Al  presente  Verona 
ha  3  società  accademiche,  le  due  prime 
per  la  musica,  con  accademici  che  s'ap- 
pellano Ànfioni-Filocoreiy  e  Terpan- 
dri.-  la  3."  serve  alla  lettura,  e  chiama- 
si Letteraria.  Inoltre  vi  è  l'accademia 
di  pittura  ;  una  sezione  dell'  Istituto  di 
scienze,  lettere  e  arti  stabilita  nel  1 8 1  o,  e 
l'accademia  A' Agricoltura ^  Arti  e  Coni' 
mercio,  la  quale  pubblicava  un  giornale 
d'industria  e  agricoltura;  mentre  il  Po- 
ligrafo  trattava  di  scienze,  lettere  e  ar- 
ti: pubblica  vasi  ancora  un  giornale  di  far- 
macia chimica'medica;e  col  1 853  la  Gaz- 
zetta di  Ferona  divenne  ufliciale,  come 
le  altre  due  di  Venezia  e  Milano,  pel  re- 
gno Lombardo-  Veneto.  Verso  il  1 832  uu 
cittadino  unì  in  sua  casa  tutti  gli  studen- 
ti, i  cpiali  recavausi  a  leggere  le  loro  pro- 
duzioni due  volte  il  mese.  Quindi  si  vol- 
le istituire  un  gabinetto  di  lettura  eccle- 
siastica. Il  marchese  Madei  narra  ,  che 
l'accademia  filarmonica  quando  era  com- 
posta di  dilettanti  di  musica,  tolse  ad  im- 
presa una  Sirena,  ma  fu  mal  servita  da* 
pittori,  che  secondo  il  volgar  uso  la  rap- 
presentai'ono  mezza  donna  e  mezzo  pe- 
sce, con  due  lunghe  e  squammose  code, 
quasi  di  delfino;  la  qual  figura  presso  gli 
antichi  indicava  Anfitiire.  Le  Sirene  al- 
l'incontro, erano  mezze  donne  e  mezzi 
uccelli,  cioè  con  ali,  coda,  piedi  e  gambe 
da  uccello,  come  le  descrissi  nel  volume 
LXVH,  p.  234.  L'accademia  filarmoni- 
ca nel  principio  del  secolo  XVII  eresse 
il  gran  salone  e  il  vestibolo,  di  cui  feci 
più  sopra  menzione,  ed  avea  intenzione 
di  edificare  anche  un  gran  teatro,  ma  al- 
l'uso antico,  come  si  facevano  ancora  in 
quel  tempo;  cioè  con  gran  semicerchio  di 
gradi  e  logge  sopra,  tutto  di  legno,  ma 
urnatissimo,  comeappar  dal  modello  che 
a  suo  tempo  esisteva. — PochiaoDÌ  avanti 


14'»  VER 

alla  pubblicazione  della  Verona  illustra- 
la,  vennero  gli  accadeii>ici  in  detibeiazio- 
ne  di  eseguire  finalmente  il  proponiineu» 
to  degli  avi  loro,  ma  con  fabbrica  analo- 
ga a'iempi  e  agli  usi  coirenli.  Pertanto 
si  chiamò  da  Bologna  sua  patria  Fran- 
cesco Galli  du  Bibbiena  (valente  arcbi- 
tello  teatrale  e  dipintore  rinomato  di  tice- 
Diche  decorazioni,  anzi  fu  invitato  a  pro- 
posizione del  Mttllei,  essendosi  distinto 
nell'ere/ione  del  teatro  di  Vienna,  d'or- 
dine di  Leopoldo  i,il  suo  figlio  Giusep- 
pe  I  avendogli  couuuessoahri  edifìzi),  col 
disegno  del  (pjale  i\  fabbricò  ti  teatro,  e 
riuscì  tale  d'aver  allora  pochi  che  il  pa- 
reggiassero, quanto  alia  perfezione  della 
struttura;  come  ninno cerlauìente  l'egua- 
gliava nella  nobiltà  degli  annessi  che  ha 
dinanzi  (considerato  unode'più  belli  d'I- 
talia, e  ben  superiore  al  Ttalro  Alibcrt 
èli  Roma, óaìoì  disegnato  nel  17  10,  il  più 
vasto  di  quella  metropoli  e  il  1 .°  nel  qua- 
le si  eseguirono  »j>ettacoli  d'opere  regie 
ed  eroiche).  Giusta  è  la  proporzione  e  al- 
la città  adattata,  benché  l'altezza  e  gli 
crnamenli  lo  facciano  parere  assai  più. 
grande  che  non  è.  La  nobii  fronte  della 
scena,  colle  due  aperture  laterali  e  la  se- 
parazione di  essa  dall'uditorio,  sono  cose 
essenziali  per  la  bellezza  e  per  la  giusta 
conformazione  d'un  vero  teatro,  non  do- 
lendo niunodegli  uditori  esseroffeso  dcd- 
lo  strepito  dell'orchestra,  e  molto  meno 
\eder  gli  allori  di  fianco;  e  dovendo  tra 
l'uditorio  e  la  scena  esser  le  porte  d'in- 
gresso. Per  es.se  iu  Grecia  enlravano  nel- 
la platea,  della  orchestra  dagli  antichi,  i 
sonatori  ed  i  ballerini;  ma  presso  i  roma- 
ni che  portarono  i  balli  sulla  scena  ,  vi 
entravano  i  senatori  e  l'altre  persone  di 
uaaggior  conto,  che  nella  platea  sedeva- 
ito.  Difetto  vieu  però  ad  essere  ancora  la 
gran  porla,  che  si  suole  ruettere  nel  mez- 
zo edirinipeltu  alla  scena,  ch'era  disegna- 
ta dal  Bibbiena,  con  che  si  rompe  la  eoo- 
tinuazione  delle  logge  o  palchelli,  quali 
con  ispondono  agli  antichi  gradi,  e  si  pre- 
giudica kllu  voce;  iuvece,  ivi  si  fecero  due 


VER     . 

porte  quasi  occulte.  1  corridori  sono  co- 
modi e  larghi,  e  così  le  4  scale  di  pietra, 
che  ne'(noderui  teatri  dell'epoca  in  discor- 
so sogliono  essere  incomode  e  strette,  es- 
sendo in  questo  veronese  pronta  l'uscita 
per  altiettanle  porle.  La  voce  vi  giuoca 
ottimamente, aiulaiutone  forse  il  buon  ef- 
fetto dall'aver  t'architello  ordinato  due 
sollitti,  altro  di  sottili  tavole  e  traforato, 
altro  due  braccia  più  allo  per  cammi- 
narvi sopra,  il  che  viene  a  corrisponde- 
te alla  cassa  d'un  islrumento.  Sul  palco 
dietro  le  scene  sono  a  m  pi  reposilorii ,  mot  • 
lo  opportuni,  e  nel  muro  ultimo  si  fece 
in  mezzo  un  graud'arco,  serrato  da  sot- 
tile muraglia,  atterrando  la  quale,  resta 
un  fondo  arbitrario  per  qualunque  ap- 
parenza si  bramasse  mostrare  in  lonla- 
uanza,  o  per  fir  montar  cavalli,  ed  altro 
che  si  volesse.  Le  figure  del  sipario  rap- 
presentavano le  3  Muse  che  presiedono  al- 
laTragedia,alla  Commedia  e  alla  Musica. 
In  allo  in  greco  si  pose  ti  molto  di  Pla- 
tone: Al  dilelto  td  al  giovamento,  cioè 
come  quel  Hiosofo  intendeva  per  udgliu- 
rare  i  costumi,  che  dovrebb'esser  il  fine 
de' poeti  drammatici.  Oltre  il  decoroso 
teatro  per  le  rappresenlunze  notturne,  ne 
avea  pure  uno  diurno,  ma  imparo  dal 
Giornale  di  Roma  dei  «8 56  a  p.  443)  che 
a' 6  maggio  dandosi  nella  sua  arena  la 
replica  ót\ì' Assalto  alla  torre  di  Mala- 
A'o^(che  descrissi  nell'arlicoloTuncm.v), 
giandespellacolo  allestito  con  molto  sfar- 
zo dalla  valente  compagnia  Giardini;  la 
rappresentazione,  onorala  da  numeroso 
concorso,  progredì  regolarmente  fino  al- 
la sua  scena  finale,  quando  un  globetto 
del  fuoco  d'artifìcio  che  simulava  una 
granata,  nel  descrivere  la  parabola,appic- 
cò  il  fuoco  alla  cima  d'una  quinta,  il  qua- 
le propagossi  al  tetto  ed  al  sottoposto  tea- 
tro in  legno  con  tale  rapidità  e  veemen- 
za da  render  vano  ogni  soccorso,  sicché 
in  breve  ora  tulio  l'edilizio  venne  ridot- 
to in  cenere,  senza  però  vittime  umane. 
Forse  Sisara  ricostruito. — L'enciclopedi- 
co MalVci;  pai  Uudu  dc'giaidiui  di  Veruua, 


VER 

ria  insegnamerilicìa  artista. Descrive  quel- 
lo de'conti  Giusti,  eretto  nel  declinar  del 
«ecolo  XVIj  perciò  mollo  differente  da' 
moderni,  tuttavia  bello  e  delizioso,  cioè 
con  idea  italiana  quando  tra  gli  uoaiìai 
insigni  si  computavano  anche  i  bravi  ar- 
chitetti di  giardini.  Quindi  biasima  il  si- 
stema de'suoi  tempii  Bei  giardinetti  con 
ameni  annessi  e  nobili  casini  aveano  pu- 
re i  conti  Zenobj  nobili  veneti,  sul  fianco 
della  collina  di  s.  Pietro;  ed  i  conti  Ga- 
Zola  deliziosi  orti  con  passeggi  coperti. 
Questa  maguiHca  città  sidistiiigue  an- 
che ne'numerosi  ediHzi  sagri,  non  contan- 
do meno  di  53  chiese^  e  parecchi  ora  lo- 
rii  che  poi  noterò.  La  cattedrale  basilica 
è  dedicata  a  Dio  sotto  il  titolo  dell'  Au- 
Dunziazione  di  Maria  Vergine,  secondo 
la  proposizione  concisloriule,  di  antica  e 
gotica  struttura,  bellissimo  monumento 
di  lai  genere,  chiamata  anche  il  Duomo. 
Il  Madei  la  dice  cattedrale  moderna,  per- 
chè vuoisi  che  l'antica  fosse  s.  Stefano,  di 
cui  più  sotto,  lodando  la  porta,  nelT  in 
terno  la  sveltezza  delle  colonne  che  di- 
stinguono le  navate,  con  modo  tenuto 
dall'architetto  per  non  ingombrare,  e  le 
belle  volte  pochissimo  arcuate  e  incrocia- 
le da  cordone  di  bella  pietra  lavorato  va- 
gamente, ed  a  suo  tempo  stolidamente 
imbiancato.  E'  la  grande  porla  di  mar- 
mo rosso  veronese,  innanzi  alla  quale  al- 
quanto di  sito  è  coperto:  tal  uso  solten- 
tiò  ne'  secoli  inferiori  agli  antichi  vesti- 
boli e  portici  che  si  facevano  avanti  Iti 
basiliche,  principalmente  pe'pubblici  pe- 
nitenti, quali  stavano  fuori  assai  teutpo 
prima  che  venissero  ammessi.  Non  è  for- 
se diderenle  cosa  l'arco  altissimo  su  due 
colonne  :  i  due  grifi  alati,  sui  quali  posa- 
no te  colonne  che  sostengono  lo  sporto, 
vengono  da  costume  preso  dagli  egizi, 
i  quali  leoni,  sfingi  e  altri  animali  e  mo- 
«tri  figuravano  avanti  le  porte  de'lempli, 
quasi  a  custodia,  come  notai  in  più  luo- 
ghi. Bizzarre  sono  le  figure  lavorale  a 
bassorilievo  in  dura  pietra  da'lali,  per- 
che le  più  grandi  lappreiculuuo  due  pa- 


VER  143 

ladini  di  Carlo  Magno,  Orlando  che  si 
riconosce  dal  nome  scolpitodella  sua  spa- 
da, duriudarda  non  durlindana,  e  Oli- 
viero che  suole  accompagnarsi  con  lui,  il 
quale  tiene  una  mazza  ferrata  con  cate- 
na. Tralascio  1'  erudi^^ioni  colle  quali  il 
gran  veronese  illustra  ogni  suo  dello,  al- 
Irimenli  dovrei  essere  troppo  prolisso,  ed 
anco  per  non  ripetere  il  dello  idlrove.  Va- 
ri pezzi  d'  antiche  pietre  furono  usati  iu 
questa  fabbrica,  di  porfido  e  di  granito. 
Sotto  l'altare  della  cappella  della  Madoa- 
ua  è  un'arca  sepolcrale  con  iscrizione  ro- 
mana, fattone  poi  uso  per  un  vescovo  di 
Verona  ,  cioè  per  l'  ossa  di  s.  Teodoro. 
Tra  le  memorie  che  in  questo  tempio  si 
conservano,  insigne  e  lunga  è  l'iscrizio- 
ne scolpita  neir846  del  suo  arcidiacono 
Pacifico.  Si  vedono  poi  quelle  de'  vesco- 
vi, Nolkerio  o  Noterio  del  928,  e  Bonio- 
contro  sepultu  in  terra  presso  la  porta 
grande  nel  1298.  In  quesla  chiesa  fu  te- 
nuto un  concilio  (che  dal  i ."  agosto  i  1 84 
durava  ancora  al  4  novembre,  e  dove 
fu  sancita  la  costituzione  contro  ì  catari 
palerini,  e  poveri  di  Lione),  di  che  in  fi- 
ne, da  Papa  Lucio  III,  morto  in  Verona 
a'  20  novembre  vi  restò  sepolto  in  arca 
di  pietra  accanto  l'altare  maggiore;  ma 
riuscendo  questa  d'impedimento,  quando 
a  tempo  del  vescovo  Giberti  si  fabbricò 
in  più  nobil  forma  il  coro  e  la  tribuna, 
fu  levata,  e  invece  di  collocarla  altrove 
cospicuamente,  fu  cacciata  sotterra  all'al- 
tare, figurale  sopra  del  pavimento  le  chia- 
vi pontificie,  coll'iscrizione  stampata  fe- 
delmente neir  Antichità  Veronesi  del 
Panvinio.  Ma  quella  ch'era  sull'arca,  e 
che  variamente  è  stata  pubblicala  e  nel- 
la quale  credette  il  Pagi  all'anno  l  l85, 
non  trovarsi  altro  che  in  due  distici,  fu 
ricopiata  con  tutta  diligenza  dal  notaio 
Agostino  Caprini  l'islesso  giorno  che  fu 
sotterrata,  senza  il  nome  del  mese  e  al- 
cuni numeri  perchè  corrosi.  Dalla  tabel- 
la degli  anniversari  del  duomo,  appare 
che  quel  di  Lucio  III  cade a'20  novem- 
bre. Nella. sua  biografìa,  col  Novaes,  Sto- 


144  VER 

r inde  Ponte flcìjQ  rautorilà  di  allri  sclit- 
loii,  lo  dissi  moiloa'25,  e  nel  riprodur- 
re l'iscrizione,  da  Novaes  confrontata  an- 
co in  opere  di  veronesi,  notai  esservi  al- 
cuna ditferenza  nell'epitaflio  posteriore, 
li iporteròquello della  Ferona  illustrala^ 
acciò  si  vedano  le  varianti.  Luca  dcdit 
lucein  libi  Luci,  Ponlificatunt  •  Oslia^ 
Papaluin  Roma,  Ferona  mori.  -  Imma 
Verona  dcdit  lucis  libi  gaudia,  Roma  • 
Exiliuin,  curas  Ostia,  Luca  mori.  Sog- 
giunge Maffei:  »»  Ha  inoltre  questa  chie- 
sa il  pregio  d'essere  stata  a'  1  3  settembre 
I  187  dedicata  personalmente  dal  Sooi- 
nio  Pontefice  Urbano  IH,  che  a  Vero- 
na (trovavasi),  e  probabilmente  in  essa 
fu  eletto".  Non  probabilmente,  ma  posi- 
tivamente ivi  lo  fu  ai5  novembre  I  i85, 
perchè  non  vacò  la  Sede  apostolica,  seb- 
bene altri  pretendano  che  lo  fu  sino  a'y 
dicembre,come  riferirò  alla  sua  volta  con 
prove  contrarie.  Entrando  per  la  porla 
grande,  ili."  quadro  a  dritta  è  del  vero- 
nese Antonio  Balestra;  nel  1.°  l'Adora* 
zionede'Magi,  lodato  dal  Vasari,  in  mez- 
zo è  del  veronese  Liberale,  nel  rimanen- 
te è  del  concittadino  Giolfino;  il  3.°  al- 
tare si  fa  del  sullodato  Morone.  Nella  cap- 
pella delSagramentOjlaCrocefissionecon 
rilievi  e  dorature  fu  lavorata  da  Giaco- 
mo Bellini.  Il  coro  con  sua  tribuna  fu 
dipinto  a  fresco  dal  veronese  f^-ancesco 
Torbido  detto  il  Moro,  cioè  alcune  sto- 
rie della  ss.  Vergine,  tra  cui  ha  ili."  luo- 
go la  sua  Assunzione,  e  cos'i  nel  di  fuo- 
ri, il  Crocefisso  di  metallo  è  opera  molto 
stimata  di  Battista  da  Verona,  encomiato 
da  Vasari.  All'altare  de'Malfei  lavorò  il 
veronese  Gio.  Maria  Falconetto,  che  poi 
si  die'  all'architettura.  All'organo  operò 
Felice  Brusasorci  eccellentemente.  Nella 
cappella  de'Malaspini  furono  antiche  pit- 
ture poi  abolite.  In  sagrestia  vi  è  bell'o- 
pera di  Claudio  Ridolii  da  Verona,  ove 
aprì  scuola.  Ne'seguenti  altari  erano  bel- 
l'opere antiche;  ora  son  due  quadri  de' 
veronesi  Sante  Prunati  e  del  liglio  Mi- 
chelangelo. L'ullitua  pula  da  (jucsla  par- 


VER 

te  è  delle  insigni  faticlie  di  Tiziano.! I  mo- 
numento prossimo  di  Galesio  Nichesola 
fu  opera  del  S<insovino;e  il  busto  di  mar- 
mo posto  a  mg."^  Bianchini,  con  testa  so- 
mìgliantissiuìa  e  ben  condotta,  è  di  Giu- 
seppe Schiavi.  Neli83g  fu  cominciato  a 
pubblicarsi  in   Verona   dalla  tipografia 
Sanvido:  Atlante  Mariano,  ossia  origi- 
ne dell'  immagini  miracolose  della  B. 
Vergine  Maria  venerate  in  tutte  le  par' 
tidel  mondo,  redatto  dal  gesuita  p.  Gii' 
glielmo  Gumppenberg  ,  pubblicato  per 
cura  dell'editore  Giambattista  Maggia, 
recato  in  italiano  ed  aggiuntevi  le  ultime 
immagini  prodigiose  fino  al  secolo  XfX 
da  Agostino  Zanella  sacerdote  verone- 
se, a  beneficio  del  pio  istituto  de' sordi- 
muti  in  Ferona.  Nel  l.  i  si  descrivono 
quelle  di   Verona  e   del   Veronese,  co- 
minciando a  p.  5c)  coir  immagine  mi- 
racolosa della   B.   Vergine   Maria,    La 
3Iadonna  del  Popolo,    clie  si    venera 
nella  cattedrale  di  Verona.  Egli  dice  : 
La  chiesa  maggiore  di  Verona,  che  mae- 
stosamente  presso    la    riva    dell'  Adige 
s'innalza,  là  dove  il  più  da  vicino  allea- 
mene colline  passando,  quasi  bacia  loro 
il  verdeggiante  e  fioritissimo  piede,  dai 
quali  principii,  a  poco  a  poco  crescendo, 
sia  a  tanta  grandezza  pervenuta,   non  è 
facile  dimostrarlo,  a  cagione  di  sua  an- 
tichità, che  si  fa  montare  almeno  fino  ai 
tempo  del  vescovo  Sigisberto  del  y/fS  cir- 
ca. In  questa  illustre  basilica  il  culto  a 
Maria  è  antico  quanto  essa,  ed   ivi   dal 
I  286  per  decreto  dell'arciprete  e  capito- 
lo, e  consenso  del  vescovo,  si  cominciò  in 
ciascun  sabato  a  celebrare  a  suo  onore    » 
soieimeinente  una   messa  ,  e  tosto  il  pa<  JH 
triarca  d'Aquileia  llaimondo,  e  il  cardi- 
nal Beruiudo  Laiiguisello  vesoovodi  Por- 
lo e  legato  apostolico,  concessero  ognu- 
no 4o  giorni  d'indulgenza  a  chi  v'inter- 
venisse. Con  questo  eccitamento  di  divo- 
zione al  popolo,  già  nel  i32(  trovasi   e- 
retta  nella  cattedrale  una  numerosa  so- 
cietà o  compagnia  di  di  vote  persone  d'o- 
gni ordine  e  se:>$o,  solluriuvocazionc  del- 


I 


VER 

la  Madre  di  Dio  nell'altare  di  s.  Teodo- 
ro vescovo,  ivi  esercitandosi  in  pie  pra- 
tiche e  sostenendosi  il  sodalizio,  nelle  spe- 
se ilelia  cappella  in  nnoalle  suppellettili 
sagie,  perle  oblazioni deTedelijCollequa- 
ii  eziandio  soccoireva  i  poveri,  dotava  le 
eilelle,  suffragava  i  defunti  anco  con  mes- 
se. La  confraternita  benché  divenuta 
grande  e  rinomata,  in  processo  di  tempo 
raffreddato  il  fervore,  ed  insorti  dispa- 
reri, i  confratelli  si  divisero,  passando  gli 
uni  allo  spedale  della  Fratta,  altri  alla 
chiesetta  di  s.  Maria  del  Duomo  e  spe- 
dale antico  del  Mercà  Nuovo,  altri  in  vi- 
cino luogo.  Intanto  il  vescovo  Memo  a- 
vendo  concesso  il  padronato  della  cap- 
pella di  s.  Teodoro  al  suo  vicario  cnn. 
Antonio  Malaspina,  q'.iesti  nel  i44o  l'ab- 
bellì e  vi  aggiunse  il  tìtolo  del  dottore  s. 
Girolamo,  e  quindi  si  riaccese  ne' fedeli 
la  divozione  alla  ss.  Immagine,  collocala 
sull'altare,  per  le  strepitose  grazie  che  ne 
riportavano,  i  veronesi  abituatialla  divo- 
zione alla  B.  Vergine,  fino  dali."  vesco- 
vo s.  Euprepio  che  l'introdusse,  secon- 
do la  tradizione.  Per  la  copia  de'miraco- 
li  e  la  bellezza  dell'immagine,  s'  invocò 
co'nomi  di  Maria  dtlle  Grazie  e  di^l/rt- 
ria  Graziosa.  A  lei  divoto  il  vescovo  Su- 
sinatense  F.  Maria  Fortunato  ,  luogote- 
nente del  vescovo  cardinal  Condulmer, 
nel  «4^2  gli  riuscì  riunire  l'antico  soda- 
lizio delia  cattedrale  con  quello  di  s.  Ma- 
ria del  Duomo,  insieme  alle  loro  rendi- 
te, e  allora  prese  da  ciò  il  nome  di  s.  Ma- 
ria Novella.  Fu  quindi  arricclìito  di  pri- 
vilegi e  di  tesori  spirituali,  il  che  contri- 
buì al  suo  ingrandimento,  onde  nel  1 5o5 
potè  con  grandissima  spesa  interamente 
rinnovare  la  cappella,  e  poi  neli6i6  Pao- 
lo V  accordò  agli  ascritti  l'indulgenza  ple- 
naria. La  peste  del  iG3o  rese  quasi  de- 
serta la  conipagnia,  ma  neli6351e  pre- 
diche fatte  nella  cattedrale  da  fr.  Grego- 
rio Sfondrat^cappuccino  avendo  prouìos- 
so  la  divozione  a  Maria,  una  moltitudi- 
ne di  persone  volle  far  parte  del  sodalizio 
e  perfezionò  quindi  la  cappella  nobilmeu- 
VOL.  xciv. 


V  E  R  i43 

le,  seguendo  la  solenne  coronazione  del- 
la ss.  Immagine  a'i5  aprile,  portandosi 
processionalmente  in  trionfo  per  la  città, 
coir  intervento  dell' arciconfralernita  di 
s.  Diagio,  ed  in  questa  lieta  occasione  si 
oggiunse  il  titolo  di  Madonna  del  Popo- 
lo, dal  vescovo  Giustiniani.  A  perpetuar- 
lo, il  sodalizio,  si  aggregò  a  quello  della 
celebre  Madonna  del  Popolo  di  Roma, 
colla  compartecipazione  dell'indulgenze. 
Ne'tempi  di  calamità,  con  fiducia  e  suc- 
cesso, sempre  il  popolo  a  lei  ricorse,  ogni 
5o  anni  celebrandosi  la  memoria  dell'in- 
coronazione. Sì  riportano  le  iscrizioni  e- 
sistenti  nella  cappella.  L'Ughelli,  Italia 
sacra,  t.  5,  p.  Gj5:  J^eronenscs  Episco- 
pi, dice  la  cattedrale  basilica,  i?.  Mariae 
Plrgini  Asswnptae  dedicala  est.  liana 
clini  Dianae  Ephcsinae  lemplunifuisse 
ffnidain  scribimt,  quod  postea  Carolmn 
Magniim,postsuhaclani  Peronam  K'elu- 
siate  deforma  Inni  vel  restilnisse,^'el  ex~ 
aediflcasse  narrant  anno  778  ,  perciò 
sonovi  le  suddescrille  figure  di  quell'im- 
peratore, e  de'fralelli  Orlando  e  Olivie- 
ro figli  d'una  figlia  di  lìerta  madre  di  Car- 
lo IMagno.  Porro  templiwi  palet  in  lon- 
gitudine pedes  ferme  210,  latiUtdo  80 
spa tinnì  aequat.  Aliare  majus  siinni  est 
in  medio  chori,orienleni  versus, cum  ihro' 
no  Episcopi  instar  pontifìcii  sacelli  fa- 
ticanae  hasilicae.  AUareni  deceni  in  hoc 
tempio  sunt  magnopere  exornata ,  ac 
tanti  aediftcii  maf  estale  digna.  Ibi  pia- 
ranohiliiunveronensiuni  visuntur  sepul- 
chra.Bina  itevi  sacrari  a  templi  exislunt^ 
ac  mirifice  exornala,alLcrum canonico- 
rum,  minorum  altcruni  sacerdotum.  Di- 
latar haec  basilica  plurib US  Sancloruut 
llpsains,thecis  argenteis,pretìosisqueva- 
sis  inclusis  :  ibidem  f acent  cor  por  a  ss. 
P'eronensium  Episcoporuni  Theodori,et 
AnnoniSf  ac  ossa  s.  Agalline  virginis  et 
mar/yris,  et  Spina  decenticultu  asscrva- 
tur,  qua  ss.  Firmi elRusticicapiia  abscis- 
sa  f nere.  j>fella  cattedrale  vi  è  la  cura  d'a- 
nime amministrata  da  due  cappellani  cu- 
ra.ti;però  il  fonte  batlesiniale  è  nella  prossi- 

IO 


i46  VER 

ma  chiesa  ili  s. Ciò. Ballisla,dettas.Giovan- 
Ili  In  Fonte.  Seri  ve  MaCFei,  uscendo  per  la 
porlicella  della  cattedrale, ch'è  verso  l'al- 
tare grande,si  trova  un  avanzo  della  chie- 
sa anteriore  alla  presente  basilica,  che  a- 
veva  il  pavimento  assai  più  basso, e  se  ne 
•vedono  ancora  alquante  piccole  colonne. 
Di  questa  è  da  credere  intendessero  l'A- 
nonimo ritmico,  e  l'autore  dell' epitaHìo 
di  Pacifico,  quando  nominano  la  chiesa 
della  Madre  di  Dio,  onde  poi  fu  dello  il 
duomo  s.  Maria  Matricolare.  Uscendo  a 
dirìttasulla  strada, v'ha  sulla  piccola  por- 
la un  antico  ambone  di  marmo  greco, 
pulpito  che  stava  accanto  l'altare  per  leg- 
gervi il  diacono  l'Epistola  ed  il  Vangelo. 
Vi  è  scolpita  a  grosso  rilievo  la  ss.  Ver- 
gine, auniuiziata  dall'Angelo,  senza  nim- 
bo e  in  piedi  non  essendosi  usato  dagli 
ebrei  d'inginocchiarsi.  Quindi  trovasi  a- 
diacente  le  della  chiesa  di  s.  Giovanni  in 
FontejOratorio  delia  cattedrale. Nel  mezzo 
sorge  il  batlisterio  antico  sopra  2  gradini, 
consistente  in  un  recipiente  otlangolo  di 
marmo  veronese  la  cui  circonferenza  è  pie- 
di 28  opal  mi  romn  ni  archi  tei  tonici42,tut- 
to  di  un  pezzo  :  nel  suo  centro  è  altro  pic- 
colo recipiente  a  4  nicchie  rotonde.  Le  8 
faccia  Sono  lavorate  a  rilievo  molto  ope- 
rosamente, e  di  non  disprezzabile  manie- 
ra. Sugli  angoli  tramezzano  separando 
colonne  scanalale,  ma  sempre  variamen- 
te con  linee  e  figure  diverse:  i  capilelli 
e  le  mensole  che  giran  sopra  e  d'uitorno 
danno  qualche  saggio  d'  architettura,  e 
6on  pur  tulle  d'opera  diversa.  Il  i.°qua- 
dro  ha  la  ss.  Vergine  Annunziala  in  pie- 
di, levala  da  sedere,  col  lavoro  in  mano 
e  nimbo  alia  testa  lavorato:  l'Angelo  ha 
giglio  in  mano  e  niml)o  liscio;  donne  a 
due  portiere  in  atto  di  meraviglia.  Nelle 
analoghe  descrizioni  che  seguono,  non 
senza  interesse,  non  posso  seguire  il  .Maf- 
fei.  Dirò  solo,  che  il  2."  quadro  lia  la 
Visitazione  e  la  Natività;  il  3."  l'Angelo 
che  avvisa  i  pastori  del  nato  Messia;  il 
4."la  venuta  de'Mngi;  il  5. "Erode  che  or- 
dina la  strage  de'bambini  ;  il  6."  l'esccu- 


VER 

rione  di  tal  comando;  il  7."  l'Angelo  che 
invita  Giuseppe  alla  fuga  inEgilto;  l'S." 
il  battesimo  del  Salvatore.  Tale  cristiana 
antichità  è  veramente  delle  notabili.Quc 
sto  battisterioper  tradizione  vulgare  sa- 
rebbe stato  tempio  di  Marie,  ma  non  pa- 
re: l'antica  forma  non  è  conservala.  Vi 
è  la  pala  del  veronese  Farinaio.  Il  capi- 
tolo della  basilica  cattedrale  si  compone 
di  3  dignità,  la  i." l'arciprete,  le  altre  due 
il  preposto  e  l'arcidiacono;  di  io  canonici, 
colle  prebende  teologale  e  penitenziale;  di 
24  mansionari  e  cappellani  corali,  e  del 
collegio  di  24  accoliti,  aggiiujgendo  l'ul- 
tima proposizione  concistorale,  quorum 
nonnulli  particìpantes,  alti  \'ero  pri^'ad 
nuncupantar.  Benedetto  XIV  col  breve 
Praeclara  decora,  de'ig  gennaio  1748 
decorò  il  capitolo  di  particolari  onorifi- 
cenze, concedendo  ai  canonici,  u.y«m  scO' 
tulac,  sive  palniulae,  vulgo  bugia,  ad 
instar  Episcoporum,  lain  in  niissis  pri- 
vatisi quani  in  solenmihus  cimi  canlu, 
sive  in  eadcni^sive  in  aliis  ipsius  civila- 
tis  et  dioecesis  l'cronensis,  alquc  alia- 
rum  etiani  dioccesurn  Ecclcsiis  in  per- 
pcluuin  concedimus  et  elarginius.  Di  piii 
accordò  a' canonici  due  volle  la  settima- 
na, che  in  qualunque  altare  celebrassero 
la  messa  pe'clefimli,  fosse  privilegialo.  Ce- 
lebrandosi nell'  oratorio  d'  Angiari,  di 
proprietà  del  capitolo,  per  chi  l'ascolta 
nelle  fesle  valga  per  soddisfaziotie  del 
precelto.  Gregorio  XVI  col  breve  >SVz- 
croruni  insignium,òe3i  marzo  i83i, 
Bull.  Rom.  t. iq,  p.  i5:  Coiicessio  inda- 
menfoinm  magis  insigniuni  prò  canoni- 
ci sEccleu'ac  catliedralis  Ter  oncnsis  Sic- 
come godevftno  d'  aniico  teujpo  il  privi- 
legio dato  dilli»  s.  S*ii.\c^  dellii  cappa  uta- 
gna  di  lana  color  paonazzo,  e  queslu  riu- 
scendo incomoda  neh'  estate,  accorilo 
l'indullo,  sta  tis  per  annnin  dielns  jani 
inde  eis  tril'utain,  postìiac  acstivo  tem- 
pore sericani  possint  defivre.  Vi  so- 
no vari  libri  clie  trutlano  delle  prero- 
gative e  de'  privilegi  del  capitolo  cat- 
Icdralc,  come  ;  Noti-Je  speUanU  al  cu- 


VER 

piloto  di  Verona  :  De'  privilegi  ed  e- 
scnzione  del  capitolo  di  t^erona:  Nuo- 
i'a  difesa  di  tre  documenti  Verone- 
si.  Narra  V  Ughelli,  che  a  suo  tempo 
sopra  a  200  erano  i  sagri  ministri  del- 
la cattedrale,  i  canonici  nobili  e  dotti 
2  I  colle  3  nominate  dignità,  e  quella  pu- 
re del  tesoriere  rinnovata  nel  i4^4  *^^^ 
vescovo  Barbaro,  da  presentarsi  dal  ca- 
pitolo e  da  conferirsi  dal  vescovo.  La  di- 
gnità del  preposto  averla  ripristinata  il 
vescovo  Gì  berti  nel  1 532,  e  da  conceder- 
si dal  capitolo  mediante  presentazione; 
e  che  quella  dell'arcidiacouo,  esistente  a' 
tempi  di  Carlo  Magno,  poi  soppressa, 
reintegrò  Papa  Sisto  IV  nel  i^jS.  Il  ca- 
nonico teologo  dovea  insegnare  in  tutto 
l'anno  la  teologia.  Esservi 4  mansionari, 
80  cappellani,  24  accoliti,  80  chierici 
privaios,  7  servienti,  4  ostiari  e  sacerdo- 
ti maestri  delle  ceremonie. Poi  dice:  /-'e- 
ronensem  Capiloluin^  honesluin  niagis 
quom  opulenluniy  inter  caelera  Italiae 
noùiliora  capitala  insigne  habetur^  et 
singularihus  praerogativis  exornatutn. 
Passa  ad  enumerarle,  ed  iu,ripeto,  riferi- 
rò ragionando  de'  vescovi,  colle  notizie 
de'  quali  si  compeuelraiio.  Rileva  il  me- 
desimo Ughellijche  da  questo  capitolo  u- 
sciruno  i  cardinali,  già  stati  canonici,  Au- 
nibaldi  da  Ceccano,  Landolfo  Marra- 
mauro,  Lucido  Conti,  Gabriele  Condul- 
mieri,  poi  Eugenio  IV,  Giovanni  Michie- 
ii,  Bernardino  MaOfei,  ec.  Inoltre  riporta 
la  serie  degli  arcipreti  cominciando  dal- 
i'8oo,  continuata  dal  Coleli  sinoal  iyo8 
coH  52  dignitari.  Di  altre  serie  delle  di- 
gnità del  capitolo  farò  parola  nel  pro- 
gresso dell'  articolo.  Trovo  nelle  3Jerno- 
rie  ecclesiastiche  di  Garan)pi,  nella  dis- 
sertazione sopra  la  vita  canonica,  che 
in  Verona  sembra  che  fino  dair8 1  3  pen- 
sasse il  vescovo  Kotaldo  ad  asseiinareC/e- 
ricis  s.  Matris  Ecclesiaedonins  nostrae^ 
tamrreshy  teris  ,quaniquc  etDiaconibus , 
atqne  Subdiaconibus,  univcrsoqne  gra- 
da ordinit,  Dco  ibidem  deservicntium, 
alcune  case,  dove  potessero  vivere  iusie- 


VER 


i47 


me,  e  così  rendere  meglio  alla  chiesa  il 
divoto  servigio:  in  has  enini  casas^etin 
hoc  loco  volunius,  utsit  Scola  Sacerdo- 
tuni,  ubi  sua  stipendia  passini  hahere. 
Continuò  in  appresso  questa  Scuola  de' 
Sacerdoti,  poiché  cosi  per  molto  tempo 
chiamossi  quest'  illustre  capitolo,  come 
rilevasi  da  vari  monumenti  cle'secoli  IX, 
XeXIpressol'Ughelli;  ma  nel  secolo  XII 
era  forse  decaduta  alquanto  dalla  cano- 
nica osservanza.  Infatti  nel  i  i5y,  furono 
da  Papa  Adriano  IV  i  canonici  ammo- 
niti, quatenus  oumes  de  uno  cellario  in- 
siniul  in  uno  refectorio  coniederent,  et 
in  communi  dormitorio  dormientes,  in 
capitalo  convenirent  quolidie.  Ciò  si  leg- 
ge nel  Campi  neh'  Istoria  ecclesiastica 
di  Piacenza.  In  questo  inoltre  trovasi, 
che  nel  1202  i  canonici  di  Verona  rin- 
novarono di  proposilo  questo  convitto, 
del  quale  il  cardinale  Gherardo  Sessio 
legato  di  Lombardia  fece  espresso  co* 
mando  nel  121 1.  Di  che,  e  delle  pre* 
rogative  dell'insigne  capitolo,  può  veder- 
si il  veronese  p.  Girolamo  Lombardi  ge- 
suita, nelle  ricordate  Notizie,  da  lui  de- 
dicale a  Benedetto  XIV  e  stampate  in 
Roma  nel  1752;  le  quali  si  ponno  ri- 
guardare come  suppleu)enlo dell'erudito 
Bianculini.  E  qui  dirò  di  lui,  che  la  re- 
pubblica veneta  grata  all'assistenza  che 
prestò  in  Roma  per  l'affare  del  patriar- 
cato d'Aquileia,  lo  «olle  riconoscere  con 
una  medaglia  d'oro.  Seguendo  il  MalTeì, 
egli  dice  molto  distinto  essere  tra'  capi- 
toli il  veronese  e  di  speciale  dignità,  for- 
mandosi di  21  prebende,  delle  quali  io 
per  sacerdoti, 4  per  diaconi, e  4  per  sud- 
diaconi; e  100  anni  innanzi  non  meno 
di  1 70  ecclesiastici  servivano  e  ufficiava- 
no la  cattedrale;  ma  poi  la  dispersione 
de'  capitali  e  de'  documenti,  ed  alti  .  vi- 
cende, ne  diminuirono  il  numero  e  le 
rendite.  I  canonici  del  coro  non  canta- 
no, e  intervengono  solamente  a  mattu- 
tino, messa  e  vespero,  supplendo  nell'al- 
tre ore  mansionari  e  cappellani.  Godono 
uel  dir  messa  l'  uso  del  canone,  ed  eb- 


i48  VER 

beio,  come  dissi,  anche  l'uso  della  bugia. 
Il  capitolo  in  aUii  tempi  godeva  giu- 
risdizioni, e  giudicava  anche  criminal- 
mente quelli  del  suo  corpo,  e  i  subor- 
dinati e  i  coloni,  e  per  le  cause  loro  eleg- 
geva uno  de'  giudici  di  collegio,  che  sie- 
tievain  palazzo.Gode inoltre  tali  ecclesia- 
stiche giurisdizioni,  che  viene  ad  essere 
ordinario  di  più  chiese  parrocchiali  e 
d'oratorii,  e  delle  monache  di  s.  Mi- 
chele in  Campagna;  e  in  delti  luoghi 
e  chiese  (che  si  ponno  vedere  annoverate 
dal  Moscardo  nel  libro  5,  ed  una  nel  Pa- 
dovano) fa  la  sue  visite  ed  esercita  il  suo 
diritto.  Dà  altresì  le  bolle  de'suoi  bene- 
fizi, e  raccomanda,  benché  da  qualche 
tempo  più  non  presenti.  Con  esempio  u- 
nico  nella  cristianità  è  in  possesso  da  più 
secoli  del  privilegio  d'essere  immedia- 
tamente sottoposto  al  metropolitano.  Il 
JVlaffei,  che  ciò  riferisce  (essendo  poi 
da  Benedetto  XIV  il  capitolo  stato  as- 
soggettalo ol  vescovo,  come  dirò),  pas- 
sa a  descrivere  la  biblioteca  e  l'archi- 
vio, ed  i  preziosissimi  codici  manoscrit- 
ti, che  possiede  il  capitolo  cattedrale,  l^rin- 
cipia  col  notare,  che  nel  secolo  XV  no- 
bile biblioteca  si  trovava  nella  badia  di  s. 
Zenone,  ma  che  al  presente  insignissimi 
avanzi  se  ne  conservano  solamente  nella 
capitolare.  J.*rimo  raccoglitore  di  questi 
codici  fu  il  suddetto  arcidiacono  Pacifico 
nel  IX  secolo,  credulo  fondatore  di  que- 
sta biblioteca,  e  certo  poi  donatore  ad 
essa  di  oltre  200  codici  rarissimi,  come 
consta  dal  suo  epitaffio.  Nel  principio  del 
secolo  XI  due  canonici  diRatisbona  trova- 
rono in  Verona  l'esposizione  del  salmo  xv 
di  8.  Ambrogio,  che  non  avea  Milano. 
Portatosi  nel  i43i  in  Verona  Ambrogio 
camaldolese  a  vedere  la  biblioteca  della 
maggior  chiesa,  la  qualificò  celebcrri- 
ììin,  trovandovi  libri  iV ammirabile  and- 
rliiii),  ad  essa  in  seguilo  procurati  anche 
da  Paolo  Dionisi,  Adamo  Fumiani  ePie* 
tro  Zini.  In  essa  rinvenne  Guarino  i  Ser- 
moni di  s.  Zenone,  e  Pastrengo  l'Epistole 
di  s.  Cipriano,  codice  scrillo  più  di  1 000 


VER 
anni  avanti,  poi  donato  da'canonici  a  s. 
Carlo  Borromeo.  Di  qua  venne  forse  quel 
codice  millenario  nel  museo  Madei  di 
Roma,  dal  quale  trasse  il  Sirmondo  le  / 
soscrizioni  del  concilio  di  Calcedonia:  for- 
se era  nello  slesso  luogo  quella  professio-  a 
ne  di  fede  de'  pclagiani,  stampata  dal  p..  || 
Garnerio,  trovata  dal  Sirmondo  in  un 
codice  veronese.  Lasciò  scritto  il  Panvi- 
nio,  credere  che  questa  fosse  la  più  famo- 
sa librerìa  del  mondo,  ed  allora  non  ne  re- 
stavano che  vestigi.  Dunque  non  esage- 
rò nel  celebrarne  le  reliquie  il  MafTei  nel- 
la prefazione  al  Cassiodoro,  come  altri 
dissero;  mentre  dopo  l'invenzione  dell'ar- 
te della  stampa,  ninno  ne  fece  uso,  tran- 
ne il  codice  di  s.  Cipriano,  anzi  non  ne 
fecero  memoria  Libardi  e  Torresani,  e 
non  ne  ragionò  l'Ughelli,  a  cui  ogni  pic- 
cola notizia  fu  suggerita,  ed  il  quale  so- 
pra ogni  cosa  spettante  al  capitolo  tanto 
si  dilhise.  Neppure  nominò  questi  mss. 
capitolari  il  p.  Moulfaucou  nel  Diario 
Italico,  ed  il  p.  Mabillon  asserisce  nel 
Museum  Italicum,  che  avendone  fatta  ri- 
cerca alla  canonica,  gli  fu  risposto,  nien- 
te più  rimanere  dell'  antica  biblioteca. 
Ciò  avvenne  principalmente  perchè  nel- 
r  inondazione  dell'Adige  anteriore  al 
iG3o,  ed  in  quel  contagio  (descritto  dal 
medico  Francesco  Pona  che  ne  andò  sal- 
vo) si  riposero  e  quasi  nascosero  i  codici, 
restando  occulti,  massime  per  la  morte 
de 'canonici  custodi  della  libreria  capito- 
lare. A  ciò  riparò  il  can,  Carinelli  nel- 
r  anno  17 13,  che  li  scoperse,  onde  il 
Maffoi  ne  diede  succinta  notizia,  die  iu 
compendierò,  trasandandone  gì'  indivi- 
duali pregi,  di  que'  solamente  che  :per 
le  loro  qualità  egli  conobbe  apparte- 
nere a  remotissima  antichità,  che  ren- 
de prezioso  e  rarissimo  ogni  mss.  anche 
nelle  più  celebri  liiblioteche.  Salterio  co' 
Cantici,  latino  e  greco.  Libri  de'  Re,  de- 
scrizione Cosmografica  di  Giulio  Cesare, 
e  registro  delle  Provincie  ron)ane. E  vange- 
lario  in  membrana  purpurea  con  lettere 
d'argento  e  oro.  S.  Ilario,  De  IVinilulc. 


VER 
S.  Ilario  sopra  i  Salmi.  Alquante  opere 
polemiche  di  s.  Girolamo.  Raccolta  di 
•vari  opuscoli,  tra' quali  25  di  «.Girola- 
mo, e  alcuni  col  suo  nome.  Epistole  e  o- 
puscoli  di  s.  Girolamo  in  numero  di  io4' 
Sei  codici  co'  commenti  di  s.  Girolamo 
ui Profeti.  Vari  monumenti  ecclesiastici, 
a'  quali  s.  Girolamo  e  Gennadio,  De 
ris  ìllustribus  j  frammento  di  catalo- 
go Pontificale  inclusive  a  Vigilio;  docu- 
menti riguardanti  Acacio;  vita  di  Papa 
s.  Simmaco.  Sei  libri,  Z7e  civitatc  Dei,  e 
altre  opere  di  s.  Agostino.  I  Morali,  il  Pa- 
storale, l'Omelie  su  Ezechiele,  i  Dialoghi 
di  s.  Gregorio  I. Complessioni  di  Cassiotlo- 
ro,  pubblicate  da  MalFei.  Recognizioni  di 
s.  Clemente.  Dialoghi  e  vita  di  s.  Paolo, 
di  s.  Girolamo.  Opere  di  Sulpizio  Severo, 
scritte  in  Verona  nel  Si'j  da  Ursicino 
lettore  di  questa  chiesa.  Difesa  de'TreCa- 
pitoli  di  Facondo  Errauniese,  e  libro  con- 
tro Muziano.  S.  Isidoro, De  sumi/io  hono. 
Raccolta  di  monumenti  spettanti  a  con- 
cilii.  ConcilioEfesinOje  Romano  del  yGy 
pubblicalo  dal  Cenni.  Concilio  Calcedo- 
nese.  Due  raccolte  di  canoni  di  Cresconio 
africano.  Suniinarinni  Caiionnin.  Colle- 
zione di  canoni  di  Teodosio  diacono  e  al 
tro.  Difesa  di  Papa  Formoso  e  altro.  Li- 
bro Penitenziale.  L' Epistole  canoniche. 
Alcuino,  Esposizione  del  Vangelo  di  s. 
Luca  esugli  Alti.  Commenti  dellas.  Scrit- 
tura. Glosse  suir  Esodo,  forse  dell'  arci- 
diacono l\icifico.  Sermoni,  Orazioni,  O- 
melie.  Regota  di  s.  Benedetto.  Orcio  Epi- 
scoporum  Roinae  inclusive  a  s.  Paolo  I. 
Pili  Lezionari  e  Sermoni.  Hoiniliaruin 
Capituli  Ecclesiae  f^eronensis  per  anni 
circiduììt.  Breviario  Mozarabico,  forse 
già  usato  dalla  chiesa  di  Toledo  o  altra 
di  Spagna.  Sacramentario.  Martirologio 
di  Reda.  Atti  de'  Martiri  dell'ultimo  Iri- 
Bìiestre  dell'anno.Intorno  a  ^o  codici  per 
uso  di  Chiesa,  Ordine  Uomano,  Ordine 
Veronese  ili  Stefano  sacerdote  e  cantore 
intitolato  6'^/y55(i/7/, Liturgici,  Lezionarii, 
AnlifonariijResponsorialicoitCalendario, 
Iodi  con  note  musiche,  Sequeoziaiio,  O- 


VER  i49 

razioni  matlutinali  e  vesperlinali,  della 
quali  molte  pubblicò  il  b.  cardinal  Toiu- 
masi,  Messale  grande  e  magnifico  per  lu 
chiesa  di  Verona,  fatto  tra  il  983  e  il 
99G.  De  dlvinis  Ofjìciis,  che  pare  del 
1  200.  Statuto  di  Verona  del  1 228,  e  al- 
tro. Scoperta  nel  1 7  1 3  questa  nobile  ca- 
va di  mss.,  poco  stettero  studiosi  ed  eru- 
diti soggetti  della  canonica  stessa  e  farne 
uso.  Mg."^  Bianchini  pubblicò  parte  del- 
l'Ordine Romano  e  la  vita  di  s.  Simma- 
co; il  can.  Campagnola  l'antico  Statuto; 
altri  doveano  pubblicare  diversi  codici. 
Furono  eziandio  stampati  gli  atti  de'  ss. 
Fermo  e  Rustico,  la  vita  di  s.  Zenone, 
piìi  osservazioni  di  s.  Ilario.  Per  la  Bi» 
blìotheca  Feronensis  Jìlanu^cripta,  e- 
rano  preparale  altre  cose  non  pubblica- 
te, che  enumera  Mall'ei,  dovendosi  collo- 
care nobilmente  tutto  questo  tesoro  nel- 
la nuova  fabbrica,  allora  (juasi  termina- 
ta, per  opportunamente  servire  di  cospi- 
cua libreria,  la  quale  di  fatto  accresciu- 
ta dai  doni  de'detti  Gariuelii  e  MalFei  e 
dal  Torelli  e  da'canonici  Muselli  e  Giau- 
iacopo  Dionisi,  fu  resa  di  pubblico  dirit- 
to nel  1781.1  codici  tutti  fvuono  descrit- 
ti dal  canonico  Agostino  Rez/.ani.  Nel 
1797  furono  da'francesi  levati  e  portati 
a  Parigi  i  più  preziosi,  poscia  nel  18 16 
restituiti.  Se  ne  ha  l'elenco  neU'/;//mHrt- 
rio  statistico  del  IMainardi  del  detto  an- 
no. Finalmente  sono  famose  le  scoperte 
fatte  in  giurisprudenza  e  letteratura  sui 
codici  rescritti  di  essa  biblioteca,  ed  il 
celebre  Mai  diede  notizia  di  uno  nella 
prefazione  alla  sua  edizione  di  Mila- 
no :  F^irgilii  interpretes  vcLeres.  I  nsi- 
gne  è  parimenti  in  questa  canonica  l'Ar- 
chivio, perchè  vi  si  custodiscono  pres- 
so a  3o,ooo  rotoli,  e  perchè  le  car- 
te anteriori  al  1000,  che  altrove  sono 
molto  rare,  qui  si  contano  a  centinaia. 
D'  antichissimi  documenti  sono  egual- 
mente ricchi  gli  archivi  di  s.  Maria  in 
Organo  e  di  s.  Zenone.  Episcopciles  rte- 
des  prope  cathedraleni  sitae.  In  questo 
palazzo  vescovile  la  bella  statua  colus- 


i5o  VER 

sale  die  si  presenta  nel  cortile  è  d'Aìes- 
sandro  Vittoria.  Una  camera  terrena  fu 
dipinta  da  Paolo  Veronese  ne'  suoi  pri- 
Di'anni.  Nella  cappella  vecchia  le  storie 
sagre  in  piccole  figure,  sono  di  Liberale. 
IS'el  gran  salone  si  vede  la  serie  de'ritrat- 
ti  de'  vescovi  veronesi;  sopra  i  co  figure 
al  naturale  di  Domenico  Brusasorci,  do- 
v'  è  da  notare  la  bella  avvertenza  d'a- 
ver fatto  Siagrio  in  atto  di  leggere  una 
lettera,  perchè  lettera  abbiamoalle  slam- 
pe a  lui  scritta  da  s.  Ambrogio:  del  mede- 
simo sono  i  bei  paesi  sotto,  nello  stesso 
salone,  ed  ognuno  perciò  lo  crederebbe 
paesista.  Inoltre  ivi  egli  figurò  il  trionfo 
di  Pompeo. 

Le  chiese  parrocchiali  di  Verona, 
compresa  la  cattedrale  sono  i5,  le  qua- 
li hanno  ciascuna  il  battisterio  e  un  qual- 
che oratorio  o  chiesa  sussidiaria.  Le  in- 
dicazioni che  vado  a  riferire  sulle  loro 
pitture,  le  ricavo  dal  Malìei,  ma  non  mi 
è  dato  assicurare  se  tutte  ancora  esisto- 
no; cos'i  di  quant'altro  dirò  con  esso  quan- 
to agli  edifizi  e  loro  monumenti.  Ma  e- 
gll  meglio  scrisse  pel  riguardante,  che  pel 
studioso  lettore:  con  poche  altre  parole, 
questo  avrebbe  più  appagalo.  Servirà  a 
darne  un'idea,ev'intreccierò  altre  nozioni. 
Lacatledraleoltrelachiesa  di  s.Giovanni 
in  Fonte,  ha  l'oratorio  di  s.  Pietro  in  Mo- 
nasteroequellodi  s.  Giovannialla  Pigna. 
—  La  2."  parrocchia  è  di  s.  Eufemia.  Era 
degli  agostiniani,  compresi  nella  genera- 
le soppressione  fatta  dal  governo  itali- 
co, come  di  altri  religiosi  che  dirò.  En- 
trando perla  porla  grandejnel  Lealtà  re  al- 
la dritta  la  pittura  è  diGiacomo  Ligozzi, il 
prossimo  di  Domcnicoljrusasorci. Passan- 
do avanti  la  Vergine  con  s.  Agostino  ed 
altri  Santi,  e  poc'oltre  s.  Carlo  con  altri, 
molto  spiccano  colle  fatiche  del  Ridolfì. 
In  mezzo  a  questo  è  tavola  del  Giolfino, 
sulla  quale  è  beli'  opera  di  Battista  del 
Moro.  De' 4  che  seguono,  3  ne  ha  Feli- 
ce Brusasorci,  ed  uno  il  fioretto  da  Bre- 
scia, Nel  coro  in  faccia  dipinse  Bernardi- 
no India;  nella  cappella  dell'Angelo  Raf- 


V  EU 

faele,  il  Carolo,  dove  singolarmente  si 
loda  il  laterale  sinistro  :  in  quella  dì  s. 
Antonio  dipinse  Giulio  Carpioni.  All'al- 
tare circondato  ampiamente  intorno  da 
lavori  del  Caroto,  la  pala  e  la  lunetta  so- 
pra sono  opere  applaudile  di  Bartolomeo 
Farfusola  discepolo  di  Felice  Brusasorci. 
All'  altare  del  Crocefisso  le  figure  sulla 
pietra  di  paragone  sono  del  Prunati.  Nel- 
la stanza  o  ca[)pella  presso  il  chiostro, 
bel  quadro  del  Balestra.  Sopra  la  porta 
laterale  della  chiesa  per  di  fuori  credesi 
dipingesse  V  antico  Stefano  veronese  fio- 
rito nel  i4oo.  BaW  yj dante  Mariano 
apprendo  che  quivi  si  venerano  due  im- 
magini miracolose  della'B.  Vergine.  E  la 
I .'  la  Madonna  della  Salale,  sopra  mol- 
te altre  antichissima,  che  scolpita  in  pie- 
tra si  venerava  nel  sotterraneo  dell'anti- 
ca chiesa  parrocchiale  di  s.  Matteo  apo- 
stolo Concortine  fino  dal  looo,  data  nel 
loo5  a'  benedettini  di  Pomposa.  1  par- 
rocchiani invocatone  il  patrocinio,  rice- 
verono innumerevoli  grazie,  e  la  preser- 
vazione dal  morbo  nelle  pestilenze  del 
iS'ji  e  del  i63o.  Poscia  nel  1747  fu 
tolta  dalla  cripta  e  trasportata  nella  chie- 
sa in  apposito  altare,  per  maggior  decen- 
za e  comodo  de'  fedeli  dtvoti.  Soppressa 
la  chiesa  dal  governo  italico  a'2  i  aprile 
1 8o7,econcenlrata  in  questa  parrocchia, 
solennemente  in  s.Eufemia  fu  trasferita  la 
ss.  Immagine,  ove  puree  dispensalrice  di 
grazie,  ed  imperversando  il  cholera  fu  e 
sposta  alla  venerazione  de'cittadini,  e  solo 
5  parrocchiani  perirono.  I  Papi  conces- 
sero indulgenze  al  sodalizio  istituito  in 
suo  onore.  L'altra  prodigiosa  immagine 
è  quella  della  Madonnadclla  Pietà.  Nel 
principio  del  secolo  IX  per  servire  a  Dio, 
lungi  dagli  strepiti  del  mondo  si  ritirarono 
Benigno  e  Caro  di  santa  vita  in  solitario 
luogo  presso  a  Malcesine,  ameno  paese 
del  Veronese  in  riva  al  lago  di  Garda. 
Dovendosi  trasportare  il  corpo  di  s.  Ze- 
none vescovo  e  martire,  prolettore  di  Ve- 
rona, dall'umile  chicsctla  in  cui  giacev 
alia  maestosa  basilica  fabbt  icata  in  od 


1 


VER 
re  del  suo  uonie,  per  religioso  rispetto  e 
tituoie  uiunode'  veionesi  osava  disten- 
der la  mano  a  quel  sagro  tesoro.  Il  per- 
chè Rolaldo  vescovo  di  Verona  fece  ve» 
«ire  in  città  i  due  santi  eremiti,  come  so- 
li reputali  degni  di  toccare  e  recare  al- 
trove quelle  beate  reliquie.  Laonde  tra- 
sportarono il  venerando  corpo  al  nuovo 
tempio, e  poscia  tornarono  nella  lorocel- 
letta.  Ora  è  fama,  che  essi  nel  tempo  che 
loro  sopravanzava  dall'orazione,  con  in- 
gegnoso lavoro  componessero  di  paniiili- 
ni  servili  all'incruento  sagrificio,  un'im- 
magine di  Maria  Addolorata  sostenente 
sulle  ginocchia  lo  spento  corpo  del  suo 
Unigenito.  Per  4  secoli  possederono  il  sa- 
gro simulacro  gli  agostiniani  del  castello 
di  Montorio,  presso  alla  città,  nella  chie- 
sa di  s.  Agostino  da  loro  edificata  nel 
I  "243,  e  tenuto  in  gran  divozione  dal  po- 
polo. Chiamati  a  Verona  dal  vescovo 
Manfredogli  agostiniani  nel  1262,  e  cou- 
cesic»  loro  la  chiesa  di  s.  Eufemia,  in  essa 
trasportarono  la  ss.  Immagine.  Pe'raira- 
coli  operati  da  questa  B.  Verginea  van- 
taggio de'  pii  ricorrenti,  con  plauso  uni- 
versale fu  solennemente  ornata  d'un  pre- 
zioso diadema  dal  capitolo  de'monsigno- 
ri  canonici  della  cattedrale.  Nella  parroc- 
chia di  s.  Eufemia  è  la  chiesa  di  s.  Gio- 
vanni in  Foro,  e  l'  oratorio  di  s.  Salvar 
vecchio.  —  3."  Parrocchia  di  s.  Anasta- 
sia. Lachiesa,giàde'domenicani,è  una  di 
quelle  edificate  ne'secoli  di  mezzo,  poi- 
ché con  buona  simmetria  s'incominciò  la 
fabbrica  nel  principio  del  i3oo,  e  corri- 
sponde alla  magnificenza  che  per  l'affluen- 
za delle  ricchezze  regnava  in  Italia  a  que* 
tempi.  La  facciata  dovea  essere  istoriata 
in  gran  parte  con  quadri  di  basso  rilie- 
vo, di  che  si  vede  il  1."  presso  la  porta. 
Sono  notabili  i  portoni  della  Bra,  sebbe- 
ne alquanto  posteriori  per  essere  i  gran- 
di archi  non  di  sesto  gotico,  ma  di  ben 
condotto  giro.  Entrando  nel  tempio  sì 
presenta  subito  a  destra  un  superbo  de- 
posilo eretto  in  onore  di  Giano  Fregoso 
nel  1 5ti5  dal  iiAìo  Ercole.  Le  statue  so- 


VER  i5t 

no  eccellente  lavoro  di  Danese  Cattaneo 
di  Carrara,  e  cosi  le  belle  colonne  e  il  di- 
segno.  Nel  mezzo  è  la  figura  di  Cristo  ri* 
sorto,  ed  il  Vasari  afferma,  che  questa 
cappella  si  stimavo  fra  le  più  rare  che  fos- 
sero in  Italia.  De'gobbi  che  sostengono  i 
pili  dell'acqua  santa,  si  crede  che  l'uno  sia 
fattura  di  Gabriel  Caliari  padre  di  Paolo. 
Nell'altare  contiguo  grandemente  lodasi 
Francesco INIorone;  nel  susseguente  l'altro 
pittore  FrancescoCaroto;  nell'altro  Felice 
Brusasorci  die  incominciò  le  pitture,  ter« 
minate  dall'Orbelto.  Da  questo  lato,  rini* 
petto  la  sagrestia  è  ancora  un'opera  del 
Morone  assai  distinta.  La  cappella  Pelle- 
grini fu  istoriata  a  mezzo rilievonel  prin- 
cipio del  i4oo.  All'altare  maggiore  ser- 
vedi  mensa  grandissimo  pezzo  di  tnarmo 
rosso  e  vi  è  intagliato  in  lettere  del  1 3oo, 
come  fu  dono  di  Bonaventura  Giudice 
da  Garda,  insieme  con  tavola  che  avrà 
servito  di  pala.  La  moderna  è  del  vero- 
nese Felice  Torelli.  Nella  cappella  del 
Rosario,  a  cui  si  die'mano  nel  £58 3,  no- 
bile per  architettura,  per  le  4  colonne, 
e  per  le  statue,  specialmente  de'4  bam- 
bini sulla  balaustrata,  opere  di  forestie- 
ri, gli  Angeli  sono  deirOrbetto,  la  lunet- 
ta sopra  dell'altro  veronese  Marc'Anto- 
nio  Bassetti,  la  Flagellazione  del  Ridolfi. 
Neil'  altare  che  viene  appresso  la  tavola 
è  del  Giolfino,  e  cosi  quella  di  s.  Era- 
smo, Si  può  rammentare  anche  il  monu- 
mento laterale  all'altare  grande  di  Cor- 
tesia Sarego  fatto  nel  1432  tutto  di  pie- 
tra, riprovando  MafFei  l'esser  stato  colo- 
rito: molto  bene,  e  cougran  manifattu- 
ra,  è  finto  un  padiglione  che  sporge  iu 
fuori  e  cuopre.  Il  cavallo  ha  il  frequen- 
tissimo errore  nel  metter  molto  innanzi 
idue  piedi  dell'istesso  lato,  e  posare  sfor- 
zatamenle  sugli  altri  due,  il  che  pareche 
nel  loro  moto  progressivo  i  quadrupedi 
non  possano  fare.  Vedonsi  a  Venezia  in  si- 
mil  positura  i  4  cavalli  di  bronzo,  e  quel- 
lo di  Colleoui,  ed  anco  di  questi  MalFei 
con  erudizione  censura  le  mosse,  lodan- 
do invece  il  cavallo  di  Marc' Aurelio  del 


i53  VER 

Campiduglio  tli  Roma.  Nel  refeltorio  il 
Fariiiuto  dipinse  una  grande  opera.  Ri- 
cavo dall'  Adanle  Mariano  che  la  Ma- 
donna del  ss.  Rosario  fu  portata  in  que- 
sta chiesa  nel  i34o,  qual  divoto  on)ag- 
gio  di  Taddea  Caiiaresé,  moglie  di  Mar- 
tino li  Scaligero  principe  di  Verona.  A 
questa  veneiali^ima  Immagine,  espressa 
con  Gesù  fra  le  braccia,  in  mezzo  a  s. 
Domenico  ed  a  s.  Pietro  Martire  di  Ve- 
rona, accorse  piangendo,  e  recandovi  i 
suoi  voli  il  popolo  veronese  nel  i63o, 
dal  crudel  morbo  di  quella  pestilenza 
afilillo«e  distrutto;  e  per  Tinlercessione 
di  Lei  essendo  stata  la  città  liberata  dal 
fiero  flagello,  fu  promesso,  e  stabilito 
con  voto,  di  visitarla  con  pubblica  annua 
processione,  e  di  offrirle  alcun  dono. 
Nella  parrocchia  di  s.  Anastasia  è  l'orato- 
l'io  di  s.  Maria  in  Chiavica.  Essa  ha  mol- 
le pitture  a  fresco  del  veronese  Michelan- 
gelo Aliprandi,e  (juadri  del  Farinaio,  di 
Pascpiale,  del  Caroti  e  dell' Orbelto.  — 
4."  l'arrocchia  de'  ss.  Apostoli.  In  que- 
bla  chiesa  sono  pitture  de' veronesi  San- 
to Creara)  Felice  Rrusasorci,  Erman- 
no Ligozzi,  Prunaio,  Simone  Brenlana, 
de'  Mévis  fiamminghi,  ed  in  sagrestia 
bel  quadro  di  Battista  del  Moro.  In 
questa  parrocchia,  oltre  l'oratorio  de'ss. 
Apostoli,  èia  chiesa  di  s.  Lorenzo,  ove  è 
UD  lodalo  dipinto  di  Domenico  Brusasor- 
ci  al  I. "altare;  altro  dell'Orbetto  ama» 
no  manca.  —  5.""  Parrocchia  di  s.  Luca. 
Vi  sono  statue  d'  Angelo  Marinali  e  di 
Giuseppe  Schiavi  ;  quadri  di  Giacomo 
Ligozzi,  deirOrhello,  del  Torbido  e  del 
Ridoin  ;  ukoderni  del  Dorigni,  del  Pru- 
nati,  d'Antonio  Calza  e  Alessandro  Mar- 
chesini pur  veronesi.  In  questa  parroc- 
chia avvi  ancora  l'oratorio  di  s.  Luca,  e 
la  chiesa  e  l'oratorio  di  s.  Toinmaso  di 
Cuntorbery,  giù  de'  carmelitani  scalzi. 
Tali  religiosi  avevano  due  chiese  in 
Verona.  L'altare  maggiore  della  pri- 
ma sarebbe  più  beilo,  se  il  p.  Pozzo 
gesuita  di  cui  è  disegno,  avesse  potu- 
to assistere  u  avellerlo  io  opera.  Quel* 


VER 

lo  di  s.  Teresa  posa  alla  moderna,  no- 
bilitato principalmente  dall' essere  tut- 
to di  verde  antico.  Quello  di  s,  Gio- 
vanni della  Croce  è  singolare  per  biz- 
zarria del  disegno  e  per  la  vaghezza  de' 
marmi.  UlMalFei  per  ciò  non  lo  stima  re- 
lativo al  sogijelto.  Egli  parla  delle  seguen- 
ti pilìurechcsi  vedono  ancora,  in  s. Tom- 
maso de'  carmelitani.  Felice  Brusasorci 
dipinse  all'aitar  maggiore,  nella  cappel- 
la a  destra  Santo  Creara  :  seguono  due 
del  Farinaio.  La  Maddalena  è  delT Or- 
belto, r  Aniiiniziata  del  Balestra,  il  s. 
Hocco  e  il  quadro  in  sagrestia  di  Fran- 
cesco Caroti.  La  2.*,  denominata  chiesa 
nuova,  ha  il  i."  quadro  del  Balestra,  al 
2.°allare  d'Antonio  Bellucci, al  3. "di  San- 
to Prunati.Di  queste  due  chiese, quella  di 
s.  Tommaso  Cantauriense  era  de'  cartne- 
litani  calzali;  quella  di  s.  Teresa  presso 
Porla  Stoppa  o  del  Palio,  dei  carmeli- 
tani scalzi  (ino  dal  1660.  La  prima  di 
s.  Tommaso  era  succursale  di  s.  Paolo, 
avanti  la  sop[)ressione;  ora  è  divenuti» 
parrocchia;  ed  in  questo  convento  di  s. 
Tommaso  vivevano  i  due  padri  Scolali, 
pro-zii  del  più  volte  mentovato  mio  ami- 
co cav.Scolari.il  p.GiroIamolMaria  ed  il  p. 
Giuseppe  Maria  che  sostennero  tulli  due 
le  conclusioni  di  teologia  in  Genova  nal 
I  74^><^'^''''^''*'"'o  le  lesi  loro  quello  al  san- 
loPadre  BenedetloXlV,queslo all'arcive- 
scovo Giuseppe  Saporiti  di  Genova.  Il  p. 
Girolamo  fu  provinciale  delt'oriline  nel 
1766;  il  [>.  Giusep[)e  lasciò  liadotle  in 
volgare  alquante  lellere  di  s.  Giiolanio  e 
di  s.  Bernardo,  e  di  lui  il  suddetto  cav. 
Scolari  diede  a  stampa  i  La  vita  di  s, 
Paola,  madre  della  vergine  Euslochio, 
traila  dal  libro  J£I  delle  Lellere  di  s. 
Girolamo,  recala  in  ilaliano  nel  1  777, 
Venezia  tipografia  Martiiiengo  i8j6  in 
8.°  La  seconda  di.  s.  Teresa,  cult' annes- 
so convento  era,  ed  è  allualmente,  la 
succursale  della  parrocchia  di  s.  Luca. 
S.  Tommaso  è  chiesa  che  intrapresa  sul 
disegnodi  Sanmichieli  rimase  incompiu- 
ta ed  hu  buoui  dipitkli  di  Bru$u&orcì,Or-> 


VER 

bello,  Baleslra,  Caroli,  Farinaio  e  Toi- 
bitlo.  S.  Teresa  è  chiesa  ricca  di  marmi 
con  pregiali  dipinti  di  I\I»riiri,  Tedeschi, 
Jjell.ici,  Prunalij  Balestra,  dal  Moro  ed 
Aliprandi.E"  già  inteso,  che  i  carmelitani 
di  s.  Tomiuaso  s'intitolavano  dell'antica 
osservanza  :  mentre  s.  Teresa  la  tenne  per 
ristabilita  nell'ordine  degli  scalzi,  che  le 
valse  tanto  di  fatiche  e  di  gloria;  e  che 
i  carmelitani  calzali  avevano  chiesa  e 
convento  alla  sinistra  dell'  Ailige  in  Ve- 
ronelta  presso  il  ponte  delle  Navi;  nien- 
Ire  gli  scalzi  l'avevano  ed  hanno  lullora 
a  destra.  —  6."  Parrocchia  di  s.  Zeno 
o  Zenone  Maggiore.  Di  questa  insigne 
basilica  e  celebre  badia,  mentovata  sin- 
golarmente da  Dante  nel  suo  poenia,  e 
che  passò  in  commenda  al  principio  del 
secolo  XI V, s'ignora  con  sicurezza  il  tem- 
po della  fondazione  e  della  fabbrica,  non 
essendo  ad  antico  e  sincero  nionumento 
appoggiala  la  volgare  voce  che  l'altii- 
btiisce  a'  longobardi,  od  a  Pipino  re  d'I- 
talia figlio  di  Carlo  Magno.  L'anonimo 
Pipìniano  non  nomina  veruna  chiesa  di 
s.  Zenone  ;  ma  sibbene  tra  le  chiese  o  fon- 
daledall'arcidiacono  Pacifico,  morto  ver- 
so r  846,  o  rinnovale,  la  Zenoniana  si 
annovera  prima  di  tutte  nella  sua  lapi- 
de, onde  potrebbesi  sospettare  che  a  lui 
si  dovesse  attribuire  l'erezione  della  pre- 
sente. Nel  secolo  X  la  fabbrica  era  anco- 
ra imperfetta,  ovvero  era  stata  n>altral- 
lata  dagli  uogheri  nel  9^4)  perchè  scrive 
neir  Apologetico  il  vescovo  Ralerio,  co- 
me r  imperatore  Ottone  I  partendo  da 
Verona,  gli  lasciò  del  denaro,  perchè  do- 
vesse terminar  la  basilica  di  s.  Zenone. 
Nel  1045  l'abbate  Alberigo  fece  comin- 
ciare il  campanile,  (ino  alla  metà,  quale 
poi  fu  proseguilo,  nel  1178  alzato  e  per- 
fezionato, essendo  la  chiesa  4»  anni  in- 
nanzi stata  rinnovata  anch'essa  e  ingran- 
dita, come  si  ha  du  due  iscrizioni.  Opera 
di  maestro  INIarlino,  come  da  iscrizione, 
fu  la  parie  alta  e  l'ornameiitodel  campa- 
nile. L»  facciata  esterna  nella  [)arte  infe- 
riore è  coiiipartila  tu  quadri  di   lucido 


VER  i53 

marmo  istoriati,  e  con  vari  ornamenti  di 
architettura  dislinli.  Il  disegno  è  golfis- 
«imo,  aveuito  sfol[)ito  i  bassi  rilievi  un 
Guglielmo  ed  y\n  iVicoIa,  il  che  si  trae 
dalle  epigrafi  ivi  incise.  »Sei  quadri  a  niaii 
sinistra  ra|)preseiitai)o  la  Creazione,  e  lu 
cacciala  dal  Paradiso  terrestre  de*  nostri 
proto-genitori:  ne' due  più  bassi  vedesi 
uomo  a  cavallo  che  va  a  caccia  con  cla- 
miile  e  stalle.  Fu  interpretato,  con  versi 
sollo,  che  sia  Teodorico,  e  si  sia  voluto 
alludere  all'opinione  volgare  che  gli  spi- 
riti infernali  gli  somministrassero  cavalli 
e  cani.  Dall'altra  parte  in  8  comparti- 
menti è  la  storia  di  Gesù  Cristo.  La  Ver- 
gine A  nii-mziata  a  sedere,  il  Presepio  con 
due  animali,  s.  Giuseppe  di  mezza  età, 
Pastore  con  pedo  ritorlo  nella  cima,  E- 
rode  sedente,  i  Magi  a  parlamento  seco. 
Nella  Cattura  del  Salvatore,  Pietro  tagli;» 
r  orecchio  a  Malco,  ed  ha  una  chiave 
pendente  al  braccio.  La  Crocefissione  con 
4  chiodi  e  con  suppedaneo,  senza  corona 
di  spine:  in  fondo  si  vedono  due  abbat- 
timenti, un  a  cavallo  con  aste  o  lance, 
altro  a  piedi;  fuori  da  un  lato  donna  in 
piedi  col  nome  sopra  fllataliana,  forse 
persona  illustre  che  concorse  alla  spesa. 
Su  d'ogni  quadro  è  la  spiegazione,  a  si- 
nistra co'  nomi,  a  dritta  con  esametro 
leonino,  cioè  rimalo.  Sollo  l'arco  che  co- 
pre il  davanti  della  porla,  le  colonne  del 
(piale  posano  su  due  leoni,  è  im  bassorilie- 
vo che  figura  i  legali  di  quel  principe  ve- 
nuti a  cercar  di  Zenone;  indi  in  piccoli  ri- 
partimenti  altri  falli  e  miracoli  secondo 
le  volgari  tradizioni  e  leggende,comequel- 
la  del  non  potersi  cuocere  il  pesce  ruba- 
to. Nel  pie  di  questo  sporto  sono  i  1 2  mesi 
bizzarramente  figurati.  Marzo  è  il  primo, 
e  Mag2;io,per  denotare  l'allegria  delta  pri- 
mavera, si  ia|i|)resenta  per  uomo  coro- 
nato che  dà  fiato  a  due  slruujenli  in  for- 
ma di  corni.  Alla  sommila  di  quest'arco 
si  vede  una  gran  mano  in  alto  di  bene- 
dizione latina,  figurando  Dio  Padre.  Nel- 
V  occhio  o  finestra  rotonda  nell'alto  sul- 
la porla,  che  dà  lume  alla  chiesa,  per 


i54  VER 

r  avanti  molto  oscura,  l' Ingegnoso  ar- 
tefice Ciiololo  con   bizzarro  disegno  lo 
fece  in   forma  della  rota   della  fortima, 
con   6   figure  intorno  all'  ultimo  giro; 
altri  siede,  altri  ascende,  altri   precipi- 
ta capitombolo.  Le  figure  d'  animali  e 
di  mostri  in  bassorilievo,  tenute  da  al- 
cuni in  questa  fiicciata  e  in  altre  vecchie 
fabbriche  per  geroglifici  significativi,  al- 
tro non  sono  che  bizzarrie  e  ornamenti. 
L'imposte  di  legno  sono  coperte  di  pez- 
zi di  bronzo  figurati,  di  maniera  affatto 
barbara,  mostrandosi  con  fantocci  strani 
storie  del  vecchio  e  nuovo  Testamento 
in  molti  quadretti,  e  anche   miracoli  di 
8.  Zenone.  Alla  Crocefissione  si,  vedono 
laterali  il  sole  e  la  luna,  per  denotare  l'o- 
scurità che  patirono,  e  sono  in   figura 
cV  uomo  e  donna,  continuando  gli  arte- 
fici r  uso  preso  da' gentili.  Entrati  nella 
chiesa  subito  a  dritta  si  vede  gran  vaso 
oltangolato,  tutto  d'un  pezzo,  che  servi 
già  per  uso  de'  battesimi,  col  piccolo  re- 
cipiente in  mezzo  e  3  nicchie  pel  batte- 
simo d' immersione,  e  ne  fu   scultore  il 
ricordalo  Brioloto,  come  dall'  iscrizione 
curiosa  pel  dettato,  misto  di  metrico,  rit- 
mico e  leonino,  con  sensi  rotti  e  tronchi. 
Questo  battiSterio  sembra   indicare  che 
ancoanticamentequesla  chiesa  fosse  par- 
rocchia, eziandio  per  recarvisi  il  sabato 
santo  i  canonici  della  cattedrale  ad  am- 
ministrarvi il  battesimo  d'imnicrsione,  i 
quali  nel  i  194  ^'  mandarono  a  supplir- 
li due  cappellani.  Di  più  una  Croce  sta- 
zionale esistente  nella  medesima  ricorda 
inoltre  ch'essa  era  una  delle  chiese  sta- 
bilite per  le  stazioni  pasquali;  altre  es- 
sendone nelle  chiese  del  Crocefisso  e  di  s. 
Anastasia.  Anticamente  pare  che  innan- 
zi il  tempio  fosse  il  $o\\lo  fonte,  per  la- 
varsi le  mani  e  il  volto  prima  d'entrar- 
vi; però  nell*  orlo  d'  un  tal  vaso,  presso 
il  Orutero  si  legge  in  greco:  non  lavar 
la  fai!  in  solamente-,  inai  peccati  anco- 
ra. A  quelle  fontane  successero  i  pili  del- 
l'acquu  santa.  Avvalora  la  congettura, 
che  per  tal  uso  anco  questa  chiesa  aves< 


VER 
se  il  suo  fonte,  la  bellissima  vasca  di  por- 
fido delta  \a  coppa,  notabile  per  grandez- 
za, trasportata  in  un'  angusta  stanza  do- 
po r  ingresso.  E'  questo  vaso  rotondo  e 
grosso,  ben  incavato,  d'8  piedi  veronesi 
di  diametro.  Il  piedestallo  è  pure  un  al- 
tro gran  pezzo  di  porfido.   Prima  stava 
lateralmente  nella  piazza  eh'  è  avanti  la 
basilica.  L'  interna    forma   della  chiesa 
ha  il  pavimento  basso  e  gradini  da'quali 
si  discende,  e  dalla  parte  di  là  si  sale  al 
luogo  che  dov'ea  servir  tutto  di   presbi- 
terio. Singolare  è  la  forma  dei  pilastri  e 
delle  colonne,  per  le  quali  si  distinguono 
le  3  navate;  le  muraglie  non  ebbero  in- 
tonacatura alcuna;  le  finestre  girano  in- 
torno quasi  in  forma  di  balaustrata,  ma 
con  dar  poco  lume  secondo  l'uso  antico, 
onde  poi  fu  fatta  la  memorata  rotonda 
finestra  sulla  porta.  Non  vi  era  in  origi- 
ne che  un  altare  solo,  come  in  tutte  le 
chiese  avanti  il  secolo  XIII,  secondo  Maf- 
fei.  La  mensa  dell'altare  è  d'un  pezzo  di 
marmo  veronese,  lungo  piedi  i3  e  largo 
6:  il  tabernacolo  è  adorno  di  rare  pietre. 
A  man  destra  è  sepolto  in  cassa  di  mar- 
mo il  celebre  cardinal  Adelardo   Catta- 
neo di  Lendinara,   vescovo  di    Verona. 
Dopo  r  ingresso  a  sinistra  si  vedono  di 
pietra  le  statue  del  Salvatore  co'Xll  A- 
postoli  al  naturale,  e  verso  l'altare  gran- 
de quella  di  s.  Zenone  in  cattedra  ,  mag- 
gior del  vero,  tuttoché  la  pittura  fattavi 
sopra  le  faccia  creder  di  legno.  Non  man- 
ca in  quelle  degli  Apostoli  qualche  buo- 
na intenzione,  benché  l'imbrattamento 
de' colori  quasi  le  occulti;  e  benché  l'ar- 
tefice non  ardisse  di  spiccar  le  braccia  e 
le  mani  dal  corpo,  temendo  forse  non  fos- 
sero sicure  isolandole,  onde  le  tenne  at- 
taccate a  maniera  di  bassorilievo,  il  (|(ial 
mododi  farecontinuò assai  tempo.  Quan- 
to alle  pitture,  la  maggior  tavola  divisa 
in  pili  sparti(nenti    è  opera   di   Andrea 
Maiitegna:  i  due  laterali  ragionevoli  con 
istorieevangelichesonodel  veronese  Mar- 
c' Antonio  Scalabrini,  di  cui  è  pure  mi 
gran  quadro  nel  refettorio  del  monaste- 


I 


VER 

ro  ;  poi  una  tavola  tlelT  altro  veronese 
Diouisio  Biittnglia,  ed  altra  del  conoìtta- 
timo  India  colla  figura  di  s.   Zenone  da 
piede  creduta  d'  Orlando  Fiacco  o  Fiac- 
co veronese.  In  questa  chiesa   si  venera 
la  miracolosa  immagine  della  Dladonna 
della  Pielà.  Narra  V Atlante  Mariano, 
lìnchè  r  antichissima  chiesa  di  s.  Procolo 
era  parrocchia,  vi   si   teneva  in  somma 
venerazione.  Correndo  il    1694  pregiu- 
dizievole siccità  desolava  la  provincia  ve- 
ronese, quando  nel  giorno  di  s.  Bartolo- 
meo fu  esposta  la  ss.    Immagine  per  9 
giorni  all'  altare  maggiore,  sopra  un  e- 
niinente  pallio  e  con  altri  addobbi,  e  da 
tutte  parli  accorsero  divoli  a  supplicarla 
del  bisogno,  ed  ottennero    la   sospirata 
pioggia  e  abbondaiilissima:  altrettanto 
avvenne  a'22  aprile  iyo6.  Allorquando 
armate  alemanne  e  francesi  danneggiava- 
no gravemente  il  territorio  veronese,  ces- 
sarono per  l'invocato  palrocinio.Nel  I  7  32 
faceva  strage  un   morbo  appiccatosi  a 
bovi,  e  poco  appresso  la  siccità  rovina- 
va le  campagne:  si  portò  in  processione 
solennissima  la  venerabile  bnmagine   a 
spese  della  città,  con  l'intervento  di  tut- 
te le  università  artistiche  e  confraterni- 
te, insieme  al  clero  secolare  e  regolare. 
Fu  esposta  nel  principale  aliare,  e  il  fre- 
quentissimo popolo  ottenne  consolazio- 
ne subitanea,  poiché  cantate   le  litanie 
di  penitenza,  nel  d'i  seguente  intuonò  so- 
lenne l'inno  di  ringraziamento  Te  Deiun. 
Indi  a'2  I  giugno  1787  si  celebrò  un  tri- 
duo alla  ss.  Immagine  per  la  cessazione 
tlelle  tempeste  e  pioggie  che  avevano  prò- 
ciotto  lo  spaventevole  traripamenlo  del- 
l'Adige; ed  il  medesimo  avvenne  poi  nel 
1745  e  I  749- Allorché  il   governo   ita- 
lico, con  decreto  prefettizio  de' 17  aprile 
1806  ordinò  la  concentrazionedelle  par- 
rocchie, la  chiesa  di  s.  Procolo  si  chiuse, 
e  venne  destinata   la   basilica  di  s.  Ze- 
no maggiore,  dichiarata  parrocchia  seco- 
lare, con  curato  col  titolo  d'aiciprele  ab- 
l)ale.  Fu  allora  che  i  parrocchiani  di  s. 
l'rocolo,  di volissimi della  Madouua  della 


VER  i55 

Pietà,  ottennero  di  trasferirne  il  sagro  si- 
mulacro nella  basilica  con  solenne   pro- 
cessione. In  due  intercolonni  laterali  aU 
r  eftigie   vi  sono  quelle  di  s.  Giuseppe 
e   di  s.  Toscana.  Parlando   Maffei   del- 
la chiesa  di  s.  Procolo,  prossima   a  que- 
sta   basilica,   dice  che  tra   le  statuette 
eh' erano  suir  altare,  quella  di  s.  Dioni- 
gi con  pianeta  greca  avea  in  mano  un  li- 
brOj  e  non  la  testa  come  si  prese  a  far  poi 
per  denotare  il  suo   martirio.  La  gran 
mensa  era  di  verde  antico  lunga  12  pal- 
mi j  e  quasi  6  larga.  Nella  confessione  o 
sotterraneo  conservavasi  bella  e  antica  la- 
pide, dichiarante  che  ivi  fu  posto  il  cor- 
po di  s.  Procolo  vescovo  di  Verona,  in- 
sieme con  reliquie  d'  altri  santi ,  ed  in 
lastra  d'africano  era  scritto  che  il  cor- 
podi  s.  Procolo  si  scuoprl  nel  i4o8.  A.- 
vea  il  cimiterio  ,   e  discesi   molti  scali- 
ni trovavasi    una   cameretta    di   pietra , 
sostenuto  il  soffitto  da   4  colonne    disu- 
guali. La  cassa  di  pietra  in  mezzo  servì  di 
sepolcro  a  persona  di  conto,   ma  da  gran 
tempo  non  era  vi  nulla. Famosissimo  chia- 
ma Malfei  tal  monumento,  per  venir  co- 
munemente creduto  del  re  d'  Italia  Pi- 
pino. L'opinione  ch'ei  fabbricasse  la  vi- 
cina basilica  di  s.  Zenone,  die' forse  prin- 
cipio a  tal  credenza,  autorizzata  poi  da 
scrittori, ed  anco  dalCoinzio  negli  Anna- 
li di  Francia^e  dal  Mabillon  negli  An- 
nali Benedettini.  Ma  veramente  ,  conti- 
nua Maifei,  non  si  ha  di  ciò  verun  fonda- 
mento,perchè  Pipino  morìa  Mdatio  ,  e 
l'arco  non  ha,  né  ebbe  mai  lettere  o  Vi- 
gura  alcuna  ,  per  cui  s' indicasse  chi   vi 
fosse  sepolto.  Egualmente  dalla  soppres- 
sa di  s.  Procolo,  furono  trasportate  nel 
sotterraneo  della  basilica  le  sagre  reliquie 
de' vari    vescovi  e   santi,   ch'erano  in 
quella  chiesa;  e  con  esse  vi  si  trasferirono 
ancora  l'interessanti  lapidi, che  neaveano 
relazione.  Ma  principalmente  nella  cry- 
pta   vi  riposa  il  corpo  di  s.  Zeno  o  Zeno- 
ne vescovo  e  martire,  prolettore  di  Ve- 
rona, con  decente  magnificenza  colloca- 
lo. Dice  il  Maflei,  calando  per  nobile  scala 


156  VER 

nel  sotterraneo,  sostenuto  tla  colonne,  si 
vei-lrà  la  grande  arca  di  marmo  in  cui 
sono  le  reliquie  del  santo,  una  carta  ori- 
ginale dell'ByG  facendo  menzione  del  suo 
corpo,  che  riposa  sepolto  ir»  questo  mo- 
nastero. Ora  conviene  che  dia  contezza 
del  libro  che  mi  sta  davanti:  Notizia 
storica  sulrinvcniineiilo  della  sagra  spo- 
glia del  glorioso  martire  e  protettore  dì 
f^erona  s.  Zenone,  pubblicata  con  au- 
torizzazione ed  approvazione  di  que- 
sta i'escoi'ile  curia j  unitamente  alla  vita 
dell'illustre  f'^escovo,  ed  accenni  intorno 
a'ss,  eremili  Ben  igno  e  Caro, che  so  li  del  s. 
Martire,  nella  di  lui  traslazione,poterO' 
no  levare  le  sagre  ossa.  Verona,  tipogra- 
fìa di  Pietro  Ijisesli  i838.  Il  d/  Giusep- 
pe Bennassuti  veronese,  autore  del  li- 
bro, questo  dedicò  al  conte  Giovanni  Gi- 
rolamo Orti  Manara  podestà  di  Verona, 
sì  per  le  sue  virtù  e  sì  perchè  contribuì 
all'invenzione  del  venerabile  monumen- 
to, che  racchiude  le  s*.  Ossa  dell'  inclito 
avvocato  di  Verona.  Volato  al  cielo  s.  Ze- 
none, ebbe  onorata  tomba  non  lungi  dal- 
la città  nel  medesimo  tempio  da  lui  eret- 
to e  consagrato,  nel  quale  soleva  eserci- 
tare il  suo  ministero  e  piesso  a  cui  abi- 
tava, come  dirò  [)iù  avanti.  Tale  chiesa 
per  lungo  tempo  si  chiamò  1'  oratorio  di 
s.  Zeno,  ed  è  opinione  di  molti  vedersene 
le  vestigia  nel  monastero  Zenoniano;  al- 
tri pei  ò  pretendono  essere  l'altra  che  in 
onore  del  santo  fu  edificala  vicino  al  Ca- 
stel Vecchio.  Dal  cadere  del  IV  secolo 
giacquero  nelToralorio  le  spogjiedi  s.  Ze- 
no sino  alla  loro  invenzione  n^l'  807  ai 
20  maggio,  in  memoria  della  quale  tras- 
lazione la  s.  Chiesa  di  Verona  ne  cele- 
bra l'anniversario  a' 20  maggio  con  di- 
vota  processione. Il  solenne  trasporlo  dal- 
l'oratorio nella  basilica  fu  breve,  poiché 
pare  che  Ojsse  ddatalo  e  amplialo,  col- 
l'ai^guMita  della  sotterranea  basilica,  con- 
Irdjufiidovi  il  vescovo  Uolaidojl'iircidia- 
cono  raciHco,  il  re  d'Italia  i.'q)ui(i,  con 
pie  e  ricclic  ollcrte,  e  poi  colle  continue 
uLJjlaiìuuidc'rcdeii  fu  Icrminulu  il  lem- 


VER 

pio  sontuosissimo  di  s.  Zeno  Maggiore, 
eretto  in  gran  parte   sulla  basilica  sot- 
terranea. Il  vescovo  Rotaldo  nella  trasla- 
zione del  glorioso  s.  Zeno  ,   miracolosa* 
mente  avvenuta  neir8o7,e  fatta  per  suo 
volere  e  divina   ispirazione  da'  ss.  ere- 
miti Benigno  e  Caro,  che  soli  poterono 
levarne  le  sagre  spoglie,  inutilmente  pri- 
ma tentalo  xla  altri,  collocò  il  s.  Corpo 
sotterra  nella  marmorea  cassa,  da  ulti- 
mo discoperta,  dove  rimase  fino  al  goi  , 
nel  (jual  anno  la  calata  degli  ungheri  iu 
Italia  pose  a  soqquadro  le  città   tutte   e 
Sopra  ogni  altra  Verona;  per  cui  ragio- 
nevolmente temendosi  che  ne' ladronec- 
ci e  nelle  distruzioni  recate  ovunque  da 
queste  predatrici  genti  potesse  il  s.  Cor- 
po venire  involato  o  distrutto,  si  traspor- 
tò nella   cattedrale   antica  di  s.    Maria 
Matricolare.  In  fatti  quanto  saggia  si  fos- 
se tale  previdenza,    si   conobbe  allorché 
arsero   que'  barbari    i    sobborghi   di    s. 
Zeno,  di  s.  Stefano  e  di  s.  Giorgio,  i  qua- 
li tutti  preda  alle  fiamme  caddero  iu  to- 
tale  disfacimento.   Sedati  i  tumulti  ,  si 
trasportò  la  s.  Spoglia,  dopo  però  supe- 
rata grave  opposizio,«ie  dal  lato  de'cano- 
nici  che  volevano  conservarne  il  posses- 
so, nella  propria  basilica, e  fu  riposta  nel- 
l'avello in  cui  prima  giacevasi  { ignora- 
sene l'epoca,  ma  si  conosce  già  in  segui- 
to il  trasporto  delle  ss.  Ossa  dal  duomo 
a  s.  Zeno  nel  9?.2,  perchè  in  tal  anno  il 
vescovo  Nolcherio  con  testamento  lasciò 
le  sue  f  icoltà   a'  canonici  coli'  obbligo  di 
dare  annualmente  uiu*  libbra  d'  argento 
alla  chiesa  di  s.  Zeno,  ubi  corpus  s.  Zie- 
nonis  hunialuni  qniescit  )  e  tiove  si  rin- 
venne a's-z  marzo  I  838,  cioè  nella  cripta 
della  basilica  a  lui  intitolata,  precisamen- 
te sotto  l'altare  nell'arca,  alla  sola  pro- 
fondità di  nìezzo  piede  dal  piano  dell'al- 
tare stesso,  in  una  cassa  di  bianchissimo 
marmo  greco,  con  un  mucchio  di  sagre 
ceneri,  avanzo  della   fragii  sostanza  che 
le  ss.  Ossa  copriva,  raccolte  da' due  ve- 
nerandi eren»iti  nel  i."  avello,  ed  ivi  nel- 
la traslazione  riposte.  Si  riuvenue  pure 


VER 
alcun  brano  di  vesti  ponlificali  tli  color 
paonazzo.  Erroneamente  lasciò  scritto  Io 
storico  veronese  Carli,  che  nel  io52  Val- 
terio  vescovo  di  Verona  regalò  ad  Ulnia, 
hcredesi  sua  patria,  j7co/y;o  di  s.  Zenone, 
allegando  la  testimonianza  dello  storico 
contemporaneo  al  dono  Ermanno  Con- 
tratto; mentre  questi  solo  disse  delle 
reliquie,  le  quali  reliquie  in  fatti  man- 
cano al  s.  Corpo,  poiché  delle  mani  e 
de'  piedi  è  adatto  privo  ,  come  si  vede 
dalla  tavola  posta  a  lato  del  frontispizio 
del  libro  di  cui  ragiono,  ove  viene  espres- 
so come  si  trovò  e  come  ora  giace.  Il  d.' 
Bennassuti  appoggia  la  sua  narrazione 
aWaSloria  della  li  aslazione  tradotta  dal 
latino  da  Marco  da  s.  Agata  veronese, ri- 
ferita dal  Biancolini  nelle  Notizie, e  ripe- 
te che  lo  scbelelrodel  santo,  nel  suo  tra- 
sferimento, venne  deposto  nell'  avello  in 
cui  tuttora  giace;  die  nelqoi  da  questo 
levalo  ,  per  la  venuta  degli  unglieri  ,  e 
trasportato  a  s.  IMaria  Matricolare, da  es- 
sa si  riportò  nel  monumento  medesimo, 
e  poi  non  si  mulo  pili  luogo, né  fu  mos- 
so. Riporta  pure  la  storia  della  trasla- 
zione, che  Rotaldo  e  il  re  Pipino  recan- 
dosi alla  chiesa  di  s.  Zeno,  e  parlando 
de'suoi  miracoli,  veduti  da  loro  e  utlili 
da  altri,  convennero  che  tanto  tesoro  sta- 
va umilmente  posto,  e  doversi  per  de- 
cenza sublimarlo  in  piìi  alto  luogo;  e  sic* 
come  la  chiesa  ove  si  custodiva  era  pic- 
cola, si  dovesse  ampliare;  laonde  poi  fe- 
cero edificare  una  chiesa  sollerranea  con 
colonne  e  pavimento  pure  di  pietra  ,  ed 
nn  avello  di  marmo  polito  per  sepoltura 
del  corpo  di  s.  Zeno.  Questo  racconto 
corrisponde  a  quello  di  Giovanni  Man- 
sionario, parlando  della  traslazione  del 
corpo  di  s.  Zeno,  e  della  fondazione  della 
sotterranea  basilica  Zenuniana  fatta  da 
Pipino  e  Rotaldo,  e  al  riferito  dal  Bian- 
colini nella  Disseriazione  de'  i'escovi  e 
governalori  di  Ferona.  Non  vi  ha  dub- 
biOjChe  l'avello  é  il  medesimo  esistente, 
ed  è  quello  ove  i  ss.  Eremiti  deposero  le 
ss.  Ossa  nella  i."  traslazione.  Altra  prò- 


'>7 


VER 

va  adduce  Io  storico,  nel  supplicare  all'al- 
to della  traslazione  re  Pipino  il  vescovo 
Rotaldo  a  concedergli  porzione  del  s. 
Corpo,  il  quale  però  solo  gli  diede  poca 
cenere  della  carne  e  alcuna  particola 
delle  vesti,  e  tutto  il  l'esto  sigillò  col  suo 
anello  dentro  un  sncchetto,  il  quale  fu 
posto  colle  ss.  Ossa  nella  cassa  preparata. 
I  monaci  custodi  della  basilica  promos- 
sero per  precauzione  il  trasporto  alla  cat- 
tedrale, per  la  poca  profondità  del  luogo 
ove  giacevano,  sia  per  le  devastazioni  de- 
gli unglieri,  e  sia  per  premunirsi  in  quei 
uìiseri  tempi  da'molti  rapitori  de'ss.  Cor- 
pi, allora  non  esistendo  l'altare  che  lo 
sovrasta  ,  il  sarcofago  di  marmo  rosso 
dietro  di  esso,  che  poteva  tar  supporre 
ivi  esistere,  né  i  cancelli  da  cui  è  ciicon- 
dalo;  cose  tulle  aggiunte  più  tardi  e  for- 
se al  lenipo  degli  Scaligeri,  il  sarcofago  es- 
sendo stato  disfallo  nel  i838.  l'ero  l'al- 
tare é  meno  antico  delle  superstiti  infer- 
riate, perché  eretto  sul  capo  del  s.  Marti- 
re e  coiisagrato  a'26  settembre  i4^^^>  ^' 
poca  in  cui  si  riconobbe  la  sua  esistenza. 
Per  l'inondazione  fatale  dell'Adige, per- 
dutisi nel  1  ySy  molti  rari  documenti 
della  cancelleria  vescovile,  situala  ne'lo- 
cali  terreni  dell'episcopio  prossimi  al  fiu- 
me, si  perdette  ancora  la  memoria  del  ve- 
ro silo  in  cui  era  il  s.  Corpo,  e  si  pensò 
giacesse  nel  n»onumento  supcriore, dietro 
l'aliare  edificato  solo  per  indicarlo.  Wella 
visita  del  1 674  poi  si  riconobbe  la  sua  esi- 
stenza, per  asserzione  de'  monaci.  Final- 
mente nel  i838  volendosi  procedere  ad 
una  legale  verifica  ,  la  commissione  ad 
hoc  isliluila  a'20  oprile,  nella  cripta  ri- 
mosso il  mausoleo  di  marmo  rosso,  dis- 
fallo l'altare,  sodo  di  esso  si  rinvenne  il 
sospirato  corpo  di  s.  Zenone,  con  quelle 
particolarità  espresse  nel  processo  verba- 
le. Ora,  riservandomi  riparlare  di  s.  Ze- 
none nella  serie  de'vescovi,  e  di  aggiunge- 
re poi  altre  parole  sui  ss. Eremiti, trovo 
opportuno  a  schiarimento  del  narrato  il 
rilerire  in  breve  quanto  ne  ba  scritto  il 
cav.  Mulinelli  negli  Annali  delle  Pro- 


ìSS  VER 

vince  T'^enelc  ,  pubblicali  nel  1 843.  Bella 
e  graiule  provo  ili  pallia  carila  e  insieme 
di  religione  offiì  Verona,  quando  i  snoi 
sacerdoti  Fasoli  e  Pacherà  rinvenivano 
a*22  marzo  i838  io  una  cassa  di  mar- 
mo greco  ,  nella  crypta  della  basilica  di 
s,  Zenone,  le  reliquie  del  corpo  di  lui,  a 
ciòmossi  pel  gran  desiderio  di  far  più  vivo 
il  cullo  al  loro  prolellore.  Neldocuiuen- 
lo  riporta  la  descrizione  come  si  Irovò 
attraverso  l'aliare  l'arca,  la  sua  n)isura,e 
le  parti  del  s.  Corpo  enumerate  e  pari- 
menti tuisu.  ale,  come  sta  scritto  nel  pro- 
cesso ve»  baie  de'i  6  luglio. Dal  giorno  20 
oprile,  in  cui  vi  accedette  la  commissione 
per  verificare  la  precedente  apertura  fat- 
ta del  santo  avello  de'  lodali  Fasoli  e  Pa- 
clìerìi,  fino  a' 16  luglio 1 838  non  fu  ope- 
ralo più  nulla,  e  ciò  a  motivo  dell'aspet- 
tar le  lettere  de' vescovi  di  Cesena  e  di 
Rotemburgo,  a'quali  il  vescovo  di  Vero- 
na mg/  Grasser  avea  fallo  richiedere 
notizie  delle  reliquie  di  s.  Zeno.  Si  trae 
dalle  lettere  di  risposta,  che  olhe  il  Mu- 
linelli, in  una  a  quelle  di  dello  prelato, 
che  questi  interpellò  a'  6  maggio  i838  il 
\escovo  di  Cesena  ,  e  l'i  i  quello  di  Ro- 
leroburgo,  sulle  reliquie  di  s.  Zenone  e- 
sislenli  in  Cesena  e  Ulma.  Dalla  rispo- 
sta ili  Cesena  si  ha  ,  che  ivi  nella  chie- 
sa al  Santo  intitolata  ,  si  venera  un  os- 
so di  una  gamba,  detto  tibia,  benché 
il  Manzoni;  Caesenae  cronologia  Jnli- 
stites,  scriveva  brachium.  Da  quella  di 
Roleuiburgosiha,cheal  riferire  deglisto- 
liei  e  di  Ermanno  Contralto, e  dalle  me- 
morie del  l^  archi  vio,,y.Zc/jo/»'.y  reliquias 
(noivnilli  diclini  corpus  s.  Zenonis)  an- 
no io52  a  Pf'allhero  (ab  imp.  Conrado 
II,  anno  io36  Episcopo,  Fcronae  de- 
signato ualione  sK<e<>'0 )  Vlninni  fuissc 
tleportatus  in  Ecclesiani  s.  Crucis  ibi- 
dem delalasy  ac  in  capella  s.  Ulderici , 
huic  Ecclesiae  adjuncla,  luniulatas,  i- 
hiqne  pluriniis  claruisse  miraculis.  VI- 
cjuilesord.  Teutonici  ini lio  saecnliXIJI 
Llnìoniintrodiicli circa  an.  i  St^j  noiutni 
aediJicarunlEcclcsiain,  In  ìiunc  trasla- 


VER 

ta.1  f lasse  s.  Zenonis  relir/uias  per\>etu- 
sia  inscriptio  teslaliir,  quae  olini  ad  la- 
tus  altaris  cjiis  Ecclesiae  sequentis  tc- 
noris  fiat.  Istud  altare consccratwnac 
ss.  Trinilalis,  s.  Mariae  Firginis,s.An- 
nae,  s.  J.  Baplistac,  s.  Georgio  mari,  et 
s.  Zenoni  episcopo  et  confessori ,  ciijiis 
reliquiae  hic  in  choro  habcnlur  in  de- 
xtra  muri  parte.  Jiivalescentis  in  Ger- 
mania illius  ,  sic  dictae,  nforniationis 
Lulheri,  imprimis  cives  TJlmemes  exi- 
ster  e  fillio  rcs  et  asseclae.  Hinc  anno 
1 53  I  pulsis  ex  urbe  calholicis  reliquiae 
et  imagines  Sanctorum  ex  templi  cjc- 
ctae ,  hinc  ideniqiie  distractae ,  imo  el 
quamplurimae  penilus  dclctae  sunt. 
Ordinis  Teutonici  ecclesia  et  domus 
lune  lemporis  quideiii  pernianserunt 
intaclae,  asl  in  sequ€nti<!  belli  Smalcal- 
dici,  et  sic  die  li  lricenalis(i  6 1 8  4^^  mo- 
tibus  ,  variisque  casibus  et  ipsi  equilcs 
Teutonici  Ulma  bis  exacti,  posleaquc 
reduces  et  ipsi,  quid  de  s.  Zenonis  reli- 
qtiiis  actiini  ignorantur.  Hoc  tanluui 
constai,  eosdeni  equiles^  ciim  de  noi'O 
anno  1700  suani  construerent  Ecclc- 
siam,  solertissima  inquisitione  dehisre- 
liqiiiis  instiluta,ac perscrutatis  omnibus 
veteris  Ecclesiae  parlibusnihil  reliquia- 
rum  s.  Zenonis  invenisse.  An,  ulintnii- 
coriitn  infeslationibus  sublraherent,  cas 
alluni  in  loc.iim  transtnlerint,vel  ita  ab- 
scondcrint,  ut  inveniri  amplius  non  po- 
tuerint,  dubiiim  esl.Nostris  temporibus 
('i  8 1 8j  Ecclesia  ordinis  Teutonici  pcni- 
tusfuit  dcslriicla,acsolo  acquala,  quin, 
qiiod  magnopere  dolendum,  de  reliqnUs 
s.  Zenonis  aliquid  innolucril.  Dopo  ta- 
li risposte,  in  Verona  si  prese  la  delibe- 
razione di  collocare  le  rinvenute  reliquie 
in  un  nuovo  e  magnifico  avello,  quindi 
si  celebrò  l'invenzione,  tanto  solenne  per 
la  chiesa  veronese, in  maniera  da  mante- 
nerne lungamente  la  memoria, e  da  ma- 
nifestare lu  letizia  non  ordinaria  e  della 
tlioccsi  e  <lellu  cillìi.  Dignitosamente  per- 
tanto abbellita  la  basilica, si  esposero  in 
essa  da'iG  a  tulio  il  25  agosto  1839  alla 


VEE 
venerazione  pubblica  le  reliquie  di  s.  Ze- 
none, recandosi  a  visitarle  processional- 
mente  le  parrocchie  tutte  delia  citlà  e 
de'  sobborghi.  Stabilito  poi  che  i  tre  ul- 
timi dì  dovessero  essere  festivi,  si  chia- 
filavano  per  accrescerne  ed  onorarne  la 
santa  allegrezza  il  cardinal  Monico  pa- 
triarca di  Venezia,  e  i  vescovi  di  Manto- 
va e  di  Treviso,  adìnchè  essi  celebrassero 
a  vicenda  pontificalmente  le  messe.  Re- 
citata finalmente  dal  cardinale  nell'ulti- 
IMO  giorno  un'omelia  in  onore  del  San- 
to, si  trassero  poi  nuovamente  con  pom- 
pa indicibile  e  con  pur  indicil>ile  concor- 
so di  popolo,  le  venerabili  spoglie  di  lui 
per  le  magnifiche  e  ridenti  contrade  di 
quella  Verona,  di  cui  Zenone  ne'caldi  ed 
ofietluosi  suoi  sermoni,  avea  avuto  sem- 
pre altamente  a  compiacersi  e  lodarsi. 
Ma  si  riprenda  il  Malici.  Usciti  dalla  ba- 
silica di  s.  Zenone,  ed  entrando  nel  pros- 
simo chiostro;  si  vede  a  destra  il  sepolcro 
d'UbertinoScaligero  piiore  del  monaste- 
ro.Ravvisasi  tosto  l'aulico  delle  colonnet- 
te, e  del  luogo  da  lavarsi  pe'  monaci.  Vi 
è  un'iscrizione  in  versi  deirabl)ale  Albe- 
rigo, che  fece  fare  la  sepoltura  pe'  .suoi 
monaci,  l' istesso  che  nel  \o^5  principiò 
il  campanile.  Altra  lapide  del  ii23  fa 
memoria  del  chiostro  restaurato,  ed  al- 
tre cose  falle  da  Gaudio  o  Gaudioso,  che 
par  fosse  abbate.  Dietro  un  cortiletto 
vedesi  nel  muro  pietra  del  1212,  con 
memoria  in  7  distici  di  varie  opere  falle 
da  lliprando  abbate.  Altra  senza  tempo 
già  usata  per  gradino,  in  un  portichello 
(levala  poi  e  messa  in  posto  non  suo,  do- 
ve può  esser  cagione  d'errore),  insegna 
the  Benfatto  monaco  avea  creilo  una 
chiesa  a  s.  Cenedello. Entrandosi  in  quel- 
l'oscuro luogo  eh'  è  presso  la  porticella 
per  cui  si  è  passati  dal  tempio  nel  chio- 
slro  ,  si  vede  un  avanzo  di  antichissinia 
chiesa,  eoo  4  colonne  che  sostengono  la 
volta,  non  compagne,  ne  in  grossezza  né 
per  lavoro,  e  con  informi  e  dispaialissin)i 
capitelli,  trarrebbe  potersi  credere  che  fos- 
sero presi  qua  e  là,  e  fatti  supplire  alla 


VER  1 59 

meglio  in  tempo  che  la  fede  non  fosse  an- 
cora universale  e  del  tutto  trionfante,  e 
però  non  mollo  dopo  l'età  del  Santo. 
Quivi  dunque  ragionevolmente  può  so- 
spettarsi che  riposasse  da  prima  il  corpo 
suo,  e  di  questa  chiesa  intende  parlare  s. 
Gregorio  I  ne'suoi  Dialoghi.  Tutti  i  ve- 
ronesi hanno  creduto  sempre  che  lai  chiesa 
fosse  quella  presso  il  Castel  Vecchio,  che  si 
chiamava  s.  Zeno  in  Orador  (Oratorio); 
ina  la  sua  struttura  non  dimostra  antichi- 
tà così  rimota.  Si  ha  inoltre  dalla  storia 
della  traslazione  del  corpo  di  s.  Zenone, 
come  l'antica  chiesa  era  quasi  nell'isles- 
so  silo  della  presente  basilica,  poiché  vi 
si  legge  che  s'intraprese  il  nuovo  edifizio 
per  dilatar  T  angusliq  del  primo,  e  per 
collocar  le  reliquie  più  nobilmetite;  vi  si 
legge  ancora  che  nel  far  la  traslazione  si 
portarono  prima  le  ss.  Ossa  con  sagra 
pompa,  non  per  buon  tratto  di  strada  , 
come  sarebbe  stalo  necessario  se  si  fos^^e 
portalo  da  s. Zeno  iuOralorio,  ma  intor- 
no alla  chiesa.  Uscendo  fuori,  trovasi  u- 
na  torre  che  formava  una  buona  parie 
del  palazzo,  qual  servì  alcun  tempo  a've- 
scovi,  e  dove  poi  soggiornarono  più  vol- 
tenelXleXll  secolo  gl'imperatori  quan- 
do venivano  a  Verona.  Più  diplomi  pe- 
rò si  trovano  dati  in  tal  luogo,  come  di 
Federico  i  nel  i  184  se  ne  registra  nel- 
Y Amichila  Estensi  ^  che  comincia  colle 
parole:  Cani  Federìcus  Ronianorum  Ini- 
per atorq  noci  Feronam  in  Palatio  s.  Ze- 
ìionis  Clini  maxima  Curia  essct,  ec.  E  nel 
fine:  Aduni  in  Verona  in  Palalio  s.  Ze- 
nonis.  Del  monastero  di  s.  Zenone  aviò 
molivo  di  riparlarne  in  occasione  di  epi- 
scopali rappi^i  o  di  controversie  col  ca- 
pitolo o  col  vescovo  diocesano.  L'Ughelli 
a  p.  664  mollo  riferisce  dell'abbazia  di 
s.  Zenone,  il  cui  abbate  avea  giurisdizio- 
ne separala  dall'ordinario.  Anch'egli  cre- 
de la  basilica  rinnovala  da'  fondamenti 
da  Pipino,  e  arricchita  di  rendile,  e  che 
niorlo  in  Milano,  fu  trasportalo  nel  vi- 
cino cimitero  e  poi  trasferito  in  Francia, 
restandovi  il  solo  sepolcro^il  che  non  am- 


i6o  VER 

meUe  MafTei,  come  dissi.  Enumera  i  cor- 
pi santi  e  le  reliquie  di  molti  santi  che 
si  venerano  nella  basilica  di  s.Zenone.  Ra- 
giona delle  immunità  e  privilegi  concessi 
da're  longobardi,  dagl'  imperatori  e  dai 
Papi,  alia  basilica  e  al  monastero.  Ri- 
porta la  serie  degli  abl)ati  benedettini  , 
cominciando  da  Adeodato  nel  74^)  ^^"'6 
rilevasi  da  un  diploma  che  riprodusse 
attribuito  a  Carlomanno  fratello  di  Carlo 
Magno,  il  che  n)ostra  il  monastero  molto 
più  antico  della  chiesa.  La  serie  degli 
abbati  claustrali  si  compie  con  Pietro 
Paolo  de  Capelli»  i3c)i,  abbate  44-°>  ^' 
quali  Papa  Bonifacio  IX  nel  i4o2  sosti- 
tuì gli  abbati  commendatari,  e  pel  i.° 
Pietro  Milio  o  Emili  di  Brescia,  il  3.°  fu 
il  cardinal  Antonio  Corraro,  il  6."  il  car- 
dinal Battista  Zeno,  dopo  il  quale  di  fre* 
quelite,  per  le  pingui  rendite,  furono  in- 
vestiti della  comntenda  altri  cardinali  : 
tieir  Italia  sacra  1'  ultimo  abbate  com- 
mendatario registrato  è  Vincenzo  Moli- 
no nel  i665.  Aggiungerò  che  la  badia 
sino  al  1773  rimase  sollo  la  commenda, 
[uenlre  la  chiesa  e  il  chiostro  continua- 
rono a  rimanere  in  mano  de'monaci  be- 
nedettini fino  alla  loro  soppressione. Sic- 
come questa  parrocchia  ha  per  oratorio 
s.  Zeno,  sarà  quello  in  cui  Madei  disse 
esservi  pitture  di  Domenico  e  di  Felice 
Brusasorci,  Non  devesi  affatto  confonde- 
re cou  s.  Zeno  in  Monte  (già  stanza  fi- 
no al  18 IO  de' padri  somaschi,  che  vi 
tenevano  un  celebre  collegio  di  nobili, 
di  che  tuttora  non  rimane  più  traccia 
che  di  convento  derelilto),  di  cui  il  Maf- 
fei  liferisce  i  di[)inti  di  Felice,  dell'  altro 
veronese  Pasquale  Ottiny^  altro  famoso 
di  Ridolfi  ,  ed  altro  lodalissimo  suU*  or- 
gano di  detto  Domenico.  Narra  il  d.'^Ben- 
nassuli,  the  i  due  eremiti  più  volle  nomi- 
nati, Jjenigno  e  Caro,  erano  uomini  d'au- 
stera e  santa  vita  pervenuti  dalla  Spagna 
e  ritirati  in  una  grotta  delle  roccia  del 
Monte  Baldo  che  guarda  il  lago  di  Gar- 
da, sul  villaggio  di  Cassone,  dove  per  la 
loro  costaule  pcrnjaueura  e  vivere  eseia- 


V  E  R 

piare,  la  pleiade!  popolo  di  que'dintornr 
fece  per  essi  costiuireunachiesinaintito-" 
lata  a  s.  Zeno  in  Monte  che  tuttora  esi- 
ste, e  nella  quale  i  virtuosi  eremiti  assi- 
duamente orando  passarono  i  loro  J^ior- 
ni,edin  cui  conservansi  ancora  alcune 
cose  ad  essi  appartenenti.  Questo  santua- 
rio è  in  venerazione  non  solo  degli  abi- 
tanti de'viciui  paesi,  ma  già  altresì  dei 
pellegrini  di  lontanissime  parti.  Quei 
delle  circostanti  terre  continuano  a  re- 
carvisi a  piedi  nudi  ad  implorare  il  di- 
vino aiuto  per  l'intercessione  de'ss.  Ere- 
miti, i  quali  morendo  santamente  furono 
onore volutente  sepolti  nella  chiesa  par- 
rocchiale di  Maicesine,  ove  ancora  si  ve- 
nerano le  loro  sante  reliquie.  Inoltre  la 
parrocchia  di  s.  Zeno  ha  per  sussidiaria 
la  chiesa  di  s.  Bernardino  de'miuori  os- 
servanti. AlSaninicheli  spiacque  assai  che 
in  questa  chiesa  non  venisse  interamente 
eseguila  secondo  la  sua  idea  la  celebre 
cappella  Pellegrini,  la  quale  però  conilot- 
ta  neli7q5  all'originaria  sua  perfezione 
a  cura  del  cav.  Giuliari  e  da  esso  descritta 
in  un  suo  hbrodeliS  iG.qode  meritameu- 
te  di  altissima  rinomanza.  È  in  forma  di 
piccolo  tempietto  rotondo  d'  ordine  co- 
rintio, compartito  in  4  ricetti  [)er  3  al- 
tari e  per  la  porta,  e  in  (piattro  nicchie 
preparate  a  statue:  le  sagre  mense,  i  pie- 
distalli, i  frontespizi,  le  cornici,  e  gli  ar- 
chi stessi  ed  i  vani  giran  tutti  a  tondo 
perfetto.  Per  finimento  del  i.**  piano  è 
una  balaustrata,  ma  qui  comincia  il  gua- 
stamento  o  sia  1'  iuipoverimento  per  altri 
fattovi,  osserva  Mallei.  Da  4 aperture, di- 
stinte ciascuna  per  due  colonne,  si  ha  il 
lume:  la  cupola  è  ben  girata  ,  ma  dovea 
esser  divisata  con  altri  ornamenti  :  delie 
8  colonne  grandi,  4  hanno  i  canali  drit- 
ti, e  4  K[)i>'ali  ;  tulli  nella  3.' parte  da  [)ie- 
di  lasciati  pieni,  come  usarono  molte  vol- 
te gli  antichi, percliè  la  colonnrt  fosse  meu 
sottoposta  ad  esser  offesa.  Gli  stipiti  a 
lutti  gli  angoli  sono  intagliali  a  rilievo 
di  fogliami,  d'uccelli  e  d' altre  bizzarrie 
cosj  vagameDlc  e  cun  lauta  Iluczza  ,  che 


VER 
né  per  disegno,  uè  per  maestria  dì  lavo»o 
può  vedersi  cosa  più  bella:  vi  spicca  an~ 
cora  la  perfezione  dellii  pietra,  perchè  es- 
sendovi foglie  assai  slaccale  ,  che  paion 
naturali,  non  se  u'è  sminuzzato  un  ato- 
mo: la  pietra  è  veronese,  chiamata  bron- 
zino, e  stimabile  per  ogni  conto.  Questa 
cappella,  fabbricata  sui  disegni  di  Sanmi- 
cheti  per  una  dama  di  casa  Pellegrini,  è 
più  conosciuta  a  Verona  sotto  il  nome  di 
Cappella  de  Guarescìu\  di  tanta  bellez- 
Ka  negli  ornamenti,  di  tale  eleganza  nel- 
l'insieme, che  tutti  la  dicono  un  capola- 
voro d'  architettura.  Abbiamo  su  di  es- 
sa il  sopraccennalo  libro:  Michele  San- 
micheli,  Cappella  della  famiglia  Pel- 
legrini esistente  nella  chiesa  di  s.  Ber- 
nardino^ pubblicala  eilluslrata  dalcon- 
te  Giuliari,  Verona  1816  con  3o  tavole 
incise  da  Mei  coli,  in  essa  dipingerà,  nel 
l."  altare  l'india  e  Pasquale.  Nella  chie- 
sa  non  più  esistono  gli  alfresciii  descrit- 
ti dal  Vasari.  La  pala  dell'ultare  grande 
è  di  Francesco  Morone,  quella  che  rap- 
presenta la  Natività  è  delle  più  stimale 
(.lell'lndia.  Nella  cappella  a  destra,  entran- 
do, la  tavola  è  del  Morone,  l'aflìesco  del 
GiolfìuOtI  medesimi  operarono  nella  cap- 
pella della  Croce,  dove  bel  quadro  fu  già 
di  Paolo:  nel  sinistro  lato  lavorarono  gli 
^Itri  veronesi  Carolo  e  Antonio  Badili 
the  tra'  pittori  suoi  concittadini  intro- 
dusse morbidezza,  franchezza  di  pennello 
ed  espressione  d'affetti,  la  quale  gentile 
maniera  insegnò  al  suo  nipote  i^aolo  Ca- 
lieri, di  cui  subito  conobbe  l'immenso 
ingegno.  Sotto  la  chiesa  di  s.  Bernardino 
i  i'  oratorio  di  s.  Maria  del  Pianto.  — 
7.'  Parrocchia  della  ss.  Trinità,  che  ha 
la  cappella  della  Madonna  Lauretana  , 
di  cui  farò  parola  nella  g.'  parrocchia,  e 
per  oratorio  le  Stimmate.  Cravi  contiguo 
il  monastero  de'  benedettini,  che  gode- 
vano pingue  abbazia.  La  chiesa  possiede 
quelle  ss. Reliquie  che  enumera  l'Cghel- 
li,  insigni  e  copiose.  —  S."*  Parrocchia  di 
(.Fermo  Minore  in  Biaida,  con  oratorio 
omonimo.  Ha  per  chiesa   sussidiaria  a. 

VOL,  XCIY. 


VER  16' 

Pietro  io  Cak'narìo,  che  ha  tàvola  delRi- 
dolB ,  di  cui  è  anche  la  porticelta  del  ta- 
bernacolo; altra  di  Felice  Brusasorci,  al- 
tra del  Creara.  I  Santi  Coronati  patte- 
cipano  del  modo  di  Tiziano.  Ali'  altare 
grande  erano  opere  antiche,  e  poi  vi  fu 
posta  gran  tavola  del  veronese  Simeone 
Brentana.  Vi  è  un  oratorio  denominato 
del  Cristo.  —  g.'  Parrocchia  di  s.  Nicolò 
già  de'chierici  regolari  teatini.  Mollo  va- 
ga è  la  chiesa,  architettata  da  Lelio  Pel- 
lesini,  e  bellissimo  è  d  corintio  de' suoi 
capitelli:  il  tabernacolo  fu  disegno  del 
celebre  teatino  p.  d.  Camillo  Guarini 
nemico  delle  linee  rette;  gli  Angeli  gran- 
di sono  del  Marinali.  Negli  altari  fauno 
bella  mostra  i  marmi  veronesi;  quel  dei- 
Immacolata  Concezione  fu  disegno  di 
Francesco  Marchesini  ;  quello  del  Croce- 
fìsso  di  Marco  Tomezoli.  Quanto  alla 
pitture,  al  manco  lato  è  un'opera  del  Ba-^ 
lesira,  altra  del  Brentana,  altra  dell'Or- 
betto,  ma  non  delle  migliori,  ed  altra  del 
cav.  Antonio  Giarola  dello  Coppa  pur 
veronese:  dall'altro  lato,  del  c»v.  Gioi 
Battista  Barca:  s.  Gaetano  è  del  Preti  Ca- 
labi ese.Alcuni  de' quadri  in  atto  son  di 
valenti  uomini  ;  le  statue  nella  più  par- 
te sono  de' 3  Marinali.  M' istruisce  1'  A- 
dante  Mariano  che  in  questa  chiesa  si 
venera  la  miracolosa  imm.igine  delia  Ma- 
donna della  Ghiaia  detta  della  Gia- 
ra. La  chiesa  sul)urbana  di  s.  Maria  del- 
la Ghiaia  ,  detta  così  dal  terreno  areno- 
so in  cui  è  fabbricata  (  in  cui  la  i.'  pala 
con  altri  quadri  è  del  Moretto,  l'altra  di 
Giulio  Carpioni  il  vecchio,  e  due  beli'  o- 
pere  di  Pasquale)jfu  prima  posseduta  da' 
religiosi  umiliati  (flu  dal  1  1  yS,  ed  atten- 
devano all'arte  della  lana),  l'ordine  dei 
quali  essendo  già  soppresso  in  Verona  j 
venne  occupata  da'chierici  regolari  leali» 
ni ,  de'  quali  il  p.  d.  Luigi  Novarino  di 
gran  pietà  e  dottrina,  adlnchè  in  quel 
tempo  la  divozione  della  ss.  Vergine  tito- 
lare vieppiù  si  accendesse,  fece  edificare 
da  un  lato  della  chiesa  istessa  una  cappella 
della  rnedesima  forma  e  grandezza  delU 

1 1 


i62  VER 

santa  Casa  di  Nazaret,  eJ  ivi  nieclesimo, 
per  opera  di  peritissimo  scultore,  fece  for- 
mare un  simulacro  eguale  afTatto  a  quel- 
lo che  nel  celebre  tempio  di  Loreto  si 
Tenera  da'fedeji.  Essendo  pertanto  la  sa- 
gra effigie  decorosamente  collocata  nel- 
l'appena  costrutta  cappella  lidi  25  mar- 
zo 1648,  con  applauso  universale  de*  ci- 
tadini  veronesi,  cominciò  tosto  a  sfolgo- 
rare per  benefizi  e  per  grazie  a'  suppli- 
canti largamente  dispensate;  le  quali  co- 
se tutte  pervenute  a  notìzia  del  capitolo 
ValicaììOy  fu  per  suo  decreto  di  corone 
d'oro  regalato  il  simulacro  della  B.  Ver- 
gine e  del  divino  Infante  a'  3  dicembre 
1709.  Chiusa  in  seguito  questa  chiesa  e 
«oppresso  l'ordine  de'teatìni  in  Verona, 
fu  atterrala  la  divota  cappella,  i  cui  sas- 
si e  le  pietre,  portatevi  da  nubili  donzel- 
le ,  servirono  in  appresso  a  costruire  la 
cappella  della  Madonna  Laurelana  ,  e- 
gualmente  eseguita  sullo  slesso  modello 
di  quella  di  Loreto;  e  la  ss.  Immagine 
invece  fu  posta  iu  un  altare  della  chiesa 
di  s.  Nicolò,  ed  in  appresso  in  uua  somi- 
gliante cappella,  ma  non  delie  slesse  mi- 
sure,che  a  lato  di  questa  medesima  chie- 
sa si  fece  fabbricare.  Questa  parrocchia 
ha  l'oratorio  di  s.  Nicolò,  e  la  chiesa  di  8. 
Maria  della  Scala  per  sussidiaria,  giù  de' 
religiosi  servi  di  Maria,  che  fa  vedere  a 
sinistra  delia  porta  due  opere  del  Barca. 
L'immagine  prodigiosa  della  Madonna 
della  Scala  d'antico  pennello,  e  luleral- 
menle  sotto  di  essa  genuflessi  Alberto  II 
e  Martino  II  signori  di  Verona,  che  han- 
no la  figura  della  scala  sulle  velli,  preci- 
samente sul  petto.  I  4  Santi  da'Iati  sono 
di  Francesco  Benaglia  veronese,  f<i Iti  nel 
1476.  S.  Orsola  culla  sua  schiera  delle 
ss.  Vergini,  è  di  Felice  Brusasorci,  come 
ancora  l'Asitunzìone  all'altare  grande  :  i 
due  frameizo  di  INicolò  Giolfino.  Nel  de 
Siro  lato  viene  prima  il  dipinto  di  Fran- 
cesco Caroto,  poi  quello  di  Liberale,  indi 
altro  del  Giolfino,  e  per  ultimo  quello  di 
Coppa.  Della  miracolosa  immagine  della 
Aladonna  della  Scala,  ecco  quanto  ne 


VER 

scrisse  V .4 dante  Mariano.  Essendo  Ve- 
rona in  potere  di  Can  Grande  della  Sca- 
la, una  memorabile  avventura  colmò  tut- 
ti di  stupore.  Il  p.  Pietro  da  Tuderlo  gè* 
nerale  de*  servili  nel  (324si  recò  a  Ve- 
rona per  istituirvi  un  convento,  a  tale 
effetto  essendosi  fatto  precedere  da  fr. 
Francesco  PatrÌ£Ì  da  Siena,  piissimo  e 
prudente;  quindi  la  B.  Vergine  venne  a 
favorire  il  santo  proponimento.  Imperoc- 
ché, spossato  Can  Grande  dalle  continue 
guerre,  cadde  mortalmente  infermo,  e 
consigliato  da  fr.  Francesco  volò  alla  ss. 
Vergine  l'erezione  d'un  tempio,  in  una 
delle  case  già  da  lui  abitate.  Nel  1329 
per  ardente  volere  di  Can  Grande  fu  tan- 
to condotta  innanzi  la  fabbrica,  che  si  ven- 
ne a  dipingere  sul  muro  l'immagine  del- 
la B.  Vergine,  ed  appena  terminata,  e- 
gli  restò  perfettamente  guarito  con  islu- 
pore  de'medici  che  lo  riputavano  ormai 
incurabile.  Il  popolo  gridò  al  miracolo, 
che  attribuì  alla  nuova  ss.  Immagine;  ciò 
avvenne  a'  3  novembre  di  dello  anno  , 
secondo  alcuni  scrittori,  in  cui  con  infini- 
to concorso  di  veronesi  fu  incominciata 
e  celebrare,  ed  a  tenere  io  somma  vene- 
razione la  ss.  Immagine  pegli  ammirabili 
prodigi  che  operava  a'suoi  divoli.  Quin- 
di a  Lei,  prima  d'intraprendere  alcuna 
guerra,  ricorrevano  i  principi  Scaligeri, 
e  riportale  vittorie  Lei  ringraziavano,  e 
conquistate  città  al  suo  patrocinio  ralTi- 
davano,  appendendo  quali  trofei  alle  sue 
pareti  gli  stendardi  tolti  a'nemici,iu  ar- 
gomento di  di  vota  gratitudine.  Le  benefi- 
cenze (le'Scaligeri  avendo  arricchito  lem- 
pio  e  convento  de'serviti,  gli  derivò  il  ti- 
tolo di  S.  Maria  dilla  Scala.  Imitando- 
ne r  ossequio  il  popolo  veronese,  istituì 
una  pia  congregazione  per  incremento  al 
cullo  della  ss.  Vergine,  che  presto  enu- 
merò 16,000  confratelli,!  quali  si^dedi- 
carono  eziandio  a  sollevare  i  poveri,  a  tu- 
mulare i  defunti,  a  suffragarli,  e  ad  altre 
pietose  opere.  Infinile  furono  le  grazie 
concesse  dalla  Madre  di  Dio  a' ricorren- 
ti, come  si  prova  anche  dalle  tabelle  vo- 


VER 
live  dipinte.  Oltre  la  chiesa  di  s.  Maria 
della  Scala,  vi  è  pure  rotatorio  del  suo 
noQie.  —  IO."  Parrocchia  di  s.  Fermo 
Maggiore.  Ebbe  contiguo  un  monastero 
anticamente  di  benedettini,  da'quali  pas- 
to a'francescani,  e  nella  soppressione  il 
chiostro  fu  cambiato  in  usi  profani.  In 
questa  chiesa  si  tengono  di  Stefano  antico 
pittore  veronese,  i  Profeti  e  1'  altre  figu- 
re che  sono  intorno  al  pidpito.  La  tavola 
della  prossima  cappella  e  1'  altra  di  Ih 
della  sagrestia  di  Francesco  Torbido,  la 
susseguente  degli  Aligeri  di  Ballista  del 
Moro.  Quella  che  segue  è  di  Paolo,  lavo- 
rata in  giovanile  età,  e  la  prossima  all'al- 
tare maggiore  altri  la  vuole  di  Domenico 
Brusnsorci,  ed  altri  di  Battista  del  Moro. 
Dall'altro  lato  la  Nascita  del  .Salvatore  è 
deirOi  bello  ,  dove  alla  culla  si  vede  s. 
Girolamo  genuflesso,  licenze  artistiche 
per  soddisfare  alla  divozione  de'commit- 
tenti.  Nella  cappella  della  Madonna  lavo- 
rò la  bellissima  paia  Francesco  Caroto 
nel  1 528,  sembrando  le  figuredi  rilievo. 
11  laterale  a  destra  è  del  Barca, il  sinistro 
del  Coppa.  Oltre  la  porta  è  una  pala  di 
Ciò.  Battista  del  Moro,  che  va  a  paro 
con  l'opere  più  celebrate.  Appresso  è  un 
deposilo,  da'  lati  del  quale  dipinse  Pisa- 
nello  ;  e  sopra  l'arco  della  porta  ignota  e 
molto  antica  mano.  Il  prossimo  altare  fu 
dipinto  dall'altro  veronese  Francesco 
Monsignori.  In  questa  chiesa^  detta  pure 
de'  ss.  Fermo  e  Rustico,  si  conserva  il 
monumento  nobilissimo  di  Giovanni  Sca- 
ligero ,  che  fu  coperto  da  un  artificioso 
padiglione  di  pietra  :  le  statuette  intor- 
no  all'arca  hanno  buone  piegature  di 
manti, e  la  figura  di  luì  giacente, col  capo 
quasi  per  naturale  elfetto  in  corpo  mor- 
to graziosamente  inclinato,  perchè  chi  è 
in  terra  ne  veda  il  volto;  ha  delle  parti 
assai  lodevoli,  benché  lavorata  nel  1 35g, 
cioè4o  anni  avanti  che  maneggiasse  scal- 
pello il  Brunellesco,  di  cui  dice  il  Baldi- 
oucci,  che  restituì  il  già  perduto  essere 
all'  arte  della  scoltura.  Ciie  il  luonu- 
tnealo  sia  di  quel  tempo,  Io  dimostra  l'i- 


VER  i63 

scrizione  esibila  da  MalTei.  Non  si  ha  in 
quest'opera  il  nome  dello  scultore,  ma 
ben  si  ha  sotto  la  statua  sedente  di  s. 
Procolo,  fatta  nel  1 892  per  Giovanni  ve- 
ronese figlio  del  maestro  Bigino.  Inoltre 
del  principio  del  i4oo  si  ha  in  questa 
chiesa  alquante  statue  al  monumento  de' 
Brenzoni,  che  meritano  lode;  e  perchè 
non  si  potrebbe  riconoscerlo,  è  bene  l'av- 
vertire, come  ora  fa  la  figura  d'altare  ;  e 
la  ragione  si  è  perchè  essendo  stato  uso 
in  Verona  ne'più  sontuosi  sepolcri  delle 
chiese  di  rappresentarvi  il  Redentore  ri- 
sorto dalla  tomba,  come  mistero  per  cri- 
stiano monumento  molto  a  proposito;  e 
Tenendo  a  restar  situatala  sua  figura  nel 
mezzo,  tali  monumenti,  ovvero  depositi, 
o  furono  credutilo  con  aggiungervi  la  sa- 
gra mensa  fu  stimato  bene  di  farli  di- 
venire altari.  Il  Vasari  però  chiamò  que- 
sto medesimo,  sepoltura  della  resurre- 
zione del  Signore  fatta  di  scoltura  ,  e 
secondo  que'  tempi  molto  bella.  Nella 
stessa  chiesa  è  distintissima  e  degna  di 
memoria  l'urna  sepolcrale  poggiata  sul 
dorso  di  due  torelli  che  la  città  fece  scol- 
pire in  marmo  rosso  di  Verona  ad  ono- 
re del  famosissimo  Torello  Saraìna,  che 
ne' primi  anni  del  secolo  XVI  moriva, 
e  divise  gli  onori  del  principato  coli' al- 
tro veronese  Onofrio  Panvinio  agosti- 
niano, nel  campo  della  romana  e  del- 
la veronese  archeologia.  In  s.  Fermo 
altra  opera  di  scoltura  si  trova  mollo 
meglio  condotta,  cioè  un  Cristo  depo- 
sto dalla  Croce  con  più  figure,  che  re- 
sta ora  nascosta  sotto  un  altare  pres- 
so la  sagrestia.  Benché  sia  della  stes- 
sa età,  mostra  intelligenza  grande,  ben 
espresse  le  ossature,  ben  prese  le  propor- 
zioni; ma  poco  si  può  godere,  perchè  tan- 
to questa,  come  la  sopraddetta,  seconda 
la  fatale  usata  sciocchezza,  sono  state  di- 
pinte, con  che  fanno  piuttosto  orrore  che 
rechino  diletto.  In  questo  secolo  fiorì  U 
scollura  in  Verona,  perchè  di  buon  gusto 
e  d'antico  modo  furono  lavorate  le  sta- 
tue degli  uomini  illustri  che  sono  iu  piai- 


.64  VER 

»8,  e  fli  guslo  oltimo  e  di  somma  perfe- 
zione riuscirono  le  opere  tulle  del  vero- 
nese Girolamo  Campagna  ,  allievo  del 
concittadino  Cattaneo,  non  meno  in  me- 
tallo che  in  marmo,  e  non  meno  in  ton- 
do  che  in  basso  rilievo:  non  solo  Verona, 
ma  ornò  di  belle  opere  Venezia  e  Pado- 
va, e  nel  palazzo  d'  Urbino  è  sua  la  sta- 
tua del  duca  Federico;  poco  a  lui  poste- 
riore fu  il  veronese  Gio.  Battista,  e  nel 
decorso  secolo  si  distinse  Giovanni  Schia* 
vi.  Degna  di  visita  è  la  chiesa  sotterra- 
nea di  s.  Fermo  maggiore ,  dalla  quale 
8Ì  denominò  negli  antichi  tempi  la  porta 
della  città  ch'era  prossima,  e  nella  quale 
fin  da'tempi  di  Desiderio  re  de'longobar- 
di,  si  custodisce  e  si  venera  il  sagro  de- 
posito delle  ossa  de'ss.  Fermo  e  Rustico 
martiri  ;  ed  a  canto  si  vede  un'  opera  di 
Creara.  Pretendono  i  beigamaschi  pos- 
seder nella  cattedrale  tali  reliquie,  di  che 
dirò  altre  parole  parlando  ile'  vescovi. 
Nella  parrocchia  vi  è  l'oratorio  di  s.  Fer- 
mo Maggiore,  e  la  chiesa  sussidiaria  di  s. 
Maria  antica  con  oratorio  omonimo.  Im- 
pugna Mailei  che  Papa  Alessandro  III 
nel  1177  solennemente  consagrasse  l'ai 
tare  di  s.  IMaria  Antica,  coli'  intervento 
di  I  Scardinali, e  del  marchese  della  Mar- 
ca Veronese,  come  pretendeva  una  lapi« 
de.  Fu  poi  consagrata  la  chiesa  100  an- 
ni dopo  da  Gotifredo  patriarca  d'Aqui- 
lein,come  attesta  altra  iscrizione.  Fuori 
di  questa  chiesa  e  nel  cimiterio  suo  eb- 
bero .sepoltura  la  maggior  parte  degli 
Scaligeri, che  di  Verona  e  di  molte  altre 
citlà  furono  signori,  alla  nobiltà  de'quali 
monumenlì  non  si  troveranno  forse  gli 
eguali  di  que'tempi,  opina  Matì'ei.  In  ter- 
ra e  me7,zo  sepolte  son  prima  3  arche  di 
marmo  veronese,  quali  non  si  sa  per  chi 
di  tale  casa  servissero,  poiché  non  hanno 
Ucrizione  alcuna;  ben  hanno  l'arme  so- 
pra i  coperchi,  e  in  mezzo  di  uno  si  ve- 
de Ih  Scala  con  Aquila  sopra, onde  s' in- 
tende il  verso  di  Dante  :  E  'n  su  la  Sca- 
la porla  il  santo  ucctllo.  Su  gli  an- 
goli haDoo  quel  rilevaaieuto  che  si  of- 


VER 
serva  in  molte  delle  anliclie,  onde  si 
può  riconoscere  quanto  durasse  l'imila'- 
zione  delle  opere  romane:  una  di  esse  è 
grandissima,  e  tutta  lavorata  e  fìgurata. 
Altra  ve  u'ha  presso  la  chiesa,  posterior- 
mente segnala  del  nomee  dell'arma  d'al- 
tra famiglia:  questa  è  nobilmente  collo- 
cala  ,  e  Unge  esser  coperta  da  un  padi- 
glione formato  da  6  gran  lastre  di  mar- 
mo, che  si  uniscon  nella  cima  in  un  pic- 
cot  quadro  con  palla  sopra,  e  posano  sui 
traversi  di  sollo  per  via  di  piccolissimo 
incastro  molto  artificiosamente.  Abbia- 
mo dal  Moscardo  come  in  questa  fu  col- 
locato Mastino  I,che  nel  1261  fu  eletto 
capitano  generale  del  popolo  in  vita;  ti- 
tolo corrispondente  appunto  a  quel  d'im- 
peratore in  Roma,  al  dir  di  Malfai,  e  col 
quale  Mastino  1  o  coperse  o  si  fece  stra- 
da al  dominio:  l'istesso  storico  recita  l'i- 
scrizione, della  quale  ora  non  si  trova  ve- 
stigio alcuno.  Sopra  la  porta  della  chiesa 
è  l'arca  di  Can  Grande  1  colla  sua  figu- 
ra, che  mostra  giacer  sopra  un  Ietto  ,  e 
nella  cima  del  lutto  la'sua  statua  ammala 
a  cavallo  con  visiera  calata,  ma  ricaden- 
dogli il  cimiero  dietro  le  spalle,  coperto 
tutto  di  maglia  il  cavallo  ancora:  le  co- 
lonne e  i  capitelli  sono  assai  ragionevoli. 
Morì  Can  Grande  I  nel  1828.  Il  mau- 
soleo ch'è  suir  angolo  dalla  parte  della 
piazza  tiene  l'ossa  di  Mastino  II, che  mo- 
ti nel  i35o  ,  e  di  cui  dice  l'  iscrizione: 
I\lc  Doniiimm  Ferona  suum,me  Brixia 
v'ulit ,  -  Pannaque  citin  Lucca ,  cunt 
Feltro  Marchia  tota  (fra  Feltro  e  Fel- 
tro). Quest'edilìzio  è  sontuoso  e  ammira- 
bile, perchè  posa  tutto  su  4  colonne  ar- 
chitravate in  distanza  di  9  piedi.  Sopra 
i  traversi  posa  un  grandissimo  e  grosso 
quadro  di  verde  antico,  che  forma  il  pia- 
no sopra  del  quale  è  collocata  in  mezzo 
l'arca  del  defunto.  Altre  4  colonne  so- 
stentano la  volta,  che  fa  coperto,  e  il  fa- 
stìgio cu'suoi  ornamenti:  nell'ultima  ci- 
ma si  vede  la  statua  equestre  di  Manti- 
nò  II,  grande  al  naturale.  Intorno  è  no- 
bil  lecJQlo  di  pietra  e  di  /erro,  con  4  p>- 


VER 

laslrì  e  slaltie  negli  angoli.  Cansignorio, 
che  moiì  nel    1875,   volle  prima  pi cpa- 
rarsi  il  sepolcro,  ed  avanzare    in   ciò  la 
lagnificenza  degli    anteriori.   Non   può 
■rtatuente  esser  più  superbo,  supposta 
l'angustia  grande  del  sito.  Ha  6  (acce,  ed 
è  sostenuto  da  6   colonne  ,  che   reggon 
prima  un  piano  di  bel  marmo  antico,  so- 
pra  il  quale  sta  la  grand'arca  tutta  isto- 
riata. L'essersi  serviti  nell'uno  e  nell'al- 
tro di  questi  mausolei  di  due  si  gran  pez- 
zi di  preziosi  marmi  ed  antichi,  non  tanto 
fu  per  magnificenza,  mentre  restano  co- 
perti e  quasi  nascosti  ,  quanto  per  sicu- 
rezza, attesa  la  maggior  durezza  e  consi- 
stenza de'  marmi  orientali  e  oltremarini. 
1  capitelli  hanno  la  i.^  mano  di  belle  fo- 
glie corintie,  ma  si  devia  nel  rimanente. 
Sei  altre  colonne  reggono  r  altissimo  fa- 
stìgio, nella  cima  del  quale  fa  bella  mo- 
stra   lo    Scaligero  a    cavallo.   Il  tutto  è 
così  operosamente   ornato  e  con   tanta 
spesa    lavorato,  che   di   maniera  goti- 
ca ,  come  suol  chiamarsi  ,  didicilmente 
si  troverà  cosa  più  nobile  e  più  bella.  L'i- 
scrizione è  intorno  nel  fregio,  ed  è  già  sta- 
ta pubblicata  con  l'altre  da  diversi  scrit- 
toti veronesi,  ma  senza  aver  avvertito, 
dice  il  Maffei,  che  altra  ve  n'  ha  nel  i.°e 
più  basso  listello  col  nome  dell'artefice. 
Hoc  opus  sculpsity  et  fedi  Uonìnus  de 
Campi^liono  Mediolanensis    dioecesis. 
Serra  intorno  un  recinto  di  marmo  rosso 
pure  in  sessangolo  con  6  pilastri,  sopra 
quali  i  soliti  tabernacoli  quadrati, con  ista- 
lue  di  Santi  che  fecero  professione  d'  ar- 
mi. E  notabile  anche  il  serraglio  e   can- 
cello di  ferro  con  l'armi  della  Scala,  per- 
chè lavorato  con  tal  vaghezza  di  disegno 
a  Gorame,  che  poco  di  più  potrebbesi  a- 
speltare  dalla  bizzarria  moderna.- — 1 1.' 
l'arrocchia  di  s.  Stefano,  con  oratorio  di 
tal  nome.Quest'antichissima  chiesa  era  iu 
essere  fin  nel  Y  secolo,  benché  in  altra 
forma,  avendola  fatta  atterrare  il  re  Teo- 
dorico.    Grandi   argomenti  ci  sono  per 
credere  che  fosse  un  tempo  la  cattedrale 
di  Verooa,  Iq  essa  è  preziosa  e  mollo  aa- 


VER  i65 

lica  lapide,  da  cui  s'impara  quanti  antichi 
e  santi  vescovi  veronesi  fossero  qui  sepol- 
ti, e  qnant'allre  reliquie  riposte.  La  bella 
tavola  nel  coro,  la  cupolètta  e  i  suoi  late- 
rali,  il  quadro  con  l'adorazione  de' Magi^ 
e  le  figure  di  chiaroscuro  sulla  porta  di 
fianco,  son  di  Domenico  Brusasorci.  Nel» 
la  cappella  degl'  Innocenti  la  pala  è  di 
Pasquale  ;  bellissima  la  Strage,  e  così  gli 
angolari.  li  laterale  co'Santi  vescovi  del 
Bassetti;  la  storia  de'ss.  Quaranta  marti- 
ri deirOrbetto.  A  sinistra  dell'aitar  gran- 
de dipinse  Nicolò  Giolfino.  Sopra  la  por- 
to operò  Battista  del  Moro,  e  così  il  chia- 
roscuro da  quel  lato.  L'jftlare  co'ss.  Pie- 
tro e  Andrea  è  del  Caroto.  L'ultimo  del 
Marchesini.  Il  penultimo  dal  lato  destro 
è  d'Orazio  Farinati ,  il  susseguente  di 
Santo  Prunati.  Nel  sotterraneo  sono  aU 
quante  colonne  di  marmi  stranieri,  eoa 
capitelli  di  pietra  veronese  variamente  e 
barbaramente  lavorati,  ed  alcune  arche 
grandissime,  quali  servirono  prima  per 
gentili,  come  qualche  avanzo  d'iscrizioni 
tiiBnife'>ta,  e  saranno  state  [)oi  adoperate 
pe'Sanli  veronesi.  Sopra  tutto  è  degna 
d' osservazione  la  gran  cattedra  rozza  e 
schietta  di  pietra  ,  che  quivi  si  conserva 
ancora,  e  sopra  la  quale  avranno  seduta 
gli  antichi  pastori  veronesi.  Con  singoiar 
cura  e  venerazioneconservavanogià  i  cri- 
stiani le  sedi  de'loro  primi  vescovi,  come 
si  trae  dal  Buonarroti  nelle  Osservazio' 
ni  sui  vasi  di  t'erro.  Nelle  pietre  della  fac- 
ciata furono  scolpite  quantitàdi  memorie 
per  lo  più  del  secolo  XIII.  Della  parroc- 
chia di  s.  Stefano  è  sussidiaria  la  chiesa 
di  s.  Giorgio,  con  omonimo  oratorio.  La 
chiesa  (in  da'tempi  de're  longobardi  era 
ufììziata  nobilmente.  Ambigua  fra  ilSan- 
micheli  e  il  Sansovìno  n'è  la  facciata: 
bellissimo  è  1'  altare  maggiore  d*  ordi- 
ne composito,  attaccato  al  muro,  e  che 
gira  però  insieme  col  frontespizio  secondo 
che  fa  la  nicchia  con  molta  maestria.  Fu 
opera  di  Bernardino  Brugnoh  figlio  d'una 
sorella  del  Sanmicheli;  il  medesimo  mi- 
se  mano  tic'  campanili  di  s.  Giorgio  a 


i66  VER 

del  duomo,  guastati  prima  da  chi  volle 
cambiniue  il  moclo  e  il  disegno  sontuosa- 
nienleideato  dal  Sanmicheli:»»  dappoiché, 
osserva  Maflei,  sì  dilettano  queste  parti 
grandemente  d'alzare  alle  stelle  cosi  fat- 
ti edifizi,  da'quali  vien  poi  talvolta  in  al 
euni  siti  resa  la  ciltàinabitabile,  per  l'u- 
so straordinario  e  instancabile,checontro 
ogni  carità  e  senza  frutto  alcuno  qui  ne 
y'iea  fatto".  In  s.  Giorgio  il  Sanmicheli 
trovò  anche  modo  di  fortificar  talmente 
i  lati,  che  potè  impervi  la  cupola,  il  che 
niun  altro  ardiva  di  fare.  Questo  tempio 
per  conto  di  pitture  è  una  galleria  ,  alla 
quale  non  sarà  si  facile  che  altra  possa 
paragonarsi.  Nel  i."  ingresso  dà  nell'  oc 
chio,  benché  in  tanta  distanza,  la  superba 
tavola  ch'è  nell'altare  grande,  col  Santo 
che  vien  fuori  della  tela;  ma  facendo 
principio  a  man  destra  entrando  ,  la  i.' 
pala  è  del  veronese  Francesco  Montemez- 
Zani  ;  la  2.^  del  concittadino  Pasquale  Ot- 
tini,  lavorala  sul  gusto  di  Tiziano;  la  3.* 
è  di  Domenico  Tintoretto;  la  4-'  di  Fe- 
lice Brusasorci  co'ss.  Michele,  Raffaele  e 
Gabriele:  Angeli  non  furono  mai  fatti, 
che  paressero  Angeli.  La  susseguente  è 
una  delle  più  belle  coseche  uscissero  mai 
dal  pennello  di  Paolo  :  per  li  professori 
vi  è  da  osservare  una  giornata  ,  rileva 
Maffei.  Le  figure  adiacenti,  come  altresì 
le  dirimpetto,  sono  dell'India.  L'Annun- 
ziata fuori  della  maggior  cappella  è  del 
Caroto.  Passando  all'altare  grande,  si  ve- 
drà un  portento  dell'arte  nel  martirio  di 
s.  Giorgio  di  Paolo,  e  le  riflessioni  che  si 
potrebbero  qui  farvi,  darebbero  materia 
quasi  a  un  trattato.  11  laterale  a  mano  si- 
nistra, che  rappresenta  il  miracolo  delle 
turbe  pasciute  dal  Salvatore  nel  deserto, 
è  di  Paolo  Farinati  :  l'altro  a  destra,  che 
figura  gli  Ebrei  nei  raccogliere  la  man- 
na, è  di  Felice,  ma  supplito  dopo  la  sua 
morte^  e  terminalo  da  Pasquale.  Pochi 
quadri  sì  troveranno  che  arrivino  come 
questi  a  24  piedi  veronesi  di  lunghezza 
e  a  23  d'altezza,  e  pochi  parimenti  che 
abbiano  sì  gran  numero  di  figure  lavo- 


VER 
rateda  così  eccellenti  pennelli  :ponnodirsi 
due  poemi  per  la  quantità  e  varietà  delle 
cose  che  contengono. Proseguendo  dall'al- 
tro lato,  lai.'  tavola  è  del  Moretto,  e  l'or- 
gano dentro  e  fuori  del  Romanino,  cele- 
bri pittori  bresciani.  La  seguente  è  di  Gi- 
rolamo da'Libri  fatta  nel  i52g.  La  3.'  di 
Francesco  Caroto,  fuorché  l'ovato  eh'  è 
opera  bellissima  di  Domenico  Brusasor- 
ci. La  4"  è  di  Sigismondo  Stefani  pur 
veronese.  Nell'ultima  torna  a  figurare  il 
Caroto.  Il  battesimo  del  Salvatore  sulla 
porla  è  del  Tintoretto.  Nell'ailezza  di  s. 
Giorgio  si  trovarono  molte  lapide  roma- 
ne figurate  e  scritte.  L'iscrizioni  cristia- 
ne sono  del  tempo  di  Liutprando.  Oltre 
le  pitture  che  l'adornano  di  rara  anti- 
chità, è  osservabile  precipuamente  una 
gran  coppa  di  pietra,  la  quale  a  similitu- 
dine di  quella  discorsa  di  s.  Zenone,  stet- 
te già  dinanzi  la  chiesa.  Anticametilecol 
titolo  di  s.  Giorgio,  e  nominata  nell' epi- 
pitaffio  dell'arcidiacono  Pacifico,  eravi  u- 
na  collegiata  di  sacerdoti,  poi  chiesa  di  s. 
Elena,  presso  al  chiostro  canonicale.  Vi 
si  vede  lunga  iscrizione  marmorea  del 
I  r4o,  della  cou^agrazione  dell'altare  fat- 
ta dal  patriarca  d'Aquileia  Pellegrino, 
dopo  la  profanazione  del  precedente;  al- 
tra è  in  memoria  delle  ss.  Reliquie;  e  nel 
sotterraneo  vi  è  nobilissimo  pavimento  a 
musaico  di  bel  disegno  e  variato;  laonde 
si  puòdeduie  quanto  nobile  fosse  questa 
chiesa. — 12.'  Parrocchia  di  s.  Maria  in 
Organo,  con  oratorio  dello  stesso  nomi-, 
già  de'monaci  Olivetani.  Usuo  monastero 
deve  reputarsi  più  antico  di  quello  di  s. 
Zeno  ,  sebbene  taluni  lo  dicano  fondato 
neil'845:  fu  ampliato  da' re  longobardi 
Liutprando  nel  718  e  Ildebrando  nel 
742,  percui  è  chiaro  che  preesisteva.  Nel- 
la sua  origine  fu  abitato  da'monaci  bene- 
dettini, in  seguito  dagli  Olivetani,  ed  oggi 
lo  è  d<)lie  suore  minime  della  Carità.  La 
denominazione  in  Organo  o  Organis  de 
rivo  a  questa  chiesa  forse  per  sorgervi 
vicino  l'arsenale  de' veronesi,  secondo 
JDiaucoIini^da  cui  prese  il  nome  la  contva- 


VER 
(la  e  lo  comunicò  alla  chiesa  fabbricata- 
vi. Questo  monastero  apparteneva  alla 
giurisdizione  del  patriarca  d' Aquileia 
da  tempo  remotissimo  e  già  lo  era  nel- 
1*87  I ,  e  continuò  ad  esserlo  sino  aliySS 
epoca  della  morte  dell*  ultimo  patriarca 
Delfino.  D'allora  in  poi  principiò  la  sua 
dipendenza  dall'  ordinaria  giurisdizione 
de'vescovi  di  Verona.  La  dipendenza  dal 
patriarca  d'  Aquileia  fu  comprovata  nei 
I  i3  t ,  probiibilmenle  nel  rinnovarsi  la 
facciata  della  chiesa  ,  dall'iscrizione  nel 
i633  trpsferita  sull'  ultimo  pilastro  del 
tempio  a  sinistra  dell'ingresso,  in  occasio- 
ne di  nuovo  ristauro,  ed  allora  fu  aggiun- 
ta l'indicazione,  che  vi  è  scolpila  di  sot- 
to. Avea  il  monastero  dipendenti  dalla 
Mia  giurisdizione  altri  monasteri ,  chiese 
e  pievanie.  Il  piùantico  abbate  che  si  co- 
nosca è  Feroce  del  575.Ebbe  successori  si- 
no al  14^3  circa, intorno  il  qual  anno  l'ab- 
bazia divenne  commenda  ;  ma  passati  "i  i 
{limi  il  monastero  ne  fu  svincolato,  e  fu 
allora  che  a'benedeltini  cassinesi  sotten- 
trarono gli  Olivetani, a'quali  ne  fece  spon- 
tanea cessione  il  cardinal  Antonio  Cor- 
raro  abbate  commendatario,  con  appro- 
vazione nel  i444^^'  Fapa  Eugenio  IV, 
e  d'allora  in  poi  vi  furono  gli  Olivetani , 
con  libera  e  assoluta  amministrazione. 
Tra  essi  fiorì  il  monaco  o  laico  oli  vetano 
Giovanni  veronese  ,  non  solo  eccellente 
nelle  cose  sue,  ma  perchè  a'iavori  di  tar- 
sia diede  nuovo  essere,  non  avendo  la- 
vorato col  nero  e  bianco  solamente,  co- 
me gli  altri  avanti  di  lui,  ma  trovato  il 
modo  di  dar  vari  colori  a'  legni  con  tin- 
te bollite  e  con  olii  penetrativi,  e  di  lu- 
meggiare ed  ombreggiare,  e  di  fare  il  vi- 
cino e  il  lontano, come  nella  pittura:  mol- 
te fatture  son  di  lui  rimaste  a  Roma,  e 
nel  monastero  di  Monte  Olivelo;  ma  quel- 
le che  lasciò  in  Verona  così  d'  intarsiatu- 
re,  come  d'intagliare  di  rilievo,mostrano 
fin  dove  iu  così  fatti  lavori  arrivar  possa 
l'ingegno,  e  si  ponno  dire  uniche  in  tal 
genere.  I  lavori  di  tarsia,  specie  di  mu- 
saico fallo  con  logui  di  vari  colori  com- 


V  E  R  167 

messi,  li  slnnò  Vasari  poco  durevoli;  in- 
vece esclama  Matfei  :  «  Che  direbbe  ora 
vedendo  queste  manifatture  dopo  23o 
anni  conservatissime?  poiché  il  coro  di  s. 
Maria  in  Organo  fu  lavorato  nel  i499- 
Veggansi  i  suoi  lavori  nella  sagrestia  ,  e 
osservisi  in  chiesa  il  grandissimo  candel- 
liere  di  noce  per  piantarvi  il  cereo,  dove 
gl'intagli  specialmente  de*  3  festoni  eoa 
frutti  e  foglie  che  ricadono,  son  così  na- 
turali, che  superano  ogni  credenza  ".  La 
facciala  di  s.  Maria  in  Organo,  che  San- 
micheli  avea  divisato  bellissima,  è  d'ordi- 
ne corintio,  fu  principiata  dopo  sua  mor- 
te, ma  rimase  nel  suo  principio  ,  almeno 
sino  all'epoca  di  Maffei.  Le  belle  tavole  , 
che  ne  decoravano  l'interno,  di  Girolamo 
da'Libri,  del  Caroto,  del  Morone  e  di  al- 
tri, furono  levate  perchè  erano  antiche. 
La  pala  suprema  posta  nel  passato  secolo 
è  del  romano  Giacinto  Brandi.  I  superbi 
quadri  laterali  di  Paolo  Farinati;  la  volta 
par  del  Libri;  nell'esteriore  vi  è  del  Fari- 
nato  del  Torbido  e  di  altri.  Nella  cap- 
pella a  destra  la  bell'opera  di  Lazzaro 
risuscitato,  e  la  maggior  parte  dall'  altro 
lato,  è  di  Domenico Drusasorci,  e  così  fuo- 
ri in  alto:  la  tavola  è  del  Brenlana ,  e 
nel  2.°  altare  è  di  Luca  Giordani  loda- 
tissima  :  laterali,  dalla  parte  del  Vangelo 
del  Brentana,  da  quella  dell'Epistola  di 
Giovanni  Murari.  Scesì  i  gradini,  la  1.* 
tavola  è  di  Felice  Torelli, come  il  prece- 
dente veronese,  la  2.^  del  Palma, l'ultima 
del  Balestra.  Dall'altra  parte,  dirimpetto 
a  questa,  è  un'opera  del  veneto  Pittoni, 
e  le  due  colonne  son  d'africano. La  pros- 
sima o  è  di  Tiziano,  o  ne  pare  :  la  se- 
guente è  del  Balestra.  Il  s.  Michele  Ar- 
cangelo fu  lavoro  del  Farinaio. Nella  cap- 
pella che  viene  appresso,  la  tavola  è  del 
Guercino; in  quella  che  rimane,  sì  vede 
un'opera  del  Brentana;  e  sui  muri  intor- 
no, com'anche  sopra  fuori ,  sono  fatiche 
di  Giolfìno  con  belle  espressioni.  Le  co- 
lonne di  quest'  altare  sono  di  così  bel 
inarmo,  eh 'è  difficile  trovarsi  neppur  nel- 
l'opere degli  aalichi.  E  del  veronese  nii- 


,63  VER 

Schio  di  brenlonìco,  e  son  dell'islessa  bel- 
lezza le  colonne  e  il  parapetto  nella  cap- 
pelia  del  Sagiatrieiilo,  e  quelle  della  "ì* 
«cesi  i  gradini:  inerilan  tutte  d'essere  di- 
siintamente  osservate,  per  poter  dire  d'a- 
ver veduto  fin  dove  può  arrivare  la  va- 
ghezza, il  lustro  e  i  bizzarri  accidenti  d'un 
marmo.  In  sagrestia  è  una  pala  dell'  Or* 
kelto.  Di  s.  Maria  in  Organoèsussìdiaria 
la  chiesa  di  s.  Giovanni  in  Valle,  con  ora- 
torto  di  simil  titolo.  Questa  chiesa  è  an* 
lica,  e  nel  suo  sotterraneo  son  due  orchi 
o  casse  sepolcrali  di  ntarrao  greco,  chia* 
tuate  sarcofagi  dagli  antichi,  molto  beo 
conservate,  e  niente  inferiori  alle  più  bel- 
le, che  nella  Roma  sotlerranea$ì  vedono 
efllgiate.  Servirono  per  cristiani  di  gran 
condizione  e  di  tempo  ancora  roaiano,  o 
poco  inferiore;  ma  il  non  esserci  scolpi- 
ta parola  alcuna  fa  ignorare  ì  nomi  loro. 
1d  fronte  alla  più  grande,  ch'è  tutta  isto- 
l'iata,  come  vedesi  dalla  tavola  prodotto 
da  MolTei,  sta  nel  mezzo  il  Salvatore  con 
volume  spiegalo  in  mano  sopra  un  moa- 
le,  da  cui  sgorgano  4  capì  d'acqua,  che  fi- 
gurano i  4  fiunti  del  f^aradiso  terrestre. 
A  dritta  è  s.  Pietro,  a  sinistra  s.  Paolo.  Da 
un  lato  si  rappresenta  la  Samaritana,  ia- 
fli  uno  de'miracoli  del  Salvatore;  dall'al- 
tro In  risanata  dal  flusso,  indi  Giuda  che 
bacia  il  Salvatore.  Dietro  son  colonie  e 
ornamenti  d'architettura.  Sui  fianchi  è 
da  una  parte  Adamo  ed  Eva  col  serpe  , 
dall'altra  uomo  sedente  ricevente  doni, 
iòrse  Giuseppe  co'fratelli.  !Vla  io  fronte  al 
monumento  è  altra  fascia  metà  piìi  bas- 
sa, parimente  figurata.  Nel  mezzo  è  la 
Croce  in  fondo  liscio,  dalle  parli  sono  uo- 
mini nudi  che  sembrano  tener  il  quadrp. 
Le  storie  sono  dell'antico  e  del  nuovo 
Testamento. Da  un  lato  è  Daniele  co'leoni, 
indi  uomo  e  cnne,che  pu,ù  credersi  Tobia: 
dall'altro  Mos^  che  riceve  le  tavole  della 
legge,  ìndi  ara  con  fuoco  acceso,  e  innan- 
zi a  un  edifizìo  Serpe  ches'.ilzn,  e  uomo 
diquachegli  porge  qualche  cosa  alla  boc- 
ca, foise  allude  al  genio  che  assaggia  l'o- 
^?Jniippi.  Su  questo  tpoi^umento  *\  pos^e 


VER 
altra  pietra  con  figure  di  due  corpi,  che 
hanno  nimbo  dietro  al  capo,  obito  mona- 
stico e  libro  sotto  le  maui.  Forse  vi  fu 
collocata  quando  nel  fine  del  secolo  XIV 
insorse  la  popolare  credenza  d'ivi  conser- 
varsi le  reliquie  di  due  Apostoli,  ma  vi 
fu  scolpito  un  vecchio  e  un  giovane,  ed 
un  fanciullo  in  fondo.  L'altro  pilo,  per  la 
maniera  alquanto  migliore,  si  fa  credere 
anterior  di  tempo,  ed  ha  la  sua  tavola.  Ila 
nel  mezzo  un  tondo  quasi  in  forma  di  con- 
chiglia, e  dentro  due  busti  d'uon)o  in  to- 
ga con  volume,  e  di  donna,  forse  la  mo- 
glie. Sotto  si  vedono  pecore  con  due  pa- 
stori. Dalle  parli  sono  scanalature  ondeg- 
giate e  sull'estremità  s.  Pietro  e  s.  Paolq 
palliati  colle  chiavi  e  la  spada  ,  forse  di 
lavoro  meno  antico,  fi  MalTcì  illustra  i 
due  monumenti  con  analoghe  erudizioni 
archeologiche,  per  me  non  necessiarie.  — ■ 
1 3."  Parrocchia  de'ss.  Nazario  e  Celso,  che 
ha  pure  oiatorio  omonimo.  La  chiesa  col 
monastero  de'ss.  Nazario  e  Celso  era  de* 
benedettini,  del  tempio  antichissimo  so- 
lo restandone  una  reliquia,  non  giù  pres- 
to Ih  presente  chiesa,  u)a  tutta  incavala 
cogli  scalpelli  nella  gialliccia  e  non  dura 
pietia,  o  sia  tufo  del  colle, sul  quale  i  mo- 
naci a  veano  possessione.  Si  può  veder  qui- 
vi, salendo  pochi  passi,  una  stanza  qua- 
drata, tutta  lavorala  nel  masso,  con  sof- 
fitto spianato;  indi  eutraudo  ,  quasi  ia 
piccola  grolla,  conservato  ancora  sì  rico- 
noscerà il  pìccolo  presbiterio,  vedendosi 
la  linea  di  pietra  in  terra;  e  nel  tufo,  che 
fa  parete,  l'incavo  del  cancello  che  lo  ser- 
rava. In  faccia  è  una  nicchia,  e  laterali 
due  ricetti,  l'uno  de'quali  però  era  sialo 
distrutto.  Dal  presbiterio  in  giù  si  ddata^ 
e  si  prolungava  aucor  più,  ma  ne  fu  buo- 
na parte  tagliata  per  far  luogo  a  fabbri-r 
che.  Leggesi  negli  alti  de'ss.  Fermo  e  Riv 
slieo,  Come  in  tempo  di  quella  persecu,- 
zione,  s.  Procolo  vescovo  di  Veroua  sta- 
va con  pochi  cristiani  nascosto  in  luogo 
solitario  poco  lontano  dalle  muia  della 
cillà.  Congeltiu-a  molto  ragionevole  può 
fi^r  ci'cd.c^e  questa  spelonca,  che  allora 


VER  V£R                   .69 

era  fuori,  e  che  dovea  reslnr  coperta  eia  «ano  ncqiin  da  vasi  nel  fiume.  In  giti  [»oi 
bosco,  il  «Mo  iiascotiiliglio.  Anche  l'aver-  dove  la  chiesa  s'allarga  da  una  pai  le,  par 
ìà  (ialla  servir  di  chiesa,  è  cosa  vei  osimi-  sia  figuralo  il  monte  Oreb,  donde  Mosè 
le,  e  che  ìncuininciasse  prima  che  la  fé-  fece  scaturire  l'acqua,  e  uomini  che  la 
de  fusse  trionfante,  e  il  crisliano  cullo  guardiiiocon  meraviglia, e  vadanoa  pren- 
{)ern»esso.  Ogni  parete  si  vede  pitturata,  dernc;  ma  poco  si  distingue.  Il  pavimen- 
sn<altato  prima  a  lui  fine  il  tufo  per  rag-  to  era  a  musaico,  e  ne  riruane  gran  par- 
guagliarlu.  La  maniera  è  rozza,  e  sotto  la  te,  ma  senza  cosa  notabile.  Tale  è  la  de- 
prima stubilitnra  altra  anteriore  se  ne  scrizione  fatta  al  tempo  suo  dal  dotlis- 
scuopre  in  alcuni  luoghi,  ch'era  dipinta  «imo  marche^-e  IMalfei.  Arroge  la  recente 
parimente,  ma  peggio  ancora,  vedendo-  testimonianza  del  citato  autore  dell'  ar- 
ai facce  col  fondo  di  bianco  di  calcina  licolo  /'ero//a,  presso  il  t.  6,  p.  5g,  del- 
traltc'ggiatu  a  tocchi,  e  quasi  a  macchie.  V Album  di  Roma.  »  La  più  illustre  an- 
La  parie  di  sopra,  che  vien  discendendo  ticliilà cristiana  di  Verona,  ed  anzi  di  tut- 
e  quasi  secondiiiuio  il  monte,  è  occupata  te  le  provincia  venete,  è  la  chiesa  <li  s, 
da  una  figura  del  Salvatore,  sedente  so-  Wazario,  che  può  rimontare  al  VI  seco- 
pra  un  trono  cun  la  mano  in  benedizio»  lo.  Le  grotte  che  vi  sono  in  vicinanza 
ne,  e  con  suppedaneo:  di  qua  e  di  là  son  servirono  di  ritiro  a'piimitivi  cristiani,  e 
due  piccoli  fondi  con  entro  figura  umana,  possono  dirsi  le  Catacombe  Veronesi", 
che  secondo  l'uso  antico  rappresentano  il  Nella  chiesa  parrocchiale  Maffei  descrin- 
soie  e  la  luna.  In  fronte  della  piccola  tri-  se  le  seguenti  pitture.  La  tavola  grande 
buna  o  nicchia  si  vede  s.  Michele  in  pie-  del  coro  è  di  Libri:  tuttoii  limanenle  neU 
di  con  due  grandi  ali  e  col  diadeu)ao  nini'  le  volte  e  ne'Iaterali  è  del  Farinaio.  ìVel 
bo  in  capo,  e  grossa  palla  sulla  sinistra  prossinioallare,dov'èilSagiamento,co«D- 
in  cui  è  scritto  il  suo  nome.  Qualche  al-  parisce  un'opera  del  balestra.  La  gran 
tro  nome  o  parola  si  vede  presso  le  figu-  cappella  di  s.  Biagio  fu  principiata  nel 
le  sempre  col  punto  alto,  e  a  mezzo  del-  1  4^9»^  ^'  si  cantò  messa  a'3  1  luglio  149»  • 
la  lettera,  iccondo  l'uso  delle  lapidi  an-  Le  pitture  sono  di  quel  tempo.  La  tavo- 
liche.  Sulla  nicchia  è  dipinta  una  città,  la  dell'altare  è  di  Francesco  ;Monsignori: 
non  Gerusalemme,  come  scrìssero  alcu-  le  [)itlure  laterali  delle  pareli  si  credono 
ni,  ma  propriamente  Verona, di  cui  con-  di  Gio.  Maria  Falconetto.  La  nicchia  a 
corda  col  sigillo  antico  e  colla  iconogra-  luano  dritta, che  ha  scolpilo  l'annoi 493., 
fia  di  Verona,  che  a'  veronesi  pervenne  ha  una  tavola  che  pare  anteriore  a  cpiel 
dal  celebre  loro  vescovo  Ualerio  morto  tempo,  col  nome  dell' autore  per  altro 
nelle  Fiandre  nel  974,  nell'età  di  80  ignoto,  Girolamo  Moceto.  La  cupola  è 
anni.  Dalle  parti  Angelo  e  Vergine  An-  molto  notabile.  Parlando  il  bellori  del- 
nunziala  in  piedi.  Sotto  «.  Nazario  e  l'incomparabile  cupola  del  Coreggio  in 
s.  Celso  con  nin)bo,  e  1'  aureola  nell'  u-  Pcirrna  ,  riprese  il  Vasari  ,  perchè  come 
no,  e  corona  nell'  altro  in  mano.  Nel-  troppo  parziale  de'fiorentini  seccamente 
le  pareti  i  XII  Apostoli,  6  per  parte,  sen-  ne  ragionò,  mentreafFerma  che  altra  non 
za  simboli  :  il  i."  a  dritta  è  s.  Pietro  col  se  n'eia  veduta  dipinta,  né  altro  sottinsù 
nome  sotto.  Nell'incavatura  o  ricetto, che  avanti  di  lui.  Invece  osserva  ilMaftei.che 
sussiste  a  dritta,  si  vede  in  alto  una  gran  questa  de'ss.  Nazario  e  Celso  fu  senza  dub- 
niano,  per  la  (piale  era  uso  figurare  Dio  bio  anteriore  di  molto,  e  polerisi  credere 
Padre,  che  non  si  rappresentava  in  figu-  veramente  la  prima. Narra  il  Uidolfi  del- 
ra  d'uomo,  e  nel  muro  il  battesimo *el  la  meraviglia  che  desiò  in  Venezia  il  sof- 
Salvatore:  Angelo  che  tiene  losciugatoioj  fitto  di  Paolo  della  chiesa  di  s.  Sebastiar 
ilue  piccole  figure  4'uoajini  W(|enti  ver-  no,  quando  si  scopi),  per  non  essersi  piìj 


r7o  VER 

•velluto  simil  cosa  ne'cieli  dellecìjiese.  Ria 
1.1  cupola  del  lempio  veronese  in  discor. 
«o  fu  dipinta  tiiHa  dentro  il  secolo  XV, 
Itenrliè  poi  il  lempo  e  forse  l'acqua  assai 
1;»  danneggiarono.  Rappresenta  un'archi* 
lettura  distribuita  dtd  basso  all'alto  in  3 
ordini,  e  divisa  in  compartimenti, ognun 
de'quali  ha  una  figura  al  nattirale,  più 
piccole,  com'è  di  dovere,  essendo  l'ulti- 
me: nel  mezzo  è  un  tondo  che  contiene 
una  gloria  ,  ed  è  cinto  da  cornice ,  che 
sfonda  e  va  in  su  molto  bene.  A  man  si- 
nistra è  una  cappelletta  con  più  cose  del 
Palma  giovine.  Uscendo  fuori,  ali."  al- 
tare vi  è  opera  di  Domenico  Brusasorci, 
dove  appar  manifesta  l'origine  dello  sti- 
le di  Felice  suo  figlio,  che  altri  scrisse  fos- 
seda  luipresoinFirenze.  Il  seguentequa- 
dro  è  del  Fiacco  ,  l'  altro  del  Carpioni 
vecchio.  Appresso  è  una  rara  fatica  del 
l'adili,  dove  spicca  appunto  il  carattere 
della  scuola  Veronese.  Passando  all'altra 
parte,  r  ultima  pala  è  di  Bernardino  In- 
dia. La  prossima  colla  bella  lunetta  so- 
pra è  del  Farinaio.  Seguono  i  dipinti  del 
Brentana,  poi  di  Stefani,  indi  del  Cancri, 
r  finalmente  in  capo  bella  fatica  del  Fiac- 
co. Sull'organo  dipinse  Domenico  Bru- 
sasorci: in  sagrestia  è  qualche  cosa  del 
Farinato,  come  nel  refettorio  di  Paolo, 
ma  non  vi  è  più  la  sua  famosa  Cena;  ben- 
sì nel  2.°  chiostro  bella  testa  si  vede  di 
sua  mano,  che  altri  crede  in  figura  di  s. 
P.Tolo  essere  il  suo  ritratto.  Ove  si  tiene 
il  capitolo  della  dottrina,  bell'opera  an- 
tica è  sul  muro.  Nella  strada  che  va  ver- 
so la  porta  ,  bella  Nunziata  si  vede  del 
Farinato,  e  alcuni  chiaroscuri.  Neil'  A- 
tlantc  Mariano  trovo  il  decretodid.  Lui- 
gi Selvatico  abbate  de'ss.  Nazarioe  Cel- 
so del  1710,  oltre  quello  del  doge  Corner, 
di  permissione  all'erezione  della  chieset- 
ta ,  jier  liporvi  la  miracolosa  immagine 
della  Madonna  di  Campofìore,  in  Cam- 
po Marzo ,  nel  recinto  della  parrocchia, 
e  per  celebrarvi  la  sola  ».  Messa  ,  senza 
pregiudizio  del  jin  parrocchiale.  Della 
«tessa  parrocchia  è  sussidiaria  la  chiesa 


VER 
di  s.  Maria  del  Paradiso,  che  ha  pure  o* 
ratorio  con  egual  vocabolo,  già  df'  reli- 
giosi servili.  Vi  si  trovano  pitture  di  Pao- 
lo, d'Orazio  Farinato,  di  Marco  del  Mo- 
ro e  di  Felice  Brusasorci,  non  che  la  pro- 
digiosa immagi  ne  della  M^c^OH/ia^^e"/ P/X- 
r^r//>o.  Dappoiché  si  racconta  lìaWAllan' 
te  Mariano,  essere  sì  grande  la  fama  di 
santità  goduta  nel  secolo  XV  dall'ordi- 
ne de'servi  di  Maria,  che  i  veronesi  nel 
1470  assegnarono  loro  la  chiesa  di  s.  A- 
pollinare  in  uno  de'sobborghi,  e  le  vicine 
case  già  ad  uso  di  spedale  onde  erigervi 
un  convento,  il  quale  gli  abitanti  del  luo- 
go in  riverenza  alla  Madre  di  Dio,  deno- 
minarono s.  Maria  del  Paradiso.  Pacifi- 
co e  breve  fu  però  il  soggiorno  in  esso 
de'religiosi,  giacché  la  guerra  della  lega 
diCambray  depriujendoi  veneziani,  que- 
sti ordinarono  tosto  l'abbaltinienlo  de' 
sobborghi  di  Verona,  acciò  non  servisse- 
ro utilmente  a'ilemici.  Laonde  i  servi  di 
Maria  furono  costretti  nel  1 5 1  5  a  ritirar- 
si nella  città,  ove  soccorsi  dalla  pietà  de* 
fedeli  costruirono  nuova  chiesa  e  conven- 
to, che  dal  nome  de'diroccali  chiamaro- 
no s.  Maria  del  Paradiso,  ch'era  pure  il 
nome  d'una  prodigiosa  immagine  della 
B.  Vergine,  che  dalla  precedente  a  que- 
sta chiesa  trasportarono,  ed  ove  ancora 
continuò  a  fare  strepitosi  miracoli,  il  più 
clamoroso essendoavvenuto  nel  i63o  con 
liberare  Verona  dal  flerissiiuo  morbo  pe- 
stifero che  la  disertava;  e  per  la  quanti- 
tà delle  grazie  continuate  ad  elargire  a' 
divoti,  fu  in  ap[)resso  appellata  Madre 
delle.  Grazie.  Dalla  narrazione  apparisce 
eziandìo,  che  a'2  aprile i63o  nella  chie-  JH 
sa  comparve  un'immagine  della  B.  Ver-  "B 
gine,Ia  qunle  esposta  alla  venerazione  de* 
fedeli,  sfolgorò  grazie  e  benefizi,  e  colle 
ricche  oblazioni  s'innalzò  un  magnifico 
altare  per  la  sua  custodia. — ••4-'  Pai'i'oc- 
chia  di  s.  Paolo  di  Campo  Marzo,  con  o- 
ratorio  d'egual  nome.  Nell'altare  mag- 
giore dipinse  il  Libri,  in  3  pale  il  Fari- 
nato,  in  quello  dell'  Immacolata  Conce- 
jiione  Domenico  Brusasorci,  nella  Dopo- 


VER 
sizione  dalla  Croce  il  Farinaio,  nel  pros- 
simo altare  il  Ridolfi  ,  e  nella  cappella 
presso  la  sagrestia  vi  è  opera  insigne  di 
Paolo  Caliari,  co'  muri  tutti  del  Farina - 
lo,  benché  mal  ridotti.  Nella  parrocchia 
è  la  chiesa  sussidiaria  di  s.  Giacomo  di 
Galizia  ,  con  oratorio  dello  stesso  lito- 
Io. — 15.'  Parrocchia  di  s.  Tommaso  A- 
poslolo,  col  suo  oratorio  omonimo,  pres- 
so la  piazza.  L'interno  della  chiesa  sa- 
rebbe un  bell'esempio  d'architettura  ec- 
clesiastica, se  il  modello  dato  dal  Sanmi- 
cheli  fosse  stalo  eseguito  del  tutto,  e  non 
solamente  nella  parte  superiore.  Ivi  è  quel 
grande  sepolto,  presso  le  ceneri  de'  suoi 
antenati,  poiché  tale  ediflzioè  rifabbrica 
dell'  antico.  Questa  chiesa  vanta  due  ta- 
vole del  Bassetti,  piti  una  dell'Orbetto  e 
una  del  Fiidolfj  :  nella  nicchia  sopra  la 
porta  al  di  fuori,  malamente  fu  osato  ri- 
toccare la  pittura  di  Domenico  Brusasor- 
ci.  Ne'sobborghi  di  Verona  sono  altre  3 
parrocchie,  e  nel  resto  delia  diocesi  ve  ne 
sono  altre  238  distribuite  in  46  vicarie. 
W  Atlante  Mariano  àesci'ìve  le  prodigio- 
si immagini  della  B.  Vergine  esistenti  ne' 
sobborghi  e  nella  diocesi;  il  MafTei  rileva 
i  pregi  artistici  ove  sono  in  dette  chiese 
e  nell'altre  di  Verona.  Si  hanno  di  Gio. 
Battista  Biancolini,  Notizie  {storiche  del- 
le Chiese  di  Verona,  ivi  1749.  lof^i  4- 
L'Ughelli  descrive  le  antiche  badie  di 
Verona,  cioè  di  s.  Zenone,  de'ss.  Fermo 
e  Rustico  Minore  in  Braida,  della  ss.  Tri- 
nità, e  de'ss.  Nazario  e  Celso,  tulle  del- 
l'ordine di  s.  Benedetto,  insieme  a  quel- 
le suburbane  e  della  diocesi.  Quindi  con 
interessante  statistica  nomina  ed  enume- 
ra 49  chiese  parrocchiali  di  Verona,  del- 
le quali  7  in  cura  di  religiosi;  20  chiese, 
conventi  e  monasteri  regolari  in  città  e  3 
nel  suburbio;  16  chiese  di  monache  in  cit- 
tà; 18  semplici  chiese  in  città  ei2nel  sub- 
urbio; 18  spedali  in  città  e  3  nel  subur- 
bio; io  luoghi  pii  In  città  con  monasteri 
di  monache;  3  1  oralorii  di  pie  congrega- 
zioni o  confraternite  in  città;  2  oralorii 
nel  suburbio;  36  parrocchie  nella  dioce- 


V  E  R  171 

si  0  arclpretali.  Si  legge  nell'ultima  pro- 
posizione concistoriale,  esservi  nella  città 
sex  viroriim,  et  quatuor  ììtnlierum  mo- 
nasteria,  nonnulla  laicoruni  sodalitia, 
orphanotrophilun,  bina  ospitalia,ptoco- 
trophinm,  brephotrophium,  nions  pietà- 
lis  et  seminarinm.  Riserbandomi  di  par- 
lare più  sotto  di  tali  pie  e  benendie  isti- 
tuzioni ,  dirò  intanto  che  i  regolari  esi- 
stenti in  Verona  sono  i  ministri  degl'in- 
fermi o  crociferi,  i  filippini,  i  minori  os- 
servanti, i  minori  osservanti  riformati,  i 
cappuccini,  i  benfratelli,  i  gesuiti,  i  mis- 
sionari. Sono  le  religiose,  quelle  della  s. 
Famiglia  mìnime  della  Carità,  le  Clarisse, 
le  figlie  della  Carità  o  canossiane,  le  suo- 
re della  Misericordia,  le  figlie  dell'lmma- 
colataConcezione. Fuori  di  Verona,  i  cap- 
puccini hanno  convento  a  Villafranca,  le 
canossiane  hanno  casa  in  LonatOj  le  suo- 
re della  Misericordia  in  Zevio.  In  Desen- 
zane  è  un  monastero  d'orsoline,  ed  in  Lo- 
nato  vi  sono  pure  l'ancelle  della  Carità. 
Quanto  a'cappuocini,  restituiti  a  Verona 
nel  1 835, nel  convento  pressoCampoMar- 
zo  eretto  di  pianta  dalla  liberalità  de've- 
ronesi;  più  di  recente  la  religione  e  mu- 
nificenza del  fu  marchese  Bonifazio  di  Ca- 
nossa costruì  e  provvide  interamente  il 
nominato  altro  sagro  ricetto  a  Villafran- 
ca, grossa  borgata  un  i  o  miglia  da  Vei'O- 
na ,  del  quale  già  erano  in  possesso  nel 
lB39,pel  loro  santissimo  vivere  di  evan- 
gelica povertà  sprezzatrice  delle  monda- 
ne cose.  Riferisce  il  Maffei,  che  in  Vero- 
na dopo  il  rispettabile  capitolo  cattedra- 
le, vi  è  altro  corpo  ecclesiastico  molto  co- 
spicuo fijrmalo  dalla  Congregazione  del 
Clero  intrinseco,  che  comprende  lutti  i 
parrochi  di  città,  ed  ha  sotto  di  se  due 
chiese,  nelle  quali  pur  dà  le  bolle,  e  go- 
deva anche  temporali  giurisdizioni.  Avea 
parte  dopo  il  capitolo  nelle  elezioni  ca- 
noniche de' vescovi,  come  può  vedersi  in 
quella  di  Bonincootro  nel  1295,  di  cui  «i 
sono  conservati  gli  atti  prodotti  dall'  U- 
ghelli,  ne'  quali  appare  ancora  come  il 
clero  diocesano  formava  un'  altra  con- 


ìyl 


VER 


gregazìone.,  che  votava  dopo  quella  del- 
l'urbano. Le  chiese  di  città  erano  alti  e 
volle  provvedute  di  molto  onorevole  ren- 
dila; ma  ora,  benché  rimangano  sull'  ì- 
stes^io  piede  nell'aggravio,  sou  venute  io 
gran  parte  quasi  al  niente,  per  essersi  an- 
dati disperdendo  i  livelli;  il  che  più  di- 
sordini forza  è  che  produca  nell'ecclesia- 
stica disciplina.  Né  a  questo  danno  sup- 
pliscono più  i  lasciti  o  legati  de'  cittadi- 
ni ,  quali  da  gran  tempo  non  più  alle 
parrocchie,  né  a'Iuoghi  pii,nè  agli  ospi- 
tali, ma  solevansi  solamente  disporre  a 
favore  de'  regolari.  Tra  le  abbazie  com- 
mendate insigne  sopra  tutte  era  quelle  di 
s.  Zenone,  che  passata  in  commenda,  de* 
tratta  la  mensa  de'monaci,  quando  i  be- 
ni erano  ben  diletti  e  l'entrale  correva- 
no a  giusto  prezzo,  si  calcolava  la  rendi- 
ta deli' abbate  commendatRrio 'a  ducati 
I  5,000.  Possedeva  più  giurisdizioni  spi- 
rituali e  temporali,  teneva  cancellerie,  e 
ne'  suoi  beneHzi  di  cittù  e  fuori  avea  la 
presentazione  e  la  nomina.  Le  cause  ci- 
'vili  de'suoi  erano  giudicale  dal  commis- 
sario deputalo  dall'  abbate,  e  1'  appella- 
zione spellava  a'rettori  imiti.  Pingui  ab- 
bazie erano  ancora,  tra  le  altre,  quelle  di 
s.  Maria  della  Chiara  e  delta  Trinità,  il 
monastero  di  s.  Maria  in  Organo  e  quel- 
lo ^e\%.  Nazario  e  Celso,  con  giurisdizio- 
ne sopra  alcune  chiese  e  parrocchie,  con- 
cedendo gli  abbati  le  bolle  agli  esa urinati 
e  giudicati  degni  dal  vescovo.  Tanto  i  be- 
nefizi di  città  quanto  quelli  del  territo- 
rio per  giustizia  naturale  e  per  volontà 
del  princi|)e,  abbastanza  dichiarata  nella 
raccomandazione  benignamente  promes» 
sa  per  quelli  diesi  conferiscono  alla  s.Se- 
dejcome  si  tia  dalla  i .'  bolla  d'oro  del  do- 
ge Michele  sSteno  ,  e  ancora  per  decreti 
pontificiijindicati  uit\\'  Italia  sacra,fi'\  deb- 
bono conferire  a'  veronesi.  Il  elevo  per 
raniminislrazione  ordinaria  ed  economi- 
ca veniva  rappresentato  da  4  sindaci,  cioè 
uncanonico,  un  arciprete  di  cillà,un  arci- 
prete di  fuori, ed  un  monaco. —  Ora  n  ra- 
gionare della  beueOceuza  e  istruzione  pub- 


VER 

bllca  In  Verona,  procederò  con  un  au!o> 
revole  libro,  aggiungendovi  altri  analo- 
ghi cenni.  L'importantissimo  e  pregevo- 
le libro  intitolato:  Stato  della  Beneficen- 
za e  delta  Istruzione  in  Verona  i838. 
Cenni  storico-statistici  dell' ah.  Gio.  Bat- 
tista Carlo  conte  Giuliuri.  Omaggio  a 
Ferdinando  imperatorie  re,  Verona  dal- 
la tipografìa  provinciale  di  Paolo  Liban- 
ti a  beneficio  degli  asili  di  carità  per  l'in- 
fanzia. In  4  quadri  sono  descritti  gli  sta- 
bilimenti privati  e  pubblici,  e  associazio- 
ni di  beneficenza  e  istruzione  esistenti  ia 
Verona  neh 838,  divisi  in  titolo  e  sede, 
descrivendosi  in  breve  la  storia,  lo  scopo, 
i  metodi  di  ciascuno,  il  numero  degl' in- 
dividui beneficali  specificati  per  sesso,  la 
rendita  o  spesa  annua  d'ognuno.  I.  Qua- 
dro:  Stabilimenti  e  associazioni  di  bene.-> 
iicen%a.  =z  Con  ricOi'ero.=:z  i .  Civico  spe^ 
</rt/e<z.?.y^/i/o/i?b.ApertoaltroveDcli5i5, 
dopo  varie  vicende  fu  trasportato  nel 
i8ia  nel  soppresso  monastero  di  s.  An- 
tonio. Accoglie  gratuitamente  gl'infermi 
poveri  della  città,  e  con  dozzina  quelli  an- 
cora della  provincia,  o  che  appartengo- 
no ad  altri  istituti  di  beneficenza,  le  guar- 
die dell'i,  r.  finanza  ec.  1  letti  sono  circa 
3oo,  cioè  per  gli  uomini  i  2Q,  per  le  don- 
ne 180.  Net  corso  d'un  anno  entrarono 
nell'ospedale  uomini  838,  donne  58o.  Lo 
spedale  de'Aizz/,  e  la  sala  per  le  Parto- 
r/e«/( sono  compresi  in  questo  stabilimen- 
to, retto  da  un  proprio  direttore  medi- 
co, e  da  un  amministratore.  Le  rendite 
annue  patrimoniali  (compreso  il  generoso 
legato de'conìugi  Trevisani  di  lireaustria- 
che  630,000),  sommano  a  lirei  1 1,000; 
la  comuneaggiunge  intornoa  lire22,ooo, 
Gl'individuibenelìcali  sono:  maschi  838, 
femmine  58o.  L'edifizio  è  magnifico.  — ' 
2.  Casa  di  Ricovero  a  s,  Caterina.  Isti- 
tuita nel  1812  in  mezzo  alle  calamità  e 
alle  miserie,  dalla  spontanea  benelioen- 
za  de'cittadini  per  soccorrere  i  poveri  in- 
ca[)aci  di  lavoro,  di  (pialunque  sesso  ed  e- 
là.  Nel  1819  ne  accoglieva  600  con  lir« 
170,000  di  spesa.  Uopo  l'eredità  (\t[^ 


VER 
la  benefaltrice  Trevisani,  ascesa  a  lire 
1,499,000,  venne  unito  al  ricovero  l'o- 
sp««lale  de  Cronici,  e  neh  838  ve  n'era- 
no i4o:  i  vecchi  impotenti  100,  le  donne 
|8o,  le  fanciulle  45».  Dal  1816  ali 834  '* 
somma cleli'eietlilào  legatidevolutiaque- 
stopioluogo  ascendeva  a  lire  2,024,^80. 
Beneficati:  maschi  1  70, femmine  166. — 
3.  Civica  casa  cV Industria  alla  ss.  Trini- 
tà. Neli8i2  fu  aperta  per  cura  del  mu- 
nicipio, aggiuntovi  nel  I  83o  un  ramo  cor- 
rezionale; tornò  poi  nel  1837  sulle  prime 
fornie,  anzi  le  migliorò  d'assai.  Piìx  arti 
vi  sono  introdotte:  vi  lavorano  a  convit- 
to 80  individui  maschi;  da  fuori  ne  ven- 
gono a  opera  3o,  e  donne  20.  Una  com- 
missione dirige  questo  industriale  istitu- 
to, composta  d'un  presidente  e  5  membri. 
La  comune  sopperisce  alle  spese,  col  soc- 
corso di  lire  6,000  ,  che  vengono  dalla 
casa  di  ricovero.  Beneficati:  maschi  1  10, 
femmine  20.  — 4-  -^^Hoa'  vecchi  par - 
rochi  e  sacerdoti  al  seminario. Fotìòazìo- 
ne  della  benefica  Trevisani,  fatta  nel  1 833 
in  una  casa  al  Seminario:  in  mancanza  di 
questi  il  reddito  si  devolve  a  benefìcio  de' 
chierici  poveri  accolti  nel  seminario  me- 
desimo. Beneficati  2.  —  5,  Ritiro  delle 
Convertite  a  s.  Silvestro.  Devesi  allo  ze- 
lo della  contessa  INlaria  Gavardi  Sagra- 
0)050,  e  di  altre  pie  dame  ospitaliere,  che 
con  raccolte  limosina  lo  fondarono  nel 
1 807,  ad  oggetto  di  rimettere  sul  sentie- 
ro della  virtù  le  donne  traviate.  Divide- 
si  lo  stabilimento  in  due  sezioni:  l'una di- 
tesi di  prova,  e  conta  3  giovani:  l'altra 
di  ravvedimento,  e  ne  ha  19.  Nel  i8i5 
l'imperatore  Francesco  I  cedette  alle  pie 
dame  a  temporaneo  uso  l'antico  mona- 
stero di  s.  Silvestro.  Il  sacerdote  M.  An> 
tonio  Marchi  per  assicurare  viemmeglio 
un'opera,  alimentata  fin  allora  da  sola 
spontanea  carità,  e  dotarla  di  certo  red- 
dito, neh  832  comprò  il  suddetto  mona- 
stero per  lire  24}00o,e  nel  1 835-38  eresse 
un  grandioso  palazzo  disgiunto  dal  luogo 
stesso,  avendovi  speso  sino  ah  838  circa 
Iirei8o,oo0je  stava  sul  compiersi,  eoa 


VER  173 

animo  dì  rivolgere  il  ricavato  dagli   af- 
fitti a  soccorso  dell'opera.    Dal  1820  al 
i838  entrarono  nello  stabilimento  202 
donne,  delle  quali  collocale  in  diversi  mu- 
di 181,  e  di  queste  maritate  80,  con  ot- 
tima riuscita  dì  quasi  tutte.  Il  ritiro  è  go- 
vernato da  una  signora  presidente  e  da 
due  altre  assistenti:  vi  è  pure  un  sacer- 
dote direttore,  con  la  sorveglianza  d'una 
commissione  presieduta  da  mg.'  vescovo. 
Beneficate  22.  =  Senza  ricovero.  =■  6. 
Commissione  centrale  di  pubblica  bene- 
ficenza. Fu  organizzata  nel  1816,  mg. 
vescovo  n'è  il  presidente,  un  vice-presi- 
dente e  6  membri  ;  dirige  la  pia  casa  di 
ricovero,  e  secondo  i  governativi  regola- 
menti ha  l'obbligo  di  una  generale  sor- 
veglianza anchesugli  oggetti  an>niinistra- 
livi  tanto  della  detta  pia  casa,  che  delle 
coniniissarie  ó\  pubblica  beneficenza.  Si 
occupa  ancora  nel  raccogliere   limusine 
da'cittadini  a  sussidio  de'poveri  delle  di- 
verse contrade,  a'quali  con  circolare  tlcl 
16  giugno  1837  pensò  anche  devolvere 
pure  tutte  quelle  elemosine,  prodotti,  e 
risorse  eventuali  cUe  prima  era  slata  a- 
strelta  impiegare  per  la  pia  casa. Dal  1816 
al  1834  distribuiva  lire  1 59,244  ^  ^^"^ 
39,800  famiglie,  soccorrendo    i37,3o3 
poveri.  —  7.  Commissione  di  soccorso 
agli  orfani  rimasti  dal  cholera,  e  per 
gli  asili  all'infamia.  Dopo  il  cholera  nel 

I  836  una  società  di  ben  5o  delle  più  di- 
stinte signore  veronesi  fece  una  colletta 
di  volontarie  soscrizìoni  pel  soccorso  de' 
poveri  orfanelli  superstiti, depositandone 
la  somma  nelle  mani  di  mg.'  vescovo.  Si 
formò  a  llora  una  commissione,  presiden- 
te tal  prelato,  membri  2  sacerdoti  e  4  no- 
bili signori.  Nel  1837  per  collocaujento 
degli  orfani,  sussidii  straordinari  di  legna 
e  polenta,  e  fondazione  di  2  case  d'asilo 
per  l'infanzia,  furono  spese  lire  io,24g. 

II  preventivo  del  1 838,  coll'apertura  d'u- 
ua   terza  casa  di  asilo,  sommava  a    lire 

I  7,902,  —  8.  Società  di  sussidii  pe'sa- 
cerdoti  infermi.  Si  ordinò  nel  1823.  I  so- 
cii  ael  1 838  erano  1 00  e  pagavano  auuue 


174  VER 

lireio:o4:  ogni  sacerdote  infermo  licere 
per  3  mesi  lireniS  al  giorno.  La  socie- 
tà acquistò  nel  i835  un'edicola  nel  pa- 
trio cimiterio  a  comune  sepolcro.  — g. 
Spedalieri  notturni.  Il  sacerdote  Pietro 
Leonardi  sin  dal  i  797  avea  istituito  que- 
sta pia  unione  di  sacerdoti  e  laici  pel  soc- 
corso degl'infermi  all'ospedale  civile. 
Sciolta  quasi, fu  rimessa  in  vigore  nel  1829 
mercè  i  zelanti  impulsi  e  l'esempio  del  ve- 
scovo mg."^  Grasser.  Ogni  notte  un  sa- 
cerdote, un  chierico,  e  2  laici  fanno  la  ve- 
glia ,  indi  anche  nel  giorno  si  recano  a 
confortare  que'malali. —  io.  Pia  opera 
di  carità.  Antica  fondazione  per  soccor- 
rere i  poveri  infermi  nelle  loro  case  coti 
medicine  e  assistenza  medica.  A  tale  sco- 
po ella  stipendia  io  medici  e  io  chirur- 
ghi distribuiti  nelle  varie  parti  della  cit- 
ta. E  governata  dal  direttore  e  ammini- 
stratore del  civico  spedale.  Possiede  fon- 
di propri,  la  rendita  annua  è  di  circa  lire 
10,000.  Nel  1887  spese  per  onorari  a' 
medici  lire  5,o5o,  per  medicinali  lire 
1 0,000;  la  comune  supplisce  al  deficit.  Le 
medicine  furono  somministrate  a  4)3oo 
circa  inférmi  poveri.  —  11.  Convnissa- 
rie  di  pubblica  beneficenza.  Sono  molli 
legati  pii  l'amministrazione de'quali  è  de- 
voluta in  gran  parte  alla  Commissione  di 
pubblica  beneficenza  y  che  ne  distribuì- 
«ce  i  redditi  secondo  la  volontà  de'testa- 
tori  a'parrochi  in  soccorso  de'loro  pove- 
ri.—  1 1.  Patri  moni  a' chierici  poveri.  Per 
legati  Trevisani,  Busti,  Molin,  Bonzani- 
Ili  e  altri  vennero  stabiliti  18  patrimoni 
perpetui  a  favore  de'chierici  poveri.  Be- 
neficali 18.  — 13.  Doli  a  povere  e  oneste 
donzelle.  Vengono  in  gran  parte  dalle 
suddette  coramissnrie ,  e  da  diversi  altri 
pii  istituti.  Ogni  anno  la  casa  di  ricovero 
ne  deve  84,  lo  spedale  civico  1 5, e  pel  le- 
gato del  celebre  Antonio  M.  Lorgna  al- 
tre 12,  il  capitolo  canonicale  3,  lu  cassa 
della  dottrina  cristiana  5,  la  compagnia 
«lei  Siinlissiino  in  s.  Eufemia  1 8,  s.  Tont- 
maso  3,s.  Anastasia  2,  la  compagnia  del 
Sautissimu  di  s.  Giovauui  ìd  Vaile  3.  lu 


VER 

tulle  sommano 1 4^1  doti,  dalle  1 8  lire  al- 
le i  og. —  1 4.  Pie  unionidf  gli  artisti.  Nel- 
le calamità  del  cholera,  per  opera  del  sa- 
cerdote Giuseppe  Turri  nel  i836  si  for- 
marono le  pie  unioni  i\e  barbieri,de  snr- 
tori,  óe fabbri-ferrai  e  de'  tessitori.  Ol- 
tre a'religiosi  atti  a  che  s'impegnano  i  so- 
di, si  aiutano  in  caso  di  malattia  con  una 
lira  al  giorno,  e  si  provvedono  di  lavoro 
dove  ne  fossero  mancanti.  Vennero  pò- 
scia  a  loro  esempio  le  altre  pie  unioni  de- 
gli orfani  (sic)  e  argentieri,  de  pizzica- 
gnoli, (ìe  calzolai,  iW muratori,  degli  o- 
stif  defalegnami,  de' cocchieri  e  d'altri, 
che  senza  speciale  obbligazione  prestano 
però  soccorsi  a'poveri  della  loro  arte.  Cia- 
scuna pia  unione  ha  un  protettore  scel- 
to tra'nobili,  e  un  sacerdote.  Sono  una 
specie  dell'utilissime  e  antiche  università 
artistiche. — 15.  Pia  unione  della  dottrina 
cristiana  a  carcerati.  Quest'antica  com- 
pagnia composta  di  12  individui,  ha  li- 
cenza di  recarsi  ogni  festa  alle  carceri  po- 
litiche e  criminali,  e  alla  civica  casa  d'in- 
dustria. Distribuisce  a  que'poveri,  dopo 
le  istruzioni  e  i  conforti  spirituali,  anche 
temporali  soccorsi:  dona  a  ciascimo  due 
pani  e  una  cartuccia  di  tabacco.  Si  pren- 
de poi  cura  di  essi  quando  escono  di  car- 
cere. Non  ebbe  ancora  alcun  fondo,  s'aiu- 
ta per  via  di  liraosine. —  1 6.  Nuovo  Mon- 
te di  pietà,  e  Cassa  di  risparmio  a  s.  Be- 
nedetto. 11  Monte  di  pietà  esisteva  già  sin 
dali490.  Riordinato  poi  neliGSg  creb- 
be tanto,  che  nel  1797  possedeva  un  ca- 
pitale d' un  milione  circa  di  lire  italiane. 
Spogliato  d'ogni  suo  avere  per  le  vicen- 
de politiche  di  que'terapi,  fu  riaperto  col 
dono  di  lire  60,000  dal  municipio  nel 
1820,  presente  l'  imperatore  Francesco 
I,acui  l'opera  di  tanto  pubblico  bene  ve- 
niva intitolala.  Si  pensò  poi  di  aggiun- 
gervi la  cassa  di  risparmio,  come  una  sor- 
gente di  denaro  e  una  dote  al  monte,  e 
come  una  istituzione  assai  vantaggiosa 
per  avvezzare  i  cittadini  alla  domestica 
economia.  Ambedue  le  pie  opere  son(» 
rette  da  uu  dircUore.  Nel  i8;25  eulru- 


i 


VER 

lono  p<'gni  8,789  ,  del  valore  d'i  lire 
1 37,751: 43.  Nel  1837  ne  entrarono 
135,701,  del  valore  di  lirej, 42  7, 43  2:7  5. 
JVelIa  cassa  di  rìsparcnio  nel  iH'25  si  fe- 
cero 533  investite  del  valore  di  lire 
63,8i4:o6j  nel  1837  se  ne  fecero  43  r  del 
valore  di  lire  276,482:47. —  17.  Mini- 
stri degl'infermi  a  s.  Antonio.  I  lunghi 
e  caldi  voli  del  veronese  d.  Cesare  Bre- 
sciani ,  che  si  ofTr'ì  con  altri  sacerdoti  e 
laici  di  trapiantare  in  Verona  il  pietoso 
istituto  di  s.  Camillo,  a  bene  dell'  ospe- 
dale e  del  ricovero,  furono  compiuti  po- 
co dopo  ili  838,  per  la  favorevole  acco- 
glienza che  ottennero  presso  l'una  e  l'ai- 
ira  autorità.  —  H.  Stabilimenti  e  Jsso- 
dazioni  di  beneficenza.  =z  Per  le  clas- 
si povere.  =:z  i8.  Casa  degli  esposti  in 
s.  Stefano.  Ebbe  origine  nel  1426,  e  si 
eresse  a  pubblico  stabilimento  nel  1821. 
Raccoglie  e  mantiene  i  figli  illegittimi  o 
nbbandonali  pel  corso  di  12  aimi.  Negli  8 
nuni  18  14-21,  vennero  annualmente  al- 
la casa  336  bambini,  de'  quali  100  nati 
nel  Tirolo;  nel  1837  nella  sola  provincia 
di  Verona  369.  Il  sacerdote  Moschini  la- 
sciò a  questa  casa  nel  1  83  i  liie  200,000 
da  impiegarsi  nell'erezione  d'un  più  va- 
sto ospizio  che  nel  1 838  si  slava  edifican- 
do. La  rendita  era  di  lirei35,ooo  cir- 
ca :  l'erario  soniministra  annua  somma 
determinata.  La  comune  paga  lire  5ooo 
circa  annue  pe' figli  illegittimi  di  madri 
conosciute  e  povere.  Lo  stabilimento  è 
governato  da  un  direttore  medico;  vi  è 
un  amministratore,  una  priora  per  l'in- 
terna sorveglianza,  un  calechista,ec.  Am- 
messi air  istruzione  e  beneficati:  maschi 
i6oo,femminei5o8. — \o.  Orfanotrofio 
maschile  e  casa  di  educazione  pe' giova- 
ni artigiani  nel  ricovero.  Nel  1 8 1 2  erasi 
istituito  un  orfanotrofio  maschile  annes- 
so alla  suddetta  casa  degli  esposti,  con 
parte  delle  cui  rendite  doveva  essere  so- 
stenuto. In  seguito  per  difetto  di  locale, 
gli  orfani  vennero  messi  a  dozzina  nella 
casa  di  ricovero,  aggiunti  agli  altri  gio- 
vani luiìieiabili  quivi  raccolti.  Ciesciulo 


VER  17' 

cos'i  li  numero  di  questi,  parve  bene  allo 
zelo  del  sacerdote  d.  Cesare  Bresciani  di 
separarli  dalla  massa  degli  altri  ricove- 
rati; il  perchè  edificò  in  gran  parte  a  sue 
spese,  con  16,000  lire  circa,  ne'recinti  del 
pio  istituto,  un'apposita  casa  intitolata  a 
s.  Luigi  Gonzaga  nel  1828-3  1,  dove  aves- 
sero comoda  stanza.  Ad  apprendere  le  ar- 
ti vanno  al  giorno  allogali  in  diverse  bot- 
teghe per  la  città  ,  tornando  a  casa  pel 
pranzo^  e  alla  sera.  Scuole  interne  li  am- 
maestrano nella  dottrina  cristiana,  negli 
studi  elementari  e  nel  disegno.  La  came- 
ra di  commercio  mantiene  in  questa  ca- 
sa i  figli  d'artigiani  poveri,  premiando  o- 
gni  anno  quello  che  più  si  distingue  nel- 
l'aite  e  insieme  nel  buon  costume  con  li- 
re 3oo:  dali8i6  ah 834  tlitt^'e  per  essi 
all'istituto  lire  283,265,  d'ordinario  an- 
nue lire  8,000.  La  rendita  figura  nella 
complessiva  somma  segnata  più  sopra  al 
n.  2.  Direttrice  di  questo  pio  istituto  è 
la  Commissione  centrale  di  beneficenza. 
I  maschi  beneficati  sono  ì^o. — r20.  Or- 
f  inotro fio  femminile  a  s.  Francesca  di 
Cittadella.  L'  antico  isliluto  detto  le 
Franci'schim:  fu  aperto  sino  al  1 548  per 
le  fanciulle  povere  e  mendiche.  Nel  1812 
gli  furono  aggiunte  le  rendite  i]e  derelit- 
ti e  de' mendicanti,  per  cui  nel  1 838  som- 
mavano a  lire  4i>ooo.  Vi  è  un  direttore 
onorario, un  amministratore,  un  catechi- 
sta; oltre  la  superiora,  e  maestre  per  l'in- 
terna disciplina  ed  istruzione.  Beneficate 
femmine  l  1 2.  —  2  i .  Casa  di  educazio- 
ne pe'  giovani  d' ottimo  ingegno  a  s.  Car- 
lo. Questa  nuova  e  preclarissima  istitu- 
zione ebbe  regolare  principio  nel  1 83 2  per 
opera  del  sacerdote  professore  del  semi- 
nario d.  Nicola  Mazza.  Raccoglie  i  giova- 
ni forniti  d'ottimo  ingegno,  al  che  uni- 
scano buoni  costumi  e  buona  indoIe,i  qua- 
li per  mancanza  di  mezzi  non  verrebbe- 
ro coltivati  ed  educati.  A  questi  però  vien 
data  educazione,  e  liberissimi  nella  scel- 
ta di  qualunque  carriera,  sono  in  quella 
che  vogliono  percorrere  sempre  condotti 
e  (uaoteauli  siao  al  suo  perfetto  compi- 


iy6  VER 

mento.  ì  giovani  di  questo  convitto  fre- 
c]iienlano  le  scuole  tiel  seuiiuano,  «  nel 
1  838  la  teologica  2,  la  filosofica  8,  il  gin- 
nasio 88,  la  3."  elementare  20.  NeliBSg 
l'islituloteclovea  stabilire  una  casa  anche 
e  l'adova,  dove  sotto  la  custodia  d'alcu- 
ni de'suoi  sacerdoti  possano  i  giovani,  che 
lo  vogliano,  fare  il  corso  dell'università. 
Anche  a  Venezia  mandò  alcun  altro  per 
lo  studio  delle  belle  arti  e  che  mostrava 
glande  altitudine,  con  animo  ili  mante- 
nerlo poscia  a  Pioma.  Questa  casa  si  reg- 
ge sulla  carila  de'  benevoli  concittadini, 
die  non  sanno  né  ponno  però  riOularU 
uiai  al  d.  Mazza.  Il  sacerdote  F.  Aiberti- 
i»i  gli  forniva  gratuitameute  il  locale,  col 
vicino  oratorio.  0.  Mazza  venne  dall'itn- 
peralore  decoralo  della  grande  medaglia 
d'oro  con  catena  a' i4  settembre 1 838.  11 
cav.  MuUntìW,  Annali delleProvince  Ve- 
nde^ scriveva  nel  iSjS,  avere  la  carila 
del  Mazza  aperto  un'altra  casa  per  colo- 
io  de'suoiioo  e  più  giovanetti  che,  libe- 
ra a  ciascuno  di  essi  la  scelta  dello  stato, 
inleiulono  di  proGllare degl'insegnamen- 
ti di  quello  studio,  tenendoli  così  disuni- 
ti dall'altra  scolaresca,  aflìnchè  maggior- 
utente  i>i  inantenga  intatta  la  purità  de' 
loro  costumi;  né  ciò  è  bastante  al  bene» 
merito  sacerdote:  egli  ogni  anno  redime 
tutti  que'suoi  allievi  che  sono  chiamati 
alla  sorte  militare. —  22.  Gineceo  Icopc' 
dico  o  isliliizioiie  dì  educazione  dome  sti- 
ra per  le  fanciulle  a  s.  Paolo  di  Campo 
Marzo.  Fondato  dal  medesimo  encomia- 
to prof.  d.  Wicola  Mazza  nel  1828.  llac- 
toglie  quel  le  giova  net  te  pò  vere  e  innocen- 
ti ,  che  non  potendo  aver  collocamento 
negli  altri  pubblici  istituti,  prive  di  soc- 
corsi, crescerebbero  senza  coltura,  espo- 
ste a  pericolare.  L'educazione  civile  di 
(|ueÀte  non  niira  ad  altro  che  a  t'ormai  le 
l>rave  e  buone  doime  di  famiglia.  Al  qiial 
line,  anziché  tenerle  tutte  raccolte  in  cor- 
po in  un  solo  ospizio,  l'istitutore  le  ha 
con  nuovo  metodo  distribuite  in  varie  ca- 
se vicine  divise  in  tanti  piccoli  droppelli, 
go»eraale  da  due  uiutitUe  Ucllc  MaininUf 


VER 

e  sotto- Mamma,  costituendo  com  ciascu- 
no una  famiglia  particolare,  in  tutto  se- 
parata dall'altra.  Una  casa  è  assegnata  per 
la  scuola,  alla  quale  concorrono  le  gio- 
vani delle  diverse  famiglie,  ritornando 
alla  propria  per  desinare.  Di  recente  e- 
ravi  stata  istituita  uwa  floreria  ricca  de' 
migliori stromenli  pe'piìilìni  lavori.  Una 
infermeria  si  preparava  destinata  non  so- 
lo a'bisogni  dell'istituto,  ma  ancora  [>er 
avvezzare  alcune  giovani  che  vi  sentisse- 
ro vocazione  a  divenir  vigili  e  sperte  in- 
fermiere ,  da  poter  in  seguilo  chiamate 
prestar  gratuiti  soccorsi  anche  nell'allrui 
case.  L'opera  è  diretta  dallo  slesso  prof, 
d.  Mazza  ,  e  dal  suo  allievo  prof.  d.  L. 
Dusi.  Due  nobili  signore  ne  sono  le  pro- 
tettrici. Anche  questo  dispendioso  istitu- 
to non  avea  che  un  esiguo  patrimonio; 
miracolosa  carità  però  lo  inantenne,e  sem- 
pre più  lo  fa  prosperare.  Erano  l'educa- 
trici 25,  le  beneficate  femmine  226.  Tro- 
vo poi  nel  Mulinelli,  ben  a  ragione  loda- 
ta Verona,  come  città  che  più  di  qualsi- 
voglia altra  si  dislingue  per  private  be- 
neficenze. Guidato  dallo  spirito  del  Ca- 
lasanzio,  uniformaiulosi  però  alla  condi- 
tione  de'  tetnpi ,  il  sacerdote  Mazza  ali- 
menta e  ammaestra  in  molli  belli  e  ac- 
conci lavori  più  di  200  fanciulle  povera 
e  abbandonale,  non  raccolte  in  forma  di 
monastero  o  conservatorio,  ma  in  diverse 
case  in  forma  di  famiglia,  e  fa  nudrire  nel 
modo  stesso  ed  «ducarealtrovepiùdiioo 
miserabili  fanciullelti  (allude  alla  prece- 
dente casa  di  educazione).  Nel  voi. L XXX, 
p.  322,  tomai  a  celebrare  il  genovese  sa- 
cerdote Olivieri,  il  quale  riscatta  le  po- 
vere fanciulle  nere,  quindi  l'adida  ne'mo- 
nasleri  e  altre  case  pie  per  farle  educare 
cristiane,  e  che  nel  regno  Lombardo- Ve- 
neto ne  avea  collocale  38,  e  tra  queste  si 
devono  noverare  le  seguenti.  Pubblicò  la 
Gazzella  di  /  e/icz'Vz,  e  riprodusse  il  n. 
I  US LÌtì  Giornale  di  /io//?fldel  i853.»Nott 
vi  ha  forse  nelle  nostre  contrade  angolo 
così  refiiolo,  dove  la  soavissima  voce  del- 
la beuclìccuzu  uuu  abbia  UilTuso  il  auiue 


VER 
fjel  ()io  sacerdote  Mazza  di  Verona,  il  qua- 
le tol  prezzo  inestimabile  de'suoi  sudori, 
porge  doppio  e  greiluito  alimento  a  ben 
piti  di  4oo  tra  giovanetti  e  fanciulle,  che 
iiitn  furono  dall.i  fortuna  sorrisi,  i  quali 
senza  l'incessanti  e  paterne  cure  di  quel- 
l'angelo (li  carità,  languirebbero  nell'  i- 
gnoranza  e  nell'abbandono,  balestrati 
quelli  all'aratro  o  alle  officine,  e  queste  a 
vender  l'opera  loro,  e  forse  l*  innocenza 
nelle  splendid»;  case  dell'opulenza. Ma  non 
è  solo  sopra  le  cillà  lombardo-venete  e 
al  vicino  Tirolo,  che  discenda  l'influsso 
operoso  delia  sua  beneficenza;  che  anco 
sulle  lontanissime  rive  del  Nilo,  e  degli 
adusti  deserti  dell'  Africa,  benedetto  ri- 
suona  il  suo  nome,  da  che  giunsero  dal- 
l'Egitto parecchi  giovanetti  arabi  e  3  fan- 
ciulle more,  già  schiave,  destinati  quelli 
e  queste  a  ricevere  una  composta  educa- 
zione in  grembo  alla  religione  e  alla  ci- 
viltà. Imitatore  del  mirabile  zelo  dell'O- 
livieri,  il  p.  Geremia  Bertocci  da  Livor- 
no, missionario  per  17  anni  nell'Egitto, 
dopo  40  giorni  giunse  dal  Cairo  a  Pado- 
va a  15  luglio,  conducendo  seco  una  co- 
mitiva di  3o  piccoli  arabi,  tra  cui  16  fan- 
ciulle more  già  schiave  comprate,  4  S'o* 
vanelli  pur  mori  egualmente  comprati, 
ed  un  metliccio,  diretti  lutti  a  Verona 
Dell'istituto  del  sullodatod.  Mazza  ad  ap- 
prendervi le  prime  idee  di  religione  e  di 
.  dirozzamento,di  cui  erano  quasi  del  tut* 
io  ignari,  massime  quelli  che  fino  allora 
aveanogemutosotto  il  giogo  spietato  del- 
la schiavitù.  11  viaggio  dal  Cairo  a  Vero- 
na della  piccola  carovana  africana,  destò 
amn)irazione  e  stupore  nelle  cillà  e  terre 
per  dove  passò.  E  veramente  spettaco- 
lo commovente  e  pietoso  doveva  esser 
quello  di  vedere  un  ministro  della  religio- 
ne, abbronzato  e  riarso da'cocenti soli  del- 
l'Africa, vestito  de'panni  della  povertà  e 
della  penitenza,  togliere  all'ignoranza  e 
all'  abbrutimento  ben  3o  tenerelle  esi- 
stenze, a  20  delle  quali  era  stato  pur  al- 
lora, a  prezzo  d'oro,  donata  la  libertà,  il 
moggiore  de'beui,  che  possa  dar  la  for- 

voi.   ICIY. 


VER  »77 

(ima.  Assicura  quel  padre  che  in  più  luo^ 
ghi,  come  a  Malta  ed  a  Livorno,  fu  d'uo- 
po ricorrere  alla  forza  armata,  perchè  fos- 
se lasciato  libero  il  passo  a  que'  viaggia- 
tori; tanta  era  la  folla  del  popolo,  che  si 
accalcava  sui  loro  passi:  e  la  commossa 
voce  degli  abitanti  non  facea  che  invoca- 
re le  celesti  benedizioni  dell'umanità.  Noi 
pertanto  invochiamo  riconoscente  e  vera 
gratitudine  al  sacerdote  Mazza,  e  copio- 
sa indefettibile  ricompensa  a  tutti  colo» 
ro  che  in  qualuu(jue  modo  concoVrono 
sia  colle  sostanze,  sia  con  l'ingegno,  sia 
colle  materiali  prestazioni,  ad  un'opera 
di  tanta  carità  e  di  tanto  decoro".  Rac- 
contò poi  la  Bilancia,  foglio  di  Verona, 
e  ripetè  il  n.i8  dello  stesso  Giornale  dì 
Roma  del  i854,  che  a' 6  gennaio  nella 
chiesa  di  s.  l'aolo  di  Campo  Marzo  in  Ve- 
rona fu  compiuta  un'  assai  di  vota  e  com- 
movente funzione.  Quindici  giovanetle 
delle  tribù  dell'Africa  centrale  ricevette- 
ro in  quel  di   il  sagro  battesimo  per  le 
mani  di  mg."^  Giovanni  Neuschel  arcive- 
scovo di  Teodosiopoli,  già  vescovo  di  l*ar- 
ma.  Ad  un'altra  furono  fatte  le  sole  sa- 
gre ceremonie  ,  avendo  già  ella  innanzi 
ricevuto  il  battesimo,  perchè  presada  gra- 
ve malattia  corse  pericolo  di  vita.  Nel  me- 
desimo tempo  che  mg.'  Neuschel  lavava 
nell'acque  battesimali  queste  giovanette, 
il  parroco  dis.  Stefano  battezzava  4  g>o? 
vanetti  nativi  anch'essi  dell'Africa,  ed  uà 
turco,  che  vennero  anco  ammessi  dipoi 
alla  mensa  eucaristica.  Si  gli  uni  che  le 
altre  vengono  mantenute  nel  collegiodaU 
l'ottimo  e  zelantissimo  sacerdote  d.  Nico- 
la Mazza.  Questi  poveri  fanciulli  ricevo- 
no in  Verona  uua  cristiana  educazione, 
fino  a  che  cresciuti  in  età  possano  essere 
mandati  alla  loro  patria,  e  quivi  insegna- 
re a'ioro  fratelli  le  scienze,  ed  i  lavori  da 
essi  appresi  in  Europa.  »  Cosi  d.  Nicola 
Mazza,  il  quale  ne'suoi  due  collegi,  l'unc^ 
pe'raaschi,  l'altro  per  le  femmine,  man- 
tiene ed  educa  alla  pietà,  alle  scienze  ed 
al  lavoro  ben  5oo  persone,  in  grandissi- 
ma parte  della  nostra  città  e  proTÌncia» 
12 


lyS  VER 

concorse  anclie  colle  sue  forze  a  dilatare 
la  religioue, ed  a  spandere  frale  nazioni 
barbare  dell'  Africa  la  crÌ!>riana  civil- 
tà". —  23.  Le  Figlie  della  Carità  de' sì. 
Giuseppe  e  Fidenzio.  Nuovo  ordine  reli- 
gioso, fondalo  dalla  marchesa  Maddale- 
na di  Canossa,  alla  quale  l' imperatore 
Francesco  1  nel  1 8 1  5concesse  in  dono  l'ex 
monastero  de'ss.  Giuseppe eFidenzio.do- 
ve  se  ne  fece  l'erezione  canonica  nel  1 8 1  g. 
Le  figlie  della  Carila  {^\n\.a\e  articolodie- 
di  up  cenno  dell'istituzione,  sparsa  nella 
Lombardia  e  nel  Veneto,  essendomi  pro- 
posto qui  trattarne  come  notai  in  altri 
luoghi,  però  dicendone  confermate  le  re* 
gole  da  Leone  XII, qui  aggiungo  col  bre- 
ve iS'iiVoZ'/^jde'aS  dicembre  1828,  Bull. 
Rom.  coni.  1. 1 7,  p.  427,  ove  sono  ripor- 
tale interamente  le  regole  stesse,  e  si  dice 
cheristituto/nato  in  Verona  privatamen- 
te, si  dilatò  prima  in  Venezia,  o\e  fxnco 
ne  ragionai,  poi  in  Milano  ed  in  Bergn- 
mo.  Dirò  pure,  che  Gregorio  XVI  col  bre- 
ve Clini  siciil  JVobis,  de' IO  luglio 1 832, 
Bull.  Boni.  coni.  1. 19,  p.  121,  concesse 
indulgenze  alle  figlie  della  Carità,  viven- 
te la  fondatrice  Canossa  dal  Papa  gran- 
demente ammirata^  alle  case  da  essa  a- 
perte  in  Verona,  Venezia,  Milano,  Ber- 
gamo) allora  avevano  due  case  a  Mila- 
no, altre  a  Venezia,  a  Trento, a  Cremo- 
na, a  Bergamo,  a  Brescia.  I  rami  di  ca- 
rità in  che  si  occupano  sono:  1.  Istruzio- 
ne, educazione  e  custodia  delle  fanciulle, 
giovani  e  donne  povere:  col  tenere  scuola 
ogni  giorno  da  roane  a  sera  per  le  fan- 
ciulle povere,  neh  838  essendo  100;  col- 
l'istruire  ogni  di  dalle  2  alle  3  le  povere 
giovani  artigiane,  che  allora  erano  160; 
coll'istruire  le  donne  povere  due  volte  per 
settimana  dalie  3  alle  4»  Q  quell'epoca 
giungendo  u  60;  col  tener  ogni  festa  do- 
po le  funzioni  parrocchiali  raccolte  legio- 
vani  fino  alla  sera,  in  numero  di  3oo  a 
della  epoca.  2.  Assistenza  alle  scuole  del- 
la dottrina  cristiana  della  parrocchia  me- 
nandovi le  giuvani  allieve.  3.  Visita  dcl- 
l'inferuie  airos|)edale.  4-  Educazione  ìq< 


VER 

ternad'alcune  giovani  dicampngna  man- 
date loro  tla'parrochi,  per  allevarle  in  gui- 
sa da  divenir  poscia  maestre  ne' paesi.  5. 
Istruzione  ed  educazione  delle  sorde-mu- 
te  (come  rilevai  nel  voi.  LXVII,  p.  223), 
della  cui  scuola  nel  n.  40  parlerò.  6.  Ri- 
cevono neir  istituto  le  signore,  anche  «e 
lor  piace  a  convivere  dentro,  ne' io  gi'H'- 
ni  degli  esercizi  spirituali  ogni  anno, e  nel 
giorno  del  mensile  ritiro.  Erano  l'educa- 
trici 28,  le  ammesse  all'istruzione  320. 
Noterò,  chedell'istituto  delle  figlie  della 
Carila  dette  Canossiane,  è  protettore  il 
cardinal  Fabio  M."  Asquini  d' Udine,  nS' 
toin  Fagagna.  Abbiamoli!  d.  Cesare  Bre- 
sciani, Elogio  della  marchesa  Madda- 
lena di  Canossa  fondatriee delle  figlie 
della  Carità,  Verona  dalla  tipografia  Li- 
banti 1  835.  Già  l'annalista  cav.  Mutinel- 
li  avea  celebralo  Maddalena  Maria  di  Ca- 
nossa, cattolica  e  saggia  quanto  la  pur  he- 
nemeritagrancontessaMalilde  marchesa- 
na di  Toscana,  óa  cui  ella  in  retta  linea 
discendeva  (sidla  quale  di  recente  scrisse 
il  p.ab.  d.  Luigi  Tosti  :  La  Contessa  Mar 
tilde  e  i  Romani  Pontefici,  Firenze  1 8  %i)', 
nonché  il  p.  Bresciani:  La  Conlessa Ma^ 
tilde  di  Canossa,  presso  la  Civiltà  Cai' 
tolica,  serie  3.*,  t.  7,  p.  5i  e  seg.,  t.  8, 
p.  54  e  seg.,  l.  9,  p.  60  e  seg.,  t.  10,  p. 
3o  e  seg.  Questi  narra,  che  la  presente 
famiglia  de'marchesi  di  Canossa  scemle 
per  diritta  linea  dal  polente  A  Itone  di  To- 
scana, il  quale  nel  goo  su  ampio  scoglio 
edificò  la  rocca  di  Canossa  a  mezzodì  del- 
la città  di  Reggio.  Egli  fu  padre  di  Te- 
daldo avo  di  Bonil'azioe  proavo  della  grau 
contessa  Matilde.  L'odierna  famiglia  pos- 
siede ancora  ricche  e  vaste  possessioni,  e 
palazzi  nel  M.uilovano  e  nel  Veronese, 
Nel  pahizzodi  Veiona,  opera  insigne  del 
più  a»aestoso  architetto  del  secolo  XVI, 
qual  fu  Sanmicheli, l'ora  defunto  marche- 
6e  Bonifazio  nella  sua  giovinezza  vi  accol- 
se tre  imperatori,  INiipoleone  1,  Francesco 
I,  e  Alessandro  I,  il  quale  prendeva  indi- 
cibile diletto  nell' abitarlo,  da  dove  pa-^ 
sctva  l'occhio  di  piacevoli  piospelli,  che 


A 


VER 
th  quel  belvedere  si  olTrooo  svanatissimi 
e  lieti  alla  vista,  in  riva  all'Adige),  vera- 
(Dente  religiosa  e  ad  Italia  benefica,  ac- 
quistato a  Verona  il  njonasterode'ss.  Giu- 
ȓeppe  e  Fidenzio,  ed  a  Venezia   l'antico 
di  s.  Lucia,  fondò  rislituto  secondo  quel- 
lo delle  figlie  della  Carità  di  Francia,  già 
opera  di  s.  Vincenzo  de  Paoli,  ma  nella 
pratica  attemperalo  a'sislemi  e  alle  abi- 
tudini italiane, approvato  con  sovrana  ri- 
soluzione de'i8  febbraio  1 8  ig.  Principal 
•scopo  delle  figlie  della  Carità,  egli  dice, 
è  il  perfezionarsi  nello  spiiito  di  amore 
.verso  Dio  e  verso  il  prossimo,  onde  con 
tale  spirito  istituite,  maggiormente  ren- 
dersi utili  alla  società,  e  massime  a  quel- 
la pai  te  di  essa  cbe  più  trovasi  bisogno- 
sa. In  conseguenza  dunque  di  questo  no- 
bilissimo principio  ,  diretto  ad  ottenere 
nella  massa  del    popolo  quel  migliora- 
mento, che  il  voto  de'buoni  va  continua- 
mente desiderando,  non  solamente  le  ra- 
gazze povere,  ma  eziandio  le  femmine  e- 
gualmente  povere  ,  e  le  campagnole  in 
que'sagri  ricinti  gratuitamente  ricevono 
le  massime  fondaiuenlali  della  religione, 
della  morale  e  della  ci  viltà,  eammaestra- 
roenlo  nel  leggere  e  nello  scrivere  e  in 
qualsivoglia  donnesco  lavoro.  Agevolato 
in  questa  guisa  alle  poverette  il  mezzo  di 
procacciarsi  un'onorata  sussistenza,  pro- 
pagati per  le  prime  fra  la  minutaglia  del- 
le città,  propagati  per  le  seconde  anche 
nelle  più  lontane  e  umili  ville  i  sani  prin- 
cipii  dì  educazione  e  di  religiosa  istruzio- 
ne avuti  dairislituto,  all'oggetto   poi  di 
maggiormente  assodarli  nel  popolo  ven- 
gono accolte  dalle  figlie  della  Carità  per 
alcuni  giorni  dell'anno  quelle  dame  che, 
seguendo  le  orme  sanie  di  tante  virtuo- 
se, bramano  di  farlo;  per  animar  quelle 
dame  a  invigilar  1'  ordine  nelle  loro  fa- 
miglie, e  l'educazione  de' domestici,  per 
animarle  a  sostenere  e  a  proleggere  nel- 
k  loro  ville  quanto  per  l'istruzione  e  pel 
buon  costuma  delle  contadinelle  avesse- 
ro operalo  le  povere  campagnole  uscite 
dall'istituto,  ili  aggiunta  a  tulle  queste 


VER  1-79 

generose  e  proficue  opere ,  spinte  le  fi- 
gliedella  Carità  da  uneccessivoamorepel 
prossimo,  escono  sugli  albori  da'cbioslri 
per  affrontareil  sucidume  ed  il  puzzo  de- 
gli ospedali ,  per  visitar  ivi  e  soccorrere 
l'inferme,  per  confortarle  nel  momento 
della  morte  ,  per  istruirle  ove  risaninow 
Professano  le  figlie  della  Carità  in  forma 
semplice  isoliti  3  voti,  i  quali  durano  fio» 
che  rimangono  nell'istituto,  e  non  tolgo- 
no que'ciyili  diritti  che  potessero  compe- 
tere alle  figlie.  Vivono  esse  vita  perfetta* 
mente  comune,  vestono  semplicemente 
di  color  fosco  e  modeste,  unico  adorna- 
mento loro  è  un'immagine  della  ss.  Ver- 
gine pendente  dal  collo.  Della  società,  fi- 
nalmente, queste  figlie  non  abbisognano, 
né  alla  società  nulla  chiedono,  tulio  in* 
vece,  sostanze,  opera  e  vita  danno  alla 
società, quindi  senza  niun  peso  e  alla  co* 
perla  la  società  stessa  infiniti   vantaggi 
riceve  da  esse.  Ormai  io  debbo  comincia* 
re  a  parlare  d'un  aureo  libro,  anco  per 
quanto  dice  delle  canossiane.  La  Filari» 
tropia  della  Fede  o  la  vita  della  C/iie* 
sa  in  f'erona  in  questi  ultimi  tempi,  de- 
scritta da  Luigi  Schlor  dottore  in  teo- 
logia  e  sacerdote  secolare,  Vienna  i  83g, 
per  Mayer.  Lo  ammiro  in  un  dotto  e  pre-i 
gevolissìmo  estratto,  e  traduzione  dal  te* 
desco,  con  opportune  osservazioni  di  G. 
INI.  presso  gli  annali  delle  scienze  reli' 
giose,  1. 1  I,  p.  iGr,  e  reputo  indispensa- 
bile di  premettere  breve  digressione.  E- 
gli  è  condizione  lamentabile  e  ingiusta 
della  nostra  Italia,  meraviglioso,  raro  0 
cospicuo  complesso  di  celesti  doni,  i  qua- 
li tirando  a  se  ogni  fatta  di  stranieri,  doq 
pochi  di  essi  maligni,  sconoscenti,  men- 
daci, con  improntitudine  enorme  e  calun" 
niosa  osano  deprimerla,  vilipenderla, bef' 
feggiarla,  con  falsissime  declamazioni  nel* 
l'insulse  descrizioni  che  pretendono  fare 
de'viaggij  vasto  argomento  sarebbe  l'im- 
pugnarli, facile  il  conquiderli,  ma  non  è 
questo  il  luogo,  ed  allri  viltoriosamenltf 
scesero  nell'aringo,  come  l'autore  dell'en  • 
comialoestiallo,  per  rilevare  quanta  lo-' 


i8o  VER 

de  si  menti  il  verace  e  i^irluoso  aleman' 
no,  il  quale  con  nobile  intendimento,  ne) 
prendere  a  subbietto  delle  sue  conside- 
razioni una  sola  città  della  privilegiala 
Italia,  l'illustre  Verona;  e  di  questa  con 
calde  e  soavissime  tinte  tratteggiandone 
il  quadro,  tutto  spira  fede,  costumatezza, 
religione,  carità,  beneficenza.  Inoltre  egli 
in  più  luoglu  dimostra  saggiamente,  co- 
me il  giusto  suo  scopo  mirasse  a  più  ele- 
valo e  vasto  segno,  e  come  nell'intesse- 
re  questosplendido  elogio  alla  diletta  Ve- 
rona, volesse  che  i  forastieri,e  specialmen- 
te i  suoi  tedeschi,  imparassero  quindi  a 
meglio  giudicare  e  apprezzare  in  genera- 
le la  condizione  religiosa  e  morale  d'Ita- 
lia tutta.  Imperocché  que'singolari  pregi 
e  quelle  opere  SI  laudevoli  di  Veiona,son 
figlie  di  quel  mirabile  spirilo  di  fede  che 
non  ivi  solo  alligna  e  fruttinca,  ma  sì  per 
tutta  Italia  è  largamente  diiTu^o  (massi- 
ine  nel  tempo  in  cui  scriveva  l'egregio  e 
veritiero  alemanno),  e  vi  germina  frutti 
di  vita  eterna.  Sul  mal  vezzo  degli  oltra- 
montani di  biasimar  a  torto  l'Italia,  e  sul- 
le negligenti  ed  erronee  guide  per  cono- 
scerla, anzi  pregiudizievoli  alla  stessa  Ve- 
rona, inveì  pure  il  marchese  Maffei  nel- 
V appendice  al  t.  4tlella  T'erona  illustra- 
ta,  ove  tra  le  oltre  cose  leggo  queste  pra- 
tiche verità,  che  dipingono  pure  l'odier- 
na epoca.»  Che  povere  idee,  che  misere 
fantasie,  qual  somma  ignoranza  non  han- 
no spesso  fatta  conoscere  molti  di  colo- 
ro, che  pretendendo  d'informar  bastan- 
temente di  tante  e  tante  città ,  osarono 
d'intraprendere  un  così  vasto  assunto  e 
così  difficile,  e  che  ricerca  prudenza  som- 
ma, raro  discernimento,  saper  non  comu- 
ne, e  cognizioni  diversissime  ed  infinite. 
1  camerieri  dell'osterie,  ed  altre  persone 
di  simil  conto  (come  i  sedicenti  Ciceroni 
o  servi  di  piazza)  sono  state  ad  alcuni  il 
primo  fonte  per  farsi  autori  I  parendo  lo- 
rod'aver  riportato  il  primo  premio,quan- 
do  con  freddure  ridicole  hanno  cercato 
d'avvilire  ogni  cosa,  e  sopra  tutto  procu- 
ralo di  far  comparire  come  geule  sloli- 


VER 

da  gl'italiani  (peggio  e  peggio  ancora),  in 
che  veramenlegliacutiuomini  hanno  fat- 
to conoscere  d'aver  per  l'appunto  colto 
nel  segno,  e  scoperto  e  penetrato  a  me- 
raviglia il  loro  debole".  Quindi  il  MafTei 
deplora  il  Piaggio  d'Italia  descritto  da 
Misson,  col  quale  e  altri  simili  libri  ri- 
stampati sogliono  gli  oltramontani  in- 
caulamente  venire  a  visitare  l'Italia,  eoa 
incredibiledannodiquesta,  non  meno  che 
di  Verona,  sulla  quale  rimarca  gli  spro- 
positi francamente  sentenziati;  I'  astio  e 
l'imperizia  del  Misson  spiccando  di  più 
parlando  di  Vicenza  e  di  Fadova,  per  cui 
avverte  la  fiorita  e  nubii  giovenlù  d'o- 
gni nazione  che  passa  in  Italia,  a  non  a- 
ver  fede  a  libri  così  miserabili,  e  di  ricor- 
darsi the  in  oggi  (lySo  ...  che  direbbe 
dell'età  presente?  e  di  quanto  recente- 
mente, con  fantastico  cumulo  d'oltrag- 
gi e  slacciale  falsità  insulsamente  scris- 
se di  una  lìorna  il  francese  Amadeo  A- 
chard,  il  quale  non  meritando  se  non  di- 
sprezzo, fu  poderosamente  con  patrio  de- 
coro confutato  con  parecchi  ragionati  ar- 
ticoli nell'Eptacordo  di  Roma,  anno  iv 
dal  n.  23  e  seguenti,  dal  facondo  e  pa- 
ziente Lodovico  Trombetti!  )  la  sfronta- 
tezza della  stampa  è  meravigliosa,  talché 
serviranno  ben  presto  principalmente  a 
seminar  nei  mondo  la  falsità  e  la  scioc- 
chezza, come  il  libro  pubblicato  a  Leida 
in  francese:  Jl  curioso  Antiquario,  che 
di  Verona  scrisse  poche  linee  di  favolosi 
errori.  Un  Cluverio  però  che  tutta  l'esa- 
minò e  frequentò  più  volle,  molto  tliver- 
samente  giudica  la  bella  penisola,  alfer- 
mando:  Tanto  essere  delle  città  d'Italia 
lo  splendore,  la  bellezza  e  la  inagniji- 
cenza,  che  in  tutto  il  mondo  nulla  si  tro- 
vi da  porre  in  paragone.  Di  Verona  poi 
disse  quel  dottissimo,  come  iu  più  cose 
uguaglia  Venezia,  Roma  e  Napoli.  Op- 
portunamente soggiunge  MalFei.  m  Ma 
un'allraavvertenzasia  lecito  di  dareanco- 
ra,  per  la  somma  estimazione  che  a  mol- 
ti signori  dì  gran  condizione  e  di  nobile 
talento  si  dee.  Qual  profitto  può  mai  ri« 


VER 

cnTare  da  un  viaggio,  e  qual  Dolizia  può 
inni  acquistai'  d'uri  paese,  chi  senza  aver- 
ne la  lingua,  senza  fre<[uentai'rie  lecon- 
versazioiii,  e  senza  praticarne  gli  abitato- 
ri, si  sta  continuamente  co'suoi,  e  si  con- 
tenta di  vedere  alcune  muraglie  e  alcune 
pitture?  Tanto  più  poi  se,  direttore  aves- 
se per  sorte  al  fianco,  il  cui  studio ,  per 
luotivo  principalmente  di  religione,  con- 
sistesse tutto  nel  discreditare  ogni  cosa,  e 
iiell'imprimergli  de'costumi  italiani,  e  di 
quanto  in  Italia  si  fa,  un'orribile  stravol- 
ta idea".  Molti  moderni,  col  Misson,  ridi- 
colosnmente  scrissero:  la  cosa  sopra  tnt- 
l'altre  notabile  in  Verona,  è  la  Moietta 
che  si  tiene  in  s.  Maria  in  Organo!  Con- 
viene sapere  ,  dice  MafFei ,  che  in  detta 
chiesa  tra  le  divole  figure  v'è  una  statua 
di  legno  del  Salvatore,  esprimente  il  so- 
lenne e  trionfale  suo  ingresso  in  Gerusa- 
lemme tra  gli  Hostinna  è  le  Palme  so- 
pra il  giumento  (del  quale  nel  2."  de'  ri- 
cordati articoli  nominai  chi  ne  scrisse,  e 
qui  aggiungo:  Gregorio  Strigeoito,  Asi- 
nus,  et  Ecjuiis  Chrisli;  iteni  Bos  et  Asi' 
nns  circa  C/im/»//;,  LipsiaeiGig.  Leon 
della  Piose,  Jcsu  Christi  regius  ingres- 
sus  in  Urbcni  Ilierosolyinani^  Londini 
174O'  ^  '"  ^'^'o  •l'  benedire  il  popolo; 
scultura  d'un  converso  di  quel  monaste- 
ro, molto  riputato  in  simili  lavori  al  suo 
tempo,  e  per  l'eseuiplare  e  santa  sua  vita, 
le  sue  opere  si  riguardarono  quali  reli- 
quie. Pochi  anni  avanti  all'  epoca  in  cui 
compose  l'opera  il  MafFei,  nell'abbellirsi 
la  chiesa  con  nuove  pale,  la  statua  rimase 
nascosta  nella  sua  nicchia,  e  coper  ta  dal- 
la nuova  tavola  dell'altare.  Quindi,  e  per- 
chè deridere  i  veronesi,  nel  rappresenta- 
re una  sagra  storia  onde  onorare  Gesù 
Cristo,  quasi  come  venerassero  l'asino,con 
calunnia  già  imputata  anticamente  agli 
ebrei  e  agli  stessi  cristiani,  mentre  in  tan- 
ti monumenti  espressero  le  arti  il  Salva- 
tore cavalcare  un  asino,  anche  de'primi- 
tivicristianijComenelmonunaeutodiGiu- 
nio  Basso  (della  basilica  Vaticana, che  ve- 
do nella  Kasoh'òi  ^SacraruniVaùcanae 


VER  {\Si 

Basilicae  Cryptartim  Monumenta,  del 
Dionisi,  il  qual  Basso  fu  prefetto  di  Roma 
nel  IV  secolo  di  nostra  era)?  Il  Misson  e 
seguaciaggiunsero  alla  favola  sciocca, con 
gratuitamente  asserire  pure,  credersi  da' 
veronesi,  che  il  giumento  di  cui  si  servi 
il  Salvatore  venisse  a  morire  in  Verona, 
e  fossero  le  sue  reliquie  dentro  la  sua  sta- 
tua riposte!  Poscia  l'inglese  Wight  nelle 
sue  Osservazioni  al  viaggio  in  Italia,  osò 
narrare:  Come  L'asino  fu  mandato  via  dal 
convento  tre  volle,  e  che  altreltantedi  sua 
volontà  ritornò!  Conservarsi  con  gran  ve- 
nerazione, come  miracoloso,  e  portarsi 
in  processione  due  volte  l'anno;  il  che  è 
falsissimo,  essendosi  confuso  il  rispettoche 
deesi  alla  figura  del  Salvatore  ,  come  si 
dasse  al  giumento  da  lui  cavalcato.  Per 
ultimo,  rimarca  MafFei,  gli  errori  in  cui 
caddero  a  nuoraScotto,Mabillon,  Montfau- 
can  ,  Àddison  ,  parlando  di  Verona.  Al- 
trimenti feceil  vero  e  fedele  storico  Schlor, 
il  quale  con  grande  attenzione  osservò  e 
studiò  Verona,  nel  lungo  tempo  che  vi 
soggiornò  ,  come  dichiara  nel  proemio. 
»»  La  vita,  tutto  carità  e  religione,  di  que- 
sta città,  non  sa  tenersi  dal  pubblicare  con 
le  stampe  il  risultamento  delle  sue  doU 
cìssimesperienze,  avvisando  avervi  in  Ve- 
rona di  molte  cose,  atte  a  religioso  altrui 
eccitamento,  e  degne  di  essere  con  rico- 
noscenza imitate.  I  molti  ed  eccellenti  or- 
dini ed  istituti  religiosi  rivolli  per  la  più 
parte  alla  educaziotie  e  addottrinamento 
delia  gioventù,  i  quali  nel  volgere  di  po- 
chi anni  o  risursero  dalle  rovine  d'un'eta 
disertatrice,  u  al  tutto  novellamente  ger- 
mogliarono e  crebbero  in  questi  ultimi 
tempi  a  Verona:  la  liberalità  singolaris- 
sima onde  nobili  e  cittadini  gareggiano 
tra  sé  pel  decoro  de'sagri  templi  e  pel  so- 
stentamento de'poverelli:Ia  splendida  son- 
tuosità e  la  si  convenevole  celebrazione 
del  divin  culto  per  cui  mezzo  il  clero  sot- 
to il  reggimento  d'  un  egregio  pastore 
(mg.'  Grasser)  governa  e  move  con  soa- 
ve e  meravigliosa  efficacia  gli  animi  del 
popolo:  lo  spirito  prevaleate  di  amore  e 


i82  VER  VER 

carila  fralelle  vole  che  lega  tra  loro  le  pei-  lisso  ,  fgli  diiaque  trovando  un  largo  o 
80116  di  più  allo  slato  con  le  inferiori,  ferace  campo'negli  ordini  ed  isliluli  reli- 
que'chesopraslan»ioco'subalterni,espau-  giosi  di  vario  genere,  i  quali  s'adoprano 
de  sulla  vita  dell'universale  un'innocen-  indefessi  in  prò  del  popolo  di  Verona,  clie 
te  giocondità;  tutlo  questo,  io  dico,  è  te-  n' è  degno,  ammira  eziandio  la  celebre 
«limonio  eloquentissinio  della  possanza  istituzione  delle  figlie  della  Carità  ossia  Is 
della  fede,  clie  dee  riscuotere  meraviglia  C(r//io*i/a/ie,cominciando  dal  celebrare  la 
da  ognuno!  S\,  la  fede,  non  la  (ìlantro-  fondatrice  n)arcl>esa  Canossa.  Ornata  es- 
pia, la  fede  della  Chiesa  è  quella  che  in  sa  al  pari  di  pietà  che  di  finissimo  inlen» 
Verona  genera  tanto  di  buono  adi  gran-  dimenio,  pensando  con  allo  rammarico 
de.  Tulle  le  opere  di  beneficenza  son  qui  la  morale  corruttela  deli*  età  nostra,  di 
opere  della  fede:  quinci  elle  hanno  il  pri-  che  vedeva  sapientemente  star  le  radici 
ino  vigoroso  germoglio,  quinci  il  saluta-  nella  giovanile  educazione  negletta  o  per- 
le alimento  e  sviluppo,  e  il  nobile  e  puro  vertita,  concepì  il  generoso  divisa  mento 
ioroindirizzamenlo:qùiuci  ricevono  quel-  di  fondare  una  società  di  religiose  donne, 
lu  forma  indubitatamentereligiosa,equel-  le  quali  si  logliessero  a  fine  di  lor  voca' 
l'attività  ond'elle  in  umile  silenzio,  ma  zioue  il  venir  piantando  ne'cuori  della  te* 
perciò  stesso  più  potentemente,  influisco-  nera  gioventù  l'amore  e  l'osservanza  de' 
no,  con  la  retta  istituzione  della  umani-  civili  ecristiani  doveri,  e  facessero  in  ispe- 
tà,  sul  suo  spirituale  e  civile  ben  essere,  eie  opera  di  coltivare  la  classe  inferiore 
Uè  qui  si  ha  in  costume  di  menar  gran  del  popolo.  Da  sì  nobili  pensieri  anima- 
rumore  del  bene  che  si  opera,  e  prornub  ta,  si  parti  nel  1808  dal  paterno  palazzo 
garlo  quasi  a  suon  di  tromba  al  comune;  di  Verona,  e  pigliate  a  fitto  alcune  case 
e  da  ciò  venne  all'autore  stesso  cagione  in  altro  canto  della  città,  ivi  in  povero 
di  gran  dilBcoUà  e  fatica  a  poter  racco-  arnese  gillòle  fondamenta  di  quest'ope- 
gliere  mercè  d' osservazioni  e  inchieste  ra  di  salute.  E  presto  le  riuscì  di  aver  sta- 
quello  ch'egli  si  fa  a  descrivere  in  queste  bile  albergo  nell'ampio  monastero  de'ss^ 
carteintornoalla  vita  religiosa  di  Verona.  Giuseppe  e  Fidenzio  ,  dove  quel  tenero 
Che  i  veronesi  poco  o  niente  si  travaglia-  arboscello  di  religione  e  carità  eh'  ella 
no  dell'onore  del  mondo,  siccome  quelli  piantòdisua  mano, benedicendolo  Iddio, 
che  l'onor  di  Dio  sinceramente  ricerca-  crebbe  in  piccol  tempo  silfittlamenle  che 
DO.  Per  amor  di  Dio,  ,illa  maggior  glo-  di  presente  accoglie  e  protegge  all'ombra 
ria  del  Signore  e  di  sua  s.  Chiesa!  Ta\e  sua  una  molliludine  d'unin)e  virtuose. 
è  il  parlare  che  loro  suona  in  bocca!  Ma  Quindi  narra,  come  alla  santa  donna  si 
se  questa  cristiana  modestia  si  merita  u-  fecero  compagne  altre  animose  coopera- 
gni  maggior  venerazione,  non  perciò  dee  trici  alla  mngnanima  impresa,  e  dolce 
raltenere  lo  scrittore  sì  che  non  tragga  ei  $[)eltacolo  si  fu  il  vedere  accorrere  con 
in  palese  que'lesorì  spirituali  che  Vero-  lieta  gara  gran  numero  di  fonciidle  per 
na  si  serba  ascosi,  mollo  più  che  la  co-  ricevere  il  puscolo  dell'istruzione,  accolte 
Doscenza  loro  potrà  eziandio  conferire  a  caran)ente  dalla  Canossa  come  figlie,  di- 
far  che  altri  sappia  più  giustamente  ap-  venendone  madre;  le  rivestì,  ammaestrò, 
prezzare  lo  stato  religioso  d'Italia  in  gè-  corresse  e  animò.  Dopo  Venezia,  l'islitu- 
uerale".  Tullociò  premesso, e  laleessen-  lo  si  propagò,  pel  manifestalo  desiderio 
do  pure  il  mio  intendimento,  per  quan-  imperiale,  a  pubblico  giovamento,  nel 
to  dovi ò  dire  col  benemerito  Schlòr,  che  i82oa  Cremona,  nel  i8'23  a  Milano,  nel 
niiedifica,  come  l'esenìpluri  opere  che  il-  1828  a  Trento,  oltre  a  Bergamo  e  poi  n 
lustra  movono  il  mio  animo  a  riverenza  Brescia;  restando  in  Verona  la  direzione 
pe'verouesi  e  mi  rendono  alquanto  prò-  generale  dell'ordine  oveebbe cuna,  ma  o- 


VER 
gni  casa  è  governala  da  superiora  trien- 
nale, eletta  dalle  suore  a  pluralità  di  suf- 
fragi. Il  noviziato  dura  3  anni,  altro  ne 
dee  percorrere  per  la  vestizione,  ed  uni." 
pe'voti:  restate  altri  6  mesi  sotto  il  gover- 
no della  maestra  delle  novizie,  infine  ri- 
cevono  dalla  superiora  la  medaglia  del- 
l'istituto. Tutto  in  loro  spira  semplicità  e 
povertà.  Indi  descrive  gli  uHìzi  esercitati 
dalle  suore,  le  loro  molteplici  curt^,  che 
«i  estendono  anche  alle  feste,  conducendo 
le  fanciidle  alla  messa,  al  catechismo,  alla 
dottrina  cristiana,  e  trattenendole  nell'i- 
stituto in  piacevoli  ammaestramenti  e  tra* 
stulli:  nel  carnevale  procurano  alle  fan- 
ciulle innocenti  ricreamenti,  tenendole 
lontane  dall'allegrezze  mondane.  Accol- 
gono nelle  loro  case  le  pentite  donne,  eoa 
mirabile  successo;  né  dimenticano  l' in- 
ferme, recandosi  nell'ospedale  a  spargere 
il  balsamo  della  consolazione,  e  le  prepa- 
rano a  morire  nel  bacio  di  Dio.  Hanno 
eziandio  una  scuola  di  sorde-mute,  e  pa- 
recchie ne  ricevono  e  alimentano  presso 
di  loro.  Le  sante  loro  industrie  si  esten- 
dono alle  campagne,  frequentando  ì  ru- 
sticani luoghi  delle  fanciulle,  che  di  buona 
indole  tosto  ricevono  i  beni  della  coltu- 
ra religiosa  e  civile;  ricevendole  ancora 
con  tenuissima  pensione  a  convitto,  in 
breve  riuscendo  maestre  idonee  per  le 
scuole  elementari  ne'propri  villaggi,  di- 
venendo altrettante  operose  fighe  della 
rarità,  con  immenso  vantaggio  della  so- 
cietà. Tutte  a  tutti  ,  penetrano  ancora 
nelle faiuigliede'ricchi,  per  le  quali  apro- 
no nelle  loro  case  pio  riliraiienlo.  —  24. 
y4sili  di  carità  per  l'infanzia  a  s.  Zeno, 
olla  Cattedrale,  a  s.  Maria  in  Organo. 
Istituiti  nel  1837  e  governati  dalla  Cotn- 
minsìone  di  soccorso  per  gli  orfani  ri- 
masti dal  cholera,  il  viceré  arciduca  Ra- 
nieri se  ne  dichiarò  prolettore.  Le  disci- 
pline che  danno  regola  a  questi  usili,  la  re- 
ligione posta  a  base  e  anima  di  tutta  l'o- 
pera, il  leutperato  sistema  d'insegnamen- 
to adottato,  la  direzione  ch'éatlidata  ad 
?ccle$iuslici  di  conosciuta  probità  e  fede, 


VER  i83 

coll'approvazione  e  vigile  sorveglianza  di 
mg.""  vescovo,  sono  fatti  che  devono  dif- 
ferenziare la  veronese  istituzione  da  quel- 
le piantale  in  estranei  paesi,  il  che  espres- 
samente nota  il  benemerito  conte  d.  Giu- 
llari, per  cui  aggiunge  :  Valgano  a  tran- 
(piillare  i  soverchiamente  paurosi  d'ogni 
novità,  e  a  turar  la  bocca,  s'è  possibile, 
a'malìgni.  Ogni  asilo  ha  due  sale  per  la 
separazione  de' sessi,  con  4  maestre,  un 
sacerdote  ispettore,  un  economo.  In  ogni 
parrocchia  vi  è  un  promotore  di  carità, 
per  Io  più  sacerdote.  Nel  i838  presso  a 
5oo  azionisti  provvedevano  la  commis- 
sione per  le  spese.  Le  3  scuole  costavano 
annue  lire  I  1,107.  L'educatrici  erano  1  3, 
gli  ammessi  all'istruzione,  200  maschi  e 
173  femmine.  —  2  5.  Scuola  di  carità 
per  gli  artisti  a*  Colombini.  Aperta  dal  sa- 
cerdote d.  Antonio  Frovolo  nel  suo  pri- 
valo istituto,  si  fa  ogni  giorno  dalle  2  ore 
alle  3  pomeridiane,  somministrando  an- 
che gr<^//?,  carta,  libri,  penne  ec.  Educa- 
tori 3,  ammessi  all'istruzione  maschi  60. 
r=:  Per  le  classi  miste.  ■=.  26.  Imperia- 
le regio  Liceo  maschile  a  s.  Anastasia. 
Ebbe  principio  nel  1807,  quindi  lo  spirito 
di  disciplina  morale  e  religiosa  che  prese 
dopo  il  1 8 1  4j  sotto  i  benefici  auspicii  del- 
l'imperatore Francesco  i  ,  soddisfece  a' 
voti  de'cittadini  che  amano  la  religione  e 
la  coltura  studiosa.  Il  conviltu  avea  90 
alunni,  de'quali  35  godevano  posto  gra- 
tuito: 35  paga  vano  solo  la  metà  della  doz- 
zina, ch'è  di  lire  700;  beneficenza  sovra- 
na accordata  a'Iìgli  di  coloro  che  \w.nft  si 
meritarono  dello  stalo.  Vi  sono  annesse 
le  scuole  del  corso  fìlosotìco,  e  del  ginna- 
sio, frequentato  ancora  dagli  esterni,  il 
regio  delegato  é  presidente  di  lutto  l'isti- 
tuto, e  superiori  interni  al  convitto  sono 
il  provveditore  e  il  censore.  Lo  stabili- 
mento é  a  carico  dell'i,  r.  erario  per  lire 
g4,ooo. Corso  filosofico  alunni  1 8o,ginna- 
siale  246,  educatori  20.  —  27.  Imperiai 
regio  collegio  delle  fa.  mtdleagli  Angeli. 
Per  decreto  reale  fu  aperto  nel  1 8  1 2,  mi- 
gliorato iu  seguilo  dall'ìmpcraloie  Fiau- 


i84  VER 

Cesco  I,  clie  vi  slabiTi  ^5  posti  gtaluili  e 
25  a  mezza  pensione.  Quanto  ricliiedesi 
ad  una  signorile  e  ben  intesa  educazione, 
tulio  si  Uova  in  <|Ueslo  collegio,  retto  da 
una  direttrice,  col  magistero  di  approva- 
le istilutrici.  Vi  è  preside  il  regio  delega- 
to ,  e  sorvegliatori  doe  scelti  tra' nobili 
della  città.  L'i.  r.  erario  versa  per  questo 
istituto  annue  lire  86,85o.  Educatori  6, 
educatrici  1 5,  ammessi  all'istruzione  8o. 
11  cav.  Mulinelli  dice  insegnarsi  il  legge- 
re, lo  scrivere,  i  principii  della  religione, 
della  morale  e  della  storia,  il  disegno,  il 
cucire  e  il  ricamo.  Stabilita  la  pensione 
in  lire  6oo,  a  un  centinaio  le  piazze,  25 
gratuite,  25  per  sola  metà  pe'fìgli  di  uo- 
mini che  nell'armi,  nelle  civili  ammitii- 
slrazioni,  nelle  scienze  e  nelle  arti  avesse- 
ro renduto  lunghi  e  utili  servigi  allo  sta- 
to. —  28.  Seminario  a  s.  Maria  in  Or- 
gano.  Il  vescovo  cardinal  Agostino  Va- 
lerio o  Valter  nel  1567  ne  poneva  altro- 
"ve  le  fondamenta.  Lo  traslocò  nel  1695 
dove  ora  esiste  il  vescovo  Leoni,  amplia- 
to in  seguito  da'vescovi  Barbarìgo  e  Mo- 
rosini,  e  ridotto  quasi  a  compimento  da' 
vescovi Liruli  e Grasser.  E com posto  d'un 
convitto  di  92  chiericij  d'un  altro  detto 
di  postulanti  in  numero  di  100;  e  di  un 
3.°  totalmente  separato  detto  di  nobili  o 
collegio  vescovile  con  66  ammessi.  Tut- 
ti frequentano  le  medesime  scuole,  che 
SODO  ancora  aperte  agli  esterni.  I  chierici 
interni  ed  esterni  erano  neh  838  dai 53. 
Corso  teologico,  alunni  iio;  filosofico, 
i2o;g»nnasiale,  4oo;  3."  elementare,  60. 
Gode  alcune  rendite  proprie,  che  sebbe- 
ne non  lo  obblighino  che  a  sole  4  pensio- 
ni gratuite,  vanno  però  ripartite  a  bene- 
ficare da'3o  a'4o  alunni.  All'istituto  pre- 
siede mg.*^  vescovo,  con  due  canonici;  ha 
uo  rettore,  3  vice-rettori,  un  prefetto  de- 
gli studi,  un  economo.  Educatori  25, am- 
messi all'istruzione  o  beneficali  690.  Si 
tenga  presente  che  io  procedo  sempre  col- 
le cifre  dei  i838.  L'edifizio  è  ampio  e  ben 
ordinato,  con  romana  magnificenza  e  con 
molta  esattezza  la  voratu>  disegno  d'archi 


VER 

leltl  veneziani.  —  29.  Collegio  degli  Jc-> 
ro//7/.  Nel  i44o  '*^  fondò  Eugenio  IV  Pa- 
pa, stato  canonico  di  Verona  e  zio  del  ve- 
scovo d'allora  cardinal  Conduluiero,  a  be- 
nefizio di  24  chierici  addetti  ai  servizio 
della  cattedrale.  Gli  accoliti  al  presente 
vivono  nelle  loro  famiglie,  ricevendo  un 
annuo  assegno:  frequentano  le  scuole  del 
seminario,  oltre  alcune  proprie,  come  di 
canto  Gregoriano  e  ceremonìe  siigre.  So- 
no diretti  da  due  canonici  e  da  un  mae- 
stro. Il  collegio  ila  un'entrata  propria.  E- 
ducatori  2,  accoliti  22.  —  3o.  Dottrina 
Cristiana.  Lo  zelo  che  dimostrarono  senj- 
pre  i  vescovi  veronesi  nel  promuovere  l'o- 
pera della  dotti  ina  crislian.t,  tlopo  il  bel- 
l'ordine in  che  l'avea  posta  il  vescovo Gi- 
berti,inossealc<mi  pii  successori,  dal  1 635 
al  1664,  a  dotarla  d'annua  rendita,  che 
viene  impiegata  in  assegni  agli  operai,  iti 
premi,  in  soccorso  a'()overi  infermi  con- 
fiatelli  e  consorelle,  in  iloti  a  povere  gio- 
vani le  piùddigeirti  nel  fiequentar  la  dot» 
Irina.  Scrisse  il  lodato  d.  Schlòr.  Esem- 
plare è  l'ardore  onde  e  clero  e  nobili  e 
cittadini  si  faticano  per  (|uella.  Fino  da 
antica  età  i  vescovi  di  Verona  drizzaro- 
no con  grande  industria  i'aninto  a  que- 
sto rauto  di  religioso  ammaestramento, 
sia  coik  savi  ordinamenti  e  calile  esorta- 
zioni, sia  colla  presenza  di  lor  persona,  e 
pigliandone  essi  stessi  il  reggimento,  han- 
no stabilite  e  promosse  le  sagre  cateche- 
si. Obbielto  in  vero  da  non  si  poter  mai 
Iroppo  comfnendarp,  dal  cui  fatale  tra- 
sandamento,  o  dalla  deplorabile  poca  sti- 
ma in  che  si  liene  procede  in  ispavente- 
vole  modo  la  crassa  ignoranza  d' oggidì 
in  fatto  di  religione!  Certo  la  Chiesa  e 
la  ci  vii  società  avransempreobblighi  im- 
mortali a  quel  santissimo  cardinale  Car- 
lo Borromeo,  il  quale  primamente  ebbe 
istituito  nella  sua  Milano  quello  ragù- 
uarsi  de'fanciulli  ed  adulti  d'ambo  i  ses- 
si nelle  chiese  i  di  festivi  per  esservi  elu- 
dili n'e'divini  misteri  e  nella  morale  evan- 
gelica. E  Mdano  lodcvolcjjente  si  lenna 
poi  fedele  alla  piissimu  costumanza,  la 


VER 
quale  indi  si  propagò  in  altri  luoghi  cl'I- 
lolia  (il  tlolto  editore  can.  Aristide  Sala, 
dopo  aver  in  Mdano  nel  1857  pubblica- 
to i  Oociiineiili  circa  Li  vita  dì  s.  Car- 
lo, ivi  neh  858  lia  contìiiciato  la  stampa 
tlclla  Fila  (li  s.  Carlo  corredata  di  dis- 
icrtazioid :  le  due  prime  di  <piesle  sono 
dite  Irattalelli  intorno  alle  Scuole  della 
dottrina  cristiana,  e  h' Catechismi  in  es- 
sa prescritti,  itell'fircidi(jcesi  di  Milano. 
Originata  1'  utilissima  istituzione  da  sì 
gran  sanlOj  a  cui  (u  tanto  prediletta,  in 
e!>se  trattasi  de'  mezzi  di  rimetterla  nel 
pristino  vigor»-;  a'tempi  riuscirà  opportu- 
na, e  riuscuà  di  giovamento  universale 
di  (pianti  amano  sì  rilevante  materia, 
fpial  è  la  cristiana  istruzione  de'faiiciulli, 
avenilo  per  maestro  s.  Carlo,  e  conoscere 
la  pratica  da  lui  introdotta  nelt'avveii* 
turata  sua  arcidiocesi).  Anzi  torna  accon- 
ciò  il  notare, come  rilevai  nel  voi.  LXIII, 
p.  62  e  63,  parlando  delle  scuole  della 
dottrina  cristiana  nella  domenica,  perfe- 
zionate da  s.  Carlo,  che  le  scuole  della 
domenica  usale  e  cotanto  magnilicateda' 
protestanti,  singolarmente  in  Inghilterra, 
dove  bau  nome  di  Sabbatk-schools ^  o 
Suiidajschools, sono  in  fine  tolte  di  get- 
to da  così  fdtta  istituzione  già  tanto  pri- 
nia  fiorente  nella  Chiesa  romana.  Papa 
Paolo  V  procurò  di  favorirla  erigendone! 
1607  nella  basilica  Vaticana  la  confra- 
ternita della  Dollrìna  Cristiana,  cui  ar- 
ricchì di  singolari  privilegi.  Or  neliG4i 
volle  Verona  associare  alla  romana  una 
consimile  corporazione  da  lei  formata  al 
uiedesimo  inlendiraento;e  questa  si  èquel- 
ia  che  in  seguito  venula  a  tanto  maggior 
numero  ed  ampiezza  ,  e  recata  ad  urdi- 
iialiìtsimo  stato,  grandemente  al  presen- 
te fiorisce.  I  suoi  regolamenti,  la  cui  pri- 
ma origine  risale  al  vescovo  cardinal'  Va- 
lerio sul  ileclinardel  secolo  XVI,  poscia 
di  mano  in  mano  migliorati,  vennero  nei 
i83i  e  seguenti  anni  ,  come  poi  meglio 
dirò,pubblicati  colle  stampe  da  mg. "^Gras- 
ser,  accrescendoli  assai  acconciati  a'gravi 
bisogni  dell'  età  nostra.  E  vi  Iraluce  iu 


VER  185 

vero  per  entro  tanta  sapienza  e  accorgi- 
mento, che  ponno  servire  di  sicura  nor- 
uia  a  qualunque  altra  città  divisasse  in- 
trodurre questa  preziosa  e  utilissima  isti- 
tuzione. Sopiintenduno  a  silFalta  opera 
in  tutta  Verona  due  sacerdoti  deputali 
dal  vescovo,  a' quali  assistono  6  promo- 
vitori,  3  ecclesiastici  e  3  laici  della  pili 
chinra  nobiltà.  Ogni  distinta  scuola  par- 
rocchiale ha  tlue  persone  ragguardevoli 
a  visitatori  o  visitatrici,  secondo  il  sesso 
cui  la  classe  ap[)artiene:  le  quali  si  pren- 
dono prossimamenle  in  cura  ciascuna 
scuola,  assegnandole  vari  ullicìali  a  con- 
servare il  buon  ordine,  ad  istruire,  a  rac- 
cogliere le  limosine,  a  visitar  gì'  infermi 
e  ad  ogni  altro  udizio  richiesto.  La  coo- 
perazione di  tanti  signori  di  gran  nome 
reca  a  quest'  opera  cristiana  un  grande 
incremento  di  decoro,  siccome  pure  ren- 
de al  sacerdote  che  catechizza  piìienica- 
ce  e  agevole  il  ministero  suo,  e  serve  al- 
la gioventù,  per  suo  eterno  bene,  ad  im- 
parare la  sublimissima,  la  più  necessaria 
delle  scienze  ,  che  per  isvenlura  dell'  o- 
dierna  società,  tra  lo  splendore  degl'inge- 
gni umani,  è  miseramente  tra.sctu'ata!  Bel- 
la infatti  e  a  vedere  la  compostezza  del 
portamento,  l'alacrità  dell'animo,  l'or- 
dine meraviglioso  che  governa  ed  avvi- 
va queste  catechetiche  adunanze  di  uo- 
mini e  donne:  le  quali  l'une  dall'altre, 
secondo  il  sesso,  affatto  divise,  e  partite 
ciast^una  in  3  diverse  classi  di  fanciulli, 
di  pili  adulti,  e  di  persone  provette,  si  as- 
sembrano, traendovi  gran  gente, ogni  do- 
menica e  dì  festivo  nelle  chiese  parroc- 
chiali. Ivi  ogni  classe,  giusta  l'età  -e  capa- 
cità sua  propria,  vien  coltivata  coti  santi 
eddetlevoli  esercizi,  attissimi  ad  illustra- 
re le  menti  eziandio  de'più  rozzi  coU' e- 
terne  verità  splendide  della  fede,  e  met- 
tere ne'Ioro  cuori  amore  della  santa  leg- 
ge di  Cristo.  I  piccoli  premi  the  in  ogni 
tornata,  dopo  lo  scambievole  disputar  di 
due  fanciulli,  si  dispensano  al  vincitore; 
e  assai  più.  le  solenni  e  rigorose  prove  o 
dispule  che  con  tanto  apparato  di  pom- 


i86  VER 

pa  si  tengono  in  sul  finir  dell'anno,  fan- 
no cliene'giovanili  petti  mantengiisiseni' 
pre  acceso  uno  spirito  di  lodevole  emu- 
lazione. Posseggo  i  seguenti  4  opuscoli,  il 
cui  solo  titolo  conferma  quanto  di  sopra 
accennai  :  Regole  per  la  congregazione 
della  Dottrina  Cristiana  nella  città  e 
diocesi  di  P'erona,  promulgate  da  mg." 
cardinal  Agostino  Valerio  vescovo  di 
della  città  nel  i  Sgo y  rivedute  ed  amplia- 
te da'vescovi  della  medesima  inig.i  Mar- 
co Giustiniani  nel i6:\.6,  Sebastiano  Pi- 
sani nel  1 669,  Gio.  Francesco  Barba- 
rigo  nel  1703,  e  Giovanni  Bragadino 
ìielijSi.  Novellamente  riformate,  e  a- 
datiate  agli  usi  de' nostri  tempi,  per  or- 
dine di  mg.''  Giuseppe  Grasser  vescovo 
di  Verona,Wì  per  Valentino  Crescini  ti- 
pografo vescovile  i83i.  Dichiarazione 
più  copiosa  della  Dottrina  Cristiana 
composta  per  ordine  della  sa.  me.  di  Pa- 
pa  Clemente  Vili  dal  ven.  cardinal  Ro- 
berto Bellarmino^  ristampatacon  qual- 
che piccolo  cangiamento ,  e  con  giunte 
d'ordine  di  mg.'  Giuseppe  Grasser  ve- 
scovo di  Verona,  ad  uso  della  sua  città 
e  diocesi,  Verona  dalla  stamperia  Toni- 
masi  1 832.  Dottrina  Cristiana  breve  da 
farsi  imparare  a  mente,  ck'è  la  prima 
parte  della  istruzione  composta  dal  ven. 
servo  di  Dio  il  cardinal  Roberto  Bel- 
larmino ,  per  comando  di  S.  S.  Papa 
Clemente  Vllf,  ristampala  con  giunte 
d'ordine  di  mg.'  Giuseppe  Grasser  per 
la  grazia  di  Dio  e  della  s.  Sede  aposto- 
lica vescovo  di  Ferona^ad  uso  della  sua 
città  e  diocesi, Vevowa  per  Valentino  Cre- 
scini tipografo  vescovile  i833.  Introdu- 
zione alla  Dottrina  Cristiana  del  ven. 
cardinal  Bellarmino  ,  ristampala  con 
giunte  per  ordine  di  mg.'  Giuseppe  Gras- 
ser vescovo  di  Verona,  ad  uso  della  cit- 
tà e  sua  diocesi,  per  li  fanciulli  non  at- 
ti per  anco  allo  studio  della  breve  Dot- 
trina Cristiana,  Verona  per  Valentino 
Crescini  tipografo  vescovile  1 834- — 3i. 
Congregazione  de' Sacerdoti  alle  Slini- 
«mre.NeliBjS  l'arciprete  d.  iNicola  Gal- 


VER 
vani  aveva  aperte  alcune  scuole  di  cari- 
tà pe'giovani;  occupato  in  altre  pie  ope- 
re invitò  a  pigliarne  cura  il  sacerdote  d. 
Gaspare  Bertoni,  dandogli  a  tal  uopo  in 
dono  la  chiesa  delle  Stimmate  coli'onnes- 
60  monastero  delle  Terese.  Questo  vene- 
rando prete  cede  il  monastero  alle  sorel- 
le della  sagra  Famiglia,  ne  edificò  un 
altro  presso  alla  chiesa  stessa  delle  Stim- 
mate, dove  istituì  uua  specie  di  congre- 
gazione di  chierici  regolari ,  che  tra  le 
molte  opere  di  carità,  a  questa  singolar- 
mente provvedono  della  cristiana  e  let- 
teraria educazione  della  gioventù.  Fan- 
uo  l'intero  ginnasio,  e  la  2.' e  3.' scuola 
elementare.  Educatori  16,  ammessi  all'i- 
struzione i5o.  L'ammiratore  della  reli- 
giosa Verona  d.  Schior,  dice  che  tali  pa- 
recchi ecclesiastici  piissimi  e  in  parte  ben 
agiati,  raccoltisi  insieme  da  io  anni  per 
la  propria  perfezione,  con  un  vivere  e  o- 
perarcomuiie  a  modo  di  persone  da  chio- 
stro, e  insieme  attendere,  secondo  l'op- 
portunità e  la  facoltà  loro,  alla  salute  de- 
gli altri;  benché  si  prefissero  precipua- 
mente la  ritiratezza  e  il  nascondersi  altrui , 
nondimeno  il  buon  odore  delle  loro  vir- 
tù e  l'eOìcacia  del  zelo  loro  è  tale,  che  tut- 
ta la  città,  popolo  e  clero  gli  ama  e  vene- 
ra quali  preti  santi.  Il  superiore  d.  Ber- 
toni, amabile  e  onorando  vecchio,  assai 
versato  nelle  scienze  teologiche,  e  special- 
mentenel  governo  dell'anime,  era  per  co- 
sì dire  l'oracolo  pe'  cittiidini,  e  pe'  fore- 
stieri che  a  lui  da  lontano  ricorrevano  a 
consultarlo  in  delle  materie.  Il  suo  senno 
e  pietà  sapeva  con  soavità  mista  a  fer- 
mezza condurre  la  comunità,  che  un  so- 
lo spirito  gli  animava  tutti.  Conversando 
con  loro,  trovi  che  ciascuno  nel  pensare, 
ue'sentitnenti  del  cuore,  nell'esterior  por- 
tamento fa  riti-atto  fedele  dell'  altro.  Se 
vuoi  sapere  che  co^a  principalmente  si 
renda  in  loro  notevole,  gli  è  umilia,  c«- 
rità,  tratto  alfabilissirno.  Vivono  poveri 
e  mortificali.  Semplicissima  è  la  stanza 
e  ogni  lor  masserizia,  da  per  lutto  però 
regnando  dilettevole  nettezza.  La  picco* 


I 


V  ER- 

Ih  chiesa,  già  appailenenle  a'francescani, 
da  loro  restaurala, sempre  riluce  per  raou- 
dezza.  Essi  vi  predicano  ogni  settimana, 
e  vi  odono  le  confessioni  de'soli  uomini. 
Non  acceltano  doni,  e  tanto  rigoroso  di- 
sinteresse li  rende  rispettabili  a  lutti.  L'e- 
dificante scrittore  tedesco  ,  non  dubita 
qualificarli:  perla  nascosta  del  clero  ve- 
ronese. Nella  loro  casa  tengono  una  scuo- 
ia o  ginnasio  pubblico,  ove  gratuitamen- 
te insegnano  a  buon  numero  dì  giova* 
netti  scelti  per  onestà  di  costumi.  —  32. 
Le  Figlie  di  Gesti  a  s.  Cosimo  e  a  s. 
Biagio.  Nuovo  istituto  eretto  nel  1B09 
daUucerdoted.PietroLeonurdi,nel  1816 
approvalo  dall'  imperatore  Francesco  I, 
ed  encomiato  in  più  rescritti  puntificii. 
Ila  case  filiali  a  Modena  e  a  Ueggio,  esi 
dedicano  alla  educazione  delle  giovani.  A 
f.  Cosimo,  dov'è  il  centro  dell'istituto,  ol- 
tre un  convitto  di  i5  alunne,  con  istru- 
zione più  elevata  negli  studi  e  ne'Iavuri, 
vi  è  una  scuola  per  65  civili  esterne.  A 
i.  Biagio  poi  scuola  peri  70  fanciulle  po- 
vere, con  soccorso  alle  più  bisognose  di 
vitto  e  di  vesti.  Neh 838  erano  l'educa- 
trici 18,  l'amntessea  istiuzionei  5o.  An- 
che di  queste  figlie  di  Gesù  intesse  l'elo- 
gio d.  ScUlòr,conie  benenterilo  della  cri- 
stiana educazione.  Fermano  propriamen- 
te un  ordine  religioso,  senza  però  solen- 
ni voti  perpetui;  unicamente  dojtu  la  lo- 
ro probazione  o  prova  riimovano  ogni 
due  anni  promessa  a  Dio  e  all'istituto  di 
vivere  in  esso  ubbidienti,  caste  e  povere, 
senza  rinunziare  tuttavia  i  diritti  di  pro- 
prietà. Al  termine  di  ogni  biennio  sono 
libere  dall'obbligazione  contralta,  finché 
compililo  anni  lian  .sicurtà  di  riujianere 
nella  congregazione  per  tutta  la  vita,  sol 
che  tengansi  fedeli  alla  vocazione.  Altea- 
dono  alla  propria  perfezione,  e  insieme  a 
giovare  il  prossimo  non  pur  colla  pre- 
ghiera e  l'esempio,  ma  singolarmente  al' 
levando  le  puveie  ragazze  nel  vivere  co- 
stumato e  cristiano,  e  diconsi  Figlie  di 
Gesù  per  le  scuole  di  carità  ossìa  gru- 
liiile,  E  siccome  haunu  scuole  iu  casa  e 


VER  187 

in  vàrie  parti  della  città,  si  partono  in  due 
classi  le  interne  e  le  esterne.  Le  prime  re- 
stano nella  comune  dimora,  ove  curano 
l'interna  scuola  o  convitto  in  cui  ricevo- 
no fanciulle  agiate  ,  e  ragguardevoli  de- 
cadute; ed  ivi  con  pensione  intera  o  di- 
mezzata, e  anco  gratuitamente,  con  ogni 
studio  l'educano.  Le  figlie  di  Gesù  ester* 
ne,  dopo  aver  soddisfatto  iu  comune  col* 
l'altre  suore  a'consueti  esercizi  di  pietà, 
escono  a  due  o  a  tre  la  mattina,  e  distri- 
buendosi nell'esterne  scuole  pe' diversi 
canti  delta  città,  ivi  si  restano  tutto  il  di 
a  loro  udicio,  e  in  sulla  sera  si  restitui- 
scono airistituto.  Queste  esterne,  tranne 
necessità  o  convenienza,  non  ponno  an- 
dare in  altri  luoghi.  Le  loro  scuole  sono 
utlimainenle  disposte  e  governate.  Oltre 
i  lavori  confacenti  al  sesso,  insegnano  le 
cose  elementari:  la  religione,  la  pietà,  la 
morale  ne  hanno  la  priucipalissima  par- 
te. Ogni  mese  almeno  accompagnano  le 
fanciulle  nelle  parrocchie  a  ricevei  e  i  san- 
ti sagiainenti,e  inciascuna  festaalla  mes- 
sa eal  catechismo,  riportandole  alla  scuo- 
la, ove  nel  giardino  o  altro  luogo  le  trat- 
tengono sino  a  sera  per  ricrearle  onesta- 
ntenle.  Modesto  è  il  vestire,  verecondo  il 
portamento,  castigato  il  parlare  colle  sco- 
lare. Dura  l'educazioneallefanciulle,  fin- 
ché sonoatte  aentrare  al  servigio  in  buo- 
ne case, o  convenientemente  allogarsi.  — 

33.  Le  Figlie  del  Cuor  di  Grsìi.  An- 
na Brunetti  di  Venezia  cominciò  l'istitu- 
tu  neli8io  nella  parrocchia  di  s.  Stefa- 
no, da  dove  neh 835  fu  trapiantalo  nel- 
l'antico monastero  delle  Maddalene,  do- 
ve s'aprirono  scuole  gratuite  alle  pove- 
re. Educatrici  3o,  femmine  ammesse  al- 
l'istruzione 5o  (temo  errate  le  cifre). — 

34.  LeSorelle  della  sagraFainiglia,al' 
le  Terese  e  as.  Domenico.  Le  fondò  Leo- 
poldina Naudet  nel  18 16,  con  approva- 
zione sovrana  e  pontificia  neh  833  (cioè 
di  Gregorio  XVI  col  breve  Eu  est  mi- 
serrima noslrorum  temporum  conditio, 
de'20  dicembre,  Bull.  Rom.  coni,  t.i^, 
p.  299»  avendone  pretiedeotemeule  fatte 


i88  VER 

esaminare  le  regole  Pio  VIIeLeooeXII: 
già  ne  diedi  contezza  nel  voi.  LXVII,  p. 
323).  Di  questo  novello ordine,priocipia- 
to  con  faustissimi  auspìcii,  se  ne  deside- 
rò la  diiriisioue  in  altre  città,  come  uno 
de'  più  adatti  a  fornire  la  più  completa 
educazione  alle  nobili  donzelle.  Per  que« 
ste  è  in  Verona  un  convitto  a  s.  Teresa 
eoo  24  alunne,  un  altro  per  le  cittadine 
a  s.  Domenico  con  i  7  alunne.  Le  sorelle 
della  s.  Famiglia  fanno  anche  lu  scuola 
a  I  00  fanciulle  esleiiie,  istruiscono  le  gio- 
vani della  parrocchia  avanti  la  cresin)a 
e  iu  couuinione,  danno  ricetto  alle  gio- 
vani signore  per  gli  esercizi  spirituali  o- 
gni  anno  in  s.  Domenico;  raccolgono  le 
(anciulle  al  dopo  pranzo  delle  feste.  E- 
ducatrici  60,  ammesse  all'istruzione  141. 
Largamente  ragiona  di  quest'istituto  d. 
Schlòr ,  premettendo  la  biografia  della 
fondatrice,  la  cui  vita  olire  s'i  bella  prova 
di  quelle  vie  adorabili  onde  la  divina 
provvidenza  conduce  l'anime  elette  a* 
grandi  suoi  fini.  Traendo  origine  da  illu- 
stre famiglia  francese  di  Soissons,  si  Ira- 
sferldessacon  Francesco  di  Lorena  quan- 
do mutò  quella  ducea  colla  Toscana,  e  il 
suo  figlio  Leopoldo  1  la  levò  al  s.  fonte 
e  le  impose  il  proprio  nome.  Questo  segui 
a  Vienna  quanilo  divenne  imperatore, 
dopo  aver  ella  pcr<lulo  i  genitori,  ed  esse- 
re stata  educata  ne'  monasteri  di  Tosca- 
na e  di  Soissons.  iS'ella  corte  fu  assegna- 
la educatrice  e  maestra  nell'idioma  fran- 
cese de'giovanetti  imperlali;  e  ne'  1  o  anni 
che  vi  rimase  seppe  ivi  pure  servire  Dio 
esemplarmente.  Ritiratasi  a  Praga  col- 
Pai  ciduchessa  Marianna,  ivi  giunti  i  trap- 
pisti d'ambo  i  sessi  fuggenti  dalla  rivolu- 
zionata Francia  ,  consideratido  essa  la 
compostezza  e  serenità  dell'animo  delle 
religiose,  sentendosi  disposta  alla  vita  con- 
templativa, deliberò  di  farsi  Irappense 
nella  casa  loro  assegnata  nelle  vicinanze 
di  l'rHga,ma  la  corte  e  il  nunzio  aposto- 
lico l'impedirono.  Predominala  dalla  vo- 
cazione leligiosa,  nel  1799  si  recò  in  di- 
Tersecillà  d'Italia,  quaudulutli  gl'i&lilu- 


VER 

li  versavano  In  desolanti  calamità  per  le 
vicende  politiche.  Finalmente  un  pio  sa- 
cerdote la  confortò  a  passare  a  Verona, 
come  luogo  più  d'  ogni  altro  acconcio  a 
fondare  una  religiosa  comunità,  secondo 
lo  spirito  e  il  disegno  da  lei  concepito.  Vi  si 
portò  nel  1807  quando  un  fatai  colpo  ster- 
minava gli  antichi  ordini  religiosi  ,  e  si 
sii  inse  in  santa  amistà  colla  pia  marche>a 
di  Canossa.  Divisasi  nel  i8  17, entrò  nella 
casa  a  s.  Teresa  per  darvi  principio  e  for- 
ma alla  sua  religiosa  congregazione,  po« 
co  dopo  la  cui  approvazione  di  Gre- 
gorio XVI  santamente  ella  mon.  Le  a- 
vea  imposto  il  nome  di  Sagra  Famiglia 
per  la  tenera  divozione  che  nudriva  a 
Gesù,  Maria  e  Giuseppe,  e  perchè  voleva 
che  r  operoso  silenzio  della  sagra  Fami- 
glia, fosse  alle  religiose  sue  bello  esem- 
plare, in  cui  tenendo  fisso  lo  sguardo,  di 
mezzo  alla  vita  attiva  mai  non  perdesse- 
ro di  veduta  le  cose  del  cielo.  Molti  e  sa- 
vi ordinamenti  ella  fece  al  conseguimen- 
to dell'alto  suo  fine.  Statuì  che  le  gio- 
vani da  ammettersi  fossero  di  vita  irre- 
prensibile, pie,  fornite  di  buon  giudizio, 
docili,  atte  ad  insegnare,  di  ferma  sanità, 
di  maniere  dolci  e  affabili,  nella  civile  e 
cristiana  educazione  sperimentate.  Ri- 
chiese da  esse  di  lunghe  prove;  e  prima 
uno  spazio  detto  di  postulato,  poscia  un 
noviziato  per  due  anni,  al  cui  termine  el- 
le fanno  i  voti  semplici  e  pigliano  l'abi- 
to dell'istituto,  restando  coAallri  7  anni 
innanzi  i  voti  solenni.  Ciascuna  deve  a- 
ver  la  dote,  e  il  viver  delle  suore  è  in  tul- 
io comune,  il  reggimento  di  tutte  le  cose 
dell'istituto  dee  dipendere  dalla  superiora 
residente  in  Verona^  eletta  a  vita.  Per  l'e- 
ducazione l'istituto  insegna,  oltre  le  cose 
religiose,  la  storia  sagra  e  profana,  gram- 
matica italina,  stile  epistolare, calligrafia, 
aritmetica, geografia,liiigi>elrancc8e  e  ale- 
manna, il  disegno,  la  pittura  e  ogni  manie- 
ra di  donnesco  lavoro.  Di  tuttociò  si  pren- 
dono cura  le  religiose,  non  comportando 
l'istituto  maei»liecstranee,pel sicuro  man 
leuimculo  deU'inuuccQza  e  pietà  dell' e- 


VER 

ducande.  La  danza  e  la  musica  essendo  e- 
scluse  come  pericolose.  Oltre  al  convillo 
delle  nobili  donzelle,  altio  ve  n'alia  per 
quelle  di  civili  e  agiale  famìglie,  le  quali 
con  minor  spesa  vi  apprendono  ad  esser 
savie  e  cristiane  goveruatrici  di  loro  cn> 
se.  Contìgue  al  chiostro  sono  le  scuole 
pubbliche,  aperte  graluilaraenle  alle  gio- 
vani, ove  una  proporzionata  educazione 
va  di  pari  col  zelo  della  pìeià  cristiana  e 
della  vi  rtù.  —  35.  Le  Sorelle  Minime  di 
Maria  y4 ildoloraia  a  s.  Maria  in  Orga- 
no. Nel  1822  l'istituì  la  nobile  Teodora 
Campostrini,  approvale  dal  sovrano  nel 
1829,  e  dal  Papa  nel  1  833(GregorioXVI 
col  breve  Qiiaw(]iiam  religiosas,  de'  26 
aprile,  5w//.  Reni,  cont.,  t.19,  p.  i2  2,ove 
sono  pure  riportali  gli  statuti).  Faceva- 
no la  scuola  all'  estere  giovani,  le  dispo- 
nevano a'  ss.  Sagranienlì,  nelle   fcNle  le 
raccolgono  all'oratorio  la  mattina,  e  alia 
ricreazione  nel  dopo  pranzo.  Educatrici 
IO,  ammesse  all'istruzione  i5o.Dice  di 
più  d.  Schlor.  Le  costituzioni  ritraggono 
assaissimo  dallo  spirito  di  s.  Francesco  di 
Sales,  hanno  clausura  e  voli  solenni.  Si 
occupano  principalmente  della  vita  spiri- 
tuale e  interna,  congiungendo  insieme  la 
cura    dell'  educazione  delle  giovanelte  , 
in  bene  delle  quali  tengono  aperta  un'e- 
sterna  scuola.  E    qui   l'autore    fa    al- 
cune gravi  osservazioni,  le  quali  si  pon- 
no  applicare  anche  al  generale.  E  per- 
chè, egli  dice,  in  Veiona  dove  fi  tiene 
peculiarmente  rivolta  la  mira  all'edu- 
cazione della  gioventù,  non  si  ristoraro- 
no gli  antichi  ordini  di  religiose,  di  che 
molli  ivi  erano  un  tempo  (basta  leggei  ne 
il  novero  ricordalo,  dell'  Ùghelli),  le  or- 
soline,  le  salesiane,  le  beuedetline,le  quali 
lanlo  ben  meritarono  per  secoli  in  que- 
sta parte?  Gli  ordini  antichi  hanno  una 
regola  non  solo  approvata,  ma  conferma- 
ta da  lunga  esperienza,  e  godono  il  teso- 
ro de'  ricchi  meriti  de'  loro  istitutori,  e 
delle  sanie  anime  che  vi  fiorirono, i  quali 
di  continuo  sui  loro   istituti  invocano  le 
benedizioni  del  ciclo.  Agli  alti  sensi  di 


VER  «8.1 

pietà  de'  veronesi  non  isfuggì  tale  vero; 
e  non  è  per  verun  modo  amor  leggero  di 
novità,  quello  che  gli  ha  mossi  e  condot- 
ti a  tanle  istituzioni  novelle.  Loro  disegno 
8i  fu  attemperarsi,  il  più  die  potevano, 
alle  condizioni  dell'età  nostra,  la  quale  si 
lascia  più  facilmente  tirare  e  prendere  a 
ciòth'è  nuovo,  che  non  al  vecchio  o  anti- 
co. Quantunque  debbansi  avere  in  altis- 
sima riverenza  gli  ordini  antichi, che  ras- 
sembrano  nella  vita  religiosa  a  quell'  an- 
nose quercie  che  han  le  radici  profonda- 
mente fitte  nel  suolo  (risplendenti  dal- 
l'aureola d'infinite  benemerenze  colla  so- 
cietà  universale),  nondimeno  non  può 
negarsi,  ciò  che  la  storia  ne  insegna,  aver 
ogni  periodo  della  Chiesa  sortilo  e  quasi 
ingeneralo  un  suo  propizio  mezzo  di  salu- 
te contro  quel   male  particolare  che  il 
travagliò.  L?ionde  non  è  ragione  da  riget- 
tare, per  dir  così  a  priori,  verun  novello 
istituto.  Imperocché  quantunque  l'essen- 
za degli  ordini  religiosi  dimori  nell'osser- 
vanza de'  consigli  evangelici,  la  quale  è 
da  per  tulio  la  slessa,  resta  tuttavia  lar- 
go campo  ad  una  varietà  di  forme  (come 
pure  nella  scelta  de'  mezzi  e  nell'esecu- 
zione dell'opere),  che  dalle  peculiari  ne- 
cessità e  tentlenze  del  tempo,  come  di  per 
se,  si  derivano.  »  L'età  nostra  domanda 
dalle  religiose  comunità  una  lai  modera- 
zione e  pieghevolezza,  the  affissando  sot- 
tilmente l'occhio  nell'indoledella  gene- 
razione presente,  vogliano  con  libertà  di 
spirito  accomodai  eì  a  ciò  che  il  tempo  of- 
feiisce  di  veramente  buono  ed  innocuo; 
mentre  dall'altro  canto  con  risoluta  fer- 
mezza, scevra  tuttavia  da  modi  aspri  e 
buibanzosij  faccian  contrasto  a  tuttociò 
th'è  male  ed  allo  a  corrompere.  Ufìicio 
per  verità  difìicile,  se  altro  ve  n'ha, a  cui 
trattar  degnamente  richiedesi    nullame- 
no  la  scienza  de'  santi,  che  la  conoscen- 
za de'  tempi  1  "  —  36.  Scuola  di  Cari- 
la a  s.  Giorgio.  Nel  1828  l'opri  lo  ze- 
lo di  d.  Alessandro  Ferrais  a  bene  delie 
giovanelte  povere  di  quella  contrada,  ed 
erano  nel  iS38  da  i3o,  olire  da  circa 


igo  VER 

3o  educate  nella  casa  a  dozzina,  dirette 
da  lina  superiora  e  3  maestre  patentate. 
—  87.  Le.  Serve  di  Maria  alla  Calte- 
fìrale.Lefonób  nel  1829  la  contessa  Giu- 
lia OUolini,  die  insieme  ad  altre  pie 
donne  apr\  una  scuola  di  carità  per  le 
fanciulle:  le  accompagna  all'oratorio,  le 
dispone  a  ricevere  i  ss.  Sagramenli,  le 
raccoglie  e  custodisce  al  dopo  pranzo  delle 
feste.  —  38.  Scuola  eli  Carila  a  s.  Ma- 
ria in  Organo.  L'arciprete  di  s.  Stefano 
d.  Gaetano  IMarlinelli  avea  chiamate  da 
Deseuzano  le  Sorelle  Signori,  perchè  in 
unione  ad  altre  pie  vergini  aprissero  una 
scuola  a  vantaggio  delle  fanciulle  povere 
della  sua  parrocchia.  Poco  dopo  l'istitu- 
zione di  (juesta  scuola  in  s.  Stefano,  per 
difetto  di  luoghi  convenienti,  dovette  es- 
sere nel  1887  traslocata  a  s.  Maria  in  Or- 
gano. Le  sorelle  Signori  hanno  un  inter- 
no convittodi  I2alunnc,  poi  scuola  al- 
l'eslerno  di  28  fanciulle;  raccolgono  an- 
ch'esse  le  giovani  alla  festa.  Erano  nel 
i838  educatrici  7,  ammesse  all'istruzio- 
ne 4o.  —  3g.  Scuola  pc' Sordi-Muti  a* 
Colombini.  Allievo  del  eh.  d.  Giuseppe 
Venturi,  l'altro  sacerdote  d.  Antonio 
Provolo,  dopo  l'esercizio  d'alcuni  anni 
che  insegnava  privatamente  a'sordi-niU' 
//,  divisò  istituire  una  puhhiica  scuola  in 
soccorso  di  c]uest'  infelici.  Ehbe  la  chiesa 
di  8.  Maria  del  Pianto,  detta  i  Colombi^ 
ni,  con  una  casa  annessa,  dove  associatisi 
i]i\e  altri  sacerdoti,  stabilì  la  pietosa  e  pa- 
zientissima istituzione  nel  1  882.  Avverte 
il  eh.  conte  Giuliari,  che  nel  ]838  sta- 
vasi  per  fare  acquisto  d'un  orto  ed'  un 
altro  locale  contiguo,  troppo  necessario 
per  accogliervi  i)uon  numero  di  giovani 
sordi-muti,  alcuno  avendone  già  raccolto 
nella  propria  casa.  Gli  nitri  intervengono 
.solonilascuohi.il  consigliocomunale,nel- 
l'agosto  di  detto  anno,  persuaso  altamen- 
te di  questa  bencnca  o[)era,  anche  da' 
pubblici  saggi  che  ne  diede  T  istitutore, 
che  giunse  con  nuovo  ingegnoso  trovalo 
persino  a  [av parlare  ecantare  i  suoi  «I- 
hevi,  la  volle  soccorrere  col  dono  di  lire 


VER 

12,000.  E  con  ciòintese  a  compiere  il  be- 
nefico voto  dell'imperatore  Ferdinando?, 
che  le  sue  fedeli  città  lo  accogliessero  non 
con  la  festa  di  soli  dispendiosi  spettacoli, 
ma  con  opere  di  pubblico  bene,  quindi 
fu  ottimo  intendimento  dell'ab.  Giuliari, 
di  offrirgli  l'imponente  e  mirabile  qua- 
dro di  quelle  che  fiorivano  in  Verona,  in 
questo  forse  a  niuna  seconda.  A  delta  epo- 
ca gli  educatori  erano  3,  gli  animesi  al- 
l'istruzione  1 5  maschi.  Il  cav.  Mutinelli 
celebrando  l' istituzione  pia  e  perspicace 
del  sacerdote  Provolo,  morto  a'4  novem- 
bre 18425  aiutato  dalle  largizioni  de'suoi 
concittadini,  cui  la  religione,  l'  umanità 
in  generale  e  gli  sventurati  in  particola- 
re benedicono;  tutto  intento  a  scior  la 
lingua  a' sordo-muti  ;  e  ciò  col  far  porre, 
quando  intuonavn  la  voce,  sul  proprio 
petto  la  mano  del  sordo-mulo,  avendosi 
già  osservato  che  quanto  più  si  aveva  re- 
sa pieghevole  ed  esercitata  la  lingua  del- 
l'infelice, tanto  più  andava  migliorandosi 
in  lui  la  condizione  dell'udito.  Avendo 
sempre  vagheggiato  1'  argomento,  oltre 
il  riferito  e  indicato  nel  citato  articolo, 
benché  pure  in  altri  luoghi  ragionai  degli 
stabilimenti  i\e  Sordo- Muli,  dirò  che  si 
è  stampato:  Jl  primo  istitutore  de  Sor- 
do-Muti,  parole  del  cav.  direttore  ab- 
bate Gio.  Ballista  Coslardi,  lette  in  oc- 
casione del  pubblico  saggio  degliallievi 
dell'i,  r.  Istituto  Lombardo- Feneto  de' 
Sordo-Muti,  al  chiudersi  dell'anno  ^co- 
/<j.s7;coi  858, Milano  i.  r.  stamperia  1 858. 
E  la  Civiltà  Cattolica,  serie  4''>  *•  2,  p- 
347  dà  contezza  de'  Cenni  suW  Istituto 
di^ Sordi- Muti  dello  Stalo  Pontifìcio,  r- 
sistenle  in  Roma  presso  le  Terme  Diocle- 
ziane,  Ruma  i858;  e  del  Regolamenln 
interno  dell'  Istituto  de'  Sordi- Muti  in 
Roma,  ivi  i858.  — ^o. Scuola  per  le 
Sorde- Mute  a  ss.  Giuseppe  e  Fidenzio. 
Ebbe  principio  nel  1882  sotto  la  dire- 
zione del  sullotlalo  d.  Antonio  Provolo; 
ne  presero  poi  cura  le  canosse  figlie  dellti 
Carità,  come  accennai  nel  n."  28.  Alcune 
pi.e  duine  provvedono  al  inantenimcnlo 


VER 

delle  8  povere  allogate  a  con  villo  in  una 
.   vicina  casa,  cioè  quanle  etano  nel  1 838, 
I  alla  quale  epoca  due   erano    l'educa- 
trici e  17  le  ammesse  all'islruzione.  = 

III.  Slabilimcnti  di  sola  islruzione.  =z 

^K,  4i'  Iiiiperiali  regie  saiolc  elcmcnlori 
^m  maggiori  maschili  a  casa  Pellegrini.  I- 
sliluite  nel  1821,  un  anno  dopo  conla- 
vano 349  alunni,  indi  crebbe  il  numero 
quasi  del  doppio.  Sono  divisi  in  4  da'si, 
oltre  alla  scuola  di  disegno,  e  quella  per 
gli  artisti  la  domenica  in  numero  di  1  Sy. 
Vi  è  un  direttore,  un  catechista,  e  9  isti- 
tutori. Questo  e  il  seguente  istituto  so- 
no stipendiati  dalla  sovrana  munificeu- 
«a.  La  comune  aggiunge  lire  6,356,  pel 
(ìlio  de'locali.  Nel  i838  erano  gli  educa- 
tori I  i,i  maschi  ammessi  all'istruzione 
628.  —  4^'  Imperiali  regie  scuole  eie- 
menta  ri  maggiori  femminili  a' ss.  Apo- 
stoli. Aperte  nel  1828,  divise  pur  queste 
in  4  classi,  le  dirige  un  ispettore  e  un  ca- 
techista, e  nel  I  838  coniavano  2  educa- 
tori, 4  educatrici,  e  2o3  femmine  am- 
messe air  islruzione.  — •  43.  Scuole  ele- 
mentari minori  maschili  a  ss.  Naza- 
rio,  Stefano,  Bernardino  e  Luca.  A 
n)iiggior  comodo  de'  giovauelti  degli  e- 
sliemi  lati  della  città  furono  istituite,  e 
sono  a  carico  del  comune.  E'  qui  com- 
presa la  scuola  elementare  israelitica.  E- 
ducalori  7,  maschi  ammessi  all'istruzio- 
ne 25o.—  44-  Ginnasio  Comunale  a 
s.  Sebastiano.  Dopo  la  soppressione  de' 
gesuiti  seguitarono  pur  tuttavia  le  scuole 
in  questa  loro  casa  stipcodìate  dal  comu- 
ne. Ristabilito  il  benemerito  ordine  da 
Pio  VII,  sino  dal  i83o  il  municipio  invi- 
tò i  medesimi  gesuiti,  siccome  celebri  e- 
ducalori  della  giovenlù,  a  ripigliarne  la 
direzione,  indi  a'  20  settembre  i838,  il 
consiglio  comunale  deliberò  la  cessione 
del  ginnasio  a'gesui li,  assegnando 84,000 
lire  pel  restauro  della  casa,  e  lire  4^00 
d  annua  dote.  A  tale  epoca  erano  gli  e- 
ducatori  8,  gli  ammessi  all'  islruziono 
192.  Il  Malfei  racconta,  ch'era  magnili- 
':a  r  idea  della  facciala  della  chieda  di  s. 


VER  ifjc 

Sebasliano  de*  gesuiti  ;  essere  del  loro  p. 
Pozzi  il  disegno  del  sontuoso  aliare  mag- 
giore, del  Marinali  vicentino  la  grande 
statua  nel  n»ezzo,  ma  delle  8  colonne  di 
rosso  di  Francia,  commendate  dal  nome, 
due  rimangono  nascoste.  Dtdie  due  co- 
lonne dell'  altare  di  s.  Sebasliano,  del  ve- 
ronese mischio  di  brenlonico,  si  conosce 
facilmente  come  Verona  non  manca  di 
marmo  eguale  per  ogni  conto  alla  bellez- 
za de' marmi  antichi.  Avverte  il  INIulFei, 
che  non  sono  di  muro  le  parti  architetto- 
niche del  tempio,  benché  tali  compari- 
vano per  esseie  imbrattate  da'muralori 
con  quella  tinta,  essendo  tulle  di  buona 
pietra.  La  pala  di  s.  Ignazio,  la  disse  del 
Balestra,  la  prossima  del  Ciguani,  il  s. 
Francesco  Saverio  sentbrare  flel  Ccippa, 
il  8.  Sebastiano  è  beli'  opera  del  Crenla- 
na.  Opera  stimala  era  quivi,  anche  pri- 
ma fatta  in  tavola  nel  i5o7  ùa  Bartolo- 
meo Montagna,  che  altri  dice  veronese, 
altri  vicentino.  11  soUìltu  è  di  due  forestie- 
ri. De'<|uadri  incassali  nel  muro  in  allo, 
principiando  a  dritta  dell'altare  graiide, 
e  proseguendo  intorno,  gli  autori  a  tem- 
po del  Malfei  erano  cos'i  disposti:  lìide- 
stra,Drentana,  Giù. Ballista  bellotti, Car- 
lo Salis,  Torelli,  Tiepolo,  Odoardo  Peri- 
ni, Torelli  di  nuovo.  Santo  Prunati,  Do- 
rigiù.  Di  questo  sonoancora  tulli  i  chiaro- 
scuri sollo,  e  del  Balestra  è  il  bel  quadro 
sulla  porla.  Allorché  il  dotlod.vSchlor  det- 
tava il  suo  magnifico  scritto  intorno  a 
Verona,  quivi  era  di  fresco,  dopo  s'i  lun- 
ga stagione,  tornata  ad  avere  stanza  la 
veneranda  compagnia  di  Gesù.  Perciò  e- 
gli  volle  offrire  ancora  a  lei  una  pagina, 
calda  di  religioso  affetto,  in  cui  ramme- 
mora come  ne'  pelli  de'  buoni  veronesi 
vivesse  da  gran  pezza  accesissiaio  il  ile- 
siderio  di  riaver  la  compagnia  tra  loro; 
e  come  alfine,  perla  pia  laighezza  del  no- 
bile e  saulo  sacerdote  d.  Pietro  Albertini 
ciò  ai  fosse  recalo  in  opera  nel  1837  con 
somma  letizia  del  clero,  della  nobiltà  e 
del  popolo  tulio,  tenerissimi  de' gesuiti. 
Poscia  pubblicò  la  Gazzetta  di  T'erona^ 


192                   VER  VER 

e  riprotlosse  n  p.  100^  il  Giornale  di  e  il  lavorare  occupa  lutto  il  leu»po  loro, 
Roma  del  i85i.»»  Verona  apre  il  cuore  iì  che  nulla  ne  rimane  all' ozio  e  a'giuo- 
a  liete  speranze.  I  rr.  pp.  della  Compa-  chi  pregiudizievoli  :  nelle  feste  passano 
gnia  di  Gesù  il  dì  2  5  correnle  ottobre  buono  spazio  del  giorno  nella  chiesa,  e  il 
hanno  istituito  il  noviziato  in  questa  cit-  resto  spendono  in  ricreazioni  innocenti, 
tà (ossia  casa  di  probazione),  nei  conven-  e  ciò  sempre  sotto  1'  occhio  de'  religiosi 
lo  di  s.  Giorgio,  eh""  è  propt  ietà  ilei  rev.  maestri  e  maestre,  i  quali  non  che  punto 
d.  Alessandro  Ferrais,  rettore  della  cine-  ttnbare  quel  loro  fanciullesco  sollazzarsi, 
sa,  a  cui  è  quello  attiguo.  Tutti  quelli,  con  savie  industriosi  modi  il  fanno  loro 
che  non  hanno  le  traveggole  agli  occhi,  più  grato.  Eziandio  nelle  pubbliche  sc\io- 
the  giudicano  con  cognizione  di  causa,  e  le  d'  insegnamento,  le  (|'.iali  son  pure  ila 
senza  lasciarci  trasportar  da  passioni,  ne  ecclesiastici  governale, non  s'iia  miuovsol- 
godono  in  sommo  grado,  e  pregano  il  lecitudine  del  buon  costumeepielàdei^Ii 
Ì5Ìgnore  che  l'inclita  Compagnia,  uno  scolari,  che  della  diligenza  e  avanzamen- 
de'  principali  propugnacoli  di  s.  Chiesa,  to  loro  negli  sludi,  De'privati  istituti  poi 
possa  fra  breve  ricondursi  ne' suoi  pri-  hawene  molti  chea  prima  condizione 
mieri  stabilimenti.  Fiallanto  sia  lode  al-  dell' ammeltei  vi  i  fanciulli  richiedono  in 
l'ottimo  rettore  sunnominato,  che,  come  essi  una  provata  savia  condotta,  e  quindi 
nel  1848  quando  fu  iniquamentedisper-  stampano  quasi  di  per  se  questo  bel  di- 
sa  la  Compagnia  di  Gesù,  a  braccia  aper-  stinti  vo  sulla  gioventù  che  li  frequenta, 
te,  e  di  lutto  cuore,  accolse  i  rr.  padri,  e  la  quale  sente  in  tal  guisa  spronarsi  a  vir- 
a  quantipotèdie'alloggio  inquelconven-  luosa  etnulazione.  »  Sì  :  ima  vita  tuli.» 
lo, così  ora  aggiunse  ivi  loro  tanlodi  luo-  confoime  a'piincipii  della  cristiana  fede, 
go  da  poter  essi  piantare  una  casa  prov-  è  lo  scopo  principalissiuio  cui  qui  si  mira 
visoria  di  noviziato  ". — /\.5.  Scuola  di  e  .s' agogna  nel  collivamento  della  gio- 
pillili  a  alla  Gallina.  E'  diretta  dall'ac-  venlù.  berciò  fin  dall'  età  puerile  s'  av- 
cadetuia  di  pittura,  fondata  dalla  repub-  viano  i  fanciulli  alle  pratiche  di  divozio- 
blica  veneta  nel  1 764.  Agli  alunni  vengo-  ne,  alla  preghiera,  all'  usar  frequente  al- 
no dati4premi, ed  unodi  lire  24operun  le  chiese,  e  innanzi  tutto  ai  confessarsi 
quadro  di  concorso.  La  conìuiie  soccorre  spesso;  anzi  per  la  più  parte  de' giova- 
questa  scuola  con  annue  lire  290:72.  E-  netti  si  celebrano  ogni  festa  nelle  varie 
rano  neh838  gli  educatori  21,  gli  am-  congregazioni  ed  oratorii  i  divini  uflizi 
messi  all'istruzione  20.  Ecco  poi  come  con  appropriata  pompa  e  divozione.  lu 
r  accmato  vagheggiatore  di  Verona  d.  questi  oratorii  e  mercè  de'  catechismi 
Schlòrdescrivcreducazionedellaverone-  della  dottrina  cristiana  sì  eccellenlemen- 
fee gioventù.  Forma  in  Verona  anzi  tulio  te  condotti,  a'quali  tanti  e  sì  ragguarde- 
il  punto  luminoso  de'molteplici  sforzi  che  voli  laici  studiano  di  cooperare,  la  gio* 
ivi  si  fanno  di  cristiana  filantropia  l'è-  venlù  ammaestrasi  nei  miglior  modonel- 
Uucazione  della  gioventù,  la  quale  è  qua-  le  cose  di  religione,  e  difendesi  da  (|ueiri« 
si  esclusivamente  aflidala  alle  mani  del  gnoranza,  la  quale  altrettanto  che  il  ba- 
derò e  delle  congregazioni  religiose.  L'è-  gliore  di  sapienza  fallace,  è  madre  feconda 
ducazione,  le  scuole  e  le  altre  varie  isti-  di  miscredenza  e  di  vizio.  E  quando  anco- 
tuzioni  quivi  non  sono  ristrette  al  suoeiu-  ra  in  tra  v  venga  che  le  i)ollenti  passioni  e  le 
dimenio;  ma  invece  la  tendenza  loro  è  di*  occasioni  reespengano  poscia  in  parecchi 
retta  a  formare  nomini  utili  o  dabbene  al-  questo  spirito  di  religione,  resta  tuttavia 
lu  Chiesa  e  allo  Stalo.  I  fanciulli,  special-  per  consueto  I' esteriore  almeno  di  lei, 
mente  della  gente  povera,  stanno  quasi  restano  (juelle  divote  pratiche  cui  l'ani- 
tuUo  il  dì  nella  scuola,  ove  l'apprendere  ino  si  assuefece   da'  primi   aani,  ed  iu 


VER 
ispecie  la  conf«ssione,inercè  la  quale  age- 
vole è  il  rilevarsi  a  bontà  di  vita".  Gran- 
de è  adunque  il  vantaggio  dell*  insegna- 
re, come  in  Verona  si  fa,  hi  religione  e  la 
pietà  non  in  modo  puramente  teoretico, 
nia  eziandio  praticamente,  e  che  questo 
insegnamento  si  continui  sempre  di  poi 
anche  all'età  virile.  Itnperocchè  gl'istitu- 
ti de*  così  delti  oratorii  e  della  dottrina 
cristiana,  le  religiose  confraterni  te,  le  spe- 
ciali feste  delle  varie  compagnie,  oorpora- 
rioni  e  collegi,  dal  popolo  più  volgare  in- 
fjnoa'grandijSono  mezzi  eUlcacissimi  on- 
de eccitare  i  vari  ordini  a  certi  esercizi 
di  pietà,  e  stringerli  fra  se  in  dolce  con- 
cordia; mentre  d'  altro  lato  porgono  al 
clero  bella  occasione  d'  indirizzare  a'fe- 
deli,  giusta  la  condizione  e  il  bisogno  di 
ciascuno,  la  parola  di  salute.  Ciò  che  a 
scienza  profana  s'appartiene,  in  Verona 
se  ne  insegna  meno,  ma  la  s'insegna  più 
solidamente.  Si  veglia  più  distréttamen- 
te che  altrove  sulla  lettura  de'libri.  wAlla 
pubblica  moralità  gli  ecclesiastici  e  singo- 
larmente i  parrochi  ha n  l'occhio  sempre 
inteso:  i  concubinati  sono  prestamente  di- 
sciolti, o  sanati  con  maritaggi  :  giovani  e 
donne  di  vita  vagabonda  e  scorretta  sono 
consegnati  al  clero  perchè  li  rimetta  in 
iria;  i  poveri  sovvenuti  abbastanza  d'aiu- 
ti, la  cui  convenevole  partizione  è  in  ma- 
no similmente  al  clero;  ma  al  tempo  me- 
desimo confortati  e  stretti  ni  lavoro,  al 
frequentar  delle  chiese,  al  buon  alleva - 
mento  de'  figli.  L'  autorità  civile  opera 
d'amichevole  intelligenza  con  la  eccle- 
siastica ;  e  guarda  ue'confini  della  decen- 
za i  pubblici  interteuimenti,  a'quali  Ve- 
rona non  è  d'altro  canto  soverchiamente 
inchinevole".  Dunque  mi  sarà  lecito  ap- 
plicarle l'aureo  molto  della  Ciiùltà  Cat- 
tolica :  Beala!}  populus,    cuius  Domi- 
lìus  Deus  eius.  L'istituto  del  benefico  d. 
Mazza  dall'egregio  Schiòr  si  quaWlìcò  del- 
la provvidenza,  opera  puramente  fonda- 
ta da  Dio  e  sorretta  da  Dio;  la  pili  bel- 
la e  la  pili  sublime  di  che  Ferona  ah- 
hia  in  rispetto  religioso  a  gloriarsi  ; 
VOI.  xciv. 


VER  195 

splendido  argomento  della  forza  mira- 
bile della  fede.  Egli  tocco  da  tenera  pie- 
tà verso  i  fanciulli    poveri,    tra' quali   si 
trovano  sovente  degli  assai  buoni  inge- 
gni, perchè  Dio  sparge  i  suoi  doni  senza 
distinzione  di  ceti,  li   raccolse,  mantenne 
e  istruì,  per  loro  accattando  la  sussisten- 
za. Ebbe  da  virtuosa  donna  una  casa  e 
vi  allocò  il  suo  nascente  istituto  d'educa- 
zione. Or  la   fiducia  illimitala   ch'egli, 
non  altiimente  che  il  vicentino  s.  Gaeta- 
no, ripose  nella  divina  Provvidenza,  ope- 
rò sì  che  mai  smarrì  d'animo,  benché 
dovesse  provvedere  a'bisogni  di  3oo  gio- 
vanetti. Egli  però  diceva,  nella  semplici- 
tà della  viva  sua  fede:  //  ricettare  i po- 
veri fanciulli,  guest' e  opera  mia;  ma  il 
sostentarli,  e-  cosa,  0  mio  buon  Dio,  die 
tocca  a  voi.  Fu  per  questo, ch'egli  era  a 
Verona  cagion  di  meraviglia  e  di  venera* 
zione.  Faceva  applicare  i  suoi  allievi  agli 
studi  nelle  scuole  pubbliche  del  semina- 
rio, per  l'umane  lettere  e  per  la  filosofìa; 
indi  gli  avviava  alle  belle  arti, sia  alla  teo' 
logia,  sia   alla   medicina,  sia    alla   giu- 
risprudenza, lasciando  loro  in  tulio  libe- 
ra r  elezione  dello  stato.  ]Nè  minore  fu 
la  paterna  sollecitudine  per  le  ragazze 
indigenti,  facendole  esercitare  da  discre- 
te donne  ne'  lavori  propri    del   sesso,  e 
specialmente  istruendole  nel  governo  pra- 
ticoedomestico  della  casa  ;  quelle  di  mag' 
gior  capacità  ammaestrandole  a  cose  più 
diincili,  di  lavori  e  mestieri;  il  tutto  ac- 
compagnando colle  pratiche  religiose,  a- 
vendo  a  cooperatori  zelanti  ecclesiastici. 
:=  IV.  Scuole  private  a  mercede.  =  i ." 
Elementari  maschili.  Da  maestri  paten- 
tati, in  ciascuna  scuola  deve  essere  uu  sa- 
cerdote che  ne  diriga  l'insegnamento  re- 
ligioso. Nel  i838  erano  gli  educatori  5o, 
gli  ammessi  all'istruzione  6S2  maschi.  2.° 
Elementari  femminili.  Da  maestre  pa- 
tentate, con  un  sacerdote  catechista.  E- 
ducalrici  87, ammesse  all'istruzione  8  10 
(ttìMXì'iae.  3."  Ginnasiali.  I  maestri  sono 
obbligati  a  condurre  i  loro  alunni  per 
gli  esami  semestrali  al  regio  o  al  comu- 

i3 


194  VER 

naie  ginnasio.  Educatori  -'),  ammessi  al - 
l'isti  uzione  1 8  maschi.  4"  Ripftitoridifi- 
losojia^  fisica  e.  matematica.  Erano  due 
e  ripetevano  a'  giovani  e  spiegavano  le 
lezioni  del  corso  filosofico.  5.°  Privatisti 
del  corso  legale.  Per  grazia  sovrana  ad 
alcuni  giovani  si  concede  percorrere  il 
corso  legale  della  università  nella  pro- 
pria patria  sotto  la  guida  di  privati  mae- 
stri. A  Verona  due  ebbero  la  patente,  di- 
stribuendosi fra  loro  le  materie  dell'  in- 
segnamento, sì  che  r  uno  tratti  le  filo- 
sofiche politiche,  e  l' altro  le  positive- 
giuridiche.  Gli  esami  però  debbono  farsi 
aM'universilà.  Maestri  2,  e  i  2  studenti. 
6." Maestri  di  belle  arti.  Maestri  in  iscul 
tura  2,  e  in  pittura  io;  d'  ornato  5.  Stu- 
denti e  dilettanti  sopra  i6o.  Da  qualche 
anno  è  istituita  una  pubblica  esposizio- 
ne. Anche  la  musica  è  coltivala  congran- 
de autore  io  Verona.  De'maestii  di  pia- 
no-forte se  ne  contano  io,  con  2  3o  sco- 
lari: i  dilettanti  saranno  fra  tutti  ben 
8oo,  cioè  uomini  3oo,  donne  5oo,  con 
circa  looo  piano-forti.  Suonatori  d'altri 
stromenli,  artisti  e  maestri  5o,  dilettan- 
ti 320.  Quanto  a  musica  vocale  artisti 
5o,  dilettanti  loo.  =  //.  Quadro:  E 
ducazione  cristiana  della  gioventù,  ve- 
ronese,  cioè  delle  scuole  della  dottrina 
cristiana.  Si  suddivide  nelle  i5  parroc- 
chie, nelle  chiese  sussidiarie  e  negli  ora- 
loriicheenumerai  superiormente,  e  in  di- 
versi istituti,  parimetjti  descritti.  I  ma- 
schi e  le  femmine  che  la  ricevono  sono 
classificati  avanti  e  dopo  la  comunione, 
col  numero  loro  complessivo,  e  quello  dei- 
la  popolazione  nel  i838  ascendente  a 
51,570,  divisa  per  parrocchie.  =  ///. 
Quadro:  Ricreazioni  cristiane  ne' giorni 
di  festa  pe' giovani  e  le  giovani.  In  ogni  dì 
festivo  dopo  le  sagre  funzioni  pomeridia- 
ne della  parrocchia,  i  giovani  di  ciascun 
oratorio,  accoa)puguati  dal  direttore  sa- 
cerdote, e  da'chiertci  assistenti,  sono  con- 
dotti in  gran  parte  i\\  Campo  Fiore,  o  in 
qualche  orto,  n  comune  sollazzo.  Nella 
iuveraale  stagione  hanno  anche  la  sera 


VER 
trattenimenti  di  giuochi,  o  recite,  o  can- 
to. Il  numero  de'giovani  che  intervengo- 
no a  queste  diurne  e  serali  ricreazioni  è 
un  3.°  circa  minore  di  quello  notato  nel 
^."quadro.  Anche  rullunogiornodicar- 
nevale  si  passa  da*  giovani  degli  oratori! 
in  allegrezza  innocente:  vengoiiocondot- 
ti  da'4oa'70  per  ciascun  oratorio  in  qual- 
che suburbaua  villa,  dove  hanno  pranzi 
e  giuochi.  Le  giovani  raccolgoosi  in  7  isti- 
tuti femminili,  pure  al  dopo  pranzo  del- 
le feste,  dove  in  mezzo  a  onesti  e  lieti  ri- 
creamenti,  ricevono  dalle  buone  religio- 
se cosà  pei'  via  di  familiare  conversazio- 
ne ottimi  esempi  e  consìgli  di  virtuosa 
vita,  e  in  un  di  civile  coltura.  Il  numero 
delle  giovani  racculte  è  anche  maggiore 
negli  ultimi  giorni  di  carnevale.  A  me  pa- 
re che  questo  sia  il  luogo  per  far  cenno 
di  quanto  altro  scrisse  d.  Schiòr,  dell'i- 
stituzione pel  buon  coltivamento  de'gio- 
vanetti,  detta  degli  oratorii,  la  quale  già 
introdotta  da  s.  Filippo  Neri ,  non  pure 
sta  in  fiore  in  Verona  presso  la  congre- 
gazione de'pp.  filippini,  egli  dice,  ma  e- 
ziandio  in  tutte  le  parrocchie,  e  io  alcuna 
altra  chiesa  della  città;  e  pel  gran  van- 
taggio che  se  ne  ritraeva  si  andava  dila- 
tando eziandio  ne'  luoghi  e  villaggi  de' 
dintorni.  Dopo  averne  descritta  l'iiulole, 
{eleggi,  i  divoti  esercizi,  le  opportune  ri- 
creazionie  gli  effetti  meravigliosi  che  ne 
derivano,  conclude  in  questa  forma.»  Per 
le  cose  or  narrate,  non  è  possibile  a 
disconoscere  il  grande  utile  che  gli  ora- 
torii dtlla  gioventù,  sotto  il  governo  di 
zelanti  sacerdoti,  partoriscono  alia  socie- 
tà cristiana  e  civile,  come  pur  la  sperien- 
za  il  pone  fuor  d'ogni  dubbiezza.  Peroc- 
ché gli  allievi  degli  oratorii  si  distinguo- 
no da  per  tutto  d'infra  gli  altri  per  la  so- 
da conoscenza  che  hanno  della  religione, 
per  la  costumata  loro  condotta  e  la  pie- 
tà, pregi  cui  per  consueto  serbano  ezian- 
dio maturando  negli  anni.  E  frutto  di  ta- 
li istituzioni  tener  lontano  ne' dì  festivi 
r  ozio  ,  i  giuochi  ed  i  sollazzi  coi  rompi- 
lori  dell'auiiua,  le  male  compuguie,  ed 


VER 

alhj  guasti  che  troppo  spesso  e  assai  per 
fempo  all'età  giovanile  sì  appiccano.  Sen- 
za che,  viene  in  questa  guisa  allevandosi 
una  scelta  mano  di  giovani,  i  quali  ser- 
von  d'esempio  ngli  altri,  e  a  bella  imitazio- 
ne gl'mtlucono".  ==  IF.  Quadro:  Rias- 
suntivo generale  dimostrante  lo  stato  at- 
tuale della  istruzione  in  Verona,  i .  Sono 
notati  gli  studenti  secondo  le  diverse  ma- 
terie dell'insegnamento,  comprese  le  fem- 
inine,  e  secondo  la  diversa  maniera  de- 
gl'istituti: numero  degli  educatori  e  del- 
l'educatrici, e  numero  totale  degli  stu- 
denti d'ambo  i  sessi.  2.  Lo  stato  attuale 
della  beneficenza.  3.  La  spesa  annua  per 
le  opere  di  beneficenza  e  istruzione;  cioè 
per  la  beneficenza  sola  lire  4^6,6 1 4;  per 
la  beneficenza  e  l'istruzione  lire  487,286; 
per  l'istruzione  sola  lire  53,22  1  :  totale 
lire  997, 1  2  I .  I  santi  e  leggiadri  futli  fin 
qui  narrati,  co'  quali  i  benemeriti  sa- 
cerdoti Giuliari  veronese  eSchlor  tede- 
sco intrecciarono,  quasi  come  tanti  elet- 
tissimi fiori,  olezzanti  edificazione,  per 
trari)e  imitazione,  un  non  caduco  ser- 
to a  fregiarne  Verona,  insieme  olfrono 
q  chiunque  del  vero  bene  degli  uomini  si 
fa  sollecito,  materia  di  gravissime  con- 
siderazioni. L'  alemanno  scrittore,  che 
SI  alto  allogò  i  suoi  pensieri,  sul  finir  dei 
suo  libro  disse  più  cose  in  onore  e  con- 
forto dell'Italia,  e  quasi  restringendo  in 
un  tutto  il  nerbo  delle  cose  discorse,  sem- 
bra intenda  dare  una  profonda  lezione 
alta  sua  Germania,  e  cerchi  riscuoterla  e 
destarlaallarimembranzade'religio^ìsuoi 
bisogni,  massime  sulla  giovanile  educa- 
zione cristiana,  da  cui  solo  la  Chiesa  e  la 
patria  ponno  promettersi  santi  e  idonei 
ministri,  e  cittadini  religiosi  e  dabbene. 
»  Da  quanto  siamo  iti  narrando,allri  ver- 
rà di  buon  grado  nella  credenza,  che  il 
popolo  di  Verona  va  di  ciò  debitore  in 
grandissima  parte  al  suo  clero". 

Disliiiguesi  ed  è  rinomata  Verona  an- 
che per  le  superstiti  antichità,  meravi- 
gUosi  avanzi  di  sua  vetusta  grandezza, 
che  lioprav vissero  airiogiuiiu  de'secoli, 


VER  195 

deplorando  MalFei  la  perdita  cleirantica 
teatro,  i  cui  grandiosi  avanzi  negli  ultimi 
anni  furono  disotterrati,  e  probabilmen- 
te l'avrà  pure  celebrato  nel  suo  libro, 
De  teatri  antichi  e  moderni  ttrattalOyV  e' 
rona  i  753,pressoAgoslinoCa vattoni;  non 
che  il  palazzo  del  re  Teodorico,  la  sepol- 
tura del  reAlboino,  eie  pitture  nominate 
da  Raterio  nel  X  secolo.  Anche  dell'altro 
insigne  veronese  Onofrio  Panviniosi  ha, 
Antiqiùtatum  Fe/'0/ie«*/*«w,lypisFram- 
botti,  Patavii  1647.  Comincerò  col  Maf- 
fei  dal  Museo  d'iscrizioni,  le  quali  tra  tut- 
te le  spoglie  rimasteci  dall'antichità,  so* 
no  quelle  che  più  insegnano,  siccome  as- 
sai più  parlano  di  tutte  le  altre;  laonde 
nìun  genere  di  monumenti  meriterebbe 
più  d'essere  conservato  e  custodito,  ben* 
che  nitin  altro  è  stato  più  miserabilmea- 
te  dissipato  e  negletto,  e  ciò  per  non  a- 
ver  pregio  se  non  dall'erudizione  e  pres- 
so i  dotti.  Giacenti  qua  e  là  abbandona- 
te, ed  a  tuttoesposte,  fatalmente  sono  sta* 
le  dalla  gente  comune  per  diversi  usi  a- 
doprate  come  l'altre  pietre,  singolarmen- 
te nelle  fabbriche,  infinite  essendo  le  get- 
tate ne'foiidamenti,  o  sottratte  in  altro 
modo  e  consunte.  Si  trovò  però  in  Ve- 
rona ne'primi  del  secolo  passalo  chi  cu* 
rò  la  conservazione  delle  lapide  che  vi  ri- 
mangono, e  di  raccoglierne  molte  disper* 
se  in  remoti  luoghi,  acciò  si  potessero  go- 
dere e  studiare.  Per  assicurarle,  invece  dì 
cacciarle  in  esilio  con  altre  antichità,  nel* 
le  ville,  come  biasimò  Plinio,  s'incastra* 
rono  e  fermarono  io  muro,  ed  in  edifizio 
di  pubblica  ragione  per  la  loro  sicura  con- 
servazione. Non  potea  per  tal  fine  miglior 
sito  desiderarsi  del  recinto  oh' è  dinanzi 
all'accademia  filarmonica.  Colle  iscrizio- 
ni, vi  si  accoppiarono  pure  i  bassirilievi 
per  nobilitarne  la  raccolta.  Moltosi  distin* 
sero  tra  gli  altri,  per  quantità  d'iscrizio- 
ni e  bassirilievi  offerti,  il  marchese  Ora* 
zio  Sagramoso,  i  conti  Torri  e  il  conte 
Daniele  Lisca.  Oltre  i  veronesi,  vi  con- 
tribuirono diversi  patrizi  veneti, con  sin- 
golari monumenti  greci,  alcuni  contri- 


196  VER 

buendo  pure  nella  spesa  della  collocaxio- 
ne.  Sì  disposero  per  classi ,  cominciando 
la  I .'  serie  colle  greche.  Madei  ne  rimar- 
ca i  pregi,  descrive  i  bassirilievi  e  l'illu- 
stra anco  con  (avole.  Delle  latine  sono  la 
I.*  classe  le  votive.  Vengono  appresso 
l'imperatorie,  seguono  le  militari,  indi  le 
notabili  per  dignità  e  magistrati  ;  poscia 
alquante  spettanti  a  giuochi  e  spettaco- 
li, e  per  fine  le  sepolcrali,  mischiate  in  o- 
gni  parte  a  bassirilievi  attinenti.  Oe'mu- 
sei  di  privata  proprietà,  insieme  alle  gal- 
lerie, più  sopra  ne  parlai.  D'avanzi  di  ma- 
gnificenze romane  Verona  ne  ha  conserva- 
to maggior  copia  di  qualunque  altra  città, 
eccettuando  Roma.  La  collina  di  s.  Pietro 
è  tutta  sparsa  di  pezzi  e,di  vestigi  d'anti- 
che fabbriche,  nta  i  disegni  pubblicati  in 
altri  tempi,  con  sontuosi  prospetti  rap- 
presentando meravigliosi  edifizi,  princi- 
palmente col  nome  dì  Naumachia,  sono 
capricci  e  ideali  invenzioni.  Conservate 
lapide  assicurano  che  in  Verona  fu  il 
Campidoglio,  e  da  uno  scrittore  deliSoo, 
che  così  chiamavasi  ancora  quel  sito  ,  ci 
insegna  che  dal  Campidoglio  veronese  fu 
prioja  occupata  la  piìi  alta  parte  del  col- 
le; cioè  da  edifizio  che  comprendeva  più 
cose  e  diverse,  come  in  Roma,  quasi  un 
castello  formando.  Alcune  lapide  hanno 
indicalo, che  nella  sommità  vi  fosse  pure 
un  tempio.  Nel  sito  medesimo  fu  poi  il 
palazzo  edificato  a  Verona  e  abitato  da 
Teodorico,  1.°  fondatore  del  regno  d'I- 
talia. In  esso  fece  parimenteresidenza  A.U 
boino  i.°re  de'longobardi,  che  nell'istes- 
80  luogo  ucciso  fu  anche  sepolto.  Quivi 
nel  902  fu  preso  da'  soldati  d  i  Beren- 
gario I  l'imperatore  Lodovico  111  (o 
IV  ),  che  altresì  vi  dimorava  per  l'  a- 
menità  e  fortezza  del  luogo.  Ma  gli  an- 
tichi avanzi  sono  sparsi  dal  basso  al- 
Talto,  che  senza  dubbio  sono  tutti  o  del 
Campidoglio  o  del  regio  palazzo.  La  co- 
sta a'  tempi  romani  ebbe  ancora  sul 
sinistro  fianco  un  sontuoso  teatro.  Degli 
antichi  archi  de'ponli  [>arlai  in  principio 
«altrove.  Opere  di  raurai-(;ticolute,avaD- 


VER 

zi  d'antichi  e  anche  superbì  edifizi  non 
mancano  in  varie  parti.  Fra  gli  edifizi 
che  occupavano  il  colle,  non  è  inverosi- 
mile fossero  terme, cioè  bagni  pubblici: 
alcun  fonticello  sanissimo  che  ne  zauipil- 
la  ancora, ossia  a  tempo  del  MafTei;  il  fiu- 
me vivo  che  scorre  a  piedi;  alcuni  tubi 
di  metallo  trovati  già  in  poca  distanza  ; 
l'apparenza  di  camerette,  e  l'essersi  let- 
to in  Giovanni  Diacono  dal  Panviuio  , 
che  Teodorico  fece  terme,  e  riparò  in 
questo  luogo  un  acquedotto,  ponno  for- 
tificare tal  congettura.  Ma  teatro  fu  an- 
cora nella  sinistra  parte  di  questo  colle, 
colla  solita  industria  degli  antichi  di  va- 
lersi con  molto  risparmio  di  spesa  del  pie 
d'alcuna  collina,  collocandovi  sopra  la 
gradazione  dell'uditorio.  Di  questo  tea- 
tro cadde  una  parte  verso  la  une  del  IX 
secolo;  per  la  qual  cosa  il  re  Berengario 
I  neir895  lasciò  un  rescritto  pubblicato 
dal  Saraina,  in  cui  si  dice,  ch'essendo  pre- 
cipitata per  la  gran  vecchiezza  del  mezzo 
Circo,  che  soggiace  al  castello,  con  morte 
di  presso  a  4o  persone,  e  con  ruina  di 
alquante  case,  si  permette  d'atterrare 
preventivamente  e  disfare  questi  edifici 
pubblici  che  fossero  pericolanti, e  con  ter- 
rore del  popolo.  Il  nome  di  mezzo  Circo 
dato  in  quel  tempo  oscuro,  indica  il  se- 
micerchio de'gradi  per  gli  spettatori.  Ne- 
gli ultimi  anni  dello  stesso  Berengario  I, 
il  veronese  Giovanni  vescovo  di  Pavia 
donò  all'oratorio  di  s.  Siro,  da  lai  quivi 
edificato,  alquanti  /Ircovali  ed  Arcavo- 
liti  ad  esso  vicini,  donati  a  lui  dall'  im- 
peratore Berengario  l,con  che  intese  ar- 
chi e  portici  stati  già  del  teatro.  Alcuni 
più  considerabili  avanzi  erano  nella  ca- 
sa sulla  piazzetta  del  Redentore  ,  cioè 
pezzi  grandi  di  3  archi  simili  in  parie  a 
quelli  dell'Arena;  per  questi  è  che  disse 
il  Palladio,  parlando  del  teatro  di  Veru- 
na,come  nel  basso  fecero  tanto  grossi  i  pi- 
lastri, quanto  era  il  vano.  Esistono  pure 
altre  reliquie  del  teatro,  che  per  la  gran 
trasformazione  seguita  in  tutto  il  silo, 
sembrava  impossibile  al  Malici  polcisc- 


VER 

ne  cavare  la  precisa  pianta,  la  quale  pe- 
lò pe'  memorali  scavi  si  sarà  formata.  I 
dotti  francesi,  nell'opere  d'antichità,  dau" 
no  per  esempio  di  colonne  doriche  senza 
base,  il  teatro  di  Marcello  in  Roma  e  quel 
di  Verona.  Fra  le  meraviglie  che  sussi- 
^slono  in  Italia  della  romana  magnificen- 
^ba,  il  grande  Anfiteatro  di  Verona  è  fur- 
^■«e  la  più  bella  e  la  più  grande, e  se  non 
la  più  antica,  certo  almeno  la  meglio  con- 
*ervata,anzi  l'unico  che  si  conservi  intatto, 
meno  il  recinto  di  cui  non  resta  che  pic- 
cola parte,  esagerandosi  niente  meno  ca- 
pace di  5o,ooo  e  più  persone  secondo  al- 
cuni, o  più  probabilmente  di  1/^,000  al 
dire  di  Saraina.  Infinite  volte  descritto, 
malgrado  le  ricerche  de'  dotti  ,  1'  epoca 
della  sua  origine  e  fondazione  è  incerta; 
non  si  hanno  indizi,  e  neppur  fondate 
congetture  :  solo  si  sa  non  esser  egli  più 
antico  d'  Augusto,  né  più  moderno  di 
Traiano,  per  quanto  dissi  nel  ragionare 
degli  Anfiteatri  e  del  loro  uso,  nel  voi. 
LXKllI,  p.  240  e  seg.  Perchè  prima  dei 
Cesari ,  edifizi  di  tal  genere  non  furono 
mai  fabbricati,  per  quanto  consta  dalle 
storie;  e  a' tempi  di  Traiano  si  trova 
menzionalo  quest'  Anfiteatro  da  Plinio  il 
Giovane, '\\  quale  da  alcuni  si  crede  con- 
temporaneo di  queir  imperatore.  Tulle 
le  indagini  degli  eruditi  non  giunsero  a 
scuoprire  più  in  là,  e  lo  slesso  veronese 
MadeijChe  vi  spese  intorno  non  poco  tem- 
po e  dottrina,  non  diede  che  vaghe  ed 
incerte  supposizioni,  quasi  attribuendone 
l'erezione  a  Domiziano  o  a  Nerva,  od  al- 
lo stesso  Traiano,  come  gli  attribuiscono 
alcuni,  ma  non  pare  per  quanto  dirò  con 
esso.  Del  pari  è  ignoto  il  nome  dell'  ar- 
chitetto, non  potendosi  dar  fondamento 
alla  volgar  tradizione  che  vuole  farne  au- 
tore Vitruvio,  del  quale  bisogna  pure  ri- 
portarsi alla  tradizione  circa  la  patria  e 
l'epoca  in  cui  vìsse.  Il  marchese  Maffei 
nel  t.  5  della  Verona  illustrata  ci  die' 
un  magnifico  trattato  Degli  Anfiteatri  e 
singolarmente  del  P^eroncse,  con  tavole 
e  sue  parli  architettoniche,  piante  e  spac- 


VER  197 

cali,  velarlo  e  medaglie,  una  delle  quali 
esprimente  Verona.  In  origine  fu  co- 
struito l'Anfiteatro  di  Verona  fuori  del- 
le mura  della  città,  ed  in  essa  in  seguito 
fu  compreso ,  nel  recinto  di  Teodorico 
nel  i.°  quarto  dei  VI  secolo,  come  lo  è 
il  Flavio  o  Colosseo  in  Roma.  Questo 
chiama  incomparabile,  esemplare  di  tut- 
ti gli  altri  Anfiteatri,  il  più  superbo  e  il 
meglio  inteso  edificio  del  mondo,  doven- 
dogli cedere  anche  le  piramidi  ed  i  mau- 
solei, e  dover  la  fama  parlar  di  esso  solo 
per  lutti  gli  altri.  Con  quanto  si  spese  per 
edificarlo,  si  sarebbe  potuto  fabbricare 
una  città  capitale  (certamente  eh'  è  1*  e- 
difizio  più  grandioso  che  la  mano  del- 
l'uomo abl)ia  innalzato  per  meravigliare 
il  mondo. £  il  principalissimo  monumen- 
to dell'archilpllura  antica).  L'  Anfiteatro 
di  Verona  dal  Maffei  non  si  crede  fatto 
né  da  Augusto,  ne  da  Massimiano,  ma 
dalla  repubblica  di  Verona;perònon  mai 
avanti  al  romano  Flavio.  Egli  crede  che 
già  sotto  Gallieno, che  regnò  dal  260  al 
268,  non  solo  erasi  fatta  l'Arena  di  Ve- 
rona, ma  erasi  cominciala  a  disfare,  forse 
per  difetto  de'  fondamenti,  onde  venne 
restaurata.  Alla  predilezione  de'veronesi 
per  questo  monumento,  insigne  e  ammi- 
rabile per  architettura,  doversi  la  sua  in- 
tatta conservazione,  tranne  il  recìnto,  di 
cui  sussiste  soltanto  un  tratto  di  4  archi 
ripetuti  in  3  ordini.  Il  materiale,  si  nel 
recinto,come  in  tulli  i  pilastri,  archi,  por- 
te, gradi  e  scale  interiori,  è  duro  marmo 
veronese,  parte  rosso  e  parte  bianco,  del- 
le cave,  per  quanto  credono  i  più,  di 
Grezana  distante  dalla  città  7  miglia.  Il 
lavoro  è  rustico,  ma  grandioso,  di  troppa 
maggior  opera  sarebbe  stato  l'appianare 
e  ripulire  le  pietre  vive,  che  il  traverti- 
no in  Roma  ,  di  cui  formasi  il  Flavio. 
L'  ordine  architettonico  in  tutti  i  3  pia- 
ni è  toscano.  Le  parti  lavorale,  cioè  il  so- 
praornato  del  3.°  piano  ,  i  capitelli  e  le 
cornici  degli  altri  due  sono  di  bianco;  il 
restante  regolarmenleèdiro8so,il  che  do- 
v«a  fare  agli  occhi  un  accordo  mollo  gra- 


198  VER 

xioso.  Le  scale  ÌDteroe,  e  i  gradi  ancora , 
si  vede  da  quel  che  ne  avanza  ch'eran  di 
rosso.  Le  pietre  vi  furono  usate  mollo 
grandi,  formandosi  col  pezzo  istesso,clie 
con  le  teste  viene  a  fare  fuccia  di  parte  e 
ed'altra,  tutto  il  fondo  de'pilastroni.Nou 
furono  disposte  regolarmente,  ma  senza 
cura  d'  eguaglianza  e  di  corrispondenza 
fra  loro.  In  tulio  il  recinto,  e  cosi  nelle 
parti  interne,  che  son  di  marmo  ,  non  si 
vede  usata  mai  calcina  o  malta,  ma  com- 
messe le  pietre  senza  intriso  di  sorte  al- 
cuna. Si  combaciano  ben^ì  perfetlatneu- 
le,  e  son  collegnle  insieme  ,  nelle  volle 
degli  ardii  con  perni  o  chiodi,  nelle  parti 
rette  con  chiavi  di  ferro,  cioè  arpesi.  Uso 
deirAnlìtealro  si  fece  da'veronesi  mollo 
frequente,  di  che  indizio  grande  è  una 
pietra  dalle  funi  del  velario  incavata,  e 
«i  prova  per  3  insigni  lapide  esistenti.  I 
gradi  dell'  Anfiteatro  veronese  ,  dice  il 
Maflei ,  non  ammettono  più  di  22,000 
persone  (altrove  lo  dice  capace  di  5o,ooo 
spettatori  ;  quanti  ne  contenne  a'  nostri 
giorni  lo  riferirò  a  suo  luogo);  mentre  il 
romano,  egli  ritiene  non  poteva  capire 
che  da  34,ooo  persone,  e  che  le  altre  a- 
viauno  avuto  luogo  alle  parli  aite  e  sui 
gradi  che  non  si  vedono,  poiché  altri  dis- 
ici 0  ricevere  il  Flavio  70,000  persone, 
altri  avere  87,000  luoghi.  Solenne  spet- 
tacolo anfìteati  ale  »i  celebrò  sotto  Tra- 
iano in  Verona,  per  liberalità  d'un  per- 
sonaggio detto  Massimo.  £i  lo  die'  per 
onorare  la  memoria  della  defunta  moglie, 
ch'era  veronese,  e  per  gratificare  i  vero- 
nesi, da'  quali  era  riverito  ed  amato  ,  e 
qual  veronese  per  adozione.  Per  questo 
épettacolueranodestinale  moltissime  pan- 
tere, quali  per  le  tempeste  di  mare  nuu 
giunsero  d'  Africa  a  tempo.  D'ultra  cac- 
cia di  fiere  n'é  rimasta  memoria  iu  una 
iscrizione,  lasciata  per  testamento  da  Li- 
cinia, oltre  il  doversi  fare  una  statua  a 
Diana,  e  che  si  facessero  salienti  u  tubi 
da  condurre  ac(|ua,  o  forse  per  far  salire 
eoo  artifìcio  dui  fondo  dell'  Anfiteatro  si- 
no alla   citila   liquori  odorosi,  che   eoa 


VER 
ispar&ioni  si  spandevano  nell'aria  in  mo- 
do di  minutissima  pioggia.  Tale  donna 
ordinò  pure  che  lo  spettacolo  si  celebras- 
se in  nome  del  figlio,  ed  a  lui  se  ne  des- 
se l'onore.  In  Verona,  oltre  il  pubblico, 
erano  altri  ludi,  come  in  Ruma, cioè  scuo* 
le  per  addestrarsi  nell'Anfiteatro.  L'anti- 
che  storie  e  l' iscrizioni  scoperte  nell'An- 
fiteatro, mostrano  assai  chiaro  quale  uso 
ne  facessero  i  veronesi,  e  di  quali  spelta- 
coli  egli  fosse  l'arena.  Si  su  d'un  gliidia- 
tore  che  vi  combattè  27  volle,  dal  che  ri* 
levasi  quanta  fosse  la  frequenza  di  sif- 
fatti spettacoli.  L'ultima  notizia  diesi  ab- 
bia di  popolo  ivi  radunato  sotto  la  do- 
minazione romana,  risale  all'anno  3o4, 
in  cui  tutta  la  cillù  accorse  al  principio 
del  martirio  de'ss.  Fermo  e  Rustico.  Vi 
fu  pure  condotto  s.  Procolo,  ma  contro 
di  lui  non  volle  Anolino  incrudelire.  Po- 
co dopo  i  giuochi  gladiatorii  furono  mo- 
derati, ridotti  a  spettacoli  e  quindi  aboli- 
ti; e  gli  Anfiteatri,  almeno  ne'primi  an- 
ni del  VI  secolo,  andati  fuori  d'uso, 
caddero  naturalmeute  in  rovina.  Ne'tem- 
pi  di  mezzo,  (|ueslu  Anfiteatro  servi  a 
diversi  uflìzi.  Sotto  il  nome  di  Laberiu' 
lo  trovasi  ricordato  nel  Ritmo  Pipinia- 
to,  che  contiene  la  descrizione  di  Verona, 
in  sul  principiare  del  IX  secolo,  quan- 
do Pipino  re  d'Italia  fermò  stanza  per 
qualche  tempo  iu  Verona:  al  poeta  che 
l'appellò  con  tal  vocabolo,  sembrò  l'An- 
fiteatro un  Laberinto,  per  le  molle  scale 
interne,  e  le  varie  e  oscure  vie,  ed  i  repli- 
cali e  circolari  corridori.  Presso  i  vero- 
nesi fu  più  comune  e  costante  il  denu« 
minarlo  Arena.  Poiché  con  tale  antico 
vocabolo  fu  chiamato  ogni  Aiifiteutro, 
per  l'uso  di  spargere  di  «abbia  il  suolo, 
adinché  non  isdrucciulassiero  i  combat- 
tenti, e  perché  il  sangue  ne  restasse  ad- 
sorbito. L'  Ì!>lesso  nome  si  die' al  Circo, 
di  cui  ragionai  nel  luogo  citato,  anzi  ad 
ogni  luogo  di  certame:  si  copi  ivu  d'are- 
na anche  il  Foro,  quando  vi  dovevano 
pugnare  i  gladiatori.  Poi  venne  adopera- 
lo più  d'una  volta  come  fortezze;  e  si  hi 


VER 

notizia  d'  un  certo  conte  che  vi  si  (enne 
chiuso  ti  lungo.  Di  que' lem  pi  sono  corse 
uiecDurie  eziandio  di  favole  e  di  roman- 
zesche avventure  operatevi  da  Lancellot- 
to  del  Lago  e  dagli  eroi  romanzieri:  ma 
la   storia   non   conservò  ricordanza  che 
de' duelli    giudiziari  che  vi  si  tenevano 
come  io  campo  franco;  cioè  a  que*  duel- 
li ordinali  dal  giudice,  ne' secoli  quando, 
secondo  le  leggi  longobarde  e  V  istituto 
delle  nazioni  settentrionali,  molte  liti   si 
decidevano  col  duello, del  genere  de'cosi 
delti  Giudizi  di  Dio  [P'.)  e  Purgazio- 
ni {f^^.y  A  continuare  in  Verona  più  che 
in  altro  luogo  siffattocostume,  dieTomen- 
lo  senza  dubbio  il  comododell'Aufiteatro. 
A    tempo  d'Innocenzo  III  (i  198-1216) 
fu  dui  podestà  intimato  personale  duello 
a  un  chierico  che  avea    ucciso   un  arci- 
prete. Servi  assai  tempo  rAnHleatro  ve- 
ronese di  campo  franco  pe'duelli   giudi- 
zialmente decretati,  ed  è  credibile  che  vi 
venissero  per   1'  opportunità  e  sicurezza 
del  luogo  a   combattere  anche   uomini 
d'altre   parti,   ritraendone  il   pubblica 
della  città  un  diritto,  e  una  contribuzio- 
ne, che  allogava;  traendosi  da  un  docu- 
mento che  nel  1623  certi  Visconti  era- 
no in  possesso  del  dazio   delle    porte  s. 
Stefano  e  del  Vescovo  ,  e  dell'  introito  e 
onore  dell'Arena  per  occasione  delle  pu- 
gne giudicate  che  ivi  si  facevano,  riscuo- 
tendo per  ogni  simile   battaglia   25  Lre 
veronesi,  con  obbligo  di  tener  assicurato 
il  luogo  con  uomini  armati.  Non  poche 
volte  servi  quest'Arena  a'supplizi  de'  rei, 
quasi  continuando  il  costume  antico,  e 
di  persone  di  conto  decapitate  in  essa  nei 
tempi  degli  Scaligeri  più  memorie  si  tro- 
vano. Nel  principio  del  i4oo  le  volte  e 
cavità  degli  archi  servivano  a  stanza  di 
meretrici,chene  pagavano  la  pigione;  uso 
abolito  solo  al  principiare  del  nostro  se- 
colo,in  cui  cessò  pure  la  fatai  consuetudine 
di  valersi  delle  sue  pietre  io  occasione  di 
nuove  fabbriche,  come  nell'anno  1  364 
e  nel  i4o6.  Con  tutto  ciò  una  lode  nou 
può  negarsi  a'  veiunesi,  e  non  comune 


VER  199 

a'  cittadini  d*  altre  città.  La  storia  del- 
l'Anfiteatro prova  le  cure  costanti  per  la 
sua  conservazione  e  ristauro,  senza  ri- 
sparmio di  spesa  fino  a'  nostri  dì.  Che 
anzi  neppure  il  romano    Colosseo  (f^.) 
fu   in  questa   parte  sì  fortunato.   Pub- 
blici decreti  per  risarcire  gli  Anfiteatri , 
per  la  loro  antichità ,    non  può  vantare 
che  Verona,  e  la  più  antica  disposizione 
che  si  conosca  è  del  1228  ,    dalla  quale 
apparisce  la  premura  de' veronesi  di  con- 
servare questo  tesoro.  Nel  1376  fu  or- 
dinato tener  chiuse  tutte   le  porte  del- 
l'Arena, che  prima  stavano  aperte,  prov- 
vedendosi alla  sua  custodia  e  decoro.Di- 
sposizione  rinnovata  nel  1 475,  con  ag- 
giunta di  penalità  a  chi  movesse  di  luo- 
go alcuno  de'gradi,  o  trasportasse  qual- 
che pietra.   Nel  i48o  mancava  la  mag- 
gior parte  de'  gradi,   ma  nel   secolo  se- 
guente si   pose   mano  a  restaurarlo  di 
proposilo,  e  nel    i545  ottimamente  fu 
stabdito   d' elegger  di   tempo  in  tempo 
un  idoneo  cittadiao ,  perchè  attendesse 
alla  sua   conservazione.   Ventitré   anni 
dopo  si  fece  una  volontaria  raccolta  di 
denaro  cittadino  per  rifare  i  gradi  o  ri- 
metterli al  proprio  luogo.  Nel  1579  fa 
imposta  una  gravezza  da  esigersi   per  4 
anni  a  fine  di  riparare  l'Anfiteatro,  e  st 
supplicò  il  senato  veueto  onde  impiegar- 
vi anche  una  parte  delle  condanne.  Al- 
tri simili  decreti  furono  poi  fatti  più  voU 
te  nel  consiglio  de'  XII  e  in  quello  de'L, 
che  fanno  fede  del  continuato  fervore  ia 
così  nobil  cura.  Tra  gli   altri   nel  1606 
fu  stabilito  di  crescere  in  avvenire  due 
soldi   per  lira   le  condanne  pecuniarie 
Delle  cause  criminali   del  consolato,  per 
applicar  tal  somma  all'Anfiteatro.  Sag- 
giamente dopo  qualche  tempo  fu  messo 
in  uso  di  raddoppiar  la  custodia  e  l'at- 
tenzione al  risarcimento ,   creando  due 
presideuti  dell'Arena.  A  tempo  di  Mafièi 
essendo  rimessi  e  perfezionati  dal  fondo 
alla  cima  i  giri  tutti  pe'  gradi ,  opinava 
invitar  la  gioventù  veronese,  eia  sua  fio- 
rita e  numerosa  nobiltà,  eccitandola  a 


aoo  VER 

valersi  qualche  volta  di  quest'unico  e 
iocoiioparabile  campo  per  far  mostra  del 
suo  spirito,  e  per  esercitar  suo  valore.  Il 
rinnovar  qualche  volta  ì  solenni  armeg- 
giamenti a  cavallo,  per  si  lunga  età  in* 
ternnessi,  farebbe  godere  della  più  bella 
e  superba  veduta  che  ammirar  si  potes- 
se; tale  senza  dubbio  alcuno  essendo  quel- 
la dell'Anfiteatro  veronese,  e  coperto  di 
basso  all'alto  intorno  di  spettatori.  Si  fat- 
t^  apparenza  supera  ogni  immaginazio- 
ne, ed  è  l'unico  saggio  che  di  presente  sì 
possa  prendere  dell'antiche  idee  e  della 
grandezza  romana  negli  spettacoli. L'auto- 
re reputava  non  potersi  per  certo  miglior 
comodo  desiderare,  o  eccitamento  mag- 
giore a  celebrare  di  tanto  in  tanto  alcua 
pubblico  divertimento,  in  cui  virtù  aves- 
se parte.  Nel  secolo  XVII  due  Tornei 
più  degli  altri  solenni  vi  si  celebrarono 
uel  1654:  nel  i,"  riportò  i!  premio  mag- 
giore il  marchese  Alessandro  da  Monte, 
poi  gran  generale.  Altre  giostre  ebbero 
luogo  nel  medesimo  secolo,  polendosi  ar- 
guire dalla  stampa  impressa  nel  162^7  , 
in  cui  vedesi  figurata  dal  vero  una  gio< 
stia  d'incontro,  colle  comparse  e  i  cava- 
lieri nell'armatura  ed  abito  che  portaro- 
tio  ,  con  l'armi  del  loro  casato  sopra  gli 
scudi, e  i  due  che  con  lancie s'incontrano, 
separati  però  dalla  sburra,  e  i  rettori  ve- 
neti che  siedono  sopra  un  palco  co' giù* 
dici  e  co'  premi.  E  credibile  che  negli 
anteriori  tempi  molti  torneamenti  si  sa- 
ranno fatti;  d'uno  nel  1222  fa  men- 
zione il  Saraina.  A' 20  novembre  1716 
si  ottenne  di  potervi  eseguire  nell'  Arena 
l'azione  della  lancia  e  corsa  all'anello, 
con  nobile  apparato,  per  la  venuta  in  Ve- 
jona  dell'elcllore  di  Baviera.  Ne  diminuì 
]a  solennità,  minuta  e  ostinata  pioggia  , 
che  tolse  gran  numero  di  spettatori.  Fi- 
gurò maestro  di  campo  il  conte  Cozza 
Cozzi  cavallerizzo  ,  che  pochi  pari  ebbe 
in  sì  nobii  arte,  e  da  più  principi  fu  ono- 
rato e  richiesto.  Nobdi  veronesi  fui'ono 
i  4  giudici,  gli  8  attori  e  gli  8  padrini. — 
Popò  l'epoca  romana,  e  le  diverse  do- 


VER 
mlnaKÌoni,  conquistata  dalla  repubblica 
di  Venezia  sugli  Scaligeri  Verona,  la  città 
riposò  con  tutta  l'antica  Venezia  terrea 
stre  sotto  il  dominio  e  tutela   di  quella 
sapientissima,  unica  discendenza  rimasta 
in  Italia  della  grandezza  romana  e  della 
libertà,  come  scrive  il  MalTei  ;  veniva  sag- 
giamente amministrata   dal  veneto  go- 
verno da  due  scelti  patrizi ,  con  nome  di 
vettori  e  di  rappresentanti,  e   col  vecchio 
titolo  particolare  di  podestà  all'uno  e  di 
capitano  all' altro;  quegli  presiedeva  al 
civile,  questi  al  militare,  ciascuno  avendo 
propria  cancelleria]   il  loro  reggimento 
durava  16  mesi, non  si  cambiavano  uni- 
tamente, ma  alla  scadenza  del  tempo.  Si 
destinavano  dalla  repubblica  a  rettori  di 
Verona  personaggi  stati  ambasciatori  o 
altrove  podestà,  e  senatori.  Il  podestà  so- 
leva fare  ingresso  formale,  portandosi  ac- 
compagnalo da' provveditori  della  città 
alla  chiesa  di  s.  benone  ,  indi  al  duomo 
e  di  là  in  piazza  al  Capitello,  dove  rice- 
veva lo  scettro  o  bacchetta  di  cumando,e 
quivi  sedendo  faceva  giurare   pubblica- 
niente  a'suoi  dipendenti  di  far  giustizia 
incorrotta  e  d'osservare  lo  statuto,  Con- 
duceva egli  seco  la  sua  corte  giudiziaria, 
la  qual  si  componeva  di  4  asiessori  gra- 
duati del  dottoralo  ,  che  secondo  1'  uso 
antico,  per  maggior  sicurezza  da  parzia- 
lità, doveano  essere  foraslieri  ;  uno  avea 
il  titolo  di  vicario,  altro  di  giudice  a'  ma- 
lefizi  ossia  al  criminale,  e  due  prendeva- 
no il  nome  dal  tribunale  in  cui  sedevano, 
cioè  del  Grifone  e  della  Regina.  Il  pode- 
stà conduceva  ancora  per  pubblico  servi- 
zio un  contestabile  e  due  militi,  antichi 
nomi  di  que' che  presiedevano  a'sergeu- 
ti,  poi  detti  sbirri,  Due  nobili  veneti  a- 
venno  custodia  e  cura  della   cassa  pub- 
blica, col  nome  di  camerlenghi:  due  al- 
tri risiedevano  col  nome  di  castellani  nel 
Castel  Vecchio  e  nel  Castel  s.  Felice.  La 
divozione  naturalee  innata  verso  il  nome 
veneto,  che  sempre  Verona  palesò  sopra 
tutte  l'altre  città  del  dominio  ne'più  sna- 
brosi  tempi, resta  va  comprovata  dal  gran- 


VER 

de  e  nobile  stendardo,  che  di  essa  fra  tulle 
si  vedeva  pendenle  nel  mezzo  della  ba> 
iilicu  di  s.  Marco  a  Venezia  con  1'  epigra- 
fe: Verona  fidelis  anno  mdxxi.  il  cor- 
po e  il  comune  delia  città, che  secon- 
do l'antico  uso  romano  poteva  dirsi  Re- 
pubblica Veronese,  veniva  l'appresentalo 
dal  consiglio  ,  che  si  radunava  sempre 
con  r  intervento  e  presidenza  de' rettori. 
Questo  fu  già  popolare,  come  in  tutte  l'al- 
tre città,  e  si  radunava  sempre  in  nume- 
ro di  molte  centinaia.  Sotto  il  domuiio 
veneto  si  ridusse  a  numero  limitato,  e  si 
compose  di  soli  nobili.  Erano  in  tutti 
i52,  tra'  quali  non  potevano  aver  luogo 
più  di  3  d'un  casato;  ma  a  tempo  del 
Maifei,  in  uiliziu  erano  solamente  122, 
dovendo  ogni  anno  restarne  fuori  3o  cir- 
ca, dicendosi  essere  in  vacanza.  I  122 
formavano  il  consiglio  pieno ,  che  si  di- 
ceva di  tutto  l'anno,  e  si  convocava  per 
creare  i  consiglieri  nuovi,  e  in  occorren- 
za di  prescrivere  qualche  imposizione  ,  o 
tl'altro  grave  all'are:  ma  de'  122,  erano 
5o  continuamente  per  un  anno  in  u(Iì- 
zio,  e  gli  altri  72  si  dividevano  in  6  mu- 
te, ognuna  delle  quali  a  vicenda  formava 
il  consiglio  de' XII  j  ed  interveniva  in- 
sieme con  quello  de'L  perdue  mesi.  Ogni 
anno  poi  si  cambiava,  passando  i  L  nelle 
mule,  e  que'  delle  mute  ne'  L,  ed  uscen- 
done 3o,  per  rimpiazzare  ì  quali  si  to- 
glievano dentro  i  3o  che  erano  fuori,  e  si 
suppliva  a' luoghi  de' morti,  o  di  quelli 
ch'erano  assenti  per  ragione  di  carica, 
con  riceverne  altrettanti  di  nuovi,  ribal- 
lottando nello  stesso  tempo  anche  i  vec- 
chi che  ritornavano,  quali  però  poteva- 
no restare  esclusi:  con  che  tenevasi  o- 
gnuno  in  soggezione  di  continuar  sem- 
pre a  meritar  la  pubblica  approvazione. 
Con  tal  orduie  e  regolamento  niuuo  re- 
titava  m  consiglio  più  di 4 anni  continui. 
Ogni  mula  avea  3  capi  ,  ch'erano  i  più 
vecchi  de'3  ordini,  ne'quali  si  dividevano 
i  consiglieri ,  cioè  graduati  ossia  dottori , 
titolali  e  laici,  ch'è  quanto  dire  non  dut- 
luri,  uè  titolati.  Chi  desiderava  esser  ani- 


VER  aoT 

messo  in  consiglio  dovea  prima  presen- 
tarsi ad  una  delle  5  compagnie ,  nella 
quali  privatamente  si  divideva  il  oume- 
ro,  e  da'reggenti  di  essa  e  da'  voti  della 
compagnia  esser  approvato  per  idoneo  e 
ricevuto;  conchegli  restava  permesso  di 
concorrere  e  di  far  pratica,  cioè  d'  udi- 
ziare  tutto  il  consiglio.  Non  può  negarsi 
tutto  (|ueslo  saviamente  ordinato,  e  pexb 
della  sola  città  di  Verona  fra  tutte  le  sog- 
gette del  dominio  veneto,  meritò  d'esse» 
re  riferito  e  descritto  nel  corpo  delle  Ue- 
pubblìche  stampato  dagli  Elzeviri,  l'or- 
dine del  governo  tratto  dal  lib.i. "degli 
statuti  veronesi.  Ma  non  può  negarsi,  o- 
pinò  Malfei,  che  mollo  più  utile  al  pub- 
blico sarebbe  riuscito  per  più  ragio- 
ni r  uso  d' alcun' altra  città  dello  stato 
veneto,  dove  ognuno  di  nobile  condizio- 
ne, ch'era  in  età,  ed  era  stalo  una  volta 
riconosciuto  per  non  escluso  da  eccezione 
alcuna  reale  o  personale,  poteva  sempre 
intervenire  nelle  occasioni  importanti, e 
dove  credeva  poter  giovare  al  pubblico 
colla  sua  voce.  Il  consiglio  de'  L  co' XII 
di  muta  faceva  tutte  le  cariche  più  con- 
siderabili intrinseche  ed  eslrinseche,eleg« 
gendo  a  voli.  Otteneva  chi  n'avea  più  , 
purché  passasse  la  metà  delle  balle.  Si 
maud.ivaiiu  a  partito  que'che  domanda- 
vano, quando  ve  n'erano,  ma  era  in  po- 
destà d'  ognuno  il  proporre  chi  gli  pa- 
reva ;  il  che  dicevasi  mettere' in  iscruli- 
nio;  e  chi  era  proposto  dovea  esser  bal- 
lottato, benché  contro  sua  voglia.  Al  con- 
siglio spettava  parimente  il  far  leggi  ossia 
decreti,  che  si  dicevano  parti,  o  per  cor- 
reggere abusi  che  andassero  nascendo, a 
per  regolare  il  buon  ordine  di  più  altri 
corpi  (iella  città,  e  alcuni  pubblici  paga- 
menti, l'esazione  delle  gravezze  e  1'  am- 
ministrazione delle  rendite.  Si  eleggeva- 
no dunque  in  1.°  luogo  il  vicario  ilella 
casa  de'mercanti  e  due  provveditori;  l'in- 
gresso delle  quali  dignità  si  faceva  solen- 
nemente. Questi  3  duravano  in  ullizio  6 
mesi.  Il  vicario  presiedeva  alle  arti  ,  e 
giudicava  tutte  le  cause  di  mercatura,  in 


202                    VER  VER 
qualunque  somma.  L*  appellazione  spel-  ra.consuocancelliereecavaliere. — E  Pe« 
lava  a'relloii  uniti,  die  se  confermavano  schiera, anlicamenle  P/yc/inVr,  ArcLlica^ 
la  sentenza, la  lile era  finita.  A vea  il  suo fo-  una  fortezza  valida,  la  quale  attraversala 
ro  separato  e  4assessori  dell'orrlinemer-  e  circondata  ilal  fiume  Mincio  uscente  dal 
cantile,  3  con  nome  di  consoli,  ed  uno  di  lago   di  Garda,   fu   sempre   riguard.ita 
caTaliere,dall'antico/7?//e.5',uffiziodelqua-  come  un  luogo  strategico   e  di    somma 
leera  l'inquirirenella  qualità  e  giusta  con-  importanza  militare.  Quest'insigne   cit- 
dizionedelle  n>erci.  Eranoancb'essi  eletti  tadella  ,  distante  i5  miglia  da  Verona, 
dal  consiglio  insieme  col  nolarodettosta-  fu  chiacnata  da  Dante,  Inferno ^  e.  20  .  . . 
bilenche  rogava  le  sentenze  e  gli  alti,  ma  Bello  e  forte  arnese  -  Da  fronteggiar 
eranoper  laconsullivaesenza  volo.  A'due  Bresciani  e  Bergamaschi.  Ha  la  forma 
provveditori  era  raccomandalo  il  maneg-  d'  un  pentagono  alquanto  irregolare,  a- 
gio  degli  affari  principali  che  occorreva-  venie  il  lato  del  poligono  esterno  di  cir- 
00:  r  uno  era  deputato  a'negozi,  1' atiro  cdi  ^00  vtMt\.v\.  Due   mezze   lune  e   due 
alla  cassa.  Aveano  facoltà  di  ^convocare  grandi  opere  a  corno  la    proteggono  al 
il  consiglio,  anche  fuorde'tempi  consue-  sud-ovest,  coperta  da  4  lunette  inoltrate 
li;  facoltà  comune  a'capi  di  mula.  Que-  sulle  strade  di  Ponti  e  di  Brescia.  Guar- 
iti ultimi  potevano  altresì  portar  parli ,  da  il  lago  di  Garda  all'ovest-nor.d-est,  e 
cioè  proporre  al  consiglio  decreti,  e  così  per  difendersi  abbisogna  d'una  flottiglia, 
polevanoi  conservatori  delle  leggi,  quan-  come  una  flotta  nemica  la  potrebbe  but- 
do  si  trattava  d' intromettere  alcun  atto  lere  di  li  con  gran  vantaggio.  Lafiontea 
de'  XII,  con  cui  avessero  ecceduta  la  pò-  sud-est  è  la  più  debole,  ma  riceve  aiuto 
desta  loro  contro  le  leggi.  Molti  altri  uf-  dal  maggior  braccio  del  Mincio.  Il  Castel- 
flzi  si  creavano  dal  consiglio.  Doe  cava-  lo  prese  il   suo   nome    dall'  abbondante 
beri  di  comune,   già  detti  prociu'atori ,  pesca  d'anguille  che  quivi  facevasi  da  re- 
per  la  cura   della    grascia  e    della  pub-  motissimi  tempi;  e  la  sua  origine  rimon- 
blica  sanila.  Deputati,  presidenti  e  mi-  la  all'epoca  dell'imperatore  Lotario.  La 
Distri  principalmente  per  amministrar  le  sua  rocca  distrutta  da   Ezzelino    III,  ^a 
pubbliche  gravezze,  l'arte  della  seta  ,  il  rifabbricata  dagli  Scaligeri. Caduta  in  po- 
inonie  di  pietà,  gli  spedali,  i  luoghi  pìi ,  lere  de' veneziani,  qual  frontiera  de' loro 
r  Anfiteatro  ,  le   fabbriche  pubbliche,  il  «tali  di  qua  dal    Miucio  ,  l'ampliarono  , 
ghetto,  tener  in  fieno  l'Adige  per  cui  si  fortificarono,  e  sul  disegno   del  duca  di 
spendevano  da  i4;000    ducati   l'anno.  Urbino   eressero  la  cittadella;   indi    la 
A*  presidenti  dell'  Arena  era  raccomaii-  custodirono  gelosamente,  tenendovi  an- 
data   la    preservazione   della    più   bella  che  alquante  galee  sottili  per  signoreg- 
gemma  di  Verona.  Nel  secolo  del  i4oo  giare  il  lago  in  caso  di  bisogno, —  Inoltre 
eravi   ancora    uu  magistrato   di  X   savi     il  consiglio  di  Verona  eleggeva  i  podestà 
della  gueria.  Altre  cariche  estrinseche  e-     di  Riva,  Ostiglia,  Legnago,  Cologna,Ba- 
leggeva  il  consiglio,  Ira   le  quali  erano     dia,  Lonato;  il  nunzio  al  principe,   che 
principali  il  triennale  capitano  del   Uu'.o     risiedeva  sempre  in  Venezia.  Si  manda- 
di  Garda,  residente  a  Malsesine,  con  giù-      vano  ancora  vicarii   per  giudicare  i    23 
risdizione  su  di  esso,  facendo  vigilare  eoa     villaggi,  ne'quali  il  pubblico  avea  giuris- 
barche  armate,  onde  non  fossero  estralli     dizione.  Da' giudici  de'dugali  si  vegliava 
grani  dallo  stato,  e  pel  pagamento  dei     alle  acque  di  lutto  il  dislretto  e  de' pie- 
pubblici  diritti  d'ogni  naviglio  di  oier-     coli  fiumi,  de'torrenti  e  degli  argini,  dei 
canzia.  Altre  volte  eravi  un  capitano ^<;{     ponti  e  delle  chiaviche,  la  nettezza  de  cn- 
i^e//7rt  ,  che  vegliava    tulio  il    territorio,     naii.  Altro  corpo  di  molla  cousiderazio- 
.  Teneva  il  a."  luogo  il  podestà  di  Peschie-     ne  era  il  collegio  de'giudici,  già  dello  de- 


VER 

gli  avvocali,  composlo  di  giurìsli  gra- 
duati del  doltoiato,  e  ristretto  a  uobìli  di 
condizione.  Da  questo  collegio  furono  ri- 
chiesti soggetti  piti  volte  da  varie  parti 
per  controversie  grandi  e  per  uffizi  su- 
premi. Da  gran  tempo  Verona  fece  le 
proprie  leggi,  compilale  ne'  5  libri  degli 
statuti,  confermali  dalla  repubblica  vene- 
la,  la  quale  permetteva,  seguendo  l'orme 
de' ro(nani  antichi,  ad  ogni  città  di  vi- 
vere colle  sue  leggi.  La  giudicatura  di 
Verona  in  i."  grado  de' giudizi  si  am- 
ministrava nel  palazzo  grande  o  del  co- 
mune, dove  sedevano  7  giudici  in  altret- 
tanti tribunali;cioè  il  vicario  del  podestà, 
con  due  altri  della  corte  forestiera  e  4 de- 
putati dal  suddetto  collegio  ,  ed  eletti 
deUuo  numero,  innanzi  a'qualiosi  chie- 
deva deputazione ocominissione,  cou  che 
il  giudice  emanava  sentenza.  Si  poteva 
domandare  altresì  il  consìglio  del  savio 
o  sia  del  giurisperito,  con  che  il  giudice 
riinetleva  a  un  del  collegio  nominato 
dalle  parti, o  tra'noroinali  sortito.  Al  giu- 
risperito commetteva  le  cause  anche  il 
podestà  e  il  suo  vicario;  l'appellazione 
appartenendo  al  podestà,  o  al  capitano 
se  si  trattava  di  comunità, o  di  certe  per- 
sone, e  talvolta  ad  ambedue.  Fer  le  liti 
tra'congiunlì  si  eleggevano  arbitri ,  per 
giudicare  sommariamente  e  senz'appel- 
lo. Singolare  era  il  privilegio  di  Verona 
per  l'imperio  mero  e  gius  del  gladio, cioè 
piena  giurisdizione  anche  nel  criminale. 
La  giudicatura  ne'delilti  spettava  al  con- 
solato, composto  d'8  individui  chiamati 
consoli,  eletti  dal  consiglio  e  per  metà 
dovtudu  esser  dottori  collegiali.  Il  pode- 
stà presiedeva  senza  voto,  tranne  i  casi 
di  discrepanti  pareri,  ne' quali  decideva 
col  suo.  Altro  modo  di  procedere  era  per 
delegazione,  in  gravissimi  casi  atraci, fat< 
la  dal  supremo  cousiglio  de'X  di  Vene- 
zia ,  facendosi  allora  il  giudizio  da'  due 
rappresentanti  veneti  e  da'  4  assessori. 
Corpo  mollo  considerabile  e  onoralo  era 
ancora  quello  de'  notati,  geloso  uffizio  e- 
sercilato  anche  da'oobili,  quando  uon  si 


V  E  H  3o3 

credeva  che  la  nobiltà  consistesse  in  vi- 
vere senza  far  nulla,  rileva  MalFei  ;  anzi 
per  antichi  privilegi  di  tal  collegio,  tale 
esercizio  non  derogava  alla  nobil  nascila. 
Era  altresì  in  Verona  un  celebre  e  illu- 
stre collegio  di  medici,  cessalo  ()er  dispu- 
le al  principio  del  secolo  passalo.  Trovo 
nel  Bull.  Bom.  t.  3,  par.  2,  p.  286,  il 
diploma  di  Papa  Benedetto  XII,  Duni 
solicitae  consideratìonis,  de*  22  settem- 
bre I  33g:  InsdliUio  Studii  generalis  in 
civilale  f^eronen.y  injun  canonico  et  ci- 
vili,  et  in  medicina,  et  artibu<f,  in  quo 
ntagistri  doceanl,  et  scholares  libere  slu- 
deant  et  aadìant  in  facultalibus  prae- 
libatis,  et  in  eisdeni  facultaiibus  magi- 
sterii  lilulo  valeant  idonei  decoravi.  Il 
MalTei  dice  che  il  E'apa  con  tal  bolla  ap- 
provò r  università  veronese,  e  riferisce 
leggersi  nello  Statuto  Scaligero,  che  il 
podestà  col  consìglio  del  vicario  e  del  ve- 
scovo e  chierici,  eleggano  un  lettore  di 
gius  canonico  e  decretali,  altro  di  medi- 
cina, altro  di  logica,  altro  d'abaco  o  ago- 
i-ismo,altrodi  grammatica.altrom  dieta' 
mine  j  e  che  tulli  i  pubblici  maestri  sa- 
lariati dal  comune  debbano  in  ciascun 
mese  d' inverno  fare  una  disputa.  Né  fu 
la  nostra  fra  le  altre  università,  soggiun- 
ge MalFei,  in  ultima  considerazione,  poi- 
che  la  trova  nominala  avanti  la  Pado- 
vana, e  avanti  piti  altre  mollo  rinomate, 
fra  le  29  più  famose  d'Europa,  nella  di- 
sputa del  capitolo  di  Praga  avuta  eoa 
Kukìzano  ussita  nel  i465.  Si  trova  me- 
moria ch'ebbe  pure  cattedra  teologica, e 
forse  col  nome  di  gius  canonico  ogni 
studio  sagro  veniva  a  intendersi.  INoa 
si  conosce  quando  mancò  quello  studio 
generale,  certo  è  che  continuava  ad  esi- 
stere nel  i5oo,eforse  1' aspra  guerra 
che  poco  dopo  travagliò  tanto  il  paese  , 
allora  la  fece  dismettere.  Si  cominciò  poi 
a  iilipendiare  solamente  alcuni  maestri 
per  le  più  necessarie  scuole,  come  io  o- 
gui  città  SI  faceva  ,  e  questi  assai  spessa 
chiamali  da  loutane  parli,  e  de'più  ripu« 
tali  m  que'lempi,  né  già  cou  pìccole  mei'- 


ao4  VER 

cedi.  Nota  pure  Madei ,  che  li  diploma 
ponlificio  del  i  SSg  concesse  nuova  au- 
torità e  nuovo  lustro  ai  pubblico  studio 
ili  Verona,  e  non  prima  fondazione,  poi- 
ché sul  monumento  d'Antonio  da  Par- 
ma, conservato  nel  convento  di  s.  Fer- 
mo maggiore,  è  scolpilo  in  cattedra  e  pa- 
re ornalo  di  mozzella  dottorale  ,  fra  gli 
uditori:  Antonio,  forse  de'  Pallavicini, 
morì  Del  1 827.  Altrettanto  può  dir$i  di 
DavarÌDo,  la  cui  arca  fu  collocata  sulla 
facciala  di  s.  Pietro  Martire.  Nel  1275 
leggeva  medicina  in  Verona  Guglielmo 
Piacentini  di  Saliceto,  creduto  veronese 
dal  Chiocco.  Nello  S la ( ulo  sl^m palo  nei 
decorno  secolo,  anteriore  al  1228,  tra  gli 
obblighi  d'ogni  podestà  eravi  quello  di 
far  venire  un  buon  maestro  perchè  deb- 
ba in  quell'anno  regere  scholas  in  arte 
Visica  cioè  Fisica,  potendosi  dargli  di 
Stipendio  fino  a  200  lire  veronesi. — Della 
zecca  di  Verona  parlerò  poi  nuovamen- 
te col  Malfei,  ne'primordi  del  secolo  III 
di  nostra  era,  ne'cenni  storici,  e  alla  fine 
del  regno  longobardico.  A'  tempi  di  Pi- 
pino e  Carlo  Alagno  suo  figlio,  si  rinno- 
varono le  zecche  italiane,  e  fra  le  prime 
città  a  conseguirne  il  privilegio,  una  fu 
"Verona,  poi  l'ebbe  Treviso  e  altre.  Ma 
già,  come  dirò,  Verona  ebl)e  la  zecca  nei 
tempi  romani  e  ne'  tempi  longobardi.  Il 
Muratori,  Dissertazioni  sopra  le  Anli- 
chilà  llaliane,  Dissert.  27."  Della  zec- 
ca e  del  diri  Ito  0  prii'ilegio  di  battere 
moneta,  anch' egli  conviene  che  fra  le 
città  del  regnod'ltalia,che  dopo  le  privi, 
legiate  de'piìi  vecchi  secoli,  fra  quelle  cit- 
tà che  cominciarono  a  godere  la  facoltà 
di  fabbricare  moneta,  una  è  l'illustre  Ve- 
luna.  Delia  pecunia  veronese  egli  trovò 
memoria  nell'antiche  carte.  In  una  fer- 
rarese del  I  1 13  lesse:  Et  in  omnifesli- 
vitate  s.  Martini  annnaliler  dalurus  stiin 
vobis  in  vestro  arbitrio  perenni  unum  de 
pretio  solidoruni  odo  denarioruni  f^e- 
lonensium  eie.  In  un'altra  ferrarese  più 
antica  dei  1078  si  legge;  Del  pars  parli 
pene  nuntine  denariuruin  J  eroiicnsiiini 


VER 

solìdos  trìgìnta  et  sex.  Cos'i  in  una  caria 
della  contessa  Beatrice  ,  sono  nominate 
ccntum  librae  denariorwn  Feronen- 
siuni.  E  quando  l'imperatore  Eurico  III 
nel  1049  nel  concedere  il  privilegio  del- 
la zecca  a  Bernardo  vescovo  di  Padova, 
comandò  che  i  denari  si  fabbricassero 
secnndum  pondus  f^eronensis  monetae. 
Quindi  il  Muratori  descrive  le  monete 
veronesi  da  lui  vedute.  La  i.^  esistente 
a  Verona  nel  museo  ]Mu«ielli,  e  in  Pado- 
va in  quello  del  conte  Lazza ra ,  aveva 
due  contorni.  Nel  mezzo  la  Croce,  atlor- 
niata  dalle  lettere  Verona.  Nel  contorno 
più  largo  d'ambe  le  parti  CI  -|-  EV  -j-  CI 
"J-  iV.  La  2."  nel  detto  museo  Muselli  e 
nel  Bertacchini  di  Modena. Ha  nel  mezzo 
un'Aquila  coli'  ali  stese,  e  le  lettere  Cl- 
viTAS.  Nel  rovescio  la  Croce  con  Vero- 
na A.  M.  jCioè  Alberto  e  Mastino  dal- 
la Scala,  c\\Q  nel  1829  succederono  nel 
dominio  di  Verona.  Fra  1'  A.  e  l*  M.  st 
vede  la  Scala,  arme  di  quella  rinomata 
casa.  La  3."  io  Verona  e  Padova  ha  nel 
diritto  l'Aquila,  nel  rovescio  la  Scaia,  sen- 
za lettere.  La  4-''  t>cl  muieo  Muselli  mo- 
stra neir  un  de' lati  la  Scala,  e  nell'  altro 
un  uomo  tenente  un  bastone  nella  destra, 
e  toccante  colla  sinistra  un  capo  d'  uà 
Leone.  La  5.'  nel  medesimo  museo  fa 
vedere  l'Aquila  colle  lettere  Dtiis.  Antns., 
cioè  Bartholoniaeus  ed  Antonius  dalla 
Scala,  che  nel  iSvS  signoreggiarono  io 
Verona.  Nel  rovescio  l'ellìgie  d'un  vesco- 
vo colie  lettere  Sanctus  Zejjo,  e  in  cima 
una  Scala.  La  6.'  nel  suddetto  museo. 
Nell'una  facciata  la  Scala  colle  lettere 
Bartolomeus.  Nell'altra  la  Croce  ed  .\n- 
TONius.  La  7. 'esistente  in  Modena  ha  la 
Croce,  e  nel  contorno  Comes  Virtutum 
D.  MLIjCioè  Doniinus  Mediolani,  e  for- 
se Veronac.  Egli  è  Gian  Galeazzo  Vi- 
sconti, che  nel  1387  avendo  cacciato  An- 
tonio Scaligero,  s'impadronì  di  Verona. 
Nel  rovescio  r  immagine  di  un  vescovo 
con  l'iscrizione  S.  Zeno  de  Verona.  L'8. 
nel  museo  Muselli.  Quivi  è  l'Acpiila  colle 
due  Icsle^  e  all'iutoruu  Dux  Aus  1  biae.  Nel 


VER 

rovescio  l'imningine  d'  un  vescovo,  e  nel 
conlornoS.  Zeno  Proteo. Veronae.  Quan- 
do questa  moneta  non  fosse  battuta  nelle 
vicende  della  lega  di  Cambray,  cura  sari» 
degli  eruditi  veronesi  lo  spiegarne  il  si- 
gnificato, disse  Muratori. —  Fu  ricercato 
Malici,  quando  principiasse  la  stampa  in 
Verona,  ed  egli  asserisce  il  libro  più  anti- 
co ivi  impresso  da  lui  veduto  essere  la 
Balracoinìoinachia  d'Omero^  tradotta 
dal  Sumnioriva,  che  venne  stampata  in 
Verona  nel  1469.  Il  Plinio  di  Verona 
del  1 468  è  nominato  da  più  d'uno,  ma  al 
MalFei  non  riuscì  trovare  chi  propria- 
Diente  lo  vide.  Notabile  però  è  sopra  lut- 
ti il  Valturio  ,  De  re  miliCari,  stampato 
in  Verona  nobilmente  e  corretta  mente  nel 
1472,  perchè  non  fu  opera  d'  oltramon- 
tano artefice,  ma  di  veronese,  il  quale  già 
in  quel  tempo  s'intitola  maestio  in  que- 
st'arte, e  non  solamente  di  caratteri ,  ma 
di  figure.  L'istessa  opera  fu  ristampata  in 
Verona  neli4B3  per  Bonino  da  Ragusa 
in  due  modi,  cioè  in  latino  e  in  volgare. 
Tralascio  di  far  menzione  delle  seguenti 
primitive  edizioni  veronesi,  non  senza  pe- 
rò notare,  che  alluia  andavano  gli  stam- 
patori qua  e  là  cogli  strumenti  loro,  e  per- 
ciò talvolta  si  lavorò  anco  ne' villaggi  , 
come  in  Fogliano  nel  distretto  veronese. 
Così  in  Toscolano  sul  lago  di  Garda  si 
stampò  un  tempo, e  con  carattere  diverso 
dall'usato,  perchè  rappresenta  scritture 
a  roano:  nella  libreria  de'minori  osser- 
vanti eravi  in  tal  modo  impresse  l'i^roi- 
di  d'  Ovidio  ,  con  molti  commenti  del 
1 525.  Toscolano,  già  luogo  importantis- 
simo de' romani,  come  si  trae  dalle  rag- 
guardevoli anticaglie  ivi  trovate,  è  rino- 
mato per  le  sue  decanlatissime  e  nume- 
rose cartiere,  da  una  delle  quali  deriva  la 
carta  sulla  quale  è  impressa  questa  mia 
opera  ;  e  siccome  per  le  vicende  politi- 
che del  1848,  e  pel  successivo  blocco 
di  f^enezia  non  si  poteva  ritirare  tal 
carta,  fu  cagione  che  si  sospendesse  la 
stampa  :  cessalo  poi  1*  impedimento  e 
tni^liorale  le  pubbliche  condizioni  poli- 


VER  2o5 

liche,  mi  fu  dato  riassumere  l' impressio- 
ne, che  ormai  tocca  al  suo  definitivo  ter- 
mine, continuando  il  divino  aiuto.  Lji 
Stanipn,c\ie  nel  nostro  memorabile  tem- 
po ha  acquistato  suprema  rilevanza  sia 
pel  bene  e  sia  pel  male,  se  realmente  in 
Verona  almeno  cominciò  nel  i468,  sa- 
rebbe anteriore  d'  un  anno  a  Vener.ia  ; 
perchè  come  ripelei  nel  voi.  XCI,  p.4  i  5, 
co'suoi  storici, ivi  principiò  nel  i46g.Tut- 
tavolta  non  manca  chi  sostiene  introdot- 
ta la  stampa  in  Venezia  nel  i4^7'  ^J* 
Venezia  ha  pure  un  altro  vanto.  In  essa 
il  Pelrucci  da  Fossombrone  per  la  pri- 
ma volta  inventò  nel  1  5o3  le  note  (uusi- 
cali,e  certamente  ivi  l'impresse  neh  5i  3, 
come  notai  nel  voi.  XXVI,p.24,XLVII, 
p.  i35.  Ad  ogni  modo  dopo  gii  studi 
dell'  ab.  Venturi  è  da  starsene  al  suo 
Compendio  della  storia  sacra  e  profa- 
na di  /^ero/;rt,ivi,tipografiaBiseslii  825, 
nel  quale  abbiamo  di  certo  per  la  tipo- 
grafia veronese  l'anno  i470j  e  di  grande 
onore  per  essa  la  i.'  edizione  di  Esopo 
del  Sominacampagna  in  4-°  figuralo. 

L'indole  de'veronesi,  secondo  il  IVIaf- 
fei,  sebbene  per  le  vicende  de*  tempi  ab- 
bia subito  una  notabile  alterazione, è  per 
lo  più  vivacissima,  ed  alta  a  riuscire  in  o- 
gni  cosa,  ma  con  singolare  eccellenza  in 
ogni  genere  di  studio  e  di  lettere,  corte- 
se altresì  e  facile,  e  a' tempi  felici  della 
veneta  dominazione,  briosa  e  somma- 
mente amica  del  forastiere,che  bentosto 
si  ammetteva  a  famigliarità.  Ad  onta  di 
queste  ed  altre  ottime  qualità,  riporta  le 
altrui  censure,  e  la  facilità  del  litigare  e 
ad  ostinarsi  nel  contendere,  e  nemici  del- 
la fatica  e  dell'operosità,  allora  i  mestieri 
di  fatica  essendo  esercitati  da  forastieri. 
Non  però  è  da  credere  che  mancasse  in 
Verona  chi  in  alcune  arti  con  singoiar  lo- 
de si  distinguesse,  ma  in  generale  assi- 
duità al  lavoro,  neppure  a' negozi  e  alla 
mercatura,non  si  rimarcava. MafFei  anche 
nell'ordine  nobile  rileva  poca  inclinazione 
all'occupazione,  seguendo  l'esempio  di 
quelli  d'altre  città,  vivere  io  ozio.  Difìe* 


ao6  VER 

renti  però  ernno  i  veronesi  quando  la 
città  si  reggeva  a  popolo;  poiché  non  po- 
teva entrar  ne' consigli  chi  non  profes- 
sava alcun  esercizio,  e  non  potevano  en- 
trarvi! grandi,  né  aver  parte  al  governo, 
se  non  si  matricolavano  in  qualche  ar- 
ie o  professione;  quasi  non  meritasse 
di  partecipar  della  pubblica  autorità,  chi 
non  mostrava  di  contribuir  con  l'opera 
sua  qualche  cosa  alla  società  civile.  Si  la- 
gna pure  il  patrio  scrittore,  che  da  alcuo 
tempo  con  infinito  pregiudizio,  non  pri- 
mato solamente  ma  pubblico,  vedeva  tra  - 
scuratolo  studio  legale, fontein  ogni  tem- 
|)0  di  supreme  dignità  e  di  grandi  onori. 
La  medicina  fu  sempre  esercitala  in  Ve- 
rona, benché  con  decoro,  anco  da  perso- 
ne nobili  e  di  antiche  famiglie;  ma  allo- 
ra era  trasandata,  l'ozio  essendo  fonte  e 
cagione  di  mali.  Celebrandosi  lo  spirito 
de'  veronesi,  avrebbe  amato  il  MafFei,  si 
considerasse  il  vero  spirito  esser  quello 
che  non  lascia  starla  persona  senza  ope- 
rare, e  senza  speculare  cose  utili,  e  senza 
occuparsi.  Riconobbe  ancora,  esser  1'  in- 
dole de' veronesi  molto  gioviale  e  conver- 
sevole, per  cui  regolate  e  continue  con- 
versazioni, radunanze,  festeggiamenti  e 
balli  non  maucavano.L'annalista  cav.IMu- 
tinelli  racconta,  come  anni  addietro  si  fe- 
ce rivivere  in  Verona  coli'  antico  splen- 
dore UD  cittadinesco  tripudio,  giù  istitui- 
to alcun  secolo  innanzi  da  Tommaso  da 
Vico  (il  quale  sulla  facciata  della  chiesa 
à\  s.  Zeno  ha  il  suo  sepolcro  colla  cele- 
bre iscrizione  :  f^ixi  Ergo  Rcsurgarn)^ 
cioè  il  baccanale  del  venerdì  gnocco- 
lare  ,  oScia  la  dispensa  de'  gnocchi  nel 
venerdì  grasso,  coll'aggiungere  alla  soli- 
ta cavalcata  de'Sanzenati,  e  al  consueto 
trionfai  Carroccio  dell'abbondanza,  altri 
carri  per  la  varietà  degli  emblemi  assai 
belli,  formati  da'commercianti,  da'  fab- 
bricatori e  dagli  artigiani  della  città  ,  i 
quali  frequentemente  e  a  man  piene  da' 
detti  carri  gettavano  e  dispensavano  al- 
l'affollata moltitudine  del  popolo  pane, 
fi  ulta, ciambelle,  cunleltuie,  ^nucghi/ue- 


V  E  R 

larance,  uova  sode,  sacchetti  di  legumi  e 
di  frumenti,  galline,  piccioni,  uccelletti  e 
vesti.  Mascherate  di  vari  costumi  e  cori 
di  musici  si  mostravano  interpolatamea- 
te  a  rompere  con  bell'effetto  la  fila  de' 
carri;  cocchi  splendidissimi  seguivano  di- 
rem  quasi  quel  trionfo  del  commercio  e 
dell'industria  veronese,  essendosi  poi  ve- 
duto meglio  di  5o,ooo  persone,  mosse 
dalle  rive  del  Po  alle  falde  dell'  Alpi,  u- 
nite  alla  cittadinanza  di  Verona  per  go- 
dere di  quella  ricca  e  piacevolissima  festa. 
Tuttociòèsla  lo  frutto  di  molte  cure  del  ca- 
po del  ukunicipio  veronese  il  fu  conte  Gio- 
vanni Orli  Manara,il  quale  si  adoprò  af- 
finchè ogni  anno  fosse  ripetuto  con  egual 
magnificenza  il  tripudio  slesso,  dal  quale 
appunto  i  forastieri  potevano  agevolmen- 
te desumere  quanta  fosse  la  ricchezza  e  la 
splendidezza  del  paese.  Della  religione  e 
fervore  di  fedede'veronesi  fannobel  testi- 
monio il  sollecito  intervento  alle  chiese, 
l'uso  frequente  de' sagramenti,  le  spesse 
solennità  e  il  decoro  de'templi  a  Dio  con - 
sagrali,  i  quali  si  mantengono  per  la  sìn- 
golar  generosità  del  popolo,  poiché  dal 
tempo  del  regno  Italico  le  chiese  manca- 
no di  fondi  stabili.  In  ogni  occasione  di 
solennità  maggiore  si  fa  colletta  di  i  co  e 
200  scudi,  a  cui  molto  contribuiscono  gli 
slessi  poveri,  de'Iuoghi  altresì  villerecci, 
in  parecchi  de'quali  sono  state  fabbrica- 
le magnifiche  chiese.  Il  popolo  fin  dalla 
puerizia  viene  eccellentemente  ammae- 
stralo nelle  cose  religiose  e  ben  avviato 
in  tulle  le  pratiche  della  divozione  cri- 
stiana. Loda  pure  la  verecondia  e  mode- 
stia del  vestire  nelle  donne, tutte  inceden- 
do nelle  processioni  e  nelle  chiese  col  ca- 
po velalo,  e  sono  separate  dagli  uomini 
ne'calechismi,  a'quali  è  gran  concorso. La 
moltitudine  de'poveri  fa  esercitare  a'  fa- 
coltosi gran  larghezza  e  carità,  calcolan- 
dosi l'impiego  in  quotidiane  sovvenzioni 
di  200  scudi,  oltre  i  benefici  stabilimen 
ti  che  celebrai  più  sopra.  La  nobiltà  più 
illustre, anche  tra  il  virilsesso,dà  bel  s;ig- 
gio  di  leligioue  siucera  «  di  amore  ^iirl 


J 


VER 
prossimo  ,  cooperando  all'  istilulo  della 
^Kidultiina  crìsliaua  e  agU  stabilimenti  d'e- 
^Hluccizione.  La  venerazione  poi  e  la  filia- 
^Be  ndncia  verso  la  B.  Vergine,  in  ogni 
^^hempo  crebbe  altamente.  Tenerissima  è 
^Ba  divozione  de' veronesi  per  la  ss.  Euca- 
^Hrislia,  e  si  manifesta  coli' onorarla  mas- 
^^pime  nelle  pubbliche  esposizioni  e  nelle 
Solenni  processioni,  senza  risparmio  di  cu- 
re e  di  spese,  e  nel  frequentemente  osse- 
■quìarla  nelle  chiese.  In) perocché  in  Italia 
tutta  nella  Madre  di  Dio  si  ispirarono  e 
cantarono  molti  de'suoi  più  illustri  poe- 
ti; da  lei  trassero  quel  bello  ideale  e  so- 
vrumano onde  animarono  i  loro  dipinti 
e  gli  scolpiti  marmi  tanti  de'suoi  valen- 
tissimi artisti;  e  per  lei  trasfusero  tanta 
armunia  e  dolcezza  nelle  loro  musicali  no- 
te i  suoi  celebri  compositori.  lu  Verona 
la  parola  di  Dio  è  con  singoiar  zelo  di- 
spensata, e  forma  l'anima  d'ogni  religio- 
sa solennità.  L'  ab.  Schlor  dà  pure  lode 
allo  studio  e  diligenza  che  gli  ecclesia- 
stici pongono  al  grave  uHìcio  del  predi- 
care, congiunti  alla  tenacità  e  prontezza 
della  memoria,  alla  saldezza  della  voce, 
al  facile  e  colto  eloquio,  e  alla  vivacità  e 
calore  nel  porgere,  in  ispecie  ne'  più  so- 
lenni ragionamenti.  Viea  dipoi  noveran- 
do le  tante  forme  e  maniere  onde  vi  si  spar- 
ge tra  il  popolo  questa  divina  sementa. 
Bello  e  consolante  è  il  quadro  che  ne  pre- 
senta del  clero  veronese,  egli  che  fu  per 
lungo  spazio  testimonio  di  veduta,  pel  ze- 
lo di  religione  e  per  la  condotta  inteme- 
rata della  vita,  istruito, studioso,  vero  or- 
namento del  sacerdozio.  iNon  ostante  il 
■  gran  numero  degli  ecclesiastici,  ognuno 
lia  di  che  focte  travagliare;  tante  ivi  so- 
no le  sagre  funzioni  e  le  istituzioni  alle 
quali  il  clero  conferisce  l'opera  sua.  Per 
tutto  questo  egli  è  amato  e  riverito,  lo 
stalo  sacerdotale  venendo  di  frequente  ab- 
braccialo dalle  famiglie  più  ragguarde- 
yoìi;  ed  eziandio  le  magistrature  rendo- 
no al  clero  la  debita  venerazione,  e  con- 
Uibuìscono  alle  cure  de'parrochi  nella 
con^ervaziuue  della  pubblica  tuorulilà. 


VER  ao7 

Già  notai  che  gì' istituti  di  educazione  e 
di  beneficenza  sono  pressoché  lutti  affida- 
ti al  vescovo  ed  al  suo  clero,  di  cui  en- 
comia pure  il  nobile  disinteresse,  l'umil- 
tà, la  prudenza,  il  vestire  sempre  mode- 
sto echiericale;  e  a  non  ripetere  altro,  dol- 
cissimi sono  i  vincoli  d'intera  ubbidienza 
e  di  riverente  amore,  che  stringono  il  cle- 
ro tutto  al  proprio  vescovo.  Il  clero  è  in- 
oltre compreso  da  religiosi  sensi  e  otti- 
mamente esperto  nella  liturgia,  e  nell'ac- 
ciu'ata  osservanza  delle  rubriche  ecclesia- 
stiche e  del  rituale  romano;  poiché  in  Ve- 
rona assai  splendido  e  sontuoso  è  il  di- 
vi n  culto,  frequenti  e  varie  le  sagre  fun- 
zioni, i  divoti  esercizi  che  si  celebrano,  ed 
a  tutto  alacremente  si  presta  il  clero  eoa 
fervorosa  diligenza.  Le  frequenti  confe- 
renze sacerdotali  e  gli  annuali  esercizi  ria- 
fucano  in  esso  lo  zelo  e  il  sapere  nelle  dot- 
trine ecclesiastiche.  E  gloria  di  Verona 
il  vantare  un  innumerevole  e  splendido 
stuolo  d'illustri,  che  in  ogni  tempo  ne 
resero  più  chiaro  il  nome.  iNon  pochi, 
massime  de'fioriti  nelle  belle  arti,  di  già 
superiormente  celebrai.  Di  più  Vero- 
na vanta  moltissimi  uomini  insigni  per 
Santità  di  vita,  per  dignità  ecclesiastiche 
e  civili,  per  valore  e  dignità  militare  e  in 
altro.  —  Per  la  storia  letteraria  di  Ve- 
rona, colle  notizie  degli  scrittori  verone- 
si di  maggior  nume,  nel  compilarla  tre- 
pidò Io  stesso  dottissimo  MalTei  ;  tanto 
grande  n'è  il  numero  ferace  e  dovizioso, 
e  ciò,  com'  esso  rileva,  per  aver  dato  la 
natura  a  questo  clima  il  maggior  capita- 
le nell'ingegno.  Il  perchè  ne'secoli  XV  e 
XVI,  quando  dalle  città  i  più  dotti  uo- 
mini si  sceglievano  pe'pubblici  maestra- 
li, sovente  le  vicine  e  lelontane,  elegrao- 
di  uìetropoli  ancora,  da  Verona  li  trae- 
vano. Il  MalTei  dedicò  all'argomento  l'in- 
tero t.  3  di  pagine  47^»  *  "*®  "°"  ^  P^*"' 
messo  che  spigolarlo,  cioè  quanto  a'prin* 
cipali  nomi,  non  mai  al  titolo  di  tutte 
le  loto  opere,  molto  meno  delle  copiose 
notizie  bibliografiche,  parto  di  sua  vasta 
erudizione,  mancandomi  lo  spazio.  Degli 


•ló^  VÈR 

•ufori  %'eronesi,  già  die' un  soggio  il  ce- 
lebre Vauv\n\o  iìe\ì'y4ii(ichìtà  l^cronesi^ 
Antonio  Torresani  ne  scrisse  un  Cdlalo- 
go  ne'  suoi  Comentari,  molle  memorie 
raccolse  l'altro  veronese  Ottavio  Alecchi 
distinto  letterato  di  gran  talento  e  mera- 
vigliosa memoria, auchesulle  cose  di  Ve- 
rona e  suoi  vescovi,  oltre  altri  argomen- 
ti, lasciando  copiosi  ed  eruditissimi  mss. 
D'altroiKJe,  nel  più  volle  citato  compen- 
ilio  del  dottissimo  ab.  Venturi  si  hanno 
secolo  per  secolo  i  nomi  e  le  opere  de' 
più  celebrati  scrittori  veronesi  da  Ca- 
tullo ,  quasi  un  secolo  prima  dell'era 
cristiana,  sino  agli  ultimi  del  nostro  tem- 
po. Benedetto  Del  Bene,  Antonio  Ce- 
sari ,  Ippolito  Pindemonte.  Tra  l' im- 
portanti avvertenze  che  fa  ii  Maltei, 
nel  rendere  ragione  come  procedette  nel- 
la dottissima  patria  storia  letteraria,  vi 
Sono  quelle  sui  creduti  veronesi  e  che  noi 
furono,  valga  per  tutti  Bartolomeo  Pla- 
tina, ancorché  in  alcune  scritture  per  al- 
lusione si  disse  veronese,  il  che  die'moti* 
To  a  più  autori  di  crederlo  tale  (in  lii' 
ceni  edilu.;  agri  Creinonensis  i'ico,  leggo 
nel  Vuirani,  Cremonensium  Monumen- 
ta. Egli  era  di  Piadena  borgo  del  Cre- 
monese, perciò  Bartolomeo  latinizzando 
il  nome  patrio,  secondo  l'uso  de'suoi  tem- 
pi, l'assunse  per  cognome,  il  quale  inve- 
ce era  Sacchi,  e  si  disse  Platina),  Rinno- 
vatosi il  diletto  dello  studio  delle  meda- 
glie moderne,  forse  per  farci  vedere  l'ef- 
figie vera  degli  uomini  illustri  degli  ultimi 
secoli ,  fallaci  e  per  lo  più  immiiginarie 
dicendo  il  Malfei  le  dipinte,  egli  volle  ag- 
giungere ad  ornamento  dell'opera,  ([nel- 
le degli  scrittori  veronesi  cerle,  per  pos- 
sederle quasi  tutte  nel  suo  studio,  e  no- 
uiinando  quelle  altre  che  si  couservava- 
no  in  Veronn  ,  avanzo  d'  una  collezione 
di  3oo  medaglie.  In  5  libti  tratta  mn- 
gnincnmentedegli  scrittori  veronesi,  e  nel 
I .°  degli  antichi.  Poche  sono  le  citlù,  la- 
sciando le  gieche,  che  possano  cominciar 
la  loro  storia  letteraria  da  epoca  remola, 
come  Vei'uua,  perchè  comiuciu  cou  uno 


VER 
de'pìù  antichi  scrittori  della  lingua  lati- 
na. Caio  Valerio  Catullo,  morto  circa  5o 
anni  avanti  l'era  corrente,  che  senza  fon- 
damento si  pretende  nato  inSarmione, pe- 
nisola del  lago  di  Garda  e  sua  proprietà, 
ove  ospitava  Cesare,  alla  cui  tavola  era 
ammesso;  le  prove,  come  di  quanl'altro 
con  isfuggevoli  cenni  indicherò,  con  dif- 
fusa, preziosa  e  bella  erudizione  riporta 
Malfei,  in  uno  alle  biografie  e  loro  opere. 
Fu  tra  gli  autori  latitn  de'più  eccellenti, 
e  il  suo  stile  rapisce,  chiamalo  da  Gelilo, 
il  più  elegante  di  lutti  i  poeti;  ed  i  greci 
che  disprezzavànoi  latini  in  paragone  di 
Anacreonte  e  degli  altri  loro,  ne  eccet- 
tuarono Catullo;  fu  anche  dotto,  e  per- 
ciò dello  il  poeta  dotto,  il  poeta  verone- 
se, oltreché  di  grande  erudizione:  morì  a 
Roma  in  frescaetà.Ovidioe  Marziale  con- 
trapposero questo  poeta  al  principe  de' 
latini  Virgilio,  nominando  l'uno  cou»e  o- 
nor  di  Verona,  l'altro  come  onor  di  Man- 
tova, e  così  il  Petrarca.  Virgilio  nato  in 
Andes,  poi  Bande,  villaggio  del  Manto- 
vano, fu  detto  veneto  di  rustici  genitori 
nato,  perchè  della  Venezia  era  Mantova 
e  buon  tratto,  perciò  niolto  vicino  ad  es- 
ser veronese,  come  nato  nel  suo  margi- 
ne.Dovendo  parlare  di  altri  eccellenti  poe- 
ti veronesi ,   mi  piace  ripetere  parte  di 
quanto  il  eh.  somasco  p.  d.  Ilario  Cesa- 
rotti pubblicò   nell'  Album  di  Roma,  t. 
2  3,  p.  333  :  Perche,  in  Verona  sia  tanto 
fiorita  la  poesia  campestre  e  V  estempo- 
ranea. A  tale  disquisizione,  perchèdi  poe- 
ti campestri  siano  state  cotanto  feconde 
le  rive  dell'Adige,  senza  ripetere  ciò  che 
in  questi  ultimi  tempi  fu  scritto  intorno 
al  genio  de'veronesi  per  le  bellearti,  sen- 
za escludere  il  resto  ,  ne  sembra  princi- 
palissima  causa  (piel  sito  dove  sorge  Ve- 
rona, e  la  singoiar  bellezza  di  pianure,  di 
Culli,  di  monti  die  la  circondano.  Appog- 
giasi la  città  ad  un'aprica  emergenza,  dal- 
la ([uale  mollemente  scendendo,  in  larga 
pianura  poi  si  distende.  La  co«ta  adorna 
in  più  luoghi  di  fabbriche  e  di  cipressi,  il 
maggior  suo  iuoulicello,chc  resta  dentro- 


VER 

alle  mura,  tulio  coperto  il'abìtazìoni,  la 
piegatura  delle  adìaceuli  colline,  la  va> 
ghezza  del  fìuaie,  ch'è  il  viceré  de'fìumi 
d'Italia,  la  varietà  degli  edinzì,e  pernno 
le  sporte  rupi  adorne  di  iiasceuli  giardi* 
ni,  vengono  in  molti  luoghi  a  forojar  pro- 
spettive così  nobili  e  cos'i  vaghe,  che  sce- 
ne mai  non  si  videro  meglio  ideate;  laon- 
de quivi  si  godono  accoppiali  i  comodi 
della  cillù  e  le  delizie  della  campagna. 
Ciò  basterebbe  a  trasformar  quanti  so- 
no veronesi,  piuttosto  in  campestri  che  in 
coi'ligìani  poeti:  ma  s'aggiunge  quella  co- 
sì celebrala  pe'suoi  vini  Valpolicella;  s'ag- 
giunge ne'bassì  pianiuna  paglia  d'ottiuto 
riso;  s'aggiunge  un  lago  pe'cedri  e  gli  o- 
livi  delle  sue  riviere  aineuissimo;  s'  ag- 
giunge quel  Monte  Baldo  deliziosissimo. 
E  convien  dire  che  Tmiluenza  di  questo 
cielo  e  di  quest'aria  abbia  un  so  che  di 
speciale,  poiché  da  qui  tanti  uscirono  col- 
tivatori eziandio  della  poesìa  estempora» 
uea.  La  qual  gloria  se  è  comune  a  qual- 
che altra  parie  d'Italia,  Verona  però  fu 
lii  prima  (come  nota  Mairei)a  partorir  un 
uomo,  che  per  piti  ore,  con  somma  gra- 
zia e  senza  l'aiuto  del  canto,  improvvisas- 
se  sopra  vari  argomenti  e  in  astrusi  e  dot> 
trinali  soggetti;  e  questi  fu  Antonio  Lue- 
co  monaco  olivetano,  del  cui  valore  visse 
universale  erede  BarlolomeoLorenzi, che 
di  più,  con  esempio  forse  unico  ,  fu  del 
pari  felice  improvvisando  e  scrivendo. 
Contemporaneo  a  Catullo  fu  Cornelio 
Nepote,  eccellente  storico,  nato  in  Osti- 
glia,  vico  del  territorio  veronese,  autore 
delle  vite  de'capitani  eccellenti  greci  e  re- 
Ulani,  con  latino  paragonato  agli  scritti 
di  Cesare  e  Cicerone,  oltre  la  storia  uni- 
versale e  altre  opere.  Emilio  Macro  poe- 
ta, amico  di  Virgilio,  trattò  in  versi  del- 
l'erbe e  de'serpenli  velenosi,  e  degli  uc- 
celli, ed  altro.  Vilruvio  Pollioue,  proba- 
bilmente secondo  la  tradizione,  principe 
degli  architetti,  o  Vilruvio  Cerdone  suo 
liberto.  Pomponio  Secondo  principe  de' 
poeti  tragici  latini  e  console.  Cassio  Se- 
vero insigne  storico,  non  1' omoaimo  o- 

TOt,    XCIT. 


VER  ao5 

rotore  egregio  morto  nell'uDDO  di  Roma 
784.  Caio  Plinio  Secondo  il  Vecchio  e 
il  naturalista, zio  di  Plinio  il  Giovaneco- 
mosco,  scrisse  la  storia  naturale,  vero  le< 
soro,  e  altre  opere;  fu  anche  padre  adot- 
tivo di  dello  nipote  insigne  oratore  e  giu- 
reconsulto ,  nato  dalla  sorella   veronese» 
perciò  può  vantarlo  anche   Verona,  da 
se  stesso  facendosi   veronese.  Forse  tali 
furono  Emilio  Macro  giureconsulto  fìo- 
rilo  sotto  Alessandro  Severo,  e  Calvo  o» 
ralore  famoso.  Placidia  illustre  fanciulla, 
in  tenera  età  istruita  nelle  lettere  e  negli 
sludi,  morì  nel  532.  —  Nel  hb.  2."  si  re- 
gistrano li  fioriti  dd'tempi  romani  (sic)  si- 
iioal  1 4oo.  N'è  il  I .°  Anonimo  Pipiniano, 
autore  della  descrizione  di  Verona  io  ver- 
si otlonarii   ritmici,  cioè  senza  legge  di 
quantità, al  numero  di  33  terzetti,  e  fìort 
mentre  Pipino  red'ltalia  risiedeva  in  Ve- 
rona. Pacifico  Arcidiacono  di  raro  inge- 
gno e  mirabil  talento,  nato  nel  778  e  mor- 
to neir846,  dopo  esser  stalo  43  anni  ar- 
cidiacono della  cattedrale.Leggesinelsuo 
epitadìo,  che  fondò  o  rinnovò  nella  città 
7  chiese  principali,  e  superò  ogni  altro 
nella  perizia  di  tulle  quelle  arti  che  ia 
metalli  o  marmi  o  legni  s'adoprano.  In- 
ventò l'orologio  da  notte,  non  veduto  per 
l'avanti  da  ninno  (lo  celebrai  nel  volume 
XLIX,  p.  137).  Avverte  il  Maffei,  tale  O- 
rologio,  d'ivevso  dal  solare  e  die  anco  la 
notte  indicava  le  ore,  non  si  può  intender 
d'acqua,  perchè  questo  fu  noto  non  so- 
lamente agli  antichi,  ma  in  Italia  anche 
ue'tempi  inferiori,  avendosi  da  Cassiodo- 
ro,  che  ne  mandò  alcuni  Teodorico  da 
Roma  al  re  di  Borgogna  che  ne  avea  fat- 
to richiesta  (altrettanlo  e  con  più  paro- 
le dissi  nell'indicalo  articolo).  Resta  a- 
dunque  che  1'  orologio  di  Pacifico  fosse 
di  metallo  con  ruote  e  contrappesi,  qual 
s'usa  ancora,  non  avendone  per  altro  chi 
ha  trattato  de'  primi  inventori   potuto 
scuoprir  mai  l'autore  primo.  Quindi  ri- 
corda r  orologio  notturno,  da  me  pure 
menzionato  a  detto  articolo,  da  Stefano  II 
(altri  iusieiue  a'iibri  l'allribuirono  hìUa- 

'4 


aio  VER 

tello  s.  Paolo  I  die  gli  successe  nel  pon- 
tificato nel  757,  epoca  dell' invio)  oiati- 
(lato  ai  te  Pipino  (padre  di  Carlo  Ma- 
gno, Gglio  del  quale  fu  il  re  d'i  lalia),  eoa 
alquanti  libri  perpromuovere  i  buoni  stu- 
di in  Francia,  onde  parrebbe  se  n'aves<ie 
notizia  BTanli  Pacifìco;  ma  forse  inven- 
zione diversa  e  nuova  struttura  fu  la  sua 
((^trecisameute,  per  quanto  dichiarai  nel 
ricordato  articolo).  Così  è  da  dire  dell'o- 
rologio mandato  in  dono  a  Carlo  Magno 
dal  re  di  Persia  (o  al  cali(ru).  Pacifico  ac- 
coppiò con  l'orologio  un  ottimo  strumen- 
to per  le  sfere  celesti;  e  più  altre  cose  in- 
gegnose inventò  e  tra  queste  l'Argomen- 
to. Non  pare  trattalo  o  invenzione  dia- 
lettica, ma  alcuna  macchina  che  nominò 
Argumenlitm,  vocabolo  chea  que' lem- 
pi  fu  sinonimo  d'istruuteulo.  Dicesi  ap- 
presso ch'egli  fece  218  codici,  cioè  o  li 
scrisse  o  acquistò,  poiché  nell'epitanio  tal- 
volta s'ebbe  più  cura  del  ritmo,  che  del 
signincalo.  Dissi  che  già  a  luì  si  attribuì 
la  fondazione  della   libreria   insigne  del 
capitolo.  Ch'egli  componesse  opere,  la  la- 
pide stessa  dice  aver  fatto  la  dosa  al  vec- 
chioe  nuovo  Testamento,  e  la  parola  no- 
tabile/butZc',  significa  che  mise  ciò  insie- 
me colle  cose  inventale  da  lui;  così  della 
Glosa  Ordinaria  fu  egli  il  i ."  autore,  nou 
Valfrido  Straboue,  benché  contempora- 
neo, ma  nato  assai  dopo  di  lui,  poiché 
Rubano  niaestro  di  Slrabune  nacque  do- 
po Pacifico.  Coronato  nolaro.  Massiuiia* 
no  compose  un  inno  a  s.  Anjbrogio.  Ca- 
lalo o  Cadolao  nelio4i  vicedumino  del- 
ia chiesa  veronese,  poi  vescovo  di  Pur- 
ma,  fondò  nel  io4^  il  monastero  di  s. 
Giorgio  iu  Verona,  assegnandogli  ntolti 
beni  net  Veronese  enei  Vicentino;  nel 
1061  fu  eletto  antipapa  da' vescovi  lom- 
bardi col  nome  di  Onorio  1/  ('A'J.  Lo- 
renzo Diacono  scrisse  in  versi  la  conqui- 
«la  dell'isola  di  Maiorica  fatta  tla'[)isHni 
neh  I  i  5.  Giacomo  prete  descrisse  in  ver- 
si i  miracoli  di  s.  Zenone,  pubblicati  dal 
p.  La/.aroni  nel  suo  Pastor  f  cronensis. 
Adelardo  Cattaneo  (/'.)  cardinale  e  ve- 


VER 

scovo  di  Verona:  l'horiporlato  comecat 
dinaie,  poiché  i  patrii  vescovi  li  riferisi.' 
nella  loro  serie.  Enrico  vescovo  di  Mau- 
lovae  vicario  imperiale  d'Ottone  IV,  fra- 
tello di  Kabano  dalle  Carceri,  il  quale  in- 
fastidito dalle  fazionichebollivanoin  Ve- 
rona, con  truppa  scella  di  partigiani  pas- 
sio in  Levante,  ed  armando  legni  conqui- 
stò Negroponte  e  altre  città,  nel  1209  ve- 
nendo iovestiio  per  procuratori  dal  do- 
ge di  Venezia  d'un' isola  coU'annuo  tri- 
buto di  2100  monete  d'  oro.  Everardo 
notaroebbe  principal  parte  de'4"00  cam- 
pi di  terreno  paludoso  a  4^0  particola- 
ri assegnati  dal  comune,  perché  li  ridu- 
cessero a  coltura,  dovendo  pagare  ciascu- 
no 5  soldi  e  mezzo  d'annuo  allitto,  e  ciò 
per  la  |)enuria  de'grani  patitasi  avanti  il 
1  199.  Neh  128  furono  compilati  gli  sta- 
tuti col  titolo  :  Liber  iuris  civilis  Urbis 
Fcronnt.  La  2.?  compilazione  ebbe  luo- 
go a  teuq>o  degli  Scaligeri.  La  3.'  è  la 
stai'  ,>ala  nel  i^'jS.  La  prima   raccolta 
delle  leggi  veronesi  vuoisi  falla  nel  XI  se- 
colo. Neil 3  18  ne  fu  fatta  altra  partico- 
lare di  decreti  in  materia  darli  e  di  mer- 
canzia, e  fu  stampata  col  titolo:  Sialulci 
DoiuHs  Mercalornm.   Aidizione  legista 
fiorito  nel  secolo  XllI,  veramente  Gia- 
como di  Brodo  ,  sommo  chiosatore.  A'. 
Pietro  Martire  (F.)  domenicano,  gloiia 
di  Verona  e  del  suo  ordine,  scrisse  un'o- 
pera sopra  il  simbolo  della  fede,  sermo- 
ne e  trattalo  contro  gli  eretici  di  quel  tem- 
po; fu  ucciso  per  viaggio  in  odio  del  suo  ze- 
lo neh 2.52,  mentre  era  imjuisilore  e  si 
portava  a  Milano.  Stufano  Cantore  della 
cattedrale  compilò  un  Oidine  veronese, 
nel  quale  si  contiene  l'indice  dell'orazio- 
ni, antifone  e  salmi  che  si  cantavano  per 
lutto  l'anno.  Sperandiu  abbate  di  s.  Ze- 
none, poi  vescovodi  Vicenza,  morto  nel 
1  32  I ,  scrisse  le  costiluziuni  di  sua  chiesa. 
Paride  u  Purisio  autore  d'  una  eronaca 
di  Verona  ,  la  quale  non  manca  d'altri 
cronisti  e  di  annalisti  iiiKjniiui.  Giovan- 
ni Diacono  fiorì  nel  secolo  Xlll,  compilò 
e  condusse  fino  ah  3oo  uu'isloiia  di  Ve- 


VER  VER                    ttt 

rolla  nccuiatiHsima  e  di  fatica  itnmeasa.  rico  nella  f^ilu  dì  Dante^con  iioaè  d'ac* 
Ma  l'allro  (lotlo  Girolamo  Tai'turotti,  su  cordo  col  Malfei  sul  luogo  ove  fu  coiu- 
Giovtiiuii  Diacono  scrisse  due  Lettere,  posto    il   aiagrio  poema,  e  intorno   «!• 
pubblicate  dal  p.  Calogerà  nella  Tracco/-  la  fìgliuolauza  di  Dante,  che  passò  pu- 
la  d'Opuscoli,  1. 18,  p.  i33,  t.  28,  p.  i,  re  a  Treviso).   Attesta  Giovanni  Villa- 
con  questo  titolo:  Rtlazìone  d'un  mano-  ni  com'egli  vi  pose  mano  dopo  die  fu  in 
scrino  dell'  Istoria  di  Giovanni  Diaco-  esilio,  il  <juale  segui  nel  i3oi  (o  neli3o2 
no  veronese.  Lettera  ^t."  Intorno  al  ma-  secondo  il  riferito  nel  voi.  LXXVIII,  p. 
Itoseli tto  della  Storia  Imperiale  di  Gio-  1 29,  e  ue'luoghi  iu  cui  ragionai  delle  fa- 
vanni  Diacono  veronese.  Sostiene  iu  esse  rioni  de  Ghibellini  e  de  Bianchi,  e  del- 
l'Algarotti, che  Giovanni  Diacono  scrisse  l'inimitabile  poenta),  quand'era  iu  età  di 
l'opera:  Ilistoriaruni  Impcrialium,  co-  35  anni;  però  finse  il  principio  del  suo 
minciundola  du  Augusto,  e  non  da  Giulio  viaggio  essere  avvenuto:  Nel  mezzo  del 
Cesare,  fino  ad  Enrico  V  II,  lodandola  ac-  caniinin  di  nostra  vita.  Cacciato  di  Fi' 
curatissima.  Esamina  se  veronese,  e  con-  renze  per  la  forza  delie  fazioni,  part'i  di 
elude  airermativamente.  Ragiona  di  sue  Toscana  e  venne  a  Verona  per  cercai* 
(jpere,  dell'età  in  cui  vii.se,  cioè  oltre  il  ricovero  presso  gli  Scaligeri.  D'Alberto 
1  320.  Esserelo  stesso  che  Giovanni  Man-  però,  o  diCcirtolomeosuo  figlio  pare  eoa* 
«ionario  riferito  dal  Pastrengo  e  ripro-  venga  intendere,  ove  finge  nel  canto  1^ 
dotto  dal  MafTei,  come  dirò  alla  sua  voi-  del  Paradiso,  che  il  suo  tritavo  Caccia* 
ta;  errando  il  Moscardo,  sulle  parole  del  guida  così  gli  predica:  //  primo  tuo  ri' 
Panvinio,  nell'asserirc  che  scrisse  ['Hi'  fa^io,  e  'l primo  ostello  -  Sarà  la  corte- 
storia  ecclesiastica  di  P^crona. \vùno  no-  sia  del  gran  Lombardo,  •  Glie  'a  siila 
taro  raccoglitore  di  patrie  concioni  o  par-  Scala  porta  il  santo  uccello.  Altri  pre- 
late per  aifari  pubblici,  e  in  faccende  di  tendono  Can  Grande  I,  fratello  di  Bnr- 
go verno,  oltre  le suearinghe  fatte  in  con-  tolumeo.  Si  legge  nella  vita  di  Boccaccio: 
siglio  e  dette  da  ambasciatori  di  Verona,  lornaloda  P^erona,dovc  nelprimofiig- 
o  d'altre  città  in  occasione  di  negozi,  ed  gire  a  messer  Alberto  della  Scala  nera 
ultio.  Boiicaenbio  Verità  scrisse  le  gesta  /to.  Convien  dunque  diie,  osserva  Malfei, 
degli  Scaligeri.  Dante  Alighieri  o  Aldi-  che  di  nuovo  venisse  dopo  a  Verona.  G 
ghieri  e  persino  Aligeri  come  si  vede  in  nel  principio  del  poema  e  nel  decorso,  di 
s.  Fermo  (tutte  corruzioni  e  alterazioni  cose  veronesi  fa  piìt  e  più  volte  menzio- 
arbitrarie  del  solo  vero  e  legittimo  Dan-  ne.  Tradizione  costante  è  rimasta,  che  in 
te  Allighieri ,  documentato  da  tutte  le  certa  casa,  posseduta  poi  anche  da' suoi 
prime  edizioni  e  codici),  diviu  poeta:  Fi-  discendenti  in  Gargaguago  di  Valpolicel- 
renze  gli  fu  patria  naturale  di  nascita,  e  la,  una  buona  parte  egli  ne  componesse. 
Verona  gli  fu  per  così  dire  patria  adot-  Qui  certamente  assai  tempo  si  trattenne, 
tiva,  poiché  in  essa  trovò  il  primo  rifu-  poiché  vide  Can  Grande  1  in  signoria,  al- 
gio  ed  ostello,  onde  poi  la  sua  famiglia  la  quale  venne  per  la  morte  del  fratello 
acquistò  case,  beni  e  cittadinanza,  e  vi  la-  Alboino  solamente  nel  i3i2  ,  benché  S 
sciò  fissata  la  discendenza.  Patria  fu  ancor  anni  prima  fosse  da  lui  preso  per  coni- 
Veronadel  suo  immortal  Poema,  la  Z>;Vi-  pagno  nell'amministrazione  dello  stato. 
na  Commedia,  da  lui  finto  in  visione,  che  Ad  esso  Can  Grande  1  però  (quando  fos- 
qui  fuda  lui  continuato  in  gran  parte  (de-  se  vera  l'Epistola  a  Can  Grande,  su  cui 
gli  altri  luoghi  che  dividono  e  portano  fu  tanto  dispulato  in  questi  ultimi  tem- 
una  parte  di  tale  vanto,  parlai  in  diver*  pi,e  contro  laqualeuon  furono  mai  sciolte 
»i  artìcoli,  come  nel  voi.  Lll,  p.  io4-  H  le  obbiezioni  messe  innanzi  dal  mio  amico 
fioccaccio  scrisse  da  poeta  e  uoh  da  sto-  ilcav.  Filippo  Scolari, da  lauti  anni  dcdt-. 


ai2  VER 

to  a  questi  studi),  Dante  avrebbe  deilìca» 
to  la  3.'  parte  del  suo  poema  cou  dedi- 
ca latina,  il  Paradiso  (^.).  Dice  in  essa 
il  gran  poeta:  Non  ho  trovato  convenirsi 
all'eminenza  vostra  la  Comedia  tutta, 
ma  la  Cantica  piìi  nobildiessa,  onora- 
ta del  titolo  di  Paradiso:  questa  con  la 
presente  epistola, quasi  sotto  propria  in- 
scrizione, dedicatavi,  intitolo  a  voi,  a  voi 
porgo ,  a  voi  raccomando.  Dalla  regia 
niunifìcenza  di  questi  principi  non  sola> 
niente  ebbe  con  che  trattenersi  ouorevob 
niente,  ma  di  che  acquistar  beni  per  as- 
sicurar lo  stato  de'Ogli.  Sembra  ancora 
esser  quivi  stato  magistrato.  Passò  poi  in 
Francia,  e  tornato  in  Italia  dopo  vari  ac- 
cidenti fu  chiamato  per  valersene  in  gra- 
vi  affari  dal  signor  di  Ravenna,  nella  qual 
città  appena  tornalo  da  un'  ambasciata 
fatta  a  Venezia,  neh 32 1  morie  vi  restò 
sepolto.  Di  che  parlai  ne'vol.  LVl,  p.  igS 
e  223,  XCI,  p.  388,  e  XCII,  p.  1 35.Dan. 
te  non  sarebbe  forse  partito  mai  da  Ve- 
rona, se  il  suo  costume  alquanto  aspro  e 
feroce,  e  il  suo  parlare  troppo  libero  e 
franco  non  l'avessero  a  poco  a  poco  fat- 
to decadere  dalla  grazia  di  Can  Grande 
],  che  per  un  pezzo  l'avea  avuto  carissi- 
mo e  in  sommo  onore.  Della  difesa  del 
sublime  Dante  da  altre  più  gravi  impu- 
tazioni, feci  parola  ne'vol.  LVII,  p.  3o6 
e  3ii,LXXXVlI,p.  26o,LXXXVIlI, 
p.  2i8.  Tra  la  turba  d'istrioni  e  d'altre 
persone  festevoli  che  lo  Scaligero  teneva 
incorle,uno  essendone  che  riusciva  a  tut* 
ti  sommamente  caro,  di  lui  disse  un  gior- 
no in  presenza  di  molti  Caugrande  a  Dan* 
te:  Come  sta  egli  mai,  che  costui,  ilqua- 
le  e  un  balordo,  sia  grato  a  tutti,  e  tu 
che  vieni  riputato  sapiente,  noi  sia?  Al 
che  Dante  subito  rispose:  Non  e  mera- 
viglia, perchì:  la  similitudine  e  l'unifor- 
mità de' costumi  partorisce  grazia  e  a- 
micizia!  Ma  partendo  Dante  da  Verona, 
vi  lasciò  la  sua  famiglia,  che  ci  rimase  fìo- 
che  si  eslinse.  E'  multo  credibile,  sebbe* 
ne  affatto  ipotetico,  che  de'suoi  figli  filcuni 
vcuissero  qui  alla  luce.  Tra  essi  uu  Pietro 


VER 

(ricusalo  per  altro  sempre  ed  assai  conclu- 
dentemente e  dal  fu  dottissimo  mg.'  Jjco- 
poDioni$i,e con essodal sopra  indicatomi» 
amico)  sarebbe  da  computar  negli  scrit- 
tori veronesi,  poiché  sue  rime  si  citano  nel 
Vocabolario  della  Crusca,  e  di  suo  Co- 
ntento Ialino  al  poema  del  padre  (comen- 
to  che  non  si  sa  qual  fosse  in  mancanza 
d'  autografo,  e  che  ad  ogni  modo  non 
dovrebbe  essere  trovalo  od  ignaro  dei 
fatti  del  padre,  od  ingiurioso  alla  sua 
memoria,  ec.  ec.  ;  come  ne' suoi  Aned- 
dotiha  dimostrato  mg.' Dionisi), fa  men- 
zione il  suo  epita/Tioch'è  in  Treviso,  dove 
mori;  però  gli  ultimi  3  versi  appartengono 
al  genitore.  Altro  figlio  di  Dante  si  com- 
puta tra'  scrittori  Giacomo  per  rime  da 
lui  composte,  e  per  un  compendio  in  ter- 
zetti del  poema  paterno.  E  opinione  che 
Giacomo  fosse  lo  stesso  Pietro,  chiamato 
Pier  Giacomo. Inoltre  Pietro  compose  al- 
cuni Capitoli  sul  laudato  poema.  Egli  eb- 
be a  sorelle  Lucia  e  Gemma,  e  Gemma 
fu  pure  il  nome  di  sua  madre  moglie  al 
poeta,  di  casa  Donati,  e  quindi  involon- 
taria causa  delle  sue  sventure,  sia  per- 
chè il  parentado  con  tal  casa  io  portò  ad 
impacciarsi  in  adari  pubblici;  sia  perchè 
i  Donali  erano  della  parte  guelfd  dei  Ne- 
ri, cioè  dell'estrema  sinistra.  Il  cogno- 
me Aldighieri  venne  alla  famiglia  dal 
bisavo  dì  Dante  figlio  di  Cacciaguida, 
che  cos'i  era  nominato,  ed  avea  trailo  il 
nome  dalla  madre,  venuta  di  Val  di 
Pado,  e  vuoisi  che  Dante  traesse  origi- 
ne da'  Buondelmonti  di  Roma.  Conti- 
nuò tal  cognome  in  Verona  ne'  discen- 
denti, che  lo  alterarono  in  Aligeri,  per 
cambiar  lo  stemma  e  la  nobiltà  fiorenti- 
na in  veneta  (veggasi  la  Memoria  del 
mio  amico  cav.  Scolari  sul  debito  che 
tutti  abbiamo  di  scriver  sempre  AUi- 
ghieri  con  doppia  elle,  e  sta  nel  Viag- 
gio in  Italia  di  Teodoro  Ilell  sull'or- 
me di  Dante,  Venezia  1 84  •  )•  Fu  nome 
assai  frequente  Altichc.rius  :  questo  pas- 
sò in  Aldighieri,  poi  in  Aligeri,  che  di- 
ventato cognome,  quasi  venisse  dal  lati- 


VER 

no  diliger,  chi  lo  portava  fece  un'ala  per 
impresa,  abbanilonnndo  la  vecchia  eli  ca- 
sa, conservataci  nelle  Memorie  del  Pel- 
li, Da  Pietro  venne  Dante  II  che  lesto 
nel  1428.  Da  Dante  II  Leonardo,  di  cui 
si  ha  che  testò  nel  i439-  ^*  Leonardo 
nacque  un  altro  Piero,  al  quale  indiriz- 
zò la  sua  f^ita  di  Datile  (che  resta  da 
far  ancora  dopo  le  tante  che  se  ne  han- 
no da  Leonardo  Bruni  e  Boccaccio  si- 
no a  Balbo  e  Furici)  Mario  Filelfo  : 
testò  nel  1476.  Questi  testamenti  si  con- 
servavaiionel  pubblico  archivio  di  Vero- 
na, che  poi  miseramente  distrusse  il  fuoco. 
Da  Piero  lì  venne  Dante  III, che  ha  ono- 
revole luogo  tra  gli  scrittori  veronesi, dot- 
to nel  greco  e  nel  latino,  per  aver  dettato 
eleganti  poesie  volgari  e  latine  (queste 
ultime  recate  in  versi  italiani  dal  cav. 
Scolari  ,  coll'opera  ricordata  nel  citato 
voi. XCI, p.  388 ),  ed  altro. Dante  III eb. 
be  3  figli,  tutti  letterali, Pietro,  Lodovico 
e  Francesco.  Pietro  fu  provveditore  del- 
la città  nel  i53g.  Lodovico  fu  dottore 
di  collegio,  ed  eccellente  giurista  ;  fu  pu- 
re vicario  de'mercanti,  dignità  primaria 
di  Verona,  e  ambasciatore  a  Venezia.  Da 
Leonora  sua  moglie,  figlia  del  conte  Ad- 
Ionio  Bevilacqua,  non  ebbe  prole,  onde 
nel  I  547  lasciò  erede  il  fratello.  Questi 
nella  chiesa  di  s.  Fermo  Rlaggiore  fece 
la  cappella  a  man  sinistra  dell'aitar  gran- 
de co'monumenti  a'fratelli,  ed  iscrizioni, 
Franciscus  Aliger  fieri  ciiravit.  Lo  stes- 
so Francesco  fu  più  dotto de'fratelli,  tra- 
dusse e  illustrò  Vitruvio.  In  lui  spirò  la 
posterità  mascolina  di  Dante,  il  cui  divin 
volume  è  tuttora  vagheggiato  oggetto  di 
Studi,  siccome  fonte  mai  sempre  inesau- 
sta di  generosi  e  maschi  pensamenti,  nel 
tjiiale  in  uno  coH'originaiità  (di  cui  nel 
ìfol.  XLV[,p.  171:  non  è  possibile  che 
io  qui  possa  rammentarci  luoghi  tutti  in 
cui  celebrai  \\  sommo  vate)  della  lettera- 
tura nostra  si  trova  costantemeule  l'uo- 
n»o  politico  ed  il  poeta  ispirato,  che  fa 
servir  l'arte  alla  civile  rigenerazione  dei 
popoli  che  Icariano  In  favella  che  egli  at- 


VER 


3l3 


leggio  airallissimo  canto.  Pietro,  i.°d«i 
fratelli,  avea  avuto  per  moglie  Teodora 
Frisoni,  ma  non  ne  sorti  che  una  fem- 
mina per  nome  Ginevra,  quale  fu  ma- 
ritata nel  conte  Marc'AntonioSarego  nel 
1549.  I  conti  Sareghi  rimasero  però  e- 
redi  e  delle  facoltà  e  del  cognome  Alige- 
ro. La  lor  casa  d'abitazione  fu  ornata  den- 
tro e  fuori  coll'arme  Aligera,  eh'  è  un'ala 
d'oro  in  campo' azzurro.  Poema  chia- 
mò MalFei  la  Divina  Commedia,  perchè 
Dante  sebbene  l'intitolò  Commedia,  la 
disse  pure  Poema  sacro,  e  per  l' altre  e- 
rudile  ragioni  che  adduce.  Non  per  mo- 
tivo di  cercar  ricovero  o  aiuto,  ma  di 
spontanea  volontà  venne  a  Verona  Fran- 
cesco Petrarca,  lume  del  secolo  suo, che 
era  pur  quello  di  Dante,  ed  a  cui  tanto 
debbono  l'italiane  e  le  Ialine  lettere.  Se- 
condo il  computo  che  può  trarsi  da  quel 
Ragionamento  alla  posterità,  in  cui  dà 
conto  di  se  stesso  e  della  sua  vita,  egli  ci 
venne  in  età  di  circa  3o  anni ,  regnando 
Alberto  li  e  Mastino  II;  ma  ci  fu  poi  più 
d'una  volta  (notai  nel  voi.  XCII,  p. i6r, 
che  Petrarca  fermò  l'ultima  sua  dimora 
in  Arquà  circa  io  miglia  lungi  da  Pado- 
va, la  quale  gli  celebrò  magnifici  funerali 
quando  morì  in  quel  pacifico  luogo).  A 
Mastino  li  indirizzò  un'epistola  in  versi, 
mentr'era,  come  pare,  di  là  da'raonti.  Di 
essersi  trattenuto  in  Verona  e  in  Parm.i 
assai  tempo,  fa  memoria  egli  stesso  nel  ri- 
cordato Ragionamento.  Scrisse  loSquar- 
ciafjco,  che  in  Verona  venendogli  da  chi 
lo  visitava  recitati  de' versi  del  suo  poema 
Ialino  r^^ric/2j pregasse  di  desistere,  pa- 
rendogli troppo  imperfetti  e  poco  limati. 
In  Verona  vi  contrasse  amicizie,  massime 
di  letterati,  ad  un  veronese  indirizzando 
il  suo  libro,  Delle  virtìc  del  generale,  cioè 
a  LHchino  del  Verme  comandante  del- 
l'armi venete,  cui  chiama  in  una  lettera 
il  Scipione  Veronese,  e  cui  molto  esalta 
in  altra  diretta  a  Giacomo  suo  figlio.  E« 
gli  nomina  ancora  Pietro  Navo,  verone- 
se probabilmente,  che  nella  corte  di  Can 
(riandeera  stato  celebre  per  sapere,  ben- 


ii4  VER 

che  di  genio  mordace.  Era  Petrarca  in 
Verona  nel  suo  studio,  quando  a'i5  gen- 
naio i348  intese  il  terremoto,  e  quivi 
nello  slesso  anno  gii  giunse  l'avviso  della 
morte  di  Laura,  come  scrisse  il  Toma- 
sìni  nel  suo  Petrarcha  redivivas,  Lau- 
ra cornile^  Patavii  i65o.  Noterò  che  al- 
tri pretendono,  si  trovasse  allora  Petrar- 
ca a  Parma  ;  ma  egli  stesso  di  suo  pugno 
scrisse  sopra  un  Virgilio  mss.,  esistente 
in  Milano  nella  biblioteca  Ambrosiana: 
morì  Laura  nell' anniversario  preciso  in 
cui  la  i."  volta  l'avea  veduta,  a'6  aprile 
1348  nrentre  stava  a  Verona,  e  la  noti- 
zia gli  giunse  in  Parma  a'  19  del  seguen- 
te maggio.  Ora  quanto  a  Laura,  il  eh. 
cav.  Salvatore  lìetti,  ne'  Tre  dialoghi 
ston'co-criiicì ,  homa  i858,  espose  an- 
ch'egli  nel  a.°  dialogo,  come  molto  pro- 
babilmente la  rinomatissima  Laura  del 
Petrarca,  di  cui  e  di  Valchiusa  riparlai 
ne'vol.  LXXV,  p.  i33,XC,p.  144  (di- 
cendola  di  famiglia  lungamente  ignora- 
ta, ma  uscita  da  quella  di  Noves  e  mari- 
lata  nell'altra  di  Sade  o  de  Sado,  ambe- 
dne  appartenenti  alla  famiglia  di  Baux, 
cioèessaeraAdliémar  dal  lato  di  sua  ma- 
dre, e  Caux  da  quello  di  suo  padre),  fosse 
la  nobilissima  Laura  des  Baux  Adliémar 
di  Cavaillon  (alla  cui  diocesi  appartiene 
Valchiusa),  figlia  del  signore  di  Valchiu- 
sa, nata  a  pie'  de' colli  di  Somana  in  ri- 
va alla  Sorga,  e  morta  ancor  donzella, 
di  lenta  consunzione  nel  i  348  (già  que- 
sta opinione  era  stata  seguita  e  sostenuta 
da  altri,  precipuamente  dall'nb.  Costaing 
di  Pusignan,  conservatore  de'musei  d'A- 
vignone, morto  nel  1820,  autore  del  li- 
bro: La  Musa  di  Pt^trarca  nelle  colli- 
ne di  Valchiusa,  0  Laura  des  Baux, 
sua  soliutdine  e  sua  tomba  nella  valle 
di  Galas,  Parigi  e  Avignone  18 19.  In 
molti  altri  particolari  pure  confuta  quel- 
li degli  altri,  ed  alla  sua  volta  egli  anco- 
ra viene  impugnato.  Laura,  secondo  esso, 
conservò  il  celibato,  visse  e  morì  santa- 
mentie.  Petrarca  perciò  non  fu  che  il  pa- 
negirista di  sue  virila,  le  quali  furono  il  so* 


VER 

lo  e  vero  motivo  dell'alfezione  del  poeta, 
e  della  sua  perseveranza  nel  cantarla:  fu 
un  amore  puramente  contemplativo  per 
Laura.  Però  i  suoi  contraddittori  osser- 
vano: Se  Laura  fosse  stata  zitella,  il  poe- 
ta nel  Trionfo  della  Castità  non  le  a- 
vrebbe  dato  un  corteggio  di  eroiche  don- 
ne maritate,  ma  delle  vergini  per  compa- 
gne, ed  avit^bbe  intitolalo  il  suo  compo- 
nimento: //  Trionfo  della  Verginità.  \n 
vece  denomina  sempre  Laura,  mulier, 
foeniina  in  Ialino:  donna,  madonna  in 
italiano;  e  mai  virgo,  puella,  verdine, 
donzella).  Nel  notificare  l*  impressione 
di  tale  libro  l'  Enciclopedia  contempo' 
ranca  di  Fano,  dice  che  l'autore  inten- 
de dimostrare,  che  la  Laura  cantata  dal 
Petrarca  fosse  non  Laura  de  Sade,  ma 
bensì  Laura  des  Baux  Adhéaiar,  figlia 
del  signor  di  Valchiusa,  morta  ancor 
donzella  nel  i348.  Il  eh.  cav.  Ignazio 
Cantò,  che  altresì  annunciò  la  pubblica- 
zione di  tale  libro  nella  Cronaca  di  Mi- 
lano del  i858,disp.'  2 3.",  nella  seguen- 
te scrisse  su  questa  questione.  »  Più  ac- 
cetto tornerà  l'altro  assunto  del  cav.  Bet- 
ti, che  la  Laura  del  Petrarca,  ritenuta 
finora  per  Laura  de*Sade,  moglie  di  se 
vera  vita  e  madre  di  numerosa  prole,  e- 
ra  Invece  una  giovane  morta  di  consun- 
zione ancor  donzella.  Laura  des  Baux  A- 
dhéinardi  Cavaillon, figliuola  del  signore 
di  Valchiusa.  In  questo  caso  l'amor  del 
poeta  acquista  una  tinta  più  platonica, 
più  virginale,  e  riprende  il  merito  de'pu- 
ri  affetti.  Ed  è  anche  più  logico  di  veder 
tanto  sciupio  di  sospiri  e  di  lagrime  non 
per  una  donna  legata  alla  severità  d'  un 
nodo  che  impone  severità  di  costumi  o 
cerchia  nel  recinto  della  fmiiglia;  ma 
con  una  donna,  non  fosse  altro  teorica- 
mente, padrona  de'  propri  alfetli.  E  che 
sarebbe  a  dirsi  del  povero  manto  d'(ma 
moglie  così  solennemente  portata  in  [>id>- 
blico  dai  canti  d'  un  adoratore?  "  Dipoi 
la  stessa  Cronaca  di  3Jilano;(iìfi[ì.'  6* 
del  t859,  da\ì'  j/4raldo  di  Lucca,  trasse 
cuiit8Z7,a  d'un  articolo  intitolato;  Di  wt 


VER 
Ms.  creduto  di  Francesco  Petrarca  tro- 
valo nella  biblioteca  di  monaco  di  B a- 
viera,  dal  piof.  d/  Giorgio ÌVIarlino  Tbo- 
mas,  consìstente  in  un  codice  italiano 
con  I  i4  sonetti,  verosimilmente  in  pri- 
ma derivato  da  Pionia,  della  prima  me* 
tà  del  XIV  secolo.  Dall' esame  che  ne 
fece  risulta  esservi  sonetti  politici  e  amo- 
rosi, (jnolclie  canzone  morale  e  dell'idi- 
iio.  X  I  sonetti  politici,  o  meglio  istorici, 
si  riferiscono  alle  circostanze  di  Roma  e 
d'  Italia  verso  gli  anni  iSao  e  i35o,a' 
garbugli  di  Roma  nella  traslazione  della 
Sede  apostolica  in  Avignone,  al  governo 
stesso  del  Papa  in  Avignone,  alle  agita» 
rioni  di  Cola  di  Rienzo,  a'patimenti  de- 
gì'  italiani  per  le  fazioni  de'  guelfi  e  de' 
ghibellini,  all'usurpazione  di  Lodovico  il 
Bavaro,  e  del  poter  imperiale,  alla  lotta 
cogl'  infedeli,  alle  idee  delle  crociate. 
Le  poesie  amorose  generalmente  canta- 
no, lodano,  onorano  una  Laura.  Sareb- 
be mai  la  Laura  del  Petrarca?  Conveni- 
va rendersi  padroni  di  tutto  il  Petrarca, 
Dia  non  era  fatica  col  potente  soccorso  de' 
suoi  dotti  e  indotti  rischìaratori  e  trasfi- 
guralori  (Erkiàrer  und  Verkiarer).  Già 
alcuni  pensieri  nelle  poesìe  istorìche  ave- 
vano fallosovvenire  il  professore  di  egua- 
li sentenze  contenute  nelle  lettere  Ialine 
del  Petrarca.  Il  cantore  di  Laura  del  no- 
stro codice,  ed  il  Petrarca  sarebbero  una 
cosa  stessa?  iVIa  vi  potevano  essere  slate 
nello  stesso  secolo,  nello  stesso  paese  due 
Laure  che  avessero  destalo  l'amore  e  la 
lode  di  due  poeti.  Il  pregio  della  beltà 
femminile,  la  lode  della  virtù  muliebre, 
i  sospiri,  ec.  sono  sentimenti  che  in  sirai- 
gliante  modo,  od  anche  eguale  si  espri- 
mono: tanto  meno  poi  potevano  provare 
allo  scopo,  per  la  coesione  de'poeli  di  quel 
tempo,  e  la  innegabile  imitazione  de'pro- 
venzali  e  siciliani.  Così  il  giuoco  sulla  pa- 
rola Laura,  l'aura,  lauro,  i  medesimi  at- 
tributi ed  eguali  cose,  la  scella  delle  me- 
desime ligure  potevano  attribuirsi  al  gu- 
sto di  quel  tempo  allegorico  e  bizzarro". 
In  tutti  i  sonetti  amorosi  uon  una  Laura, 


VER  ai5 

ma  Laura  vivente  in  corpo  o  in  anima  si 
olfriva  come  immagine  perfetta.  Il  prof. 
Thomas  ne  deduceva  esser  questi  sonetti 
di  Francesco  Petrarca,  quali  dettò  nel 
primo  entusiasmo.  Non  deve  ommettersi, 
che  questi  sonetti  appartengono  a'primi 
tempi  del  Petrarca,  in  nessuno  si  fa  men- 
zione di  Laura  come  passata  di  vita.  Tre 
de'più  bei  sonetti  paragonano  Laura  col 
sole.  Tostochè  Laura  si  allontana,  il  sole 
si  nasconde,  quanto  esso  rimane  invisibi- 
le più  s'addensa  il  nuvolo  della  tempesta, 
tostochè  essa  ritorna  si  rallegra  di  nuovo 
il  cieloe  la  terra.  —  Ad  esempio  del  Maf- 
fei,  che  per  aver  Petrarca  di  Arezzo  dì' 
morato  in  Verona,  reputò  conveniente 
di  ragionarne  tra' scrittori  veronesi,  in 
questa  mia  opera  di  erudizione  quasi  en- 
ciclopedia, che  dà  latitudine  e  licenze, 
ed  anche  per  essere  ascritto  qual  socia 
corrispondente  all'i,  r.  Società  Aretina 
di  scienze  lettere  edarli  (come  notai  nel 
voi.  LXXVIII,  p.  56),  fondala  sotto  gli 
auspicii  del  Petrarca,  io  mi  presi  quella  di 
profittarne  per  aggiungere  fa  nuovamen- 
te riprodotta  opinione  dell'illustre  e  dotto 
Retti,  sopra  un  argomento  tanto  fumo- 
so, nolo  essendo  quanto  se  ne  scrisse  e 
(juanto  se  ne  parlò:  e  ciò  feci  altresì  per- 
chè prob-ibilmente  desterà  In  notizia, per 
chi  ignorasse  già  argomento  discusso  o 
per  ritornarvi  sopra,  altre  lucubrazioni 
negli  eruditi,  ne'  critici,  e  negli  ammira- 
tori dei  celeberrimo  poeta.  Intanto  ho 
voluto  farne  alcune  parole,  ed  eziandio 
cercare  quanto  ne  disse  il  p.  Fanloni  Ca- 
strucci  nell'accurata  Istoria  d'Avigno- 
ne e  del  Contado  l^enesino^  tanto  minu- 
tamente informalo  nelle  cose  di  Proven' 
za,  e  qui  lo  riproduco.  Riferisce  nel  t.i, 
p.  99,  descrivendo  i  feudi  del  Vcnais- 
sino,  che  Sauraanaera  marchesato  della 
casa  di  Sado  delle  più  antiche  famiglie 
naturali  d'Avignone,  che  tra  gli  altri  or- 
namenti di  croci  di  Matta,  di  mitre,  di 
feudi,  di  carichi  militari,  e  d'  uffici  pri- 
mari, g/«5faHie«/e  ascrive  l'aver  prodot- 
to Laura^  la  cui  beltà  e  virtù  è  resa  eter- 


ai6  VER 

na  nella  memoria  de'  posteri  dulie  rime 
del  Petrarca.  Indi  a  p.  ig6  racconta.  «  Il 
Petrarca  arse  in  y^i'/g-/Jo/i'c  negli  anni  suoi 
giovanili  fin  dal  1027,  di  limpido  casto 
amore  per  Laura  de  Sado,  donzella  (ìi 
nobil  sangue,  di  elevalo  ingegno,  di  per- 
fetta beltà,  d'impenetraGile  pudicizia  :  et 
era  corrisposto  entro  i  medesimi   limiti 
d'intemerata  onestà  da  Laura,  cU'era  non 
men  consapevole  della  pura  intenzione, 
che  del  merito  sublime  del  suo  amante. 
La  conosciuta  virtù  d'  entrambi  rende- 
■va  libere  le  loro  pratic^)e  non  men  vir- 
tuose che  amorose,  et  incapaci  d'esser 
denigrate  da  minima   macchia   d'alcu- 
na sinistra   opinione  del  mondo.  Multi 
desideravano  di  veder  congiunte  in  ma- 
trimonio quelle  due    rare    persone;  e 
tra   gli   altri   il  Sommo  Pontefice  Gio- 
irauni    XKIl    vi   sollecitò  il   virtuosissi- 
mo giovane,  eziandio  con  offerirli  per  di- 
spensa apostolica  considerabili  vantaggi 
di  pensioni  ecclesiastiche,  acciocché  po- 
tesse con  maggior  decoro  sostener  lo  sta- 
to coniugale:  ma  ricusò  l'offerta  il  Pe- 
trarca, rispondendo:  JYon  voler  divenir 
marito,  per  non  lasciare  d' essere  antan- 
te.  Così  è  riferito  nella  sua  vita  in  ispa- 
gnuolo  descritta  in  fronte  de' suoi  libri: 
De  renfcdiisntrinsqueforluna,  parimen- 
te tradotti  in  ispagnuolo.  Morì  l'amata 
donzellaiìopo  molli  anni  degliamori  del 
Petrarca,  passando  ad  abitare,  come  pro- 
babilmente può  credersi,  in   luogo  più 
«conveniente  alla  sua   paragonata   virtù; 
1'  addolorato  Petrarca  per    monumento 
del  suo  amore  pose  dentro  la  sepoltura 
del  di  lei  cadavare  un  sonetto".  Questo 
lo  storico  riporta  a  p.  SSy.  Prima  però 
narra,  che  Francesco  l  re  di  Francia,  re- 
catosi nel   i533  in  Avignone,  per  lafa- 
xnn  della  bella  e  virtuosa  Laura,  sepolta 
nella  chiesa  de'  minori    di   quella  città, 
nella  cuppeila  della  «s.  Croce,  della  nubi- 
le sua  casa  de  Sado,  volle  vederne  le  os- 
«n  (nella  rivoluzioued'A  vignane  del  1790 
lo  tomba  fi)  distrutta,  disperse  le  ceneri 
f]i  (^nura.  Frani  esco  \  pare  che  nut)  fece 


VER 
aprire  pel  i."  la  tomba,  bensì  perchè  era 
stata  aperta  e  ciò  nvea   fatto  rumore  iti 
Francia,  volle  anch'  egli  vederla).  Disu- 
mate che  furono,  si  trovò  con  esse   una 
scatola  di  piombo,  col  seguente  sonetto 
(tenuto  mediocre,  e  verosimilmente  com- 
posizione d'un  amico  del  Petrarca:  altri 
aggiungono  che  vi  si  trovò  una  medaglia 
di  bronzo,  rappresentante  una  donna  che 
si  copre  il  seno,  con  intorno  le  lettere  M. 
L.  M.  J.  interpretate:  Madonna  Laura 
Morta  Jace).  Qui  riposan  le  caste  e  fé- 
liei  ossa  -  Di  queir  alma  gentile,  e  so- 
la in  lerra^-Aspro  e  dar  sasso  or  ben  te- 
co  hai  sotterra,  -E^l  vero  onor,  la  fama, 
e  beltà  scossa.  -  Morte  ha  del  verde  lau- 
ro svelta  e  smossa  -  Fresca  radice,  e  il 
premio  di  mia  guerra  -  Di  qiialtro  lu- 
stri e  pài,  se  ancor  non  erra  -  Mio  pen- 
sier  tristo,  e' l  chiude  in  poca  fossa.  -  Fe- 
lice pianta  in  borgo  d'Avignone  -  Nac- 
que e  morì,  e  qui  con  essa  giace  -  E  pen- 
na, e  stil,  l'inchiostro,  e  la  ragione.  -  O 
dilicali  membri,  o  viva  face,  -  Che  an- 
cor mi  cuoci  e  struggi,  inginocchione  - 
Ciascun  preghi,  il  Signor  ti  accetti  in 
pace.W  re  Francesco  1  compose  anch'es- 
so due  quaternarii,  e  insieme  col  sonetto 
del  Petrarca  li  fece  porre  nella  scatola 
di  piombo,  la  quale  fu  rinchiusa  con  l'os- 
sa dentro  la  sepoltura.  Ecco  i  reali  versi, 
che  però  darò  corretti.  En  petit  lieucom- 
pris  vous  pouvezvoir  -  Ce  qui  comprend 
beaucoup  par  renommée  -  Piume,  la- 
beur,  la  langue,  et  le  savoir-  Furent 
vaine  US  par  l'ayniant  de  l'ayméc.  -  O 
genlille  ame  ciani  tanl  csiiméc,-Qui  te 
pourra  louer,  quen  se  taisant?  -  Car 
la  parole  est  toujours  réprimée,-  Quand 
le  sujet  surmonte  le  disani  (Francesco  I 
compose  pure  un  epitadio  in    versi  che 
unì  al  sonetto:  si  legge  nella  critica  e  im- 
portante biografia  di  Lattea   di  Noves, 
nella    Biografìa     Universale,    Venezia 
1828, t.  4',  edove  la  questione  delle  due 
Laure  viene  esaminata    con   erudizione 
non  comune).    Il    p.    Faiitoni    Castrucci 
dimnuc,  la  bella  Madonna  Laura  dice 


VER 

ripeluJattiente  donzella  (raffermarono 
puie  il  p.  Niceioii,eBiinard  ile  la  Bastie; 
nUri  runpngnaiio:  anche  Fleuiy  e  Villa- 
let  scrissero  che  il  Fap.)  Beiieiletto  XII 
•volle  persuadere  Petrarca  a  sposar  Lau- 
ra, con  promessa  di  conservargli  i  bene- 
fizi ecclesiastici   che  godeva.   Ma   ella  si 
S|)0sò  con  de  Sade  nel  i  325,  e  lìenedelto 
XII  successea  Giovanni  XXII  nel  i334)> 
non  fa  |>iiiola  del  suo   matrimonio  con 
Ugo  de  Sade,  ne  che  era  figlia  di  Odiber- 
lo  di  Noves,  borgo  distante  due  leghe  da 
Avignone,  pi  esso  la  sinistra  riva  della  Du- 
iiiiiza,  «liparliinento  delle  Cocche  del  Ro- 
dano, ma  la  crede  semplicemente  della 
famiglia  de  Sado.  Non  trovo   il  sonetto 
dal  suddetto  storico  riferito,  nell'opera:  / 
Quattro  Poeti  Italiani  ec.  pubblicati  dei 
j^.Biitttira,l*iìng'\  presso  Le  Fevrei  833. 
Di  Petrarca  egli  riporta  lel\in)ein  vita  di 
Laura;  in  mortedi  Laura;  ([uelledti'trion- 
fi  d'amore,  della  castità,  della  morte,  del- 
la fama,  del  tempo,  dtlla  Divinità.  Le  ri- 
me in  morte  sono  loo  sonetti,  8  canzo- 
ni, una  ballata  ed  una  sestina.  Il  eh.  Ze- 
fìrino  Re  ci  ha  dato  neW  Album  di  Ho- 
mnX  23,  p.  '262,265e  284,  due  ritratti 
eli  Madonna  Laura,  il   (."secondo  la  mi- 
niatura Laurcnziana,  il  2."  a  tenore  del- 
l'incisione di  Morghen,erudilissin)atnen- 
le  illustrandoli,  ragionando  pure  di  cpiel- 
lo  scolpito  in  marmo  insieme  al  ritratto 
del  Petrarca,  ciascuno  de'  possessori  di- 
sputandosi il  vanto  di  sue  vere  sembian- 
ze. Si  vogliono  operati  da  Simone  Mar- 
tini detto  Memmi  da  Siena,  ma  esso  non 
fu  scultore,  il  quale  ritrasse  Laura  in  A.- 
\igiìone  nel  i  33 5  per  commissione  del  di- 
^in  poeta,  e  furtivamente    di    Pandolfo 
Malatesla,  cioè  quello  della   pergatnena 
del  codice  Laurenzianu,  e  quello  in  tavo- 
la già  del  cav.  Piccolomini  Dellanti,  che 
dicesi  ora  posseduta  in  Bologna  da'mar- 
chesi    Tanara;  oltre   il    bassorilievo  di 
marmo  presso  Biodo  Peruzzi  e  suoi  di- 
scend  ^li, che  per  la  suagolTezza  non  am- 
mette, ancorché  si  volesse  considerar  il 
poeta  unuinic  platonico.  Tratta  eziandio 


VER  ,       217 

di  altre  effigie  credute  di  Laura,  riferen- 
do con  bella  critica  tutte  le  opinioni  di- 
icorsedagli  scrittori  nelle  opere  che  ricor- 
da diligentemente.  Conclude,  con  dichia- 
rarsi a  (livore  di  quello  dipinto  in  tavola, 
poi  inciso  dal  celebre  Morghen,  per  rico- 
noscervi le  descrizioni  che  ne  fece  il  Pe- 
trarca ne'  suoi  aurei  versi,  almeno  ne  ha 
la  maggior  probabilità.  Si  è  detto  di  Pe- 
trarca :  .Superiore  a  tutti  i  poeti  italiani 
che  preceduto  l'avevano  (ora  il  prof. Ze- 
firino  Re  con  eruilito  e  dotto  ragionamen- 
to sui  biografi  del  Petrarca,  ne  passa  e- 
gregiamente  in  rassegna  ben  4o,  e  vi  pa- 
lesa il  profondo  studio  fatto  nell'  opere 
e  nella  vita  del  sommo  lirico;  riparlando 
della  canzone,  Spirto  gentil  che  quelle 
membra  reggi,  confermandosi  esser   di- 
retta a  Cola  di  Rienzo,  come  già   notai 
nel  voi.  LXXIII,  p.   3o3),  ne'  versi  cui 
composedurante  la  vita  di  Laura,  superò 
sé  stesso  in   quelli  che  fece  dopo  la  sua 
morte.  Il  soggetto  di  Laura  fu  trattato 
anche  in  romanzo,  con  finzioni  e  favole  : 
la  verità  squarciò  il  velo  che  involgeva  la 
storia  di  tal  donna  celebre,  immortalata 
da  Petrarca  in  versi  ed  in  prosa,in  italiano 
ed  in  latino,  con  un  omaggio  il  più  puro 
ed  una  specie  di  culto.  Ma  ormai  basti  di 
loie  di  Laura,  e  si  ritorni  al  Malfei  ed  agli 
scrittori  veronesi.  —  Rinaldo  da   Villa- 
franca  fu  grammatico  e  poeta  di  qualche 
valore,  grandemente  lodato  da  Petrarca, 
quando  gli  scrisse  da  Napoli,  e  che  tornan- 
do in  Verona  si  sarebbe  trovato  quasi  in 
patria,  per  essere  in  (|ueslo  paese  le  ceneri 
di  Virgilio  e  di  Plinio  :  fu  autore  dell'epi- 
gramma diCangrande.  Guglielmo  oratore 
è  celebrato  tra  l'epistole  del  Petrarca  in 
versi,  che  gli  scrisse  da  Parma  e  d'Avi- 
gnone: alTeltuosa  amicizia  e  pratica  ten- 
ne altresì  il  Petrarca  con  Gaspare  lette- 
rato. Guglielmo  da  l'astrengo    sapiente 
notaio  e  magistrato,  pel  quale  fu  teneris- 
simo d'alfetlo  il  medesimo  Petrarca,  per 
esser  da  lui  aiutato  negli  studi  con  prestar- 
gli de' libri  di  cui  era  ricco;  fu  pure  pa- 
trio ambasciatore,  ed  autore  d' un'opera 


ai8  VER 

in  cui  una  parte  è  una  specie  di  diziona* 
rio  storico-geografico,  perchè  lodato  qua- 
le primo  a  simili  generi  di  trattali,  avan- 
ti il  Ruscelli  ed  a  tutti  quelli  che  haunu 
con  loro  gloria  empiuto  il  mondo  di  sì  u- 
tiliopere.  Primo  egli  puòdirsi  ancora  che 
osservasse  le  lapide.  Gidioo  da  Somma- 
campagna,  dopo  Antonio  di  Tempo  pa- 
dovano, fifi'l  2. "a  trattar  delle  rime,  cioè 
delle  varie  specie  de' componimenti  poe- 
tici volgari  e  del  modo  di  rimarli, anzi  i." 
a  trattarne  in  volgare  coll'arte  del  ritmo: 
funse  l'uflìzio  di  fattore  generale,  di  gran- 
de considerazione,  di  Cansignorio  e  d'An- 
tonio Scaligeri,  cui  mal  corrispose  come 
traditore. Marzagaglia  eiudilissimoscrit- 
tore,  maestro  d'  Antonio  Scaligero,  au- 
tore d'  un'opera.  Di  altra  e  dedicata  ad 
Antonio  lo  fu   Francesco  de  Caronelli. 
Gio.  Evangelista  da  Zevio  agostiniano, 
nel  1387  fu  fatto  reggente  del  convento 
di  Verona  ove  istituì  un'insigne  libreria. 
Giovanni  Seregno  scrittore  del  i34o.  In 
questo  secolo  legisti  e  medici  veronesi  fu- 
rono mollo  riputati;    tra' primi   vanno 
menzionati  Lodovico  Alberti,  Guglielmo 
Servidei,  Agostino Giullino, maestro  Ro- 
landino  scrisse  dell'arte  notarla;  tra' se- 
condi  Eernardo    Campagna,    Aventino 
Fracasloro,  PietroCepolla,  Ba  varino  Gre- 
scenzi    (mio  della  qual   famiglia  passalo 
iu  [loma  fondò  il  ramo  ch'ebbe  più  car- 
dinali, credeMalfei,  ma  non  pare,  almeno 
«nteriormentepreesisleva  la  famiglia  ro- 
mana CrcscenzifCd  avea  avuti  cardinali 
e  Torre),  Bono,  Avanzo  e  Giacomo  La- 
vagitolo,  Giovanni,  poi  njedico  di  Fede- 
derico  III  imperatore,  nato  in  Porto,  ch'è 
partedi  Legnago.  —  Nel  libro  3.°  si  con- 
tengono gli  scrittori   veronesi  del  if\OQ. 
Guarino  fu  autore  primario  e  primo  fon- 
ie che  risvegliò  in   Italia  lo  studio  delle 
lettere  greche,  regione  per  altro  che  di 
quando  in  quaiido  non  avea  mancato  di 
cultori,  COM  in  Verona.  Si  lagna  Malfei 
the  molti  nel  rammentar  coloro  i  quali 
fecero  rivivere  i  buoni  studi,  dimcntica- 
ronuGuarino  ualo  nel  i  370,chefinda  gio- 


VER 
vinetto  conobbe  la  necessità  del  greco  a 
chi  voleva  oltrepassare  il  limite  delle  co- 
gnizioni di  quel  tempo,  e  non  per  altro 
motivo  si  portò  a    Costantinopoli,  dove 
studiò  5  anni  sotto  Emanuele  Crisolara, 
e  per  più  anni  camminò  la  Grecia   per 
acquistar  dottrina,  onde  poi  in  Verona 
e  in  Ferrara,  prima  che  altrove,  risusci- 
tò le  lettere  greche;  di  più  si  vuole  aver 
di  Grecia  portalo  buon  corredo  di  codi- 
ci, e  perciò  in  questo  pare  i.°ad  arricchir- 
ne l'Italia.  Prima  dello  spirar  del  secolo 
cominciò  ad  insegnar  Guarino  le  lettere 
greche,  quindi  anteriore  alla   venuta  di 
Crisolara  in  Italia,  che- nei  i3g8  vi  recò 
nuovamente  tal  merce,  morendo  nel  1 4  •  5 
a  Costanza  per  dolore  di  veder  Giovanni 
XXI 1 1,  che  seco  l' avea  portalo,  deposto 
e  profugo. La  scuola  di  Guarino  in  Verona 
acquistò  gran  credito,  quindi  concorso  di 
forastieri, anche  distinti, per  ricevere  i  suoi 
insegnamenti.specialmente  nel  greco. Pare 
dunque  che  Guari  no  abbia  avuto  par  te  nel 
merito  del  rifiorimento  degli  studi  inVe- 
rona,lirandoviCosimo  de  Medici  WPadre 
della  patria  e  delle  lellere,  che  partito 
da  Firenze  pel  contagio,  elesse  Verona  per 
trattenimento  di  tutta  la  famiglia;  ed  a 
Verona  venne  altresì  il  gran  Lorenzo  de 
Medici.  Guarino  nel  i4'2ostipendiatodal 
pubblico  insegnava  in  Verona,  e  poi  fece 
il  simile  in  Venezia,  Firenze,  e  Ferrara 
chiamatovi  da  Nicolò  ili  Estense  |)er  mae- 
stro del  figlio  Leonello.  Ivi  fece  da  inter- 
prete tra'  greci  e  latini  nel  concilio  gene- 
rale. Tornò  Guarino  nel  if{.^i  a  insegna- 
re in  [latria,  indi  si  restituì  a  Ferrara  o- 
ve  morì  di  Qoanni  nel  14^0.  I  suoi  disce- 
poli sparsero  il  sapere  per  l'Europa.  Dot- 
tissimo, dolce  e  tranquillo,  meritò  conia- 
zione di  medaglia,  e  d'  esser  chiamato 
grecae  et  lalinoe  eruduionisfo'ilein.  Eb- 
be a  fratello  Benedetto,  che  si  segnalò  ne- 
gli sludi,  ed  ebbe  pur  esso  l'onore  tli  ripe- 
tersi l'eHigie  con  medaglia.  Guarino  per 
commissione  <li  Pap^i  Nicolò  V  ti,Kliis8e 
interamente  Slrabone  in  latino:  d'altre 
traduzioni  e  opere  ragiona  Malfei  crtuli- 


VER 
tamenle.  Il  suo  nome  divenne  cognorae 
cit'discendonti,  così  i  figli  Battista  e  Giro- 
luiuo  Giiat'inì,il  i. "succedendo  al  padre 
nella  lettura  e  nella  gloria  di  fiorita  e  for- 
tunata scuola  in  Ferrara;  fu  pure  auto- 
re d'opere,  il  i."  editore  di  .Servio  sopra 
Virgilio,  segnalandosi  nell'  emendazione 
di  Catullo,  nell' edizione  fattane  dal  fi- 
glio Alessandro  che  dottamente  lo  coin- 
inentò.  Quest'ultimo  nacque  in  Ferrara 
e  fu  segretario  del  duca  Alfonso  1,  ivi  pro- 
seguendo la  famiglia  con  altri  uomini  di 
lettere,  e  produsse  poi  l'altro  Battista,  che 
lauta  gloria  accrebbe  alla  nostra  lingua 
coll'immorlal  dramma  del  Pn'ilor fido. 
Fiiolo,  TimoteoeCelsoMalfei  canonici  re- 
golari Lateranensi,  nella  chiesa  suburba- 
na de' quali  nell'altare  eretto  dal  i.°si 
posero  i  versi  :  Stirpe  safits  velcri  Ma- 
plieorttni  /fiitoniits-,  orimi  -  Viriate  itisi- 
gnis,  simicl  ordine  ciani!,-  Equcslri,  eie. 
Paolo  inultre  dotto  in  ogni  scienza,  mira- 
bile per  santità  di  vita,  divenne  generale 
dell'ordine  nel  14^5,  e  fu  uno  de'piinci- 
pali  e  più  elllcaci  promotori  e  auìpliatori 
della  riforma,  essendo  sialo  il  3.''de'iifor- 
inati  il  moiiaslero  di  Verona;  ricusò  ve- 
«covali,  e  Dio  operò  miracoli  a  sua  intrr- 
cessione  in  morte  ;    lasciò  0[)ere  di  pio 
argomento,  ed  alcuni  gli  diedero  il  titolo 
di  bealo.  Timoteo  fu  detto  principe  de' 
predicatori   del  suo  tempo,  tla'  principi 
richiesto  e  ammirato, principale  propaga- 
tore dell'  ordine  di  cui  3  volte  fu  genera- 
le, insigne  per  dottrina  e  santità  di  vita. 
Gli  furono  coniate  due  medaglie  esibite 
da  MalFtìi.  Intrinseco  dell'encomialo  Co- 
simo de  Medici,  per  lui  rinnovò  da'fon- 
damenti  la  badia  di  Fiesole,  e  .vi  costituì 
sceltissima  libreria.  Ricusò  l'arcivescova- 
to  di  Milano  conferitogli  da  Nicolò  V,  ma 
fu  costretto  accettar  quello  di  Ragusi  da 
Paolo  11,  ove  lasciò  insigni  memorie,  di 
fili  nel  iSSoera  stato  pastore  un  Maffeo 
di  Lago  di  Garda,  non  appartenente  a  Ve- 
rona. l->i  lui  si  hanno  diverse  opere.  Cel- 
so fu  eccellente  predicatore,  8  volte  gene- 
rale de'  canonici  regolari,  rifiutò  più  ve- 


V  E  R  ai9 

•covali,arricchìdi  mss.  edi  libri  le  librerìe 
di  s.  Leonardo  di  Verona,  della  Carità  in 
Venezia  e  di  Verdara  in  Padova  col  suo 
peculio,  e  fu  autore  di  varie  opere.  Nel- 
t'istessa  età  fiorì  Giovanni  Maffei  scritto- 
re, canonico  di  s.  Giorgio  in  Alga,  Late- 
ranese  fu  Maffeo  Bosso  abbate  di  Fieso- 
le, ove  tenne  seco  per  un  anno  Pico  della 
Mirandola  suo  amicissimo,  autore  d'ope- 
re. Nello  stesso  online  e  secolo  fiorirono 
gli  scrittori  MarcoRizz(jni,Onofrior>redo 
e  Zeno  Lazise.  Conte  Lodovico  Sanboni- 
facio,  si  compiacque  singolarmente  degli 
studi  teologici, ebbearchivio  insigne,  con- 
sultatodal  magistrato  veronese  de'  i  2  de^ 
potati  ad  gucrram,  per  le  controversie 
di  confine  co' vicentini.  Isotta  Nogarola 
preferì  gli  studi  alle  nozze,  fu  dotta  e  am-i 
mirata  da'  letterati  coetanei;  lasciò  vari 
scritti:  la  sua  famiglia  vanta  nltredonne 
illustri.  Il  suo  fratello  Leonardo  prolono- 
tario  apostolico,dotte  e  voluu)inose  opere 
scrisse.  Giorgio  Bevilacqua  Lazise.  Felice 
Feliciano  studioso  di  lapidee  antiquario, 
distrusse  il  suo  patrimooio  per  atlendere 
all'  alchimia,  e  fece  una  raccolta  d'  iscri- 
zioni di  Toscolano  summentovalo,  di  Ro- 
ma ed  altri  luoghi.   Celebri  giuristi  furo- 
no Bartolomeo  Cipolla,  Giovanni  Einilj 
avvocato  concistoriale,  come  è  intitolalo 
nella  sua  Stimma  Aemiiiaiin  (il  Cartari, 
Advocalornm  s.  Consistorii,  lo  dice  di 
Brescia).  Fralel  di  esso  fu  Pielro  abbate 
di  S.Zenone,  che  rinunziò  la  badia  all'al- 
tro fratello  iMarco,  sotto  il  quale  fu  messa 
in  commenda;  portatosi  in  Roma  entrò 
in  tanta  grazia  di  Martino  V  che  gli  die' 
il  proprio  cognome,  onde  si  chiamò  Pier 
Colonna,  nominato  presidente  pel  conci- 
lio di  Siena,  indi  governatore  della  Mar- 
ca d'Ancona,  in  cui  ricuperò  alcune  città 
e  vi  estirpò  gì  i  eretici  fraticelli.  PierFrance- 
scoGiu$ti,non  minor  grido  ebbe  Lelio  suo 
nipote  podestà  di  Firenze,  ed  il  figlio  di 
questi  Giusto, più  un  Manfredo  e  un  conte 
Giulio. CrisloforoLanfranchini  insigne  le- 
gista, ambasciatore  a  Venezia.  Gian  Ni- 
cola Salerno  pretore  in  Mantova,  Bolo-- 


aao  VER 

gnu  e  Firenze.  Giacomo  Lavagnolo  sena- 
loiefli  Roma  nel  i  452-53  mori  in  cari- 
ca, tiopo  avere  scoperto  la  congiura  con- 
tro Nicolò  V  di  Stefano  Porcari.  Di  Ma» 
dio  o  Maggio,  o  Mazode'Mazi  giurecon- 
sulto. Girolamo  della  stessa  famiglia.  Do- 
menico Fativinio  arbitro  Ira  il  duca  di 
IVlibno  ed  i  signori  da  Carrara.  Mario 
l'indeinonle.  Lodovico  <le  Polenti*  da 
Legnago.  Paolo  Andrea  del  Cene.  Poeti 
latini  :  Lodovico  Merclienti  celebrò  in 
versi  la  vittoria  de'  veneziani  nel  i438 
riportata  sul  lago  di  Garda  contro  il  du- 
ca di  Milano.  Tobia  del  Borgo  poeta  di 
iSigismondo  l,  signore  di  Ri  mini,  celebiò 
nel  suo  J.wIlfuXjìa  di  lui  moglie  Isotta. 
Francesco  Drusoni  da  Legnago.  Bernar- 
dino Campagna  dedicò  a  .Sisto  IV  una 
tragedia  sulla  l*assione  del  Signoie.  Bal- 
dassare  Crasso.  Leonardo  Montagna.  Cil- 
Icnio  Pisciense,  ossia  Bernardino  Cille- 
uio  da  Pesc.biera.  Bernardino  Partenio 
<ia  Spilimbergo.  Panfilo  Sasso  che  scris- 
se pure  de  laudibus  Veronac.  Zcnnovel- 
lo  Giusti  ornò  tutto  il  suo  palazzo  delle 
Sfelle  d'eleganti  distici.  Mario  Filelfo  fi- 
j^lio  di  Francesco  fu  in  erto  modo  vero- 
nese per  elezione,  e«  .ndo  maestro  pub- 
blico in  Verona  :  fra' suoi  componimenti 
è  la  satira  contro  la  facilità  allora  in  mo- 
da di  far  conti  palatini,  dottori  e  poeti 
laureati. Una  sua  lunga  opera  in  versi  esa- 
metri,ed  intitolata  ^«?roH<2,  tratta  di  tut- 
ti i  pregi  della  città  e  territorio,  e  fa  men- 
7Ìone  delle  |)iù  conosciute  famiglie,  non 
cbe  del  lago  di  Garda.  Fu  pure  mirabile 
improvvisatore  in  italianoe  in  latinod'in- 
credibile  memoria,  su  argomenti  propo- 
nili da  loo  persone.  Qui  Malfei  celebra 
1*  improvvisatore  olivetatioZucco,  anche 
senza  canto,  già  lodato:  Che  pensar  noi 
potriachi  non  l'ha  udito.  Giovanni  Pan- 
ico scrisse  un  dialogo  uni  bagni  <li  Cai- 
diero  (noterò  ebe  nel  lygS  fu  stampato 
di  Bongiovanni, Zenone  «  Matteo  Brirbie- 
ri:  Illustrazioni  delle  Terme  di  Cnldle- 
ro  nel  /^cronese),  argomento  già  tratta- 
.  lo  da  A  leardo  Pindemoule,  De  laudibus 


VER 

^(fro'j^e.Furonosuoi  discepoliDanlellI, 
Agostino  Capello,  Virgilio  Zavarise.e  il 
colite  Giacomo  Giuliari.  Di  essi  vari  e  hin- 
ghi  componimenti  si  hanno  in  versi  la- 
tini, recitati  a  un' accademia  nel  i484 
tenuta  inonor  del  maestro  nella  piazza 
dei  Signori,  con  molta  pompa,  forse  il 
più  antico  esempio  di  sì  fatte  funzioni. 
Fu  questa  esposta  e  riferita  distintamen- 
te dal  Gìuliari,  col  titolo  d'odio  Pan' 
thea,e  stampata  nelt'istesso  anno,  libret- 
to dal  Malfei  più  volte  ricordato  come 
autorevole  per  la  sua  importanza  in  lode 
de'  veronesi  illustri.  Inoltre  del  Giullari 
si  Ila  un  libro d'e[)igrammi.  Forse  fu  per 
Ini  r  epitalamio  ili  l'anfilo  Sasso,  per  le 
nozze  di  Giacomo  Giullari  con  Elisabetta 
Cbiaramonte.  Neil'  ultimo  poema,  eh' è 
dal  Zavarise,  si  non)inano  sopra  4o  ve- 
ronesi che  in  quel  tempo  si  distingueva- 
no per  lettere,  e  dice  del  l'anteo  che  in 
ogni  genere  di  poesia  era  meraviglioso; 
egli  polsi  occupava  nello  studio  non  co- 
mune delle  lingue  ebraica  e  araba.  Dotta 
poetessa  fu  Laura Brenzona,essendo  mol- 
to lodate  le  sue  orazioni  volgari  e  latine. 
Fu  confusa  coli' altra  veronese  Laura 
Nogaiola  moglie  del  doge  Nicolò  Tron. 
Parimente  è  diversa  dall'altra  Laura 
Scbioppa  letterata  e  poetessa  :  del  suo  in- 
gegno, virtù  e  bellezza  s'  invaglù  Dante 
IH,  e  gli  stranieri  perla  fama  cercavano 
vederla.  Antonio  Beccaria, cognome  ma- 
terno,era  tesoriere  della  cattedrale, mol- 
to encomiato,sci  isse  eleganti  poesie  e  ora- 
zioni, e  perito  nel  greco  fece  traduzioni. 
Ilarioue  monaco  benedettino,  poeta  e 
grecista  lodato.  Domizio  Calderini  sacer- 
dote nata  in  Torri  sul  lago  di  Garila, 
chiamato  Restilutor  Litcrarum,  da  Lu- 
cio Fosforo  vescovo  di  Segna  distinto 
letterato.  Di  24  «'i"'  P^ulo  "  'o  chiamò 
in  Roma  a  leggere  belle  lettere  nell'uni- 
versità degli  studi»  e  fu  fatto  segretario 
apostolico.  Si  crede  essere  stalo  il  i."cl)e 
cominciasse  a  studiar  a  fonilo  gli  autori 
antichi,  e  spiegandoli  col  siissidiodell'  e- 
rudizioue,  ofide  ritrarne  i  più  importanti 


VER 
lumi  e  notìzie.  Tanto  sapere  e  tanta  glo- 
ria mosse  diversi  dotti  malevoli  a  impu- 
gnarlo,massiuìe  Poliziano,  che  poi  lo  dis- 
se sprezzalor  degli  altri  e  amniirator  di 
se  stesso.  Però  all'  emulazione   prevalse 
io  lui  la  verità,  nel  comporgli  l'epitairio 
quando  il  Calderini  mori  in  Roma  d'an- 
ni 32,  confessando  che  la  via  alle  Muse 
chiusa  e  impedita  ancora,  s'  era  da  esso 
spianata  come  si  vede  da'suoi  epigrammi. 
Di  questo  grande  ingegno  si  hanno  più 
commenti  e  opere,  stampate  e  luss.  Nel 
latino  e  nel  greco  ebbe  a  maestro  Anto- 
nio Broianico,  o  da  Brognoligo,  padre  del- 
le buone  lettere,  dalla  cui  scuola  usciro- 
no altri  illustri:  scrisse  un  poemetto  su 
Venezia  col  titolo,  De  origine  florends- 
simae  Reipuhlìcae  Venelorum.  In  quel- 
l'epoca fìorirono  pure  altri  poeti   vero- 
nesi. Professori  di  belle  lettere  sono  i  se* 
guenti.  Benedetto  Brugiiolo  di  Legnago, 
tuaeslro  primario  in  Venezia,  dalla  cui 
scuoia  uscirono  i  migliori  che  in  Verona 
poi  ebber  grido,  ove  pure  iìisegnò.  11  Sa- 
bellico  celebrando  que'  che  l'antica  lin- 
gua fecero  rivivere,  dopo  Giullari,  Zava- 
l'isee  Battista  Guarini,  loda  il  dotto  e  mo- 
desto  Brugnolo,  e  Cicero    Verontnais 
l'appellò  Giovanni  da  Lignano,  tutti  ac- 
correndo in  folla  quando  interpretifva  O- 
(nero  e  Tucidide,  Ciceronee  Quintiliano. 
Fu  ottimo  correttore  di  stampe,  e  molte 
edizioni  diresse.  Morto  in  Venezia,  Gio- 
vanni Quirini  nel  i5o5  gli  eresse  elegan- 
te nionuuienlo  intarsiato  di  marmi  orien- 
tali nella  chiesa  de'Frari,  col  suo  busto  e 
iscrizione  ov'  è  detto  Vtroneasem.  Ga- 
spare Veronese  fu  maestro  in  Roma,  e  da 
lui  apprese  il  latino  Aldo  Manuzio:  scris- 
se l' istoria  di  Paolo  11  e  de' suoi  tempi 
(pubblicata  dal  Muratori,  Script,   rcr. 
Jtal.,\.,  3,  par.  2,  p.  io44*  l'O'o  inoltre 
nel  Bonamici,  De  claris  Pontificiariiin 
epislolnrum  scriploribusy  che  fu  segreta- 
rio di  Calisto  III,  e  precettore  del  nipote 
Roderico.  Borgia,  poi  Alessandro  VI).  Il 
Sabellico  in  Roma  fu  suo  discepolo,  cosi 
del  Calderini,  onde  onorò  Veiona  di  que- 


ÌI2  t 


VER 

8l' elogio.  Doclorutn  hominuin  parens, 
ingeniorum  altrix,  sacrariwn  Uiera^ 
ritnif  et  cui  plus  hoc  nomine  [talin  dc' 
bet,  quain  Gruccia  Alhenis  :  illa  doclos 
viros  aliunde  accepit,  tu  aliis  genlihus 
dcdisti.  Altri  professori  furono  Ferraboi 
e  Colombino;   letterato  Francesco  Ro- 
selo. Lodovico  Cendrata,  e  Bartolomeo 
di  sua  famiglia   eziandìo  si   rese  chiaro. 
Antonio  Partenio  Lacisìo pubblico  mae- 
stro in  Verona, assai  celebrato. Gio.  Fran- 
cesco Burana  dotto  pure  nell'  ebraico  e 
nell'arabo,  come  nella  musica.  Medici  il- 
lustri fiorirono:  Antonio  Cernisonepro- 
fessore  a  Padova,  artiuni  et  medicinae 
monarclia ;  Gerardo  Boldiero  lodatissi- 
mo,  una  cui  scrittura  sui  bagni  di  Caldie- 
ro  è  nella  raccolta  de  Z?fl//jezV,professore 
a  Padova  con  Matteo  suo  fratello;  Anto- 
nioBianchi;  Giovanni  A  rcolano  medico  di 
Borso  duca  di  Ferrara  ;  Bernardino  Più» 
mazzi  professore  a   Padova;  Francesco 
Recalco;  Pietro  Sacchi,  della  cui  fami- 
glia fu  pur  illustre  Francesco;  Gabriele 
de  Zerbisi  fece  ammirare  in  Padova,  Bo- 
logna e  Roma,  perito  barbaramente  per 
mano  de'  crudeli  turchi  con  un  suo  fi- 
glio, e  compianto  da  Pier  Valeriano  ncl- 
ì'  Jnfilicilà  de'  /eWcrfl/Zy  Alessandro  Be- 
nedetti da  Legnago,  scrisse  opere  dotte. 
Nello  slesso  secolo  si  resero  insigni:  Pie- 
tio  de  Gualfredini;  sacerdote  Domenico 
Pizimenti,  recitò  un'orazione  nel  concdio 
di  Costanza  ;  Francesco  Aleardo;  Giaco- 
mo Pindemonte,  compilò  una  buona  cro- 
naca di  Verona  fino  al  i4i45  Giovanni 
Mansionario,  scrisse  per  provar  veronesi 
i  due  Flinii,  ed  assai  bene  fece  altrettan- 
to Matteo  RutTo  (rammento  aver  di  so- 
pra riferito,  che  il  Tarlarotti  lo  conside- 
ra la  slessa  persona  di  Giovanni  Diaco- 
no) ;  Bartolomeo  notaro  compose  un  \\- 
hì'o  dierwniuridicornm  Conwiunis  ^e- 
ronaeda\  i4o5al  i4i2;  Bartolomeoab- 
batedi  s.  Nicolòdel  Lido  intorno  al  144°» 
scrisse  la  storia  del  suo  monastero  ;  illu- 
stri domenicani  furono  Benedetto,  Ago- 
stino, Desiderio  Anichini,  e  Lorenzo  il 


322  VER 

quale  vuoisi  lo  slesso  che  Benedetto.  Ci- 
priano monaco  autore  d'opera;  così  Mar- 
tino Rizzoni,  e  Giacomo  dollissimo  di 
tal  famiglia  fu  maestro  di  Pietro  Caibo 
nipote  d'  Eugenio  IV  e  poi  Paolo  II.  Fi: 
Lodovico  dalla  Torre  minore  osservante, 
generale  del  suo  ordine,  ed  autore  pure 
■delle  Disputationes  de  Conceplione  B. 
Rlariae.  De'  servi  di  Maria,  lodati  scrit- 
tori Barlolonreo  e  Tommaso.  Giacomo 
Malatesla  dolio  maestro  degli  accoliti. 
Francesco  Brusato  arcivescovo  di  Ni- 
«osia  scrisse  molte  lettere,  morto  in  Ro- 
ma nel  i477>  e  sepolto  in  s.  Clemente. 
•Giovanni  Bonardi  prete,  graniuiatico  e 
poeta.  Pier  Donalo  Awogadio  pubblicò 
un  ragionamento  degli  uomini  illustri  del- 
ia patria,  ed  altro.  Pietro  Buonodcllo  A  v- 
vogario  o  Awogadro.  Michele  Fossato 
lodò  Verona  in  versi  elegiaci  in  un  ad  al- 
tjuanli  Ictlerali,  pubblicati  dalPeretli  nel- 
le postille  qW Istoria  di  s.  Zenone.  Bene- 
detto Viola  medico,  autore  d'un  diziona- 
rio geografico  nel  1470,  perciò  precedet- 
te Ferrari,  Orlelio  e  Baudrand.  Agosti» 
lio  Begani  matematico.  Bartolomeo  Du« 
xaìni  da  lllasi  chimico.  Agostino  Capri- 
ni compose  una  commedia  latina.  Ano- 
nimo scrisse  la  storia  d'Italia  dal  i438  ni 
1491  e  le  cose  di  Verona:  nel  1477  rde- 
risce  creato  cardinale  a  istanza  del  re 
'^'Ungheria  fr.  Gabriele  da  Verona  mi- 
nore osservante:  ma  questo  è  fr.  Gabrie- 
le /i/:;//go/;i(/'.)  modenese.  Tuttavolta  il 
Mafteigiusliljca  l'asserzione, col  dichiara- 
te con  un'istoriella,  che  nascesse  nel  Vero- 
nese d'un  conte  Rangone  (modenese  e  suo 
figlio  naturale)  e  d'  una  donna  del  con- 
tado, anzi  sotto  Bardolino  famiglia  anti- 
ca di  conladini,  di  cognome  Uangoni;per 
cui  neirOldoino  sono  due  brevi  pontifi- 
cii molto  per  lui  onorifici,  ne'quali  vien 
detto  Gabriel  de  Verona.  Poeti  volgari 
furono  i  seguenti,  notando  MaiTci,  essere 
meraviglia,  come  in  tanta  copia  di  scrit- 
tori, pochi  fossero  in  Verona  rpie'che  ii- 
sarono  ne'libri  la  lingua  volgare,  (jiorgiu 
Sumtuariva  provisor  forlilitioruni  l'è- 


V  ER 

ronensium ,  e  governatore  di  Gradisca, 
scrisse  anche  il  testamento  in  versi  vol- 
gari. Francesco  Nursio,  dello  la  fenice 
A'ero/iese  dall'Avanzo,  e  poe<<z  elegantis- 
simo dal  Tacuino.  Accio  Zucdodi  Som- 
rnacampngna.  Fr.  Giovanni  Giocondo 
domenicano,  e  non  francescano,  come  er- 
roneamente altri  prelesero  (si  vuole  del- 
la famiglia  Monsignori  o  meglio  di  quel- 
la d'Ognibono,  letterato  profondo,  dolio 
antiquario,  valente  architetto  del  Fon- 
daco de'Tedeschi  in  Venezia),  critico  ec- 
cellente, da  Giulio  Cesare  Scaligero  ((ua- 
W^ica^io, vecchia  e  nuova  biblioteca  di  tut- 
te le  buone  discipline,  e  nelle  satire  lo 
c\\ianìbfenice,e  di  non  ìninor  giudizio  chg 
ingegno,  raccoglitore  d'antiche  iscrizioni, 
che  pose  insieme  con  più  scelta  e  gusto 
de'precedenli  con>pilalori,  dicendosi  ili." 
a  pubblicarle.  Qiial  eccellente  architetto 
fu  il  I ."  the  mise  mano  a  emendar  Vilrii- 
vio  e  a  renderlo  leggibile, emendò  Fion- 
lino  nell'opera  degli  acquedotti,  trovò 
quella  di  Giulio  Ossequente,  fece  l'epito- 
me di  Aurelio  Vittore,  scrisse  sulle  acque 
per  Venezia,  ove  avendo  considerato  co- 
me le  Lagune  erano  in  pimto  d'interrar- 
si fra  poco,  quando  si  faceva  il  nuovo  al- 
veo della  Brenta  dal  Dolo  a  Broudolo,  ne 
died?  avviso  e  suggerì  il  modo  di  rime- 
diarvi, che  fu  posto  in  esecuzione,  con- 
ducendo la  metà  della  Brenta  a  sboccar 
verso  Chioggia,  col  canale  Brentonc,  on- 
de Luigi  Cornaro  ilichiarò  doversi  a  lui 
obbligo  immortale,  potendosi  chiamare 
secondo  edificatore  di  Venezia  (il  Te- 
manza  invece  narra  non  aver  avuto  luo- 
go il  suggerimento  di  fra  Giocondo,  per 
laguerra  di  Cauibray,  e  che  provvisoria- 
mente si  continuassero  i  disegni  d'Aleai 
di:  in  tal  guerra  fortificò  Treviso  e  di  ver 
.si  punti  de'conlorni).  Ivi  die' il  meravi 
gtioso  disegno  pei'  rifare  Rialto,  mn  nou 
fu  posto  in  opeia  (xi  tenga  [)resenle  quan- 
to di  analogo  ho  riferito  ne!  voi.  XCI,  p 
307  e  3o8).  In  Verona  die'  il  («odo  per 
rifabbricare  la  pila  di  mezzo  del  ponte 
della  Pielrn,  e  fece  altre  cose.  Pel  1 ."  por 


VER 

tò  l'ai  chitclluia  di  là  da'  monti,  chiama- 
to in  Francia  da  Luigi  Xll;  2."  fu  il  Ser- 
lio  invitato  da  Francesco  I.  Fece  a  Parigi 
ilfaD)osopontesullaSenna,e  vi  feceanche 
il  ponte  piccolo  carico  di  botteghe,  ope- 
re degne  del  suo  meraviglioso  ingegno, 
cioè  il  Pont  Notre  Dame  e  il  petit  Pont 
(quest'ultimo  altri  negano  non  ostante  il 
distico  di  Sannazaro;  lutto  al  più  fe- 
ce il  progetto  per  qualche  altro  ponte  sul- 
la Senna,  il  che  trasse  in  inganno  il  poe- 
ta). Molle  altre  opere  architettò  in  quel 
regno,  dove  lungo  tempo  si  trattenne.  In 
Roma  gli  fu  alluiata  la  fabbrica  dì  s.  l*ie- 
Irò,  insieme  C(jn  Buonarroti,  Raffaele  da 
Urbino  e  Sangallo,  dopo  la  morte  ili  Bia- 
luaute.  —  Nel  lib.  4.  "i  fa  memoria  de- 
gli scritturi  veronesi  vissuti  nel  XN'I  se- 
colo. Età  felice  iu  cui  risorto  in  Italia  lo 
spirito  dell'antica  Grecia,  tutti  gli  sludi 
più  lodevoli ,  tutte  le  facoltà  più  nobili, 
tutte  le  arti  più  pregiale  vi  fiorirono  in 
alto  grado.  In  fjueJ  tempo  fu  che  si  scris- 
se latino  in  prosa  e  in  verso  col  sa[)ore 
del  secolo  d'Augusto.  Fu  allora  che  nel- 
la sana  erudizione,  ch'è  quanto  dire  nel 
saper  vero,  si  penetrò  molto  a  dentro,  e 
per  andar  più  avanti  si  spianarono  a  tut- 
ti le  strade;  quando  si  prese  a  raccoglie- 
re con  ambizione,  e  a  considerare  dotta- 
niente  medaglie  e  lapide,  con  l'altre  su- 
peibe  spoglie  e  preziose  reliquie  dell'an- 
tichità. Ma  che  a  tutte  queste  belle  im- 
prese contribuì  (jualche  cosa  anche  Ve- 
rona, e  che  nell'onorata  schiera  di  colo- 
ro, i  quali  resero  memorabile  per  sen»- 
pre  quell'aureo  secolo,  non  pochi  vero- 
nesi mollo  cospicui  furono,  e  primi  luo- 
ghi con  somma  gloria  occuparono,  con)e 
risulta  dall'opera  del  Mallei,espressamen- 
te  dichiarandolo.  Benedetto  Malici  abbre- 
tialoredi  maggioreprcsidenza, abbando- 
nata Verona,  trasportò  un  ramo  della  fa- 
miglia u  Roma,  insieme  al  fratello  Ago- 
.«tino,  il  quale  o  Benedetto  fu  segretario 
tli  Paolo  il  (il  Marini  die  negli  yJrcJu'n- 
tri  riporta  diverse  notizie de'Malfei,  dice 
•segretari  Antonio  e  Franc!ebCo),e  quesl'uj- 


V  E  R  acjJ 

limosposata  una  Conti, i  discendentis'ioi* 
parenlarono  co'  Farnesi.  Ambo  i  fratelli 
sono  noverati  tra'scrittori  illustri  verone- 
si, così  un  Girolamo.  Agostino  fu  pure 
uno  de'principali  promotori  delle  lettere 
e  de'Ietterali,  ed  il  i  °  che  agli  sludi  por- 
se aiuto  col  raccogliere  antichità  erudite^ 
e  formar  museo,  e  di  molto  avanti  il  Co- 
locci  fiorilo  più  lardi.  Pomponio  Leto  per 
l'insigni raccolted'Agoslino, lochiamo  ie- 
soro  ih  Ile  cose  roinaue.  Continuò  la  di- 
scendenza a  rendersi  beneuìerita  delle 
buone  lettere.  Da  Benedelfo  usci  lo  scrit- 
tore Bernardino  yj/^///c'/(A^'.)  fatto  cardi- 
nale da  Paolo  III,  il  fralellodelqualeMar- 
c'Aulonio  ]ÌJfi/fci{r.)  ebbe  egual  digni- 
tà da  s.  Pio  V,  e  più  tardi  Orazio  3Jc//fci 
{/'.)  crealo  cardinale  da  Paolo  V:  forma- 
tisi due  rami  ile'iMalfei  di  Roma,  si  esliu- 
sero  in  Ottavio,  fratello  d'Ascanio  arci- 
vescovo d'Urbino,  che  da  Verona  chia- 
mò erede  Agostino  figlio  del  conte  Mar- 
c'Aulonio.  li  museo  in  Roma  raccolto  da 
Agostino  fu  accresciuto  da'successori.  Gi- 
rolamo dalla  Torre  o  Turriuni  lettore 
di  Medicina  in  Padova,  scrisse  opere,  ed 
il  figlio  Marc'  Antonio  di  mirabile  inge- 
gno più  di  lui  fu  celebralo,  piofessorein 
medicina  e  profondo  nell' atiatoinia  per 
la  luce  che  vi  sparse.  Di  tal  f<iUMglia  fu 
letterato  l\aimondo,emolto  più  Gio.  Bat- 
tista medico,  filosofo  ed  astronomo;  Giu- 
lio,altro  letterato,  sì  dilettò  grandemente 
della  bell'arte  di  fondere  e  della  di  lui  pe- 
rizia rimasero  belle  medaglie  de'suoi,  il- 
lustri essendoancoi  figli.  Girolamo  Avan- 
zo tiottissimo  e  di  sommo  ingegno,  dicen- 
dolo Aldo  Manuzio,  il  quale  chiamò  Ve- 
rona madre  de' ciotti,  e  nudrice  dcgl'  in- 
gegni: fu  lettore  in  Padova  di  filosofia  e 
critico  di  mollo  credito.  Paolo  111  aven- 
dolo incaricalo  di  emendare  lutti  i  poeti 
latini.  Giulio  Cesare  Scaligero,  di  raro  e 
sublime  talento, però  non  ragionevolmen- 
te fu  lodato  con  eccesso.  Era  figlio  di  Be- 
nedetto Bordoni  descrittore  ili  tutte  l' i- 
sole,  a  eoi  fu  dato  il  soprannome  dalla 
Scala,  onde  Giulio  lo  prese  per.cogno- 


.324  VER 

me,  spacciando  colla  sua  franchezza  im- 
prese militari  e  adinilà  reali,  e  sostenen- 
do che  Bordone  non  fosse  cognome,  ma 
feudo:  fu  ancora  eruditissimo  medico. 
Ciano  suo  figlio  divenne  bravo  generale 
de' veneziani  e  governatore  generale  del- 
l'armi. Cesare  della  stessa  famiglia  acqui* 
sto  nell'armi  mollo  grido.  Servì  a  questi 
signori  ii  veronese  poeta  Matteo  Bando!- 
lo.  Giuseppe  nato  in  Agen,  come  il  padre 
suo  Giulio  Cesare  non  si  contentò  di  as- 
serirsi discesodalla  famiglia  Scaligera,  ma 
benché  dotto  e  celebre  letterato,  lo  stipe- 
rò in  pazzi  racconti  e  invenzioni,  aduhe- 
rando  persino  le  genealogie  de' principi, 
corronipendo  anche  fuor  del  suo  interes- 
se l'istoria;  favole  pienamente  confutale 
da  molli  e  pienamente  derise  ne'due  vo- 
lumi intitolati:  Scaligtr Hypoboliinaeus 
e  Àinplwtides  Scioppicinae.  Paolo  Emi- 
lii  scrisse  meglio  de'precedenti  la  storia 
di  Francia,  nell'eloquenza  superando  gli 
storici  antichi  e  in  alcune  parli  un  Tito 
Livio.  Conte  Lodovico  Canossa  vescovo 
«li  Tricaricoetìi  Bajeux,  nunzio  in  Fran- 
cia. Bernardino  Donato  del  castello  di 
Zano,  professò  lettere  greche  e  latine  in 
Padova,  ed  altrove,  indi  con  pubblico  sli- 
pendio  in  patria.  Meravigliosamente  fio- 
rendo in  Verona  le  lettere  greche,  altri 
grecisti  furono  Gio,  Battista  Gabia,pro- 
fessorenell'universilà  romana;  Malleodal 
Bue  o  Bovio,  anche  perito  ncll'  ebraico; 
Girolamo  Bagolino,  medico  e  lettore  in 
Padova  di  filosofia;  Domenico  Monteso- 
ro;  Girolamo  Liorsi;  Paolo  Lazise;  Al- 
bertoLìni;  PieIroBonalini.  Merita  distin- 
ta menzione  Pier  Francesco  Zuii,  perla 
quantità  di  sue  versioni,  lesse  filosolia  mo- 
rale in  Padova.  Conte  Lodovico  Nogaro- 
la  letterato,  più  volte  aud)ascialure  pa- 
trio a  Venezia:  nota  il  Madei ,  che  niun 
premio  ebbe  mai  di  sua  vii  tu  e  di  sue  fa- 
tiche; n)a  chi  è  capace  di  far  tanlo,  l'  è 
nltresi  di  ridersi  d'ogni  esterno  premio. 
Lasciò  una  moltitudine  de'  suoi  mss.  so- 
pra vari  argomenti ,  che  io  per  brevità 
taccio,  come  del  gran  uuraero  di  opere 


VER 

degli  scrittori  reronesi,  a  seconda  del  pro- 
tesl.Tto  in  principio.  Suo  fratello  Leonar- 
do Nogarola  va  ricordato.  Gio.  Battista 
da  Monte  celebre  medico  ,  amantissimo 
delle  buone  lettere,  formò  un  gran  mu- 
seo di  medaglie  di  tutti  tre  i  metalli;  e 
letterato  di  grido  fu  pur  Marc'  Antonia 
suo  figlio.  Girolamo  Fracasloro  sommo 
filosofo,  famoso  medico  e  delle  cose  ce- 
lesti peritissimo:  il  pubblico  di  Verona  lo 
distinse  tra'suoi  molti  letterati  che  fiori- 
vano alla  sua  epoca,  erigendogli  una  sta- 
tua togata  nella  più  nobii  piazza,  con 
iscrizione  del  Panvinio:  il  Malfei  olfre  la 
sua  medaglia,  come  di  altri  illustri  vero- 
nesi. Onofrio  Panvinio  (F.)  agostiniano, 
denominato  con  glorioso  encomio  padre 
della  storia,  ch'è  madre  d'ogni  scienza  e 
d'ogni  sapere,  alla  quale  cominciò  ad  ap- 
plicarsi intensamente  nell'anno i  a.°di  sua 
eia,  dal  Tuano  riconosciuto  uomo  nato 
per  cavar  dalle  tenebre  le  antichità  tut- 
te romane  ed  ecclesiastiche.  Il  Manuzio 
lo  chiamava,  divoratore  dell'antiche  co- 
se. Morì  di  38  anni  in  Palermo  col  dolo- 
re d'un'incongi  uà  riprensione  fattagli  in  ^ 
Pioma,  con  gravissimo  danno  delle  lette-  9 
re,  e  desta  meraviglia  come  in  tal  breve 
periodo  potesse  scrivere  tante  e  sì  sva- 
riate opere  ,  alcune  delle  quali  insigni  e 
originali,  con  singoiar  profondità,  sotti- 
gliezza e  critica;  e  finì  sua  vita  quando 
ordinariamentegli  altri  cominciar  soglio- 
no in  materie  gravi  a  scrivere;  onde  ben 
disse  di  lui  Giacomo  Caddi  fiorentino: 
lol  Oniiphrius  scripsit,  ut  nihil  legere, 
tot  aliena  legit,  ut  nihil  scriberepotuis- 
se  vidcatur.  Di  sue  opere  sagre  e  profa- 
ne ne  pubblicò  il  catalogo  copioso  il  Maf- 
fei,  ed  anche  ne  ragionò,  come  di  quelle 
degli  altri  veronesi,  ed  il  celebre  cardinal 
Mai  ne  stampò  alcune  inedite,  che  ricor- 
dai nella  biografia.  Nel  1621  in  Verona 
si  pubblicò,  De  viris  illuslrihusj  ed  in  Pa- 
dova nel  1660,  Delle  antichità,  istoria, 
et  nomini  illustri  di  f^erona.  iNiuno  for- 
se più  di  lui  illustrò  e  tanlo  promosse  lo 
siudiu  delle  lapide  e  dell'iscrizioni,  foule 


VER 
sicuro  e  ampio  delle  notizie  antiche:  egli 
poi  fu  il  1."  che  adducendole  ne  tuo«trò 
J  uso,  ne  additò  il  frutto,  e  ne  ricavò  im- 
mensa erudizione  ,  interpretando  (jueile 
che  prima  non  eransi  intese.  Gli   aniiaU 
ecclesiastici,  lavorati  con  tanta  gloria  dal 
cardinal  Baronio,  furono  prima  da  lui  in- 
trapresi e  molto  avanti  condotti:  diver- 
si scrissero,  a  lui  doversi  le  fila  maestre 
dell'immortale  orditura,  con  infinite  fa- 
liclie  avendo  raccolto  antichi  monumeu- 
ti  d'ogni  genere.  I  suoi  confrat«'lli  gì'  in- 
nalzarono un   nobile  monumento  nella 
chiesa  di  s.  Agostino  di  Roma,  quantun- 
que la  più  bella  e  imperitura   memoria 
l'abbia  a  se  stesso  lasciato  co'suoi  ntolti  e 
e  dotti  scritti.  Adamo  Funiani,per  43  anni 
canonico  dellu  cattedrale,  (u  al  concilio 
di  Trento  col  vescovo  cardinal  IVavagero. 
Storici  di   Verona  sono  i  seguenti.  To- 
rello Saraina  trattò  in  latino  dell'antichi- 
tà di  Verona  in  4i''aloghi  (De  origine  et 
amplitudine  civitatis  Veronae,  etc.  Ve- 
ronaei54o),  che  si  hanno tradotti.da  Or- 
lando l'escetti,  e  raccolse  le  an  tiche  iscri- 
zioni veronesi.  Scrisse  la  storia  degli  Sca- 
ìi^er\{Historiariwietgestorunn'eronen- 
slum  temporibus  papali  et  dominoram 
Scalìgero  rum,  Lugduni  Batav.;  Historia 
efatlide'veronesi  ne' tempi  del  popolo  e 
degli  Scaligeri y  Verona  1 64  ' ,  «  649).  Ol- 
tre il  discorso  Panvinio,  ed  il  suo  Croni- 
co /'^eronese,  ed  una  Cronichettavaccoì- 
ta  dagli  scritti  d'Alcinoo  Faella, scrisse  poi 
di  proposito  l'istoria  di  Verona  Girolamo 
dalla  Corte,  arrivando  fino  ali56o  (Del- 
l'istorie della  città  di  Verona,  ivi  i  Sga, 
Venezia  i  744)-  Questi  vien  piìi  ricercato 
di  tutti  per  averle  scritte  di   proposito, 
previoaccurato  esame  delle  cronache  pa- 
trie ,  benché  per  altro  non  appagasse  il 
genio  d'ognuno,  lodato  in  qualche  parte 
da  Lodovico  INogarola.  Dopo  questo   fu 
Gio.  Francesco  Tinto,  al  quale  venula  in 
mano  l'opera  ancor  inedita  del  Panvinio, 
cercò  di  prenderne  la  sostanza,  mutando 
l'ordine  per  celare  la  miniera,  ma  nello 
flesso  tempo  imbrogliando  ogni  cosa. L'iu- 
VOL.  xciv. 


VER  225 

titolò  iVbZ>i7tó  diferona.  Più  altri  in  que- 
sto secolo  delle  cose  patrie  scrissero  breve  ■ 
mente;  però  si  reseconsiderabile  Alesuan- 
<lro  Canobio  famigliare  del  veronese  Or- 
maneti  vescovo  di  Padova, anche  col  Co/«- 
pendio  dell'istoria  di  Verona.  Fra  l'al- 
tre operette,  Albero  della  famiglia  Sca- 
ligera, Istoria  della  Madonna  di  Cam  - 
pagna,  Trattato  dell'Accademie  (di  niu 
sica)  agli  accademici  novelli  di  Verona, 
ivi  1 57  I .  Origine  della  famiglia  Canos- 
sa. Vita  della  contessa  Matilde.  Furo- 
no in  questo  secolo  illustri  scrittori  me- 
dici, il  cui  collegio  assai  fioriva  in  Veru- 
na, e  tra  gli  altri  Marsilio  Cagnati  profes- 
sore nell'università  di  Roma  celebralissi- 
mo,  versato  in  o^^ni  scienza, nella  Ialina  e 
nella  greca  erudizione.  GiosefTo  Valdaii- 
go,  pure  versato  nelle  mateuiatiche  di- 
scipline.  Girolamo   Doiizellini   nato  sul 
Bresciano  da  padre  veronese,  poi  accasa- 
tosi in  Verona.  Alvise  Mundella  detto  pu- 
re bresciano.  Antonio Fumanelli  famosis- 
simo medico.  Gio.  Battista  Confulonicri. 
Paolo  Ginliari.   Biagio  Peccana.   Nicolò 
Marogna.  Gio.  Antonio  Turco  lesse  la  fi- 
loscjfia  di  Platone  nell'nccadenìia  filarmu- 
ni:'a.GirolamoRiv8. Pietro Mainaidi.  V^it- 
torio  Algaroto.  lìartolorneo  Poli.  Gio.  An- 
drea Bellicocchi.  Fiancesco  India,  di  cui 
dicesi  nipote  il  già  lodalo  Bernardino  pit- 
tore insigne  e  sludios»)  di  lettele,  a  cui  fu 
coniala  medaglia  esibita  da  Maffei.  Cri- 
stoforo Guaiinoni  medico  dell'ini perato- 
re  Rodolfo  11.  Natale  Montesoro.  Barto- 
lomeo Paschelli.  Gio.  Battista  Pona  re- 
citò prelezioni  nell'accademia  de'filarmu- 
nici  con  plauso,  la  quale  intervenne  so- 
lennemente al  suo  funerale.  Suo  fruteilo 
Giovanni  speziale,  insigne  nella  sua  pro- 
fessione e  nella  botanica,  descrisse  dotta- 
mente il  Monlebaldo,  denominalo  Orlo 
d'Italia  e  rinomata  scuola  di  botanica,  e 
de'snoi  moltissimi  semplici  con  opera  im- 
pressa nobilmente  (Plantae  seti  siinpli- 
cia  qiiae  in  Baldo  Monte ,  et  in  via  a 
Verona  ad  Baldnm  reperiuntur,  Veio- 
naeiSgS,  ristampata  in  Basilea  nel  1608 
i5 


ai6  VER 

e  in  Venezia  nel  1 6 1 7).  Francesco  Calceo- 
larispezialeiudatissìuio^  raccolse  grandis- 
sima quantità  d'erbe,  piante,  aoimali  dis- 
seccati, minerali,  droghe  rare,  cose  im- 
pietrile e  altre  rarità  naturali,  e  ne  for- 
mò un  museo  celebrato,  di  cui  ne  pub- 
blicò notizia  in  Venezia  neh  584  «1  cre- 
monese Gio.  Battista  Olivi  (descritto  da 
Andrea  Chiocco,  Musaeum  Calceolaria- 
niitn  Feronense,  Veronaei622).  Tom- 
maso Bovio.  Giacomo  Reccliioni.  Mate- 
matici :  Pietro  Pitali.  Malico  Bardolini. 
Giovanni  Padovani  autore  di  molte  ope- 
re. Francesco  Feliciauo  da  Lazise.  Vin- 
cenzo Bosetti.  Biagio  Roselti  di  cui  si  ha 
pure  mss.  Historia  Episcoporum  Vero- 
nensium.  Matteo  Povigliano.   Annibale 
Raimondi,  il  cui  avo  fu  generale  de'  ve- 
neziani, a>trologo  famoso.  Ài  vise  Lilio,coI 
iilrovato  del  quale,  approvalo  da  tulli  gli 
astronomi,  Gregorio  XIll  emendò  e  sta- 
bilì il  Calendario:  fu  tenuto  da  molli  per 
veronese,  ma  veramente  è  di  Cmbriali- 
00  in  Calabria.  Il  Maffei  considera  mate- 
matico Michele  Sanmichieli  eccellente  in- 
gegnere e  archilello,  per  le  scritture  in- 
torno al  rislringiraenlo  del  porlo  di  Ma- 
lamocco,  che  allora  di  soverchia  larghez- 
za mancava  di  proporzionalo  fondo,  e  sul 
Coimetlone  di  Limena,  ove  tratta  anche 
dello  stato  antico  della  Brenta.  Poeti  la- 
tini: Francesco  Roseti,  perito  nell'ebrai- 
co. PascalinoCordigero  da  Peschiera.  Gio. 
Ballista  Panlino,  il  cui  figlio  Pietro  fu 
dotto  io  greco.  Tommaso  Becelli.  Paolo 
Dionisi  lettore  in  Padova.  Giuse|>pe  Ti- 
nazzi.  Antonio  Pasini.  Lodovico  Campa- 
na. Giovanni  Avwogaiio.  Cosa  Turone. 
Francesco  Volpino.  SperiudioGiroldi. Ca- 
tullo A  vvogario.  BeltraudoCalderìni. Me- 
leagro  Candido.  Federico  Ceruti.  Agosti- 
no Brenzone,  anche  giureconsulto  e  lllo- 
sofo.  Girolamo  Brenzone.  Conte  Nicolò 
d'Arco  non  veronese,  ma  ebbe  casa  e  be- 
ni nel  territorio,  e  la  sua  famiglia  paren- 
tadi. Giovanni  Cotta  da  Legiiago   poeta 
di  grido  e  matematico.  Poeti  volgari:  Gi- 
rolamo Verilù.  Giulio  Bouunzio.  Agosti- 


VER 
no  Forti.  Flaminio  Borghelli.  Antonio 
Dionisi.  Alberto  Lavezola  fu  uno  de'  pri- 
mi padri  dell'accademia  filarmonica,  cui 
fece  erede  de' suoi  libri.  Antonio  Gelmi 
nacque  da  un  pìslore,  e  quasi  nuovo  Plau- 
to nell'arte  paterna  occupò  sua  vita;  non 
pertanto  scrisiìe  poesie  molto  lodevoli  e 
terse,  e  fu  mirabile  improvvisatore  con 
inaudita  velocità  in  ogni  metro.  Adriano 
Valerini  autore  d'un  ragionamento  sulle 
Bellezze  di  Verona,  in  cui  de'suoi  lette- 
rati fa  parole.  Dionigi  Roodinelli.  Fran- 
cesco Mondella.  Conte  Mario  Dondonini. 
Francesco  Bultorini.LodovicoGorfini.' A- 
lessandro  Madani  detto  Fileremo.  Gio. 
Ballista  Sancio.  Cesare  Campana.  Ago- 
stino Agostini.  Giulio  Nicoletli.  Bernardi- 
no Rocco. GirolamoCalderari.  Giulio  Ceu- 
sone.  Francesco  Petrucci.  Giusto  Piloni. 
Giovanni  Fratta,  di  cui  si  hanno  eleganti 
dialoghi  in  curioso  argomento:  Della  de- 
dicazione de' libri  con  la  correzion  del- 
l'abuso in  questa  materia  m/ro  Jof/o,  Ve- 
nezia i  Sgo.  Francesco  Allegri.  £  stalo  cre- 
dulo veronese  anche  Alessandro  Allegri, 
ma  è  fiorentino.  Gio.  Ballista  Aliprandi. 
Aurelio  Schioppi.  Stefanello.  Giacomo 
Bonfadio  allevalo  in  Verona,  ma  nato  sul 
lago  di  Garda  ,  anche  storico.  Adriano 
Grandi.  Vari  del  secolo  XVI.  Fr.  Paolo 
Chierici  carmelitano,  storico,  come  lo  fu- 
rono Alessandro  Guagtiino,  Galeazzo  Ca< 
pella,  Francesco  del  Bene,  il  quale  scris- 
se uno  schizzo  di  Cronaca  e  di  genealo- 
gia delle  famiglie  veronesi.  Michele  Ca- 
vicchia compi  lo  un'istoria  di  Verona;  Pie- 
tro Padovani  gli  annali  Scalìgeri;  Gugliel- 
mo Servidei  Diaria.  Girolamo  Nogarola. 
Gabriele  Saraioa  giureconsulto;  altri  fu- 
rono Nicolò  Pignolali,  Francesco  Moran- 
do Sirena  e  peritissimo  in  architettura, 
ed  anche  poeta,  nemicissimo  del  dare  al- 
la stampa.  Camillo  Pellegrini  uditore  di 
rota  veneziano.  Altri  giureconsulti:Alber- 
lo  Alberti,  Paolo  Antonio  dal  Bene,  A- 
gostino  dal  Bene  ambasciatore  patrio  a 
Venezia, Dionigi  Cepolla,  Alessandro  Li- 
scuj  ma  scrisse  autuiamcutc  coulru  la  cor- 


VER 

le  di  Roma  e  il  cardÌQuI  Daronio,  Ulpia- 
iio  lll[)iui.  Nicolò  Ortuaneli  vescovo  di 
l'adova,  di  ferali  talento  e  zelo,  che  eser- 
citò iu  Inghilterra  col  cardinal  Polo,  nel 
concilio  di  Ti  euto  compose  grave  coutio- 
Tersia,  vicario  generale  di  Milano  per  s. 
Carlu,  e  per  le  sue  grandi  beuemerenze 
da  s.  Pio  V  elevato  alla  delta  sede,  e  da 
Gregorio  XIII  inviato  nunzio  iu  Ispagna. 
Lelio  Zanchi  vescovo  di  Retimo,  autore 
d'opere:  dell'istessacasa,  Alessandro  com- 
pose rime  volgari,  e  scritture  mediche  ed 
astrologiche,  e  Basilio  epigrammi.  Gerar- 
do Rambaldo  vescovo  di  Civita  Ducale, 
coni  pose  opere  contro  gli  eretici  e  gli  ebrei. 
Marco  Medici  domenicano,  vescovo  di 
Chioggia.  Sisto  Medici  pur  domenicano. 
Domenico  Monte  de'servi  di  Maria.  Giu- 
seppe Panfilo  oPamphily  agostiniano,  ve- 
scovo di  Segna  (Segui  e  Sagrista  del  Pa- 
pa) t  scrittore  di  diverse  opere.  Bartolo- 
meo Cartolari  vescovo  di  Chioggia.  An- 
nibale Rocchi  professore  di  jus  canonico. 
Conte  Marc' Antonio  Giusti.  Vincenzo  Ci- 
cugua  sacerdote.  Battista  Perettì  di  Soa- 
vearciprete di  S.Giovanni  in  Valle,e  Raf- 
faele Bagaloarcipretede'ss.  Apostoli,  col- 
l'assisleuza  del  vescovo  Valiero,  raccolse- 
ro gli  antichi  monumenti  e  le  memorie 
ile'santi  veronesi:  inoltre  il  Peretti  scris- 
se diverse  opere,  fra  le  quali  l'istoria  del- 
le ss.  Teuteria  e  Tosca  vergini,  la  vita  di 
6.  Zeno,  il  catalogo  de'  vescovi  veronesi, 
l'omelie  sull'epistole  di  s.  Paolo  recitate 
nel  1548  in  Verona  dal  gesuita  p.  Alfon- 
so Salmerone.  Sotto  l'iscrizione  sepolcra- 
le, preparatasi  nel  sotterraneo  di  s.  Gio- 
irantii,  fece  notare  con  singolare  parlico* 
larità  l'opere  daini  stampate  colf  anno. 
Giulio  della  Torre.  Cipriano  Giambelli 
canonico  regolare  Lateranense. Cristoforo 
Brenzou  Silvestrani  carmelitano.  Fran- 
cesco Sdveslri  generale  de'domenicaui  si 
vuole  anche  ferrarese.  Giorgio  Mazzanti 
canonico  di  s.  Giorgio  in  Alga:  di  tal  fa- 
miglia fiorì  Agostino  valeotecapitanoche 
meritò  medaglia  prodotta  da  Maifei.  Pici' 
Fiaucesco  Lioi  cauouico.  Coiaelio  Bcl- 


V  E  R  227 

landa  minor  conventuale.  Gìo.  Matteo 
Asola.  Nicolò  Megliorini  agostiuiauo.Gio- 
vanni  dal  Bene  arciprete  di  s.  Stefano. 
Damiano  Grani  servita.  Giovanni  Caro- 
to pittore,  scrisse  in  materia  d'architet- 
tura e  rappresentò  iu  an)pio  volume  le 
anticaglie  di  Verona  pubblicatenel  1  ^60: 
meritò  la  medaglia  pubblicala  da  MdlTet 
nelle  tavole.  Francesco  Filippo  Pinde- 
monte  francescano  trascrisse  tutte 'le  la- 
pide di  Verona  e  sue  parti  del  territorio, 
e'ie  illustrò.  Bartolomeo  Lonibardi. Giu- 
seppe Malatesla.  Valei'io  Faenza  dome- 
nicano. Alberto  Avanzi  canonico  regola* 
re.  Giacomo  Pigaro.  Stefano  Schiapala- 
ria.  Gio.  Matteo  Cicogna  e  Nicolò  Gessi 
scrissero  trattati  militari,  alcuni  de'quali 
dettati  da' collaterali  generali,  che  per  lo 
più  furono  veronesi:  e  LeonidaPiudemou- 
te  pubblicò  un  discorso  sulla  guerra  di 
Ungheria.  Il  can.  Cesare  Niohesola  rac- 
colse un  insigne  museo  d'iscrizioni,  me- 
daglie e  altre  erudite  reliquie,  oltre  aiss., 
con  cospicuo  orto  botanico  nella  sua  su- 
perba villa  in  Valpolicella.  Tale  famiglia 
conta  3  vescovi  di  molto  studio,  e  Fabio 
fu  legista  riputato.  Il  conte  Mario  Bevi- 
lacqua, oltre  il  sontuoso  museo  già  di- 
scorso, raccolse  nobile  libreria,  la  sua  casa 
essendo  ricetto  delle  muse.  Celebre  fu  Fe- 
derico Ceruti  che  aprì  scuola  in  patria. 
Teodoro  da  Munte  si  applicò  grandemea- 
te  per  irrigare  e  render  fruttìfera  la  cam- 
pagna di  Verona.  Fu  contraddetto  da  Be- 
nedetto Veniero,  epoi  da  Alessandro  Ra- 
dice, il  quale  diresse  la  veramente  roma- 
na impresa  del  nuovo  alveo  fatto  al  Po 
neliGo4,  e  detto  Portovero,  che  alla  re- 
pubblica veneta  costò  600,000  ducati; 
intraprese  pure  il  Radice  e  condusse  a  fi- 
ne la  Brenta  novissima,  cioè  il  taglio  che 
va  dalla  Mira  al  porto  di  Ciondolo, e  che 
fu  il  2."  preservativo  delle  Lagune  di  Ve- 
nezia, ili."  essendo  stato  quello  di  fr.  Gio- 
condo. Altro  impugnatore  di  Monte  fu 
Cristoforo  Sorte,  che  scrisse  pure  precet- 
ti di  pittura  e  di  prospettiva,  e  uìcrilòes- 
sei'elligialuiu  grau  medaglia  presso  Maf- 


228  VER 

Tei.  Marc'Aulonio  da  Monte,  fratello  di 
Teudoi'o,  coDtìnuò  il  paterno  museo  di 
medaglie,  siccome  eruditissimo:  questa 
famiglia  si  estinse  nel  marcdese  Alessan- 
dro bravo  generale.  Orlando  Pescetti  di 
Merradi  maestro  pubblico  di  Verona,  eb- 
be briga  con  Gio.  Domenico  Candido  pro- 
fessore veronese,  in  favore  esoprail  buon 
uso  della  z,  ed  uscirono  di  loro  più  scrit- 
ture* per  sostenere  la  contesa. —  li  libro 
5°  comprende  gli  scrittori  veronesi  dal 
1 600  al  I .°  quarto  del  secoloX  Vili.  Piin- 
eipia  il  MaiTei  dal  deplorare  il  degrada- 
mento  degli  studi  e  dell'arti,  rendendo 
instabile  al  nostro  genio  anche  il  buono, 
e  per  l'amore  di  novità  col  tempo  si  pas- 
sa al  cattivo.  Tale  fu  l'età  ch'egli  prende 
a  scorrere,  con  qualche  intervallo  poco 
felice,  sebbene  ciò  che  mancò  in  un  ge- 
nere, si  compensò  in  altro;  e  nel  decli- 
nar del  secolo  XVII  riscossa  1'  Italia  di 
nuovo,  e  risvegliate  l'antiche  idee,  ripi- 
gliò in  ogni  parte  l'esser  di  prima.  Ad- 
diea  Chiocco  medico  illustre,  lesse  nel- 
l'accademia filarmonica  Platone,  l'Etica 
d'  Aristotde  e  le  Meteore.  Scrisse  pure  : 
De  Coeli  Feronensis  clementia:  Della 
natura  dell'imprese  Scaligere:  De  Col- 
lega Feronensis  illustrihus  rnetlicis.Voe- 
lo  anche  in  greco.  Francesco  Pola  scrit- 
tore é  poeta,  più  volte  nunzio  patrio  a 
Venezia,  nelle  molte  sue  opere  talvolta 
prendeva  il  nome  accademico  di  Eureta 
IVI  isoscolo  e  lo  pose  in  fronte  ad  esse.  Do- 
mizio  Calderini  giurisperito  detto  Mira- 
ni.  Francesco  Sparavieri  ornamento  del 
collegio  de' giuristi ,  eruditissimo  anche 
nelle  lettere  greche,  raccolse  scelli  libri 
che  legava  con  mirabile  maestria.  Con 
l'-opera,  De  legibus  palriis  ,  et  earuni 
iisit,  inveii  contro  quelli  che  rinegando  i 
privilegi  veronesi  dello  statuto,  quando 
tornava  bene,  si  facevano  giudicar  da  al- 
tri tribunali  più  dispendiosi,  con  aperta 
ingiuria  alle  patrie  leggi.  Scrittori  sagri: 
Luigi  Novarini  teatino,  peritissimo  nelle 
lingue  orientali ,  tanti  volumi  pubblicò 
che  lunghissima  vita  d'uomo  faticoso  ap* 


VER 
pena  basterebbe  a  trascrivere.  A  sua  e- 
mutazione  scrisse  il  confratello  Zaccaria 
Pasqualino.  Loreto  Franchi.  Gio.  Griso* 
slomu  Fdippiiti,  Giovanni  Morando,  al- 
tri chierici  regolari  ,  conte  lo  fu  il  p.  d. 
Bonifacio  Dagatta.  Fedele  Danieli  gesui- 
ta. Benedetto  Cisanicanonico  di  s.Gior- 
gioiuAlga.  /arcangelo  Pona canonico  La« 
teranense  poi  cappuccino. Lorenzo  da  V^e- 
rona  cappuccino ,  e  dello  slesso  ordirte 
Barnaba  da  Gambelarn  che  scrisse:  Con- 
trarietà favorevoli  all' JmmacolalaCon- 
cezione.  Ottavio  Comincioli  agostiniano. 
Scipione  Buri.  Gasi>are  Aliprandi.  Laz* 
zaro  Straparava  ui'uore  osservante.  An- 
drea  Vigna.  Gio.  Antonio  Brighenti  pe- 
ritissimo dell'ebraico.  Medici:  Beuedelto 
Ceruti  ebbe  dal  Chiocco  continuata  l'il» 
luslrazione  del  museo  Calceolari.  Fran- 
cesco Fona  SCI  isse  libri  senza  fine  con 
sommo  plauso,  e  scrisse  ancora:  Il  gran 
contagio  di  Feroaa  nel  i63o,  Verona 
1 63 1  j  e  la  storia  dell'accadeiuia  filarino* 
nica  a  cui  era  stato  auìuiesso.  Dessu  prin- 
cipiata nel  1543,  colla  congiunzione  di 
due  emule  fra  loro,  gli  accademici  si  de* 
nominarono  Filarmonici  e  Incatcualij 
indi  nel  i547  fu  stabilito  d'abbracciare 
anche  gli  studi  migliori  di  varie  scienze  e 
facoltà,  ed  olire  il  condurre  uomini  ec- 
cellenti nella  musica,  si  stipendiarono  per 
la  niosoiìa,  perla  malemalica,  per  le  let- 
tere greche.  Francesco  Turchi  autore  di 
controversie  niediche  e  filosofiche.  Anto- 
nio Carolo.  Valerio  Badili.  Alessandro 
Brenzone.  Bernardino  India.  AlessanJro 
Peccana.  Gio.  Ballista  Muriui  analumi- 
co.  Alessandro  Vicentini.  Pietro  da  Ca- 
stro. Ezechiele  da  Castro.  Gio.  Raimon- 
do Forti  lettore  famoso  in  Padova.  Lea! 
Leali  altro  lettore.  Conte  Carlo  Cavalli. 
Michelangelo  Aiidriolo.  Francesco  Fanta- 
sii  professore.  Gio.  Francesco  Vigani.  Me- 
dici neolerici.  Intorno  al  1GS4  alquuiili 
giovani  incamminati  alla  mediciuu,  sco- 
prendo col  penetrante  loro  ingegno  mol- 
li errori  della  volgar  filosofìa,  e  non  po- 
chi abusi  nella  piulica  medica,  dclil'i-ra- 


VER 

ti  ili  sagriHcai'ti  alla  verità  ogni  riguarilo 
e  interesse,  e  di  non  perdonare  a  studio 
e  fatica  per  rendersi  più  benenierili  del- 
ia salute  degli  uomini,  formarono  un'ac- 
cademia col  titolo  (i'Jletofìtiy  benché  co- 
munemente subito  furono  chiamati  iVeo- 
(erici,  e  stabilirono  12  annue  conferenze. 
Il  conte  Mezusbergo  Serego,  studioso  di 
ttd  genere,  destinò  Utia  sala  terrena  alle 
loro  adunanze.  Si  unì  con  essi  Francesco 
Bianchini,  che  poi  si  rese  celebre,  e  nel 
1687  recitò  una  bella  dissertazione  sopra 
quest'istituto,  stan)pata  per  opera  del  d/ 
Badili  presidente, ed  altre  poi  successiva- 
mente. Nel  1688  fu  presidente  il  d."^  Gi- 
rolamo Allegri  maggiore  di  etti  tragli  ac- 
cademici :  oltre  quanto  scrisse,  compose 
due  liquori  che  mischiali  insieme  impie- 
trivano istantaneamente.  Mollo  si  distin- 
se r  accademico  d/  Roberto  Cusani  di 
grande  ingegno  ,  impugnando  senza  ri- 
guardo diversi  usi.  Lodato  assai  fu  pure 
il  d.'  Giuseppe  Gazola  che  stampò  :  // 
mondo  ingannato  da' falsi  medici. Mevi- 
ta  pure  ricordo  il  d.'  Michelangelo  Ru- 
zeuerUi,  ed  il  d.'  Giuseppe  Morando  di 
raro  ingegtiu,  il  quale  si  separò  in  parte 
da  alcuni  accademici,  non  volendo  asso- 
lutamente bandir  la  cavata  del  sangue, 
chiamandola  giovevole  in  alcuni  casi. 
Poeti:  BarlQlomeoTortelletti,scrisse  mul- 
to e  r  Ossuhiana  Coniuraùo  contro  Ve* 
nezia.  Bernardino  Semprevivo  gesuita. 
Giacomo  Semprevivo.  Pier  Paolo  Ven- 
turini legista.  Fabio  Manzoni  olivelano. 
Ortensio  Sorio.  Giuseppe  Aldrighi.  Gia- 
como Antonio  Tognali.  Pier  Francesco 
Toccolo erudito.  Giovanni  Ratlistella. Ni- 
colò Tedeschi.  Flaminio  Valerini.  Auto- 
nìoCalandra.  Lorenzo  Fontana.  Alessan- 
dro Zonzi.  Celio  Maflìoli.  Lodovico  Fi- 
cieno.  Ottavio  Menini  che  si  crede  udi- 
nese. Angelo  Cacciatore.  Cristoforo  Fer- 
rari. Andrea  Paganini.  Nicola  Mangano. 
Alessandro  Midani.  Giacomo  Panoncino. 
Antonio  Franchini.  AulonioCassettì.  Gia- 
como Cavalloni.  Avanzò  tutti  nel  nume- 
ro delle  poesie  Ialine  Gio.  Francesco  Ram- 


VER  J29 

baldi  autore  d'opere.  Leonardo  Tedeschi 
canonico.  Gio.  Ballista  Alecco.  PaoIoLan  - 
doni  crocifero.  Giacomo  Moreti  di   lai 
ordine.  Antonio  Bianchi.  Tra'  poeti  vol- 
gari sono  nominali:  Maurizio  Moro.  O- 
norato  Brognonico  olivelano.  Marc' Anto- 
nio Balcianelli.  Francesco  Belli.  Orazio 
Sorio.  Paolo  Bozzi.  Domenico  Pezzalino. 
Adriano  Grandi.  Stefano  Bernardi.  Gia- 
como Antonio  Bianchini.  Cav.   Michele 
Sagramoso.  Marchese  Giovanni  Malaspi- 
na.  Paolo  Zazzaroni.  Antonio  Lavagno. 
Giacinto  Branchi.  Lorenzo  Atinuzì.  Tra 
le  donne:  Aquilina  Chioda  Prandina.  Ca- 
terina Pellegrini-Nogarola.  Ersilia  Spol- 
verina. Giulia  Palazzola.  Veneranda  Bra- 
gadina.  Altri  poeti:  Conte  Emilio  Emilj. 
Marc' Antonio  Rimena.  Ortensio  Mauro. 
Marchese  GirolamoSpolverini.  Nella  co- 
lonia dell'Arcadia  di  Roma  eretta  in  Ve- 
rona fiorirono  il  conte  Luigi  Nogarola  ed 
nitri.  Vari  scrittori:  Policarpo  Palermo; 
il  fratello  Giacomo  fu  dotto  pure  in  gre- 
co. Palermo  Palermi  chirurgo.  Polfran- 
cesco  Polfranceschi.  Valerio  Seta  servita, 
poi  vescovo  d'  Alife,  scrisse  in  favore  di 
Roma  nell'interdetto  di  Venezia.  Teofi- 
lo Bruni  cappuccino.  Giovanni  de'Neri. 
Stefano  Bernardi.  Ottavio  Bultorini.  A- 
gostino  Pozzo.  Ippolito  Pindemonte  oli- 
velano. Gaspare   Bocchini.   Bartolomeo 
Monclese  nunzio  ordinario  patrio  a  Ve- 
nezia, raccolse  Municipalia  civilads  K«- 
renne  decreta  dal  1 4058116*2  3.  Bernar- 
do Comini  poi  cappuccino  fece  l'indice  al- 
lo Statuto  di  Verona,  repertorio  utilissi- 
mo. Alessandro  Noris  storico,  padre  del 
cardinale.  Il  cardinal  Giacomo  Corradi 
[F.)  pare  nato  a  Ferrara,  uja  da  genito- 
ri veronesi ,  di  raro  talento.  Girolamo 
Bianchi  storico  dell'imperatore  Leopoldo 
I.  Conte  Lodovico  Moscardo, compose  la 
lodata  Hi  storia  di  Ferona,  ivii668:for- 
mò  il  suddescrilto  museo.  Lodovico  Sa- 
rego  vescovo  d'Adria  e  nunzio  agli  sviz- 
zeri. Carlo  Libardi  compilò  una  Cronaca 
ecclesiastica  veronese  dall'SoQ  al  i63o, 
degna  di  stima,  Antonio  Torresani  più 


23o  VER 

'Volumi  scrisse  sui  magistrali  e  consiglio 
di  Verona,  e  la  genealogia  Scaligera,  e 
altre  cose  patrie.  I  canonici  Gio.  Battista 
Lisca  e  Agostino  Rezani  fornirono  all'U- 
gUelli  le  notizie  di  Verona.  Cherubino 
Lazaroni  priore  di  s.  Zeno  rìum  molte 
memorie  ecclesiastiche  con  titolo  di  Ve- 
rona Sacra,  benché  fosse  veneziano;  e  nel 
1664  stampò  il  Sagro  Paslor  Verone- 
se. Conte  Alberto  Pompei  storico.  Mar- 
chese Giovanni  Pindemonte.  Alessandro 
Jiecelii  somministrò  notizie  al  Vossio  per 
gli  storici  veronesi.  Francesco  del  Pozzo, 
Trattato  intorno  al  governo  dell'Adige. 
Giulio  del  Pozzo,  Collegii  Veronensis 
Judicum  Àdvocatorum  elogia,  Veronae 
i653;  Meraviglie  eroiche  della  duches- 
saMalilde.  FrancescoCaro  somasco.Leo- 
nardo  Bonetti  somasco.  Giuseppe  Leali 
minore  osservante.  Angelo  Fiorali,  oltre 
altri  che  brevi  cose  diedero  in  luce.  Con- 
te Bartolomeo  del  Pozzo  grande  ammi- 
raglio di  Malta  e  storico  di  sua  religione: 
mise  insieme  notizie  sui  pittori  veronesi. 
Carlo  Carinelli  canonico  raccolse  memo- 
rie patrie.  Francesco  Treccio  particolar- 
mente lodato.  Qui  il  Malfei  mette  in  fa- 
scio alcuni  nomi  e  le  loro  opere:  sono  24» 
Lodovico  Perini  anche  architetto.  Car- 
dinale Enrico  Noris  {V.),  agostiniano, 
grand'uomo  che  riempì  l'Europa  di  Sua 
fama;  molto  ne  scrisse  il  MafTei,  ragionan- 
do delle  molle  sue  opere,  di  cui  riporta  il 
catalogo,edegli  onori  a  lui  resi  dalla  città. 
Frnncesco  Bianchini  [V.)  prelato,  illu- 
stre letterato,  di  cui  il  Mode»  scrivendo 
la  biografìa,  tenne  per  bella  sorte  ter- 
minar l'opera  con  tanto  onore,  riferendo 
l'elenco  di  quelle  scritte  dal  dottissimo 
concittadino.  Il  senato  romano  colla  fi- 
miglia  l'ascrisse  al  patriziato,  e  da  se  egli 
compose  l'epilaflìosepolcrale.Comealcar' 
(linai  Noris,  la  patria  gli  decretò  un  nto- 
numenlo  nella  cattedrale. —  Ripeto,  cha 
col  Malfei  di  già  parlai  di  moltissiun  il- 
lustri artisti  veronesi  che  fiorirono  nel- 
l'arti del  disegno,  sui  quali  col  medesimo 
qui  aggiungerò  altre  nozioni  ,  non  però 


VER 
di  loro  opere  artisticamente  descritte  dal 
Malfei:  d'un  buon  numero  esistenti  io  Ve- 
rona ragionai  disopra.  L'architettura  fio- 
rì assai  ne''tempi  antichi  in  Verona,  e  qui- 
vi prima  che  altrove  rinacque,  e  di  qua 
si  propagò  ne'prossimi  paesi;  poiché  da 
Verona  uscirono  quelli  che  a  dette  parti 
diedero  esempio  di  sano  e  perfelto  ope- 
rare. Antonio  Rivio  o  Riccio,  che  vero- 
nese, e  statuaria,  et  architcctura  claris- 
simuSy  viene  detto  da  Malico  Colaccio. 
Lume  dell'arte  fu  Gio.  Maria  Falconet- 
to, che  in  principio  applicatosi  alla  pit- 
tura, invaghitosi  poi  dell'architettura, co- 
minciò a  far  osservazioni  sulle  antichità 
di  Verona  ed  a  ritrarle  con  somma  di- 
ligenza. Passò  in  Roma  e  dopo  lo  studio 
di  12  anni  ripatriò,  e  cominciò  ad  opera- 
re in  Padova  ed  altrove.  Si  osservò,  co- 
me alcune  invenzioni  e  modi  particola- 
ri, attribuiti  a  Buonarroti,  furono  prima 
posti  in  pratica  dal  Falconetto.  Disse  di 
lui  il  Vasari,  che  fu  ilr."  che  porlo  il  ve- 
ro modo  di  fabbricare  e  la  buona  archi- 
tettura in  Verona,  Venezia  ein  tutte  que- 
ste parti:  quanto  a  P enczia,m'\  rimetlo 
a  qucll'arlicolo,  essendo  troppo  illin>ita- 
ta  la  proposizione  di  Vasari.  Suoi  con- 
temporanei furono  i  sommi  fra  Giocon- 
do e  Sauraicheli  già  celebrati.  Anche  nel- 
la i.' parte  del  secolo  XVII  fiorirono  buo- 
ni architetti,  di  cui  si  trascurarono  le  no- 
tizie; come  Giulio  Mauro  pure  pittore  e 
scultore.  Eguale  negligenza  provò  la  pit- 
tura io  Verona,  sebbene  tanto  vi  fiorisse, 
per  cui  moltissimi  quadri  portali  in  lon- 
tane parti,  anzi  in  Venezia  ad  altri  si  at- 
tribuirono, senza  che  niuno  si  prendesse 
cura  di  vendicarli  a'veronesi.  E  siccome 
ad  onta  della  decadenza  dell'arte  in  Ita- 
lia sempre  si  dipinse,  anche  ne'  bassi  se- 
coli, così  in  Verona  nel  IX  secolo  viveva 
e  operava  Eriberlo  pittore.  Ralerio  ve- 
scovo del  q3i  riprese  gl'ilaliani  ed  i  ve- 
ronesi per  la  frecjuenza  di  pìliurc  lasci- 
ve: fioriva  adunque  la  pillnra  in  Verona 
nel  X  secolo.  Nel  1  19, 3  furono  fatte  pit- 
ture nel  chiostro  di  s,  Zenone;  e  nel  b"' 


V  ER 

do  di  Federico  li  deliiSg,  anno  prece- 
dente alla  uascita  di  Ciinabue,  celebrato 
reslauiatore  dell'arie  in  Italia,  la  quale 
ivi  giù  era  risorta,  leggesi  che  i  ribeili  e* 
ranu  dipinti  e  ritratti  nella  sala.  Il  vesco- 
vo I3oninconfro  nel  1298  lasciò  a  Verde, 
moglie  d'Alberto  Scaligero,  la  sua  icona 
dipinta  sul  vetro  da  Poia.  Risalendo  a 
tempi  piùanticlii,  rimangono  avanzi;sen- 
7.a  far  ricerca  delle  bell'opere  di  Turpilio 
cavaliere  romano,  nativo  della  Venezia 
e  probabilmente  di  Verona,  che  dipinse 
colla  mano  manca,  le  quali  ivi  si  couser- 
Tavnno  a  tempo  di  Plinio;  le  pitture  del- 
la grotta  di  s.  Nazario  si  giudicano  del 
VI  o  VII  secolo;  del  IX  o  del  X  quelle 
del  sotterraneo  di  s.  Pietro;  delia  quale 
epoca  erano  pure  gli  avanzi  di  pitture  die- 
tro s. Libera,  nel  sito  dell'oratorio  dis.Si- 
ro,  non  mai  del  tempo  di  s.  Pietro,  ma 
eretto  in  princìpio  del  secolo  X  da  Gio- 
ì?anni  veronese  vescovo  di  Pavia.  II  Sal- 
datore nella  chiesa  del  Crocefisso  può  cre- 
dersi del  XII ,  essendo  stata  consagrata 
nel  I  1 34-  Nel  sotterraneo  di  s.Zenone,sot- 
to  una  gran  figura  forse  del  i3oo,  siscuo- 
pre  altra  malta  anteriore,  ch'era  pure  di- 
pìnta, e  sotto  questa  altra  parimente  pit* 
turata.  Lo  stesso  triplicatamente  si  osser- 
va liei  sotterraneo  di  s.  Stefano.  Pitture 
antiche  sono  in  altri  luoghi,  e  più  se  ne 
\edevano  in  s.  Gregorio  distrutte  a  tem- 
po del  Malici.  Nella  chiesa  di  Lepia,  con- 
sagrata nel  1 1 86da  Papa  Urbano  III, po- 
co dopo  fu  istoriata  tal  funzione,  col  Pa- 
pa e  i  cardinali,  e  le  monache  ch'ivi  sog- 
giornavano, ma  stolidamente  fu  dato  il 
liKinco,  come  di  poco  disegno.  Laonde  in 
Verona  fu  la  pittura  coltivala  in  ogni  tem- 
po, come  in  Roma  e  in  altri  luoghi  d'I- 
•  ilia;  econveirh  interpretare  il  preleso  ri- 

tscimento  della  pittura  e  delle  altre  ar- 
ti del  disegno  nel  XIII  secolo,  a  miglio- 
ramento ,  vanto  che  si  dà  a  Cimabue  e 
Giotto  con  aver  bandita  la  goffa  manie- 
ra dc'greci  dc'bassi  secoli,onde  fecero  stra- 
dai alla  perfezione  ammirabile  acni  giun- 

c  la  pittura  nella  i.'  mela  del  X\  },  e- 


VER  23i 

gmgliando  la  gloria  dell'  antica  Grecia. 
tSfÀ'-x  chiesa  di  s.  Fermo  Maggiore  la  Cro- 
cefìsiiione  con  molte  figure  fu  lavorata 
prìmadi  Cimabue  e  Giotto,  eseguita  con 
arte  eguale  alla  loro.  Ma  delle  nominate 
ealtre  pitture  antiche  di  Verona,  chede- 
scrive  Maffei,  per  trascuranza  de' verone- 
si, non  si  ponno  dirne  gli  autori.  Che  ia 
quantità  fiorissero  professori  neliBoo  si 
ha  da  un  documento,  essendovi  nominati 
Antonio  e  Bartolomeo  quondam  magi- 
stri  Nicolai j  e  si  raccoglie  pure  eh'  era 
una  dell'arti  della  città,  dalle  quali  si 
componeva  la  generale  adunanza  del  po> 
polo.  Dipinture  a  olio  del  1200  vi  è  chi 
aflerma  essersi  lavorate  a  Verona;  ed  il 
Vasari  chesuppli  all'altrui  trascuraggine» 
scrisse  mollo  simile  a  Firenze  esser  Ve- 
rona,  non  solamente  per  sito  e  altre  par- 
ti,  ma  per  esser  nell'una  e  nell'altra  fio- 
rili sempre  bellissimi  ingegni  in  tutte  le 
professioni  più  rare  e  lodevoli.  III."  pit- 
tore veronese  insigne  di  cui  s'abbia  il  no- 
me, è  Altichiero,  che  i  toscani  dicono  Al- 
digeri,  conosciuto  in  ogni  parte  e  celebra- 
to dagli  stranieri:  il  Vasari  lo  dice  da  Zevio 
e  famigliare  degli  Scaligeri,  e  narra  che 
dipinse  tra  l'altre  cose  una  sala,  non  più 
esistente,  del  loro  palazzo,  colla  guerra  di 
Gerusalemme,  e  che  in  alto  erano  meda- 
glie co'ritratli  degli  uomini  illustri  allora 
viventi,  tra'quali  del  Petrarca.  Aggiunge 
che  in  quell'opera  grand'animo,  ingegno, 
giudizio  e  invenzione  mostrò  Aldigeri,  e 
che  il  colorilo  erasi  fino  a  quel  tempo 
ben  mantenuto.  Fiorì  nell'istessa  età  Ste- 
fano insigne  pittore,  indi  Sebeto,  seppu- 
re, come  pare,  non  è  lo  stesso.  Sul  fine 
dello  slesso  secolo  e  nel  seguente  si  se- 
gnalò Vittor  Pisano,  detto  Pisanello,  da 
s.  Vigilio  sul  lago  di  Garda,  e  nato  cir- 
ca So  anni  prima  dt  Masaccio,  non  con- 
viene iVIa  Ilei  chea  questi  toccasse  la  gloria 
d'aver  incamminalo  l'arie  alla  perfezione, 
dopo  Cimabue  e  Giotto,  secondo  il  Bid- 
dinucci,  mentre  i  coetanei  di  preferenza 
celebrarono  Pisano,  onde  a  lui  attribui- 
sce il  %."  grado  di  miglioramento  nella 


131  VER 

pittura;  imperocché  venne  celebralo  co- 
inè il  i.°  pittore  di  «uà  età,  incompara - 
hiie  in  ogni  sorte  ili  figure  e  ne'paesi.  Suo 
lUscepolo  fu  altro  vStefanoda  ZevjOj  che 
fece  meraviglinre  Donatello  c|uandoveu- 
ne  a  Verona  verso  la  metà  del  XV  seco- 
lo. Delle  lodatissime  sue  opere,  come  de* 
precedenti  eseguenti  pittori,  parla  Maf- 
ia'ì,  il  che  a  me  è  vietato,  anche  per  aver 
già  fatto  menzione  delle  principali  pittu- 
re di  Verona,  da  loro  eseguite.  Dalla  sua 
scuola  uscì  Liberale  che  leone  tra'pittori 
veronesi  principale  luogo:  fece  piangere  e 
ridere  alle  sue  figure,  e  fu  eccellente  nel 
miniare,  massime  libri  corali.  Nello  stes- 
so tempo  fiori  Domenico  Morone  assai 
lodato,  ma  superato  dal  suo  figlio  e  al^ 
lievo  Francesco  per  disegno  e  colorito. 
Francesco  da'  Libri,  riputato  unico  nel* 
l'illuminare  i  codici  con  miniature,  tal 
soprannome  gli  passò  in  cognome,  ma 
vinto  dal  figlio  Girolamo  ammaestrato 
da  lui,  il  quale  sì  uniformò  alla  maniera 
di  Hadaele  benché  nato  io  anni  avanti, 
e  di  i6  eseguì  la  sua  tavola  di  8.  Maria 
in  Organo:  l'albero  eh' é  nella  pala  di  s. 
Leonardo  ingannò  gli  uccelli:  fu  egli  pu- 
re insigne  mmialore.  11  suo  figlio  Fran> 
cescu  fu  degno  di  lui,  rimarcandosi  i  glo- 
bi terracquei  da  lui  coloriti.  \n  questo  se- 
colo pur  si  distinsero  due  Benagli  e  un 
Zeno.  Allievo  di  Muntegna  tu  Francesco 
Bonsignori;  ebbe  due  fratelli  lodali.  Sot- 
to il  Matilegna  volle  perfezionarsi  Gio. 
Francesco  Caroti,  in  modo  che  le  sue  o- 
pere  furono  credute  dell'  altro.  Usuo  i." 
maestro  fu  Liberale,  ch'ebbe  fiorita  scuo- 
la,ed  in  alcnnKquadri  tenne  la  maniera  di 
llaffacle, altri  |)onno  sostenere  il  confron- 
to de'piìi  famosi  pittori,  e  fu  anco  paesi- 
sta. Il  fratello  Giovanni  fu  buon  pittore, 
e  maestro  ad  Anselmo  Cancri.  Altro  di- 
scepolo di  Liberale  fu  Francesco  Torbi- 
do dello  il  Moro,  tenuto  da  lui  come  fi- 
glio e  lasciato  erede:  si  attenne  pure  al- 
la n)aniera  di  Giorgione,  di  cui  fudisce- 
polu.  Si  distinse  grandemente  e  lavorò 
con  sommo  applaudo  m  Venezia   e  nei 


VER 

Friuli.  Nella  discendenza  di  Liberale  va 
ricordalo  Paolo  Cavazuola,  che  studiò 
sotto  Francesco  Morone,  e  passò  per  sin- 
goiar maestro,  morto  di  3  i  anni  per  trop- 
po studio.  Nicolò  Giolfino  apprese  l'arte 
da  Paolo  suo  padre;  lavorò  moltissimo 
e  con  somma  lode.  Operò  ne'tempi  stessi 
AntonioBadili,i  cui  ritratti  passaronoper 
di  Tiziano.  Nel  principio  del  i5oo  si  for- 
marono 4  scuole  in  Verona  sotto  i  nomi- 
nati valentuomini.  Dui  Torbido  venne 
Battista,  che  fu  suo  genero  e  da  lui  prese 
il  cognome  di  Moro,  e  superò  il  maestro, 
operando  in  concorrenza  di  Paolo  Calia* 
ri.Grand'opere  fece  anco  a  fresco,  e  inse- 
gnò a  Marco  suo  figlio,  che  imitò  Rallae- 
le,  e  morì  a  Roma.  Di  Battista  si  vuo- 
le discepolo  Orlando  Fiacco,  e  non  pars 
del  Badili  :  assai  rinomato  e  gran  pitto- 
re, bellissimi  ne  furono  i  ritratti. Dal  Giol- 
fino, venne  Paolo  Farinaio,  le  cui  opere 
fanno  meravigliare  gì'  intendenti,  egre- 
giamente continuando  a  lavorare  d'  8i 
anni.  Si  avvicinò  alla  sua  bravura  Orazio 
suo  figlio  e  discepolo.  Dalla  scuola  di  Ca- 
roti derivò  Domenico  Ricci  dello  Brusa- 
sorci,  eccellente  suonatore  di  liuto,  perciò 
de' filarmonici:  per  lui  i  veronesi  poco 
hanno  da  invidiar  i  più  famosi.  Fece  pro- 
gressi dopo  studiato  Tiziano,  ma  più  si 
compiacque  di  Giulio  Romano.  Illuni  i 
pregi  di  molti  de'più  classici.  Della  scuo- 
la del  Caroto  fu  pure  Giacomo  Ligozzi, 
divenne  eccellente,  e  riuscì  a  meraviglia 
anche  nell'  intaglio  e  nelle  miniature,  a- 
prendoscoola  a  Firenze  con  buoni  allievi. 
Pittore  incomparabile  riuscì  Felice  Bru- 
susorci  nipote  per  dir  così  del  Carolo,  ed 
ebbe  a  maestri  in  Verona  suo  padre  Do- 
menico, e  in  Firenze  Ligozzi,  perfezionan- 
dosi col  suo  raro  ingegno  e  formando  uno 
stile  mirabile  e  particolare.  £  qui  dice 
Maflei,che,  generalmente  parlando,  furo- 
no degni  di  maggior  grido  i  pittori  vero- 
nesi fle'fiorenlini,  benché  riconosca  fiori- 
re le  arti  in  Firenze,  singoliirnicnle  io 
marmo  e  metallo,  e  diceinlola  col  l'^erra- 
ii,  ipòiii.i  /Uiliae  ftnliu  est.  Da'cclcl)i;iii 


VER 

Domenico,  Felice  e  Farinaio,  può  dirsi 
venisse  data  l'ultima  mano,  e  desumesse 
priucipalniente  il  suo  carattere  la  scuola 
di  Verona;  poiché  dove  l^aolo  Caliari  ve- 
ronese stette  per  lo  più  in  Venezia,  quelli 
dimorarono  sempre  in  patria;  e  quaa- 
tiHique  ciascuno  avesse  proprio  stile,  in 
certe  particolarità  però  conveiniero.  11 
proprio  dunque  e  parti  colare  della  pittu- 
ra veronese,  continuata  poi  ne'  discepoli 
di  Felice,  consiste  in  rappresentare  il  ve- 
ro in  nobillà  d'  idee,  in  Uellezxa  di  vol- 
li, in  grazia  di  colorito,  siiigolar  franchez- 
za e  maestrie)  nel  disegno;  ìnsuinraa  nel- 
r  esprimere  lu  natura  e  nell'ingentilìrla. 
Seud)rano  gettati  i  fondamenli  disidatta 
scuola  findaStetano  lodato  pel  bel  colori- 
re, singoiar  grazia  e  vaghezza.  Parlando 
il  JVlailei  di  Lìuonarroti,  disse  contentarsi 
i  veronesi  di  ra|>preseMlar  il  corpo  uma- 
no secondo  natura,  e  non  caricarlo  di 
tientimenti  oltre  la  verità,  con  più  ossa  e 
uiuscoli.  Singolare  si  rese  anco  la  scuola 
veronese  in  quella  specie  di  pitture  che  si 
dissero  da'  greci  inonocromi,  cioè  unico- 
/o/v", non  usando  che  un  color  solo:  modo 
ingegnoso  che  all'aria  e  alla  pioggia  resi- 
ste più,  e  in  cui  spicca  la  bravura  del  di- 
segno, e  il  bell'artifizio  del  farei  lumi  e 
l'oudjre,  e  per  conseguenza  il  tondo  o  il 
rilievo,  caricando  alquanto  più  o  meno  il 
colore  stesso, cioè  i  chiariscuri.  I  veronesi 
vi  usarono  tinte  dolcissime.  Quarta  scuola 
fu  quella  d'Antonio  Caddi,  più  fortunata 
di  tutte,  poiché  ne  uscì  il  gran  i'aolo  Ca> 
Jiari  suogeneroda  lui  istruito,  di  meravi- 
glioso e  fecondo  ingegno:  principal  tea- 
tro di  sua  gloria  fu  ed  è  /eneziiT,  per- 
ciò in  quell'articolo  singolarmente  il  ce- 
lebrai. La  sua  immaginativa  fu  impareg- 
giabile, e  rimirata  bene  una  persona,  ne 
faceva  mirabilmente  il  ritrailo  in  distan- 
za :  egli  fu  un  pitture  fitto  sulla  natura 
e  da  se.  E"  soverchio  il  dilFomlersi  a  par- 
lar di  lui:  il  suo  nome  è  au  elogio.  Le 
sue  opere  studiarono  sopra  tulle  i  «lue 
gran  fiamminghi  Rubens  e  Van-Dick, 
\)À\'  islesso  Badili  imparò  Uallìsia  Zelo- 


VER  :s33 

li,  franco  e  valoroso  pillore:  molto  ope- 
rò, massime  a  fresco,  così  pastoso  che  sem- 
bra olio:  fu  un  de'migliori  del  suo  seco- 
lo. Pillori  di  gran  vaglia  furono  poi  Be- 
nedetto Caliari,  Gabriele  e  Carlo,  fratel- 
lo e  figli  di  Paolo,  precipuamente  l'ulti- 
mo emulandone  la  gloria,  ma  la  morte  lo 
rapì  alle  arti  di  aGatiui.  Si  fecero  valen- 
ti sotto  l^aolo,  Diirio  Varotari,  che  fu  an- 
cora buon  architetto  di  giardini,  Fran- 
cesco Montemezzano,  Eliodoro  Forbici- 
ni  celebralo  per  le  giottesche,  Antonio 
Fasolo,  Luigi  Benfatto,  Malfeo  Verona 
ed  altri,  de'  quali  con  lode  parlano  gli 
scrittori.  S'  ignora  di  qual  scuola  fosse 
Tullio  India,  che  assai  si  distinse  ne'  ri- 
tratti; egli  istruì  il  figlio  Bernardino,  il 
quale  molto  operò  con  grandissimo  ap- 
plauso. Alessandro  Varotari  celebre  in 
Padova,  fu  figlio  e  scolare  di  Dario,  e 
maestro  ili  Giulio  Carpioni.  Seguitò  le 
maniere  di  Paolo  e  del  Zelotli  anche 
Gio.  Antonio  Fasolo.  Altri  nomi  potreb- 
bero ri|)orlarsi  se  il  Mailei  non  si  fosse 
propostodi  solamente  far  ricerca de'prin- 
cipali,  mentre  in  tavole  eccellenti  trovati- 
si nomi  ignoti,  e  di  altri  che  operarono 
molto  nobilmente  poco  resta.  Nella  i.* 
ruelà  del  XV II  secolo  la  scuola  veronese 
fu  braviimente  continuata  e  con  molta 
lode  dagli  allievi  di  Felice  Brusasorci.  San- 
to Cieara  assai  si  distinse  fra  questi.  Né 
restò  punto  addielro  Marc' Anioni^  Bas- 
setti. Pasquale  Otlini  quasi  emulò  il  mae- 
stro; morì  nella  peste  del  i63o,  e  la  ma- 
dre romana  campò  107  anni.  Secondo 
molti  superò  tulli  gli  altri  Alessandro 
Turchi,  detto  Orbetto  dal  condurre  nel- 
la sua  puerizia  un  cieco,  giacché  di  po- 
vera condizione:  il  suo  meraviglioso  ge- 
nio naturale  gli  mosse  tanta  invidia  e 
iniporluiie  persecuzioni,  che  lo  determi- 
nò a  stabilirsi  in  Roma,  patria  universa- 
le, ove  già  avea  operalo  quadri  coinmen- 
dalissiini.  Claudio  Ridolli,  detto  Claudio 
Veronese,  meglio  di  Paolo  fu  scolare  di 
Dario  Puzzo,  si  distinse  per  nobillà,  gran- 
diosità e  correzione  di  disegno.  Antonio 


?.34  VER 

Coppa  fu  dogno  allievo  di  Gultlo  Reni. 
Gio.  Battista  Ijarca  mantovano,  venne  in 
Verona  da  fanciullo,  vi  apprese  1'  arie 
con  lode  e  vi  rimase  ad  esercitarla.  Fra  le 
scuole  in  Italia  celebri  non  suole  vera* 
mente  nominarsi    la  veronese,  ma  che 
non  è  inferiore  all'altre,  si  vada  a  esami- 
narlo a  Verona  e  nel  suo  distretto.  Gli 
scrittori  dell'arte  e  de'suoi  cultori  ne  par- 
larono non  bene  informali.  Però  in  detto 
secolo,  come  altrove,  l'arte  declinò;  ed 
in  Orbetlo  e  Kidoliì,  fin  presso  alla  me- 
tà del  secolo,  spirò  la  scuola  veronese, 
che  giada  alcun  tempo  languiva.  In  par- 
te  di  tal  secolo,  come  altre  arti,  s' intro- 
dusse quel  corrom pimento,  che  si  estese, 
e  guastò  pure  la  poesia  e    le  lettere.  Si 
volle  abusare  della  facilità  e  del  talento, 
dipmgendo  molto  e  studiando  poco.  Pe- 
rò verso  il  termine  del  secolo  tornò  a  ri- 
vivere  il  buon  gusto,  e  a  destarsi  l*  anti- 
che idee.  L'arte  rifiorì  a  Verona  in  mo- 
do, che  a  tempo  del  Maffei  non  avea  da 
invidiare  nessun'altra  città.  Pel  i.°  si  di- 
stinse Santo  Prunati,  anche  a  fresco.  An- 
tonio Colza  si  fece  onore  colle  battaglie 
e  co' paesi  ,  ed  in  Bologna  ebbe  fiorila 
scuola.  Risorse  quella  di  Verona  princi- 
palmente per  Antonio  Balestra,  dello  il 
Catullo  della  pittura  ,  studiando  princi- 
pahnente  in  Roma  sotto  Carlo  Maratta, 
poiché  il  modo  di  questi  più  si  conlàce- 
va  col  veronese.  Grandi  lodi  meritarono 
Alessandro  Marchesini  e  Felice  Torelli , 
im  fratello  del  quale  fu  violinista  eccel- 
lente, anzi  Giovanni  suo  nipote  se  non 
mancava  in  fresca  età  avrebbe  rinnovato 
l'arilica  gloria  della  pittura.  Non  manca- 
rono più  volte  valenti   pittori  forastieri , 
che  innamorali  delle  rare  e  co[)iose    pit- 
ture di  Verona,  o  rapili  dal  silo  e  dnlie 
vedute,  vi  si  fermarono  e  accasarono,  co- 
me di  veronesi  stabiliti  altrove,  ed  uno 
fu  l'ietro  liOtari  per  la  forza  del  gonio  , 
non  avendo  bisogno  d'esercitar  la  profes- 
sione. Pel  veronese  Simone Brenlana,  pas- 
sò quivi  anche  i  pregi  della  scuola  vene- 
ziana. Merita  pur  lode  il  conte  Alessan- 


VER 

dro  Pompei.  Questa  è  in  breve  )a  storia 
della  pittura  di  Verona,  rannicchiala  in 
angusti  cenni,  contribuendovi  il  clima  e 
la  felice  postura  perchè  sempre  vi  fiori- 
sca,seguemloi  diversi  precetli  dettali  dal- 
l'enciclopedico Maffei  ,  onde  segnalarsi  , 
egli  insistendo  sullo  studio  della  storia  e 
dell'erudizione.  Indi  passa   a   ragionare 
de'iuoghi  delle  più  insigni  pitture  ,  che 
in  buona    parte  accennai   in  principio; 
quindi  si  lagna  che  propriamente  a  suo 
tempo  fra  1'  arti  del  disegno  la  pittura 
solamente  fioriva  e  si  coltivava  io  Vero- 
na, ed  a  tale  effetto  volle  dire  alcuna  cosa 
della  scultura  e  della  statuaria,  e  d'  altri 
artefici  veronesi,  che  compendiosamente 
riferirò.  A  questa  parimente  si  die'  opera 
in  Verona  in  ogni  età, come  già  dissi  più 
sopra  parlando  di  diverse  opere  e  di  scul- 
ture antiche.  Nel   i3oo  le  statue  eque- 
stri degli  vScaligeri  e  i  loro  superbi  monu- 
menli  dimostrano  che  già  vi  era   chi  si 
sforzava  al  buono.  Fiorì  poi  in  Verona 
la  scultura  nel  secoloXV,  perchè  di  buon 
gusto  e  d'  antico  modo  furono  lavorate 
le  statue  degli  uomini  illustri  che  sono  in 
piazza, e  di  gusto  ottimo  e  di  somma  per- 
fezione riuscirono  tulle  l'opere  di  Giro- 
lamo Campagna    in    metallo  e  in  mar- 
mo. Non  mancò  d'eccellenti  stuccatori,  e 
Falconetto  fu  uno  de'  primi  die  insegnò 
a  metter  gli  stucchi  in  opera.  Bartolomeo 
Ridolfi  fece  bellissimi  scomparii  di  stuc- 
co. Mancò  il  lavorar  di  tarsia,  specie  di 
musaico  fallo  con  legni  di  vari  colori  com- 
messi, in  che  riuscì  eccellente  il  converso 
olivelano  Giovanni.  Molli  e  diversi   la- 
vori si  fecero  di  sgraffili  sulle  muraglie, 
con  dintornare  e  tratteggiar  la  calce;  i  pa- 
vimenti con   incavar  pochissime  linee,  e 
con  pietre  di  due  sole  tinte;  i  bacini,  gli 
arredi  e  i  vasellami  d'argenlo  coii  artifi- 
cioso e  corretto  «lisegno   figurati   e  isto- 
riali; gli  scrigni  nati  prima  dall'  uso  di 
riporvi    merlaglic  ,    gemn»e  intagliale  e 
altre  anticaglie  preziose,  ne'  quali  d'  ec- 
cellenti lavori  in  vario  genere  si  faceva 
pompa;  le  grottesche  e  gli  arabeschi, che 


VER 
per  lanli  usi  tultodicon  tanta  bizzarria 
s' inventavano;  l'intagliar  gemme  con  la 
ruota  a  emulazione  degli  anticliì,  e  l'ef- 
Hgiar  cammei,  cioè  pietre  dure  faldate 
di  d(ie  o  più  colori  ;  in  somma  l'operare 
con  be'ritrovali  e  con  giusto  disegno  in 
cristallo,  in  avorio,  in  varie  maniere  di 
smalto  e  in  ogni  metallo,  erano  operazio- 
ni che  all'epoca  di  MalTei  non  piùfacevan- 
si,  al  solo  dipingere  lutti  applicandosi. 
Tuttavolla  nelle  raccolte  di  ritratti  d'uo- 
mini illustri  si  vedono  que'del  buon  seco- 
lo, insieme  co'primi  pittori  e  con  alquanti 
eccellenti  e  dotti  musici,  Matteo  del  Nas- 
sarOjGirolamo  e  Galeazzo  Mondella, Gia- 
como Caralio,  Nicolò  Avanzi,  perchè  fu- 
rono insigni  intagliatori  di  gemme.  Il 
Nassaro  discepolo  dell'Avanzi  e  del  Rlon- 
d»'lla,  fu  carissimo  a  Francesco  I  re  di 
Francia,  ove  molti  ammaestrò.  Dimen- 
ticala del  lutto  erasi  egualmente  in  Ve- 
rona l'arte  del  getto,  in  figure  e  bassori- 
lievo ,  mentre  l'arte  era  stata  veronese , 
poiché  il  rinomato  pittore  Pisano  fu  il  j° 
che  la  risuscitò  e  pose  in  lume,  e  ne  mo- 
strò il  buon  modo.  Del  gettar  di  metallo 
in  Verona  fin  da  più  rozzi  tempi  se  ne 
ha  esempio  nelle  porle  delia  basilica  Ze- 
noniana,  ed  è  credibile  che  alcuno  si  tro- 
vasse in  ogni  età  che  rozzamente  ope- 
rasse. Ma  di  ritratti  in  tal  guisa  e  di  me- 
daglioni con  riversi  d'invenzione,  o  non 
era  corso  l'uso, o  era  certamente  manca- 
to in  ogni  parte  da  gran  tempo, quando 
per  valore  del  veronese  Pisanello  rinac- 
que. Perciò  nella  serie  delle  Medaglie 
fìonlif/cie  non  si  può  andar  più  addietro 
di  Martino  V,  nel  cui  tempo  Pisano  fio- 
rì; e  il  gesuita  p.  Bonanni,  che  le  rac- 
colse e  dottamente  illustrò,  e  degli  arte- 
fici ragionò,  dice  niiUnin  dcprchcndi  ari' 
tiquioreni  yictore  Plsanello:  per  dar 
saggio  di  sua  celebrata  bravura.  Malici 
olire  un  bellissimo  medaglione  di  Gio- 
vanni Paleologo  poi  imperatore  greco, 
che  intervenne  al  concilio  fiorentino.  Po- 
co dopo  applicò  a  figtu-ar  medaglie  Mat- 
teo Pasti  pittore  e  scultore,  assai  lodato. 


VER  235 

Ricercalo  da'prìnclpi  e  da  Sigismondo  1 
Malatesta  signor  di  llimini,  lo  fu  pure  da 
Maometto  II.  Ritratti  in  medaglia  fece 
ancheFrancesco Caroli,  ma  con  assai  mi- 
glior disegno  e  maestria  Giulio  della  Tor- 
re. Più  medaglie  fece  eziandio  Gio.  Ma- 
ria Poraedelli  Filafrancorum  veroneii- 
sìs.  Ne'  passati  tempi  si  segnalarono  nel- 
l'intaglio in  rame  e  in  legno,  Battista  dal 
Moro,  che  eseguì  con  incisione  .vari  pae- 
si; Giacomo  Caraglio,  emulando  Mar- 
c'Antonio;  Paolo  Furl;tni  incise  gran 
carta  dell'Africa;  Orazio  Farinaio  più 
opere  di  suo  padre  bravamente  intagliò 
ad  acqua  forte.  Dell'  incisione,  in  Vero- 
na prima  che  in  verun'alira  parte  si  po- 
se mano  a  farne  uso  ne'libri,  poiché  qui- 
vi nel  i472con  quantità  di  figure  d'ar- 
mi, di  macchine,  di  edìfizi  ,  e  d'uomini 
e  d'animali,  fu  stampata  l'opera  di  Ro- 
berto Vallurio,  De  re  militari,  onde  lo 
iilampatore  Giovanni  si  die'tal  vanto  nel 
fine,  libriim  eleganti ssimum  literis  elfi' 
giiratis  signis  sua  in  patria  prirnns  im- 
pressit.  L' intagliatore  fu  il  Pasti.  Nel 
•  479  si  stampò  pure  in  Verona  la  tra- 
duzione d'Esopo  in  Sonetti  con  figure 
colorile,  di  cui  fu  inventore  Ugo  da  Car- 
pi, nato  in  Roma  verso  il  i586,  cioè 
dello  slampare  gl'intagli  con  più  tinte  ; 
laonde  o  in  Verona  ciò  si  praticò  prima 
di  lui,  o  li  colori  furono  dati  dopo.  E  qui 
termino  col  Maffei  degl*  illustri  vero- 
nesi; i  posteriori  saranno  celebrati  dal 
conte  Gio.  Battista  can.  Giuliari  biblio- 
tecario della  capitolare  ,  poiché  appren- 
do dalla  Cronaca  di  Milano  ,  che  nel 
i858  cominciò  in  Verona  a  pubblicare 
la  Biblioteca  Veronese,  col  proposito  di 
raccogliere  quanti  mai  libri  appartengo- 
no alla  storia  e  agli  interessi  qualunque 
siano  di  Verona,  avendole  promesse  al 
Comune  colla  lettera  sopra  la  biblioteca 
veronese,  offrendo  un  ragionato  catalo- 
go degli  autori  o  di  veronesi  che  scris- 
sero su  cose  di  Verona,  aiutando  d'un  mo- 
do singolare  la  bibliografia  nazionale. — 
Alle  opere  riguardanti  Verona  qui  ag- 


2  36  VER 

giungerò.  C.  G.  Pellegrini,  Al  popolo  ve- 
ronese orazione.  Verona  1800.J.  F.Se- 
giiieiio,  Plantae  l'^eroncnses,  Veronae 
1  743-  Osservazioni  della  Cometa  del- 
l'anno 1 744  »  ^  ''''  ^'"^  Eclissi  lanari, 
falle  inVeronadaGianpaolo  Guglienzi 
e  da  Gianfrancesco  Seguier,  con  la  po- 
sizione geografica  di  della  città,  presso 
ììp.Calo^erdyRaccolladiOpiiscoli,  I.  32, 
\ì./^c)^.Gl»f.ep[)eVeu[imf  Compendio  del- 
la storia  sagra  e  profana  diP'erona,  ivi 
1825.  Prima  di  lasciare  gl'illusUi  vero- 
nesi, non  voglio  preterire  di  far  menzio- 
ne de'fralelli  sacerdoti  Pietro  eGirolamo 
]jallerini,  autori  e  editori  di  tante  dotte 
opere;  di  ricordare  pure  la  recente  pub- 
blicazione, di  cui  dà  contezza  la  Civiltà 
Caltolica,ievie  4-',  t.  1,  p.  47^>  Scritti 
inediti  del  p.  d.  Pietro  Cassali  chierico 
regolare  teatino,  pubblicati  da  Baldas- 
sare  Bonconipagni  ec,  Roma  1807,  sic- 
cooie  celebre  matematico  e  colto  scritto- 
re veronese  ,  e  per  cura  d'  un  principe 
strenuo  illustratore  della  storia  delle  ma- 
temaliclie  in  Italia;  e  per  ultimo  di 
dire  alquante  parole  del  celeberrimo  p. 
Antonio  Cesari  filippino,  luminare  del- 
l'italiane lettere  e  restitutore  della  classica 
lingua  voIgare,del  quale d.Sclìlòr  ancora, 
benché  straniero, ne  lamentò  la  perdita, e 
si  fece  sollecito  di  rendere  dolcissimo  uf- 
ficio alla  sua  memoria;  rammentandolo 
quiil  valente  oratore  cristiano,  quali  ope- 
re lasciò,  per  copia  di  pensieri  e  per  bon- 
tà di  dettato  fioritissime  e  meritevoli  di 
esserconosciutealtresì  fuori  d'Italia.  Tut- 
ti gli  animi  italiani  colti  e  gentili  devono 
esser  grati  a'  celebranti  un  p.  Cesari,  la 
cui  ricordanza  sarà  sempre  fra  essi  cara  e 
onorata  fincliè  appresso  loro  sia  in  pre- 
gio (quell'idioma  gentil,  sonante  e  puro, 
verso  il  quale  viemmeglio  fecero  conosce- 
re e  apprezzarne  i  meriti  scgnalatissimi 
dello  scrittore  veronese,  diversi  dotti  am- 
miratori. Fra  questi  certamente  primeg- 
giano chiarissimi,  i  pur  benemeriti  della 
lingun  italiana  ,  autori  de'seguenti  due 
libri.  Della  vita  e  delle  opere  di  Anto- 


V  ER 

nio  Cesari,  cenni  di  Giuseppe  Manuzxi 
in  questa  quinta  impressione  novella- 
mente riveduti  dall'  autore  ^Viverne  \  832. 
Ivi  e  nel  i858  di  tale  insigne  scrittore  si 
pubblicò:  Vocabolario  della  lingua  ita- 
liana già  compilato  dagli  accademici 
della  Crusca,ed  ora  nuovamente  cor- 
retto ed  accresciuto  dal  cav.  ab.  Giiisep' 
pe  Manuizi.  2.*  edizione  riveduta  e  no- 
tabilmente ampliata  dal  compilatore.hu 
i."  edizione  il  cav.  Manuzzi  parimente 
l'impresse  in  Firenze  nel  i833,con  lau- 
to applauso  che  meritò  l'altra.  Elogio  di 
Antonio  Cesari  prete  che  fu  dell'  Ora- 
torio di  P^eronajetlo  nel  serbatoio  ci'  Ar- 
cadia, da  Tommaso  Azzecchi  cappel' 
lano  segreto  di  IV.  S.  Si  aggiungono 
due  dissertazioni  sulta  lingua  italiana, 
Roma  i836.  Delle  opere  di  mg."^  Azzoc- 
chi,  lodato  traduttore  nitido,  espressivo, 
elegante  di  Cornelio  Nipote,  come  giusta- 
mente lo  qualificò  il  cav.  Manuzzi ,  nel- 
l'intilolargli  la  F/tó  dell'illustre  veronese 
a  cui  fu  alFettuosamenle  carissimo  ed  a- 
mnto,  e  delle  diverse  edizioni,  feci  parole 
nel  voi.  LXXXIX,  p.  94.  Col  suo  Elo- 
gio si  propose  mg."^  Azzocchi  di  forma- 
re un  ritratto  di  quell'uomo  sommo,  che 
egli  vede  sempre  cogli  occhi  della  mente, 
mentre  con  quelli  del  corpo  ne  vagheggia 
le  sembianze  nelle  domestiche  pareti,  m 
Comincia  a  celebrarlo,  con  dichiarare  la  'fl 
tristezza  e  dolore  dell'  animo  suo,  per  In 
perdita  di  sì  eletto  ingegno  e  suo  dolcissi- 
moamico, commosso  esclamando.  »»  Dun- 
que tanta  sapienza  e  virtù,  dunque  tante 
dotisingolarissime  si  racchiudono  insieme 
in  un  uomo,  per  aver  fine  in  un  punto  ? 
O  nostra  vita,  che  è  sì  bella  in  vista, 
Coni'  perde  agevolmente  in  un  mattino  , 
Quel  che  in  molt'  anni  a  gran  pena  s'ac- 
quista !  Antonio  Cesari ,  quella  torre 
d'alto  intelletto,  onoie  che  fu  dell'Italia, 
ornamento  del  nostro  secolo,  lume  della 
Religione,  splendor  delle  lettere,  risloia- 
tore  e  sostegno  di  nostra  lingua,  è  stalo 
a  noi  da  morte  inaspettata  rapito.  Dan- 
no» perdita  e  lagrimevole,  per  la  quale 


VER 

non  solo  chi 'i  conobbe  si  vede  immerso 
nel  pianto,  ma  le  lettere  e  le  muse  stesse 
appariscono  dolenlisf^ime  e  quasi  in  me- 
stissima vedovanza  rimase  ".  Non  ostan- 
te i  dissenzienti,  1'  encomiato  e  l'enco- 
miatore, con  ammirabile  costanza,  col- 
la voce  e  colle  opere  ,  sempre  propu- 
gnarono virilmente  l' arte  del  bene  e 
leggiadramente  parlare  e  scrivere,  qua- 
li amatori  focosissimi  dello  stile  italia- 
no schietto  e  verecondo,  e  siccome  in- 
timamente persuasi,  che  dalia  scelta 
delle  parole  derivi  l'eloquenza.  Imperoc- 
ché dice  il  facondo  mg/  Àzzocchi.  »  La 
lingua  italiana  de'  classici  scrittori  ado- 
perata è  per  tal  forma  doviziosa  di  bei 
modi,  di  natie  grazie,  di  eleganza,  di  sem- 
plicità e  di  schiettezza,  che  con  maravi* 
gliosa  forza  l'animo  piglia  di  chi  studio- 
samente la  coltiva,  e  del  suo  amoie  mi- 
rabìlmente  accende  chi  si  fa  alcun  poco 
a  vagheggiarla.  Conciossiachè  là  e  non 
altrove  si  trova  chiarezza,  colore,  nerbo, 
vivacità,  nitidezza,  sapore,  proprietà,  ef- 
ficacia di  parlar  vivo  ed  espressivo.  .... 
Nelle  opere  di  lettere  il  piti  bello  si  di- 
mora ne'  pensanìenti  e  nella  favella  ".  11 
p.  Cesari,  recatosi  nel  1828  in  Ravenna 
a  visitare  il  suo  preclaro  amico  mg. "^Pel- 
legrino Farini  di  Russi,  amena  terra  del 
Ravennate  (  che  tanto  sentì  amore  pei 
classici  italiani  e  per  le  lettere ,  in  che 
tutto  s'immerse,  non  che  per  Dante  e  per 
la  pura  italica  favella,  chiarezza,  pro- 
prietà e  grazia  del  dire,  come  apparisce 
dalle  sue  opere  registrate  con  bella  bio- 
grafìa del  eh.  G.  F.  Rambelli  neW Àlbum 
di  Roma,  t.  16,  p.  233,  colla  quale  de- 
plorò pure  il  tramonto  di  que'  valentissi- 
mi che  operarono  alla  restaurazione  delle 
buone  lettere,  e  a  tornare  gli  studi  di  es- 
se e  della  lingua  alle  pure  sorgenti  dei 
classici  i  soli  veri  maestri  e  padri  di  color 
che  sanno) ,  rettore  di  quel  collegio  e 
uno  de'  pili  eleganti  scrittori  italiani  del 
nostro  secolo,  sorpreso  da  subito  malo- 
re,  mentre  di  Faenza  avvicinavasi  alla 
villa  subuibanadi  s.  Michele,  ove  co'iiuoi 


VER  2^37 

alunni  ospitavalo  il  Farini ,  aggravatosi 
il  male,  USCI  di  vita  il  i."  ottobre  1828. 
Fu  quello  un  giorno  di  lutto  per  Raven- 
na, la  quale,  mentre  si  era  fatta  lieta  d'ac- 
cogliere nelle  sue  mura  l'  egiegio  chio- 
satore di  Dante,  dovette  all'incontro  ri- 
ceverne le  spoglie  mortali  fredde  e  mule. 
A  confortarsi  di  tanto  dolore,  fu  t ."  d 
Farini  a  promuovere  in  onore  del  gran- 
de veronese  l'erezione  d'un  monuinenlo, 
e  gli  facevano  eco  volonterosi  i  cittadini 
più  illustri,  le  autorità  piìi  eminenti,  i 
magistrali,  i  professori,  gli  amatori  dello 
studio  e  del  patrio  decoro.  In  questo  si 
depositava  la  salma  del  Cesari  nella  chie- 
sa urbana  di  s.  Romualdo  di  Classe,  ove 
usano  i  collegiali  alle  pratiche  religiose, 
dentro  l'avello  posto  sotto  la  cupida,  e 
ch'era  in  anticola  tomba  comune  de'mo- 
naci  camaldolesi,  che  negli  alligni  chio- 
stri stanziavano.  Se  il  progetto  ilei  mo- 
numento illanguidì  per  le  vicende  poli- 
tiche del  1 83 1-32,  non  andava  però 
spento  del  tutto,  perchè  fu  ordinalo  al- 
l' egregio  scultore  ravennate  Gaetano 
Monti  il  biislo  in  marmo  del  Cesari,  ese- 
guilo fedelmente  e  con  bel  magistero,  e 
lu  pure  commessa  al  valentissimo  Schias- 
si, l'emulo  felice  del  Morcelli,  un'iscrizio- 
ne ad  elogio  di  lui.  Partito  il  Farini  da 
R.aveima,  per  reggere  la  dotta  università 
di  Bologna,  e  sopravvenute  altre  politi- 
che vicende,  così  non  fu  più  pensato  al 
monumento  ,  né  a  scolpire  la  lapide  al 
restauratore  delle  grazie  italiane;  fu  sib- 
bene  riposta  la  memorata  eHìgie  di  lui, 
ricavata  dalla  sua  maschera,  in  una  del- 
l'aule dell'accademia  di  belle  arti  di  Ua- 
venna  a  figurare  con  altri  personaggi 
benemeriti  della  città  e  provincia.  Era 
riservato  allo  splendido  ingegno  dimg."^ 
Stefano  Rossi  di  s.  Reno,  delegalo  apo- 
stolico di  Ravenna  (poi  consultore  di  sla- 
to per  le  finanze,  rapito  immaturo  al  de- 
coro della  romana  prelatura  e  all'orna- 
menlodellebelle  letlereilaliane  nel  1 857) 
e  prolonotario  apostolico,  di  compiere 
con  UQ  tratto  di  nobile  muDÌficeuza  il 


a38  VER 

desiderio  della  nobilissiuia  e  celebre  cit- 
tà, e  di  ((uaiitisoiio  in  Italia cultuti  delie 
buone  lelteie  e  delle  patrie  glorie  ama- 
tori veraci.  Il  prelato  ligure,  che  fu  sem- 
pre delle  virtù  del  Cesari  sincero  ammi- 
ratore, e  delle  cesariane  squisitezze  imi- 
tatore esimio,  com'è  a  vedersi  nelle  sue 
eloquentissime  prose  ,  varie  delle  quali 
celebrai  a'ioro  luoglii,  tenero  piìi  che  al- 
tri mai  della  fama  di  tanto  maestro,  ven- 
ne nella  deliberazione  di  elevar  egli  a  sue 
spese  sulle  ceneri  di  quei  l'esemplare  sa- 
cerdote, quanto  pio  e  dabbene,  tanto 
scienziato  e  letterato,  un  monumento  che 
additasse  con  qualche  decoro  il  luogo  ove 
riposano  que'resti  onorandi  e  preziosi.  C 
poiché  si  conveniva  primamente  toglierli 
da  un  avello  comune,  annuente  il  magi* 
strato  municipale  e  l'arcivescovo  cardi- 
nal Falconieri,  a'27  maggio  i853  venne 
estratto  il  feretro  del  p.  Cesari  dalla  se- 
poltura ile'monaci,  ove  giaceva  da  5  lu- 
stri. Volle  allora  l'illustre  prelato  Rossi , 
che  quelle  venerande  ossa  coperte  della 
s.  tonaca  de'figli  di  s.  Filippo  Meri,  fosse- 
ro legalmente  riconosciute,  e  recitate  le 
preci,  e  ribeiiedettele  coiracquasauta,ac- 
compagnolle  al  nuovo  apposito  e  ben  mu- 
rato avello,  con  pergamena  entro  tubo 
vitreo  fasciato  di  bandone,  riferente  le 
memorie  di  quella  traslazione;  contem- 
plò egli  per  1  ultima  volta  il  teschio  ia 
cui  si  accolse  tanto  senno,  e  la  bocca  don- 
de USCI  tanta  evangelica  sapienza, e  tanta 
copia  di  care  eleganze  di  nostra  favella  , 
ed  iu  ultimo  velò  colle  sue  mani  il  volto 
dell'uomo  famoso,  tributo  estremo  di  re- 
ligiosa filiale  pietà.  Giungeva  do[>o  pochi 
giorni  diFucnze  il  monumento,  disegna- 
to ed  eseguito  in  marmo  da  Enrico  L'az» 
Ti  ravennate,  da  lui  lavoralo  sotto  il  suo 
maestro  valentissimo  Duprez.  Il  gran  me- 
daglione che  campeggia  nell'alto,  e  che 
porla  il  ritratto  a  rilievo  del  p.  Cesari  , 
non  può  lodarsi  abbastanza,  sia  per  la  so- 
miglianza iconica,  sia  per  la  maestria  del 
taglio,  per  la  morbidezza  delle  carni,  pev 
b  fioezza  e  partilo  de'  ca]jelli>  olliecLè 


VER 
gli  emblemi  della  Crusca,  i  libli,  le  peu' 
ne,  l'alloro,  la  quercia,  che  sono  sculti 
nel  coperchio  del  sarcofago,  e  lo  stemma 
del  generoso  dedicante,  rivelato  nella  ba- 
se,fanno  chiara  prova  della  bravura  som- 
ma e  della  diligenza  amorevole,  che  pose 
il  Pazzi  ad  eseguire  colai  opera,  per  cui 
sali  in  alto  onore.  La  nicchia  poi  ove  si  fi- 
gura entromessa  la  grande  urna,  è  ador- 
nata d'una  larga  fascia  di  caristìo  o  ci- 
pollino tinto  in  sanguigno  rosato  ,  mar- 
mo antico  bellissimo, onde  fu  arricchita 
Ravenna  sottu  Teodorico  e  sotto  Giu- 
stiniano I  :  e  il  basamento  principale  è 
di  marmo  lunense  a  macchie  cenerogno- 
le, meraviglioso  a  modo  che  sembra  uno 
de'  più  vaghi  alabastri  orientali.  A  lo- 
dar poi  degnamente  il  patrono  della  pu- 
ra lingua  italiana ,  nig."^  Rossi  pregò  il 
suo  degno  amico  d.  Celestino  Cavedoni 
aHìnchè  dettasse  1'  epigrafe  da  incidersi 
sotto  Teflìgie  del  defunto, a  grandi  carat- 
teri messi  a  oro:  né  potevasi  all'  enco- 
miato, scegliere  migliore  e  più  morcellia- 
no  lodatore.  11  monumento  fu  discoper- 
to a'aS  giugno.  Non  è  a  dirsi  quanta 
folla  corresse  ne'giorni  seguenti  a  veder- 
lo, e  a  fissarsi  nella  testa  ammirabile  del- 
l'astro veronese,  che  tutta  spira  pietà  , 
mitezza  e  sapienza».  L'ilalia  intera  nel 
rammentare  quinci  innanzi,  che  un  Her- 
nardoBembu  veneziunu,  un  cardinal  Do- 
menico M."  Corsi  fiorentino,  ed  un  car- 
dinal Luigi  Valenti  da  Mantova,  tutti 
reggitori  di  Ravenna,  gareggiarono  in  o- 
norare  il  sepolcro  dell'altissimo  poeta,  il 
cantor  de'trc  Kegni,  rammenterà  del  pa- 
ri la  munificenza  del  ligure  prelato  Stefa- 
no Russi,  successore  de'supraenuuciati,il 
quale  pose  decoroso  monumento  al  cliiu- 
satoree  ritrovatole  delle  bellezze dell'Al- 
lighiero;  a  quell'Antonio  Cesari  da  Ve- 
rona, che  fece  rivivere  a'noslri  dì  nel  bel 
paese  la  casta  favella  a  cui  Dante  fu  pa- 
dre. Avventurala  Ravenna,  che  vegli  le 
ceneri  (gloria  che  doveva  spettare  a  Ve- 
rona) de' due  padri  immortali  di  nostra 
dolce  lingua  ove  il  S^i  suona"!  Tuulu  e 


VER 

meglio  si  può  leggere ,  in  uno  all'epi- 
grafe e  air  isci'iziuue  posta  nel  tubo,  nel- 
l'Album  di  Roma,l.  20,  p.  197,  in  cui 
si  vede  il  disegno  del  monumento  de- 
scritto. Già  da  alcuni  lustri  nel  romauo 
Campidoglio  e  nella  sua  Protomoteca  era 
slato  concesso  al  p.  Cesari  il  segnalalo 
onore  dell'erma  marmorea,  scolpita  dal 
commendatore  Giuseppe  de  Fabris,  sic- 
come uno  de'primi  restauratori  dell'  an- 
tica eloquenza  italiana,  e  quale  scrittore 
elegante  e  sapiente  del  XIX  secolo;  anzi 
rUluslralore  della  Descrizione  del  Cam- 
pidoglio ,  ove  è  r  erma  in  incisione,  di- 
chiara che  Cesari' fece  rivivere  la  bella 
eloquenza  italiana,  ed  a  lui  doversi  il  ri- 
sorgimento dell'italica  favella,  decaduta 
in  bassissimo  stalo,  e  quasi  non  più  ri- 
conoscibile. Di  che  riparlai  nel  voi.  XCI, 
p.  4o'>  dicendo  pure  degli  alivi  veneti 
che  meritarono  busti  ed  erme  nella  Pro- 
tomoteca Capitolina,  incltisìvamente  a 
Paolo  Caliari  e  Michele  Sanmichieli. Di 
altri  illustri  veronesi  farò  memoria  nel 
progresso  di  quesl'  articolo.  Né  nella 
presente  età  manca  Verona  d'illustri  nel- 
l'arti e  nelle  scienze,  essendo  splendore 
di  elegantissima  e  faconda  eloquenza  il 
Bm."  p.  Antonio  Bresciani,  ornamento 
della  compagnia  di  Gesù  e  gloria  viven- 
te di  Verona.  La  Civiltà  Cattolica,  serie 
3.",  t.  12,  p.  674,  dà  colla  dovuta  lode 
bella  contezza  de'dueiniporlanli  libri,  di 
cui  è  chiaro  autore  il  nobile  veronese 
Antonio  Cartolari,edi  cui  darò  un  breve 
cenno,  i."  Famiglie  già  ascritte  al  no- 
bile consiglio  di  P'erona  ,  con  alcune 
notizie  intorno  a  parecchie  case  di  lei,  a 
cui  si  aggiungono  il  nome,  la  dichiara- 
zione ed  un  elenco  di  varie  delle  sue  pas- 
sale magistrature,  ed  altre  memorie  ri- 
guardanti la  stessa  città, \eionaid5^. 
2."  Cenni  sopra  varie  famiglie  di  Vero- 
na ;  edizione  seconda  con  emendazioni 
ed  aggiunte,  Verona  i855.  Verona  co- 
spicua e  bella,  non  solo  va  giustauìenle 
superba  per  nobilissima  e  nuinerosissi* 
tua  schiera  di  uomini  illustri  che  iu  lei 


VER  23(J 

fiorirono,  ma  non  è  certo  neppur  secon- 
da a  niuna  per  copia  e  fuma  di  cittadi* 
ni  illustratori  de' suoi  molteplici  e  singo- 
lari pregi  :  tale  si  rese  l'autore  della  rac- 
colta di  notizie  che  riguardano  princi* 
palmente  le  famiglie  uubdi  di  Verona  , 
che  per  più  secoli  si  governò  all'arislo- 
cratica  sotto  la  sapientissima  signoria  ve- 
neta, e  perciò  benemerito  ancora  di  quan- 
ti sono  in  Italia  e  fuori  di  essa  studiosi 
amatori  delle  memorie  italiane.  Nella  1/ 
dell'encomiale  opere  è  l'elenco  de'  nomi 
d'illustri  veronesi  che  furono  ascritti. al 
nobile  consìglio  della  città  dal  i4°9  ^1 
1797,  distribuiti  per  famiglie.  Più  una 
serie  di  notizie  inlorno  a  molte  famiglie 
nobili  o  no,  ma  tutte  onorevoli  per  Ve- 
rona. Seguono  cataloghi  de'nomi  di  pa- 
recchie case  antiche  e  d'alcune  anco  no- 
bili non  iscritte  al  nobii  consiglio;  quelli 
di  altre  onorevoli  famiglie  veronesi  fio- 
rite avanti  il  i35o,  d'alcune  ch'ebbero 
diritti  o  giurisdizioni  feudali  nel  Verone- 
se, di  quelle  eh'  ebbero  cavalieri  di  giu- 
stizia d'ordini  illustri,  co'numi  de' cava- 
lieri gerosolimitani  e  di  s.  Stefano  I,  e  lo- 
ro nozioni  biografiche.  Finalmente  i  do- 
cumenti riguardanti  le  magistraturedel- 
la  città, le  famiglie  nobili  che  le  sostenne- 
ro, con  diverse  memorie  patrie.  Nella  2." 
opera,  la  cui  1.^  edizione  è  deli 845,  so- 
novi  le  notizie  di  varie  famiglie  illustri 
di  Verona  cospicue,  e  di  quelli  che  ne  au- 
mentarono la  rinomanza.  Vi  è  pure  una 
nota  cronologica  delle  famiglie  illustri 
veronesi  che  si  stabilirono  in  Verona  pri- 
ma della  signoria  degli  Scaligeri,  comin- 
ciata nel  12  62,  e  quelle  che  si  eslinsero 
dopo  il  1795;  ed  una  copiosa  notizia  sul- 
l'ordine gerosolimitano.  Dimostra  poi, 
che  il  ceto  nobile  è  principale  e  utilissi- 
mo elemento  d'ogni  stalo  benché  libero, 
che  la  nobiltà  venuta  per  lunga  serie  di 
illustri  antenati  ha  maggior  potenza  sul- 
lo spirilo  umano,  chela  sola  personale, 
benché  questa  non  debba  mai  andar  di- 
sgiunta dall'altra,  dovendo  i  nobili  per 
sangue  governarsi  io    guisa  da  meri- 


24o  VER 

tare  la  nobiltà,   se  non  avesserlu  eredi- 
tata. 

llciraiterio  pubblico  è  heliìsiiìnto  e  no- 
bilissimo. Scriveva  nel  1840  l'annalista 
delle  Provincie  venete  cav.  Mulinelli,  in 
esse  distinguersi  Verona    nel  sepolcreto 
eretto  da  pochi  anni,  vasto,  magnifico  e 
bene  ordinato,  da  formar  elogio  all'au- 
tor suo  ,  architetto   Giuseppe  Barbieri  ; 
sepolcreto  il  cjuale,  colla  semplicità  del- 
l' invenzione  combina  il  bello  e  il  solido, 
in  cui  hanno  separati  siti    per  le  ceneri 
degli   adulti  e  de' fanciulli,   edicole  per 
quelle  de'  cittadini  illustri,   catacombe, 
ossario ,  e  tempio  sì  per  la  grandiosità  , 
come    per   l'acconcezza   d'ogni  parte  e 
dello  stile  mollo  decoroso  e  cospicuo.  Ap- 
prendo dal  Giornale  di  Roma  del  1 852, 
a  p.  882,  che  a*  12  settembre  nel  dello 
tempio  si  celebrò  una  di  vota  funzione.  La 
ctiiesa  ed  il  cimiterio  furono  già  dal  mu* 
uicipio  aflldati  a'minori  osservanti  rifor- 
mati, i  quali  v'innalzarono  presso  le  mu- 
ra un  convento.  Deliberato  dalla  religio- 
sa  comunità   di  trasferire  in  Verona  il 
noviziato  della  provincia  veneta,  in   tal 
giorno  se  ne  fece  l'apertura.  Nella  mes- 
sa celebrala  dal  p.  provinciale  fr.   Beu" 
venuto  da  Bergamo  ,  furono   vestili  del 
sagroabilo6 novìzi, a'ijuali  tenne  il  pro- 
vinciale un  tenero  e  di  voto  ragionanien- 
lo,  Finito  il  s.  Sagrifizio  si  lessero  le  bol- 
le pontificie,  per  le  quali  questo  conven- 
to di  Verona  era  canonicamente  eretto, 
e  poscia  colle  solile  ceremonie  venne  ri- 
stabilita li)  clausura,  e  col  canto  del  7'c 
Deuni  chiusa  la  solennità, con  gran  con- 
corso di  popolo.    Così  Verona    venne  a 
contare  3  conventi  di  francescani:  quel- 
io  de' cappuccitiì  a  s.  MarUi,  il  quale  al- 
lora occupalo  dalla  milizia  ,  si   sperava 
che  in  breve  fosse  loro  restituito,  intan- 
to i  religioni   dimoravano  in  un  ospizio 
presso  la  chiesa   de' ss.    Siro    e   Ld)era  ; 
quello  de'  minori  osservanti  a  s.  Proco- 
lo,  vicino  alla  basilica  di  s.  Zeno;  e  que- 
sto de'  minori   osservanti  riformali.    Mi 
istruisce  lu  Cronaca  di  Milano  de'  i5 


VER 
marzo    i856,  che  il  cimiterio  veronese, 
uno  de'  migliori  del  Lotnbardo-Venelu, 
avea  fallo  di  recente  un  nuovo  acquieto. 
Vi  furono  collocate  sul  frontone  del  pro- 
nao 3  grandi  statue  colossali  rappresen- 
tanti la  Fede,  la  Speranza  e  la    Carità. 
Sorge  la  Fede  nel  mezzo  appoggiandosi 
alla  Croce  e  chinando  riverente  lo  sguar- 
do; da  un  lato  e  tlall'altio  le  si  aggrup- 
pano sedute  a'piedi  la  Speranza  e  la  Ca- 
rità, con  simbolismo  purissimo,  rallìgu- 
rate  in  quegli  atti  in  cui  sono  rappresen- 
tale nella  morale  cattolica.  Sono  esse  pre- 
gevole lavoro  di  Grazioso  Pazzi  scultore 
di  abilità,  e  meritano  lode  così  l'artista, 
come  l'operosità  della  congregazione  mu- 
nicipale, che  accelera  il  compimento  di  m 
niagnilico  cimiterio,  il  quale  sorgerà  fra 
non  molti  anni  fluito  ad  attestare  l'in- 
telligente pietà  de' veronesi,  imperocché 
colle  largizioni  falle  a  prò  delle   spoglie 
de'  loro  cari  va  costruendosi  il  religioso 
e  severo  sepolcreto.  In  que*  giorni  venne 
istituita  una  commissione  per   la  fonda- 
rione  d'una  casa  di  maternità  pe'bao»bi- 
ni  lattanti  ,  carila   iniziativa  che  in  una 
Verona  non  avrà  mancato  d'esser  secon- 
dala dal  voto  e  dall' elargizioni  de'cilla- 
dini,  vedendo  in  questo  modo  sorgere  un 
altro  pio  stabilimento  ad  accrescere  i  ti- 
toli di  beneficenza  nobile  e  fiorita.  Così 
a  Verona  si  ha  cura  a  un  te'^po  di  quei 
che  muoiono  e  di  que'che  nascono.  Di  a- 
nalogo  e  famoso  patrio  sepolcro,  tlell'an- 
lieo  suburbano  cimiterio  di  s.  Francesco, 
si  legge  nel  già  citato  articolo  Verona,  di 
L.  A.  M.  M  Gli  amori  sventurati  di  Ro- 
meo e  Giulietta  vivono  ancora  nella   me- 
moria de' veronesi.  Dolce  e  flebile  storia  , 
che  i  poeti  e  le  scene  hanno  a  vicenda  ri- 
prodotta, lo  vidi,  così  un  viaggiatore,  in 
un  giardino,  che  fu  già   un  cimiterio  ,  il 
preteso  sarcofago  della  sposa  di  Romeo. 
Questa  lonjba  è  tuttavia  oggetto  di  com- 
pianto ed  affettuose  onorificenze.  L'arci- 
duchessa di  l'arma  (Maria  Luigia,  vedo- 
va di  Na|)(>ieonc  I  :  si  siM'iveva  nel  i83()) 
ha  fallo  formare  uua  collana  ed  uu  bruc 


VER 

ciulello  della  pietra  rossastra  di  questa 
luiiiha;  illustri  straniere  e  molte  belle  ve- 
ronesi portano  un  piccolo  feretro  di  que- 
sta pietra  stessa,  ed  i  contadini  lavano  nel 
poetico  sarcofago  le  loro  laltuglie  (  non 
pare  più  a  delta  epoca,  per  quanto  dovrò 
dire  ).  La  cappellella  cos'i  chiamata,  se- 
condo una  tradizione  volgare  ma  erronea 
(propusìzione  che  reiìterà confutata  dalla 
seguente  digressione,  quanto  agli  avanzi 
del  sepolcro),  prenderebbe  il  suo  nonie 
dalla  famiglia  de'Capuleli.  La  memoria 
di  Romeo  e  di  Giulietta  è  stata  ridestala 
in  Italia  dagl'inglesi,  che  vi  fanno  i  luro 
viaggi  ;  il  con)punicuento  di  Shakspeare 
l'ha  resa  popolare.  Il  Dante  ed  il  tragi- 
co inglese  sembrano  così  incontrarsi  a 
Verona  ;  l'uno  per  le  sue  sventure,  l'al- 
tro per  l'opera  sua.  Piace  all'immagina- 
zione di  avvicinare  due  genii  così  gran- 
di :  tre  secoli  li  divisero;  una  slessa  città 
li  richiama  al  pensiero".  La  rinomanza 
de'  tanto  clamorosi  e  commoventi  casi 
de'due  veronesi  amanti  e  sposi  infelici  , 
i-I  multo  che  ne  fu  scritto  ,  anche  di  re- 
cente, la  relazione  eh'  èssi  hanno  con  un 
periodo  della  storia  di  Verona,  m'indu- 
ce a  dar  qui  un  fugace  cenno  del  seguen- 
te libro,  per  dimostrare  la  sussistenza 
del  fatto,  che  altri  pretese  romanzo  e  fa- 
vola. Su  la  pietosa  morie  di  Giulia  Cap- 
pelletti e  Romeo  flionlecchi,  Lettere  cri- 
tiche di  Filippo  Scolari,  con  altre  poesie 
di  vari  autori  sidV  argomento  medesi- 
mo, Livorno  co'tipi  di  Glauco  Masi  1 83 1 . 
L'  editore  d.'  Alessandro  Torri  veneto  , 
tiell'intitolare  il  libro  al  conte  Leonardo 
Trìssino  di  Vicenza,  il  quale  nel  racco- 
glier il  Torri  le  memorie  intorno  al  de- 
plorabile caso,  l'avea  fornito  di  molle  e 
importanti  notizie, sia  riguardo  alla  com- 
movente Novella  del  suo  concittadino  il- 
lustre e  antenato  Luigi  da  Porto,  sia  ri- 
guardo alle  principali  edizioni  che  ne  fu- 
rono fatte,  per  cui  il  Torri  eccitalo  dal 
conte  a  ripubblicar  la  Novella  con  mi- 
glior lezione,  l'eseguì  nello  stesso  i83i 
co'tipi  de'  Nislri  di  Pisa:  Giulietta  e  Ro- 

VOL     ICIV. 


VER  a4t 

meo,  no^'ella  storica  di  Luigi  da  Porlo 
di  F icenza .Edizione xr 1 1  colle  varianti 
fra  le  due  primitive  slampe  venete  ;  ag- 
giuntavi la  novella  di  Matteo  Bandella 
su  lo  stesso  argomento ,  il  poemetto  di 
Clizia  veronese,  ed  altre  antiche  poesie j 
col  corredo  d' illustrazioni  sloriche  e 
bibliografiche  per  cura  di  Alessandro 
Torri,  e  con  6  tavole  in  rame.  Per  essere 
il  conte  Trissino,  di  autorevole  opinione, 
persuaso  della  verità  del  fatto,  volle  il  d."^ 
Torri  dedicargli  le  3  lettere  del  suo  esi- 
mio amico  e  concittadino  d.'  Scolari  »  che 
con  tanto  valore  ha  combattuto  a  soste- 
nere la  veracità  del  fallo  medesimo, sta- 
bilendone la  morale  certezza  con  ragio- 
namenti dì  tale  evidenza,  da  non  potersi 
ormai  più  sollevar  dubbi  in  contrario  , 
quando  per  una  singolare  eccezione  noa 
si  esigesse  per  esso  ,  tra  mille  altri  fatti 
ben  più  meravigliosi  e  meno  credibili,  i 
fondamenti  d'una  matematica  dimostra- 
zione ".  Alle  quali  ragioni  piacque  non- 
dimeno al  d.' Torri  d'aggiungere  per  so- 
prappiù,e  per  nou  lasciar  luogo  a  replica 
veruna,  qualche  altro  non  inopportuno 
argomento,  nel  preliminare  discorso  del- 
la surriferita  pisana  edizione,  che  porta 
in  fronte  il  nome  del  conte  Pietro  degli 
Emìlj  da  Verona  ,  insieme  a  quello  di 
Anna  da  Schio  di  Serego  A]lighieri,che  in 
se  accolse  l'ultima  discendenza  e  il  casa- 
to del  sommo  autore  del  poema,  Al  qua- 
le pose  mano  e  cielo  e  terra.  Se  non  po- 
chi furono  gli  stranieri  che  presero  ad 
argomento  per  le  scene  l'amore  e  il  la- 
crimabile fine  di  Giulietta  e  Romeo,  iu 
capo  a'  quali  sta  per  ogni  ragione  il  bri- 
tannico Shakspeare,  che  ne  fece  uno  dei 
più  nobili  e  forse  de'più  grandi  ed  ap- 
passionati suoi  drammi  ;  non  fu  per  que- 
sto tema  trascurato  dagl'  italiani  :  e  lo 
stesso  immortale  Aifìeri  erasi  già  dato  a 
comporne  una  tragedia,  che  può  credersi 
avrebbe  contrastalo  a  tulli  la  palma,  se 
quell'anima  troppo  iucontentabile,ed  ec- 
cessivamente severo  con  sé,  non  avesse 
dislrullo  il  i.°  abbozzo  del  suo  lavoro, 

i6 


a42  VER 

e  privalo  l'Italia  d'un  uuovo  Mggio  del- 
l'alio suu  iiumngìnare  e  sentire.  Ed  è 
probabile  die,  nella  profonda  sua  scienza 
dell'indole  e  de'costumi  nazionali, avreb- 
be in  certe  circostanze  conservato  i  ca- 
ratteri de'personaggi  meglio  cbe  non  fe- 
ce l'inglese,  non  forse  a  torlo  ripreso  dal 
Delecluze  ,  moderno  tradutlor  francese 
della  Novella  del  Da  Porlo,  nelle  dotte 
osservazioni  di  cui  1'  ha  corredala.  Ma 
ciò  nulla  toglie  al  pregio  eminente  di  quel 
dramma,  del  quale  in  brevi  anni  si  vide- 
ro àue  stimabili  versioni  in  nostra  lin- 
gua, una  del  prof.  Michele  Leoni  di  Par- 
ma, l'altra  del  prof  Gaetano  Barbieri  di 
Modena,  delle  quali  il  d.'^Torri  fece  cen- 
no in  pili  d'un  luogo  nelle  sue  illustra- 
zioni alla  Novella  stessa.  Ed  avendo  eyli 
letto  in  un  Saggio  sulla  storia  dell'ila- 
liana  lellvratura  de  primi  xxr  anni  del 
secolo  XJX^a  più  riguardi  conimi^ide- 
vole ,  che  il  marchese  Scipione  MafTei 
tradusse  in  prosa  italiana  la  ricord.ila 
tragedia  di  Shakspeari',  gli  venne  dubbio 
che  r  anonimo  autore  del  Saggio  fosse 
stato  da  non  esatte  informazioni  tratto  in 
errore;  non  facendosene  cenno  nelTelo- 
gio  diligentissimo  che  di  lui  scrisse  il 
cav.  Ippolito  Pindemoute  (  illustre  ve- 
ronese ed  uno  de'  poeti  più  amabili  e 
più  celebri  che  l' Italia  produsse  nel  se- 
colo XVIII,  il  quale  consagrò  l'inteia 
sua  vita  al  culto  delle  muse.  Una  dolce 
malinconia  era  la  caratteristica  partico- 
lare del  suo  talento,  come  del  suo  tem- 
peramento. Ha  celebrato  nelle  sue  poesie 
le  delizie  della  campagna,  dove  vivea  di 
frequente,  dividendo  il  tempo  fi  a'piaceri 
dello  studio  e  quelli  che  gli  oH'riva  un'e- 
letta società.  Si  conoscono  C)  sue  opei  e, 
compresi  i  volgarizzamenti, deirO^//,y.y<'n 
in  ì<ipecie,  in  alcuni  dei  quali  apparisce 
l'inclinazione  stessa  del  suo  amico  Salu- 
moue  Ge«tnei'  di  Zurigo,  che  nel  genere 
pastorale  fu  collocato  nel  i."  grado  tra* 
iiioderni,ed  anch'egli  malinconico  per  na- 
tura), della  cui  morte  (avvenuta  nel  i  S^-tS) 
è  fresco  lulturo  il  coniuti  lutto.  Dopo  l'Ai- 


VER 

fieri,  olfii  connazionali  non  .si  sgomen* 
tarono  di  porre  sul  teatro  lo  sle>so  av- 
venimento con  successo  più  o  nien  feli- 
ce ;  ed  oltre  al  bresciano  Scevola  ed  al 
duca  di  Veiitignano  <Jie  ne  diedero  al 
pubblico  due  lodate  tragedie,  e  al  baro- 
ne di  Cosenza  che  ne  formò  un'  Jzione 
da  lui  intitolata  patetica,  e  ben  accolla 
sulle  scene  di  Napoli  fin  dal  1817;  il 
nominato  prof.  Leoni,  e  la  livornese  An- 
gelica Palli  poetessa  di  merito,  tentarono 
egualmente  r  arringo  drammatico  (mi 
piace  di  ricordare  :  /  Capuleti  ed  i  Mon- 
ttcchi,  tragedia  lirica  in  tre  parli  da 
rappresentani  nel  nobile  teatro  di  A- 
pollo  nel  Carnevale  dell'  anno  iS33. 
Parole  di  Felice  Romani,  musica  di  Fili' 
cenzo  Bellini,  Roma  1  833).  La  i."  let- 
tera del  cav.  Scolari,  scritta  all' eruditis- 
simo e  illustre  Bartolomeo  Gamba  di 
Venezia,  porta  la  data  di  Verona  20  di- 
cembre 1823.  Comincia  con  dire.  L'av- 
venimeiilo  compassionevole  di  Giulietta  e 
Piomeo  è  sillattamente  conosciuto  in  Ita- 
lia e  fuori,  che  giungendo  in  Verona  li 
fuiestìeri  ne  indagano  con  tanta  solleci- 
tudine da  poter  alTermare,  che  il  mode- 
sto sepolcro  delle  loro  sventure  non  è  ri- 
verito meno  de' monumenti  superbi  del- 
la romana  grandezzajanzi  al  pari  di  quc 
sii  bisognò  guarentirlo,  per  serbarlo  ab 
l'aflello  de'posteri,  a' quali  lo  si  rapiva 
da'uiolti  che,  slaccandone  le  particelle, a- 
mavano  legarle  in  oro  e  formarne  anelli 
amorosi.  Però  non  son  pochi  coloro  i  quali 
credono,  che  questa  generale  e  perenne 
tenerezza  verso  quegl'infelici  amanti  d»b- 
basi  tenere  assai  più  nutrita  dal  prestigio 
de'  roman/i,  e  dalle  opere  di  poesia  e  di 
piltura,  che  non  dalla  certezza  d'un  ca- 
so, il  quale  avrebbe  dovuto  a[)[)artenere' 
alla  storia.  Il  perchè,  o  constiltino  gli  an- 
nuii, o  ne  cerchino  le  reliquie,  o  ne  legga- 
no le  novelle,  essi  Don  vi  trovano  che  com- 
plicazioni inesplicabili,  e  per  essi  tutto  a- 
iula  la  tenera  fiducia,  che  nasce  in  ciioi'(7 
di  ognuno  alla  visita  di  cpit-lla  tomba, 
che  i  lìei'i  caai  diGiulicltu  e  dillomeo  sic- 


V  EK 

iio,comesciiveAlei>saiulroCai'Ii,«rt<jy^zi'0' 
li  tta  colorala  dalla  fantasia  degli  scrii- 
/or/.  Aggiungono,  die  cosi  debba  credersi 
per  non  avente  fatto  parola  il  massimo 
de'poeti  e  degli  annalisti  italiani;  quando 
invece  è  stata  tale  la  infelice  sorte  di  Giu- 
lia, ed  avvenne  iu  tal  epoca,  che  il  grau 
cantor  delia  l'iade'Tolomei  e  della  Fran- 
cesca da  iiitnini  ouu  avrebbe  potuto  di- 
menticarla. Non  sembrando  all'autore  , 
dopo  5  secoli  e  più,  che  possa  disaggia- 
dire  un'accurata  ricerca  per  assicurare  al 
nieuiorabile  fallo  il  fundameuto  del  ve- 
ro ;  e  perchè  in  esso  ne  deriva  un'utili- 
là  murale,  per  conoscere  a  cpiali  orrenou 
conseguenze  conducano  te  cittadine  di- 
scordie, benché  non  persuaso  del  silenzio 
tlell'Allighieri,  protesta  con  (piesto  voler 
tar  si  che  del  risultato  de'suoi  studi,  la 
verìlà  nulla  menzogna  frodi.  Riuscendo 
forse  noioso  e  certamente  prolisso  il  no- 
tare le  discrepanze  de'racconli,  e  prefe- 
rendo l'itiseguamento  della  critica  ,  re- 
putò premettere  generali  avvertenze  ac- 
conce  a  produrre  ordine  e  chiarezza  nel- 
l'astruso argomento,  suir  infelice  amore 
dè'due  fedelissimi  amanti.  Dice  quindi , 
che  4  fu'oio  •  piincipali  scrittori  del 
fatto:  Da  l^orto  colla  iYoi'c//rt, Clizia  col 
Pocinctto  (o  meglio  sotto  il  nome  di  tal 
dama  veronese  si  asconde  quello  mollo 
probabilmente  del  cav.  Gerardo  Boldie- 
n),  Baiidello  colla  Novella,  Dalla  Corte 
colla  Storia  di  Ftrona,  coetanei  scritti 
e  pubblicazioni  eseguili  dal  i  Sao  al  1 590J 
non  parlò  de'  posteriori,  per  non  dare 
ragione  di  loro  disparità,  alterandosi  in 
seguito  le  circostanze  del  fatto,  secondo 
l'inlendimenlodegli  scrittori^massime  dal 
Carli  ultimo  degli  storici  pulrii'ecouipen- 
jlialore  di  tutti,  che  ad  onta  d'aver  di- 
chiaralo seguir  Dalia  Corte,  noi  lece,  e 
presa  l'aria  di  novelliere  confuse  il  cor- 
so dell'avvenuto.  Il  MalTei  qualificò  ac- 
ciu'ato  lo  storico  Dalla  Corte,  e  perciò  do- 
versi preferire  alle  novelle  ed  al  poemet- 
to, benché  non  sempre  scrittore  di  lutla 
critica.  Egli  descrisse  d  fuUo  come  cosa 


VER  3-45 

vefa  e  notoria^  il  principale  cioè  accadu^ 
to  uel  i3o3,  essendo  Angelo  d<i  Reggio 
podestà  di  Verona.  Se  altri  storici  prima 
di  lui,  e  anche  dopo,  il  tacquero,  ciò  av- 
venne per  l'indole  dell'opertf  loro,  di  che 
ragiona  eruditamente  e  con  critica  il  cav. 
Scolari.  A  tempo  delle  feroci  fazioni  dei 
Guel/le  Ghibellini,  che  insanguinarono 
anco  Verona  ,  le  crudeli  discordie  delle 
due  famiglie  Cappelletti  e  Montecchi  e- 
rano  famose  per  tutta  Italia  (  e  benché 
vuoisi  ch'entrambi  fossero  di  parte  ghi- 
bellina, come  altrove,  eziandio  tra  quelli 
d'una  stessa  fazione  regnarono  fiere  di- 
scordie e  crudeli  inimicizie;  furono  solo 
coucordi  nel  far  guerra  a'conti  di  SanBo^ 
uifacio  ,  i  quali  poi  aiutati  da  Azzo  mar- 
chese d'Esle,  respiusero  essi  i  Moutecchi), 
restandone  documenti  l'autorità  di  Dan- 
te e  de'suoi  commentatori,  i  quali  basta- 
no ad  accusare  di  grave  negligenza  il 
sileuzic  di  Zagata,  di  Moscardo  e  di  aU 
tri  tali.  Nel  cauto  del  Purgatorio,  il  poe- 
ta incuora  l'imperatore  Alberto  I  d'Au- 
stria alla  redenzione  d'Italia,  con  dirgli: 
r leni  a  veder  Montecchi  e  Cappellelti^ 
cioè  quel  sepolcro  di  Giulia  in  Verona  , 
ov'egli  trovavasi  testimone  del  sangueche 
spatgevano  le  due  nemiche  famiglie  cuii 
(stragi  domestiche,  al  quale  accorreva  in 
que'medesimi  giorni  afl'ullata  la  gente  tut- 
ta per  la  strepitosa  e  recente  singolarità 
del  suo  fine  tragico.  L'autorità  dello  slori- 
co  Dalla  Corte  è  autenticata  daDaute  stes- 
so col  quale  s'accorda  anche  dove  ricor« 
da  la  caduta  di  gran  parte  del  monte 
sopra  la  Chiusa  versò  Verona,  co'  versii 
Qual'e  quella  mina,  che  nel  fianco  •  Di 
qua  da  Trento  V Adige  percosse j  ed  ec- 
co come  lo  Scolari  dà  netta  ed  eviden- 
te la  storia  del  celebre  avveuimenta. 
M  Romeo  Moutecchi,  bello  e  cortese  gio- 
vane ,  osa  cavarsi  la  maschera  e  trat- 
tenersi alla  festa  di  ballo  (che  dava,  essen- 
do carnevale,  in  sua  casa  oiesser  Antonio 
de'  Cappelletti),  come  se  non  sapesse  di 
esser  in  mezzo  a'suoi  più  fieri  nemici.  Ve- 
duto da  tulli  cou  mcraMjjli»,  uon  u'è  pi:r 


244  VER 

questo  cacciato  a  riguardo  dell'  età  sita, 
e  per  essere  accostumato  molto  e  genti- 
le. Comincia  la  danza,  qual  che  si  fosse  , 
ed  invitato  da  una  gentil  donna  entra  in 
ballo.  Poco  dopo  lascia  quella,  e  piglia 
un'altra  assai  bella  giovane,  sulla  quale 
aveva  prima  fermatogli  sguardi.  Essa  il 
compiace  danzando,  e  come  suole  accade- 
re, a  mezze  parole  si  palesano  a  vicenda 
la  subita  inclìnazionedel  c\ìovt[  Amor  che 
a  gentil  cor  ratto  s'apprende).  Finisce  la 
festa  ;  ma  qual  contrasto  e  sorpresa  do- 
pò,  quando  Romeo  intende  da  un  suo 
compagno,  che  quella  giovane  è  Giuliet- 
ta la  figlia  di  M.  Antonio,  il  capo  della 
fazione  nemica  ;  e  Giulietta  intende  da 
una  sua  balia,  che  quel  giovane  è  Romeo 
de'Montecchi.  Romeo  non  teme  dar  segno 
di  sèalla  Giuliettat  passando  di  notte  sot- 
to alle  finestre  di  lei  ;  e  Giulietta,  cono- 
sciutolo al  raggio  della  luna,  entra  seco 
lui  a  parlare  dell'amor  loro;  e  questo 
accade  in  piti  notti.  L'  onestà  presiede 
sempre  aque'ragionamenti;  e  nasca  che 
ne  vuole,  s'accordano  in  breve  nella  de- 
liberazione di  stringersi  in  matrimonio. 
L'uomo  del  maggior  credilo  nella  città  , 
colui  che  frequentava  nella  casa  d' en- 
trambi, era  un  frate  Lorenzo  da  Reggio, 
persona  dotta  ed  esperta,  il  quale  udiva 
le  confessioni  e  regolava  gli  affari  di  tut- 
ti. Romeo  corre  a  lui,  gli  manifesta  ogni 
cosa,  e  fra  Lorenzo  non  solo  l'accoglie  e'I 
conforta,  ma  si  propone  anzi  con  pensie- 
ro lodevolissimo  ed  evidente  di  cogliere 
l'opportunità  per  acquistarsi  approva- 
zione universale,  e  far  bene  a  tutta  Ve- 
rona, rappacificando  per  via  di  tal  ma- 
trimonio le  due  discordi  e  turbolenti 
famiglie.  Fermatosi  in  questo, fra  Loren- 
7.0  vede  che  sarebbe  stato  più  facile  il  far 
sì,  che  i  genitori  d'ambe  le  parti  si  aves- 
sero a  contentare  del  matrimonio  fatto, 
di  quello  che  del  matrimonio  da  farsi; ed 
ecco  ragionevole  e  savia  la  sua  delibe- 
razione di  unirli  tostamente,  chiaman- 
doli al  suo  confessionale  uno  per  parte, 
e  benedicendo   la   loro  promessa,  alla 


VER 
quale,  per  mezzo  di  una  vecchia,  va  pu- 
re a  susseguilare,  benché  furtivo,  relTello. 
Falli  sposi  ed  assaggiale  le  dolcezze  d'a- 
more,GiuliettaeRome()  non  attendono  .se 
non  che  il  frale, essendo  vicina  la  Pasqua, 
arrivi  al  termine  del  suo  proposito.  Ma 
in  questo  s' intorbida  multo  seriamente 
la  cosa.  Li  Cappelletli,  sa  Iddio  per  qual 
occasione,  assalgono  li  Montecchi  in  sul- 
la strada  di  Castel  Vecchio;  Romeo  nel- 
la mischia  fa  il  possibile  per  pur  cessarla 
ma,  che  serve?  Tebaldo  de' Cappelletti 
il  cugino  di  Giulietta  ,  gli  viene  addosso 
e  Roraeo,nel  ripararsi,  lo  ferisce  nella  go 
la  e  lo  uccide.  L'aver  morto  Tebaldo, co 
stringe  Romeo  prima  a  nascondersi 
quindi  a  partire  da  Verona  bandito;  peu 
sa  alla  situazione  lagrimevole  della  sua 
Giulietta;  vede  già  morta  ogni  sua  spe* 
ranza  del  meglio;  e  per  islare  lontano 
da  lei  il  meo  possibile,  consigliatosi  eoa 
fra  Lorenzo  ,  il  quale  era  non  meno  af- 
flilto  di  lui ,  riparasi  a  Mantova  (  forse 
mandatovi  da  fra  Lorenzo,  ove  questi  a- 
vea  i  suoi  correligiosi  minori  conventua- 
li, onde  potergli  più  di  frequente  fai* 
giungere  nuove  di  Giulia).  Stavano  co- 
sì disgiunti  li  due  poveri  amanti  e  spost, 
allorquando  i  genitori  di  Giulietta  (  i 
quali  nulla  sapevano  del  maritaggio  )  le 
proposero  un  partito  nobilissimo  di  ma- 
trimonio. Avvisatone  con  calde  lagrime 
dalla  povera  Giulia,  che  fjjrà  mai  fra  Lo- 
renzo? Angustiato  egli  medesimo,  tor* 
mentalo  da  Romeo  ad  ogni  tratto, pau- 
roso di  più  gravi  muli  seGiuliella  senza 
addur  buone  cause  non  si  presta  al  vo- 
lere paterno;  tra  il  pensare  alla  fu- 
ga di  lei,  ch'era  il  più  espediente  a  torla 
d'imbarazzo,  e  il  dover  provvedere  onde 
potesse  poi  unirsi  a  Romeo  senza  nuovi 
timori ,  fra  Lorenzo  abbraccia  un  suo 
pensiero  di  farla  passare  per  morta  ,  di 
ricovrarla  per  questo  modo  in  convento, 
di  vestirla  quindi  da  frate,  e  di  mandar- 
la poi  a  Mantova  al  suo  Romeo,  da  dove 
poscia  con  esso  lui,  e  sempre  con  l'aiuto 
di  fra  Lorenzo,  avrebbe  potutoaudarsene 


I 


VER 
già  dimenticata  in  parte  di  tutta  ior  sicu* 
rezza.  Cuntenta  Giulietta  del  fatto  suo, 
riceve  in  chiesa  da  fra  Lorenzo  la  polve- 
re soporifera  :  presa  questa,  il  suo  sonno 
sì  prolunga  oltre  il  solito;  si  tenta  sve- 
gliarla, ma  indarno;  ècliiamato  allacasa 
fra  Lorenzo,  al  quale  confefsavasi  anche 
la  madre  di  Giulietta  ,  e  ch'era,  bisogna 
ripeterlo,  tutto  nella  famiglia  de'  Cap- 
pelletti; ed  egli,  fatti  alcuni  esami,  la  dà 
per  morta.  Farla  seppellire,  e  metterla 
in  una  tomba,  a  ciò  da  lui  predisposta  , 
non  era  che  la  conseguenza  delle  impe^ 
gnate  e  accorte  sue  cure  (l'autore  di  quan- 
do in  quando  giustifica  il  progresso  della 
narrativa,  anche  con  note).  Romeo  prima 
t\'x  lasciar  Verona,  aveva  comunicato  ad 
un  servo  fìdatìssirao della  sua  casa  il  vin- 
colo d'amore  che  lo  stringeva  a  Giuliet- 
ta, e  gli  affanni  suoi  nel  dover  lasciarla. 
Che  farà  dunque  questo  uomo  fedele,  il 
quale  non  ne  sa  più  di  così,  e  che  sente 
morta  Giulietta?  Tutto  dolente  pel  suo 
caro  padrone,  egli  non  sa  fare  di  più  che 
correre  a  Mantova  per  dargliene  il  tristo 
annunzio,  ed  assisterlo.  Fra  Lorenzo,  per 
l'altra  parte,  non  ha  sì  tosto  Giulietta  in 
convento,  che  per  uno  de'suoi  gli  manda 
una  lettera  in  cui  l'avvisa  di  tulio. Ecco 
il  terribile  contrattempo.  Pietro,  il  fede- 
lissimo Pietro,  arriva  il  primo;  e  R.o- 
meo,  che  non  può  già  dubitare,e  che  or- 
mai di  se  più  non  cura,  determina  (che 
altro  non  gli  rimane)  di  almeno  correre 
disperato  sulla  tomba  della  perduta  con- 
sorte ,  dove  con  un  veleno  ha  risoluto 
di  dar  tine  alla  dolorosa  sua  vita.  E  così 
accade.  Romeo  arriva  di  notte  tempo  ; 
non  pensa  più  a  fra  Lorenzo,  dal  quale 
anzi  si  crede  abbandonato  o  tradito  ;  va 
difilato  al  cimitero,  che  restava  fuori  del- 
la città,  e  fatto  alzare  dal  suo  Pietro  il 
coperchio  della  tomba,  vedere  Giulietta, 
e  prender  il  veleno,  e  gitlarvisi  dentro  è 
luti' uno.  Ma  che?  mentre  il  veleno  stra- 
zia le  viscere  di  Romeo,  Giulietta  scuo- 
lesi  dall'assopimento,  ed  accortasi  dì  aver 
n  lato  Romeo,  è  là  che  compiesi,  alla  pre- 


VER  a45 

senza  di  Pietro,  quella  tragica  morte,  la 
quale  doveva  dar  finalmente  termine  al- 
l'angosciosa vita  di  ambidue.  Ignaro  di 
tutto  questo,  fra  Lorenzo  esce  dal  con- 
vento, accompagnato,  in  sul  far  del  gior- 
no per  cavar  fuori  Giulietta;  e  qual  egli 
sìa  rimaso  all'intendere  la  fiera  ventura, 
e  in  vedere  l'imo  e  l'altro  morti  nell'ar- 
ca, non  occorre  più  raccontare  ".  Il  mo- 
numento di  Giulietta  e  Romeo,  garanti» 
to  per  (|uel  medesimo  da  una  tradizione 
costante  sino  al  tempo  del  Dalla  Corte, 
e  dal  secolo  XV  sino  a  noi,  esiste  tutt'o- 
ra.  Egli  consiste  ru  una  cassa  antica  di 
marmo  de'  monti  veronesi  senza  oraa- 
mento  alcuno  (ed  ora  anche  senza  co- 
perchio), alta  al  di  fuori  centimetri  70, 
incavata  al  di  dentro  4^>(Jel la  grossezza 
nelle  pareti  di  i3  ,  larga  internamente 
66,  e  lunga  al  di  fuori  metri  2  e  centi- 
metri 26.  Al  di  dietro  vi  si  osserva  sca- 
vato  un  basso  capezzale  con  iucavamen* 
to  per  collocarvi  la  testa  d'una  sola  per- 
sona. Li  due  buchi  poi  (dicesi  fatti  per 
gli  opportuni  respiri  di  Giulietta,  onde  il 
meno  dell'  aria  non  avesse  potuto  soffo- 
carla, nel  tempo  che  doveva  restar  nella 
tomba),  uno  vicino  al  luogo  del  capo  nella 
parete  sinistra,  e  l'altro  nella  parete  vi- 
cina  a'piedi,  sì  vedono  fatti  a  traverso  la 
pietra  senza  diligenza  veruna  ,  e  quasi 
all'iufretta.  Il  Dalla  Cortescrive^che  que- 
sl'arca  (la  quale  adesso  è  già  posta  sotto 
la  tutela  municipale)  egli  la  vide  servire 
per  lavello  al  pozzo  delle  Franceschine, 
e  non  ha  molt'anni  che  tuttavia  si  adope- 
rava al  medesimo  uso.  Raccolta  in  que- 
sti termini,  soggiunge  il  cav.  Scolari ,  la 
dolentissima  istoria ,  confessa  di  avei' 
supplito, o,  per  dir  vero  ,  spiegato  alcuu 
poco  il  Dalla  Corte,  per  quello  appartie- 
ne allo  sviluppo  di  questa  vera  tragedia; 
prevalendosi  delle  circostanze  ragionevo- 
li che  trovò  negli  altri  due,  quasi  con- 
temporanei scrittori  ,  De  Porto  e  Baa- 
dello,  rigettando  i  soliloqui  di  Giulietta, 
che  s'incontrano  nelle  Novelle,  ed  altre 
particolarità  la  verosimili  e  vere  fantasie 


a46  VER 

esagerate,  proprie  de' novellieri,  sempre 
premurosi  del  meraviglioso.  Termina  la 
lettera  con  propugnare  il  discusso  argo- 
fnento,anchein  ordineal  riferitodalBian- 
rnlini,  nelle  sue  diligenti  memorie  sulle 
chiese  veronesi.  La    2.'  lettera   del   cav. 
3r.olari  è  scritta  da  Padova  il  i.°  gennaio 
1 826,  all'erudili^imo  e  illustre  ab.  For- 
tunato Federici  in  Padova,  e  versa  e- 
^ualmente  sulle   pietose  avventure    di 
Pioineo  e  Giulietta.  Dopo  aver  dichia- 
ralo che   le    opposizioni  e  le    persecu- 
zioni in  ogni  tempo  fecero   sempre  più 
risplendere   la  verità,   si  lagna  di  quel- 
li che  osarono  domandargli  dopo  5  secoli 
le  prove  legali,  negando  fede  al  gran  Maf- 
fei,  che  nel   Dalla  Corte  riconobbe  la 
cognizione  e  l'esame  accurato  delle  cro- 
nache patrie  (come  quello  che  scrisse  ai 
provveditori  di  Verona,  di  aver  compi- 
lato la  storia  per  giovare  i  suoi  concitta- 
dini, con  diligenza  avendo  frugato  nelle 
cronache  e  nelle  scritture  antiche,  ed  al 
quale  corrispondono  tanto  esattamente  i 
hioghi  della  Divina  Commedia),  e  dis- 
sero la  sua  I."  lettera  una  menzogna,  ed 
lino  sforzo  di  erudizione  ingegnosa. Egli 
però  scese  in  arena  colla  storia,  l'erudizio- 
ne e  la  logica  a  ribattere  gli  argomenti  de- 
gli oppositori,  fra'quali  l'ab.  Venturi  nel 
moderno  Compendio  della  Storia  di  /  >» 
rona,  e  s'accinse  a  confutare  uno  ad 
'uno  i  capi  d'accusa,  per  comprovare  la 
nioralecerlez^a della  verità  del  fatto, che 
il  Dandello  dichiarò   degno  d'esser  con- 
servato all'età  più  remote,  nella  sua  No 
velia,  intitolandola  al  gran   Fracastoro, 
mentre  il  Da  Porto  al  cardinal   Pietro 
Bembo   mandò   la  sua.  Né   ommise  ra- 
gionare sul  cognome  e  famiglia  Montec- 
chi,  ed  anco  de' Cappelletti.  Se  credonsi 
«'miserandi  casi  di  Francesca  da  Rimi- 
ni, di  Pia  de'Tolon)ei,d'lmeldaLamber- 
tazzi  (di  cui  racconta  il  doloroso  fatto), 
e  perchè  non  da  credere  a  quello  de'sven- 
turatiìsimi  au)auti   e   sposi  Giulietta  e 
Romeo?  E  ciò  mentre  si  alletta  di  voler 
■  tributare  sospiri  e  lagrime  di  compassio- 


V  ER 

uè  sulla  loro  tomba  !  Finisce  con  escla- 
mare:  L'arte  critica  arriva  al  massimo 
de'suoi  trionfi  allorquando  giunge  a  di- 
fendere la  giustizia  anche  al  di  là  del  se- 
polcro, ed  a  trarre  in   Incela  verità  an- 
che a  traverso  la  più  fitta  nebbia  o  delle 
passioni  umane  o  del  tempo.  A  me  non 
è  lecito  dir  di  più,  dovendo  pur  far  pa- 
role della  3."  lettera,  ed  anche  della  4'* 
ed  ultima. Scrisse  la  3."lettera  il  cav.  Sco- 
lari da  Belluno  a'i5  giugno  i83o, nuo- 
vamente all'encomiato  Gamba  a  Vene- 
zia. Con  essa  inlese  virilmente  a  risponde- 
re alla  lettera  stampata  nel  1829  in  Pa- 
dova dal  prof,  di  quell'università  il  dotto 
Giuseppe  Todeschini, e  nientemeno  chea 
22  capidi  opposizioni.  A  tutte  quante  l'au- 
tore risponde  concisamente  con  forza  di 
raziocinio  e  testimonianze storiche,ed  an- 
che con  nuovi  argomenti  e  meglio  svilup- 
pando i  precedenti,  a  difesa  di  sue  asser- 
zioni. Strinse  e  concluse  il  suo  direj  esser 
tempo  di  terminarla,  per  ammettere  la  ve- 
rità verissima  della  tragica  morte  di  Giu- 
lietta e  Piumeo,  e  desistere  dalla  pazzia 
di  pretendere   le  prove  legali.   Quindi 
sentenzia:  Chi  avesse  per  il  capo  (|uesta 
fantasia,  tralasci  subito  di  credere  a  tut- 
te   le    meraviglie  della  storia  greca  e  ro- 
mana. Basti  in  vece,  a  chi  usar  voglia  di 
umana  ragione,  la  forza  e  l'evidenza  delie 
prove  morali.  »  Queste  si  raccolgono 
tutte  nel  caso  di  Giulietta  e  Romeo.  Tale 
èia  mia  professione  di  fede...  e  tengo  fida- 
tamente, che  la  verità  delle  mie  proposi- 
zioni, senza  imbarazzo  di  sorte  alcuna, 
ha  resistito,  né  crollò  punto,  malgrado 
le  opposizioni  di  due  uomini  «lotti  e  ri- 
spettabili, quali  sono  in  fitti  l'ab.  Ven- 
turi e  il  prof  Todeschini  ".  Seguono  nel 
librochediede la  ristampa  di  questa  viva- 
ce lettera,  le  Poesie varie^UiXKe  sul  deplo- 
rato avvenimento;  essesono:  Del  viaggio 
malinconico  (al  sasso  funebre  di   Giu- 
lietta e  Uf)meo),  Poemetto  del  prof.  Ce-> 
sare  Arici  di  Brescia j  \  versi  1  o3  a  i  f^. 
Giulietta  e  lionieo  tragedia  inedita  di 
Mi'lule  Leoni  di  Parma j  la  scena  i* 


I 


VER 
dell'alio  2.°  e  una  parie  dell'alto  5."  Ter' 
ze  rime  del  prof.  Francesco  Villardi  di 
yeronaj  s'invitano  i  veronesi  ad  innal- 
zare a  Giidietta    un   monumento  degno 
della  sua  fama.  Giuliellae  Romeo  tra- 
gedia inedita  di  Angelica  Palli  di  Li- 
vorno ^  l'atto  5."  Del  Camposanto  di 
Brescia,  Poemetto  di  Cesare  Arici;  i  versi 
i  1 5  a  II  4o.  Fersi  di  Tommaso  Gar- 
gallo  a  Teresa  Albarelli  Fordoni ,  su 
la  sua  non  ancor  terminata  Novella  di 
Giulietta  e  Romeo.  Dell'Epistola  di  Pier 
Alessandro  Paravia  ad  Adelaide  Me- 
ncgìvni^nelle  sue  nozze  con  Jacopo  Cre- 
scinij  i  versi  63    a   i^6.  Il  PAlegrino 
dell'  Adige  in  Terra  Santa,  Poemetto 
di  Teresa  Albarelli   Vordoni  ;  o  rac- 
conto della  storia  degl'infelici  due  aman- 
ti, fatto  dal  padre  di    Giulietta  pellegri- 
nante inTerra Saula.  Ora,  sebbene  ilcav. 
Scolari  avesse  comincialo  e  terminatola 
sua  3.''  lettera,  con  ripetere  il  verso  Dan- 
tesco :  Piìt  non  rispondo,  e  questo  so  per 
prova  j  nondimeno  nella  Gazzetta  nfjl- 
ziale  di  Venezia  de' 2  7  novembre    1 85^ 
trovò  opportuno  di  pubblicare,  riprodot- 
ta a  parte  co' tipi  della  medesima,  la  sua 
Lettera  all'illustre  e  nobile  cav.  Fortu- 
nato Lanci  di  Ro ma j  come  a  rpiL'llocui 
si  deve  uno  de'  piìi  distinti  seggi  fra'cri- 
liei  e  sagaci  espositori  della  Divina  Com- 
media, cui  appunto    si  rivolse  per  T in- 
telligenza di  due  luoghi  del    poema  sa- 
gro ,  del    Signor  dell'  altissimo  canto, 
pregandolo  a  prender  notizia  della  cau- 
ia  che  II  riguarda,  e  dopo  fatta  piena  co- 
gnizione di  tutte  le  relative  scritture,  e- 
«teroargli  la  sua  riputala  sentenza.  Indi 
racconta,  che  Dalla  Corte,  principale  tra 
gli  storici  della  sempre  ammiranda  Vero- 
na, celebre  pure  per  la  pienissima  fede  da 
lui  riferita  alla  verità  e  sussistenza  ilei  fat- 
to, ed  a'  casi  tanto  famosi  di  Giulietta  e 
Romeo,  fu  da  lui    difeso   nel   mantene- 
te ia  verità  del  fatto,  in  che  ebbe  a  fau- 
tori  riputatissìmi    uomini    nazionali  ed 
esteri.    Ma   si    presentarono,    gli    pare, 
contraddittori  lermissiaiì,  i  rispeltabi- 


V  E  R  247 

li  ab.  Venturi  defunto  ed  il  prof.  To- 
deschini;  ma  non  per  questo  abbando- 
nò Dalla  Corte,  e  sé  stesso,  all'impe- 
to di  sì  valenti  avversari.  Farne  pro- 
va le  sue  3  lettere  critiche,  quali  si  tro- 
vano unite  insieme,  con  tutte  l'erudizioni 
spettanti  al  fatto  di  Giulietta  e  Romeo 
nell'edizionedel  d. 'Torri. Essersi  in  quel- 
le fermato  per  incidenza  sopra  i  due  luo* 
gbi  di  Dante  ».  4  del  canto  XI I  dell'/zi- 
ferno,  e  v.  1  06  del  canto  VI  del  Purgato- 
rio. Passato  un  4°  «J'  secolo  senza  ulte- 
riori contraddizioni  ,  e  dopo  avere  il 
francese  barone  di  Guénifey  nel  i836 
tradotto  le  sue  lettere  sulla  lagrimala 
morte  de'due  nobili  amanti,  accaduta  in 
Verona  a  tempo  del  signore  di  essa  Bar* 
tolomeo  dalla  Scala,  il  prof.  Todeschini 
a'  29  maggio  1837  aver  pensato  di  pub- 
blicare una  2."  lettera,  colla  quale  tornò 
in  campo  per  eliminare  ogni  nerbo  criti- 
co dalle  lettere  critiche,  e  mandar  quin- 
di tutti  i  casi  di  Giulietta  e  R.omeo  qìial 
fumo  in  aere  ed  in  acqua  la  schiuma. 
La  lettera  del  prof.  Todeschini  si  legge 
colla  sua  precedente  in  appendice  al  li- 
bro stampato  or  ora  dal  Le  Mounier, 
intitolato:  Lettere  storiche  di  Luigi  da 
Porto  dall'  anno  1^09  al  i528,  ri- 
dotte a  castigata  lezione  e  corredate 
di  note  per  cura  di  Bartolomeo  Bres* 
san,  aggiuntavi  la  novella  di  Giulietta  e 
Romeo  dello  stesso  autore,  e  due  lettere 
critiche  del  prof.  Giuseppe  Todeschini. 
Pertanto,  in  onta  alla  meuiorata  dichia- 
razione, intende  il  cav.  Seo'aii  porre  al 
sicuro  da  capo  le  sussistenze  della  tesi  da 
lui  coslatiteraente  mant-euuta  nelle  sue  3 
lettere,  non  solo  colla  forza  degl'incrol- 
labili argfjmenti  addotti  e  difesi  per  ben 
due  volle,  né  mai  distrutti,  e  con  pregare 
ilch.Cftv.  Lanci  a  decidere,  se  non  siano, 
qiidl  egli  le  reputa,  del  tutto  giuste  ededi- 
caci a  ripulsare  il  nuovo  attacco  le  bre- 
vissime osservazioni  che  sulle  stesse  pa- 
iole dell'ilhislre  editore  del  Todeschini 
sig.'  Bressan,assoggetta  alla  sua  rettitudi- 
ne. Riconosce,  che  l'amicizia  del  valcuta 


248  VER 

editore  versoi!  rispellabile  opponénte  po- 
tè mostrarsi  inclinata  ad  accordargli  Iti 
palma  ;  ma  protesta,  che  prima  di  pro- 
clamare ^ev  confutale  le  sue  3  lettere,  la 
giustizia  e  la  critica  lo  avrebbero  potuto 
consigliare  invece  a  più  ponderata  senten- 
za. E  benché  noi  tenga  necessario,  dichia  • 
lavasi  pronto  a  discutere  e  chiarire  con 
una  5/  lettera  voluminosa  ,  l'argomen- 
tazione recata  in  campo  dal  prof.  Tode- 
schini,  ogni  qual  volta  il  Le  Mounier, 

0  altro  tipografo,  sia  pronto  a  pubblicar- 
la, con  tutti  i  documenti  relativi,  e  come 
conviene  alla  conipìuta  istruzione  di  qiie 
sto  critico  e  letterario  processo.  »  INel 
quale,  scrive  il  cav.  Scolali,  se  il  valo- 
roso mio  oppositore  si  couìpiace  cuns- 
batlere  la  verità  de'  casi  dì  Giulietta  e 
Bomeo  per  ciò  solo,  che  dalla  storia  u- 
niana  possa  esser  tolto  il  laccontu  di  una 
disgrazia  di  più;  io  spero  di  servir  meglio 
ul^a  causa  della  verità,  mantenendo  i  cn- 

1  atteri  della  certezza  ad  un  fatto,  che  da  5 
secoli  ha  legato  a'casi  de'due  infelicissimi 
amanti  il  sentimento  e  l'alletto  de'  poste- 
ri, e  schiuse  alla  poesia,  all'eloquenza  ed 
all'arti  belle  campo  estesissimo  a  luminosi 
trionfi".  Passiamo  ad  altro.  —  Il  territo- 
rio veronese,  nelle  cose  notabili,  fu  pure 
egregiamente  descritto  dal  Mafi'ei.  Lo  dice 
esleso  in  lunghezza  yo  miglia  e  non  me- 
no di  40  in  larghezza,  distinguendosi  la 
popolazione  a  suo  tempo  in  820  comu- 
nità. Ha  in  se  due  insigni  fortezze,  Le- 
gnago  suir  Adige,  e  Peschiera  alla  fo- 
ce del  lago  di  Garda  da  cui  procede  il 
Mincio.  Avendo  parlato  dell'  ultima,  di- 
rò della  prima  Legnago  alcune  parole. 
Lemniacwn  o  Leoniaciun  è  8  leghe  di- 
stante da  Verona  nella  parte  della  pia- 
nura verso  il  mezzodì,  porzione  della 
quale  è  separata  dalla  città  di  cui  fa  par- 
te, per  mezzo  dell'  Adige,  sulla  sponda  si- 
nistra del  quale  è  situata,  e  che  vi  si  va- 
lica sopra  un  ponte  di  legno,  denomina- 
la da  quel  lato  anche  Porlo- Legnago.  E 
Legnago  cinta  di  forti  mura,  di  alti  ba- 
luardi, di  duppii  fifinchi,  di  fosse,  di  con- 


VER 
tramine,  ed  ogni  altra  sorte  di  ripari  ot- 
timamente intesi  e  fabbricali  :  ricorda 
col  suo  aspetto  la  sua  antichità.  L'origi- 
ne si  fa  risalire  a'tempi  di  Papirio  Car- 
bone,diLutazioCatuloedel  famoso  Caio 
Mario,  allorquando  colle  loro  prodi  mili- 
zie si  portarono  a  combattere  i  teutonici, 
i  cimbri,!  rugii  e  gli  altri  barbari  che  per 
le  Alpi  Retiche  e  Giulie  ave  ano  comin- 
ciato a  discendere  in  Italia,  e  si  fecero  a 
costruire  in  quelle  deliziose  regioni  dei 
gagliardi  castelli.  Di  sua  strategica  posi- 
zione e  vetusta  celebrità  se  ne  ha  testi- 
monianza nella  guerra  civile  di  Vitellio 
e  di  Vespasiano  ,  perchè  ne'  primi  moti 
consultando  in  Padova  ,  Primo  e  Vero 
ed  altri  vespasiani  dove  fosse  da  far  piaz- 
za d'armi,  fu  stabilito  di  farla  io  Leo- 
niaciim,  sulla  destra  riva  dell'Adige,  sia 
perchè  le  sue  campagne  come  piane  e 
aperte,  erano  opportunissime  alla  caval- 
leria, sia  pel  passo  del  fiume  e  per  la  co- 
municazione che  apriva  lungo  le  linee 
del  Po,  del  Mantovano  e  della  Lombar- 
dia, un  luogo  si  riputava  di  somma  si- 
curezza e  militare  importanza.  Pati  ro- 
vine la  piazza  nell'invasioni  de' goti,  dei 
vandali,  de'Iongobardi  e  dell'altre  barba- 
riche orde  che  pel  Tirolo  si  avviavano 
in  Italia.  Rodolfo  II  re  della  Borgogna 
Transjurana  nel  924,  e  l'imperatore  Fe- 
derico 1  nel  secolo  XII  la  ridussero  in 
cenere;  ma  più  volte  smantellata,  per 
opera  de'veronesi  tornò  sempre  a  risor- 
gere. Però  non  cessò  di  es[)eriinentare  le 
sorli  comuni  colle  altre  fortezze  e  città 
italiane,  e  di  andar  soggetta  specialmente 
nella  lunga,  terribile  e  desolatrice  lotta 
de'  guelfi  e  ghibellini  a  molti  politici  ri- 
volgimenti, costretta  a  piegare  il  collo  a 
vari  stranieri  dominatori  ed  a'  tiranni. 
Passata  in  dominio  della  repubblica  di 
Venezia,  conosciutasi  in  seguito  da  que- 
sta l'inferiorità  dell'antico  sistema  di  for- 
tificazioni, a  fronte  del  nuovo  metodo  di 
espugnazione  tanto  superiore  ali  antico, 
nella  sua  solei  te  previdenza  non  indugiò  a 
forlificiire  anco  Legnago  gagliardemea- 


M 


VER 
f«,  roll' opera  e  il  genio  di  Sanmichieli 
dal  i535  al  154*2.  Questi,  olire  la  for- 
Ie7ta,  v'innalzò  due  bellissime  porle.  1 
francesi  dopo  3  giorni  d'investimento  la 
presero  per  la  piiina  volta  a'  i3  set- 
tembre 1796.  (jiiiiuli  la  restaurarono, 
ed  altrettanto  fecero  gli  austriaci  con  di- 
verse opere  formidabili,  che  vado  a  de- 
scrivere. La  fortezza  si  presenta  a  gui- 
sa (li  un  esagono  posto  mezzo  di  qua 
e  mezzo  di  là  dai  fiume  avente  in  quel 
sito  le  ripe  arginate  e  profonde.'  Porto- 
Legnago,  situato  comedissi  sulla  sinistra, 
ha  due  tanaglie  e  due  mezze  lune  con 
cortinealqiianlo  brevi, raa  bellissime,  che 
per  la  loro  costruzione  res'an  sempre  in- 
lolle contro  i  colpi  a  rimbalzo.  I  suoi  ba- 
stioni poi  sono  assai  robusti,  solidi  e  dì 
buon  materiale;  i  lati,  i  merli,  le  torri  e 
tolti  gli  altri  propugnacoli  che  guernisco- 
no  il  corpo  di  questa  piazza  sono  anch'es- 
si tuagnilìci  e  stupendi  lavori.  Essa  tie- 
ne i  suoi  ripari  quasi  tutti  terrapienali; 
ed  incetti, o  sia  stanze  per  le  guardie, sa- 
racinesche e  altre  difese  si  vedono  con 
julee  nobiltà  somma  innalza te.Non  man- 
ca a  questa  cittadella  i\ue  piccoli  fortini 
staccati  quadrilateri,  ed  un  ridotto  di  si- 
curezza che  comunica  sotterraneamente 
colla  piazza,  armato  di  feritoie,  coperto  a 
prova  di  bombe  e  inleramente  nascosto 
al  nemico  da' terrapieni  delle  faccie  del- 
le opere  unitamente  a  un  rango  di  pa- 
lizzate raddoppiate.  E  tulle  queste,  ed  al- 
tre simili  addizioni,  e  tutti  que'forti  e  for- 
midabili lavori,  e  vari  altri  grandi  e  mol- 
teplici restauri,  furono  fatti  dopo  il  1 8  1  5 
nella  dominazione  austriaca.  Il  territorio 
veronese  è  mirabilmente  vario  nell'aspet- 
to de'paesi  e  nella  qualità  de'terreui,  per- 
chè contiene  montagne,  colli,  valli,  pia- 
ni alti  ,  sassosi  e  seminati  di  collinette, 
pianure  basse  ampissime  e  di  buon  fon- 
do, lago,  fiume  reale,' fiumioelli  non  po- 
chi, sorgenti  molle,  e  gran  tratto  paludo- 
so. Miniere  non  ci  si  hanno  scoperte,  ben- 
ché ne'monti  de'Lissini  indizi  di  minie- 
re d^oio  siansi  osservali  più  volle.  Presso 


VER  249 

Rovere  di  Velo  si  traeva  sai  di  miniera. 
Nelle  montagne  che  separano  il  Verone- 
se dal  Tu-olo,  trovansi  minieredi  carbon 
fossile.  Vi  sono  terre  da  colori,  e  per  tut- 
ta Emopa  i  pittori  si  servono  delia  terra 
veronese,  ch'è  un  verde.  Molti  sassi  nel- 
la campagna  grande  contengono  parti- 
celle di  rame  e  striscette  metalliche.  La 
natura  però  se  in  metalli  fu  avara  al  pae- 
se, mollo  prodiga  è  di  marmi  e  di  pietre 
da  opera.  Il  più  scelto  e  ben  carico  gial- 
lo di  Torri,  non  pare  inferiore  al  giallo 
antico.  Il  mischio  di  Brentonico  è  vago, 
rarone'coloii,  bizzarro  negli  accidenti.  E 
pur  stimabile  il  rosso  di  s.  Ambrogio,  su- 
perato però  di  molto  da'tnarmi  di  varie 
macchie  che  ne'monti  della  Chiesa  nuo- 
va, nelle  parti  di  Velo,  di  Lugo  e  in  più 
altri  luoghi  potrebbero  scavarsi, d'alquan- 
ti de'  quali  sarebbero  le  cave  perpetue. 
Ci  sono  mischi  vaghissimi,  a  Velo  un  ne- 
ro con  istrisce  bianche;  un  rosso  vivo  eoa 
macchie  rare  e  grandi,  pezzati  graziosa- 
mente da  più  colori,  che  ricevono  lucido 
pulimento:  ma  tra  gli  altri  di  mirabile 
bellezza  è  l'occhio  di  pernice,  che  trova- 
si ne'monti  di  Lugo,  di  colore  per  lo  più 
bigio,  composto  di  minuti  rigiramenti,so- 
miglianti  talvolta  a  occhi  d'uccelli.  Poco 
lungi  dal  distretto  di  Verona,  su  quello 
di  Roveredo,  è  il  marmo  di  Vallarsa,  che 
dee  computarsi  tra  lebreccie,  ed  ha  pez- 
zi trasparenti  come  agata.  Pietre  da  ope- 
ra si  hanno  in  molli  luoghi,  e  di  qualità 
diverse,  le  migliori  assai  lodate  dallo  Sca* 
mozzi.  Di  tufo  o  pietra  tenera  si  è  taglia- 
lo multe  volte  gran  copia  fin  dentro  la 
città.  Mollo  frequenti  nelle  parti  monta- 
ne s'incontrano  gì'  impielrinienli  ed  i  te- 
stacei marini;  alle  volle  i  pesci  appaiono 
quasi  interi.  Inoltre  il  Veronese  sommi- 
nistra pietre  focaie,  terra  da  vasaio  e  da 
tegole,  e  del  gesso  di  perfetta  qualità.  De' 
semplici  (li  Monte  Riddo  già  parlai.  An- 
cor più  che  d'erbe,  fu  già  ricchissimo  d'al- 
beri il  Veronese:  Malfei  deplora  la  cessa- 
ta industria  di  legnami  da  costruzione, 
per  la  smania  di  coltivar  pure  i  monti  e 


>5a  VER 

i  siti  bosctiivi.  Abbondanti  sono  i  frulli 
e  i  giani,  così  il  giantuico;  le  vili,  i  gel- 
si ,  gli  ulivi.  Singola  pailicolaiità  delle 
montagne  veronesi  è  l'avanzo  di  lingua 
cimbrica^  che  in  tratto  di  esse  conserva- 
si; partecipa  del  tedesco,  benché  alquan- 
to diverso  dal  più  comune.  In  alcuni  luo- 
ghi  si  trovarono  lapide  rumane  figurate 
e  scritte;  vi  sono  diverse  chiese  antiche 
con  velaste  pilline,  e  in  alcune  con  ss.  Im- 
magini miracolose,  descritte  neiry^//a/?/e 
Mariano.  Curiosità  naturali  esistono  in 
parecchi  sili. Sul  lago  Benaco ossia  diGar- 
da son  pili  tratti  di  paese  coperti  tulli  di 
giardini  con  infinità  d'agrumi,  e  con  o- 
gni  sorte  di  frulli  e  di  fiori.  1  deliziosi 
luoghi  e  le  vedute  amene,  non  invidiano 
alle  più  celebrale.  Dal  fondo  del  lago 
sorge  un'accpia  sulfurea;  ad  8  miglia  dal- 
hi  cillà  vi  è  un*  acqua  termale  di  molta 
^irlù,e  in  altri  tempi  dimollo  grido,  che 
diede  alla  prossima  terra  il  nome  di  Cal- 
diero.  Se  ne  fa  uso  in  bevanda,  col  ba- 
gno e  col  f  uigo,  con  sovente  felici  elTetti, 
essendo  marziale  e  consolidante;  e  di  chi 
ne  scrisse  feci  menzione.  Non  manca  il 
Veronese  di  belle  ville,  però  sparse  fia 
loro  e  lontane,  alcune  nnllameuo  assai 
distinte  per  nobiltà  di  fabbriche,  per  am- 
piezza di  reLÌi)li,  per  acque,  e  per  deliziosi 
annessi  signorili,cziandiu  abbelliti  da  scul- 
ture e  pitture,  come  negli  lllasi  ed  altro- 
ve. I  suburbani  poi  sono  deliziosissimi,  a 
nulla  dire  della  non  lontana  V'al[>uricel- 
Ja  dove  Slilla  ne.Unrc  eguale  a  quel  di 
Giove.  La  città  e  il  territorio  d'ogni  co- 
sa necessaria  al  vivere  abbonda,  e  d'o- 
gni genere  di  delizia  non  meno,  pe'  ter- 
reni fertilie  pingui, conogni  specie  dibia- 
de e  riso  della  miglior  qualità.  Bestiami 
e  carni  a  sullicienza,  olirei  polli  e  l'iiccel- 
bime,  ogni  specie  di  selvaggina.  L'olio  è 
d'ottima  qualità.  I  frutti  sono  copiosi, 
vari  e  squisiti,  famose  le  persiciie,  cosj  i 
fichi, i  meloni,  persino  i  tartufi,  gli  erbag- 
gi, le  delicate  uve,  poiché  parlicolar  dole 
del  paese  è  la  varietà  e  prcziosiià  dc'vi- 
nij partecipando  il  !>anlo  del  luckui^  laou- 


VER 

de  sono  ricercali  pure  da  lontane  parti. 
L'uva  retica  fu  lodala  da  Catone,  ma  bia- 
simata da  Catullo.  Virgilio  ne  ricordò  le 
viti,  ed  Augusto  si  compiaceva  del  suo  vi- 
no. Celebrato  da  Strabone,  Plinio  disse  i 
vini  retici  posposti  solamente  a'falerni  da 
Virgilio:  a  Roma  chiama  vasi  pafifitce^z  ve- 
ronese. Famoso  a  tentpo  de'goti  fu  il  vi- 
no acinatico,  corrispondenleal  vino  det- 
to santo.  Niente  meno  è  ricca  Verona  di 
pesci  ottimi  e  di  varie  specie,  sommini- 
strandone eccellenti  il  lago  ed  i  fiumi. 
Lesso  nella  Cronaca  di  Milano  de  i5 

OD 

maggio 1 856,  che  il  municipio  era  dispo- 
sto a  concorrere  alla  grande  impresa  del 
prosciugamento  delle  sue  paludi,  ora  det- 
te Valli  Veronesi,  occorrendo  pel  compi- 
mento di  tale  utilissimo  lavoro  di  boni- 
ficazione agricola  due  milioni  e  mezzo  ; 
e  che  l'accademia  agraria  avea  conferito 
il  premio  della  medaglia  d'oro  al  d.'  Giu- 
seppe Ganz,  per  la  benemerenza  acqui* 
statasi  verso  l'arte  medica  mediante  la 
pubblicazione  della  sua  memoria:  Profi- 
lassi e  cura  de' sintomi  prodromici  del 
f/jo/tTrt,  poiché,  come  notai  più  sopra,  la 
cillà  ripetutamente  ne  fu  colpita.  Il  Maf- 
fei  parlando  del  commercio  di  Verona, 
che  rende  prospera  una  città  o  uno  sta- 
lo, come  l'economia  rende  felice  una  fa- 
miglia, dice  che  nel  lanificio  avanzò  già 
tutte  le  altre,  e  derivò  da  esso  la  sua  ric- 
chezza, di  che  si  ha  testimonio  sin  dal  X 
secolo.  Nel  lempodegli  Scaligeri  fiori  sin- 
golarmente tale  lavoro,  onde  più  leggi 
statutarie  furono  pubblicate,  con  proibi- 
zione severe  per  l'estrazione  di  lana  di 
qualunque  quantità,  essendosi  conosciu- 
to benefico  al  paese  non  venderla,  ma  la* 
vorarla.  Si  fabbricavano  3  sorte  di  p.in- 
ni,  e  meritò  nel  secolo  XV  d'essercele- 
brala  da  più  scrittori.  Questa  manifat- 
tura cominciò  a  scemare  e  lini  col  cessa- 
re, per  essersi  ridotti  a  coltura  i  pascoli 
e  per  essersi  invaghila  l'Italia  de'delica- 
ti  panni  siranieri.  Poscia  alquanlosi  rieb- 
be l'industria,  lucendosene  pure  esfjorta- 
zioue  sì  di  panni  lodati  e  sì  d'uu  r  oo,ooo 


VER 

paia  di  calze.  Alloixliè  nuovamente  cle- 
c;i(Ide  il  lavorio  della  lana,  «  veronesi  si 
a|)pIicarono  alle  manifatluie  di  sela  eoa 
t(inti)  finito, die  la  gran  quantità  di  lan- 
{o  prezioso  prodotto  divenne  il  principa- 
le ramo  d'industria,  arrivando  l'esporta- 
zione a  circa  700,000  ducati,  anco  per 
coltivarsi  con  moltissima  cura  i  gelsi,  fa- 
voriti dalla  qualità  del  terreno  dell'am- 
pio territorio.  Ora  pure  le  risaie  ed  i  ba- 
chi da  seta  formano  la  principale  sorgen- 
te di  ricchezze  e  del  commercio  di  que- 
llo paest;  ma  i  filatoi  furono  trascurati, 
l'cr  la  situazione  Verona  tradica  con  gran 
parte  d'Italia  e  di  Gei  niaiiia,  Dolzano  es- 
j-endone  il  contro  e  Verona  la  scala,  pel 
beneficio  del  faune  venendo  ad  essere  uo 
pollo  di  mare  in  terra.  Dice  d.   Scldor, 
Verona  per  la  sua    posizione  è  quasi  la 
cliiiive  d'entrata  d'Aleinagna  in  Italia.  Il 
iiansitu  dunque  è  per  Verona  uno  de' 
principali  fonti  di   ricchezza.  Ddlla   fre- 
quenza del  [)a$saggioedairoberlàde'pro- 
ilolli.  Verona  in  altri  tempi  fu  piazza  di 
cambio  non  meno  de*[)rincipali  emporii, 
onde  numerosi  erano  i  mercanti  con  pro- 
prio tribunale  e  magistrali,  lenendo  nel 
i  200  guardieepresiilio  nella  torre  di  Ro- 
vigo. La  fiera  franca,  che  si  faceva  a  s. 
Zeno,  contribuiva  grandemente  al  fiorir 
del  commercio:  dopo  la  peste  deli63o, 
per  ripopolare  e  far  rifiorire  la  città,  fu- 
ronosubilo  istituite  4  fiereannue  dicam- 
bio, e  poi  se  ne  fecero  2  di  merci  con  mez- 
za esenzione,  in  maggio  e  in  novembre. 
Grande  e  importante  è  il  commercio  del 
legname^  anche  per  la  facilità  di  segarlo 
a  forza  d'acqua.  Vi  si  lavora  ancora  quan- 
tità di  rame  per  1'  esportazione.  AlalFei 
propone  vari  mezzi  pel  florido  commer- 
cio, e  ricorda  1'  antico  co'  versi  diretti  a 
Marlin  della  Scala  da  un  anonimo  tosca- 
no: Fanne  a  Fcrona,  cillà  ricca  e  no- 
hile^  -  Donna  e  Reina  chlle  terre  Jlali- 
clie.  Trova  usi  a  Verona  fabbriche  di  te- 
le, cotonine,  concie  di  pelli,  e  queste  in 
ringoiar  modo  fiorenti,  due  vetraie,  pres- 
so che  100  fabbriche  di  tegole,  ed  alcuni 


VER  25i 

imbiancatori  di  cera,  fabbricanti  di  lana, 
imbiancatori  di  cotone,  aflineria  di  zuc* 
cheri,  f.ibbriche  di  sapone  e  profumerie. 
Da  parecchi  anni  s'introdusse  la  macina- 
zione del  r«vcoi//Hii,  comunemente  det- 
to rosolo,  ossia  erba  somacco,  che  cre- 
sce abbondantemente  ne'inonli,ed  è  uà 
eccellente  surrogato  alla  valonea,  per  le 
concie  delle  pelli.  —  La  provincia  di  Ve- 
rona dividesi  ne'  1  3  distretti  di  Badia  Ca- 
lavena,  Bardolino,  S.  Donifacio,  Caprino, 
Culogna,  Illasi,  Isola  della  Scala,  Legna- 
go,  Sanguinetto,  S.  Fielro  Incariano,  Ve- 
rona, Villafranca,  Zevio,  colla  città  del 
suo  nome  per  capoluogo.  In  complesso 
conta  da  3  1  0,000  abitanti.  Ne'vol.  X.CI, 
p.  437»  xeni,  p.  57,  parlai  delle  Stra- 
de ferrate  del  regno  Londjardo- Veneto, 
cominciate  nel  1837,  e  de'suoi  progressi, 
dicentlo  che  quelle  del   territorio  veneto 
in  principio  si  divis«?io  in  i  i  sezioni,  co- 
minciando da  Venezia,  la  5."  stabilendosi 
da  Lobb'.i  a  Roveggia  presso  Verona,  e 
la  G.'da  Pioveggia  alifi  sponda  sinistra  del 
Mincio, ed  eziandio  dissi  parole  della  fer- 
rovia di  Verona.  Ne)  1840  si  cominciò  la 
ferrovia,  che  partendo  da   Milano,  per 
Verona,  Vicenza  e  Padova  terminasse  a 
Venezia;  ed  a'4  maggio  1 846  si  eseguì  la 
I,'  prova  sull'intero  tratto  di  strada  che 
da  Venezia  guida  a  Vicenza.  Trovo  nel 
Giornale  di  Roma  del  (849,  riprodotto 
c|uello  di  Verona,  che  dice.  A'2  luglio  il 
nuovo  tronco  dell'i,  r.  straila  ferrata  Fer- 
dinandea  tra  Vicenza  e  Verona  fusoleu- 
nementeinauguraloilall'oltimo  degli  au- 
spicii,  la  Ueligione.  La  santità  della  festa 
ebbe  lustro  e  decoro,  non  che  da  molti- 
tudine grande  di  popolo,  dall'eminente 
e  autorevole  carattere  de'perspnaggi  che 
vi  assistevano.  Poiché  v'intervennero  l'uf- 
ficialità superiore  dell'i,  r.  comando  ge- 
nerale del  regno  Lombardo- Veneto,  del 
2.°  corpo  d'arujata  di  riserva,  de'due  co- 
mandi di  città  così  di  Vicenza  comedi 
Padova,  il  vescovo  della  i  /,  il  rettore  ma- 
gnifico e  4  professori  ,  uno  per  facoltà, 
dell'  uuivcrsità  padovana,  vari  membri 


a5a  VER 

(Jeli'islitulo  veneto  di  scienze,  lettele  ed 
arti,  molli  aulici  consiglieri  col  presiden- 
te del  supremo  senato  Lombar«lo- Vene- 
to. Un  eloquente  discorso  del  venerando 
vescovo  di  Verona  mg/  Mutli,  iniziava 
la  pia  ceremonia.  «  Fennelleggiate  con 
traili  maestri  le  meraviglie  dell'universo, 
disse,  l'opera  più  portentosa  che  usciva 
dalle  mani  dell'onnipotente  esser  l'uomo. 
Toccando  allora  per  sommi  capi  le  più 
stupende  invenzioni  e  scoperte  dello  spiri- 
to umano  ,  scese  upportunamenle  a   ra- 
gionare di  quella  the,  in>prigionando  e 
reggendo  come  forza  motrice  il  più  im- 
mansueto ed  indocile  degli  elementi,  va- 
le a  superare  con  incredibile  celerilà  le 
disianze  dello  spazio  e  del  tempo,  eolie,  a 
•      materiale  efletto  della  inventiva  dell'uo- 
mo, rivaleggia,  per  così  dire,  colla  rapi- 
ilità  del  pensiero,  emanazione  di  Dio.  La- 
nientanoalcijnì,  soggiunse,  ilnovello  tro- 
vato, per  ciò  the  agevolando  fuor  di  mi- 
sura le  comunicazioni  de'popoli,  ne  faci- 
lita anche  il  contagio  de'vizi,  e  lo  rende 
infausta  cagione  di  pervertimento  mora- 
le. Ma  dall'abuso  non  si  dee  argomentar 
contro  l'uso.  La  letteratura,  lescienze,  le 
arti,  i  commerci,  tulli  insomma  i  più  ga- 
gliardi sostegni  ed  impulsi  del  civile  con- 
sorzio, ricevono  incremento  di  vita  e  di 
btlività  dall'applicazione  della  nuova  sco- 
perta, la  cui  mercè  in  un  momento,  e  qua- 
i>i  allo  stesso  ragguaglio,  i  popoli  inciviliti 
del  mondo  si  avvantaggiano  di  ciò  che 
rende  più  comode  e  agiate  le  condizioni 
dell'esser  loro,  e  più  tenaci  stringendone 
i  vincoli,  vie  maggiormente  accomunali 
nel  santo  nodo  dell'amore  e  della  fratel- 
Janza.  Ma  pur  troppo  a  sfiorar  le  dolcez- 
ze, che  sarebbero  il  frutto  dell'universa- 
le loro  concordia,  vi  solila  talvolta  peren- 
tro  d  pestifero  alilo  dell'anarchia.  £  qui 
con  lancio  d'inspirazione  sublime  e  con 
parole  di  veemenlissimo  alfetlo,  1'  augu- 
sto presule  raccomandava  la  vigilanza  ne' 
governanti,  acciò  non  si  valgano  impune- 
tncnle  i  malvagi  de'novelli  veicoli  a  tra- 
svolar  sullo  spazio,  inlruducvudo  fta'pa 


VER 

cifici popoli  il  licvitodelle  civili  discordie, 
ed  inculcava  conunosso  agli  astanti,  che 
solo  mezzo  a  sventare  i  conati  de'trisli  e 
a  mantenere  fra' popoli  la  carità  fratel- 
levole  è  il  sentimento  e  la  pratica   della 
Religione".  Da  molti  e  molti  dell'eletto 
uditorio  proruppe  un  sospiro  d'ammira- 
zione entusiastica;  il  più  verace  tributo 
d'encomio  che  ivi  offrirsi  potesse  alla  già 
rinomata  facondia  del  pio  diocesano  pa- 
store. Alcune  orazioni  secondo  il  rito  pre- 
corsero alla  benedizione  formale  della  lo- 
romoliva,  che, seco  trainando  i  carri,  mes- 
sa a  ghirlande,  venia  lenta  lenta  accostan- 
dosi a  pie  dell'altare.  Compila  la  ceremo- 
nia, passarono  i  convitati  in  amplissimo 
luogo,  che  di  grezzo  deposilo  delle  mer- 
ci fu  convertilo,  a  così  dir  per  incanto, 
in  magnifica  sala  addobbata  con  molta 
eleganza,  dove  sedevano  a  delizioso  rin- 
fresco 5oo  persone.  11  tenente  marescial- 
lo Gherardi  innalzò  un  brindisi  alla  sa- 
lute dell'imperatore  e  re  Francesco  Giu- 
seppe l,acMÌ  fecero  tutti  eco,  ed  una  mu- 
sica banda  rallegrava  di  melodie  soavis- 
sime l'adunanza.  Seguì  poi  una  refezio- 
ne per  tulli  i  militari  di  servizio  alla  fe- 
sta, che  ripelulamente  diedero  in  frago- 
rosi evviva  all'amato  monarca  e  al  graji 
maresciallo  Radelzky.  Furono  somma- 
mente lodati  il  cav.  Negrelli  e  l'impren- 
ditore Talachini ,  che  gareggiarono  per 
la  più  rapida  esecuzione  dell'impresa.  A' 
3o  novembrei852  ebbe  poi  luogo  la  so- 
lenne ceren)onia  di  porre  l'ultima  pietra 
al  nuovo  magnifico ponlesull'Adige,  por- 
tante il  nome  dell'imperatore  Francesco 
Giuseppe  I,  cominciato  ne'  primordi  del 
suo  impero,  per  congiungere  la  strada  fer- 
rata del  Veneto  con  quella  della   Lom- 
bardia, a  destra  e  sinistra  del  fiume:  do- 
po essere  slati  costruiti  i  6  archi  laterali, 
eransi  compili  i  lavori  t\e'5  archi  princi- 
pali del  gran  ponte,  opera  grande  per  la 
mole  de'marmi  e  per  la  precisione  delle 
forme.  Si  procedeva  alacremente  a' ma 
nnl'alli  di  grave  diiricoltà  sulla  strada  da 
Veruna  a  Brescia^  alla  colossale  trincea  e 


VER 
tunnel  di  s.  Giorgio  in  Salice;  alle  onilu- 
lazioni  presso  Cavalcaselle;  al  gran  ponte 
sul  Mincio  presso  Peschiera;  alle  gigante* 
sche  dighe  fra  Peschiera  e  Desenzano  in 
vicinanza  al  lago  di  Garda;  al  gran  via- 
dotto fra  Desenzano  e  Lonato;  alla  gnj- 
leria  di  Lonato  e  contigue  trincee;  al  gran 
ponte  sul  fiume  Chiese,  il  cui  grand'ar- 
co  principale  è  largo  3o  metri,  per  com- 
piersi nel  1 853, già  progettandosi  l'attua- 
zione del  tronco  ferroviario  da  Verona  a 
Bolzano,  per  porsi  ad  effetto  nel  dicem- 
bre. La  ferrovia  per  Milano  faceva  pro- 
gressi,cominciandosi  a  porrete  rotaie  da 
Verona  in  là.  Queste  notizie  le  ricavo  dal 
Foglio  di  Verona^  riprodotte  dal  Gior- 
naie  di  Roma  de]  i852,  il  cui  numero  298 
conlieneun  importante  articolosuilepub- 
bliche  costruzioni,  anche  di  vie  ferrale, 
del  regno  Lombardo-Veneto,  della  Gaz- 
zetta di  Fenczia.  Si  dice  in  esso,  the  nella 
via  ferrata  da  Verona  a  Venezia ,  nello 
sbarcatoio  di  Verona  erasi  costruito  un 
canale  sotterraneo  a  volta,  parte  per  da- 
re sfogo  all'acqua  piovana,  principalmen- 
te poi  per  reltiflciue  alcune  acque  irri- 
ganti che  intersecano  la  base  dello  sbar- 
catoio e  per  altri  scopi  dell'esercizio,  e  lo 
stesso  canale  fu  messo  in  comunicazione 
co'rispettivi  canali  dianzi  costruiti.  Oltre 
altri  utili  lavori  e  comodità,  fuori  dell'a- 
rea dello  sbarcatoio,  coll'erario  militare 
fu  messo  all'  ordme  un  opportunissimo 
stabilimento  di  nuoto  e  bagni,  alimenta- 
lo dalle  suddette  acque  d'irrigazione.  Per 
la  ferrovìa  da  Verona  a  Mantova,  dalla 
sua  apertura  non  fu  necessaria  alcuna 
nuova  costruzione;  soltanto  si  deplorava 
l'incendio  dell'edifìziod'iusinuazione  fuo- 
ri di  Porla  Nuova  di  Verona  costruito  in 
legno  per  riguardi  di  fortificazione.  Nella 
ferrovia  da  Verona  a  Brescia  e  Coccaglio 
le  costruzioni  eransi  compite  nella  mag- 
gior lunghezza.  A' 16  dicembre  ebbe  luo- 
go nella  stazione  principale  della  strada 
ferrata  a  Porla  Vescovo  la  solenne  con- 
segna della  sezione  per  1'  esercizio  delle 
ferrovie  Lombardo-Venete.  A'ioollobrt 


VER  253 

i853,  riferisce  il  Foglio  di  Ferona,  al- 
le ore  IO  antimeridian«,ebbc  luogo  col 
miglior  successo  la  1/  corsa  d'ispezione 
sul  tronco  di  ferrovia  da  Verona  a  Pe- 
schiera fino  oltre  il  gran  ponte  sul  Min- 
cio. Dopo  l'esame  de'  lavori  di   presidio 
nella  gigantesca  trincea  di  s.  Giorgio  in 
Salice,  della  galleria  che  si  trova  nel  mez- 
zodella  medesima, de'fabbricali  nella  sta- 
zione di  Peschiera,  e  del  gran  ponte  sul 
Mincio,  il  convoglio  d'ispezione,  salutalo 
dalle  popolazioni  accorse  sul  suo  passag- 
gio, ritornava  a  Verona  verso  Icore  due 
pomeridiane,  la  corsa  essendosi  effettuata 
con  tutta  precisione  e  sicurezza.  Per  non 
dir  altro,  nel  corrente  iSSg  procedevano 
alacremente  le  opere  delle  ferrovie  Lom- 
bai  do-Venele  per  la  congiunzione  de'due 
tronchi  di  linea  sardo-lombardi.  L'aper- 
tura della  linea  da  Verona  a  Trento  al 
servizio  pubblico  si  fece  effettivamente, 
com'era  stato  stabilito,  a'iS  marzo.  In  3 
ore  e  mezzo  circa  il  tratto  di  strada  è 
percorso,  toccando  gl'importanti  paesi  di 
Ala  e  Rovereto.  Si  appianarono  le  diffi- 
coltà frapposte  dalla  direzione  dell'eser- 
cizio delle  strade  ferrale  Lombardo-Ve- 
nete e  dell'Italia  centrale  all'apertura  del 
tronco  ferroviario  Trento-Bolzano,  e  il 
direttore  generale  in  Verona    ricevette 
quindi  l'ordine  d'ultimare  colla  massima 
possibile  sollecitudine   i   lavori    ancora 
mancanti,  onde  potere  entro  il  mese  d'a- 
prile  aprire  questo  tronco  al  pubblico 
esercizio.  Al   principio  poi  del  1860  si 
spera  che  la  locomotiva  potrà  correre  e- 
ziandio  la  linea  da  Casarsa  alla  Nabresi- 
na  ,  congiungendo  il  Lombardo-Veneto 
colla  Germania  e  Vienna. 

L'origine  di  Verona  e  de'suoi  fonda- 
tori ,  dice  un  moderno  scrittore,  presso 
V Album  di  Roma,  t.i5,  p.  122,  risalen- 
do a'tempi  i  più  remoti,  è  molto  ambi- 
gua e  incerta,  inutilmente  affaticandosi 
chi  vuole  affermare  o  investigare  il  vero 
pr  incipio  di  così  nobile  e  vetustissima  cit- 
tà, poiché  dall'edacità  del  tempo  e  dalle 
barbare  invasiioui  col  ferro  e  col  fuoco  fu- 


25:4  VLR  VER 
roiio  lacerale  e  incenerile  le  memoiie  fa  neli  secondi^  per  tlislinguerli  da'  flette- 
guisa  tale,  che  (la  così  oscure  lenebi  e  nou  ti  priiìii  ai\\&ì'un\  abilaiiti  delle  mede- 
si  può  raccogliere  alti  o  che  coufuse  con-  siine.  Quindi  il  march.  Scipione  Mal- 
gellure  e  fallaci  giudizi;  cosa  però  che  le  lei,  nella  Verona  illustrata  facendo 
rende  gloria,  splendore  e  dignità.  Onde  I' anlicn  storia  di  Verona,  cillh  veneta 
avviene  che  gli  antichi  scrittori  di  ciò  pò-  fin  dalla  i.' origine,  dichiarò  non  po- 
co abbiano  scritto,  o  lasciarono  Ira  di  lo-  tersi  continualanienle  ordire  con  chia- 
ro opinioni  discordanti  ed  a'futuri  tempi  rezza  e  fondamento,  senza  estenderne  al» 
maggiori  confusioni.  L'antichità  in  cui  si  la  regione  tutto  il  trattato,  e  senza  ram- 
inabissa  la  splendida  Verona  e  si  perde  il  mentarvi  i  principali  fatti  in  essa  avvenu- 
di  lei  nascimento,  porge  indubbia  fede  di  ti,  e  nelle  città  nella  Venezia  comprese, 
sua  vetusti!  grandezza.  Ho  riferitone!  voi.  e  senza  entrare  nelle  varie  condizioni  e  vi- 
XCII,  p.  3  eseg.,  l'origine  degli  antichis-  cende  de'secoli  prima  de'romani  e  poi  de' 
sitbi  e  illustri  popoli  Veneti,  terrestri  e  golie  de'loogobardi.  Perciò  comprese  nel 
inarillimi,  lo  stabilimento  loro  ne'monti  suo  argomento.  Verona,  anche  il  nasci- 
e  coWi  Euganei,  perciò  con  tal  vocabolo  nìenlodell'invittadominanle  Venezia  eie 
furono  pur  anco  appellati;  non  che  della  prime  età  del  suo  incomparabile  governo, 
terrestre  Venezia,  bella, ricca  e  fedele  prò-  Di  quando  in  quando  le  sue  asserzioni  le 
vincia  del  romano  impero,  in  cui  si  com-  corroborò  colle  lapide  e  monumenti  che 
prendeva  Verona,  che  dopo  essere  stata  ofrre.Fececonoscere,col  testimonio  de'ro- 
Lebnioa,  Euganea,  Eneta,  lielica,  Etru-  mani  scrittori  e  de'greci,  come  le  colonie 
sca,  e  fors'ancoGallica  e  Cenomana  (as-  dellecittà  veneteeranoillustri  sopra  tutte 
sicurando  Strabone  che  Verona,  da  lui  lealtre  e  di  nobiltà  rouiana  distintamente 
detta  Gran  CiZ/«, obbediva  a'galli  seno-  ripiene, e  come  dal  fiore  di  esse,  concorse 
nij  sino  a  che  nel  536  di  Roma  mandò  a  rifugiarsi  in  sì  fortunate  isolette  del  ma- 
soldati  pella  seconda  guerra  punica,com'è  re  Adriatico,  nuova  4ìttà  e  nuovo  gover- 
ricordato  da  Silio  Italico),  fu  secondo  il  no  si  vennero  in  seguito  in  breve  lem pa 
Malici,  unita  alla  tribù  Pubblicia  di  Ro-  a  comporre.  Come,  dopo  l'elezione  d'un 
ina.  Di  sue  principali  successive  vicende  principe,  continuando  dalla  Venezia  tul- 
politiche,ho  già  detto  rammentandoaltre-  la  a  concorrer  gente,  con  mirabil  cani- 
sii  più  famosi  veneti  che  figurarono  inRo-  biamento  il  nome  della  provincia  si  tra- 
ma, fra'quali  Pomponio  nato  a  Verona,  slutò  alla  città;  ben  da  ciò  dimostrando- 
che  alla  morte  di  Caligola  tentò  di  risia-  si  come,  per  la  quantità  delle  persone  più 
bilire  la  repubblica,  oltre  alcuni  alili  il-  degne  venutevi  d'ogni  parte,  la  città  di 
lustri  veronesi  già  celebrali  di  sopra.  Dis-  Venezia  si  era  resa  un  civil  compendio 
si  eziandio  che  Costantino!  diviso  il  paese  della  provincia;  e  con  faustissimo  auspi- 
Veneto  m  superiore  ed  inferiore  o  ma-  ciò  al  dover  essa  un  giorno  di  così  am- 
rittitno,  alla  supcriore  appartenne  Vero-  pia  e  di  così  ubertosa  regione  diventar 
na;e  dissi  come  invasa  la  Venezia  superio-  poi  regina.  Descrisse  pure,  come  fino  in 
re  da'barbari,  questi  popoli  con  diverse  tempo  de'goli  da'vcneti  legni  già  si  scor- 
emigrazioni  ripararono  da  essa  uell' iso-  reva  ampiainenle  il  mare;  che  in  tempo 
Ielle  della  Venezia  marittima,  compresi  de'longobardi,co're  d'Ilalia  e  cogl'impe- 
que'di  Verona,  che  formarono  a  poco  a  ralori  greci  non  si  leuievad'intrapremler 
poco  la  gloriosa  città, libera  fin  dalla  sua  guerra.  JN'è  tacque,  come  nel  primo  in- 
origine, poi  denominala  l'inezia,  d'on-  gresso  del  serenissimo  dominio  della  re- 
<le  la  fondazione  tlilla  possente  e  no-  pidjblica  di  Venezia  inVeiona, ad  Anlomo 
bilissima  repubblica  omonima,  appellmi-  Mall'ei,ornalo  del  grado  della  milizia,  loc- 
dosi  questi  nuovi  abitatori  dell'isole  l'è-  co  la  sorte  d'esser  elcllo  a  poi  ture  in  se- 


VER 

gno  Jella  dedizione  de' veroiresi  alla  re- 
|jubhlica,  ed  a  prcseiilare  al  doge  la  pub- 
blica iiis^tgiia:  nella  battaglia  di  Taro  Pie- 
tro Maifei  insieme  co'più  risoluti  condot- 
tieri restòsul  campo;  nella  guerra  diGra- 
disca  Vincenzo  Malici tbbe sorte  colla  sua 
banda  d'uomikni  d'aro» i  di  segnalarsi  di- 
slintaraenlej  in  quella  di  Candia  due  del- 
J'islessa  stirpe  lasciarono  con  gloria  la  vi- 
ta; un  fratello  del  ujarthese,  che  un  an- 
no burrascoso  comandò  le  tru[)pedi  Ba- 
viera nell'ultiina  guerra  d'Unglieria  (re- 
lativamente all'epoca  in  cui  parla  l'aulo- 
I  e),  desiderando  di  terminare  in  ossequio 
del  naturale  sovrano  i  suoi  giorni,  odr'i  il 
.servigio  suo  e  la  persona, ciò  che  gi'inipedi- 
va  la  morte.  Inoltre  il  J\la(lei  nella  Storia 
Dì ijloma tictì ,\n\\Àì\\cn{a  nel  »  727, oltre  a 
tessere  la  storia  degli  antichi  diplomi,  pa- 
recchi riguardanti  Venezia  e  Verona,  fon- 
dò il  Musco  Teronesc,  con  somma  dili- 
genza e  dispendio,  eccitando  con  succes- 
so I  suoi  concittadini  ad  ampliarlo,  indi 
ne  pubblicò  lillustrazionc;  fu  provvedi- 
tore del  Comune  di  Verona,  zelando  il 
patrio  vantaggio.  Lasciò  mss.  :  Sug-^cri' 
mento  pir  la  perpetua  preservazione  del- 
la Repubblica  ì  entla  atteso  il  presen- 
te stalo  d'Italia  e  d'Europa^  pioclaman- 
do  la  glande  massima  che  per  essere  li- 
beri e  dominanti  è  mestieri  essere  po- 
lenti, e  che  uno  sialo  non  è  potente  se 
licu  allorquando  tutti  i  sudditi  sono  ini» 
pegnati  pel  proprio  interesse  a  sostener- 
lo. Ma  il  grand'uulore  della  flJerope  (che 
resterà  sempre  la  prima  Iragediadel  Par- 
naso italiano)  moriva  nel  12  febbraio 
1755  dopo  79  anni  di  vita  attiva  e  stu- 
diosa. Compianto  da'concittadiui  e  dagli 
stranieri,  che  ne  ammiravano  lo  svcgiia- 
tissimo  ingegno  e  la  vastissima  erudizio- 
ne ih  ogni  parte  di  scibile,  fu  sepolto  alla 
Scala.  L'accademia  filarmonica  di  Vero- 
na non  solo  fece  rimettere  «uUa  porta  di 
detto  museo  l'iscrizione  ed  il  busto  che 
avea  posto  al  Maffei  ancor  vivo,  e  ch'egli 
con  rara  modestia  avea  fatto  togliere,  ma 
^li  ftice  coniale  uua  supeiba  medugiia.  Il 


VER  255 

comune  poi,  coU'approvazione  de!  vene- 
tosenato,  ordinò  che  gli  venisse  innalzata 
nella  pubblica  piazza  uua  statua  a  lato  di 
quella delFracastoro. In  tal  manierai  vero- 
nesi onorarono  il  loro  concittadino  vera- 
mente benemerito  non  solodella  sua  città 
natale,  di  ctii  illustròla  storia  ed  i  monu- 
menti, ma  ancora  deirintera  Italia,  della 
quede  propagò  la  gloria  co'numerosi  suoi 
scritti,  che  lo  resero  chiaro  in  tante  sva» 
riate  parti  dell'umano  sapere.  L'opera 
della  l'erona  illustrata  è  preceduta  dal- 
le Notizie  intorno  alla  vita  e  agli  scrit- 
ti di  lui.  [''rutto  dello  studio,  dell'erudi- 
zione, dell'amor  patrio,  nel  Alalfei  sem- 
pre vivi,  come  delle  cose  storiche,  fu  pu- 
re la  Ferona  illustrala,  a  buon  diritto 
stimala  una  delle  sue  più  grandi  opere. 
Kella  i."  parte  esaminò  la  storia  di  Ve- 
rona, non  che  dell'aulica  Venezia,  come 
accennai, cominciando  da'tempi  de  quali 
ci  sono  rimaste  memorie,  e  venendo  Uno 
a  Carlo  Miigno.  Teime  perciò  discorso 
deiraili,(!eiragricollura,  delle  costuman- 
ze, dell'istituzioni  civili  e  religiose,  e  ti- 
nalmente  della  condizione  fìsica  e  mora- 
le in  cui  Irovo^si  in  diversi  tempi  la  etti» 
e  provincia.  Nella  2."  parte  trattò  delU 
storia  lelleraria  di  Verona;  nella  3."  di 
quanto  eravi  in  essa  di  cospicuo;nella  4- 
parlò  degli  Andlealri  e  di  quello  patrio: 
di  tulle  in  breve  discorsi.  Mi  resta  a  fa- 
re altrettanto  della  i.'  parte  contenuta  in 
642  pagine,  la  quale  talvolta  l'autore  la 
svolge  con  diffusione  e  quasi  in  trattati, 
e  sembra  in  diversi  luoghi  prender  la  for- 
ma di  dissertazione,  alle  volte  ragionan- 
do della  Venezia  tutta  e  non  di  Verona 
solamente,  anzi  scrutinando  l'intrinseco 
del  governo  e  delle  massime  romane  e 
barbare,  non  meno  la  morale  e  la  poli- 
tica. Mollo  eziandio  si  dilfuse  sulle  cose 
antiche  d'Italia,  onde  correggere  le  idee 
storte  che  correvano,  tanto  contrarie  al 
vero  suo  progressivo  slato  e  condizione. 
In  getierale,  io  tralasciando  tali  parti,  e 
quanto  è  comune  a  P'enczia,  per  aver- 
ne trattalo  in  quell'articolo,  meuoalcu- 


a56  VER 

ne  itilcrcssnnti  paiiicolaiilà  (cODie  per 
inesempregenialeargomenlo),  colle  pro- 
porzioni relative  -li  questa  mia  opera,  do- 
vrò  su  tutto  jiniilartui  a  sfìorare  princi- 
palmente quanto  slreltamenle  rignaitla 
Verona,  tranne  alcune  iinporlauli  ecce- 
zionij  laconismo  voluto  ancora  per  re- 
starmi poi  a  riempire  la  lunga  lacuna,  da 
Carlo  Magno  a' nostri  giorni,  ma  vera- 
mente con  isfuggevoli  cenni.  —  Plinio, 
principe  de'geografì  Ialini,  attribuisce  l'o- 
rigine di  Verona  agli  euganei  ed  a'reli, 
e  Panvinio  pretende  che  Verona  fu  una 
delIeXll  principali  città  otribù  orepub- 
bliche  di  qua  dall'  Apennino,  etrusclie, 
riconoscendo  MnlTei  gli  elrusci  per  itali 
primitivi.  Finse  Vii  gilio.in  graziadiMan- 
lova  sua  patria,  e  ripetè  il  suo  conimeli- 
latore  O.  M.  Servio,  che  tutta  la  Vene- 
zia ad  Enea  diede  aiuto;  e  che  Mantova 
era  capo  di  Xil  popoli  in  3  genti  divisi, 
forse  elrusci  o  veneti  secondo  Servio. 
Fanuccìo  Campano  asseTi,  cui  fece  eco 
Dempslero,  gli  euganei  essere  stato  nobi- 
lissimo popolo  originato  dagli  efrusci,  e 
che  di  essi  fu  metropoli  Verona.  Midfei 
dubita  di  laliasseiziuni,  poiché  al  suo  di- 
re, forse  non  una  sola,  ma  più  città  prin- 
cipali ebbero  i  veneti,  come  XII  n'ebbero 
gli  elrusci;  e  se  pure  in  una  vollero  co- 
stituite quasi  il  centro  della  loro  repub- 
blica e  delle  loro  assemblee,  non  Verona, 
cii'era  all'estremila,  ma  piuttosto  Pado- 
va par  da  credere  avessero  eletta,  sicco 
lìie  nel  mezzo  del  proprio  paese,  e  però 
a  tutte  le  parli  più  comoda.  Nondimeno, 
quanloaglietruscied  a  Verona,  soggiun- 
geMaffei:  sembra  probabile  clie  il  silo  non 
j)assasse  loro  inosservalo,  e  molliplicon- 
done  le  abitazioni  (lasserò  principio  alla 
città;  poiché  il  giro  e  il  ripiegar  dell'A- 
dige, che  abbraccia  il  giusto  spazio  d'u- 
na città  da  3  |)aili  ,  veniva  a  costituire 
uQ  luogo  molto  agevole  ad  esser  reso  si- 
curo dagTiusulti,  e  quasi  naturai  fortez- 
za; e  il  trovarsi  appunto  uve  finalmente 
ha  termine  da  questa  parte  il  lunghissi- 
mo giogo  de  luouli,  la  pailecipar  questo 


VER 

silo  e  de'comodi  e  dell'ampiezza  del  pia- 
no, e  della  delizia  e  del  benefizio  de'col- 
li.  Egli  è  noto,  come  i  superiori  luoghi 
furono  frequentali  avanti  degl'inferiori, 
poiché ne'primi tempi  le  pianure  lontane 
da'monli  venivano  ad  esser  dall'acque  e 
da'  fiumi  non  ancor  regolali,  né  per  u- 
raana  industria  contenuti,  occupate  facil- 
mente e  coperte.  Concorre  a  (ar  credere 
tenuto  da  quella  prima  gente  questo  trat- 
to, l'essersi  disoUerrato  anche  nel  Vero 
nese  qualche  monumento  etrusco,  e  di 
queir  antichissime  lettere  inciso,  oltre  i 
diversi  remoli  vocaboli  che  adduce  l'au- 
tore in  prova  della  derivazione  elrusca 
de'toschi  dalla  Lidia,  trovandosi  chiama- 
to il  lago  di  Garda,  Lidiae  lacus  wulae, 
e  Lidia  la  Toscana  (^'.)  o  Elruria  sles- 
sa, un  tempo  chiamando  i  romani  il  di- 
stretto veronese  di  Valpolicella,  Arusna- 
A;v,  voce  di  vestigio  etrusco.  Non  è  poi 
da  credere  ch'escluda  Plinio  quella  pri- 
mitiva origine  elrusca,  quando  attribui- 
sce Verona  agli  euganei  ed  a'  reti,  no- 
mi che  adduce  come  rilciuili  dalla  tra- 
dizione dopo  la  mischìaiiza  di  queste  gen- 
ti e  dopo  l'ainpiamento  per  esse  a  Vero- 
na avveuuto;sì  per  esservisi  ricovrati  par- 
te degli  euganei  discesi  da'vicini  monti 
pel  benefizio  del  fiume,  e  s'i  per  esservi- 
si condotti  i  reli  quando  cominciarono  a 
valicarle  Alpi,n  tempo  di  Tarquinio  Pri- 
sco re  di  Roma,  cacciali  da'galli  cenuma- 
ni  condoni  da  Delloveso.  Tali  popoli  era- 
no elrusci  e  si  dissero  reti  da  Relo  loro 
duce,  e  per  la  fortezza  del  silo  è  credibi- 
le che  il  i.°  loro  asilo  fosse  Verona.  Gli 
heneti,  poi  con  vocabolo  latino  detti  ve- 
neti, dopo  la  loro  venula  nella  Venezia 
pressoAdria, antichissima  gente  parimen- 
te discorsa  nel  citato  suo  proprio  artico- 
lo, con  tal  nome  o  con  quello  d'euganei 
fabbricarono  alquante  città,  e  si  annida- 
rono in  Veroia.  Laonde  tanto  é  l'assegnar 
per  autori  di  Verona  euganei  e  reli,  (pian 
lo  i  veneti  e  gli  elrusci.  Cluveriu  tenne 
che  Veruna  fosse  giànelKi  lleiia  compre- 
sa (di  cui  anco  a  Svizìera)  e  co'rcli  cou- 


V  E  R 
giunta,  e  Mnffei  riconosce  opinione  lion 
disprezzabile,  essendosi  poi  computalo  il 
territorio  veronese  nel  la  Rezia.Mn  più  an- 
ticamente colla  prossima  Venezia,  da  ini- 
memorabile  tempoVerona  fece  corpo, per 
cui  quando  i  romani  ottennero  la  Venezia, 
ottennero  eziandio  Verona;  e  dilettandosi 
gli  antichi  veneti  di  tener  razze  di  cavalli 
e  giuochi  equestri, fu  in  [ionia  denomina- 
ta f'eneta  una  delle  fazioni  del  Circo,  il 
che  pure  dissi  nel  ricordalo  articolo,  e 
ciò  pel  colore  di  mare  usato  nelle  vesti  da- 
gli aunghi  detti  Veneti.  Confessa  Malici, 
che  sull'origini  di  Verona  da  gran  tempo 
invalsero  errori,  per  cui  ripetutamente 
non  Etrusca  o  Ketica,  uè  Euganea  o 
Veneta,  ma  fallacemente  Cenomana  si 
credè  Verona,  ed  a'galli  ceuomani  lutto  il 
paese  si  asseguò;ilchequalificando  ingan- 
no, virilmente  e  con  molteplice  erudizio- 
ne e  critica,  si  diffonde  u  sostenere  esser 
Verona  Euganea  o  Relica,  non  mai  Ce- 
nomana né  Gallica,  con  Tito  Livio  e  con 
Polibio;  poiché  i  cenomani  non  si  al- 
lontanarono dagl'  insubri  fabbricato- 
ri di  Milano,  né  dal  Po;  mostrando  che 
galli  e  germani  non  arrivarono  a  Ve- 
rona per  possedere  impero,  ma  solo  un 
territorio  di  cui  abbisognavano  per  col- 
tivarlo e  nudrirsi.  ?«^'è  anche  prova  la 
favella  e  il  dialetto,  le  cognizioni  scienti- 
fiche, i  galli  solo  possedendo  quelle  del- 
l'agricoltura e  della  guerra.  Confine  de' 
ceuomani,  dalla  parte  del  Veronese,  era 
il  fiume  Clesio  o  Chiesio,  che  scorre  a  i  o 
miglia  da  Brescia  ,  ove  arriva  il  confine 
delia  diocesi,  essendo  l'ecclesiastico  limi- 
te d'ordinario  inalterabile.  E  indubitalo, 
essersi  contenuti  i  cenomani  nella  pianu- 
ra ch'è  tra'monti  e  il  Po,  e  Ira  il  Chiesio 
e  l'Adda,  la  loro  forte/za  derivando  dal- 
l'esser  nel  bisogno  tulli  soldati,  non  dal- 
l'estensione dolio  sialo  loro.  E'  pur  erro- 
neo il  credersi  Verona  nome  gallico,  no- 
me scritto  variamente  e  scorreltamenle 
Veruno,  Velona ,  f^era  (d  quale  voca- 
.Jjolo  mi  ricorda  l'opinione  che  vuole  e- 
dificaia  Verona  du'toscaui  della  colonia 
vot.  xciv. 


VER  a57 

o  (amiglia  Vera,  dalla  quale  la  ciltù  pre 
se  il  nome),  anzi  ci  fu  chi  scrisseVerona 
essersi  chiamata  Brennona,da  Brenno  re 
de'galli  senoni  (perchè  invaghito  del  si- 
to, l'ingrandì  e  v'innalzò  una  superba  e 
forte  rocca,  dove  sorge  la  chiesa  di  s.  Ma- 
ria Maggiore,  per  cui  si  dice  un'iscrizio- 
nedella  rocca  ricordava:  hic prìinusBren- 
noVeronaecondiditarceni^cìOG  867  an- 
ni avanti  l'era  nostra).  Stringe  la  conclu- 
sione il  Maflfei,  Verona  fu  Etrusca  e  Vene- 
ta, ed  i  cenomani  non  vennero  mai  a  Ve- 
rona, restando  di  là  dal  Chiesio.  Comu 
ne  opinione  de'geografi  è,  che  l'origine 
di  Verona  risalga  a'tempi  più  rimoti,  fab 
bricata  dagli  euganei  nel  IV  o  V  secolo 
avanti  l'era  corrente.  Altri  la  dicono  fon- 
datada'Liberi, popoli  galli,  quindi  succeg- 
siv.imente  l'occuparono  gli  etrusci  e  poi 
i  veneti.  Il  MalFei  dimostra  la  potenza  e 
rinomanza  della  nazione  de' veneti,  che 
occupavano  l'ampio  paese  ch'è  dal  Chie- 
sio al  mare,  e  quanto  è  tra  il  Po  e  l'Al- 
pi, dominando  regioni  le  più  fertili^Iepiù 
deliziose,  le  più  felici.  La  prima  notizia 
di  tal  gente,  e  per  conseguenza  de' vero- 
nesi, si  ha  per  la  guerra  de'galli  senoni 
contro  Roma,  i  quali  vi  entrarono,  coti 
l'aiuto  degli  altri  galli  cisalpini,  l'anno 
364  (ii  sua  fondazione  (corrispondente  al- 
l'anno 390  avanti  Gesù  Cristo),  coslrelti 
però  alla  pace  per  aver  preso  l'armi  i  ve- 
neti contro  di  essi,  ad  esser  entrati  ne'lo- 
ro  confini.  Frequente  quindi  fu  il  guer- 
reggiare Ira  galli  e  veneti,  loro  conlermi- 
ni.  Anche  nel  529  di  Roma,  questa  soc- 
corsero i  veneti  contro  i  galli  boi,  uniti 
però  avvicini  cenomani.  1  romani  vitto- 
riosi in  Toscana,  passarono  a  domare  i 
galli  cisalpini,  varcarono  per  lai."*  volta 
il  Po,  e  vinti  i  boi  e  gl'insubri,  espugna- 
rono Milano  nel  532  di  Roma,  indi  do- 
marono anco  i  cenomani,  e  nuovatuente 
dopo  l'unione  de'galli  a'cartaginesì  nella 
I ."  guerra  punica,  soccorsi  da'veneli.  Nel- 
la 2.^  guerra  punica  e  nel  568  di  Roma, 
già  trovasi  la  Venezia  tutta  e  Verona  con 
essa  soggella  a'romani  per  volontaria  de- 

»7 


a58  VER 

dizione,  come  crede  Maffei,  essendo  i  ve- 
neti loro  aulidii  amici  e  collegali.  Non 
per  questo  cessò  lor  nome  e  stima,  e  fino 
all'impero  di  Claudio,  tutti  i  popoli  ci- 
salpini venivano  denotati  co'due  soli  no- 
mi di  ventile  d'insubri,  come  i  più  illu* 
stri  e  diffusi:  per  insubri  s'intesero  tutti 
i  galli;  per  veneti  coloro  che  fin  dall'ul* 
lima  età  dell'impero  una  delle  più  no- 
bili Provincie  d' Italia  da  se  com pose- 
io  e  denominarono.  Non  mancano  poi 
storici  che  negano  la  dedizione  de' veneti 
a'roroani,  siccome  corpo  tanto  potente; 
ma  questa  dedizione,  dice  Maffei,  li  rese 
soci,  compagni,  collegali  de'  romani,  se- 
condo la  pohtica  di  questi  di  farsi  alliel- 
tanti  aiuli,  mentre  il  farli  servi  era  uu 
preparare  altrettanti  nemici. Intorno  dun- 
que, egli  crede,  all'anno  di  Pionia  534, 
Verona  col  rimanente  della  Venezia  pas- 
sò sotto  i  romani,  quando  già  si  distin- 
gueva tra  l'altre  e  in  favore  de'rooiarii, 
a'quali  inviò  soccorsi  prima  della  balta- 
glia  di  Canne.  Si  vuole  da  alcuni  che  la 
via  Emilia,  lastricata  nel  SGy   di  Roma 
fino  in  Aquileia  dal  console  Emilio  Le- 
pido, passasse  per  Verona  ,  ma  non  fu 
mai.  Venuta  Verona  alla  divozione  de' 
romani,  ebbe  comune  le  surti  e  le  vicen- 
de colla  Venezia  tutta,  e  in  gran  parte 
alla  Gallia  Cisalpina  ancora.  Però  i  ve- 
neti continuarono  nella  loro  libertà  e  go- 
verno come  per  l'innanzi,  solamente  con- 
tribuendo armi,  gente,  denaro  in  tempo 
di  guerra,  da  buoni  confederali;  tranne 
alcune  città  che  demeritarono  l'umanità 
de' romani,  a  cui  per  castigo  essi  manda- 
rono ogni  auno  il  prefetto,  perciò  dette 
prefetture.  Occupatosi  da'romaui  quau- 
to  era  dentro  l'Alpi,  la  Venezia  tutta  ac- 
quistò il  nome  di  Gallia  Cisalpina,  e  poi 
anche  la  Cernia  e  l'Istria,  come  incorpo- 
rate per  ragion  di  governo  alla  Cisalpina 
Gallia,  per  avere  i  galli  pe'  primi  domi* 
uato  questa  metà  d' Italia.  11  pretore  o 
altro  magistrato  della  Gallia  comanda- 
va fino  all'  lllirio,  e  comprendeva  nella 
sua  giurisdizione  liguri,  galli  e  veneti.  I 


VER 

rettori  di  Verona  non  furono  quindi  i  pre- 
sidi della  Gallia  Cisalpina,  per  non  essere 
considerata  provincia.  I  romani  lasciaro- 
Qo  l'Italia  libera  e  niun  magistrato  ordi- 
nario vi  spedivano,  neppure  alle  sue  cit- 
tà e  regioni,  eccettuala  Roma.  Da' pro- 
pri magistrati  e  dal  lor  consiglio  si  am- 
ministravano le  città  tutte  nel  romano 
impero.  I  romani  distìnsero  l'Ilalia  dal- 
l'altre genti,  facendo  di  tutta  la  penisola 
una  repubblica  sola.  Per  guerra  e  occa- 
sioni straordinarie  i  romani  v'inviavano 
magistrati,  con  militare  comando,  anche 
per  quietare  lumultiefazionì. Questi  ma- 
gistrati straordinari  vi  dimoravano  sino 
alla  fine  dell'  incombenza  loro  imposta. 
Se  qualche  città  d'Italia  avea  bisogno  di 
soccorso  ne  prendeva  cura  il  senato  io- 
mano.  Queste  parti  pochissimo  stettero 
o  diventar  iuterameute  romane.  La  lin- 
gua latina  parche  molto  presto  si  adottas- 
se; così  il  vestire  romano  e  lo  speciale  di- 
stintivo della  toga  romana,  onde  le  de- 
rivò il  nome  di  Gallia  Togata,  anche  per 
esser  più  pacifica.  Nel  689  di  Roma  E- 
railio  Scauro  trionfò  de'galli  e  de' carni, 
genie  il  cui  piano  era  tra  la  Venezia  e  l'I- 
stria. Mentre  i  romani  avanzavano  lecou- 
quiste  nella  Gallia  Transalpina,  non  graa 
tempo  dopo  seguì  la  calata  de'cimbri  nel 
Veronese,  uno  de'più  famosi  fatti  della 
storia  romana.  Quella  guerra  portò  a' 
romani  la  prima  notizia  delle  genti  ger- 
maniche.  A'ciuibri  venuti  dalle  foci  del- 
l' Elba,  si  unirono  i  teutoni  che  abitava- 
no l'isole  danesi  del  Baltico  e  ili.°  lembo 
della  Scandinavia,  tratti  nel  bel  paese,  co- 
me i  celti  e  ì  galli,  dalla  moltiplicazione, 
e  la  penuria  forse  accresciuta  dalla  poca 
cognizione  di  ben  coltivar  la  terra,  e  pa- 
re anche  per  le  marittime  inondazioni.  Si 
proposero  conquistar  1'  Italia  e  Roma,  e 
approssimatisi  nel  640  al  Norico,  nou 
riuscì  debellarli  al  console  Papirio  Car- 
bone. Nel  644  '  barbari  si  collegaio- 
no  co'galli  ambroni  e  ligurini,  combat- 
tendo con  successo  nella  Gallia,  e  massi-% 
me  al  Rodauo  nel  643,  contro  i  romani. 


VER 
L'  ultima  gravissima  rotta  mise  scooipi- 
glio  in  Roma,  per  cui  fu  rieletto  console 
Caio  Mario  vincitoredellaNumidia,  e  de- 
cretandogli laGallia  per  provincia  lo  chia- 
marono a  quest'impresa.  I  nemici  per  di- 
videre le  forze  romane  per  invadere  l'I- 
talia, si  divisero  in  due  corpi,  i  teutoni  e 
gli  ambroni  presero  la  via  dell'Alpi  Li* 
gustiche  e  Galliche,  e  i  cimbri  co'tiguri- 
Ili  marciarono  nel  Norico  e  all'Alpi  Re- 
fiche.  Mario  eletto  nuovamente  console 
passò  r  Alpi  e  si  accampò  al  Rodano,  e 
in  due  combattimenti  fece  grandissima 
strage  di  teutoni  e  ambroni,  mentre  i  cim- 
bri penetrarono  in  Italia,  non  avendo  po- 
tuto respingerli  il  collega  Lutazio  Catu- 
lu,  il  quale  poiché  gli  vide  indirizzati  al 
più  aperto  varco,  ch'è  quello  dell'Adige 
ne'  monti  di  Trento,  calò  dall'  Alpi  e  ri- 
dottosi nel  Veronese,  si  appostò  a  questo 
nume,accampandosi  probabilmente  pres 
80  Rivoli  e  Canale,  forse  piantando  gli 
olluggiamentì  nel  villaggio  di  Costerman 
detto  così  dal  Castra  Romana,  collocan 
do  di  là  dal  fiume  presidìi  onde  non  la- 
sciare in  arbitrio  de'uemici  il  paese,  e  con 
ponte  ben  munito  si  assicurò  la  comuni- 
cazione e  il  passaggio.  Occupò  pure  e  si 
fece  forte  in  un  alto  castello  vicino  all'A- 
dige, verosimilmente  verso  la  sommità  del 
monte  Pastello  in  riva  al  fiume.  Avvici- 
nati i  nemici  conquassarono  il  ponte,  e 
pel  loro  furore  impauriti  i  romani  comin^ 
ciarono  ad  abbandonare  il  maggior  cam- 
po e  a  dar  volta. Se  i  cimbri  dopo  tal  suc- 
cesso e  dopo  esser  felicemente  giunti  nel 
piano,  fossero  subito  marciati  su  Roma, 
sarebbe  ella  stata  esposta  a  grave  perico- 
lo. Ma  presi  dall'incanto  del  paese  in  cui 
si  trovarono,  arrestaronsi,  e  tra  per  l'uso 
del  pane  e  delle  carni  cotte  e  del  vino,  e 
tra  per  la  dolcezza  del  clima,  nella  Ve- 
nezia, ove  l'Italia  è  più  che  altrove  deli- 
ziosa,il  loro  vigore  si  rallentò.  Nonostan- 
te a  patti  s'impadronirono  del  castello, 
dopo  valorosa  resistenza  de'romani.  In  tal 
pericolo  fu  chiamato  Mario  a  Roma ,  il 
juale  si  portò  tosto  all'armata  di  Cntulo, 


VER  a5g 

chiamò  le  sue  legioni  dalla  Gallia,  arri^ 
vate  le  quali  passò  il  Po  e  si  mise  in  pò- 
sizione  di  tener  lontani  dall'  Italia  ì  bar-» 
bari.  Catulo,  coll'opera  di  Siila,  che  poi 
si  rese  famoso,  tenne  a  freno  alcuni  bar^ 
bari  alpini,  e  si  procacciò  tale  abbondan- 
za di  viveri,  che  potè  darne  anche  al  cam- 
po di  Mario.  I  cimbri  stettero  assai  tem- 
po e  svernarono  nel  Veronese  da  loro  oc* 
cupato,  e  nel  rimanente  della  Venezia, 
aspettando  l'arrivo  de' teutoni,  ignoran- 
do ch'erano  stati  vinti  da  Mario,  il  qua- 
le fece  loro  comparire  alcuni  capi  incate- 
nati. Il  re  de'cimbri  stabilì  con  Mario  la 
battaglia  a'3o  luglio,  e  per  luogo  la  pia- 
nura presto  Vercelli  (^'.),  al  dir  di  Plu- 
tarco, ma  fu  errore  di  copisti,  dovendosi 
leggiere  presso  Verona,  e  nemmeno  a 
Pollenza,  nella  vasta  campagna  allora  ste 
rile.  Fu  da'cimbri  stimata  opportuna  per 
dispiegarvi  la  gran  moltitudine  di  gente, 
e  da'romani  per  farvi  gìuocar  la  loro  ca- 
valleria. Seguì  propriamente  il  combat 
timento  nel  suo  mezzo,  ne'  campi  Gaudi 
o  Cauri,  ed  il  cronico  Eusebiano  dice  al 
Po,  fiume  che  segnava  il  confine  del  Ve- 
ronese. Nel  piano  dunque  ch'è  a  poche 
miglia  da  Verona,  fra  l'Adige  e  il  Mau^ 
tovano,accadde  il  famoso  conflitto.  Ebbe 
Mario,  come  console,  il  supremo  coraau- 
do,  e  Catulo  si  collocò  nel  mezzo  eoa 
20,3oo  uomini  :  i  suoi  82,000  li  divise 
nelle  ali  laterali.  La  fanteria  de'cimbr 
uscì  dal  suo  campo  in  ordinanza,  formati 
do  un  quadrato  perfetto  di  profondità  e 
guale  alla  faccia,  ed  occupando  con  ogni 
lato  presso  a  3  miglia  di  paese;  da  che  si 
può  raccogliere  quanta  fosse  la  loro  mol 
titudine.  I  cavalli  in  numero  di  1 5,ooo  fé 
cero  bella  mostra,  e  vidersi  allora  cam 
peggiar  que' cimieri  che  in  molte  armi 
gentilizie,  specialmente  nella  Germania,  si 
vedono  ancora;  poiché  le  celate  rispleo 
denti  erano  in  forma  di  spaventose  fiere, 
con  bocche  spalancale,  e  busti  e  figure 
lor  proprie  sovrapposte,  e  con  alte  penne 
che  facean  parere  gli  uomini  assai  più 
grandi.  A?eano  loriche  di  ferro,  e  scudi 


26o  VER 

rilucenti,  con  aste  di  doppia  punta;  ma 
\enutì  alle  mani  col  nemico  6i  valevano 
ili  grandi  e  pesanti  spade.  Plutarco  nel 
descrivere  i  cimbri,  valendosi  degli  scrit- 
ti di  Siila  che  trovossi  al  memorando  fat- 
to, fa  conoscere  essere  più  istruiti  in  mol- 
te arti,  ed  assai  più  colli  degli  altri  po- 
poli settenlrionali.  La  cavalleria  non  mar- 
ciò di  fronte  contro  i  romani,  ma  piegan- 
do a  destra,  passò  oltre  con  animo  di  ser- 
rarli in  mezzo.  Ben  se  ne  avvidero  i  co- 
mandanti romani,  ma  un  soldato  avendo 
gridato  che  i  cimbri  fuggivano,  si  mosse- 
ro tutti  gli  altri  a  ftuia  per  inseguirli,  né 
fu  possìbile  agli  ufiìzialì  di  rattcnerli.  La 
fanteriade'barbariavanzava  intanto  fran- 
camente verso  i  romani,  quasi  un  vasto 
mare  che  fosse  in  molo.  Mario  prima 
d'attaccare  i  cimbri,  votò  solenne  sagri- 
fizio  agli  Dei,  come  Catulo  di  consagrar 
la  Fortuna  o  il  Genio  di  quel  decisivo 
giorno;  togliendo  la  densa  polvere  alfat- 
to  la  vista  a  Mario,  nel  condurre  al  con- 
flitto le  sue  schiere ,  turbate  prima  dal- 
l'inseguir  la  cavalleria  cimbrica,  traviò  e 
vagando  oltrepassò  il  loro  corpo  di  bat- 
taglia; per  cui  il  forte  dell'azione  toccò  n 
Catulo  e  alla  sua  gente.  In  somma  più 
felicemente  si  combattè  dalla  parte  di  Ca- 
tulo, che  da  quella  di  Mario;  e  T  esercito 
di  quello  prese  3i  vessilli,  di  questo  2 
soli.  Comunque  fosse ,  pienissima  fu  la 
vittoria  de'romani,  a'  quali  giovò  molto 
il  calore  eccessivo,  sojiportato  da  essi  co* 
stantemenle,  ed  il  sole  che  feriva  i  cim- 
bri allaunali  dal  caldo,  e  liquefatti  dal  su- 
dore negli  occhi,  talché  volendoli  coprir 
collo  scudo,  scoprivano  il  corpo  alle  feri- 
te, il  che  fu  attribuito  ad  arte  e  a  saggia 
condotta  di  Mario.  Giovò  ancora  la  pol- 
vere ,  che  non  lasciò  conoscere  a' soldati 
romani  la  gran  moltitudine  de'oemici.  I 
migliori  de'cimbri  restarono  sul  campo, 
e  lia  qui'Sti  il  re;  né  avrebbero  potulo 
molli  di  ossi  fuggir  volendo,  poiché  que' 
della  I."  (Ila, acciocché  non  potessero  mai 
disordinar  gli  altri  retrocedendo,  erano 
siali  vincolati  insieme  con  lunghe  funi 


VER 
trapassate  per  le  ciuture.  Atroce  spella' 
colo  poi  si  vide  nel  loro  campo  e  ne'Ioro 
alloggiamenti,  perchè  le  donne  infuriate 
ammazzavano'  crudelmente  i  fuggenti, 
benché  fossero  mariti,  figli  o  padri,  e  si 
difendevano  ferocemente  da'carri  con  pic- 
che o  lancie,  trafiggendo  in  fine  se  stesse 
e  i  loro  bambini.  Furono  in  ciò  aiutate 
da  feroci  cani,  i  quali  difesero  le  cose  de' 
cimbri  ch'erano  sui  loro  carri.  11  Verone- 
se dunque  fu  il  teatro  delta  gigantesca  lot- 
ta, ed  un  avanzo  de'  cimbri  fuggita  restò 
sempre  nel  Veronese,  nel  Vicentino,  nel 
Trentino,  mantenendosene  tuttora  la  di- 
scendenza in  que'terrilorii.  Nelle  monta- 
gne del  Veronese  confinanti  alle  Vicen- 
tine e  Trentine,  un  tratto  di  12  villaggi 
circa,  nel  cui  mezzo  è  quello  di  Proguo, 
parlano  una  lingua  differente  da'  circo- 
stanti paesi,  cioè  un  tedesco  sassone,  os- 
sia il  toscano  della  Germania  (o  come  fu 
riconosciuto  neh  708  da  Federico  IV  re 
diDanimarca,quella  de'popoli  situati  ver- 
so il  mar  Baltico),  laonde  poco  s' inten- 
dono co'tedeschi  di  qua.  L' istessa  lingua 
continua  quasi  in  tutti  i  Scile  Comuni  del 
Vicentino,ein circa  4 altie terre  delTi en- 
fino, ch'è  il  flore  dell'antichissima  Ger- 
manica, per  cui  vengono  denominali  cim- 
bri. Pochi  auui  trascorsero  dalla  vittoria 
Cimbrica  alla  guerra  Sociale  o  Italica  0 
Marsica,  la  quale  fece  strada  a' veronesi, 
come  a  tutte  le  città  dentro  l'Alpi ,  per 
crescer  di  condizione  nella  gerarchia,  per 
cosi  dir,  dell'impero.  Mirabile  fu  la  poli- 
tica romana  nel  soggiogare  i  popoli,  di 
farseli  amici  e  congiunti ,  con  comparte- 
cipazione più  o  meno  alle  romane  pre- 
rogative, anche  alla  cittadinanza,  ma  non 
tulli  colgiusdi  sulFiagiOjdiirerenziaiulo- 
si  nel  gius  Ialino  e  nel  gius  italico,  il  qua- 
le principalmente  consisteva  in  non  aver 
[)reside  alcuno.  Invaghili  i  popoli  italia- 
ni d'esser  tulli  cittadini  romani,  si  solle- 
varono e  ne  scgm  quell'urribil  guerra,ch0 
in  3  anni  costò  la  vita  a  due  consoli  e  a 
3oo,ooo  italiani,  e  finì  col  coiicciU-rsi  la 
cilladinaDzadalGC4di  Roma  iopui,pri^ 


VER 
ma  senza  voto  e  indi  con  esso,  e  finalmen- 
te la  partecipazione  della  repubblica,  co- 
sì o'gMlli  cisalpini  e  a'veneti,  tutti  italia- 
ni e  romani,  dopo  esser  loro  stato  accor- 
dalo il  gius  Ialino,  dicbiarandosi  le  città 
colonie  latine,  senza  mandarvisi  nuovi  a- 
bitanti.  Una  di  esse  fu  Verona  e  lo  diven- 
ne intorno  all'anno  di  Roma  666,  insie- 
me alle  delle  prerogative,  laonde  nel  690 
lutti  i  popoli  traspadani  n'erano  in  pos- 
sesso, nel  703  meglio  compiendosi  il  tut- 
to da  Giulio  Cesare,  loro  benevolo  presi- 
de, che  poi  aiutarono  nella  guerra  con- 
tro l^ompeo.  Verona  dal  trionfo  di  Ma- 
rio in  poi,  sino  al  dì  dell'impero  d'Augu- 
sto, fu  governata  da  un  proconsolo,  inve- 
stito deiraulorilà  quasi  tutta  della  repub- 
blica, ed  il  primo  fu  Pompeo  Strabone, 
e  quindi  Metello  Pio,  Pompeo  Magno, 
Caio  Manna,  e  Cicerone  medesimo.  Ve- 
rona per  la  votazione  ne'comizi  fu  ascrit- 
ta alla  romana  tribù  Pobilia  o  E'opilia, 
o  Publilia,  o  Publicia,  o  Poblicia,  com'e- 
ra chiamata  la  famosa  gente  che  la  com- 
poneva. Silfatto  regime  riuscì  benefico 
a  Roma,  di  cui  fu  idea  mirabile  ampliar 
sé  stessa  colla  semplice  e  sola  comlinica- 
zione  de'  suoi  diritti  politici,  ciò  che  fu 
il  maggior  segreto  che  la  politica  inven- 
tasse mai,  messo  in  allo  dal  fondatore 
Romolo  sagacissimamente;  interessando 
così  molli  nella  difesa  e  nella  gloria  della 
romana  repubblica.  Nel  tempo  suddetto 
la  Cisalpina  era  già  in  condizione  di  pro- 
vincia, e  vari  presidi  o  proconsoli  fami- 
gerati la  governarono,  ritenuto,  che  i 
romani  risguardavano  per  paese  di  con- 
quista il  suolo  di  cui  si  fosse  impossessa- 
ta straniera  gente  e  nemica,  e  da  cui 
cacciata  e  sconfitta  l'avessero,  come  av- 
venne nella  Gallia  Transalpina  dopo  l'oc- 
cupazione cimbrica,  terra  non  più  de' 
galli  che  si  trasferì  a' romani,  ed  in  cui 
forse  alcuni  popoli  cisalpini  avevano  se- 
condato i  cimbri.  Madei  ricorda  i  pro' 
consoli  più  celebri,  e  le  loro  principali 
gesta.  In  appresso  Verona  ebbe  il  suo 
foro  pe'giudizi.  Nel  7  i  3  di  Roma,  secon- 


VER  261 

do  r  intendimento  di  Cesare,  la  Gallia 
Cisalpina  dal  nipote  e  figlio  adottivo  Ot- 
taviano Augusto  fu  di  nuovo  fatta  libe- 
ra da'presidi,comeavanti la  guerra  cim- 
brica, ritornando  alla  condizione  italica,  e 
con  essa  Verona, sempre  per  altro  appar- 
teuendoairitalia  benché  nominata  Gallia 
solo  perchè  un  tempo  tenuta  dai  galli. 
Pare  certo  che  a  Verona  unacolonia  mili- 
tare mandasse  Augusto,  anzi  sembra  che 
fosse  aggravata  di  piùd'una,come  in  altre 
della  Venezia.  In  nobile  e  sontuosa  iscri- 
zione, Verona  vien  detta  Colonia  Augu- 
sta, e  replicatamente  acquistò  gius  di  co- 
lonia,errando  quelli  che  la  crederono  mu- 
nicipio, benché  con  tal  vocabolo  qualche 
volta  denotata;osservandoMa(fei  che  qua- 
si tutte  le  grandi  città  furon  colonie  e  non 
municipii,  nella  supposizione  che  questi 
fossero  di  miglior  condizione,  mentre  le 
colotiie  erano  piccole  immagini  di  Roma, 
osservandone  i  civili  sistemi. Verona  chia- 
mava la  sua  comunità  repubblica,  ed  era 
divisa  in  decurioni  e  plebe,  su  que'magi- 
strati  posando  la  somma  dei  governo  e  la 
principal  cura  delle  cose  pubbliche,  aven- 
do insegne  e  ornamenti  particolari.  Eb- 
be i  supremi  magistrati  duumviri,  i  quar- 
lum  viri,  i  questori  dell'erario,  edilii,  i  col- 
legi dell'arti,  istituto  cominciato  da  Nu- 
ma  che  in  8  arti  distribuì  il'popolo  di  Ro- 
ma. Ebbe  il  patrono  o  protettore  a  Ro- 
ma, i  ministri  della  religione,  i  sacerdo- 
ti eie  sacerdotesse  di  più  numi.Strabonc 
principe  de'geografi  scrisse  di  Milano,  già 
metropoli  degl'insubri,  esser  ancora  città 
insigne,  e  Verona  poco  lontana  gran  cit- 
tà ancoressa.  Così  Verona  ne'primi tem- 
pi degl'imperatori  per  grandezza  e  splen- 
dore fu  paragonata  con  Milano,  la  quale 
fu  sempre  famosa  e  potente;  e  già  a'tem- 
pi  d'Annibale,  Verona  era  stata  distinta 
dalle  circostanti,  laonde  non  fu  vico,  seb- 
bene con  questo  vocabolo  talvolta  si  dis* 
sero  anche  le  città. Consistendo  il  com- 
pimento della  perfetta  cittadinanza  ro- 
mana nel  gius  degli  onori,  alle  dignità  e 
m'igisUaluie  di  Roma,  fai  diritto  fu  co- 


a6i  VER 

iDunicatoalle  città  della  Cisalpina, e  per- 
ciò anche  a  Verona,  oeirVIlI  secolo  di 
Roma;  io  tal  modo  quelli  die  a  Roma  e- 
rano ricevuti, oltreché  già  romani  si  con- 
sideravano per  l'aggregazione,  venirano 
ad  acquistare  una  2.'  patria,  che  amava- 
no di  più  della  nativa,  tramutandosi  in 
romani  più  che  nativi,  onde  non  aveva* 
no  più  altro  a  cuore  e  anteponendo  Ro- 
ma di  gran  lunga  alla  patria  originaria, 
la  pallia  comune  dalla  particolare,  dalla 
grandezza  di  quella  anco  il  bene  di  que- 
sta e  la  felicità  consisteva. Tale  sentimen- 
to era  sì  naturale,  che  non  potrebbe  in  o- 
gni  tempo  dall'islesso  motivo  non  ripro- 
dursi; perché  I'  uomo  segue  il  suo  utile 
per  natui'a;  e  poiché  in  grado  assai  mag- 
giore collocava  ognuno  la  2.'  patria  Ro- 
ma che  la i.^, così  naturalmente  maggior 
all'etto  e  maggior  interesse  concepiva  o- 
gnuno  per  la  2/  che  per  lai/  d'origine. 
Quindi  ciascuno  reputò  Roma  la  patria 
sua,  la  patria  comune,  patria  della  liber- 
tà, città  di  tutto  il  mondo,  nella  quale  i 
soli  barbari,  cioè  i  non  compresi  oell'ira- 
pero,  ed  i  servi  erano  forastieri.  Questo 
punto  viene  svolto  così  bene  dal  MalTei, 
the  dal  multo  credei  ricavare  questocen- 
no.  Mecenate  consigliò  Augusto,  fatto  ca- 
po e  principe  della  repubblica,  di  tirare 
a  Roma  e  di  far  senatori  i  migliori  sog- 
getti ed  i  più  illustri  non  d'Italiasolameo- 
te,  ma  ancora  de'soci  e  de'soggelti,  per- 
chè in  tal  modo  si  sarebbe  assicurato  di 
que'che  potevano  a'popoli  esser  capi  in 
occasionedi  rivolta,  e  avrebbe  guadagna- 
lo l'amor  di  tutti,  partecipando  a  tutti  il 
governo.  Questo  consiglio  rispello  a'galii 
tu  posto  in  pratica  sotto  Claudio,  proba- 
bilmente per  tutelar  la  custodia  dell'im- 
peto, dalle  nazioni  barbare  confinanti,chu 
non  lasciavano  d'agguerrirsi  e  di  render* 
si  più  formidabili  e  feroci;  in  breve,  ac» 
ciò  divenissero  compagni  veramente  fe^ 
deli  ,  riguardassero  1'  impero  come  co- 
sa propria,  e  Roma  quale  sola  e  vera  cit- 
tà, Urhs.  Così  i  romani  fecero  facile  ac- 
quisto di  tutti  i  cuori.  Per  tal  civile  si- 


VER 
sterna,  veronesi  non  maucarono  che  sa- 
lirono in  Roma  a'suprcmi  gradì  e  al  con* 
solato,  come  Tinsigne  poeta  tragico  Lu- 
cio Pomponio  Secondo,  discorso  tra'scrit- 
tori  illustri,  che  vinse  i  catti  nella  Germa- 
nia superiore  da  essi  invasa,  e  perciò  gli 
furono  decretati  gli  onori  trionfali,  il  che 
equivaleva  al  trionfo,  dopo  gl'imperato- 
ri non  volutosi  più  concedere  a'citladini. 
Plinio  il  F'ecchio  e  Plinio  il  Giovane,  pa- 
rimente già  discorsi,  esercitarono  grandi 
uffizi ,  ed  il  2."  fu  console  e  proconsole. 
Una  delle  conseguenze  della  cittadinan- 
za romana  essendo  il  poter  militare  ne' 
corpi  più  nobili,  molti  soldati  veronesi  a 
varie  legioni  ascritti,  ovvero  alle  coorti 
pretoriaue  e  urbane,  si  vedono  ricordati 
ue'monumenti,non  che  portinsegue,cen- 
lurìoni,  prefetti  de'vigili.  Nella  divisione 
o  meglio  riparto  geografico  d'Italia,  fat- 
ta d'Augusto,  senza  però  farne  alcun  uso, 
Verona  restò  nella  X  regione,  la  quale 
comprendeva  non  solo  tutta  la  Venezia, 
ma  alcune  grandi  appendici.  Quell'im' 
peratore  non  mai  ridusse  l'Italia  in  pro- 
vincia, ma  l'innalzò  fino  a  eguagliarla  iu 
certo  modo  a  Roma  nell'onore  e  nell'au- 
toiilà;  perciò  anche  de'veronesi,  per  l'ele- 
zione de'consoli  e  altri  supremi  magistra  • 
ti  di  Roma,  i  loro  decurioni  ne'  comizi 
raccoglievano  i  voti  e  sigillati  li  man- 
davano a  Roma.  Verona  nella  regione 
Traspadana  ossia  Gallia  Cisalpina  assai  si 
distinse  tra  le  altre  città,  facendovi  par- 
ticolare residenza  i  riscuotitori  della  vi- 
gesima  delle  libertà  in  tutta  tale  regio- 
ne e  fors'anco  il  questoi'e  della  medesi- 
ma; ed  è  credibile  che  ci  contribuisse  pu* 
re  l'esser  gran  città  e  doviziosa,  mante- 
nendosi nello  stalo  come  la  disse  Strabo» 
ne  sotto  Augusto,  e  Marziale  a  tempo  di 
Traiano,  qualificandola  gran  Verona.  Di 
sua  forza  si  ha  testimonianza  nella  guer- 
ra civile  tra  Vilellio  e  Vespasiano,  desti- 
nandola a  piazza  d'armi  que'del  2.°,  per 
aver  campagne  aperte  opportune  alla  ca- 
valleria, e  per  l'importanza  di  togliere  a 
Vilellio  una  coluuia  florida  e  abbouJaa- 


VER 
te.  S'aggiunga  che  pei*  Verona  passava 
no  le  Ire  strade  principali  :  Gallica  da 
Torino  ad  Aquilcia  dell'anno  5^3  di  Ro- 
ma} Postumia  che  sin  dall'anno  643 
K'gù  l'Alpi  Giulie  al  mar  di  Liguria;  e 
Claudia  augusta,  che  nell'  anno  799 
movendo  da  Augusta,  pei*  la  Baviera  ed 
il  Tirolo  passando  per  Verona  prose- 
guiva al  Po  presso  Ostiglia,  e  di  là  a  Ro- 
ma. Quanto  alla  P^ia  Emilia,  la  escluse 
agl'atto  il  Mallei,  e  la  Via  Postumia  èia 
prima,  che  abbia  segnato  i  termini  mili- 
tari, cioè  le  tappe  e  le  miglia  (che  allora 
erano  un  quarto  minori  delle  nostre)  io 
virtù  della  legge  Sempronia.  Indi  i  ve- 
ronesi, con  1'  esempio  e  le  ricchezze  gio- 
varono al  partilo  di  Vespasiano.  Cecin- 
i)a,  uno  de' capi  della  contraria  fazione, 
conosciuta  la  fortezza  del  sito,  si  accani- 
|iò  tra  Ostiglia  e  le  paludi  del  Tartaro, 
fiume  che  nasce  nel  Veronese,  assicuran- 
do col  fiume  la  schiena,  e  i  fianchi  colla 
palude.  Sopra  v  venute  poi  due  legionijVol- 
lero  i  vilelliani  far  pompa  delle  loro  for- 
ze, attaccarono  e  circonvallarono  Vero- 
na, dove  avvennero  combattimenti  e  se- 
dizioni di  soldati.  Fu  questa  lai. "aggres- 
sione fatta  a  Verona,  di  cui  è  rimasta  me- 
moria, ma  restò  ben  tosto  libera.  Final- 
mente Antonio  Primo  condusse  in  due 
marcie  da  Verona  a  Bedriaco  lutto  l'eser- 
titOjdove  una  battaglia  decise  a  favore  di 
Vespasiano.  Come  in  occasione  di  guer- 
I a,  cosi  in  que'tempi  si  distingueva  Ve- 
rona perlettere  e  negli  studi,  come  splen- 
deva per  nobili  edifizi  e  sontuose  fabbri- 
che, onde  nolo  poi  Cluverìo  vedersi  in 
Verona  maggior  copia  di  vestigi  e  pezzi 
d'antichità,  che  in  qualunque  altro  luo- 
go della  Gallia  Cisalpina,  e  Maffei  aggìun  • 
gè  d'Italia  tutta,  a  riserva  sempre  della 
gran  metropoli  del  mondo.  Catullo, Cor- 
nelio Nepote,  Emilio  MacrOjVitruvio, fu- 
rono le  prime  letterarie  sue  glorie.  Del- 
la quantità  de'templi  che  furono  in  Ve- 
rona e  nel  distretto,  fa  fede  il  gran  nu- 
mero d'iscrizioni  votive  a  varie  deilàcon 
sagrate.  I  marmi  veronesi  fanno  credere 


VER  a63 

la  città  abitala  dal  fiore  del  sangue  ro- 
mano, ed  il  Panvinio  raccolse  i5o  nomi 
gentilizi  tratti  da  tali  lapide:  la  quantità 
fa  indizio  della  popolazione  e  frequenza. 
Fu  creduto  veronese  il  bisavo  dell'impe- 
ratore Vespasiano.  E'  notabile  l'aversi 
alquanti  monumenti  della  gente  Veronia, 
che  non  si  vede  altrove.  Ed  è  credibile 
che  tal  gentilizio  nome  prendesse  princi- 
pio dalla  libertà  data  ad  alcuni  servi  dal- 
la repubblica  veronese,  poiché  servi  pos- 
sedevano i  pubblici  ancora,  ed  i  collegi, 
i  quali  nell'esser  fatti  liberi  prendevano 
alcune  volte  il  nomeda  que'collegi  o  dal- 
le città.  Dopo  la  disfatta  de'cimbri  non 
ebbero  per  lungo  tempo  ardire  di  pensa- 
re all'Italia  i  popoli  settentrionali,  ma  sot- 
to Marc'Aurelio  i  popoli  catti  invasero  la 
Rezia;  epoco  dopo  l'Italia  tutta,  da  gran 
pestilenza  afflitta,  posero  in  terrore  i  mar- 
comannie  i  quadi, genti  germaniche. L'im- 
peratore sì  recò  in  persona  ad  affrontar- 
li, col  collega  Lucio  Vero,  e  li  sconfìsse, 
poi  presso  la  Rezia  tagliò  a  pezzi  molti 
barbari  Caracalla.  E' probabilechequan 
do  le  guerre  co'transalpini  erano  a  que- 
sta parte  ,  una  specie  di  piazza  d'  arme 
fosse  Verona.  Neil'  anno  249  di  nostra 
era,  trovandosi  in  Verona  l'imperatore 
Giulio  Filippo,  dopo  essere  stato  sconfit- 
to, forse  nel  Veronese,  da  Decio  che  gli 
successe,  fu  ucciso  da'soldati;  di  che  giuu- 
ta  la  notizia  a  Roma,  vi  fu  ammazzato  an- 
che \\  giovane  Filippo  suo  figlio,  che  a- 
vea  associato  all'impero.  Notai  nel  voi. 
LVin,  p.  222,  che  si  vuole  essere  stati 
i  due  Filippi  i  primi  imperatori  romani 
che  professarono  il  cristianesimo,  ma  oc- 
cultamente. Il  Maffei  ancora  conviene  che 
molti  credono  il  1°  tra  gì*  imperatori  ad 
nbbracciare  la  religione  nostra  fosseGiulio 
Filippo, ma  senza  però  che  per  questo  mol- 
to benefizio  ne  tornasse:  poi  soggiunge, 
vera  cosa  è  che  Tiberio,  per  le  relazioni 
avute  da  Pilato,  propose  al  senato  d*  0- 
norar  Cristo  qual  Dio  ;  aver  Adriano  e- 
retto  templi  senza  alcun  simulacro,  con 
animo  di  consagvavli  a  lui;  che  uno  vo- 


ck64  VER 

leva  consagrargliene  Alessandro  Severo: 
ma  <;s!«i  volevano  riporre  il  Salvatore  fra 
i  loro  falsi  Dei.  Voleva  Eliogabalo  inlro- 
fiiirre  nel  suo  tempio  Palatino  tutti  i  ri- 
ti, compresi  il  giudaico,  il  samaritano  e 
il  cristiano,  Antonino  Pio  con  un  rescrit- 
lo  alle  cillà  d'Asia,  permise  la  religione 
«le'crisliani,  e  Marc' Aurelio  vietò  di  ac- 
rusarli.  Alessandro  Severo  fu  soltanto  tol- 
lerante, onde  poco  gli  giovò  fosse  cristia- 
na Mammea  sua  madre.  Però  tutti  con- 
venire I .°  d'ogni  altro  essere  stato  Gostan- 
tino  I,  il  quale  professò  solennemente  il 
cristianesimo  e  lo  rese  trionfante.  Quan- 
to a  Verona  s'ignora  il  tempo  preciso  di 
sua  introduzione.  Pochi  anni  dopo  genti 
barbare  cominciarono  sotto  Gallieno,  a 
invadere, scorrere  e  depredarl'Italia,  per 
l'indebolimentodeirimpero  disputato  fra 
ntolli  tirannide  provincie  lacerate  da  più 
nazioni,  restò  i'  Italia  esposta  al  furore 
(le'barbari  alemanni,  con  l'eccidio  di  piti 
i;itlà  ;  mentre  gli  scili,  saccheggialo  TU- 
brio,  entrarono  in  Italia  e  scorsero  quasi 
fino  «  Roma,  perciò  compresa  di  terrore. 
Laonde  Gallieiio^nel  265  volle  munir  Ve- 
lona  di  nuove  e  pili  forti  mura,  proba- 
bilmente nel  sito  dell'anteriori,  divenu- 
l«;  deboli  e  mal  ridotte,  e  rinforzarla  con 
nuova  colonia  militare,  che  v'uilrodusse. 
il  silo  e  Timportanza  della  città  pose  in 
necessità  d'invigilare  con  molta  cura  alla 
sua  difesa,  per  cui  celeremente  e  in  fret- 
ta furono  eseguiti  i  lavori:  cominciati  a' 
3  aprile,  si  coutpirono  a'4  dicetubre  del- 
l'anno medesimo.  Come  la  città  era  da  3 
parli  circonvallala  dal  fiume,  così  colle 
magnifiche  niiwa,  coronale  di  merli  e  fra- 
mezzale  di  torri ,  si  serrò  solamente  da 
quella  parie  che  rimaneva  aperta  e  indi- 
fesa. Dipoi  queste  mura  furono  eifìgiate 
Dell'arco  di  Coslantino  in  Roma,  in  con- 
ti assegno  di  vittoria.  E  nell'iscrizione  po- 
sta in  Verona  la  città  è  chiamata:  Colonia 
Atii^Hsta  Nuova  Gallienana.  Il  titolo  di 
ytitgiisla  non  davasi  che  alle  grandi  città  e 
(die  Colonie  inviate  dagriniperaluri.  Cie- 
i[i!  MkIUi  che  sia  stato  1'  ubmio  cscm- 


V  E  R 

pio  (li  esse,  e  l'ultima  pnriecipazione  del 
sangue  romano  di  veterani  toccò  a  Ve- 
rona. Noterò,  che  recenti  scrittori  sosten- 
gono, che  le  regioni  «legli  attuali  princi- 
pati Danubiani  ,  Moldavia,  Falacchia 
ec.  ,  aprendo  la  via  dentro  il  cuore  del- 
l'Europa, fu  la  via  regia  delle  nazioni  bar- 
bare, che  dalle  regioni  del  Caucaso  e  del 
Caspio  per  tanti  secoli  vennero  a  inon*  . 
dar(i  l'Europa:  principali  loro  abitanti  fu-  1 
ron<j  i  geli,  misti  agli  sciti  per  alleanze, 
costumi,  vesti,  e  spesso  anche  del  nome. 
Divennero  una  delle  più  possenti  e  civili 
nazioni  del  mondo  barbarico^  pressoché 
simili  a'greci,  e  i  più  sapienti  barbari  eu- 
ropei. Nel  III  secolo  circa  di  nostra  era, 
si  vuole  che  con  lieve  inflessione  di  nome 
si  chiamassero  goti,  da  cui  uscirono  nel 
V  i  famosi  regnatori  d'Italia,  della  Gal- 
lia  meridionale  e  della  Spagna.  Parte  del- 
la nazione  getica  erano  i  daci  o  davi  o 
dai,  posti  tra  il  Pruth  e  il  Danubio.  Sot- 
to Claudio  II  Gotico^  succeduto  a  Gal- 
lieno nel  268,  scesero  gli  alemanni  nel 
Veronese;  ma  fattosi  loro  incontro  l'im- 
peratore colle  legioni,  non  lungi  dal  la- 
go Benaco  ,  e  forse  nella  selva  Lugana, 
die'Ioro  l>attaglia  e  li  tagliò  a  pezzi,  re- 
standone appena  la  metà,  L'  insigne  fa- 
miglia dell'imperatore  Probo,  fuggendo 
l'invidia  e  i  tumulti  di  Roma,  si  accasò 
nel  Veronese  intorno  al  lago  delizioso. 
Avvenute  alcune  cose  nella  Venezia,  nel- 
l'impero di  Caro  del  282,  occorse  man- 
darvi un  Giuliano  a  correttore,  magi- 
strato che  nelle  regioni  d'Italia  per  mo- 
livi particolari  e  secondo  l'occasioni  spe- 
divasi.  Morto  Caro  nel  288,  il  corretto- 
re Giuliano  si  fecegridare  imperatore,  ma 
venuto  dall'  Illirico  in  Italia  Carino  ,  lo 
sconfìsse  e  uccise  ne'campi  Veronesi.  Si 
hanno  di  lui  medaglie  d'ogni  metallo,  in 
cui  sì  chiamò  Marco  Aurelio  Giuliano 
Pio  Felice  Augusto  ,  e  dal  rovescio  si 
trae  ch'eltbe  alla  sua  divozione  la  Pan 
nunia  confinante  colla  Venezia.  Da  lui 
vuoisi  prese  il  nome  Forum  Juliaiii  «k  1 
N'eroncse,  nel  villaj^qio  poi  detto  l'iizc- 


VER 
lane.  Pare  che  Verona  non  lo  considerasse 
per  tirniino,  né  d'infausta  memoria,  per- 
chè per  la  di  lui  uccisione  venne  det- 
ta macchiata  di  sangue  civile.  Non  raol- 
todopo  gl'imperatori  Diocleziano  e  Mas- 
simiano segnarono  in  Verona  due  leggi: 
Massimiano  vi  fu  più  volte  per  lespedi- 
zionisuenella  Reziaenella  prossima  Ger- 
n)ania.  Per  la  frequenza  del  transito  e 
del  soggiorno  in  cjue'tempi  degl'impera- 
tori, palazzo  a  loro  destinato  era  in  Mi- 
Ifiiioe  in  Aqtiileia,  edè  assai  credibile  che 
in  Verona  ancora  pur  fosse.  Mei  3o4tia- 
lerio  MassimianoCesare  passandoper  Ve- 
rona ,  ordinò  che  si  erigesse  una  porta, 
per  essere  imperfetta  quella  in  fretta  fab- 
bricata colle  mura, il  che  ricorda  una  me- 
daglia coll'iscrizioiie:A'ero/m/V^»oivz  Por- 
III.  Osserva  Malici,  che  veramente  le  cit- 
t;i  d'Italia  nell'alto  secolo,  generalmente 
non  battevano  moneta,  [)arendoche  per 
1  Italia  soLimenle  Augusto  s'appigliasse 
al  consiglio  ailribnito  a  Mecenate,  che  le 
città  dell' impero  non  avessero  monete 
proprie,  ma  si  valessero  delle  romane:  era 
mutile  in  Italia  il  far  monete  in  più  luo- 
ghi, dove  tanta  immensa  quantità  se  ne 
coniava  in  Roma;  e  non  era  ancora  nel- 
le sue  città  avanti  il  dominio  romano  tan- 
to in  uso  da  per  tutto  il  coniar  monete, 
com'era  in  Grecia,  Ma  vi  erano  prima  i 
«asi  straordinari.  Marc' Antonio  avendo 
(alto  batter  moneta  in  Anagni;  e  poi  co- 
U)e  molt'  altri  istituti  cominciarono  ver- 
so la  fine  del  ili  secolo  cristiano  u  cam- 
biare, COSI  anche  questo  mutò,  essendo- 
si specialmente  preso  a  batterne  in  Aqui- 
leìa.La  frequenza  dell'aggressioni, che  ve- 
nivan  fatte  all'Italia  da  (juella  parie,  re- 
se necessario  il  tenervi  o  lo  spedu-vi  trup- 
pe di  tanto  in  tanto;  onde  si  trovò  oppor- 
tuno di  battervi  moneta  per  maggior  co- 
modo del  pagar  gli  eserciti.  Ma  siccome 
frontiera  all'Alpi  è  anco  il  V^eronese,  ben- 
ché tante  non  fossero  le  genti  che  preu- 
desser»)  allora  questa  via,  facevano  pu- 
re in  Verona  quasi  scala  l'armate  roma- 
ne uQn  di  rado,  e  ninna  meraviglia  è  da 


VER  :i65 

farsi  se  talvolta  fu  per  l'istes^o  motivo 
battuta  moneta  eziandio  in  Verona.  Né 
osta  il  non  essersene  vedute,  perchè  an- 
che di  Alitano  ninna  se  ne  conosce,  ben- 
ché attesta  Ausonio  che  avea  ricca  zecca. 
Questo  fa  sospettare  che  in  Verona  pure 
si  fecero  le  medaglie  di  quel  tempo  ,  e 
quelle  di  Giuliano  furono  coniate  sicu- 
ramente nella  Venezia,  e  molto  è  proba- 
bile che  alcune  sieno  di  Verona,  dov' e- 
gli  soggiornava  quando  venne  Carino  a 
combatterlo  :  da  lui  è  credibile  avesse 
principio  il  batter  moneta  nella  Venezia, 
il  che  si  sarà  trovalo  utile  e  comodo.  Di- 
poi di  niun' altra  città  d'Italia  tanto  si 
rammentò  la  zecca,  ne'mezzani  secoli,  co- 
me di  Verona,  i  cui  documenti  di  ciò  ri- 
salgono al  geo  dell'era  nostra,  ed  accer- 
tano una  zecca  veronese  al  tempo  di  Car- 
lo Magno;  e  quando  poi  si  cominciò  ad 
accomunare questoprivilegio, regola  del- 
l'altre zecche  fu  la  Veronese;  onde  En« 
rico  III  nel  i  o49)  come  già  dissi  col  Mu- 
ratori, concedendo  al  vescovo  di  Padova 
il  gius  di  batter  moneta  in  quella  città, 
ordinò  che  dovesse  esser  secondo  il  peso 
della  moneta  di  Verona:  tutte  le  quali  co- 
se concorrono  a  rendere  molto  probabi- 
le che  eziandio  nell'ultime  età  romane  in 
Verona  si  battesse.  Fra  i  molti  edifìzi  che 
Diocleziano  fabbricò  continuamente  qua 
e  là,  vi  furono  le  zecche,  forse  dove  prima 
non  erano,  perciò  non  è  singolare  il  re- 
putarsi che  anco  a  Verona  sia  stata  po- 
sta, e  la  novità  de' luoghi  produsse  no- 
vità di  motti.  Colle  rinunzie  all'impero 
di  Diocleziano  e  di  Massimiano,  si  ebbe- 
ro a  un  tempo  6  imperatori,  ed  a  Seve- 
ro fu  data  l'Italia,  contro  il  quale  nel  3o6 
si  fece  in  Roma  gridare  Augusto  Mas- 
senzio figlio  di  Massimiano,  mentre  per 
la  morte  di  Costanzo  Cloro  era  stato  da' 
soldati  proclamato  imperatore  il  figlio 
CostantinoI,e  nel  v3  1 2  marciòcontro  Mas- 
senzio. A  ciò  s'indusse  perchè  il  compe- 
titore meditava  di  muovergli  guerra,  e 
per  dolergli  sentir  lacerata  da  crudeli  e 
perversi  costumi  l'Italia  e  Roma.  Ricevu- 


2G(>  VE  R 

to  con  festa  a  Milano,  dopo  esser  entra- 
to in  Susa  e  vìnta  a  Torino  la  cavalleria 
(li  Massenzio,  i  cui  cavalli  e  uomini  eran 
coperti  di  ferro.  Ma  essendosi  Ruricio 
Pompeiano,  il  più  sperimentato  e  famo- 
so de'  capitani  di  Massenzio,  colla  mag- 
gior parte  di  sue  milizie  fatto  forte  in  Ve- 
rona ,  ed  essendo  in  essa  gran  quantità 
di  gente  da  più  parti  concorsa  a  salvar- 
si, non  credè  Costantino  I  di  proseguire 
la  marcia  verso  Roma,  senza  prima  com- 
battere costui  ed  espugnar  tal  città.  Pre- 
fetto di  Verona  vieo  detto  Ruricio,  per- 
chè tale  era  rispetto  ai  presidio  e  alle  mi- 
lizie dentro  raccolte.  Mandò  egli  fin  pres- 
so Brescia  una  paiHe  della  cavalleria  per 
opporsi  alla  marcia  del  nemico,  il  quale 
facilmente  l'indusse  a  retrocedere  in  Ve- 
rona; dove  giunto  Costantino  I,  e  ricono- 
sciuta la  situazione  della  città,  molto  gli 
premeva  di  non  potere ,  senza  passar  il 
fiume,  circonvallarla  dintorno  e  levarle 
il  commercio  col  paese  di  là,  dove  resta- 
'va  libero  l'adito  a  ricever  continuamen- 
te viveri  e  soccorsi; né  piccola  impresa  era 
il  passar  l'Adige  in  vista  de'oemici,  im- 
petuoso e  pericolosoallora  per  sassi  e  gor- 
ghi. Mandò  però  Costantino  I  una  parte 
dell'esercito  più  sopra,  e  lontano  dalla 
città,  facendolo  passar  dove  il  fiume  era 
meno  rapido  e  men  diRìcile,  e  dove  non 
era  vi  contrasto;  con  che  restrinse  poi  Ve- 
rona anco  dall'altra  parte.  Fece  Ruricio 
esperimento  della  sua  gente  con  valida 
sortita;  ma  respinto  con  molta  perdita^  u- 
sci  nascostamente  dalla  città ,  e  andò  a 
porre  insieme  maggior  numero  di  solda* 
li;  co'quali  ritornando,  Costantino  I  sen- 
za intermetter  l'assedio  l'andò  a  incon- 
trare, e  giunti  a  vista  nel  cader  del  gior- 
no, non  ricusando  Ruricio  di  combattere 
subito,  segu'i  la  battaglia  di  notte.  Avea 
Costantino  I  disposta  l'armata  in  due 
grosse  linee;  ma  veduto  il  numeio  He'ne- 
mici,  rinfoizò  la  i.',e  spiegò  più  larga- 
mente la  fronte.  Nel  combattimento  ac- 
corse personalmente  in  ogni  parte  più  pe- 
ricolosa, come  ogni  privato  duce  avreb- 


V  E  R 

be  potuto  fare,  e  riportò  finalmente  pie- 
na vittoria,  morto  combattendo  Rmicio 
sfesso.  Dopo  ciò  soprastettero  alcun  tem- 
po gli  assediati,  e  finaitnentesi  resero  a 
discrezione,  senza   uccisione  alcuna,  sol- 
tanto ordinando  Costantino  I  incatenar  i 
soldati;  e  perchè  per  sì  gran  quantità  non 
si  trovavano  ceppi,  volle  che  colle  loro 
spade  si  facessero  manette.  Questa  è  la 
prima  eia  più  antica  espugnazione  di  Ve- 
rona, e  per  renderla  memorabile  e  glo- 
riosa basta  il  nome  di  Costantino  1   il 
Grande^  il  Magno.  Nel  suddetto  arco  a 
Roma   si  vede  Verona  assalita  e  difesa. 
Prima  conseguenza  di  tal  vittoria  e  del- 
la presa  di  Verona,  si  fu  il  rimaner  si- 
gnore di  tutta  l'Italia  di  qua  e  di  là  dal 
Po,  e  di  tutte  le  sue  regioni  e  città.   Di 
più  avvenne  cosa  che  ha  fatto  continuar 
sempre  la  rinnovazione  della  memoria  di 
tal  fatto,  cioè  nacque  quella  specie  d'e- 
poca  che  dura  negli  atti  pubblici  tuttora, 
il  segnar  V Indizione  (^.),  eh'  è  un  giro 
dii5  anni,  e  forma  una  delle  principali 
note  cronologiche,  dalla  quale  tanto  sus- 
sidio si  ritrae  per  giudicar  de'docuraen- 
ti,  e  per  fissare  il  preciso  tempo  de'falti 
sforici.  Che  dalla  vittoria  di  Verona  l'in- 
dizione avesse  principio,  l'ha  mostrato  il 
cardinal  Noris  neWIstoria  Donalistica. 
Incominciata  nel  3  12  la  mostrano  con 
certezza  il  Cronico  Pascale,  q  la  i.'  no- 
tazione di  essa  che  si  ritrovi,  cioè  quella 
del  sinodo  d'Antiochia  del  34',  tenuto 
nell'indizione  xiv  presso  s.  Alanasio;e co- 
sì l'altre  susseguenti,  come  si  può  cono- 
scere per  via  del  computo  retrogrado.  Da 
vari  altri  fatti  hanno  voluto  desumerla 
molti  dotti,  ma  senza  poter  accordare  il 
sistema  loro,  e  non  tornando  il  mese,  qua- 
le senza  dubbio  fu  il  settembre.  Da'24  di 
esso  credeva  il  Noris  che  si  dovesse  pren- 
derne il  i.°  punto,  quando  compilava  la 
detta  Istoria,  che  avrebbe  mutato  se  l'a- 
vesse compita;  mentre  n^W  Epoche  Siro. 
Macedoni,  che  scrisse  dipoi,  conobbe  do. 
versi  prendere  dalr."  settembre.  Moslr^ 
egli  ancora ,  come  per  indizione  debb^ 


VER 
intendersi  nuova  ordinazione  di  tributo 
più  lieve  fatta  da  Costantino  I,  per  sol- 
levar l'Italia  dalle  gravose  imposte  ante* 
riori.  Inoltre  Maffei,  vedendo  non  esser- 
si ben  compreso  tal  fatto,  volle  aggiun- 
gere la  seguente  osservazione,  senza  la 
quale  non  potrebbe  mai  stabilirsi  con  si- 
curezza che  in  Verona,  e  dalla  presa  di 
essa  avesse cominciamento  l'indizione.  Di 
nuove  e  smoderate  imposizioni  furono  au- 
tori,nouMa6senzio,raa  Diocleziano  e  Mas- 
simianoj  e  non  caddero  queste  sopra  l'I- 
talia tutta,  ma  sopra  la  Circompadana, 
e  non  consistevano  in  denaro,  ma  in  vet- 
tovaglie. Li  continui  moti  delle  nazioni 
barbare,  quali  in  vadevano  o  per  le  vie  del- 
l'Alpi,  o  minacciavano  queste  parti,  co- 
strinsero gl'imperatori  a  tenere  armate 
it)  questa  parte  d'Italia,  e  a  dimorarvi  es- 
si stessi  frequeutemeute.  Quiudi  nacque, 
che  nuovo  peso  a  queste  regioni  si  addos- 
sò, adinché  non  mancasse  alla  corte  e  al- 
le milizie  la  sussistenza.  Tuttociò  insegna 
chiaramente  Aurelio  Vittore,  il  quale  e- 
sposta  la  ripartizione  ne' due  Augusti  e 
due  Cesari  per  la  mole  della  guerra  sta- 
bilita, di  qua,  dice  m  venne  il  gran  male 
de'tributi  a  una  parte  dell'Italia;  "  e  ap- 
presso: w  nuova  legge  fu  introdotta  nel- 
le pensioni,  perchè  l'esercito  e  l'impcra- 
lore,  che  sempre  o  per  lo  più  vi  erano, 
si  potesse  sostentare".  Non  dunque  all'I- 
talia tutta,  com'  erasi  creduto  da  tutti, 
ma  a  questa  parte  il  nuovo  aggravio  era 
stato  dato,  scemato  e  poi  moderato  da 
Costantino  I:  la  qual  verità  si  rende  an- 
cor più  manifesta  dall'intendercosasi  e- 
sigesse  per  via  dell'indizione;  poiché  non 
tuonetH,  come  si  è  parimente  creduto,  ma 
specie  di  commestibili  e  singolarmente 
grano  con  essa  si  ritraeva;  il  che  tralucc 
dal  dir  Vittore,  come  serviva  la  nuova 
legge  perchè  nudrir  si  potessero  in  questi 
paesi  gli  eserciti  e  gl'imperatori;  e  più  dal 
libro  delle  morti  de  Persecutori,  il  qua- 
le rammentata  l'enormità  delle  indizio- 
ni sotto  Diocleziano,  dice  che  si  abban- 
donarono perciò  per  disperazione  i  cam- 


V  E  R  tì67 

pi  e  la  loro  coltura.  Contribuzione  di  bia- 
de intendevasi  col  nome  d'indizione  fìno 
a'  tempi  di  Traiano,  come  apparisce  da 
Plinio,  e  così  ne'posteriori  tempi,  come 
da  più  leggi  riguardanti  i  Tribali  (/^.). 
Or  dovendosi  adunque  alleviar  dal  so- 
verchio  peso  la  subalpina  Italia,  e  mode- 
rata indizione  imporle,  acconciamente  il 
fece  Costantino  I  dopo  reso  colla  vitto- 
ria veronese  signor  di  essa  :  né  con  1'  I- 
talia  tutta  e  colle  proviucie  tale  indulgen- 
za avrebbe  potuto  usare  per  aver  presa 
Verona,  ma  solamente  dopo  aver  vinto 
Massenzio  e  conseguita  Roma.  E  siccome 
l'uso  d'imporre  e  di  regolare  le  indizioni 
dii5  ini 5  anni,  che  può  raccogliersi  a- 
'.esse  parimenti  allora  principio^  si  re- 
se poi  stabile  e  comune  in  ogni  parte  non 
solamente  dell'Italia,  ma  deirimpero;co- 
sì  venne  quindi  a  desumersi  una  notacro- 
nologica  universale  che  nel  fatto  di  Ve- 
rona ha  radice. 

Col  secolo  IV  dell'era  cristiana  la  fac- 
cia del  romano  impero  fu  cambiata,  tra- 
sformato il  governo,  impiccolite  e  però 
moltiplicate  le  provincie,  mutati  i  nomi, 
variato  l'ordine  e  il  modo,  in  Italia  siu- 
g  ilarmente.  Riuscirono  all'  Italia  queste 
novità  sommamente  ingiuriose  e  pregiu- 
dizievuli;  poiché  venne  finalmente  allora 
a  ridursi  anch'essa  in  condizione  di  pro- 
vincia, divisa  in  xvii  parti  e  mandato  a 
ciascuna  il  governatore,  con  nome  di  con- 
solare, o  di  correttore,  o  di  preside.  Col- 
le Provincie,  amministrale  dal  suo  retto- 
re, si  formarono  diocesi  cui  sovrastarono 
vicari  immediatamente  subordinati  ad 
uno  de'4  prefetti  del  pretorio,  che  ripar- 
tivansi  la  cura  suprema  dell'impero.  Uno 
di  essi  ebbe  l' Italia  e  l'Africa:  l' Italia  fu 
divisa  in  due  diocesi,  l'una  delta  di  Ro- 
ma e  composta  di  IO  provincie,  l'altra  det- 
ta Italia  che  comprendeva  l'altre  7,  ara- 
be col  proprio  vicario.  Alla  dioce'»i  d'I- 
talia restò  assegnala  la  Venezia.  Già  no- 
vità Adriano  avca  introdotto  in  Italia  co' 
suoi  4  consolari  giudici,  senza  aver  biso- 
gno di  appellar  a  Roma.  Non  fu  stabile 


5.68  VER 

piovvedimenlo,  che  Marc'Aurelio  poi  in 
parie  riuiiovòjdeputanclo  per  giudici  per- 
sone di  minor  grado,  e  poscia  si  tornò 
all'ordine  die  correva  avanti  Adriano. 
Autore  del  nuovo  sistema  dell'  impero, 
quanto  al  governo,  fu  Costantino  I,  crean- 
do i  4  piefelti  del  pretorio,  prima  essendo 
2,  e  di  subordinar  a  ciascun  di  essi  una 
4.°  parie  dell'impero  separatamente,  ma 
soltanto  magistrati  civili,  l'autorità  mili- 
tare trasferendosi  in  due  maestri  della  mi- 
lizia, uno  per  la  fanteria  e  l'altro  per  la 
cavalleria.  Mentre  innanzi  di  piìi  diocesi, 
per  comodo  de'litiganti,  si  componeva  u- 
na  provincia  ,  dopo  Costantino  I  di  più 
Provincie  si  formò  una  diocesi  subordi- 
nata ad  un  vicario.  In  qualche  cui>a  Co- 
stantino! seguì  l'idea  di  Diocleziano,  che 
avea  divisa  l'ammiiiistrazione  dell'impe- 
ro in  4  piefetti,  e  diviso  l'iujpero  slesso 
con  Massimiano,  e  poi  con  Galerio  e  Co- 
stanzo, tutti  smend^ramenti  biasimevoli, 
nocivi  e  fatali;  come  lo  fu  l'abbandono 
di  Roma, (onte  e  centro  della  podestà,  ove 
dovea  sempre  esserne  la  sede  e  il  do- 
micilio, per  opera  di  Costantino  I,  ad  e- 
sempio  di  Diocleziano  che  in  Nicomedia 
avea  fissato  la  sede,  volendola  rendere  a 
forza  di  fabbriche  eguale  a  Roma. Nel  nuo- 
vo sistema  principiato  in  Italia  da  Diocle- 
ziano, e  stabilito  da  Costantino  1,  tutta 
questa  parte  che  ne' tempi  antichi  non  era 
politicamente  Italia,  e  non  veniva  com- 
presa sotto  tal  Dome,  divenne  allora  l'I- 
talia propria  e  poi  solo  con  tal  nome  fu 
intesa, forse  per  l'eccellenza,  ubertàe  po- 
polazione;unde  Polibio  non  dubitò  d'an- 
teporre le  pianure  Traspadane  o  Cisal- 
pniea  tulli  i  paesi  d'Europa:  ne  lodòl'ab- 
bondanza  e  fertilità,  il  buon  prezzo  de' 
viveri,  la  dovizia  d'ogni  cosa,  la  molli- 
ludine  della  gente  e  la  bravura,  la  bel- 
lezza e  grandezza  de'corpi,  l'ampiezza  e 
ricchezza  delle  città;  la  Venezia  e  il  pae- 
se tra  i'  Alpi  e  il  Vo,  altamente  da  altri 
furono  encomiati  con  magnifici  epiteti. 
Jl  Maflei  riporta  copiose  notizie  sui  no- 
mi e  diviaiuui  dcU'Itulio,  e  di  questa  re- 


VER 

gione,  come  de'suoi  governanti,  rilevan- 
do i  benefìzi  co'  veronesi,  consolari  della 
Venezia  e  dell'Istria,  o  conti  e  corretto- 
ri della  Venezia  e  dell'Istria,  o  delle  Ve- 
nezie considerale  alta  e  bassa,  o  superio- 
re e  inferiore,  dicendosi  conti,  forse  per 
fungere  a  un  teenpo  l'uflizio  di  presidio 
di  comandanti  le  milizie.  In  alcune  cau« 
se  della  Venezia,  le  appellazioni  più  gra- 
vi non  andavano  al  vicario  d'Italia,  ma 
a  Roma  e  al  prefetto  del  pretorio.  L'es- 
sersi negli  ultimi  due  secoli  romani  am- 
ministrate ìli  forma  di  provincie  le  re- 
gioni italiche,  non  distrusse  punto  l'an- 
tica idea  romana,  in  quanto  riguarda  il 
lasciare  che  si  reggessero  le  citlà  da  sé  e 
pe'propri  cittadini.  Prefetti  o  vicari  non 
si  mandarono  se  non  come  uffìzio  mili- 
tare, e  per  comandar  presidio,  ed  anco 
di  questi  magistrati  per  Verona  dà  no- 
tizia IMafTei;  nominando  altresì  i  magi- 
strati cittadineschi,  decurioni,  duumvi* 
ri,curialie  magistrati  di  giudicatura. For- 
mata della  Venezia  una  provincia  del- 
l'impero, col  proprio  governatore,  quan- 
to alla  metropoli  o  capitale,  più  motivi 
non  mancano  attribuirne  la  prerogativa 
u  Verona,  né  ad  alcun'  altra  citlà  se  ne 
può  dar  vanto  ,  non  essendo  usati  i  ro- 
mani di  fissar  nelle  loro  provincie  una  ca- 
pitale. Ogni  paese  ha  sempre  avuto  un 
maggior  luogo,  ogni  regione  una  città  più 
grande,  ogni  nazione  una  più  famosa  del- 
l'altre, e  più  popolata  e  più  ricca:  in  que- 
ste per  lo  più  si  teneva  da  quel  popolo  il 
comun  consiglio,  in  queste  si  radunava- 
no per  trattar  degli  affari  alle  loro  re- 
pubbliche e  comunanze  spettanti;  in  qua* 
ste  furono  gli  ediflzi  più  splendidi ,  e  si 
celebrarono  gli  spettacoli  più  sontuosi;  a 
queste  faceva  capo  il  commercio  nieican- 
tile  e  il  concorso,  e  di  queste  intendono 
i  geografi,  gli  storici  e  gli  altri  scrittori, 
e  non  meno  le  medaglie  e  gli  altri  mo- 
numenti,quando  nominano  capitali  emc- 
tiupoli.  Ma  non  di  primati  spettanti  al- 
le cose  intrinseche  e  loro  proprie,  quan- 
do cercasi  se  le  provincie  ronianc  aves- 


VER 

sero,  come  ne'governi  d'oggidì,  la  capi- 
tale. Questa  non  è  questione  di  geogra- 
fìa, ma  di  governo  romano;  e  sta  benis- 
simo insieme  la  grandezza  di  molte  an- 
tiche città  dell'impero,  e  la  dignità  me- 
tropolitica, che  aveano  ne'Ioro  paesi,  col 
non  essere  decretate  da'romani  per  cen- 
tri dell'amministrazione  loro  nelle  pro- 
Tincie,  ne  per  sedi  del  reggimento.  I  ro- 
mani  nel  costituire  le  provincie  non  pre* 
sero  regola  dalla  geografìa,  e  non  alle 
naturali  costituzioni  de'paesi  e  alle  varie 
genti,  ma  secondo  le  occorrenze,  oltreché 
soggiacevano  a  non  infrequenti  muta- 
menti, di  restrizione  e  ampìiazione.  Cen- 
sì nel  governo  delle  provincie  (Issarono 
un  centro,  per  residenza  ordinaria  de'ina- 
gistrati  supremi,  la  quale  con  quella  del- 
la sede  stabile  del  tiibunale  supremo  e 
defìmtivo,  formano  gli  essenziali  costitu- 
tivi d'una  capitale;  ma  in  arbitrio  de'pre- 
sidi  rìn)aneva  la  scella  del  luogo,  non  do- 
lendo di  preferenza  risiedere  sempre  in 
uno,  ma  alternarli  di  hequente,  essendo 
obbligo  de'presidi  il  portarsi  non  meno 
nelle  città,  che  in  tutle  le  terre.  Laonde 
«on  eravi  neppur  l'idea  di  metropoli,  né 
di  stabile  residenza  determinata,  anzi  non 
potevano  ne'Iuoghi  ove  recavansi  dimo- 
rar troppo,  e  dopo  3  giorni  doveano  man- 
tenersi del  proprio,  dovendo  avere  in  mi- 
ra il  bene  comune  e  l'utile  de' popoli.  Le 
metropoli  in  que'lempi  erano  puramen- 
te regionarie  e  nazionali.  Invece  che  i  li- 
tiganti andassero  0  cercare  il  tribunale, 
questo  andava  a  cercar  quelli;  il  che  era 
un  de' motivi  d'obbligare  i  presidi  a  gi- 
rar tutta  la  provincia;  lua  perché  i  giu- 
dizi solenni  non  si  facevano  senza  l'inter- 
•vento  della  corte  che  i  rettori  stessi  con- 
ducevan  seco  da  Roma  ,  da  quella  eran 
seguiti.  Per  questi  conventi  giudiziali  de- 
pulavansi  più  città  princij)ali  in  propor- 
zione dell'estensione  della  provincia.  Le 
città  d'ogni  regione  solevano  comporre 
una  comunanza  o  comunità.  Da  lutto  il 
ragionamento,  il  MafFei  ne  trae  la  con- 
seguenza, che  Aquileia  non  potè  essere 


VER  269 

la  capitale  della  veneta  provincia,  benché- 
grande  e  centro  del  commercio  con  più 
genti  illiriche,  trovandosi  prossima  al  ma- 
re, e  benché  vi  facessero  frequente  pas- 
saggio gì'  imperatori  e  in  essa  facessero 
capo  le  milizie  romane  inviate  contro  le 
nazioni, stanziandovi  armata  navale;  non 
ostante  pure  che  nel  secolo  111  cristiano 
divenisse  maggiore  di  Padova  e  Verona, 
tra  le  più  illustri  dell'impero  dopo  Uoina, 
Milano  e  Capua.  Rlelropoli  e  capo  della 
Venezia  la  chiamarono  solamente  Gior- 
nande  e  Paolo  Diacono,  o  intendemlo  di 
metropoli  regionaria,  ^on  è  però  da  du- 
bitare che  fosse  metropoli  di  sua  regio- 
ne,  cioè  de'carni,  essendo  anzi  fuor  de' 
confini  della  Venezia.  !Ma  in  seguilo,  com- 
putati i  carni  co'veneti,  Acpiileia  fece  fi- 
gura di  metropoli  anche  della  Venezia 
inferiore,  e  cresciuta  a  dismisura  nel  ili 
e  nel  IV  secolo,  benché  Verona  e  i'ado- 
va  fossero  state  già  gran  città  pricna  che 
Aquileia  nascesse  dopo  l'anno  568 di  Ro- 
ma, le  avanzò  tanto  di  po[)olazione,  di 
concorso  e  di  ricchezza,  che  venne  a  es- 
ser considerata  come  regionaria  metro- 
poli della  Venezia  tutta.  Ma  per  quanto 
è  del  governo  romano,  se  non  fosse  sta- 
to in  uso  di  fissar  capitali,  non  si  sareb- 
be nella  Venezia  scelta  Aquileia,  ch'era 
nell'estremità  di  essa,  e  troppo  però  con- 
traria a  quel  comodo  de'  popoli,  ch'era 
ili."  scopo.  Non  pochi  hanno  arguita  re- 
sidenza di  preside  in  una  città,  per  esser- 
visi scoperta  iscrizione  a  onor  d'un  con- 
solare o  d'un  correttore  innalzata.  Se  ta- 
le «igomento  valesse,  capitale  della  Ve- 
nezia sarebbe  da  dir  Verona  ,  ove  uni- 
camente trovossi  memoria  d'un  consola- 
re, propria  dignità  della  provincia,  cioè 
in  Valerio  Palladio,  il  quale  è  chiamato 
Consolare  della  Fciiezia  e  dell'  hlna 
in  esimia  lapide  che  fu  sempre  in  Vero- 
na e  ora  nel  museo  ,  che  curò  con  zelo 
l'ornamento  della  città,  oltre  due  altri 
consolari.  Di  più  inVerona  operarono  più 
correttori,  come  si  ha  da  ultra  lapide.  Né 
poco  caso  è  da  Iure  per  tal  conio  auihe 


t^tf  VER 

ilell'Anfiteatro,  che  secondo  l'idee  greche 
il  più  superbo  edificio  bastava  a  preten- 
der il  primato.  Questo  faceva  parimente 
pretendere  alle  città  l'esser  sede  alle  pub- 
bliche feste  e  de'più  solenni  spettacoli,  a* 
quali  dalle  circonvicine  parti  d'ogni  in- 
torno si  concorreva.  In  questo  secolo  IV 
furono  in  Verona  più  volte  gl'imperato- 
ri e  qualclie  tempo  vi  soggiornarono,  co- 
me sì  ha  dalle  leggi  che  vi  fecero  Costan- 
tino I  nel  33o;  Valentiniano  I  nel  364 
e  nel  365;  Valentiniano  II  nel  383,  nel 
384  fi  "^'  SS5;  e  prima  fors'anco  Gra- 
ziano nel  382:  Teodosio  I  il  Grande  5 
leggi  rilasciò  in  Verona  nel  390,  ed  una 
Onorio  nel  399.  Frequente  passaggio  de- 
gl'  imperatori  ponno  indicar  ancora  le 
molte  colonnette  migliarie  trovate  nei 
territorio  veronese  ,  diverse  delle  quali 
si  conservano  nella  città.  A  Verona  poi 
facevano  capo  le  strade  di  Milano,  d'A- 
quileia  e  per  Germania,  con  mansione  a 
Sarmione ,  cioè  casamenti  pubblici  ne' 
quali prendevanoalloggio  i  presidi, gl'im- 
peratori, e  quelli  che  viaggiavano  con  di- 
ploma. Inoltre  in  detto  secolo  corpi  di  mi- 
lizia erano  distribuiti  per  l'Italia  per  pre- 
sidio e  per  esser  pronti  ad  ogni  occasione: 
3  erano  nella  Venezia,  cioè  in  Verona, 
in  Padova  e  in  Oderzo,  ciascuno  sotto  il 
comando  d'un  prefetto,  e  trovasi  quello 
de' sarmati  gentili  in  Verona,  gentili  si- 
gnificando stranieri  e  barbari,  non  cora» 
presi  nell'impero,  ed  esclusi  da'privilegi 
che  portava  seco  1'  esser  romani.  Tale  è 
il  senso  della  legge  di  Valentiniano  I,  che 
fa  delitto  capitale  il  matrimoniod'uny^ro- 
vincialc  con  donna  barbara^  e  di  un  gerì' 
iile  con  donna  provinciale.  Stilicene  in 
tempo  d'  Onorio  avea  sotto  le  insegne 
imperiali  gran  quantità  e  di  romani  e  di 
gentili.  Nella  diocesi  d'Italia  6  arsenali, 
ossìa  officine  o  fabbriche  d'armi,dopo Co- 
stantino I  furono  costituite,  la  più  insi- 
gne delle  quali  in  Verona;  poiché  mentre 
nell'altre  nn  sol  genere  di  cose  si  lavora- 
la ,  in  questa  se  ne  facevano  due,  cioè 
scudi  ed  armi  o  armature,  probabilmcn- 


VER 
te  per  aver  qualche  vena  di  ferro  nel  ter 
ritorio,  e  pare  fosse  nel  Montebaldo,  ed 
a  Campione  forse  allora  nel  Veronese. 
Nuovo  e  deplorabile  aspetto  di  cose,  in- 
fausta seriedi  mìseri  avvenimenti  e  sven- 
turata trasformazione  dell'Italia  presen- 
ta il  V  secolo.  Cadde  in  questo  finalmen- 
te a  terra  il  suo  impero,  e  lacerala  in  va- 
rie maniereed  afflitta,  non  solamente  per- 
de il  dominio  dell'altre  nazioni,  ma  di  se 
stessa.  Era  assai  tempo  che  diverse  gen- 
ti settentrionali  con  potenti  eserciti  sac- 
cheggiavano molte  Provincie  romane,  e 
terribili  sopra  tutti  i  goti,  che  dopo  la 
morte  di  Teodosio  I  s'invaghirono  del- 
l'Italia, e  d'accordo  co'scellerati  ministri 
imperiali  Slilicone  e  Rufino,  che  aspira- 
vano all'impero,  nel  4oi  dalia  Pannonia 
vi  calarono  col  re  Alarico  senza  contra- 
sto. Dopo  la  battaglia  di  Pollenza,  incam- 
minato Alarico  per  uscir  d'Italia,  secon- 
do il  convenuto  con  Stilicone  ,  giunto  a 
Verona  mutò  parere,  e  contro  la  data 
fede  volle  contrastar  di  nuovo,  onde  se- 
guì altro  fatto  d'anni  con  vittoria  de'ro- 
mani  :  Verona  non  piccolo  cumulo  ag- 
giunse al  trionfo,  e  l'Adige  portò  al  ma- 
re il  sangue  e  i  corpi  de'goti.  Fuggito  A- 
larico,  nel  4o8  con  nuova  e  maggior  ar- 
mata di  goti  e  iinniy  passò  di  nuovo  in  I- 
talia  perla  solita  via  d'Emona,  passando 
l'Adige  a  Verona,  assediò  Roma,  che  net 
seguenteanno  e8pugnò,morendo  nel  4  '  o. 
Contro  Onorio  insorse  il  tiranno  Costan- 
tino, e  par  che  si  recasse  a  Verona  e  poi 
retrocedesse,  ucciso  poi  d'ordine  d'Ono- 
rio al  fiume  Mincio,  che  sul  Veronese  si 
valica,  altri  dicono  a  3o  miglia  da  Raven- 
na. Nel  regno  di  Valentiniano  III,  tra  le 
molte  calamità  del  suo  tempo,  fu  singo- 
larmente fatale  alla  Venezia  l' irruzione 
degli  unni  e  di  molti  altri  barbari,  con- 
dotti  dal  feroce  Attila,  che  crudelmente 
la  misero  a  fuoco  e  fiamma  nel  \^i.  In- 
furiarono i barbari  anche  su  Verona, fin- 
ché s.  Leone  I  Papa  pose  fine  alle  loro 
desolazioni.  L'abboccamento  del  Papa 
con  Aitila  seguì^  secondo  MalFci,  uel  Yc- 


VEK 

ronese,  nel  luogo  ove  sorge  Peschiera,  in 
cui  si  passa  ii  Mincio,  ptecisaraente  in  A- 
rovenco  o  meglio  Arilico  borgo  d'allora, 
comesi  ha  da  più  lapide.  Finalmente  nel 
476  con  Ptomolo  Augustolo  cessò  il  ro- 
mano impero  d'occidenlc,  e  si  annullò  ed 
estinse  l-n  libertà  e  il  domiuiod'Italia  e  Ro- 
ma, per  opera  di  Odoacre  re  degli  eriili, 
che  assunse  il  titolo  di  re  d'Italia;  di  che 
fu  causa  principale,  dice  Maffei ,  oltre  i 
vizi  enormi  e  gl'iniqui  costumi,  la  divi- 
sione dell'impero,  e  l'abbandono  di  Ro- 
ma, per  Nicornedia  e  Costantinopoli,  Mi- 
lano e  Ravenna,  e  sopra  tutto  per  esser 
finito  l'amore  e  quella  società  che  avea 
composta  in  Italia  la  libertà  romana.»  Ma 
volle  fatalità,  che  quella  medesima  cit- 
tadinanza romana,  per  la  quale  si  era  re- 
sa tutta  l'Italia  una  città  sola,  e  per  la 
quale  ognuno  avrebbe  volontieri  versa- 
to il  sangue  per  conservar  Roma  ,  dal- 
l'imprudenza d'alcuni  e  dall'avarizia  d'al- 
tri fosse  fatta  cadere  prima  in  vilipen- 
dio, poscia  in  odiosità;  con  che  rotto  l'in- 
canto, e  disciolto  il  comun  legame,  niun 
pensò  pili  che  al  proprio  interesse,  e  a  sé 
stesso,  eh  e  la  via  più  certa  e  più  breve 
per  mandar  tutto  in  mina  ...  Venne  in 
proverbio  potersi  diventar  cittadino  ro- 
mano per  vetri  rotti ...  Lasciò  Augusto 
per  ricordo  a  Tiberio  e  alla  repubblica, 
di  ammettere  parcamente  alla  cittadi- 
nanza. Per  verità  essendo  essa  in  quel 
tempo  comune  già  all'Italia  tutta,  che  ba- 
stava in  tal  situazione  a  difendersi  da  tut- 
to il  mondo;  né  onesto  era  ne  utile  di 
dilFonderla  senza  motivo  ragionevole,  e 
senza  merito  particolare  in  uomini  d'al- 
tre nazioni ...  Ma  ciò  che  diede  l'ultimo 
crollo  ,  e  ogni  cosa  confuse,  e  annullò  il 
sistema  e  la  gerarchia  romana,  si  fu  la  co- 
stituzione di  Caracalla,  con  cui  diede  la 
cittadinanza  a  tutto  l'impero,  e  dichiarò 
cittadini  generalmente  tutti  gli  uomini  li- 
beri d'ogni  provincia.  Quel  mostro  a  ciò 
fu  indotto  da  avidità  di  guadagno  e  in- 
saziabileavariria,acciòda'gravami  da  lui 
imposti  niuuo  ne  rimanesse  eseule".  Laou- 


VER  27* 

de  molli  stimarono  meglio  star  soggetti 
a'goti,  che  signoreggiar  co' romani,  por- 
tando il  grave  giogo  de'tributi.  Ed  ecco 
la  ragione  massima  della  caduta  di  Ro- 
ma, dell'annichilimento  della  repubbli- 
ca, della  rovina  dell'impero;  insuperabi- 
le finché  nella  sua  conservazione  ebbe  o- 
gnuno  interesse,  e  finché  il  nome  roma- 
no fu  l'idolo  del  comune  affetto  e  del  de- 
siderio; esposto  e  fragile  all'invasioni, 
quando  i  popoli  diventarono  indifferen- 
ti, anzi  avversi,  e  que'  d'Italia  singolar- 
mente, ne'quali  dovea  sempre  consistere 
il  nervo  della  difesa,  e  i  quali  dall'aggra- 
vio dell'eccessive  imposizioni  rimasero 
più  degli  altri  alienali  ed  offesi,  perché 
del  gius  italico  1'  esenzione  appunto  era 
il  principal  costitutivo.  Primo  effetto  del- 
l'alienazione dell'Italia  dal  nome  roma- 
no si  fu  il  cominciarsi  allora  in  regioni 
COSI  popolate  e  per  natura  sì  bellicose  a 
penuriar  di  soldati;  di  modo  che  fu  poi 
furza  assoldar  genti  straniere,  e  chiamar 
a  difesa  dell'impero  quegli  stessi  barbari 
che  n'erano  nemici  nati!  Frattanto  regna- 
VciOdoacre,  quando  nel  489  mossecontro 
di  lui  Teodorico  re  de'  goti  o  ostrogoti, 
annuente  Zenone  impcatore  di  Costan- 
tinopoli. Dall'Illirico  disceso  nella  Vene- 
zia, si  accampò  all'Isonzo.  L'incontrò  O- 
doacre,  ma  n'ebbe  la  peggio  e  si  ritirò  a 
Verona;  indi  raccolte  altre  forze,  a'27 
settembre  pose  gli  alloggiamenti  nella 
minor  Campagna.  Teodorico  venne  su- 
bito a  combatterlo,  e  seguì  il  conflitto  nel- 
la famosa  pianura,  teatro  di  tante  cele- 
bri battaglie:  la  vittoria  fu  de'goti,  e  de' 
vinti  molti  ne  distrusse  il  ferro  sul  cam- 
po, molti  co' suoi  rapidi  gorghi  l'Adige 
nella  fuga,  riempilo  di  cadaveri.  Nel  ca- 
lor  della  vittoria  e  nella  confusione  de' 
fuggitivi  restò  occupata  Verona.  In  fine, 
nel  493  OJoacre  fu  assediato  e  ucciso  iu 
Ravenna,  ed  i  goti  senza  attender  la  con- 
ferma di  Zenone,  proclamarono  re  d'I- 
talia Teodorico,  che  vi  regnò  tranquil- 
lamente, mantenendo  l'ordine  del  gover- 
no romano.  Questo  fondatore  del  regno 


272  VER 

tl'llalia  t«i)lo  amò  Verona  clie  ne  riporr 
tò  sopraritioine  di  P  eroiicse.  Ma  l'Italia 
da  libera  e  cluuiinaiite,  sempre   |)iù  di- 
venne veramente  serva,  e  degli  stranieri 
goti  miserabile  preda  e  infelice.  Teodo- 
rico deve  a  Cassiodoro  suo  segretario  la 
beila  comparsa  che  iia  fatto  nella  poste- 
rità, li  nipote  e  successore  A talarico  chia- 
mò li  domìnio  d'  Italia  sua  regia  eredi- 
,tà.  Cessola  milizia  romana  e  le  coorti  ita- 
liane, ed  agl'italiani  tolsero  i  goti  due  ter- 
zi de'loro  campi,  mentre  Odoacre  ne  a- 
vea  diviso  tra'  suoi  la  3.'  parte.  Le  città 
dove  Teodorico  re  non  d'Italia  soiaaten- 
te,  ma  dell'occidentali  proviucie,fu  so- 
lito far  dimora,  furon  Ravenna  e  Vero- 
na, e  questa  preferita  ad  altre  con  pre- 
dilezione per  l'amenità  del  sito  e  per  far 
da  questa  parte  contro  le  nazioni  fron- 
tiera, e  non  meno  per  esser  forte,  la  for- 
tezza delle  città  nascendo  in  que'  tempi 
dall'acque,  come  Ravenna  e  l*avia,e  Ve- 
rona da  quelle  dell'Adige  che  da  3  par- 
ti l'assicurava.  Assai  soggiornò  Teodori- 
co in  Veiona,  ove  costruì  real  palazzo, 
nuove  terme  e  rinnovò  1' acquedotto  dà 
gran  tempo  distrutto.  Dal   palazzo  alla 
porla  della  città,  perchè  vi  si  camminas- 
se a  coperto  e  comodamente,  fabbricò  un 
portico:  pare  che  il  palazzo  sorgesse  sul- 
la collina  di  s.  Pietro,  ove  abitarono  poi 
alcuni  altri  re.  L'antico  Campidoglio  pre- 
stò alla  nuova  fabbrica  più  parti  da  po- 
lersene  valere,  e  se{nbra  che  vi  aggiun- 
gesse un  castello,  ed  il  vecchio  sigillo  di 
Verona  esprimeva  un  palazzo,  pubblica- 
lo nelle  tavole  dal  IVlafTei,  forse  il  prospet- 
to di  quel  di  Teodorico,  adoUato  da've- 
ronesi  qual  residenza  più  volle  de're  d'I- 
talia. JNuovo  recinto  di  mura  fiiUbricò  in- 
oltre Teodoiico  a   Verona,  non  para4;o- 
iiaiiili  alla  grosse/za  ,  robustezza  e  iiia- 
giiificenza  (.Ielle  mura  di  Gallieno. Ma  per- 
chè oltre  1'  Adige  ancora  dovea  ui)itar 
mollo  popolo,  non  parve  al  re  che  fosse 
compiuta  l'opera  s'anche  di  là  non  si  i  io- 
sellava,  il  che  non  erasi  fallo  da  Gallie- 
no. Alili  pretesero  ulti ibuirc  ipieslo  2." 


VER 

recinto  a'tempi  di  Carlo  Magno,  ovvero 
di  Pipino, altri  di  Berengario  1,  altri  du 
pò  ili  ODO  e  fìn'anco  dopo  il  1200.  Ciò 
avvenne  dal  chiamarsi  borghi  e  conside- 
rato fuor  di  città  quanto  rimaneva  fuori 
del  I ."  e  più  vecchio  recinto.  Teodorico 
restaurò  pure  il  foro  e  più  basiliche.  iSel 
535  l'imperatore  grecoGiuslinianoi  mos- 
seguerra  a'goti  per  cacciarli  d'Italia,  on- 
de Roma  fu  occupala  da  Belisario,  cosi 
Ravenna  ed  i  luoghi  forti  della  Venezia, 
dopo  aver  imprigionato  il  re  Vitige  nel 
540.  A  questi  successe  lldebaldo  ch'era 
comandante  del  presidio  di  Verona,  mol- 
to valoroso  nelTarmi,  e  nipote  dei  re  de' 
visigoti;  ma  egli  vedendosi  depresso  nel- 
le forze,  offrì  a  Belisario  di  riconoscerlo 
re  d'Italia,  il  che  rifiutò  quell'eroe  |)er 
non  mancar  di  fede  al  suo  signore.  Mo- 
rì ucciso  nel  54 1  e  gli  successe  Erarico, 
ma  poco  dopo  i  goti  proclamarono  To- 
tila  comandante  di  Treviso  e  nipote  del 
defunto  re.  I  capitani  di  Giustiniano  I, 
deliberarono  in  Ravenna  doversi  prima 
espugnar  Verona, e  farvi  prigione  il  pre- 
sidio goto,  indi  marciar  contro  Tolila. 
Condussero  l'annata  Coslanziano  e  Ales- 
sandro, e  si  posero  a  campo  nell'aperta 
pianura  8  miglia  dalia  città.   Dimorava 
in  luogo  prossimo  a  Verona  Marciano, 
principal  soggetto  in  queste  parti,  nemi- 
coa'goti  e alfezionatoairimperatore. Que- 
sti condenaroguadagnò  una  porta  di  Ve- 
rona per  introdurvi  di  notte i  greci,  e  A r- 
tabaze  armeno  con  100  scelti  soldati  vi 
penetrò  ammazzando  le  guardie,  e  spe- 
di u  chiamar  1'  armata.  I  goti  credendo 
presa  la  città  dal  nemico,  fuggirono  dal- 
l'opposta parie  per  altra  porla;  ma  gl'i  111- 
periuli  invece  ili  sollecitar  la  marcia  si  ai 
restarono  alcun  tempo  in  distanza  di  5 
uiìglia,  per  dissensione  nata  tra'capi  in- 
torno al  dividersi  le  ricchezze  della  cit- 
tà. V^enuto  però  il  giorno,  scoprendo  i 
goti  dal  prossimo  colle  di  s.  Pietro,  do- 
ve s'eran  raccolti,  il  poco  numero  de'gie- 
ci  ch'eran  dentro  ,  e  (pianto  ancor  fosse 
distante  l'c&ercilo,corseiu  ucllu  ciltà,  ricu- 


VER 

IraiiLlo  per  la  slessa  poi  la,  die  dagt'iin* 
|itrriiili  per  la  poca  pratica  e  pel  poco  nu- 
lueio  tic  era  stata  occupata  bene,  i>è  chiu- 
sa; e  leroceiueoie assalirono  Artabazecol 
suo  tlrappello.  Si  posero  questi  in  brava 
«iifesa,  laicliè  giunse  frjiltanlo  T  armala, 
lua  trovò  serrale  le  porte.  Riconobbesi 
in  questa  occasione  perfellaiuente  qual  di- 
sposizioiieil  'animo  produca  ne'popoli  l'a- 
ver interesse  e  parte  in  un  dominio,  o  il 
non  averla;  e  si  cominciò  a  vedere  il  nuo- 
vo edello  della  servitù,  tanto  contrario 
all'  universal  costunie  delle  prische  età: 
poiché  se  tal  Cciso  avveniva  alcun  secolo 
prima,  non  v'è  dubbio  che  i  veronesi,  en- 
trala dentro  una  truppa  di  romani  lor 
confratelli  e  concittadmi ,  non  avessero 
Subito  preso  l'anui  in  sussidio  loro,  e  non 
avessero  almeno  serrale  le  porle  dietro 
«'goti  usciti,  e  apertane  una  all'esercito 
inqieriale,  quando  giunse  alle  mura.  Ma 
cambiato  il  ci  vii  sistema,  e  trattandosi 
d'esser  meramente  soggetti  o  a'goli  o  a' 
greci,  accadde  allora  in  Verona  l'islessis- 
swno  veduto  dal  Malici  alla  sua  età,  in 
altre  città  similmeole  sorprese;  cioè  che 
nel  contrasto  e  nella  pugna  Ira  ledue  par- 
ti i  cittadini  restarono  spettatori  indilFe- 
renti,  Abbandonati  però  i  pochi inaperia- 
h,  e  dagli  abitanti  ,  che  non  si  mossero, 
e  dall'esercito,  che  vedute  chiuse  le  porte 
e  i  goti  in  armi,  prese  partito  di  ritirar- 
si, perciò  o  rimasero  uccisi,  o  precipito- 
samente si  geltarouo  dalle  mura.  Questo 
fallo  die'  modo  a  Totila  d'ingrossar  l'e- 
sercito, e  gli  fu  principio  di  ujolti  pro- 
speri avvenimenti,  talché  Giustiniano  I 
fu  costretto  a  rimandar  Belisario  in  Ita- 
lia con  poche  forze.  Nel  qual  teropoi  fran- 
chi occupatori  della  Gallia,  cogliendo 
r  opportunità  del  guerreggiarsi  aspra- 
mente li-a' goti  e  greci  nelle  parti  inte- 
riori, calarono  in  Italia,  regnando  su  di 
essi  Teodiberto,  ed  occuparono  l'Alpi  Co- 
lie, la  Liguria  e  una  gran  parte  della  Ve- 
nezia. Mandato  poi  Narsele  in  luogo  di 
Belisario  a  comandate  in  Italia,  entrato 
in  essa  coll'esercilo  dalla  parte  della  Dal- 

VOL.  XGIV. 


VER  273 

cnazia,  mandò  a  chiedere  il  passo  a'fraii- 
chi,  che  io  alcuni  luoghi  forti  della  Ve- 
nezia lenevao  presidio;  ma  negato  da 
questi,  condusse  l'armata  lungo  l'Adria- 
tico, tenendosi  pe'greci  i  luoghi  adiaceu- 
ti  al  mare,  superando  ladinicollàde'mot- 
ti  fiumi  con  raccolta  di  barche  per  far 
ponti;  il  che  creduto  da  Totila  impossi- 
bile, non  si  era  data  cura,  che  di  preclu- 
dere la  consueta  via,  con  mandar  Tela, 
il  miglior  de'suoi  capitani,  col  fior  più 
scelto  delle  sue  truppe  a  Verona  tenuta 
sempre  da'goti.  Ed  avea  Tela  con  fosse 
e  altri  lavori  talmente  impedito  il  paese 
dintorno  al  Po,  che  per  questo  ancora 
fu  necessario  a  Narsele  d'appigliarsi  al 
consiglio  di  condursi  a  Ravenna  per  le 
spiaggie.  Non  molto  dopo  nel  552  segui 
la  battaglia,  in  cui  fuiono  disfatti  i  goti 
e  Totila  ucciso:  i  goti  avanzati  dal  con- 
Hilto  passarono  il  Po,  e  fecero  Teia  re. 
Valeriano,  mandalo  ^ki  Narsele,  attaccò 
Verona;  ma  suscitali  i  franchi, ch'erano 
qua  e  là  in  presidio  per  lu  Venezia,  ab- 
bandonò l'impresa.  ProcuròTeia  di  muo- 
vere il  loro  re  in  suo  favore ,  ma  aspi- 
rando esso  a  far  l'Italia  sua  non  accon- 
sentì. Nel  seguente  553  mori  Teia  valo- 
rosamente combattendo  nelle  parti  di  Na- 
poli, e  con  lui  ebbe  termine  il  regno  de' 
goti  in  Italia  ,  partendone  i  superstiti. 
Perì  pure  il  grande  esercito  di  alemanni 
e  di  franchi,  condotto  da'fratelli  Leuta- 
ri  e  Rutilino,  per  rimettere  o  sostenere  ì 
goti:  di  Rutilino  e  de'suoi  fu  fatta  strage 
orribile  presso  Capua.  Battuto  Leutari 
ancora,  mentre  voleva  ritirarsi,  morì  a 
Ceneda,  o  tra  Verona  e  Trento,  restan- 
do consumato  l'I  suo  esercito  dalla  peste. 
In  questo  modo  a  disposizione  di  Narse- 
le e  di  Giustiniano  I  restò  l'Italia.  Vero- 
na dopo  la  caduta  de'  goti  prese  1'  armi 
per  tenersi  in  libertà,  e  per  difendersi  da' 
greci.  Dopo  la  morte  di  Papa  Pelagio  I, 
avvenuta  a'2  marzo  56o,  seguì  conflitto 
fra' greci  e  i  veronesi,  e  restò  presa  Ve- 
rona a'20  luglio,  per  cui  Narsele  da  Ro-. 
tua  spedì  due  messi  trionfali  a  Costaoli- 
18 


«74  VER 

uopoli  (Teofane  dice  nel  S5S),  colla  no- 
titìa  d'aver  prese  due  fotti  ciitù  de'goh, 
Verona  e  Brescia;  ma  quanto  a  Verona 
deve  intendersi  seguito  il  conflitto  co'cit- 
ladini  veronesi,  dopo  essersi  mantenuti 
un  tempo  in  libertà  ,  onde  la  loro  città 
rimase  coll'altre  in  potere  de'greci.  Con 
dotta  digressione  qui  ragiona  MalTeì,  del* 
l'origine  della  nuova  città  che  più  tardi 
prese  il  nome  della  regione  e  si  chìainò 
Fenezia,  per  opera  degli  abitanti  d'  A- 
quileia,  di  Padova,  di  Verona,  e  dell'al- 
tre città  della  T^enezìa  più  esposte  a'bar- 
bari,  fuggenti  il  loro  furore  e  per  conser- 
varsi italiaiki  liberi,  onde  elessero  pel  pro- 
prio governo  magistrali  col  nome  roma- 
no di  tribuni;  non  fu  mai  sotto  dominio 
alcuno  ,  e  restò  sempre  libera  (lino  al 
1797).  Asilo  furon  le  lagune  e  isole  ve- 
nete alla  più  scelta  gente  di  nobilissima 
provincia  ,  che  per  sottrarsi  al  dominio 
de'barbari,  e  per  mantenersi  romana,  vi 
ti  trasferii  colle  sue  famiglie,  e  con  qunu- 
to  possedeva  di  piìi  prezioso, per  cui  M«f- 
féi  proclamò  la  repubblica  veneta,  unica 
discendenza  della  romana.  A  tale  effet- 
to, con  eruditissimo  e  grave  ragionamen- 
to, egli  volle  correggere  l'errore  grande 
e  comune,  di  creder  Roma  passata  dopo 
gl'imperatori  a  stalo  regio,  ed  a  monar- 
chia, mentre  Cesare  venne  trucidato  per 
sospetto  che  ci  pensasse.  Augusto,  che  ve- 
ramente stabilì  il  principato  e  mutò  la 
forma  di  governo,  non  ricevè  dal  senato 
e  dal  popolo  uè  podestà  regia,  wh  ditta- 
toria. I  nomi  trasmessi  a  successori  di 
principe  e  imperatore,  erano  d'antico  uso 
nella  repubblica:  coli."  si  disse  il  i.°  se- 
natore o  i  principali  cittadini,  col  2."  il 
supremo  comandante  d'armata,  signifi- 
cando pure  duce  o  prefetto.  Nome  ù'ani- 
tninistrazione  fu  solito  di  dare  Augusto 
al  suo  principato,  cioè  alla  parte  delle  pro- 
vincia prese  in  sua  cura,  rimanendo  l'al- 
tra in  quella  del  popolo  e  del  senato.  Ta- 
le amministrazione  non  l'assunse  in  per* 
petuo,  ma  peno  anni,  promettendo  de- 
porla  prima  se  gli  fosse  riuscito  di  ridur- 


VER 

re  a  quiete  e  sicurezza  le  provincìe  rite- 
nute. Spirati  i  IO  anni,  gli  si  andò  pro- 
rogando la  podestà  o  per  decennio  o  quin- 
quennio, finché  visse.  Questo  fu  il  nuovo 
sistema  reso  necessario  dalla  condizione 
de'tempi,  ma  che  lasciò  come  prima  il 
fondo  dell'  autorità  nel  popolo  e  nel  se- 
nato. Le  Provincie  poi  conquistate,  si  dis- 
sero soltanto  ridotte  in  podestà  del  po- 
polo romano.  Anche  il  gius  della  mone- 
ta restò  diviso,  in  quelle  di  metallo,  ch'e- 
rano di  maggior  numero,segnando$i  l'au- 
torità del  senato.  A  questo  era  slata  Ira- 
sportala  in  gran  parte  l'aulorità  de'  co- 
mizi e  del  popolo;  alla  qual  mutazione 
seguì  pure  il  determinar  la  guerra,  che 
pure  spettava  al  popolo,  e  l'invio  de'pre- 
sidi  nelle  proviucie;  trasferendosi  così  l'es- 
senza del  governo  da  moltitudine  inde- 
teratinata  a  niulliludine  scelta,  per  esse- 
re il  senato  la  parte  più  degna  del  popo- 
lo. TuUavollu  sempre  continuò  il  nome 
e  la  distinzione  delle  tribù,  ossia  una  cer- 
ta cura  del  beneplacito  popolare.  Fu  ri- 
levante novità  dì  gran  conseguenza,quan- 
do  le  legioni  e  i  soldati  preloiiani  comin- 
ciarono ad  elegger  gl'ioipcratori;  il  che 
non  fu  altro,  che  un  ripigliarsi  la  parie 
del  popolo  militante  quel  supremo  aibi- 
trio  «Iella  repubblica,  ch'e>a  prima  slato 
di  tutto  il  popolo.  Ma  tali  abusive  ele- 
zioni ebbero  sempre  bisogno  della  con- 
ferma del  senato,  il  quale  gli  conferiva 
facoltà  di  far  confederazioni,  d'adunare 
il  senato,  di  dilatar  il  pomerio  della  cit- 
tà ,  e  di  far  quanto  reputasse  giovevole 
alla  repubblica.  Continuarono  sempre 
gl'imperatori  ad  esser  capi  della  repub- 
blica, e  suoi  perpetui  generali,  non  mai 
signori;  nulla  a  ciò  pregiudicando  quelli 
che  si  arrogarono  tirannica  e  assoluta  po- 
destà. Con  nome  di  repubblica  romana 
continuarono  a  chiamarla  gli  scrittori  del 
V  e  VI  secolo,  dicendosi  che  gl'impera- 
tori la  reggevano  e  governavano.  Si  ve- 
de nelle  monete  d'Onorio  e  di  Valenti 
niano  111,  continuata  la  solennità  de'voli 
dcceunali^indicanle  la  coufermatione  del- 


VER 
la  decenne  podestà.  Ampliazione d'auto- 
rità riceverono  gl'imperatori  dal  farsi  cou- 
terire  più  magistrature  e  dignità,  cumu> 
landò  in  loro  la  tribunizia,  la  pontifìcia, 
talvolta  la  censoria,  spesso  la  consolare, 
con  che  ben  mostravano  di  non  aver 
punto  la  regia.  Sedevano  anch'essi  iu  tri- 
bunale, come  gli  altri  giudici.  Corona  e 
diadema  (u  introdotto  come  ornamento. 
Non  pochi  imperatori  presero  un  colle- 
ga non  parente,  il  che  ripugna  alla  mo- 
narchia, in  tal  modo  essendo  incomunica- 
bile. Essi  non  cercarono  mai  moglie  nel- 
le case  de'  re,  ma  nelle  famiglie  cittadi- 
ne, alle  quali  diedero  altresì  le  fìgiie  e  so- 
relle. Teodorico  all'incontro,  qual  red'I- 
talia,  tutti  i  suoi  parentadi  contrasse  con 
altri  re.  La  cassa  degl'imperatori  fu  sem- 
pre diversa  da  quella  della  repubblica  : 
que'sta  si  disse  erario  pubblico,  quella  fi- 
sco privalo.  Il  senato  conservò  sempre  la 
«uà  maestà,  e  quando  gl'imperatori  tra- 
viarono, li  condannò,  dichiarò  nemici  del- 
la patria,  cassò  gli  atti.  Le  legazioni  e  l'i- 
itanze  s'indirizzavano  al  senato  e  agl'im- 
peratori. Quando  questi  furonoacclama- 
ti  tali  dall'esercito,  diversi  di  loro  scris- 
sero al  senato  ritenere  il  reggimento  se 
gli  fosse  piaciuto,  convalidando  la  dignità 
imperatoria.  A'consoli,  dal  senato, e  non 
dagl'imperatori,  furono  seni  predate  l'in- 
segne, cioè  i  fasci  e  il  bastone  d'  avorio. 
Cassiodoì  o  e  altri  contemporanei,  benché 
Teodorico  non  risiedè  in  Uoma,  questa 
■  chiamarono  reggia  di  libertà,  signora  del- 
le co«e,  padrona  dell'impero,  così  l'Ita- 
lia. Né  Odoacre,  né  Teodorico  non  vol- 
lero chiamarsi  imperatori,  mentre  il  2° 
con  più.  di  ragione  poteva  esserlo:  ma  po- 
tendo Teodorico  in  virtù  di  sue  ampie 
ed  estese  conquiste  gioire  d'autorità  di- 
spotica e  assoluta,  non  volle  a$sun)ere  un 
grado  il  quale  giuridicamente  altro  non 
era  che  un  magistrato,  e  lasciava  per  na- 
tura in  repubblica  l'Italia  e  Uoma.  Riluce 
da  tutto  questo  perfettamente,  quanto  sia 
falsa  la  volgar  opinione,  che  Costantino 
1  trasportasse  l'impero  ruiuauoaCostau- 


VER  ayi; 

tiaopoli:  l'impero  non  era  in  arbitrio  di 
Costantino  l,nè  consisteva  nella  sua  per- 
sona ,  né  era  possessione  sua  o  dei  suo 
sangue,  consisteva  nella  repubblica,  ed 
era  gius  del  popolo  e  del  senato,  di  cui 
egli  era  generale  e  rappresentante.  Sede 
naturale  e  unica  nella  repubblica  roma- 
na fu  sempre  Roma,  uè  altra  esser  po- 
teva. Gl'imperatori  non  ebbero  residen- 
za determinata  e  fìssa,  perché  conveniva 
loro  secondo  il  debito  dcH'uinzio  tratte- 
nersi dove  l'occorrenza  delle  guerre  più 
richiedesse.  Che  però  Costantino  istìnias- 
se  poter  più  facilmente  far  argine  alle  ua- 
zioui  orientali,  dimorando  sul  Bosforo 
Tracio,  e  ingrandisse  per  questo  e  nobi- 
litasse Bisanzio,  qual  virtù  potè  mai  ciò 
avere  per  privar  Roma  del  proprio,  iu- 
sito  e  iuseparabil  diritto?  Potè  per  que- 
sto Costantinopoli  esser  mai  altro  che  una 
colonia  di  Roma,  come  lo  confessa  Pia 
Ione?  E  non  ebbe  essa  per  grazia  di  con- 
seguire il  gius  italico,  e  che  le  fosse  rin- 
novato da  Valentiniano  Ili  imperatore 
d'Occidente,  benché  già  da  tanto  tempo 
uno  degl'imperatori  fosse  solito  far  quivi 
dimora.  Com'era  mai  possibile  di  tra- 
sportare la  repubblica  romana  e  la  giu- 
ri»dizione  sua  senza  trasportarRoma?  Già 
Camdlo,  incendiata  e  rovinata  Roma  da' 
gallisenoni,  mostrò  non  potersi  la  repub- 
blica trasferir  a  Vej ,  come  si  pretende- 
va, né  esser  ciò  lecito  neppur  col  traspor- 
to di  tutto  il  popolo  e  di  tutti  i  magi- 
strati. Or  da  tuttocìò  che  segue?  Segue, 
che  quando  da  straniere  nazioni  fu  fìnai* 
mente  debellata  l' Italia,  distrutta  la  re- 
pubblica, soggiogata  Roma,  l'impero  ro- 
mano perì,  s'annullò,  s'estinse:  allora  co- 
minciò essa  a  lasciar  l'epoca  di  sua  fon- 
dazione, e  a  valersi  della  ciistiana.  Col- 
la sola  presa  di  Roma  fu  troncato  il  ca- 
po all'impero  romano,  come  disse s.  Gi- 
rolamo, e  senza  capo  non  c'è  più  vita. 
L'impero  romano  non  continuò  e  non  re- 
stò vivo  in  Costantinopoli,  perchè  il  si- 
gnor d'Oriente  non  fu  imperatore  ro- 
mano, se  uon  fìucliè  da  Roma  fu  elei- 


r, 


276  VER 

lo  o  approvato,  e  che  riconobbe  il  sena- 
to romano  per  fonte  dell'esser  suo.  Ces* 
salo  lutto  questo,  cambiata  lingua,  luo- 
go, governo  e  costumi,  diventò  quel  di 
Costantinopoli  regno  greco;  formato  ben- 
sì con  Provincie  già  soggette  a  Roma,  ma 
il  cui  imperatore  non  essendo  più  capo 
del  popolo  romano,  e  non  più  mantenen- 
do la  libertà  e  il  dominio  all'  Italia  e  a 
Roma,  imperatore  romano  non  poteva 
mai  pretendersi  senza  una  ridicola  ripu- 
gnanza di  termini.  Vero  è  bensì,  eli' es- 
sendo lor  continualo  assai  tempo  il  do- 
minio di  Roma,  continuarono  i  Papi  a 
trattarli  da  capi  della  repubblica  e  come 
imperatori  romani;  non  però  perchè  fos- 
sero, ma  per  eccilarli  a  mostrarsi   tali, 
per  averne  difesa  contro   i  longobardi. 
Queste  verità,  che  forse  a  taluno  liusci* 
ranno  nuove,  furono  oltimamenle  cono- 
sciute ne'tempi  antichi,  da'nominati  dal 
dottissimo  Malfei.  Dissero  i  romani  a  Nar- 
sete:  più  utile  è  servire  a'goti,  che  a'gre- 
ci,  essendo  quello  de' secondi  giogo  più 
gravoso.  Perciò,  come  imperatore  roma- 
no potevo  dirsi  il  greco  e  prelenderc  d'a- 
ver ragione  sull'Italia,  e  di  farla  serva, 
quando  il  vero  imperatore  romano  libe- 
ra all'incontro  l'avrebbe  costituita,  e  do- 
minante sull'altre  genti?  Da  tutto  questo 
risulta,  che  per  l'originaria  libertà  di  Ve- 
nezia se  ne  deduca;  poiché  negli  ultimi 
respiri  e  convulsioni  che  patì  la  repub- 
blica da  Valentiniauo  III  ad  Augustolo, 
e  tanto  più  se  dopo  la  morte  di  questo, 
gente  fu  in  Italia  che  sapesse  raccoglier- 
ei in  sito  per  natura  e  per  industria  da 
ogni  aggressione  sicuro,  e  quivi  fondar 
governo,  stabilir  leggi,  vincolar  società; 
società  e  governo  nati  liberi  interamente 
e  giuridicamente;  non  potendo  esser  sta- 
ti gravati  di  soggezione  all'impero  roma- 
no, non  più  esislcnte,  e  non  al  greco, ch'e- 
ra dominio  straniero,  e  non  avea  però  in 
Italia  altro  diritto,  che  quello  potesse  na- 
scer dall'armi,  per  via  di  conquista.  Così 
l'antica  e  nativa  libertà  romana  poterono 
mantenere  i  vcucti^nel  luogo  da  loro  scello 


VER 

a  sicuro  ricovero,  che  poi  divenne  tanto 
potente  e  tanto  glorioso,  ciocia  repubbli* 
cadi  Venezia,  chegiunse  persino  a  signo- 
reggiar l'Adriatico  e  altri  mari. — Distrut- 
ti o  cacciati  i  goti,  amministrò  e  resse  l'I- 
talia per  l'imperatore  grecoNarsetea  mo- 
do di  provincia,  e  non  senza  accumular 
gran  ricchezze.  Morto  Giustiniano  I  nel 
565,  trovarono  i  lamenti  degl'  italiani  e 
le  loro  accuse  tanta  considerazione  pres- 
so Giustino  II,  che  richiamò  Narsete,  il 
quale  oltraggiato  dall'imperatrice  SoOa, 
per  vendetta  invitò  dalla  Scandinavia  i 
Longobardi,  che  vagavano  in  varie  par- 
ti di  Germania,  a  invadere  e  occupar  l'I- 
talia, e  per  più  eccitarli,  come  col  vino 
avea  fatto  Àrunte  co'galli,  mandò  loro  va- 
rie specie  di  frutti  e  altri  prodotti  italia- 
ni. Giustino  II  nel  5-68  successore  a  Nar- 
sete mandò  in  Italia  Longino  col  titolo 
d'  esarca  e  residenza  a  Ravenna.  Dalla 
dominazione  de'greci  all'occupazione  de' 
longobardi,  perde  l' Italia  ogni  vestigio 
di  repubblica  universale  e  di  magistra- 
ture cittadine,  venendo  governala  col  no- 
me di  duchi  da  governatori  secondai  i,  ad 
arbitrio  quasi  in  ogni  città  ,  e  general- 
mente inviati  dall'esarca,  non  sempre  dal- 
l' imperatore,  come  avverte  Mitll'ei;  seb- 
bene ,  credesi  universalmente  che  i  du- 
chi e  l'istituzione  de'tanti  ducati  venisse 
da'longobardi,  i  quali  tuttociò  trovarono 
stabilito;  solo  esser  probabile  che  altra 
mutazione  non  facessero,  se  non  nelle  cit- 
tà da  essi  occupate  di  sostituire  un  loro 
duca  al  greco.  Propriamente  duchi  in  Ita- 
lia già  sussistevano,  e  Narsete  ne  molti- 
plicò il  numero,  onde  a  lui  devesi  tal  si- 
stema ,  secondo  Maflei.  Dalla  Pannonia, 
donata  loro  da  Giustiniano  I,  scesero  i 
longobardi  in  Italia  col  re  Alboino  nel- 
l'aprile 568,  il  quale  già  avea  aiutato  Niir- 
sete  contro  Tolda,  insieme  a  20,000  sas- 
soni e  varie  altre  genti.  E'  credibile  te- 
nessero la  solila  via  dell'Alpi  Giulie,  per 
le  quali  calarono  nella  Venezia  inferiore, 
detta  poi  Friuli,  occupando  senza  contra- 
sto Furo  Giulio.  Passata  la  Piave  s'im- 


VER 

padrom  tll  Vicenza,  di  Verona,  e  dell'al- 
tre città  della  Venezia  superiore,  tranne 
Padova,  Monselice  e  Mantova;  poscia  Mi- 
lano e  la  Liguria  piana,  più  tardi  Ticino 
della  Pavia  nel  seguente  secolo.  Alboino 
divise  la  sua  residenza  tra  l'avia  e  Vero- 
na, anzi  in  questa  fermò  il  suo  ordinario 
soggiorno,  e  dove  nel  SyS  o  nel  574  nel 
palazzo  regio  lo  fece  uccidere  la  moglie 
Rosimonda,  per  vendicar  il  padre  Cuni- 
mondo  re  de'gepidi.  Vollero  i  longobar- 
di trucidar  la  regina  e  l'omicida  lleltni- 
clie,  saccheggiando  il  palazzo:  ma  essi  sep* 
pero  custodirsi  nella  città,  finché  il  tu- 
multo si  quietasse, avendo  intanto  spedi- 
to all'esarca  Longino,  che  mandò  subito 
barcaarniata,collaquale  fuggironou  Ra- 
venna, colla  figlia  Alsuinda  e  tutto  il  te- 
soro de'Iongobardi;  ma  poi  incontrarono 
tragica  e  miserabii  morte.  Cessato  di  vi- 
vere il  famoso  conquistator  d'Italia  e  fun> 
datore  del  regno  de'Iongobardi,  fu  sepol- 
to nella  stessa  Verona  ,  in  monumento 
sotto  una  scala  contigua  al  palazzo;  se- 
polcro conservatosi  chiuso  per  200  anni, 
dopo  i  quali  fu  aperto  dal  duca  Giselber- 
to  per  vederlo,  e  per  trarne  la  spada  e 
qualche  ornamento.  1  longobardi  elesse- 
ro re  in  Pavia  Clefo,  che  per  le  sue  cru- 
deltà venne  ucciso  nel  SyS;  non  gli  die- 
dero successore,  facendo  governar  la  cit- 
tà da'propri  duchi.  Durò  l'interregno  io 
anni,  e  nel  584  ^^  proclamato  re  Aula- 
ri  figlio  del  defunto,  e  d'allora  in  poi  Au- 
turi  fece  di  Verona  l'ordinaria  sua  resi- 
denza, sebbene  in  seguito  per  lo  più  fu 
sede  regia  Pavia  (^^.).  In  Verona  Anta- 
ri  celebrò  con  gran  solennità  le  nozze  con 
Teodolinda  diBaviera, intervenendovi  fra 
gli  altri  duchi  Agilulfo,  che  poi  il  succes- 
se. Inoltre  in  Verona  abitavano  i  con- 
giunti regi,  poiché  vi  fu  ucciso  Ansai  co- 
gnato del  re.  Childeberto  II  re  de'fran- 
chi  gli  mosse  guerra  e  prese  alcuni  ca- 
stelli nel  Trentino  e  nel  Veronese.  Nel 
589  Verona  e  gran  parte  d'Italia  fu  tra- 
vagliata dall'inondazioni  :  la  maggior  e- 
scrcscenza  dell'Adige  avvenne  a' 17  ollo- 


V  E  R  277 

bre,  e  ne  restò  rovinato  un  pezzo  delle 
mura.  Due  mesi  dopo  un  incendio  furio- 
so distrusse  gran  parte  di  Verona.  Dive- 
nuto nel  591  re  Agilulfo,  guerreggiò  con 
più  duchi,  fra'quali  Zangrulfo  duca  de' 
veronesi,  che  non  meno  degli  altri  ne  ri- 
mase vinto  e  ucciso.  Poco  dopo  la  città 
fu  grandemente  afflitta  da  contagioso 
morbo.  Indi  Agilulfo  soggiogò  alcune  cit- 
tà della  terraferma  della  Venezia,  che  e- 
ransi  mantenute  col  presidio  greco,  fra  le 
quali  Padova, che  fece  barbaramente  bru- 
ciare e  distruggere,  onde  gli  abitanti  si 
trasferirono  parte  a  Ravenna,  e  parte  a 
Rialto,  ad  Olivolo  e  ad  altre  isolette  che 
andavano  formando  la  città  di  Venezia. 
Fu  Agilulfoili.°re  longobardo  che  a  per- 
suasione di  Teodolinda  abbracciò  la  re- 
ligione cattolica,  ed  è  credibile  che  col 
suo  esempio  il  simil  facesse  la  maggior 
parte  de'suui.  Il  re  Rotari  si  rese  celebre 
per  le  sue  leggi,  pel  i ."  di  sua  nazione,  co- 
minciando con  esse  il  corpo  delle  longo- 
barde; espugnò  Oderzo  e  l'atterrò,  mo- 
rendo nel  652  o  nel  principio  del  653. 
I  longobardi  furono  fierissìmi,  supersti- 
ziosi, crudeli  nemici  du'cattolici;  divenu- 
ti italiani  e  cattolici  si  ammansirono,  fab- 
bricando e  dotando  chiese  e  monasteri. 
Sotto  di  loro  si  andarono  perdendo  i  ve» 
stigi  delle  famiglie  romane,  e  poco  a  po- 
co dell'antiche  discendenze  si  smarrì  o- 
gni  traccia;  il  che  nacque  dall'esser  man- 
cati i  nomi  gentilizi,  poi  detti  cognomi, 
pe'quali  si  mantenevano  quasi  per  tradi- 
zione le  notizie.  Svanì  dunque  in  Italia 
l'uso  de'cognomi,  e  forse  unicamente  in 
Venezia, come  di  soli  italiani  anticamen- 
te composta^  e  senza  mescolamento  e  di 
pochissimo  commercio  co'barbari,  qual- 
che traccia  di  gentilizi  nomi  non  mancò 
mai  del  tutto.  Verso  il  XII  secolo,  affer- 
ma MalFei,  in  più  parti  d'Italia  si  ripre- 
se l'uso  antico  de'cognomi,  e  l'uso  si  an- 
dò ditfondendoe  regna  tutta  via,  solamen- 
te  in  Italia  sussìstendo  i  nomi  gentilizi  al- 
la romana.  Maffei  impugna  l'asserzione, 
lipeluta  da  più  scriltori ,  che  agli  stra- 


278 


VER 

nieri  Jebbasi  altribuire  tuttooib  che  in 
Italia  di  buono  o  di  reo  si  è  poi  fatto.  Co* 
n>e  pure  confuta  l'attribuire  l'esser  no* 
stro,  quasi  per  progenitori  debbansi  ibar* 
bari  da  noi  riconoscere;  e  che  da  essi  di- 
scendano la  maggior  parte  degl'  italiani 
de' nostri  giorni,  mostrandone  la  falsità, 
poiché  il  numero  de'barbari  che  propria- 
mente in  Italia  allignarono,  fu  assai  mi- 
nore di  quanto  erroneamente  si  crede. 
Costoro  non  vennero  in  numero  che  a« 
Tesse  proporzione  co'milioni  di  persone 
the  abitavano  l'Italia  da  un  capo  all'al- 
tro; uè  per  questo  è  da  far  meraviglia  che 
ne  occupassero  e  poi  ne  ritenessero  sì 
gran  parte.  1  longobardi  col  poco  loro  nu- 
mero si  seppero  difendere  da  tutti  i  loro 
•vicini  coli' armi.  Non  fu  però  da' longo- 
bardi ripopolata  l'Italia  di  nuovo,  che  an- 
si in  grandissima  parte  non  occuparono 
giammai.  Nei  nomi  barbari  bastano  tal- 
volta per  far  fede  della  discendenza,  per- 
chè gl'italiani  ancora  alcune  volte  gli  as- 
sunsero, o  per  parentela  o  per  compia- 
cere agli  stranieri.  L'Italia  non  cambiò 
religione,  linguaggio  e  vesti:  all'incontro 
i  barbari  col  tempo  si  uniformarono  al- 
la religione  e  agli  usi  nostri.  Da' longo- 
bardi fu  portato  in  Italia  il  (."seme  de' 
feudi  giurisdizionali.  L'altra  specie  di  feu- 
di, che  consìste  in  fondi  dati  dal  princi- 
pe, o  vincolati  a  lui  con  certe  condizioni, 
ebbe  origine  da'romani.  li  patrimonio  de' 
re  longobardi  formavasi  colla  metà  delle 
rendite  godute  da'duchi.  Regnando  Cu- 
niberto si  ribellò  Ansfrit,  che  dopo  usur- 
pato il  ducato  del  Friuli,  tentò  di  tarsi 
re,  ma  preso  in  Verona  ,  fu  accecato  e 
mandato  in  esilio.  In  tempo  del  re  Liut- 
prando,  sotto  i!  quale  giunse  al  più  alto 
punto  la  grandezza  e  la  forza  de'  longo- 
bardi, fiorì  in  Verona  Teodelapio  di  san- 
ta vita  e  dotato  di  spirilo  profetico.  Il 
re  Astolfo  deliberato  di  ridurre  tutta  l'I- 
talia di  mezzo  indominiosuo,  $'impadro- 
nì  di  Ravenna  e  dell'esarcato,  minaccian- 
do anche  Roma.  Papa  Stefano  II  detto 
Ili  invocò  l'aiuto  de'  franchi,  onde  calò 


VER 
in  Italia  il  re  Pipino  il  Piccolo,  contro  i 
longobardi,  e  riportando  vittoria  sforzò 
Astolfo  a  promettere  di  non  molestar  piìi 
la  8.  Sede, e  di  restituire  Ravenna  e  le  cit- 
tà che  ne  dipendevano  ;  di  che  poi  non 
tenendo  fede,  e  invece  assediando  Roma, 
tornò  Pipino  e  l'obbligò  ad  eseguire  il 
promesso,  e  fu  allora  consolidato  il  do- 
minio temporaledella  Chiesa  romana  sul- 
l'esarcato, sull'Emilia,  sulla  Pentapoli  e 
sulle  città  state  de'greci.  E"  singolare,  os- 
serva Maflei,  che  non  mancarono  scrit- 
tori, come  Giannone,  che  per  esser  legit- 
timo l'operato  da  Pipino,  chiamato  do- 
nazione, dovea  esser  fatta  non  da  Pipi- 
no, ma  da  Costantino  I,  perchè  di  questi 
erano  que*paesi;dov'è  mirabile  che  di  Co- 
stantino I  fossero  anche  a  tempo  di  Pi[)i- 
no,  e  niente  meno  il  non  avvertire  che 
invalida  e  ridicola  sarebbe  stata  tal  do- 
nazione, se  fosse  venuta  da  Costantino  I, 
il  quale,  come  imperatore  romano,  nien- 
te a  vea  di  suOj fuorché  il  patrimonio  pri- 
vato; e  privati  patrimoni  furono  quelli  in 
fatti  ch'egli  donò,  cioè  terreni  e  fondi.  Il 
Muratori  errò  nel  dichiarare  l'indole  del- 
la donazione  o  restituzione  di  Pipino,  uno 
de'fondaraenti  della  Sovranità  tempora- 
le clePapi(P^.),  e  parte  importantissima 
del  diritto  pubblico  europeo  nel  medio 
evo,  attribuendo  a're  franchi  l'alta  signo- 
ria del  principato  della  s.  Sede.  I  Papi 
riceverono  intero  e  assoluto  il  dominio, 
nou  soggetto,  né  allora  né  poi,  a  niun  le- 
game di  feudale  dipendenza  verso  la  mo- 
narchia francese.  Imperocché,  dice  Maf- 
feì,  non  si  trova  menzione  alcuna  in  mo- 
numento di  veruna  sorte  che  Pipino  fa- 
cesse la  donazione  con  restrizione  e  riser- 
va di  sovranità,  come  si  é  poi  specidato 
modernamente;  e  ben  Pipino  a  vea  rice- 
vuto assai  maggior  beueficioda'Papi.  Pi- 
pino non  chiede  altro  in  contraccambio, 
che  preghiere  per  l'anima  sua,  e  il  titolo 
di  Patrizio  di  Roma  (K),  cioè  difenso- 
re de'roniani.  E'  quindi  falsa  l'opinione 
di  certi  scrittori,  nel  pretendere  di  soste- 
nute, che  Pipino  cedesse  il  solo  utile  do- 


VER 

minio.  Mot  lo  Astolfo  senza  prole,  gli  suc- 
cesse non  senza  contralto  Desiderio  col 
favoie  del  Papa  Stefano  II  detto  HI  nel 
7 56,  al  quale  promise  rendere  alcune  cil- 
là  dal  predecessore  trattenute;  ma  poco 
durò  la  sua  gratitudine  e  buona  fede,  a- 
spirando  a  ricuperare  il  perduto,  minac- 
ciando d'attaccar  Roma.  Papa  Adriano 
I  si  preparò  alla  difesa  e  ricorse  al  re  de' 
franchi  Carlo  Magno  ,  successo  a  Pipino 
suo  padre,  invitandolo  a  venir  in  Italia 
per  liberarla  d.d  dominio  longobardo,  e 
far  acquisto  di  sì  bel  regno.  Carlo  Ma- 
gno per  pili  vittorie  e  conquiste  già  po- 
tentissimo, venne  tosto  nel  778  con  nu- 
meroso esercito,  irato  ancora  con  Desi- 
derio per  aver  accolta  la  vedova  e  i  figli 
del  fratello  Carlomauno  aspiranti  alla  me* 
tà  del  suo  regno.  Si  oppose  Desiderio  al- 
l'imboccatura de'monti,  ma  per  confusio- 
ne e  timor  panico  nato  nella  sua  armala, 
abbandonò  con  precipitosa  fuga  lutto  il 
paese  a'nemicì,  e  alla  difesa  di  due  sole 
piazze  si  ridusse;  Pavia  ,  dove  andò  egli 
a  rinchiudersi,  e  Verona  ch'era  fortissi- 
ma sopra  tutte  le  città  de*  longobardi,  e 
nella  quale  si  ricovrò  il  suo  figlio  Adel- 
chi o  Adalgiso  già  dichiarato  re  e  asso- 
ciato dal  padre  al  regno  fin  dal  3.°  anno 
dacché  regnava,  e  non  pare  nel  767:  ven- 
nero con  lui  la  vedova  e  i  due  figli  di  Cur- 
lomanno,con  Auctario  personaggio  fran- 
co, che  gli  avea  accompagnati,  quasi  per 
celebrarvi, egli  ultimo  re  de*loiigobardi,i 
funerali  del  regno  de'longobardi,coraee- 
ravisi  recalo  ili."  quasi  a  portarvi  la  fon* 
dazione  di  esso  in  trionfo.  I  duchi  torna- 
rono alle  loro  città,  e  umiliandosi  al  Pa- 
pa, cercarono  d'assicurarsi  col  suo  favo- 
re; ma  Carlo  Magno  cinse  Pavia  di  stret- 
to assedio,  e  passò  in  esso  tutto  l'inver- 
no, al. fin  del  quale  vedendo  l'impresa  ti- 
rare in  lungo,  si  portò  rapidamente,  seb- 
ben  con  molta  comitiva,  a  Roma  per  la 
solennità  di  Pas([ua,  dove  fu  ricevuto  co 
me  in  trionfo.  Pochi  giorni  vi  si  tratten- 
ne, e  tornò  a  Pavia  per  consumar  l'im- 
presa: prima  d'altro  però  sentendo  che 


VER  279 

Verona  pure  ancor  ti  teneva,  prese  seco 
un  grosso  distaccamento  di  gente  scelta, 
e  venne  ad  attaccarla.  Ma  poche  longo- 
barde milizie  in  essa  essendo,  e  non  aven- 
do voluto  gli  abitanti  prender  l'armi  per 
conservare  un  dominio  nel  quale  essi  niu- 
na  parte  avevano,  fu  forza  che  Auctario 
abbandonasseognidifesa,eco'fìglidiCar- 
lomanno  si  ritneltesse  nelle  sue  mani.  A- 
delchi  fuggì  per  acqua,  e  se  n'andò  a  Co- 
stantinopoli; né  lasciò  poi  di  ritornare,  e 
di  far  invano  qualche  tentativo.  Cadde 
quasi  negli  stessi  giorni  Pavia,  avendo  for- 
se l'espugna/ione  dell'una  di  queste  cit- 
tà tolto  l'animo  a  chi  difendeva  l'altra: 
rimasovi  Desiderio  prigione,  fu  condotto 
in  Francia,  ove  il  rimanente  de'suoi  gior- 
ni privatamente  condusse;  vi  fu  anche  cout 
lui  condotto  Paolo  Diaconoscrittore  del- 
l'istoria de' longobardi.  Variano  quanto 
al  tempo  gl'istorici,  ma  pel  documenta 
pubblicato  dal  MafFei,  nell'aprile  77.4  né 
Pavia  né  Verona  erano  slate  prese.  Seb- 
bene comunemente  si  voglia  il  fine  del 
regno  longobardo  nel  778,  con  piò  cer- 
tezza si  deve  riconoscere  nel  774-  'u  tal 
(nodo  di  questo  regno  rimasero  signori  i 
franchi;  e  Carlo  Magno  ampiamente  cod- 
fermò  alla  Chiesa  romana  ed  a'  Papi  le 
restituzioni  e  donazioni  fatte  da  suo  pa- 
dre Pipino;  non  mai,  come  inventarono 
maligni  scrittori,  furono  i  Papi  feudata- 
ri di  Francia,  e  niun  legame  di  feudale 
dipendenza  ebbero  con  nessuna  menar* 
chia,  la  loro  originando  dalla  spontane.i 
devozione  e  riconoscenza  de'popoli,  ve- 
nerandoli difensori  dell'Italia,  dal  giogo 
de'greci  e  de'Iongobardi,  e  veri  loro  pa- 
dri e  solleciti  protettori.  De'molti  duchi, 
sotto  i  quali  fu  in  sì  lungo  tempo  Vero- 
na, 3  soli  ne  conobbe  l'esimio  patrio  sto- 
rico: Zangrulfo  già  nominato,  ne' tempi 
de'primi  re;  Giselberto  ne'terapi  dell'ul- 
timo, che  fu  quello  che  aprì  il  sepolcro 
d'Alboino,  come  dissi;  e  Lupone  di  tem- 
po incerto,  che  fece  in  Verona  una  pia 
fabbrica.  Che  sotto  i  longobardi  si  battes- 
se moneta  in  Veroaa  non  «  da  dubitara 


28o  'VER 

per  più  ragioni,  e  chiara  è  la  prova  che 
trovasiin  quella  di  Treviso,  nel  documen- 
to della  quale  si  nomina  Lopulo  mone- 
tarlo  di  Verona,  e  per  occasione  de'con- 
fìni  si  ricorda  la  pubblica  zecca.  Fu  in 
questo  tempo  che  passò  al  tratto  marit- 
timo della  Venezia,  esente  dal  giogo  de' 
longobardi,  e  consistente  in  isole  da  Gra* 
do  a  Capo  d'Argine,  l'antico  nome  di  P^C' 
nezia.  In  più  scrittori,  come  que'  dell'i- 
sole, e  specialmente  della  città  ,  per  di- 
stinguerli dalla  provincia  terrestre,  ven- 
gono  chiamati /^e«e;/«.Tuttavol la  si  tro- 
vano detti  f^enefici  anche  quelli  della 
provincia.  Il  INlafiei  non  progredì  la  sto- 
ria di  Verona,  oltre  i  tempi  della  venu» 
la  in  Italia  di  Carlo  Magno,  per  due  tnot 
tivi:  l'uno,  che  pe'susseguenti  secoli  1'  i- 
storia  di  Verona  e  di  altre  città  fu  pure 
in  qualche  modo  già  lavorala;  dove  quel- 
la degli  antichi  tempi  può  dirsi  che  an- 
cora non  si  avesse:  l'altro,  ohe  dovendo- 
si d'ora  innanzi  pescare  per  lo  più  nelle 
carte  pecore,  ed  essendo  queste  o  inedile 
o  mal  pubblicate,  sarebbe  stalo  necessa- 
rio aggiungere  alla  Verona  illustrata  un 
gran  tomo  di  documenti,  il  che  non  era 
dell'assunto  e  sistema  degli  editori.  Ora 
dunque  a  me  non  rimane,  che  con  ge- 
nerici ed  isfuggevoli  cenni  proseguire  e 
giungere a'nostri  giorni;  e  quanto a'gran- 
di  avvenimenti,  riguardanti  pure  Vero- 
na ,  ponno  supplire  i  tanti  relativi  arti- 
coli, anco  pe' discorsi. 

Di  venuto  Carlo  Magno  padrone  del  re- 
gno longobardo,  prese  il  titolo  e  la  coi'o- 
na  di  re  d'Italia,  e  Verona  rimase  sog- 
getta a'Carolingi  i  1 1  anni. Indi  Carlo  Ma- 
gnocostiluì  re  d'Italia  il  figlio  Pipino,  dal 
Papa  Adriano  I  unto  re  nel  781  ;  e  Pi- 
pino fissò  la  residenza  reale  in  Verona, 
che  perciò  divenne  la  capitale  del  regno 
d'Italia,  e  rimase  tale  anche  ne'tempi  po- 
steriori. WeirSoo  Papa  8.  Leone  III  rin- 
novò l'impero  romano  d'Occidente  e  ne 
proclamò  imperatore  Carlo  Magno.  Di 
Pipino  e  di  sua  n)ortc  parlai  superior- 
mente, di  quanto  fece  in  Verona  e  del 


VER 

supposto  suo  sepolcro.  Gli  successero 
gl'imperatori  Carolingi,  anco  nella  signo- 
ria di  Verona,  sotto  i  quali  visse  felice- 
mente. Morto  l'imperatore  e  re  d'Italia 
Carlo  III  il  Grosso  nell'BSB,  con  lui 
firn  la  discendenza  di  Carlo  Magno  di  re- 
gnare in  Italia,  ed  allora  Verona  si  sot- 
trasse dalla  dominazione  de'franchi  e  ri- 
pigliò il  suo  governo  sulla  foggia  di  re- 
pubblica, composta  dell'intera  provincia. 
Nello  slesso  888  Berengario  I  figlio  di  E- 
berardo  duca  del  Friuli  fu  coronato  re 
d'Italia  in  Pavia,  ed  in  essa  stabili  la  sua 
residenza:  indi  nell'BqS  sottomise  Vero- 
na colla  provincia  al  suo  dominio,  vi  sta- 
bilì la  sua  corte,  ed  innalzò  a  propria  si- 
curezza il  castello  di  s.  Pietro,  al  presen- 
te Castel  Vecchio.  Tuttavolta  contento 
del  giuramento  di  fedeltà,  lasciò  a'vero- 
nesi  pieno  arbitrio  ili  governarsi  colle 
proprie  leggi,  Lodovico  III  figlio  di  Do- 
8òne  re  d'Arles  e  di  Provenza,  fu  uno  de' 
competitori  di  Berengario  I  al  trono  d'I- 
talia, e  dopo  la  vittoria  riportata  sopra 
quest'ultimo,  neir8gg  si  fece  coronare  re 
e  nel  gei  imperatore.  Ma  Beretìgario  I, 
che  la  fama  avea  pubblicato  morto,  sor- 
prese nel  CjOT.  il  suo  avversario  a  Vero- 
na, ove  faceva  la  sua  residenza  ;  e  dopo 
avergli  rimproverato  la  tradita  fede,  di 
non  rientrare  in  Italia,  gli  fece  cavar  gli 
occhi  nel  904.  In  processo  di  tempo  pe- 
rò gli  restituì  la  libertà,  e  lo  lasciò  tor- 
nare in  Provenza.  Berengario  I  ristabi- 
lito nella  signoria  d'Italia  e  di  Verona, 
nel  gì  6  divenne  imperatore,  coronatoda 
Giovanni  X  Papa,  tenendo  per  lo  più  in 
Verona  la  sede.  Riportò  alcuni  vantaggi 
sugl'infedeli  arabi  e  ungari,  che  aveatio 
usurpato  i  suoi  stati.  I  suoi  sudditi  sem- 
bravano felici;  ma  i  grandi,  gelosi  della 
sua  nuova  autorità,  gli  suscitarono. altro 
competitore  in  Rodolfo  II  re  della  Bor- 
gogna Transj<n'anii,  il  quale  nel  g?.  t  in- 
vase 1' Italia.  Berengario  I  gliene  dispu- 
tò da  prode  il  possesso,  ottenne  anzi  so- 
pra di  lui  una  grande  vittoria  a  Firenzuo- 
la o'ig  loglio  ()'ì3;  mu  quando  appunto 


VER 

resercilo  ili  Rodolfo  li  era  già  in  piena 
rotta,  il  conte  Bonifazio  suo  cognato,  gli 
comlusse  un  polente  rinforzo,  col  quale 
piombò  sui  vìnciioi'i,  li  sconfisse  alla  sua 
volta,  poscia  Io  privò  del  regno,  e  costrin- 
se Herengario  1  u  tipiiitiiein  Verona, cli'e- 
ragli  soltanto  rest<ita.  Qua  fu  egli  iniìe- 
guiio  dalla  rabbia  de' suoi  nemici  e  da' 
soldati  di  Lotlovico  ili,  i  (piali  lo  prese- 
ro nella  chiesa  di  s.  l'ietto  di  Castello,  e 
l'assassinarono  nel  marzo  g •24,  pei' ni ez- 
zo  dì  rianiberto,  di  cui  tenuto  egli  avea 
il  figlio  al  s.  fonte,  ed  al  quale  avea  per- 
donato la  slessa  congiura  di  cui  restò  vit- 
tima, poiché  eragli  stala  rivelata  il  gior- 
no prima  dell'esecuzione.  Nel  secolo  pas- 
salo sopra  un'arca  antica  di  pietra  posta 
fuori  di  delta  chiesa,  fu  scritto  giacervi 
sepolto  Berengario  I.ConvieneJVlaireiche 
quell'imperatore  fu  ucciso  in  Verona,  ina 
non  si  ricava  da  Liulprando  il  luogo  del- 
la morte,  né  dei  sepolcro.  Solo  disse  quel- 
l'istorico,  che  una  pietra  posta  avanti  al- 
la porta  di  certa  chiesa  riteneva  le  mac- 
chie del  suo  sangue,  onde  scrisse  poi   il 
Sigonio,  come  non  potè  tal  sasso  lavarsi 
mai;  però  convien  dire  sia  poi  riuscito  di 
trovar  miglior  acqua,  mentre  a'iempi  di 
Matfei  non  più  si  vedeva  tal  meraviglia. 
Allora  il  governo  di  Verona  passò  in  ma- 
no di  Milone  capitano  della  milizia  del 
principe  trucidato,  che  la  ressefìnchè  tor- 
nò Rodolfo  Il  nella  penisola.  Uodolfo  II 
restato  re  d'Italia  senza  conipelilore,  an- 
ch'egli  si  conienlò  del  giuramento  de' ve- 
ronesi di  fedeltà,  lasciandoli  governarsi 
colle  proprie  leggi;  il  che  permise  pure  il 
successore  Ugo  d'Arles  nel  926,  il  quale 
si  associò  al  regno  il  figlio  Lotario.  Que- 
sti avvertì  Berengario  II  marchese  d'  I- 
■vrea  e  nato  in  Verona  da  Gisela  fìszlia  di 
Berengario  l,di  fuggire,  perchè  suo  pa- 
dre avea  ordinato  d'accecarlo.  Recatosi 
in  Geimania  presso  Ottone  l  il  Grande, 
da  di  là  incominciò  nel  g^3  a  sollevar 
gl'italiani  contro  Ugo.  Indi  A madeo  gen- 
tiluomo lombai-do,  scorse  sotto  mentite 
spoglie  le  corli  di  lutti  i  feudatari,  prò- 


VER  28t 

mise  loro  i  soccorsi  di  Berengario  11,  e 
ispirò  loro  la  risoluzione  di  scuotere  l'in- 
«opporlabile  giogo.  Ainadeo  ardì  pure  di 
presenlarsial  re,  indagando  ledisposizio- 
ni  de'suoi  cortigiani:  ritornò  poi  in  Ger- 
mania e  animò  Berengario  II  all'impre- 
.sa.  Questi  nel  C)^5  entrò  in  Italia  pel  Tren- 
tino, ed  il  suddetto  Milone  conte  tli  Ve- 
rona si  dichiarò  per  lui,  facendo  allret- 
tanlo  (|uasi  tulli  i  prelati  d'Italia.  Invita- 
to Berengario  II  a  recarsi  in  Milano,  vi 
fu  accolto  con  entusiasmo  da  una  dieta 
<li  grandi  feudatari  d'Italia.  Disperando 
Ugo  di  potersi  difendere,  olFrì  di  rinun- 
ziare la  corona  in  favore  di  suo  figlio  Lo- 
tario, che  meritato  non  avea  com'egli  l'o- 
dio del  popolo.  Tale  proposizione  fu  ac- 
cettata nel  947»  G  parve  che  per  alcun 
tempo  Lotario  regnasse;  ma  la  vera  au- 
torità era  in  Berengario  II,  finché  nelgSo 
morì  Lotario  non  senza  sospetto  di  vele- 
no. Berengario  II  ricevè  il  giuramento  di 
fedeltà  de' veronesi,  cui  lasciò  l'antico  reg- 
gimento, e  si  fece  coronare  a'i5  dicem- 
bre dell'istesso  anno  con  Adalberto  suo 
figlio.  A  questi  die'in  isposa  Adelaide  ve- 
dova di  Lotario,  che  poi  perseguilò;on- 
de  la  regina  si  pose  sotto  la  protezione 
d'Ottone  I  re  di  Germania,   per  cui   si 
trasse  addosso  un  nemico  più  formidabi- 
le del  vinto.  Ottone  1  entrò  in  Italia  nel 
95 1,  penetrò  senza  resistenza  sino  a  Pa« 
via,  capitale  di  Berengario  II,  e  vi  sposò 
la  regina  Adelaide.  Nondimeno  fu  costret- 
to nel  9^2  tornare  in  Germania,  seguito 
da  Berengario  II,  che  fidando  nella  ma- 
gnanimità del  suo  vincitore,  andò  a  chie- 
dergli amistà  e  la  restituzione  di  sua  co- 
rona con  quelle  condizioni  che  gli  fosse 
piaciuto  imporgli.  In  falli  Ottone  I  rese 
l'Italia  a  Berengario  II,  ma  come  feudo 
dipendente  da  Germania,  e  riservò  per 
se  Verona  e  la  sua  provincia,  che  erigen- 
dola in  marchesato  indipendente,  si  dis- 
se/«t  Marca  di  Verona,  perchè  l'ingres- 
so gli  schiudeva  di  tale  regione.  Così  Ve- 
rona, dopo  aver  partecipalo  alle  calami- 
tà che  accompagnarono  l'impero  de'  re 


a8a  VER. 

d'Italia,  in  un  tuibolentissirao  perìodo 
che  travagliò  Tltalia  tutta  misern mente, 
passò  nel  dominio  degl'imperatori  tede- 
schi, anche  per  esser  poco  dopo  sotten- 
trati nel  possesso  dei  regno  italico,  però 
continuando  Verona  a  reggersi  colie  sue 
leggi.  Imperocché,  volendo  Berengario 
]l  punire  i  feiul.itari,  eh' eransi  dichia- 
rati  contro  di  lui,  provocò  di  bel  nuovo 
la  collera  d'Ottone  I.  Il  figlio  di  questi 
Ludolfo  conquistò  nel  g^G   quasi  tutta 
la  Lombardia,  e  spogliato  avrebbe  Be- 
rengario Il  di  tutti  isuoi  slati,  se  la  mor- 
te non  avesse  troncato  nel  gSy  il  corso 
de' suoi  prosperi  successi.  Quattro  anni 
dopo.  Ottone  I  entrò  in  Lombardia,  e 
Berengario  II,privod'esercito,corse  a  rac- 
chiudersi nella  fortezza  inespugnabile  di 
«.  Leo,  poi  del  ducato  d'  Urbino.  Asse- 
tliafovi  per  lungo  tempo  da' tedeschi,  fi- 
lialmente la  fame  lo  costrinse  ad  arren- 
dersi nel  964-  f  "  mandato  con  sua  mo- 
glie Willa   nelle  prigioni  di   Bamberga, 
dove  morì  nel  966.  Suo  figlio  Adalber- 
to continuò  per  qualche  tempo  ancora  a 
inquietar»  tedeschi,  finché  venne  costret- 
to a  riparare  alla  corte  di  Costantinopo- 
li. Già  Ottone  I  nel  962  era  stato  coro- 
nato imperatore  da  Papa  Giovanni  XII, 
questi  trasferendo  cosi  l'impero  ne're  di 
Germania  stabilmente.  Sotto  di  lui  Ve- 
rona respirò  alquanto,  poiché  vi  costituì 
una  nuova  maniera  di  governo,  con  re- 
star però  sotto  l'imperatore  ed  a  lui  sot- 
toposta; bensì  principiò  allora  in  Vero- 
na un  consiglio  composto  d'8o  cittadini, 
a  cui  apparteneva  l'amministrazione  ci- 
vile e.  criminale  della  città  e  della   pro- 
vincia; ed  un  altro  consiglio  di  88  per- 
sone intitolate  sapienti  alla  guerra.  Di- 
ce il  Castellano,  che  Ottone  I  proclamò 
la  sua  indipendenza,  in  un  a  quella  del 
territorio,  erigendolo  in  marchesato.  In 
seguito  Verona  si  governò  a  comune,  re- 
stando 1' alta  signoria   negl'imperatori. 
L'imperatore  Ottone  II,  figlio  del  prece- 
dente, tenne  una  dieta  nel  983  in  Vero- 
na, di  principi  italiani  e  tedeschi,  nella 


VER 
quale  autorizzò  il  Duello  (^.),  per  ter- 
minar le  liti  colla  spada.  Si  riformaro- 
no e  si  sancirono  nella  dieta  alcune  co- 
stituzioni, che  aggiunte  poi  furono  al  co- 
dice Longobardo  ,  col  titolo  di  Decreti 
de'  Comizi  P'eronesi.  Dalla  nipote  d'Ot- 
tone I,  Luitgarda,  nacque  Brunone  det- 
to di  patria  vengiano  e  sassone ,  il  cui 
padre  fu  Ottone  marchese  di  Verona,  che 
soleva  risiedere  in  essa.  Dice  MafFei,  non 
sarebbe  però  improbabile,  sebben  sasso* 
ne  di  nazione,  fosse  nato  in  Verona.  Il  cro- 
nografo d'  Hildesheini  scrive  che  Ottone 
Marcam/^eronensemsen>abat,q\ìaìMar' 
ca  Veronese  fu  poi  delta  anche  Trevigia- 
na ossia  di  Treviso  (F.).  Ottone  si  vol- 
le ancora  duca  di  Franconia  e  duca  di 
Carintia.Quantoa Brunone,  nel  996  me- 
ritò d'esser  creato  Papa  col  nome  di  Gre- 
gorio F,  è  le  sue  virtù  gii  procacciaro- 
no r  altro  di  Gregorio  il  Minore.  Nel 

I  o5o  Papa  S.Leone  IX,  reduce  dalia  Ger- 
mania, si  recò  in  Verona  e  vi  celebrò  le      m 
feste  del  s.  Natale,  e  quindi  passò  in  Ve-  ,^| 
nezia  a  venerar  il  glorioso  corpo  di  s. 
Marco,  ciò  che  altri  ritardano  al  io53. 

In  Verona  si  recò  pure  Papa   Pasquale 

II  neli  106,  proveniente  da  Parma,  per 
passare  in  Germania,  ma  avvisato  ivi  che 
Enrico  V  imperatore  pareva  poco  dispo- 
sto rinunziare  all'enorme  abuso  dell'in- 
vestiture ecclesiastiche,  giudicò  miglior 
partito  il  recarsi  per  la  Savoia  in  Fran« 
eia.  Non  pare  esalto  il  riferito  dal  iVo- 
vaes.che  tale  determinazione  prese  il  Pa- 
pa pel  tumulto  insorto  in  Verona,  dal 
quale  conobbe  che  i  tedeschi  gli  tende- 
vano insidie  per  sostenere  le  conJannate 
investiture,  cioè  per  lo  meno  gii  enricia- 
ni ,  giacché  non  lo  trovo  confermato  in 
altri  storici.  Nel  1117  terribile  terremoto 
conquassò  tutta  l'Italia,  e  di  Verona  si 
[ìQ^cujus  vi  magna  Harenam,  sìve  Am- 
phitlieatrumambientis  porticus  exterio- 
ris,  quam  Alam  vacante  pars  magno 
cum  fragore  ad  solimi  nsqnc  prostrala 
est.  Continuando  Verona  nella  soggezio- 
ne imperiale,  regnando  Federico  I  soste- 


VER 

nitore  degli  antipapi,  nemico  e  pctseeii- 
toie  (Iella  Chiesa  e  ile!  Papa  Alessandro 
111,  iieli  164  Verona  con  alcuni  altri  po- 
poli (Iella  Marca  Trevigiana  e  di  Loin- 
bardia,si  levò  dalla  sua  ubbidienza,  e  cac- 
ciati i  suoi  commissari  si  pose  in  libertà^ 
governandosi  per  se  stessa,  co'podestà  e- 
letti  da  lei  e  per  l'ordine  de'suoi  decurio- 
ni. Quindi,  oltre  i  veneziani,  i  veronesi,  i 
padovani,  i  vicentini  con  tutta  la  memo- 
rala marca  si  collegarono  contro  l'impe- 
ratore scismatico,  non  potendo  più  sop- 
portare la  tirannìa  di  lui;  il  ([uale  dopo  la 
distruzione  di  Tortona,  di  Crema,  dì  Mi- 
lano, avea  recata  tutta  la  Lombardia  in 
servitù,  spogliando  i  popoli  de'beni  loro, 
facendo  altresì  o  permettendo  vergogna, 
oltre  alle  mogli,  alle  figlie  di  esse  che  sta- 
vano ne'moousleri,  ed  espone  vale  alle  vil- 
hiiiie  di  altri.  La  lega  fu  denominata  Lom- 
barda, e  oltre  modo  si  ralForzò,  per  ope- 
ra de'veneziani,  cu'popoli  diCreuiuna,di 
Mdano,  di  Piacenza,  di  Brescia,  di  Ber- 
gamo, di  Ferrara,  acquali  aderivano  con 
gli  animi  gli  altri  lombardij  coraechè  per 
allora  non  si  dichiarassero  per  tema  del 
fiero  persecutore;  di  che  egli  avvedutosi, 
mentre  stava  per  entrare  in  battaglia  co' 
veronesi, fuggì  vergognosamente  dal  cam- 
po a  sua  gran  confusione.  Quando  i  po- 
poli si  videro  per  decreto  pontifìcio  sciol- 
ti da  ogni  vincolo  di  sudiJitanza  a  Fede- 
rico I,  fu  allora  che  scossero  il  suo  insop- 
portabile giogo,  e  si  strinsero  nella  lega 
Lombarda  per  concertare  di  comune  ac- 
cordo il  combatterlo,  difendere  i  propri 
diritti,  quelli  della  Chiesa  e  del  Papa,  re- 
stando solo  Pavia  in  fede  all'imperatore. 
La  lega,  di  cui  parlai  in  tanti  luoghi,  va- 
lorosamente riuscì  nell'impresa,  abbattè 
l'imperatore  e  lo  costrinse  alla  famigera- 
ta pace  di  f^enezia  {l.).  iNella  (piale  oc- 
casione, Alessandro  III  da  tal  città  si  re- 
cò in  Verona,  ed  a'26  luglio  1  177  cunsa- 
gi'ò  l'altare  maggiore  di  s.  Maria  Anti- 
ca, assistilo  dai 5  cardinali,  presente  Er- 
manno marchese  e  signore  toliut  Mar- 
chiae  VerorKìisis^  come  leggo  nella  la* 


VER  a83 

pide  presso  l'Ughelli,  col  novero  delle  re- 
liquie collocate  nell'altare  e  l'indulgenza 
concessa  a'visitanti.  Nella  biografia  diPa* 
pa  Lucio  ///e  di  sopra  narrai  come  da 
rdletrineì  1 1 84  si  recò  a  Verona  e  quan- 
to vi  fece,  celebrandovi  quel  concilio  che 
dirò  alla  sua  volta.  Ivi  si  abboccò coll'im- 
peratore  Federico  I  sopra  gli  affari  del- 
la repubblica  cristiana,  e  di  suo  concer- 
to emanò  la  bolla  per  l'estirpazione  del- 
l'eresie/^c/rtZ'o/e/ir//?/?»  dh'ersarum  hae- 
resum  pravi ta(ein,(ìala  circa  nel  novem- 
bre I  184,  Bull.  Rom.y  t.  3,  p.  g,  e  sul- 
l'origine deir/«<7M/5/zio«e('/^jy  imperoc- 
ché fu  trovalo  indispensabile  porre  un  e- 
nergico  freno  ad  arrestare  le  varie  ere- 
sie, che  aveano  cominciato  a  diffonder- 
si in  vari  luoghi.  Ivi  nel  mercoledì  delle 
Ceneri  del  i  184  creò  cardinali  Bosone^ 
Mcliore  o  Migliore,  Cattaneo  veronese, 
il  proprio  nipote  Bandinellio  Paparo- 
«/,  Diana,  Nigelli,  Paltinieriy  e  vuoisi 
anche  un  Raniero  detto  il  Piccolo.  Nel 
Bull.  Roni.,  t.  3,  p.  9  e  seg.,  si  leggono 
6  bolle  di  Lucio  III  Datniìi  /^eronae,ì^ 
i/del  I  3  marzo I  c84i  l'ultima  de*23  no- 
vembre I  i85,  che  però  vuoisi  emanata 
nel  I  1 83  in  Velletri  o  in  Anagni:  due  so- 
no pure  sottoscritte  dai 5  cardiuaii  pre- 
senti in  Verona.  A'4  novembre  1 185  il 
Papa  si  condusse  insieme  all'imperatore 
e  alla  maggior  parte  de'vescovi  nella  chie- 
sa cattedrale,  ove  Gerardo  arcivescovo  di 
Ravenna  pubblicamente  espose  lo  stato 
infelice  del  nuovo  regno  Ialino  di  Geru- 
salemme. Lucio  III  morì  in  Verona a'a 5 
novembre I  i85  e  fu  sepolto  nella  catte- 
drale, al  modo  giù  discorso  nel  descriver- 
la. Senza  vacar  la  sede,  iu  Verona  fu  e- 
letto  Papa  nello  stesso  giorno  (altri,  co- 
me diiò  nella  serie  de'vescovi,  ritardano 
l'elezione  a'7  dicembre,  ma  sembra  er- 
roneamente) Urbano  III  e  coronato  in  s. 
Pietro  di  Castello  il  1 ."  dicembre,  nella 
quale  cantò  messa  a' 1  4  api  ilei  186.  Nel 
Sabato  della  Pentecoste  di  tale  anno  vi 
creò  cardinali  iS'/(//[yde'conti  di  Borbone, 
e  Gctnclolfo.  Il  Novaes  avverte  che  alcu- 


a84  VER 

ni  gii  escludono  dal  cardinalato,  ma  io  ne 
feci  le  biografie  col  Caidella,  ed  in  vece 
quello  riporta,  che  Urbano  III  creò  car- 
dinali Bobone  Romaro,e  Folmaro  eletto 
arcivescovo  di  Treveri.  Il  Cardella  regi- 
stra lo  dignità  cardinalizia  di  Bobone  con- 
ferita da  altro  Papa;  e  quanto  a  Folma' 
ro  o  Formoso,  riferisce  che  il  Pagi  asse- 
lisce  nei  Breviario  storico  che  lo  creò 
cardinale  nel  «abatodella  Pentecoste  del- 
l'ordine de'preti,  e  nella  seguente  dome- 
nica, che  di  presente  sarebbe  quella  in 
cui  cade  la  festa  della  ss.  Trinità,  come 
nota  il  Cardella,  lo  consagrò  il  Papa  ar- 
civescovo di  'yVeve/v,  nel  qual  articolo  ne 
riparlai,  quindi  lo  fece  legato  di  Sciam- 
pagna. LaqualeorJiiiazioneiniuiicò  l'im- 
peratore Federico  I,  per  avere  investito 
iiella  sede  di  Treveri  Rodolfo.  Dall'altro 
canto  il  l'apa  in  Verona  gravemente  si 
lagnò  di  sue  operazioni  e  per  ritenersi  il 
patrimonio  della  gran  contessa  Matilde 
lasciato  alla  Chiesa  romana,  ricusandosi 
di  coronargli  il  figlio  Enrico  VI  s'egli  pri- 
ma non  deponeva  la  sua  corona.  Bensì 
concesse  a  Enrico  I!  re  d'Inghilterra  d'in- 
coronare re  d' Irlcinda  un  de'  suoi  llgli. 
IN'el  Bull.  Rotti,  t.  3,  p.  17  e  seg.,  trovo 
1 2  bolle  colla  Daluni  Feronae:  la  t ,"  ch'è 
l'enciclica  all'Episcopato  di  partecipazio- 
ne della  sua  elezione,  porta  la  data  de'  1 2 
gennaio  o  meglio  dicembre n 85,  l'ulti- 
ma quella  del  1 ."  agosto  1 187.  Quattro 
bolle  sono  sottoscritte  anche  da'cardinali 
presenti  in  Verona  fino  al  numero  di  16. 
Urbano  III  dopo  aver  fatto  in  Verona 
quanto  dissi  nella  sua  biografia  enei  pria» 
cipio  di  quest'articolo,  poco  dopo  ne  par- 
tì per  Venezia  ,  onde  nkettere  in  ordine 
l'armata  navale  che  doveva  portare  soc- 
corso a'  cristiani  d'  Asia.  Di  là  passò  in 
Ferrara,  ove  morì  di  pena  a'  19  ottobre 
dello  slesso  I  187.  Ciò  narrano  il  Novaes 
nella  Storia  d'Urbano  IH,  e  più  il  Fer- 
lone,  De"  Fiaggi  de  Papi:  ma  leggo  nel 
Morosini,  Hisloria  di  Fetietia,  che  per 
la  presa  di  Gerusalemme  falla  da  Sala- 
dino, Urbano  III  con  lettere  e  invio  di 


VER 

legati,  e  verbalmente  con  gran  fervore  ec- 
citò i  principi  cristiania  prender  1*  armi 
in  aiuto  di  quelli  di  Terra  Santa,  ed  a 
tal  elletlo  si  conduceva  a  Venezia,  quan- 
do sorpreso  da  grave  infermità  in  Fer- 
rara terminò  insieme  colla  vita  le  sue  a- 
postoliche  fatiche.  Dipoi  avendo  i  croce- 
signati  perduto  anco  Daraiata  nella  Si- 
ria, il  Papa  Onorio  III  nel  1222  tenne 
congresso  in  Veroli  con  l'imperatore  Fe- 
derico 11,  in  cui  stabilirono  la  promulga- 
zione d'una  nuova  crociata,  ed'invit-ire 
tutti  i  principi  cristiani  a  riunirsi  in  Ve- 
rona, per  trattare  dell'intero  ricupero  di 
Terra  Santa  e  dellosterminiode'saraceni; 
riunione  che  non  ebbe  luogo,  perchè  Fe- 
derico Il  divenne  persecutore  della  Chie- 
sa e  de'Papi.  Nel  1280  i  padovani  diven- 
nero nemici  acerrimi  de'  veronesi,  dopo 
over  conclusa  e  giurata  co' cittadini  di 
INIantova  e  con  Azzo  Novello  marchese 
d'Este  una  forte  lega.  Conquistarono  su- 
bito Legnago,  preceduti  dal  Carroccio  e 
dal  loro  podestà  Stefano  Badovaro,  ac- 
compagnato da  molti  fuorusciti  verone- 
si. Passato  notabile  tempo  i  padovani  si 
pacificarono  co'veronesi,  e  Legnago  tor- 
nò all'antica  dotninazìone  di  questi  ulti- 
mi. Le  tremende  civili  e  sanguinose  fa- 
zioni de'  Guelfi  e  Ghibellini  per  lungo 
tempo  straziarono  anche  Verona, ove  re- 
cossi nel  f?.3q  Federico  II  gran  fautore 
de'ghibeliini.  Il  famoso  Eccelino  o  Ezze- 
Imo  III  da  Romano  detto  il  Feroce,  di 
cui  parlai  pure  a  Treviso  e  Venezia,  si 
mostrò  fin  dalla  tenera  età  il  più  appas- 
sionato pel  ghibellinisnio.  Di  questa  fd- 
zìone  essendo  i  veronesi  potenti  Monlec- 
chi,  nel  1225  o  nel  1226  introdussero  in 
Verona  Ezzelino  III,  il  quale  ne  cacciò  ^m 
il  conte  nizzardo  da  s.  Bonifacio,  capo  del  |H 
p^irtito  guelfo  (nitri  dicono  eh' era  stato 
prima  espulso  da'Montecchi),  che  fu  scon  • 
fitto  insieme  col  marchese  d'Este  in  cam- 
pale giornata;  esebbenegli  fosse  pòi  con- 
ceduta pace,  4  onoi  dopo  in  mezzo  all'ef- 
fusione del  sangue  civile,  venne  di  nuovo 
imprigionato  e  stretto  in  catene.  Ezzelino 


V  Eli 
III  erasi  fatto  eleggere  capitano  del  po- 
polo e  podestà,  dal  senato  di  Verona  in 
detta  epoca,  e  da  quel  momento  la  repab. 
blica  veronese  non  cessò  più  d'esser  sot- 
tomessa al  suo  crudele  giogo.  Aspettò 
nondimeno  diversi  anni  ancora,  prima  di 
farlo  interamente  provarea  uomini  gelo- 
si di  loro  indipendenza. Ma  Federico  II, 
di  cui  era  uno  pe'più  zelnoti  servitori  e 
capitani,  l'assisteva  apertamente  a  raffer* 
mare  un'autorità  di  cui  egli  tanto  abusò 
poi.  Gli  diede  nel  1236  de'soldati  per  for- 
mare in  Verona  una  guarnigione  che  lo 
mettesse  in  salvo  da'  moti  popolari.  Lo 
slesso  anno  avendo  l'imperatoresaccheg- 
giato  Vicenza,  ne  die'  il  governo  ad  Ez- 
zelino 111,  e  questi  si  fece  neh 287  con- 
segnar la  ricca  e  potente  Padova,  che  to- 
^to  iniquamente  tiranneggiò  per  depri- 
merla ,  riducendo  al  niente  le  principali 
famiglie  con  depredazioni  e  assassiniì.  in- 
tanto ostinati  conflitti  succedevano  tra  lui 
ed  i  guelfi  veronesi,  finché  la  famosa  as- 
semblea convocata    da  fr,  Giovanni  da 
Schio  ,  siccome  mosso  dal  lagrimevole 
spettacolo  di  tanto  sangue  citladinospar- 
so  a  cagione  delle  fazioni,  nella  contrada 
di  Paquara,  lungi  da  Verona  poco  meno 
d'una  lega  nella  pianura  dell'Adige,  ove 
pressoa 400,000  persone  convenneio  dal- 
la Lombardia  e  dalla  Venezia  co'princi- 
pali  signorie  nobili  di  quelle  regioni,  par- 
ve porre  un   tern)ine  al  lutto,  e  suggel- 
lare l'universale  concordia  collo  stabilito 
matrimonio  di  Fiinaldo  Estense  e  di  Ade- 
laide da  Romano  nipote  d'Ezzelino  III. 
Ma  la  stessa  ambizione  eh'  era  venula  a 
curare,  corruppe  l'animo  di  fr.  Giovan- 
ni, ed  aspirando  egli  alla  signoria,  sotto 
apparenza  di  zelo  religioso,  riaccese  in  ca- 
po a  pochi  giorni  più  terribili  le  contese, 
e  la  pace  fu  di  assai  poca  durata.  In  mez- 
zo a  queste,  Ezzelino  III  estendeva  le  sue 
conquiste  nella  Marca  Trevigiana,  alla  re- 
pubblica stessa  di  Treviso;  prese  i  castelli 
de' padovani  emigrati,  altri  al  marchese 
d'Este  e  al  conte  di  s.  Bonifazio;  s'impa- 
dioui  delle  città  di  Feltre  e  Belluno  ,  e 


VER.  28> 

da  per  lutto  fece  scorrere  il  sangue  a  tor- 
renti. L'imperatore,  di  cui  avea  nel  1 238 
sposato  una  figlia  naturale  detta  Selvag- 
gia, l'avea  creato  vicario  imperiale  in  tut- 
ti i  paesi  situati  fra  l'Alpi  di  Trento  e  il 
fiume  Ogiio.  Tale  paese  era  già  quasi  tut- 
to sottomesso  al  signor  di  Romano,  ed  il 
fiore  dellan  obiltà  vi  era  stato  immolato 
con  rattìnamento  di  crudeltà.  Ora  faceva 
murare  le  porle  delle  prigioni,  e  le  sue 
vittime,  per  gli  orrori  della  fame,  mette- 
vano grida  che  difTondevano  lo  spaven- 
to: ora  le  faceva  mettere  alla  tortura,  e 
rendeva  più  terribili  i  tormenti,  non  per 
trarne  rivelazioni,  ma  per  togliere  loro  la 
vita  nel  modo  più  doloroso.  Spaventevo- 
li prigioni  erano  state  costrutte  di  suo  or- 
dine ,  e  studiato  erasi  di  rendere  il  sog- 
giorno tenebroso,  impuro  e  pestilenziale. 
Uomini,  donne  e  fanciulli  ammucchiati 
vi  erano,  e  de'fanciulli  prima  di  esservi 
chiusi  erano  stati  orbati  della  vista, o  resi 
incapaci  d'esser  uomini  mai.  La  morte  di 
Federico  II,  avvenuta  neh  25o,liberòEz- 
zelino  III  dall'  ultimo  freno  che  potesse 
ancor  contenerlo.  Si  considerò  allora  co- 
me sovrano  indipendente,  e  contrassegnò 
il  regno  assoluto,  che  incominciava  pei' 
lui,  col  supplizio  di  quante  vi  avevano  per- 
sone distinte  nella  Marca  Trevigiana.  Pa- 
reva che  risarcirsi  volesse  de'riguardiche 
avea  avutolo  principioperl'opinione  pub- 
blica. Fu  allora,  chepredominandoin  Ve- 
rona ognor  più  il  suo  partito  ghibellino, 
la  città  cadde  definitivamente  in  suo  po- 
tere, e  ne  venne  acclamato  assoluto  si- 
gnore, istituendo  quindi  un  consìglio  di 
5oo  presieduti  da  un  pretore.  Invano  Fe- 
derico e  Bonifazio  della  famiglia  Scalige- 
ra, che  incominciava  allora  a  farsi  gran- 
de, tentarono  d'insorgere  contro  Ezzelino 
III,  alla  testa  dì  molti  nobili  e  popolani 
di  Verona,  che  tutti  senza  pietà  furono 
trascinati  a  coda  di  cavallo  per  la  pub- 
blica piazza  a  suon  di  campane,  e  quin- 
di abbruciati  vivi.  Non  basta.  Ezzelino 
III,  come  per  insultare  alla  pazienza  del 
popolo,  lo  chiamava  tulio  iulero  ad  es- 


a86  VER 

ieie  le&timonio  de'suoi  furori.  Se  In  ma» 
ialtin  o  r  aria  infetta  delle  sue  pi  igioni 
gl'involava  alcune 'vittime,  ne  faceva  iiui* 
iauieno  mutilare  i  cadaveri  sul  patibolo. 
Qualunque  specie  di  onorifica  distinzio- 
ne gli  era  odiosa  egualmente,  e  siccome 
non  cercava  nenuDea  pretesto  a'suoi  fu* 
lori,  ogni  genere  di  distinzione  era  puni- 
ta col  supplizio.  Delle  guardie  vegliava- 
no su  tutte  le  frontiere  de'suoi  stati,  e 
quando  coglievano  alcuno  che  sottiar  si 
volesse  a  tal  orribile  tirannia,  gli  taglia- 
vano sul  fatto  una  gamba,  o  gli  svelle- 
vano gli  ocelli.  Gl'infelici  clieerravano  in 
Italia  cos'i  mutilali  da  que'moslri,  invo- 
cavano su  di  lui  le  punizioni  del  cielo,  e 
destando  indignazione  ne' popoli  ,  final- 
mente trovarono  vendicatori.  Papa  In- 
nocenzo IV,  dopo  aver  nel  i253  cano- 
nizzato s.  Pietro  Martire  da  Verona  do- 
menicano, colla  bolla  Magnis^  presso  ii 
Bull.  Rom.,  t.  3,  p.  33o,  assegnando  la 
celebrazione  della  festa  a'zc)  aprile;  a'9 
aprile  del  seguente  1  254  t^oatiò  sentenza 
di  scomunica  contro  il  crudelissimo  li- 
ranno  Ezzelino  III,  anche  quale  eretico, 
colla  bolla  Trucitlentain  iinins  Jiomìnis 
rahì'eniy  citalo  JSull.,p.  343.  Indi  il  suc- 
cessore Alessandro  IV  confermando  l'a- 
natema,pubblicò  una  crociata  contro  £z- 
relinolll,  nel  marzo i  206  commettendo 
a  Filippo  arcivescovo  di  Ravenna  d' in- 
cominciar la  predicazione  io  Venezia.  Il 
marchese  d'Esle,  il  conte  di  s.  Bonifazio, 
la  repubblica  di  Venezia,  Bologna,  Man- 
tova, e  soprattutto  i  numerosi  emigrati 
di  Ezzelino  III  presero  la  croce  contro  di 
lui.  Ma  egli  comandava  ancora  da  padro- 
ne in  Verona,-  Vicenza,  Padova,  Fellre  e 
Belluno.  Treviso  ubbidiva  a  suo  fratello 
Alberico  da  Romano,  meno  feroce  ma  più 
simulatore,  fingendo  d'aderire  al  partilo 
guelfo.  Trento  erasi  ribellato,  nia  da  uo 
altro  canto  Brescia  pareva  vicina  a  rice- 
verei! suugiogo.  Due  putentialleati  d'Ez- 
relino  III,  Oberto  Pallavicino  e  Buoso  di 
Doara,  l'assistevano  colle  proprie  foi7i-  e 
cu'luio  cousigli.  Tuttavia  1  crociali  pro- 


V  E  R 

fittando  dell'assenza  d'  Ezzelino  III,  che 
occupato  era  a  Brescia,  riuscirono  ad  im- 
padronirsi di  Padova  a' 19  giugno  di  del- 
lo 1256.  Il  tiranno  a  tuie  nolizia,  ditli- 
dando  de' padovani  che  militavano  nel 
suo  esercito  in  numero  di  1 1,000,  li  fece 
tulli  chiudere  nell'anntealro  di  Verona. 
Di  là  li  mandò  a  piccoli  drappelli  in  altre 
prigioni,  e  in  pochi  giorni  gl'immolò  lut- 
ti senza  eccezione.  La  villa  e  indisciplina 
de'crociati  impedirono  di  giovarsi  deli." 
loro  buon  successo.  Per  due  anni  i  teii- 
lativi  loro  fallirono ,  anzi  Ezzelino  III 
riuscì  neh  258  a  sottomettere  Brescia,  ma 
gli  alienò  i  due  soci  Pallavicino  e  Buo- 
so.  Vergognandosi  questi  d'una  crimino- 
sa alleanza  con  un  tiranno  nemico  di  Dio 
e  degli  uomini,  olTriroiio  a'crociali  di  u- 
nirsi  ad  essi;  e  senza  rinunziare  al  parti- 
to ghibellino,  strinsero  Ti  I  giugno  12 59 
un'alleanza  co'guelfi  contro  il  signor  di 
Verona. Ezzelino  1 1 1  dairallrocanlo,chia- 
mato  a  Milano  dal  cieco  furore  de' ghi- 
bellini e  de'nobili,  avea  passalo  l'Oglio  e 
l'Adda.  Tentò  indarno  d'impadronirsi  di 
Monza  e  di  Trezzo;  il  popolo  ed  i  guelfi 
di  Milano  aveano  formato  un'armata  nu- 
merosa per  combatterlo.  Oberlo  Palla- 
vicino co 'cremonesi,  e  il  marchese  d'Este 
Azzo  Novello  colle  truppe  di  Ferrara  e 
di  Mantova,  s'impadronirono  del  ponte 
di  Cassano  sull'Adda  e  tagliarono  la  ri- 
tirala ad  Ezzelino  HI.  Questi  che  non  a- 
vea  alcuna  idea  religiosa,  era  però  su- 
perstiziosissimo. Il  nome  di  Cassano  gli 
era  slato  indicato  da'suoi  astrologhi  co- 
me funesto:  esitò  prima  d'assalire  il  pon- 
te, che  solo  gli  poteva  assicurar  la  riti- 
rata; poi  la  necessità  facendogli  superar 
la  ripugnanza  vi  condusse  isuoi  a'i6  sei- 
lembre  1  259,  ma  fu  ferito  nel  piede  e  co- 
stiello  di  dare  indietro.  Do|)0  essersi  fal- 
lo medicare,  tentò  in  un  guado  passar  il 
fiume,  uia  giunto  ap[)ena  all'altra  spon- 
da le  sue  genti  cominciarono  a  sbanditr- 
si.  Fu  assalito  in  ^pari  tempo  da  tulli  i 
suoi  nemici,  sulla  strada  di  Bergamo,  « 
nuu  era  circondalo  clie  da  un  piccolo  iiu- 


VER 

mero  Ji soldati, quando  fu  ferito  nella  te- 
sta, l'uvescialo  da  cavallo  e  fatto  prigio- 
ne da  un  uomo  di  cui  avea  mutilato  il 
fratello.  1  capi  deiraraiata  non  permise- 
ro ciie  si  oltraggiasse  Ezzelino  III  :  fu 
condotto  nella  tenda  di  Cuoso,  e  chiarìia- 
ti  i  medici  a  curarlo;  ma  egli  ricusò  l'as- 
sistenza loro,  si  squarciò  le  piaghe,  e  l'i  1." 
giorno  di  sua  cattività  mori  a  Soncino, 
nel  Cremonese,  e  vi  fu  sepolto.  Avea  62 
anni,  ed  il  suo  regno  di  sangue  ne  durò 
34.  Già  erasi  ribellato  Legnago,  con  non 
poche  ville  e  castelli,  e  cacciata  la  guar- 
nigione, ucciso  il  governatore,  avea  ac- 
clamato il  tiiaichese  d'Este;  ma  dopo  la 
morte  del  mostro,  gli  abitanti  memori 
della  loro  capitale  Verona,  deslrainente 
espulso  il  novello  signore,  tornarono  al- 
l'ubbidienza veronese,  e  alle  libere  istitu- 
tioni  del  suo  benigno  governo.  —  Dopo 
bi  morte  dell'odìatoEzzelino  III, che  avea 
fatto  tremare  la  Lombardia  e  la  Venezia 
terrestre.  Verona  e  gli  altri  suoi  stati  ri- 
cuperarono la  loro  piena  libertà;  ma  Ve- 
rona non  tardò  a  soggiacere  ad  altra  do- 
minazione assoluta  ,  sebbene  più  uìite, 
quella  cioè  degli  Scaligeri,  che  per  127 
anni  la  sostennero  potente  e  in  rinoman- 
ca.  JNe  fu  il  primo  Mastino  I  delia  Scala 
gentiluomo  veronese,  non  mai  di  fami- 
glia originaria  di  Germania,  poiché  si  ri« 
cava  da' documenti  che  i  suoi  antenati 
professavano  la  legge  romana,  ed  in  una 
vendita  nel  territorio  di  Montorio,  fatta 
nel  )  187,  Arduino  de  Scala  si  dice  ex 
genere romanorumjera  della  fazione  ghi- 
bellina, e  nel  1 26 1  fu  eletto  capitano  ge- 
nerale del  popolo  di  Verona  in  vita,  ti- 
tolo corrispondente  a  quel  d'imperatore 
in  Roma,  cioè  supremo  comandante  del- 
l'esercito, e  col  quale  egli  o  coperse  o  si 
fece  strada  al  dominio  della  patria,  signo- 
ria che  propriamente  vuoisi  principiata 
nel  1262.  Tutte  le  altre  repubbliche,  li- 
berate da'guelfi  da  una  feroce  tirannide, 
ti  erano  fatte  del  loro  partito  :  Mastino  I 
rendè  Verona  l'asilo  de'ghibellini;  ne  e- 
spulie  il  conte  di  s.  Bonilazio  eon  tutti  i 


VER  287 

guein,  i  quali,  d'allora  in  poi,  non  furo- 
no pili  richiamati,  e  nel  1262  propria- 
mente ottenne  con  un  decreto  che  la  ca- 
rica sua  di  podestà  sarebbe  perpetua,  il 
partito  guelfo  avea  nondimeno  sempre 
de'partigiani  segreti  in  Verona:  la  liber- 
tà, oppressa  dal  novello  signore,  contava- 
ne  più  ancora.  Nel  1  269  lutti  coloro  che 
volevauo  impedire  alla  casa  della  Scala 
di  consolidare  il  suo  dominio  recente, pre- 
sero le  armi,  e  fecero  ribellare  quasi  tut- 
te le  castella  del  territorio  di  Verona.  Ma 
sebbene  la  nobiltà  pressoché  tutta  di  cit- 
tà si  possente  avesse  preso  parte  nella  con- 
giura,  dopo  due  anni  di  guerra,  fu  di- 
scacciata da  tutti  i  luoghi  forti,  pel  va- 
lore e  abilità  di  Mastino  I,  che  avea  sa- 
puto tirare  dalia  sua  tutta  la  plebaglia. 
Egli  stesso,  benché  annoverato  tra'nobi- 
li,  avea  .sortito  una  bassa  origine:  i  suoi 
nemici  adermavano  essere  stati  i  di  lui 
maggiori  mercanti  d'  olio.  In  seguito,  i 
signori  della  Scala  hanno  trovato  de'ge- 
nealogisti  che  si  sono  studiali  di  provare 
come  la  loro  nobiltà  era  senza  macchia. 
Legnngo  noti  avea  perseverato  lungo  tem- 
po neir  ubbidienza  e  divozione  che  tri- 
butava a  Verona  ed  a'suoi  podestà;  poi- 
ché dal  marchese  d'Este  e  dal  conte  Lo- 
dovico ripreso  fu  costretto  a  soggettarsi 
e  a  riconoscerli  suo  malgrado  per  signo- 
ri, fjnché  Mastino  I  con  un  gran  nerbo 
di  armatisi  portòallasua  ricupera, ch'eb- 
be di  fatto  dopo  un  (ìero  combattimen- 
to. Intanto  le  viiturìe  di  Mastino  I  e  la 
sua  severità  verso  i  vinti  aumentarono  il 
numero  e  l'accanimento  de'suoi  nemici. 
Disperando  di  vincerlo,  deliberarono  di 
spacciarsi  di  lui  con  un  assassinio;  4  cou- 
giurali  lo  trucidarono  nel  suo  palazzo,  a' 
17  ottobre! 277.  Ma  suo  fratello  Alber- 
to, allora  podestà  di  Mantova,  accorse  to- 
sto a  Verona  con  una  schiera  di  soldati: 
injpedìa'congiurali  di  giovarsi  della  mor- 
te di  Mastino  I  per  abbattere  il  governo; 
presto  li  fece  tutti  arrestare  coU'aiulo  del- 
la plebe  che  il  favoriva  ,  e  perirono  ne' 
supplizi.  Fece&i  dopo,  alla  sua  volta,  e- 


288  V  E  K 

leggei  e  dal  popolo  capitoli  getieraleili  Ve- 
rona. Alberto  I  della  Scala  non  attese  più 
che  a  rairermaiela  sua  autorità  stringen- 
do alleanza  con  tutti  ì  signori  gliibellini 
della  Lombardia.  Die'  soccorsi  a'  Bona- 
cossi  di  Mantova,  e  a'ghibellini  di  IMode- 
iia  e  Reggio;  ma  non  fece  mai  la  guerra 
per  sé,  dimodocliè  rimangono  di  lui  po- 
che ricordanze  sloriche.  Moi"i  nel  i3o  i, 
dopo  aver  governato  la  sua  patria  per  aS 
anni.  Dante  fu  ricoverato  in  Verona  da 
lui  o  dal  suo  successore.  —  Suo  figlio  pri- 
mogenito Bartolomeo  I  lo  succede  e  re- 
gnò due  anni  e  mezzo ,  senza   prender 
molta  parte  nelle  rivoluzioni  che  in  quel- 
la stessa  epoca  balzavano  da'Ioio  seggi  i 
Visconti,  i  Correggeschi,  ed  altri  signo- 
1  i  ghibellini  di  Lombardia.  Morì  a'y  mar- 
zo i3o4  senza  legittimi  figli.  — Alboino 
J  figlio  d'Alberto  I  e  fratello  di  Barto* 
loineo  I,  al  quale  successe  nel  principa- 
to di  Verona,  prese  in  moglie  nel  i3o5 
una  figlia  di  Giberto  di  Correggio  signo- 
re di  Parma  e  uno  de'  più  valenti  capi 
de'ghibelli  ni. Francesco  Bonacossi  (li  Man- 
tova era  il  marito  d'un'altra  figlia  dello 
stesso  principe;  e  questi  3  signori  uniti 
per  l'interesse  di  parte,i  parentadi  e  l'am- 
bizione, assalirono  di  concerto  il  marche- 
se Azzo  d'Esle,  e  fecero  varie  conquiste 
nel  Ferrarese.  Alla  per  fine  il  marchese 
d'Este  li  respinse  mediante  il  soccorso  di 
Bologna  e  Firenze.  Alboino  1  dipoi,  3  an- 
ni prima  di  sua  morte,  si  prese  a  collega 
il  fratello  minore  Can- Francesco,  poi  so- 
prannominato il  Grande  e  chiamato  Cau 
Grande  I.  Era  nato  nel  1291,  ili  alta  e 
imponente  statura,  di  fi&onomia  nobile  e 
dolce,  avea  le  maniere  graziose,  principe 
magnanimo  e  generoso,  segnalandosi  pu- 
re per  eloquenza  e  valore.  I  due  fratelli 
UOD  conlenti  della  nomina  del   popolo, 
che  poteva  l'una  o  l'altra  volta  reclama- 
re i  suoi  diritti,  allorché  nel  i3i  i  l'im- 
peratore Enrico  VII  calò  in  Italia,  a  prez- 
zo si  fecero  da  lui  creare  vicari  imperia- 
li, dopo  di  die,  quasi  insultando  a  chi  li 
avca  elttlijcuovocall  gli  auKÌapi,  i  {jablal* 


VER 
di  e  il  consiglio,  rinuiiziarono  all'elezione 
di  capitani  del  popolo,  pubblicarono  l'in- 
vestitura dell'imperatore,  a  cui  ed  a  sé 
slessi  fecero  prestai- giuramento  di  fedel- 
tà. Can  Grande  I  a'  1  5  aprile  dello  stesso 
i3i  I  tolse  Vicenza  a'  padovani,  e  v'in- 
trodusse un  presidio,  che  dicevasi  impe- 
riale, ma  che  dipendeva  da  lui  solo.  Al- 
boino 1  mori  in  detto  anno  a'28  ottobre, 
e  restò  solo  nella  signorìa  di  Verona  e 
nella  vicaria  imperiale  Can  Grande  I,  e- 
leggendo  a  collega,  ma  di  solo  nome,  Al- 
berto 11  figlio  del  defunto  fiulello.  Per 
l'acquisto  di  Vicenza  nacque  una  guerra 
accanita  tra'Scaligeri  e  la  repubblica  di 
Padova.  Questa  repubblica  erasi  fatta  del 
partih)  guelfo,  ed  avea  ottenuto  conside- 
revoli soccorsi  da  coloro  che  difendevano 
la  causa  medesima  nel  restante  dell'Ita- 
lia, mentre  Can  Grande  1, all'opposto, e- 
rasi  impoverito  di  gente  e  di  denaro  per 
fornire  soldati  e  sussidii  ad  Enrico  VII. 
Perciò  per  parecchi  anni  ebbe  pochi  lie- 
ti successi.  Finalmente  a' 17     settembre 
I  3  I  4,  sorprese  i  padovani  già  postisi  nel 
sobborgo  di   Vicenza  che    assediavano; 
li  pose  in  piena  rotta,  spezzò  i  loro  stem- 
mi, fece  prigione  tutti  i  loro  capi,  e  sfor- 
tolli  a  sottoscrivere  a'20  ottobre  un  trai- 
lato,  col  quale  rinunziavano  a  qualun- 
que loro  pretensione  su  Vicenza. Nel  1 3  1 5 
Can  Grande  1  voltò  le  sue  armi  contro  i 
guelfi  di  Cremona;  prese  loro  Gasalmag- 
giore,  e  li  costrinse  poco  dopo  a  richia- 
mare i  ghibellini  nella  loro  città.  In  mez- 
y.o  alla  pace,  i  padovani  tentarono  a' 22 
maggio  1 3 1 7  di  sorprendere  Vicenza; ma 
il  signor  di  Verona,  ch'era  sempre  mi- 
rabilmente servito  da'suoi  esploratori,  fu 
avverlitode'lorolentalivi,  ed  oveudolias- 
saltati  all'improvviso,  ne  fece  il  maggior 
numero  prigioni;  e  coll'aiuto  de'prigioni 
medesimi  s'impadronì  diMonselice,  la  for- 
tezza più  importante  dello  slato  padova- 
no. Dopo  un  anno  di  guerra,  i  padova- 
ni non  potendo  più  difendersi,  si  diedero 
a  Jacopo  di  Carrara, alleato  di  Can  Gran- 
de I,  e  cUiamaiouoiu  loro  ululo  Federi- 


VER 

co  il  Bello  (luca  ci'  Ausilia.  Nello  slesso 
anno,  Cau  Grande  I,  ormai  fatto  celebre 
agli  occhi  di  tutta  Italia,  fu  eletto  capila' 
no  generale  della  lega  de' ghibellini  di 
Lombardia, in  un'assemblea  tenuta  aSon- 
ciuoa'i  6  dicembre!  3i  8;  ma  il  Pa{)a Gio- 
vanni XXll  lo  scomunicò  quale  eretico 
nel  1 320.  Can  Grande  I  non  avea  voluto 
dar  la  pace  a'  padovani,  ne  per  interces- 
sione di  Jacopo  di  Carrara,  né  per  timo- 
re del  duca  d'Austria;  e  quantunque  ac- 
cordasse loro  alcune  tiegue,  di  cui  si  va- 
leva per  volgere  le  sue  armi  in  altre  par- 
li della  Lombardia,  s'impadronì  di  Mati- 
lova  e  ne  procurò  il  dominio  a'Gonzaghi, 
non  che  ridusse  finalmente  Padova  a  sot- 
tomettersi a'7  settembre  i  328.CanGran- 
de  I  essendo  caduto  pericolosameute  in- 
fermo, fu  per  poco  credulo  morto;  ed  es- 
sendo i  nipoti  Alberto  e  Mastino  molto 
giovani,  a'quali  spettava  il  dominio,  Fe- 
derico della  Scala  conte  di  Valpolicella, 
separalo  dall'ubbidienza  di  Verona,  per 
esserne  stato  in  vestito  dairin]peralore,co- 
minciò  a  suscitare  rumori  e  colle  sue  ric- 
chezze tentò  farsi  signore  di  Verona.  A- 
vea  già  guadagnato  alcuni  capitani  in  suo 
favore,  tua  riuscì  male  il  suo  disegno,  per- 
chè Can  Grande  1  miracolosamente  gua- 
rì. Già  signoreggiava,  oltre  a  Verona  e 
altri  luoghi,  in  Vicenza,  Padova,  Fellre 
e  Cividale,  ed  a  terminar  la  conquista 
della  Marca  Trevigiana  non  reslavagli 
che  soggiogare  Treviso:  quest'ultima  cit- 
tà gli  fu  ceduta  per  capitolazione  a'  i8 
luglio  1829;  ma  come  diedesi  riscaldato 
a  bever  acqua  freschissima,  mentre  en- 
trava trionfalmente,  s'  inlese  assalito  da 
violenti  dolori  ,  e  fallosi  recare  alla  cat- 
tedrale, ivi  moiì  il  4'°  giorno  in  età  di 
4(  anni,  lagrimalo  da  ludo  l'esercilo^dal 
quale  il  cadavere  fu  portato  a  Verona. 
Con  estrema  doglia  i  veronesi  1' accolse- 
To,  indi  gli  celebrarono  meravigliose  e- 
Sequie,  co' paggi  e  cavalli  coperti  di  vel- 
luto nero,  portando  stendardi  abbas- 
sati a  terra:  anche  i  famigliari  erano 
\eslili  di  nero.  Nella  i/ora  della  uoUe  il 
VOI.  iciv. 


V  E  n  289 

feretro  fu  porlalo  da  6  capitani  in  s.  Ma- 
ria Antica,accompagnalo  da'citladini  con 
lercie  accese,  e  poi  fu  collocato  in  un'ar- 
ca di  marmo,  sopra  la  porta  della  chie- 
sa. Erano  12  anni  che  portava  il  titolo  di 
capitano  generale  de' ghibellini  di  Lom- 
bardia, ed  i  veronesi  suoi  concittadini  gli 
aveano  dato  il  nome  di  Grande  in  un 
secolo  fecondo  di  uommi  ragguardevoli. 
Ad  una  bravura  che  non  ismeniì  giam- 
mai, accoppiava  le  qualità  più  rare;  lér- 
mezza  di  principii,  franchezza  di  discor- 
so, fedeltà  a'propri  impegni.  Non  solo  e- 
rasi  guadagnato  l'amore  de'suoi  soldati, 
eia  anco  amato  da'  popoli  cui  reggeva, 
ed  impadronivasi  prontamente  del  cuo- 
re di  coloro  che  soggiogava  coli' armi. 
Fra'principi  lombardi  fu  ili.°  a  proteg- 
gere le  arti  e  le  scienze.  La  sua  corte,  ri- 
fugio di  Dante,  che  gli  dedicò  la  3."  par- 
te del  suo  divin  poema,  il  Paradiso,  asi- 
lo di  tulli  gli  esuli  ghibellini ,  e  de'  più 
eminenti  personaggi  d'Italia,  come  Mat- 
teo Visconti  cacciato  da  Mdatio  dall'emu- 
lo Guido  della  Torre,  ed  Uguccione  del- 
la Faggiuola  già  signor  di  Pisa  e  di  Lue» 
ca;  anzi  era  altresì  il  comun  ricovero  de- 
gli afllilli  e  degli  oppressi,  come  de'  più 
grandi  pittori  e. scullori,ede'priioari  poe- 
ti di  sua  età,  Irubadorì  o  trovatori.  Lo 
storico  di  Reggio  narra  quanto  fosse  ge- 
nerosa e  magnanima  questa  ospitalità. 
"  Diversi  appartamenti,  secondo  la  con- 
dizione de' viaggiatori,  erano  preparati  e 
venivano  assegnali  ad  ogni  ospite  nel  pa- 
lazzo della  Scala:  ciascuno  avea  i  suoi  dp* 
mestici,  ed  una  tavola  splendidamente 
servila;  i  loro  appartamenti  erano  indi- 
cati con  simboli  e  divise  allegoriche  alle 
loro  condizioni:  la  vittoria  pe'guerrieii, 
la  speranza  pegli  esuli,  le  muse  pe'poeli, 
Mercurio  per  gli  artisti,  il  paradiso  pe' 
sagli  oratori.  Durante  il  pasto,  de'sup- 
natori,  de'bulToni  e  de'giuocatori  di  bos- 
solo percorrevano  gli  appartamenti;  le  sa- 
le eranodecoratedi  quadri,  che  rainmeq- 
lavaiio  le  vicende  della  fortuna,  ed  il  si- 
gnore della  Scala  godeva  talvolta  di  po- 

»9 


igo  VER 

ter  dar  posto  alla  sua  propria  mensa  ad 
alcuni  de'più  distinti  ospiti,  Ira'quali  so- 
pra ogni  altro  desiderava  aver  seco  quel 
sommo  senno  di  Dante.  E  chi  bramato 
non  l'avrebbe?  Beato  veramente  chi  può 
godersi  tali  ospiti  !  "  Nondimeno  ,  notai 
di  sopra,  il  parlar  troppo  franco  di  Dan- 
te,  glie  ne  aveva  diminuito  il  favore. 
Principe  assai  formidabile  e  temuto  per 
innumerevoli  vittorie ,  e  pel  suo  animo 
coraggioso  e  intraprendente,  fu  veramen- 
te per  Verona  magni^co  il  suo  governo, 
sollevando  la  sua  casa  ad  un  altissimo 
grado  di  potenza.  Egli  dominava,  non  so- 
lamente in  quasi  tutto  il  tratto  dello  sta- 
to veneto  di  terraferma,  ma  anche  in  Par- 
ma e  in  Lucca,  e  in  altri  luoghi  di  To- 
scana, suonando  chiarissima  la  sua  fama 
quasi  per  tutto  il  mondo,  essendo  stalo 
uno  de'più  splendidi  signori  fioriti  do- 
po l'epoca  di  Federico  11  in  Italia.  Sot- 
to di  lui  Verona  fu  capitale  di  stato  gran- 
dissimo, e  sede  di  corte  veramente  prin- 
cipesca. Alcuni  monumenti  gloriosi,  di  cui 
adornò  Verona,  attestano  ancora  oggidì 
il  suo  genio  per  l'architettura.  Le  armi 
però  erano  la  passione  sua  favorita,  e  fu- 
rono la  gloria  del  suo  regno.  Consiglie- 
re e  luogotenente  de'due  imperatoti, En- 
rico VII  e  Lodovico  IV  o  Vii  Bavaro, 
si  mostrò  superiore  all'uno  e  all'altro,  e 
sostenne  co'  suoi  talenti  e  attività  l'au- 
torità dell'impero  cui  que'monarchi  era- 
no incapaci  di  mantenere.  Can  Grande  I 
non  lasciando  alcun  figlio  legittimo,  i  suoi 
due  nipoti,  figli  di  suo  fratello  Alboino  I, 
gli  successero  congiuntamente  senz'alcu- 
iiacontraddizione,tanto  in  Verona,  qua  Il- 
io negli  altri  dominii  dello  zio. —  A'aS 
o  24  luglio  I  329  furono  pubblicali  signo- 
ri al  capitello  di  Verona,  Mastino  11  del- 
la Scala,  nato  neli3o8,  e  il  suo  collega 
e  fratello  Alberto  11,  nato  nel  1  3o6,  con 
solenne  suono  di  campane  e  fuochi  per 
un  giorno  continuo.  1  due  nuovi  signori 
erano  compresi  e  nominati  neirulliina  in- 
vsstituin  presa  in  Milano  dallo  zio  da 
Lodovico  Y  il  Bavaro^  coq  espressa  di- 


VER 
chiarazione  ,  che  mancando  un  di  loro 
senza  figli  maschi,  l'altro  in  lutto  il  prin- 
cipato succedesse,  non  dovendosi  divide- 
re il  dominio  Scaligero,  ma  passare  di 
primogenito  in  primogenito.  Però  Alber- 
to II  lasciò  interamente  al  fratello  Ma- 
stino II  la  somma  delle  cose  ,  nel  resto 
seguitandosi  le  norme  de'loro  maggiori. 
Il  loro  carattere  era  assai  differente,  an- 
zi si  pretende  che  Alberto  II  fosse  il  pri- 
mogenito o  fratello  maggiore.  Egli  eia 
quieto,  pacifico,  gioviale;  gli  piacevano  i 
letterati,  i  musici,  i  cortigiani  galanti;  de- 
licato di  complessione,  era  inetto  al  pa- 
tire faticose  imprese.  All'incontro  Masti- 
nuli  era  beHicoso,adusto,  terribile,  forte, 
disposto  a  sopportare  ogni  disagio  e  fa- 
tiche, per  cui  fu  quasi  di  bisogno  per  van- 
taggio dello  slato  Scaligero  permettergli 
che  assumesse  le  redini  del  governo  edel- 
la  guerra.  Mastino  li,  senz'essere  nomi- 
nalo capitano  generale  de' ghibellini  di 
Lombardia,  come  lo  era  sialo  suo  zio, 
fu  nondimeno  tosto  riconosciuto  pel  più 
potente  ed  abile  de'loro  capi.  Tulli  co- 
loro che  in  quella  fazione  credevansi  op- 
pressi, ricorrevano  al  di  lui  patrocinio;  e 
Mastino  II  sapeva  bene  che  tulli  i  clienti 
che  acquistava  divenuti  sarebbero  tosto 
suoi  sudditi:  perciò  era  sempre  pronto  a 
correre  in  aiuto  di  chi  lo  invocava,  per 
aspirare  alla  signoria  di  tutta  l'Italia,  l 
ghibellini  usciti  di  Brescia,  furono  i  pri- 
mi neli33o  a  chiedere  la  sua  assistenza. 
Mastino  II  entrò  immantinenle  nello  sta- 
to Bresciano,  ed  intraprese  nel  settem- 
bre l'assedio  della  capitale.  La  venuta  ina- 
spettata in  Italia  di  Giovanni  re  di  Boe- 
mia, figlio  del  defunto  Enrico  VII,  e  la 
protezione  da  lui  data  a'bresciani,  obbli- 
garono Mastino  II  a  ritirarsi;  ma  si  destò 
in  lui  un  risentimento  contro  tal  re,  cui 
il  monarca  non  lasciò  di  accrescere.  Fe- 
cesi  riconoscere  per  signore  da  altre  cit- 
tà vicine,  sulle  quali  il  principe  di  Ve- 
rona avea  pure  disegni.  Mastino  II,  at- 
territo di  vedersi  sorgere  dappresso,  per 
opera  di  quel  re  avveuluriere,  un  polen- 


VER 

tato  rivale  che  minacciava  d'inghioUirlo, 
conobbe  la  necessità,  per  opporglisi,  di  ri- 
nunziare ad  antichi  sistemi  e  ad  un  an- 
tico spirito  di  partito  che  non  consuona- 
vano più  colla  politica.  Propose  primo  di 
unire  in  lega  comune  i  principi  ghibelli- 
ni e  le  repubbliche  guelfe  alle  quali  il  re 
boemo  ispirava  unaegual  gelosia.  Una  i."" 
lega  venne  fermata  a  Castelbaldo  1*8  a- 
gosto  i33i,  tra  Mastino  II,  i  marchesi 
d'  Este,  i  Gonzaga  di  Mantova  ed  i  Vi- 
sconti di  Milanov  I  fiorentini  entrarono 
in  quella  lega  neh  332,  e  gli  alleati  pro- 
misero spartirsi  tra  loro  le  provincia,  che, 
per  un  entusiasmo  senza  esempio  nella 
storia,  eransi  sottomesse  al  re  di  Boemia, 
in  uno  a  Lucca.  Mastino  II  pel  primo  di 
lutti  edellùò  tale  spartimento.  Si  procu- 
rò da'guelfi  l'ingresso  in  Brescia,  a'  i4 
giugno  i332  ,  abbandonando  alla  loro 
vendetta  i  ghibellini  di  quella  città,  de' 
quali  fino  a  quel  momento  erasi  dichia- 
ralo protettore.  Così  Mastino  II  comin- 
ciava a  palesare  quella  falsa  e  perfida 
ambizione,  che  al  pari  del  valore  guer- 
riero costituiva  il  di  lui  carattere.  Giu- 
sta il  trattato  di  Castelbaldo,  Parma  do- 
vea  spellare  a  lui  ,  e  di  fatto  se  ne  im- 
possessò a*4  giugno  I  335,  dopo  la  ritira- 
ta del  re  Giovanni,  che  avea  rivenduto 
a'signori  privaWi  le  città  che  si  erano  da- 
te a  lui  volontariamente.  Le  altre  città 
che  rimanevano  doveano  toccare  agli  al- 
leali di  Mastino  II;  ma  per  la  sua  atti- 
vità, per  la  sua  superiorità  di  forze,  e  più 
di  lutto  per  la  mala  fede,  prevenne  mol- 
ti de'suoi  collegati.  Reggio  gli  fu  ceduto 
a'3  luglioi  335;  ed  allorché  8  giorni  do- 
po la  restituì  a'Gonzaga,  a  cui  era  stata 
destinala  anticipatamente,  il  fece  a  con- 
dizione di  riservarsi  la  sovranità  feuda- 
le ,  che  non  eragli  slata  promessa.  Ma- 
stino II  acquistò  pure  la  città  di  Lucca, 
che  non  volle  restituire  io  appresso  a* 
fiorentini.  Quella  conquista  gli  die' spe- 
ranza di  allargare  la  sua  influenza  nella 
Toscana.  Tentò  di  sorprendere  Pisa,  e  di 
far  alleanza  cod  Arezzo,  e  comiuciò  le  o* 


VER  291 

stilità  contro  ì  fiorentini  a'  26  febbraio 
i336.  Essi  gì'  inviarono  Pino  della  To- 
sa, altrettanto  d'animo  robusto,  quanto 
disavvenente  della  persona.  Per  parere 
più  alto  soleva  portare  una  gran  celata 
di  ferro,  che  per  contrario  lo  faceva  com* 
parire  più  piccolo.  Il  signor  di  Verona, 
giunto  all'apice  di  sua  grandezza  e  per- 
ciò orgoglioso,  onde  alcuni  lo  cognomi- 
narono Maglio^  argomentando  dal  cor- 
po di  Pino  lo  spirito,  contro  il  rispetto 
dovuto  alla  repubblica  di  Firenze,  fece 
attendere  quell'oratore  finché  non  ebbe 
spacciati  tulli  gli  altri,  poi  gli  diresse  que- 
ste parole.  Uomo  dall' elino^  vieni  olire! 
Ma  Pino  ,  rispose:  Io  verrò  a  te  un  al' 
tra  volta,  allorquando  ti  sia  piìi  neceS' 
sario  di  parlare  con  me,  che  non  è  a  me 
oggi  di  parlar  (eco.  Ciò  detto,  montò  a 
cavallo  e  se  ne  tornò  a  Firenze  :  la  sua 
relazione  contribuì  non  poco  alla  con- 
clusione della  gran  lega  che  fiaccò  la  po- 
tenza di  Mastino  II.  Questi  era  allora  si- 
gnore di  9  città,  comprese  Ceoeda,  Bel- 
luno e  Feltre,  capitali  altre  volte  di  al- 
trettanti slati  sovrani.  Ritraeva  dalle  ga- 
belle di  esse  città  una  rendita  di  700,000 
fiorini  d'oro  all'anno,  rendita  allora  pari 
a  quella  de'più  grandi  principi  della  cri- 
stianità. Aveva  inoltre  per  alleati  i  più 
potenti  princìpi  della  Lombardia,  e  Sac- 
cone de'Ferlali,  il  terribile  capo  de'ghi- 
bellini  degli  A  pennini.  Ma  tutti  i  men- 
tovati vantaggi  furono  più  che  bilancia- 
ti dall'energia  e  costanza  de'fiorenlini  e 
veneziani,  e  da'lalenli  di  Pietro  Rossi  di 
Parma  loro  genernle.  La  repubblica  di 
Venezia  era  stata  fino  allora  or  media- 
trice di  pace,  or  mallevadrice,  or  sem- 
plice osservatrice  di  quanto  accadeva  ne* 
Carrara  e  negli  Scaligeri, attenta  alla  pro- 
pria difesa,  ed  a  trarre  i  vantaggi  offer- 
ti dall'occasione.  Ingelosita  della  formi- 
dabile potenza  di  Mastino  II,  malconten- 
ta delle  saline  da  lui  stabilite  a  Bovolen- 
ta,  vicino  alle  lagune  venete,  vedeva  con 
dispetto  aspirare  gli  Scaligeri  al  dominio 
di  lutt'itaiia  ed  a  minare  la  veneziana  pò- 


y.Q2  VER 

tenza.  Adunque  nel  i336  i  veneziani  si 
unirono  in  lega  co'fiorentioi, co' marche- 
si d'Esle,  co'milanesi,  con  Luchino  Vi- 
sconti ziod'Azzone  signor  di  Milano,  per- 
ciò riliratosi  dall'alleanza  di  Mastino  II 
efaltocapitano  de'collegati,  contro  il  me- 
desimo  signor  di  Verona.  Padova  fu  sor- 
presa a'3  agosto I  337,  e  Alberto  II  del- 
la Scala  che  la  governava  vi  fu  fatto  pri- 
gione: venne  poi  rilasciato  da'veneziani 
pel  trattato  de' 18  dicembre  1 338,  e  mo- 
lì  dopo  il  fratello  a'i3  settembre  i352 
senza  figli.  I  più  forti  castelli  de'  monti 
Euganei  furono  presi  da' collegati  I'  un 
dopo  l'altro.  Nel  i337  Arezzo  si  die' a' 
fiorentini  nel  marzo,  e  non  molto  dopo 
Mastino  II  rimase  vincitore  presso  Man- 
tova, ma  poscia  diflkilmenle  potè  tener 
fronte  a'nemici,  essendosi  a  lui  ribellate 
alcunecittà  del  suo  dominio.  Le  sue  trup- 
pe furono  rotte  a  Montagnana  a'29  set- 
tembre i338,  e  Mastino  li  che  vedeva 
declinar  rapidamente  la  sua  fortuna,  die' 
in  tali  eccessi  di  furore  che  su  meri  so- 
spetti uccise  dì  sua  mano,  in  mezzo  alia 
via  di  Verona,  lo  zio  Bartolomeo  II  della 
^cala  vescovo  della  città,  al  quale  rin)- 
proverava  d'  esser  suo  nemico  e  di  atten- 
tare alla  sua  vita.  Per  tale  orribile  sa- 
ciilego  assassinio.  Papa  Benedetto  XI 1  lo 
punì  colla  più  rigorosa  censura  della  sco- 
munica, insieme  a' veronesi, secondo  l'ab. 
Cappelletti.  Ma  poi  Mastino  II  stesso  e 
Alboino  naturale  di  Gan  Grande  I,  per 
le  preghiere  de'ciltadini,  supplicarono  il 
Pontefice  a  mezzo  del  nunzio  loro  Gu- 
glielmo da  Pastrengo  giureconsulto  in 
Avignone,  a  concedergli  Tassolnzione  da 
quella  tremenda  pena  ecclesiastica,  e  ne 
fu  esaudito  dopo  l'informazione  avutane 
da  Bertrando  patriarca  d'Aquileia;  im- 
ponendogli però,  col  breve  riferito  da 
Carlo  Libardi  nella  sua  storia,  le  seguen- 
ti condizioni,  riferite  eziandio  dall'anna- 
lista Ptinaldi  e  dall'Ughelli.  »  i."  Che  il 
sig.'  Mastino  e  Alboino  Scaligeri  doves- 
sero, nel  termine  (1*8  giorni  dall'assolu- 
zione, portarsi  dalla  porla  della  cillù  del- 


V  E  R 

la  di  s.  Felice  (altri  dicono  del  Vescovo) 
alla  cattedrale  a  piedi  senza  cappuccio, 
ossia  a  capo  scoperto,  con  una  torcia  ac- 
cesa in  mano  del  peso  di  libbre  6,  pre- 
ceduti da  altre  100  torcie  consimili,  in 
giorno  di  domenica  e  nell'ora  del  mag- 
gior concorso ,  alla  messa  cantata  nella 
medesima,  ed  ivi  ojOfrire  le  dette  torcie  in 
mano  de'canonici,  a'quali  doveano  chie- 
der perdono  del  commesso  eccesso.  2.° 
Che  dovessero  offrire  alla  stessa  chiesa 
un'immagine  d*  argento  del  peso  di  3o 
marche,eio  lampadepure d'argento, cia- 
scuna dello  stesso  peso, coll'olio  per  man- 
tenerle perpetuamente  accese;  e  per  fare 
quest'oblazione  fosse  loro  accordatoii  tem- 
po di  6  mesi.  3.°  Che  istituir  dovessero 
6  cappellanie  nella  cattedrale  per  6  sa- 
cerdoti, i  quali  ogni  giorno  celebrassero 
in  suilragio  dell'estinto  vescovo,  coli' as- 
segno di  20  annui  fiorini  per  cadauna. 
4.°  Che  nel  dì  anniversario  della  morte 
d'esso  vescovo  dovessero  vestire  24  pove- 
ri. 5."  Che  dovessero  digiunare  lutti  i  ve- 
nerdì dell'anno  e  le  vigilie  tutte  della  B. 
Vergine,  salvo  i  casi  d'infermità  e  vec- 
chiaia, ne'quali  casi  dovessero  in  essi  gior- 
ni alimentare  due  poveri.  6.°  Finalmen- 
te, che  inoccasionedileve  generali  di  gen- 
ie per  le  guerre  di  Terra  Santa,  doves- 
sero spedire  24  armati  e.là  mantenerli  a 
proprie  spese  per  guerreggiare  contro  de- 
gl'infedeli,eciòanche  dopo  la  morted'es- 
si  due  principi,  dovendo  perciò  lasciar 
obbligo  a'Ioro  successori  nella  signoria  di 
Verona,  perchè  mantenessero  questa  gen- 
ie. Rimellendo  loro  per  altro  tutte  quel- 
le altre  pene,  che  in  virtù  de'sagri  cano- 
ni dovute  erano  ad  essi  due  principi  pel 
delitto  (la  loro  commesso".  A  queste  con- 
dizioni Mastino  II  ed  Alboino  della  vSca- 
la  furono  assolti  da  Gotlifredo  vescovo 
di  Mantova,  delegato  dal  Papa  a'  25  set- 
tembre i338.  Di  altro  relativo  parlerò 
nella  serie  de' vescovi  alla  sua  epoca.  In- 
oltre Mastino  II  e  Alboino  mandarono 
nuovamente  Guglielmo  da  Pastrengo, in- 
sieme con  Azzo  da  Corregijio  e  Gugiiel- 


J 


VER 

tuo  Aritiiondi,  parimente  giureconsulti, 
in  Avignone  a  Benedetto  XII,  perchè  fos- 
se loro  approvala  e  confermata  la  signo- 
ria di  Parma  (Guglielmo  fu  nunzio  anco 
di  Cangrande).  Intanto  Mastino  II,  non 
polendo  resistere  a'suoi  avversari  che  lo 
guerreggiavano,  non  pensò  più  che  a  di- 
viderli. Cedendo  alla  repubblica  di  Ve- 
nezia  Treviso,  Bassano,  Castel  Franco, 
Castelbaldo  e  Capo  d'Adige,  e  distrug- 
gendo le  saline  di  Bovolenta,  rimasero! 
veneziani  indifferenti  sul  destino  de'  fio- 
rentini,con  trattalo  de*  1 8 dicembre  i  338. 
Vedendosi  i  fiorentini  abbandonati,  do- 
po lunga  guerra,  la  quale  costò  loro  più 
di  25, ODO  fiorini  d'oro  al  mese,  restan- 
do delusi   nella  speranza  d*  aver  Lucca, 
furono  costretti  a  far  pace  l'i  i  febbraio 
i33q.  Con  essa  Mastino  II  conservò  la 
sovranità  di  Verona,  Vicenza,  Parma  e 
Lucca.  Intanto  la  s.  Sede  continuando  a 
non  riconoscere  Lodovico  V  il  Bavaro, 
ch'era  stato  eletto  imperatore   da   una 
parte  degli  elettori  dell'  impero,  in  con- 
correnza di  Federico  III  il  Bello  duca 
d'  Austria,  considerando  perciò  il   Papa 
Benedetto  XII  vacante  l'impero,  la  cui 
amministrazione  per  tal  causa  eragli  de- 
voluta, e  temendo  che  l'Italia  fosse  assa- 
lita da  qualche  nemico  straniero,  anche 
per  risieder  egli  in  Avignone,  costituì  al- 
cuni vicari  feudatari  di  s.  Chiesa  con  an- 
nuo tributo,  nominando  per  Verona,  Vi- 
cenza, Parma  e  Lucca,  Mastino  II  e  Al- 
berto II  Scaligeri,  col  censo  annuale  di 
5,ooo  fiorini  d'oro;  dichiarando  il  Papa 
a' detti  vicari  della  s.  Sede,  che  la  loro 
rappresentanza  durerebbe  finché  vacasse 
l'impero  o  a  lui  piacesse.  Ui  più  il  Papa 
impose  agli  Scaligeri  di   ritenere  a  suo 
nome  il  governo  di  Verona,  e  non  rico- 
noscere alcuno  per  imperatore,  se  prima 
non  fosse  stato  confermato  dalla  Chiesa; 
perseguitassero  gli  eretici  ,  pagassero  il 
detto  censo, lo'servlssero  in  tempo  di  guer- 
ra con  200  cavalieri  e  3oo  pedoni;  resti- 
tuissero agli  ecclesiastici  il  tolto  di  prepo- 
tenza, e  ne  difendessero  rimiuuuilù.  Con 


VER  293 

questi  patti  furono  gli  Scaligeri  ricevuti 
nella  protezione  della  s.  Sede,  sino  alla 
creazione  dell'imperatore  legittimo.  Ma 
la  sfortunata  guerra  sostenuta  da  Masti- 
no Il  avea  distrutto  il  suo  credito,  e  sli- 
molò chi  era  geloso  di  lui  ad  assalirlo  di 
nuovo.  Azzone  e  Guido  signori  di   Cor- 
reggio e  suoi  zii  materni,  fecero  ribella- 
re Parma  e  gliela  tolsero  per  sorpresa  n* 
2  I  maggio  I  34 1  -  Li  secondarono  Luchi- 
no Visconti  signor  di  Milano  e  Luigi  di 
Gonzaga   i."  signor  di  Mantova;  ed  i  si- 
gnori di  Carrara  si  dichiararono  pure  con- 
trari al  principe  di   Verona  ,  onde  que- 
sti si  trovò  un'altra  volta  nel  cimento  d'u- 
na guerra  generale.  Per  diminuir  il  nu- 
mero de'  suoi  presidii  e  procacciarsi  de- 
naro, nello  stesso  I  341  per  25o,ooo  fio- 
rini vendè  Lucca  a'fìorentini,  i  quali  pe- 
rò non  seppero  poi  conservarla.  Si  colle- 
gò quindi  co'marchesi  d'Esle,  e  co'Pepo- 
li  dominatori  in  Bologna.  Dipoi  neh  345 
fece  la  pace  col  signor  di  Milano,  mari- 
tando a  Bernabò  Visconti   la  sua   figlia 
Beatrice,  cui  la  maestosa  statura,  e  for- 
s'  anco  r  orgoglio  suo,  aveano  fatto  so- 
prannominare/^z  regina.  Mastino  II  ri- 
dotto alle  sovranità  di  Verona  e  di  Vicen- 
za, rinunziò  a'progelti  ambiziosi  che  lo 
tennero  affaccendalo  ne'primi  tempi  del 
suo  regno.  Prese   tuttavia  alcuna   parte 
alle  turbolenze  di  Romagna,  dove  si  mise 
nel  parlilo  del  legato  pontifìcio;  ma  cer- 
cò sopra  tutto  di  ristabilire  le  arti  e  I'  a- 
gricoltura  ne'  suoi  stali,  che  sforzi  spro- 
porzionati, rispetto  alla  loro  estensione, 
aveano  esausti.  Moiìa'3  giugno  i  35o  ov- 
vero i35f,  lasciando   3  figli,  i  quali  gli 
successero  congiuntamenle,e  2  figlie,oltre 
7  figlie  naturali.  —  Nello  stesso  giorno 
il  figlio  Con  Grande  gli  successe:  gover- 
nò dapprima  unitamente  a'suoi  due  fra- 
telli Cau  Signore  e  Paolo  Alboino,  e  col 
consenso  d'  Alberto  suo  zio,  che  morì 
l'anno  dopo,  come  dissi;  ma  il  giovane 
principe  non  voleva  ammettere  divisio- 
ne d'autorità.  Nato  neh  332,  avea  pre- 
so in  moglie  a'  22  novembre  i35o  Eli- 


194  VER 

sabetta  figlia  del  defunto  Lodovico  V  li 
Bavaro,  ma  non  se  leatTezionò,  non  a- 
vendo  avuto  da  essa  figli,  ed  educò  sfac- 
ciatamente sotto  i  suoi  occhi  de'bastardi, 
a'quali  pretendeva  assicurare  la  sua  suc- 
cessione alla  signoria.  L'estrema  giovi- 
nezza de'  suoi  fratelli  aveagli  conceduto 
ritenere  per  sé  tutta  l'autorità,  fatta  da 
lui  più  grave  coll'opprimere  d' imposte 
eccedenti  i  suoi  sudditi;  ed  avea  creduto 
di  metter  in  sicuro  i  tesori  da  lui  accu* 
mulati,  ponendoli  ad  interesse  nel  ban- 
co di  Venezia,  a  nome  de'suoi  3  figli  na- 
turali, colla  quale  repubblica  erasi  colle- 
gatoneli  353.  Queste  esazioni  resero  Can 
Grande  II  odioso  al  popolo.  Fregnano, 
suo  fratello  naturale,  credette  di  poter 
profittare  del  malcontento  universale  per 
impadronirsi  della  sovranità  di  Verona. 
Mentre  Can  Grande  II  era  andato  a  Bol- 
zano, con  suo  fratello  Can  Signore,  per 
abboccarsi  col  marchese  di  Brandeburgo 
suo  cognato,  riuscì  a  Fregnano,  con  un 
misto  d'inganni  e  d'audacia,  d'impadro- 
nirsi di  Verona  nella  notte  de'i  7  febbraio 
l354-  I  Gonzaga,  Azzone  di  Correggio 
ed  i  Visconti,  gelosi  della  casa  della  Sca- 
la, si  unirono  per  favorire  l'usurpazione; 
ma  Can  Grande  II  ,  ritornato  in  tutta 
fretta  colla  sua  gente  d'arme,  ali.°  sen- 
tore di  tale  sedizione,  trovò  alla  guardia 
d'  una  delle  porte  di  Verona  alcuni  de' 
suoi  partigiani,  che  l'introdussero  nella 
città.  Diede  battaglia  a  Fregnano  in  mez- 
zo alla  via:  lo  vinse  e  lo  uccise,  come  fe- 
ce anche  di  Pico  della  Mirandola,  che 
Fregnano  avea  fatto  podestà, e  ricondus- 
se i  ribellati  all'ubbidienza.  Poco  tempo 
dopos'immischiòin  una  legafurniata con- 
tro i  Visconti  dalla  repubblica  di  Vene- 
zia, e  tutti  i  principi  suoi  vicini,  ed  alla 
pace  vi  fu  compreso  neh  3 55  cogli  altri 
signori.  Indi  i  veneziani  inimicatisi  con 
Francesco  I  da  Carrara  signor  di  Pado- 
va, gli  mossero  contro  il  principe  di  Ve- 
rona. L'alleanza  veneta  parendo  a  Caq 
Grande  II  atta  a  consolidare  il  suo  po- 
tere, ruppe  senza  ritegno  u  lutti  i  viyi,  la 


VER 

crudeltà,  l'avarizia,  la  crapula.  La  bel- 
lezza e  l'alta  condizione  d'Elisabetta  di 
Baviera  sua  moglie,  non  la  salvarono  dal 
suo  disprezzo;  i  suoi  due  fratelli  erano 
di  continuo  minacciati,  e  si  aspettavano 
d'  ora  in  ora  cader  vittime  della  di  lui 
gelosia.  Il  primo  de' due,  Can  Signore, 
credendosi  già  perduto,  incontrò  a' 1 4  di- 
cembre 1359  Can  Grande  li,  cheattra- 
versava  Verona  a  cavallo;  in  un  attimo 
gli  si  avventòconlro,  e  lo  trapassò  da  par- 
te a  parte  col  di  lui  stocco:  altri  dissero 
che  lo  fece  uccidere  da  scellerati  sicari  al- 
la sua  presenza.  Fuggì  dopo  a  Padova,  e 
Francesco  I  da  Carrara  signore  di  essa, 
non  solamente  l'accolse  con  onore  ,  ma 
lo  ricondusse  in  Verona,  alla  testa  della 
sua  truppa,  e  lo  fece  acclamare  signore 
a'  I  7  dicembre,  congiuntamente  a  suo  fra- 
tello Paolo  Alboino.  — Can  Signore  del- 
la Scala,  chiamato  pure  Cansignorio,  di- 
venuto signor  di  Verona,  volendo  rasso- 
darsi nella  sovranità  per  via  di  alleanza, 
die'  io  moglie  sua  sorella  Verde  della 
Scala  al  marchese  Nicolò  li  il  Zoppo  di 
Este  nel  maggio  1 36 1,  e  rinnovò  la  lega 
Trevigiana  contro  la  casa  Visconti.  Non- 
dimeno, nello  stesso  anno,  fecedi  concer- 
to co'collegati  la  pace  con  Bernabò  Vi- 
sconti suo  cognato.  A*5  giugno  1 364  spo- 
sò Agnese  figlia  del  duca  di  Durazzo.  In- 
tantoCanSignore,  vittima,  durante  il  re- 
gno precedente,  dell'ambizione  del  fra- 
tello suo  maggiore,  non  aveva  imparalo 
nella  sventura  a  comportarsi  colla  sua 
generosità:  escluse  il  suo  più  giovane  fra- 
tello Paolo  Alboino  da  ogni  comparteci- 
pazione al  principato, ch'eragli  stato  con- 
ferito dal  popolo.  Paolo  Alboino  trovò 
Ira'veronesi  un  partilo  sollecito  a  far  va- 
lere i  suoi  diritti:  i  loro  segreti  disegni 
rivelati  al  principe,  furono  riputati  una 
cospirazione;  Paolo  Alboino  fu  rinchiu- 
so a'20  gennaio  I  365  nel  castello  di  Pe- 
schiera; 8  de' suoi  complici  vennero  de- 
capitati, ed  un  gran  numero  d'altri  fu- 
rono cacciati  in  alcune  prigioni,  donde 
QOQ  msqìvoqq  se  »oq  alla  iiiorle  di  Cau 


VER 
Signore,  ilqualecommelleocloun  a.'fi'a- 
tticidio,  baibarainente  fece  strangolare 
iu  Peschiera  l'infelice  Paolo  Alboino,  an- 
che per  meglio  stabilire  la  signoria  a  sé 
ed  a'fìgli  suoi  naturali,  circa  ili  875.  Ri- 
uunziando  poi  alla  politica  de'suoi  mag- 
giori, d'opporsi  all'ingrandiotenlo  della 
casa  Visconti,  contrasse  stretta  alleanza 
col  cognato  Eernabò  signor  di  Milano. 
Addormentatosi  in  seguito  sul  trono,  e 
datosi  sempre  più  alle  dissolutezze,  già 
fatali  agli  altri  princìpi  di  sua  casa,  nun 
fece  più  nulla  degno  di  menzione  Hnoal 
i^yS^  in  cui  sentendo  approssimarsi  il 
termine  della  sua  vita,  benché  avesse  ap- 
pena 35  anni,  e  volendo  assicurare  lu  di 
lui  successione  a'suoi  due  bastardi  Anto* 
Ilio  e  Bartolomeo,  fece  eleggere  il  i."  ca- 
pitano generale  di  Verona  e  di  Vicenza, 
e  poi  morì  a'i  3  ottobre  dello  stessei  3'j5. 
Con  lui  si  eslìnse  la  discendenza  legitti- 
ma degli  Scaligeri,  che  aveano  governa- 
lo peri  I  3  anni  il  principato  di  Verona. — 
Antonio  della  Scala  figlio  naturale  di  Can 
Signore  èva  in  età  dii5  anni  quando  gli 
successe  nel  dì  seguente  alla  sua  morte, 
congiuntamente  al  suo  fratello  Barlolo* 
meo  II.  11  padre  li  avea  messi  sotto  la 
tutela  di  Nicolò  11  marchese  d'Este,  di 
Galeotto  Malalesla  e  di  Francesco  1  da 
Carrara.  I  primi  anni  del  loro  regno  pas- 
sarono paciGcamente,  toltone  un  tentati' 
vo  the  nel  1378  fece  contro  di  essi  Ber- 
nabò Visconti,  il  quale  per  sua  moglie 
Beatrice,  figlia  di  Mastino  II,  chiedeva 
l'eredità  della  casa  Scaligera,  pretenden- 
do che  non  potessero  succedere  bastardi 
in  pregiudizio  di  figli  legittimi;  ma  i  fra- 
telli della  Scala  avendo  ricevuti  soccorsi 
da  lutti  i  loro  vicini,  e  quindi  otteouti 
molti  vantaggi  sopra  i  Visconti  nello  sta- 
to di  Brescia,  leostilità  furono  sospese  con 
tregua  del  settembre  187 8.  Frattanto  i 
due  fratelli  della  Scala  essendo  giunti  al- 
l'età di  governare  da  se,  il  più  giovane 
Antonio  sentì  con  terrore  che  il  potere 
sovrano  sarebbe  passalo  quasi  lutto  nel- 
le mani  di  suo  fratello  Bartolomeo  II.  11 


VER  295 

fratricidio  non  poteva  spaventarlo  in  una 
famiglia  in  cui  tale  delitto  ei'a  in  qualche 
modo  divenuto  gentilizio,  appostò  alcu- 
ni sicari  che  assalirono  Bartolomeo  II  nei 
momento  che  entrava,  con  un  sol  cotu-' 
pagno,  in  casa  d'una  donna  che  amoreg- 
giava. Bartolomeo  II  fu  trovato  morto  la 
matlina  de'i3  luglio i  38  i,  trafitto  da  26 
coltellate:  il  di  lui  compagnone  avea  rice- 
vute 36.  Antonio,cIiedominandosolo,  vo- 
leva allontanare  da  lui  il  sospetto  dì  quel 
misfatto,  fece  pigliare  l' innamorata  del- 
l'ucciso fratello  con  tutti  i  di  lei  parenti, 
ed  accusandoli  d'averlo  assassinato,  li  fece 
tulli  perire  iu  mezzo  ad  orribili  tormenti. 
Non ostantenessiunosi  lasciò ingamiare da 
quel  novello  alto  di  barbarie;  la  pubbli> 
ca  voce  accusò  Antonio  della  morte  di 
suo  fratello.  Egli  intanto  si  unì  in  lega  co' 
friulani  e  la  repubblica  veneta,  coutro  il 
cardinal  d'Aleu^oa  amministratore  del 
patriarcato  d'Aquileia,  il  quale  era  ricor- 
so a  Francesco  I  da  Carrara  signor  di  Pa- 
dova. Quest'ultimo  ripetè  l'accusa  di  fra- 
tricidio contro  il  signor  di  Veroua ,  ed 
Antonio  s'irritò  per  tanto  oltraggio  me- 
ritalo. Cercando  da  per  tutto  nemici  al 
Carrarese,  gli  ruppe  guerra  neh  385,  ri- 
gettò ogni  sua  proposizione, ognisua  prò- 
ferta  di  soddisfazione.  Battuto  alla  Bren- 
ta a'25  giuguoi386,  e  presso  Caslelbal- 
do  l'i  I  marzoi387,  ricusò  ahcora  di  far 
la  pace,  e  non  volle  ascollare  niuno  de' 
consigli  (Iella  sana  politica.  Francesco  I 
da  Carrara  videsi  forzato  a  chiamare  ia 
suo  niuto  Gian  Galeazzo  Visconti  signor 
di  Milano,  che  osservava  attentamente  i 
due  rivali  per  profittare  del  loro  indebo- 
limento: egli  avea  fallo  morire  Bernabò 
suo  zio  e  suocero,  avendone  sposata  la 
figlia  Caterina, nata daBeatricedella  Sca- 
la. Antonio  non  potè  opporre  alcuna  re- 
sistenza al  novello  aggressore.  A'  18  ot- 
tobre 1 387  Verona  fu  data  da  alcuni  tra- 
ditori in  balìa  di  Gio.  Galeazzo,  e  Vi- 
cenza fu  presa  dal  Carrarese»  a  cui  poi 
la  tolse  il  Visconti.  Allora  Antonio  dei- 
la  Scala  fuggì  per  l'Adige  a  Venezia,  col- 


296  VER 

la  sua  famiglia  ed  i  suoi  tesori.  Non  tro- 
vandovi i  soccorsi  ette  attendevasi,  andò 
a  domandarne  invano  a'  fìorentini  ed  al 
Papa  Urbano  VI.  Nel  ritornare  in  Ro- 
magna, per  restituirsi  a  Venezia,  mori 
nelle  mnnlagne  di  ForPi  a' 3  settembre 
i388  avvelenato,  e  dicesi  per  opera  di 
Gio.  Galeazzo  Visconti,  con  lui  terminan- 
do il  dominioScaligero  in  Verona. —  La- 
sciava un  figlio,  Can  Francesco,  e  3  fl- 
glie.CanFrancescoriconciliossicon  Fran- 
cesco II  Novello  succedutoal  padre  Fran- 
cesco 1  signor  di  Padova,  e  ricomparve 
vicino  a  Verona  neliSgo.  Il  suo  appros- 
simarsi cagionò  nella  città  un  moto  fata- 
le a'suoi  partigiani,  il  Visconti  punì  i  ca- 
pi della  rivolta,  e  trovò  mezzo  di  far  av- 
velenare quel  pericoloso  competitore,  in 
Ravenna  stessa!  —  Guglielmo  della  Sca- 
la, bastardo  di  Can  Grande  II,  aiutalo  da' 
Carraresi  e  dalla  repubblica  di  Venezia, 
neli4o3  entrò  con  alquante  schiere  nel 
Veronese,  e  lo  scorse  saccheggiando  fino 
a  Legnago,  nelle  quali  terre  per  alcuni 
trattali  fu  ricevuto,  ma  poco  vi  rimase. 
Imperocché  a'6  settembre  fu  improvvi- 
samente assalito  dalle  truppe  di  Ugolino 
de' Bianchi,  che  in  Verona  si  trovava,  e 
gli  lurono  tolte;  ed  in  pena  della  ribel- 
lione vennero  sac(;heggiate  spietatamen- 
te quelle  terre.  Tutta  volta  Guglielmo  del- 
ta Scala  fu  monrtenlaneamente  rimesso 
in  Verona,  da  Francesco  11  Novello  da 
Carrara,  1*8  aprile i4o4-  morì  peraltro 
poclji  giorni  dopo,  lasciando  più  figli. — 
A  suo  tempo  accaddero  vari  notabili  av- 
venimenli  per  Verona.  GianGaleazzo  Vi- 
sconti, dopo  essersi  impadronito  di  Ve- 
rona, e  poi  di  Vicenza  tolta  a' Carrara, 
a  (|uesti  prese  pure  Padova  e  Treviso, 
che  poi  dovette  restituire.  Ottenne  per 
denarodall'iwperatore  Vencealao  il  titolo 
di  duca  per  se  e  suoi  discendenti  nel  1  SqS, 
e  capo  de'  ghibellini  di  Toscana  ,  le  re- 
pubbliche di  Pisa,  di  Siena,  di  Perugia, 
ed  Asisi  Sì  diedero  successivamente  a  lui 
neli3c)9  e  neh  400,  ed  inoltre  !.otlomise 
Uulugud  al  suo  potere;;  com  ii;blitudu  io- 


VER 

vèsciala  la  bilancia  politica  dMtalia.  Tro- 
vandosi in  Marignano  morì  di  contagio 
a'3  settembre 1 40-2.  Gli  successe  il  figlio 
Gio.  Maria  Visconti ,  cadendo  la  Lom- 
bardia nella  più  orribile  anarchia,  ed  i 
guelfi  rialzando  il  capo  alteramente:  tan- 
to lui  quanto  il  fratello  Filippo  Maria, 
siccome  minori,  restarono  sotto  la  ma- 
terna reggenza  di  Caterina,  molte  città 
sottraendosi  dal  dominioVisconteo. Fran- 
cesco li  da  Carrara  conquistò  Verona,  e 
vi  dominò  sotto  il  nome  apparente  del 
suddetto  Guglielmo  della  Scala,  che  fu 
da  lui  fatto  avvelenare.  Aspirava  pure  al 
dominio  di  Vicenza,  la  quale  fu  esorla- 
ta dalla  reggente  Caterina  a  dai-si  alla 
repubblica  di  Venezia  colici  ritorio,  il  che 
i  vicentini  eseguirono  nel  i  4o4'  Lo  slesso 
partito  adotlaronoalcun'allrecitlà,  e  per 
cessione  di  detta  duchessa  i  veneziani  per- 
vennero alla  signoria  di  Delluno,  di  Fel- 
tre  e  di  Cividale.  Tulio  questo  fu  seme 
di  fierissima  discordia  eguerra  tra  Fran- 
cesco Ile  la  repubblica  veneta.  Verona 
e  Padova  furono  tosto  aggredite  du've- 
neziani,  comandati  da  Francesco  l  Gon- 
zaga signor  di  Mantova  e  da  Jacopo  del 
Verme  generali  della  repùbblica:  espulsi 
i  Carraresi  (degli  Scaligeri  riserbandomi 
poi  ragionarne  per  unirà  d'argomento), 
Verona  cadde  nelle  loro  mani  a'aS  giu- 
gno i4o5,  salve  le  persone  e  le  robe,  gli 
onori  e  i  privilegi  della  città,  dando  per 
ostaggiGiovanniPellegrini  e  AntonioMaf- 
tei.  Padova  pure  non  tardò  di  cadere  nel- 
le mani  de'veneziani,  cessando  per  sem- 
pre la  signoria  de'Carrara.  Stanchi  i  ve- 
ronesi da  tanti  insopportabili  gioghi,  e  da 
tante  calami  tose  traversie,si  diedero  spon- 
tanei alla  veneziana  signoria,  portando  a 
Venezia  in  nome  del  pubblico  il  vessillo 
di  Verona,  in  segno  d'intera  dedizione, 
Paolo  Ma(Fei,coine  narrai  superiurmen* 
le.  Ma  ilcav.  Mulinelli  negli  Annali  Ur- 
bani di  f^'tnezia  ,  in  cui  a  p.  24^  •"'•<'• 
conta  le  solennità  (atte  in  tale  città  per 
la  dedizione,  non  iioininu  fra  gli  aniba- 
i»cialuii  vetuuesi  il  Malici;  sebbtnc  de- 


VER  VER                    2f)7 
scriva  i  segni  di  soggezione  da  essi  ofTeiii  maggio i4o4  ^'^^^  premiere  i  due  fratelli, 
al  pnbljlìco  di  Venezia, cioèsigillo  del  co-  e  li  mandò  a  Padova  solto  buona  scorta, 
mone  di  Verona,  le  3  cliiavi  della  città,  e  li  fece  rincliiudere  in  prigione.   Fallo 
la  bandiera  della  nobiltà,  quella  del  pò-  ciò,  ritornò  a  Verona,  dove  a'  25  oiag- 
polo,  lo  scettro  quale  insegna  di  dominio  gio  si  fece  proclamare  a  signore  della  cit- 
assolulo  sulla  città  e  territorio,  il  giura-  tà.  I  due  fratelli,  o  che  fuggissero  dalla 
mento  di  fedeltà  e  ubbidienza  de'verooe-  prigione  o  che  venissero  liberali,  certo  è 
si  alla  repubblica  veneta;  dando  il  doge  che  Brunoro  fece  inutili  sforzi  per  ricu- 
agli  ambasciatori  una  dorala  insegna  di  perare  la  sua  città  dalle  mani  de'venezia- 
s.  Marco,  la  quale  fu  ricevuta  col  grido:  ni,  che  l'avevano  tolta  al  Carrara,  di  An- 
f^iva  s.  AJarco!  Di  più  l'annalista  cita  il  Ionio  non  trovandosi  più  meaioria,  l*er- 
Verci,  Storia  della  Marca  Trivigiana  duta  dn  Brunoro  ogni  speranza  di  rimet- 
e  P'cronrse.  La    repubblica   di  Venezia  tersi  nel  dominio,  allorquando  vide  i  ve- 
assicurò  i  veronesi,  l'uiclila  cillà e  la  sua  neziani  falli  padroni  anche  del  Friuli,  si 
provincia,  con  un  dolce  e  savissimo  go-  ritiròpresso  l'imperatore  Sigismondo,  ac- 
verno,  dandosi  ogni  premura  a  regolar-  colto  da  questi  colla  maggior  ainorevo- 
ne  nel  miglior  modo  possibile  l'^esterio-  lezza,  Convien  dire  che   Brunoro  avesse 
re  sicurezza  e  Tmlerna  amministrazione,  delle  grandi  qualità  d'animo,  poiché  Si* 
D'allora  in  poi  Verona  seguì  i  destini  del-  gismondo,  che  fu  uno  de'  piiiicipali   so- 
la repubblica  di   f^eiiezia,  e  nelle  sUsse-  vrani  del  suo  tempo  e  per  l'avvedutezza 
guenti  guerre  vi  tenue  precario  dominio  e  pel  talento,  gli  donò  tutta  la  sua  grazia 
FilippoM.''  Visconti  duca  di  Milano;laon-  e  lo  ammise  alta  sua  più  stretta  oonfìden- 
de  i  principali  avvenimenti  di  sua  storia  za,  fors'anco  senza  mire  [>oliliclie.  In  fai» 
lidescrissi  in  quell'articolo.  Inquestonon  li  i  maneggi  ili  Brunoro  e([uelli  di  Mar- 
faròche  rantmenlarne  alcuno de'più  da-  silio  da  Carrara  anch'egli  profugo  presso 
morosi,  ma  prima  conviene  che  termini  la  corte  imperiale,  avvilupparono!  vene- 
te notizie  degli  ultimi  Scaligeri,  retroce-  ziani  in  una  guerra  con  Sigismondo,  per 
dendualquanlo  nel  racconto, sebbene  an-  esser  slato  questi  assicuralo  da'due  prin- 
che  di  essi  parlai  nel  citato  articolo. — •  cipi,essere  facilecol  suo  aiuto  cacciare  i  ve- 
Antonio  della  Scala,  figlio  di  Guglielmo,  neziani  da  Verona  e  l^adova,  nelle  quali 
visse  e  mori  oscuramente.  Antonio  don-  città  tramarono  congiure,  represse  e  pu- 
que  e  Brunoro  suo  fratello,  nominali  1 4-''  nite   severamente  dal  senato  veneto,  il 
e  1  5."  principi  di  Verona,  finite  l'esequie  (|uale  pubblicò  una  taglia  in  favore  di  chi 
ilei  genitore,  e  convocalo  il    popolo  ve-  desse  nelle  sue  mani  Brunoro  e  Marsilio 
ronese  in   ()iazza,    furono  solennemente  vivi  o  morii:  quest'ultimo  vi  cadde,  ed 
elelli  in  signori  della  città,  e  con  gran-  ebbe  mozzo  il  capo.  A  Brunoro  la  repub- 
dissima  festa  ed  allegrezze  accompagna-  blica  offrì  annua  pensione,  ma  venne  ri- 
ti dal  popolo  plaudente  al    palazzo.  Se  cusata.  Giacché  Sigismondo  non  potè  ri> 
non   che  brevissimo    fu   lanlo   tripudio  oiettere  lo  Scalìgero  nella  sua  signoria  in 
de' veronesi,  poiché  avendo  il  Carrare-  Italia,  lo  fece  grande  in  Germania.  Ini." 
se  posto  l'assedio  a   Vicenza,  e  volendo  luogo  con(liplouiade'22  gennaioi4  '  2  lo 
che  vi  andasse  o   Brunoro  od    Antonio  dichiarò  suo  vicario  imperiale  in  Vero- 
con  una  truppa  di  soldati,  essi  non  sola-  na  ed  in  Vicenza,  e  con  questo  gli  die'uu 
mente  ricusarono  di  farlo,  ma  incomin-  rango  fra'princi[»i  della  Germania,  e  co- 
ciarono  a  trattar  segretamente  d'  unirsi  me  tale  fu  sempre  con^iderato  in  quella 
alla  repubhlica  di  Venezia,  allora  dicliia-  regione,  conte  pure  anche  i  suoi  succes* 
ratasi  nemica   del  Carrara.    Per   lo  che  sori.  E  questa   dignità  di    principe  tlel- 
qiieslo  pi  incipc,  montalo  m  isdegiio, -l'i  <S  l'impero  si  continuò  nella  famiglia  Scd- 


ayS  VER 

ligeia  non  solo  per  lutto  quel  secoIoXV, 
ma  nel  sussegueule  XVI  ancora,  finché 
veramente  si  e&tinse.  Oltre  il  titolo  di 
principe  di  Verona  e  di  Vicenza  ,  diede 
l'inìperatore  a  Brunoro  anche  una  con- 
tea in  feudo,  denominala  dei  Santo  Mon- 
te. Quando  Sigismondo  s'impadronì  di 
Feltree  Belluno  ne  dichiarò  vicario  Bru- 
noro. Fu  anche  Brunoro  adoperato  dal< 
l'imperatore  in  rilevantissimi  all'ari,  e  fra 
questi  l'onorevole  incombenza  nel  i43l 
di  stabilir  la  convenzione  e  i  patti  col  du- 
ca di  Milano  Filippo  M/  Visconti,  noa 
solamente  per  preparare  la  venuta  e  le  co- 
ronazioni di  lui,  ma  anco  per  trattare  di 
muover  guerra  alla  repubblica  di  Vene- 
zia. A  questo  oggetto  egli  lo  creò  suo  pro- 
curatore, con  pienissime  facoltà.  Lo  Sca* 
ligeroaccompagnò  poi  Sigismondo  in  Ita- 
lia e  nel  i433a  Roma,  ove  si  trattò  d'en- 
Irare  alservigiodi  Papa  Eugenio  IV;  ma 
pare  che  Sigismondo  uOn  vi  acconsentisse, 
anzi  rS  ottobre  i434  l' impcalore  eoa 
diploma  gli  confermò  il  vicariato  di  Ve- 
rona e  di  Vicenza  ,  estendendolo  al  pri- 
mogenito de' suoi  figli  maschi  in  perpe- 
tuo, e  in  mancanza  della  linea  mascoli' 
na  di  lui,  sostituendo  i  figli  di  Fregnano 
edi  Paolo  fratelli  di  Brunoro.  Allora  (|ue- 
sii  non  avea  né  moglie,  ne  figli,  onde  si 
devono  considerar  favole  i  contrari  rac- 
conti di  Giuseppe  Scaligero;  così  le  ge- 
nealogie di  Buccellino  ,  di  Spenero  e  di 
nitri  storici  tedeschi  che  degli  Scaligeri 
■vollero  ragionare.  Brunoro  morì  a  Vien- 
na senza  prole,  a'a  i  novembre  dello  sles- 
so 1434»  e  fu  sepolto  nella  chiesa  degli 
agostiniani.  Pretesero  alcuni  ritardare  U 
morte  di  Brunoro,  poiché  quando  la  re- 
pubblica veneta  nel  i437  prese  l'inve- 
stitura de' suoi  dominii  di  Terraferma, 
cioè  delle  terre  appartenenti  all'impero, 
Sigismondo  eccettuò  Verona  e  Vicenza, 
e  ciò  dicesi  per  le  pretensioni  di  Bruno- 
ro. Suo  fratello  Nicodemo  della  Scala, 
fu  assai  lodato  dagli  storici,  e  pe'suoi  me- 
riti neli42i  l'avea  crealo  vescovodiFri- 
tinga,  onore  e  dignità  di  cui  si  mostrò 


V  E  R 

ben  degno:  ricolmò  di  benefizi  la  sua  chie- 
sa, l'arricchì  di  sagri  e  preziosi  doni,  e  di 
una  di  quell'immagini  della  B.  Vergine 
credute  dipinte  da  s.  Luca,  eh' era  stata 
donata  dall'imperatore  di  Costantinopo- 
li a  Gian  Galeazzo  duca  di  Milano.  Si- 
gismondo imperatore  l'onorò  assai,  con- 
fermando alla  sua  chiesa  i  privilegi  e  i 
feudi,  ralTermandolo  suo  consigliere.  La 
slessa  eslitnuzione  gli  continuò  l'impera- 
tore Federico  IIF,  e  trattò  cou  lui  gra- 
vissimi affari,  scrivendone  con  grandi  e- 
logi  Enea  vSilvio  Piccjolomini,  poi  Pio  IL 
Anche  quest'imperatore coufei'mò  a  lui  i 
diritti  e  l'investiture  del  vescovato  di  Fri- 
singa  ,  morendo  in  Vienna  a'i3  agosto 
1443,  e  sepolto  nella  delta  chiesa  degli 
agostiniani,  di  cui  co'frateili  era  stato  in- 
signe benefattore.  L'altro  fratello  Paolo, 
ultimo  figlio  di  Guglielmo  della  Scala, 
propagò  la  sua  stirpe  in  Germania,  si  sta- 
bilì in  Baviera,  dove  la  sua  posterità  du- 
rò un  secolo  con  grandissimo  splendore. 
Secondo  il  Buccellino,  egli  ebbe  in  moglie 
Amalia,  figlia  diTommaso  di  Traunbcrg, 
dal  quale  matrimonio  nacque  Giovanni. 
Questi  si  maritò  con  Elena  di  Closea,  ed 
ebbe  3  figli, cioè  Anna,  Maddalena  e  Gio- 
vanni giuniore.  Quest'ultimo  sposò  Mar- 
gherita di  Lainingen,  e  fu  padre  di  due 
figli  maschi,  cioè  di  Gio.  Cristoforo  e  Bru- 
noro. Giuseppe  Scaligero  dice,  che  i  due 
primi  combattendo  valorosamente  furo- 
no uccisi  a  Ceresole,  ed  il  Crescenzi  nel- 
la Nobiltà  (V  Ita  li  a  ^  che  furono  capitani 
famosi  della  nazione  bavara.  Du  Cristofo- 
ro fratello  di  Bernardo,  il  quale  ebbe  per 
moglie  Elisabetta  contessa  di  Zollen,  nac- 
que Giovanni  Warmondo  ,  di  cui  si  fa 
pur  menzione  dallo  Spenero  e  da  altri 
scrittori  tedeschi;  e  da  questo  e  da  Eli- 
sabetta de  Thurn  sua  moglie,  uscì  alla 
luce  un'unica  figlia  nominata  Giovanna, 
che  fu  l'erede  di  tutte  le  facoltà  di  quel 
ramo  Scaligero,  da  essa  portate  in  casa 
primieramente  di  Sigismondo,  conte  di 
Dielrichstein,  e  poi  per  la  morte  di  esso 
in  seconde  nozze  in  quella  di  Giorgio  Si> 


VER 

gismondo  libero  barone  di  Lamberg.  Di 
questa  disceudetiza  e  di  questi  matrimo- 
ni lifetitì  dal  Baccellino  si  trova  pur  me* 
moria  presso  Hocheneck  nell'  Historica 
descripliofainiliaruinAiislriacar uni  sa- 
prà Ànassum.  E  questo  autorevole  sto- 
rico chiama  la  detta  Giovanna  ultimo 
rampollo  della  faniiglìuScaligera  de'prin- 
cipi  di  Verona,  e  però  si  può  ragionevol- 
mente asserire,  cbe  vivente  Giovanna  fos- 
sero morti  senza  successione  i  3  figli  diCer- 
nardo,  cioè  Gio.  Lodovico,  Cristoforo  e 
Brunoro.  Anzi  seo)bra  che  il  Buccellino 
ponga  la  morte  di  Brunoro  ultimo  Sca- 
ligero nel  1 544-  Secondo  tutti  gli  autori 
tedeschi, la  famiglia  Scaligera  Hniin  quel- 
le persone  che  hu  accennato;  ciò  non  o- 
stante,  in  quel  secolo  medesimo  insorse- 
ro alcuni,  come  a  suo  luogo  notai,  che  si 
vantavanodiscendere  da  que'priocipi  ve- 
ronesi. Tali  furono  Giulio  Cesare  Scalige- 
ro, Scipione  Scaligero  e  un  certo  Paolo, 
che  si  faceva  chiamare  principe  della 
Scala  e  marchese  di  Verona,  tulli  uo- 
mini dotti  per  altro,  diesi  resero  famosi 
con  opere  stampate.  Persino  Gio.  Batti- 
sta della  Scala,  architetto,  si  vantava  del- 
la famosa  stirpe  Scaligera:  neh  63  i  eres- 
se in  Padova  l'arco  trionfale  in  onore 
d'Alvise  Valaresso.  Dell'usurpazione  del 
nome  Scaligero  tratta  pure  il  Malici.  Si 
può  vedere  di  Giuseppe  Giusto  Scalige- 
ro, Epislola  de  vttuslatc  et  splendore 
geiitis  Scaligerae,  et  vita  Julii  C.  Sca- 
ligeri j  acceduti  t  J.  C,  Scaligeri  or  alio 
in  lucili Jilioli  Àudecli,  nec  non  diver- 
soruni  testimonia  de  genie  Scaligera  et 
de  J.  C.  Scalìgero^  Lugduni  Bat.jPlau' 
Un  1594. 

Per  la  terribile  lega  di  Cambray  con- 
tro i  veneziani,  il  loro  capitano  generala 
conte  di  Pitigliano  difese  Verona  e  Pe- 
schiera. In  que'supremi  momenti  il  se< 
nato  veneto  per  guadagnare  l'animo  del- 
l'imperatore  Massimiliano  l,gli  fece  ce> 
dere  Verona  e  Vicenza  nel  iSog,  dicen- 
do volerle  da  lui  riconoscere;  ma  in  Vi- 
ceuza  le  truppe  imperiali  i^ccQ^io^e  vi 


VER  299 

commisero  enormi  falli,  e  poi  la  repub- 
blica la  ricuperò  prima  di  Verona,  ov'e- 
rano  entrati  pure  gli  spagnuuii.  Final- 
mente la  repubblica  riebbe  anche  Pe- 
schiera, e  Verona  a2^^enaa\o\5i'j,re- 
stando  nel  suo  pacìfico  dominio,  tranne 
alcun  tempo  di  guerre  in  cui  il  suo  ter- 
ritorio fu  ingombro  da'passaggi  di  trup- 
pe straniere.  Narra  l'  Ughelli,  che  il  se- 
nato veneto  dichiaròF/^eZew  f^eronani^ 
e  che  il  suo  oratore  al  doge  e  senato,  yèn- 
ionius  Collii  viri  clarissimi  comitioruni 
f^eronensium  praesidis,  duci  et  senalul 
gralias  retulcre,  vexillumque  J^eronae 
divi  Marci  Ducali  tempio  hoc  emblema- 
te  exornalum  :  Verona  Fidelìs,  et  eo- 
ritm  perpetuo  lestandam  fidem  suspen- 
derunt.  Fra  Rivoli  e  Canale,  nel  maggio 
1701  da' belligeranti  per  la  successione 
alla  monarchia  di  Spagna,  fu  po»lo  ili." 
campo.  Ma  i  gallo-ispani  comandati  dal 
maresciallo  di  Catinai  e  dal  principe  di 
Vauderaont,  altro  non  curarono  che  di 
serrar  la  via  della  Ferrara ,  e  l'altie  del 
destro  lato,  e  di  battere  e  renilere  inac- 
cessibile la  comune  e  frequentata,  eh 'è 
presso  al  fiume  sul  sinistro,  abbandonan- 
do a'nemìci  le  superiori  e  tutto  il  paese 
di  là:  i  tedeschi  però  vennero  nel  Vero- 
nese senza  contrasto ,  benché  non  senza 
tlìnìcullà,  per  la  strada  allora  poco  nota 
della  Valfredda,  che  di  qua  da  Ala  sale 
con  tortuoso  giro  di  5  miglia  per  la  co- 
fcta  d'alti  e  selvosi  monti,  e  viene  a  riu- 
scir ue'Lessini.  Praticabile  dalla  cavalle- 
ria e  transitabile  da  piccola  artiglieria  fu 
resa  a  foiza  d'uomini  e  di  lavori;  i  car- 
riaggi furono  disfalli  e  portati  a  pezzi, 
poi  ricommessi.  Dall'altodella  montagna 
la  maggior  parte  dell'armata  andò  calan- 
do al  Facto  e  a  Breonio  nella  sommità 
dellii  Valpolicella,  dove  si  fermò  il  prin- 
cipe Eugenio  di  Savoia  generalissimo  im- 
periale alcuni  giorni:  assicurate  di  questi 
luoghi,  presero  poi  successivauienle  le 
truppe  la  strada  men  disagiata,  che  da 
Peri  con  salita  di  due  miglia  porta  pari- 
mente suimonli  di  Breouiu  e  Faedo.  Pe- 


3no  VER 

rò  nella  narrala  guerra  romana  contro  i 
ci(iil)ri,  non  fu  Calulo  della  medesima  o- 
piiiione  ,  di  lasciare  cioè  in  arbitrio  de* 
nemici  il  paese  di  là  dal  fiume,  e  lo  mu- 
nì. A  proposito  de' cimbri  ,  quando  nel 
1708  Federico  IV  re  di  Daniniarca,  ac- 
compagnato da  sceltissima  corte,  venne 
a  passar  nell'Italia  non  pochi  mesi,  e  o- 
norò  con  sua  dimora  10  giorni  Verona, 
riconobbe,  come  toccai  più  sopra,  che  il 
linguaggio  de'Selte  Comuni  del  Vicenti- 
no ha  qualche  aftìnità  col  danese.  Del  col- 
legio militare  splendidamente  fondalo  e 
aperto  dalla  repubblica  neliySc)  in  Ve- 
rona, parlai  nel  voi.  XCII,  p.  661.  Esso 
poi  fu  tipo  di  quelli  più  fardi  stabiliti  qua- 
li scuole  militari  in  Modena  e  Pavia. 
Verona,  perla  munificente  ospitalità  che 
usava  la  splendida  repubblica  di  Vene- 
zia, nel  passaggio  di  principi  sovrani  ne* 
propri  dominii  ,  più  volte  fu  spettatrice 
di  tali  solenni  dimostrazioni,  alle  quali 
congiunse  le  proprie,  allorché  fu  allieta- 
la dalla  presenza  del  Papa  Pio  VI.  Re- 
duce questi  neh  782  da  Vienna,  da  Ro- 
veredo  s'incamminò  verso  Verona  saba- 
to! I  maggio,  e  giunto  al  luogo,  ov'era  il 
(ermine  degli  stati  austriaci  e  la  irontiera 
de'veneli,  il  Papa  colle  maggiori  e  più  si- 
gnificanti espressioni  di  riconoscenza  e  di 
gratitudine,  incaricò  il  conte  di  Streoi- 
berg,  che  l'avea  accompagnato,  di  rap- 
presentare in  di  lui  nome  all'impei-atore 
Giuse()[)e  II  quanto  rimanesse  sensibile 
per  le  tante  replicate  attenzioni,  e  gli  con- 
segnò una  corrispondente  lettera  pel  nie- 
ilesimo;  ringraziando  anco  il  conte  per 
gl'uicomudi  solferti  e  le  diligenti  premu- 
re. Continuando  indi  il  viaggio,  entran- 
do nel  dominio  veneto,  si  trovò  ivi  pron- 
to un  distaccamento  di  cavalleria  a  scor- 
tare e  servire  Sua  Santità,  e  li  procura- 
tori di  s.  Marco  Contaiini,  e  Manin,  poi 
nllimn  doge,  destinali  a  doverla  nuova- 
mente accompagnare,  come  nel  preceden- 
te passaggio.  Alle  ore  "2  7.  pervenne  il  Som- 
mo Pontefice  in  Verona,  ira  un  allolla- 
tu  popolu  innun)erabilu  esultante  di  te- 


VER 

ligiosa  gioia,  il  quale  l'avea  inconlralo  an- 
che in  molla  distanza  dalla  città.  Discese 
di  carrozza  al  convento  de'religiosi  do- 
menicani di  s.  Anastasia  ,  ove  fu  incon- 
trato dal  conte  Mario  Savorgnan  pode- 
stà della  città,  e  da  moli'  altra  nobiltà, 
quali  lutti  furono  con  dimostrazioni  di 
paterno  affetto  accolti  da  Sua  Santità.  Si 
trovò  ivi  nello  slesso  momento  ancora  il 
patrizio  veneto  d.  Abbondio  Rezzonico 
senatore  di  Roma,  il  quale  co'più  distin- 
ti attestati  di  gradimento  fu  accolto  dal 
Santo  Padre,  il  quale  senatore,  con  par- 
ticolare attenzione,  continuò  a  seguirlo 
nel  viaggio  fino  a  Imola.  Si  presentò  al 
Papa  anche  mg. "^  Vincenzo  Ranuzzi  nun- 
zio apostolico  di  Venezia,  che  poi  ebbe  l'o- 
nore d'accompagnare  il  Papa  fino  a  Bo- 
logna, insieme  a  mg.'  Garampi  nunzio 
di  Vienna.  Asceso  il  Papa  all'appartamen- 
to preparatogli  dal  podestà  di  Verona  con 
tutta  la  magnificenza,  nel  dello  conven- 
to, ammise  a  particolari  udienze  lutti  i 
delti  personaggi,  e  al  bacio  del  piede  una 
quanlitàdicavalieri,di  regolari  e  molli  al- 
tri. Fra  le  tante  dimostrazioni  dì  giubilo 
mostrate  in  questa  circostanza  dalla  cit- 
tà di  Verona,  singolare  fu  quella  che  si 
vide  nelle  due  sere  che  ivi  fece  perma- 
nenza Sua  Santità,  essendostatocon  som- 
ma vaghezza  illuminato  lutto  il  Castel  s. 
IMetro  (il  Diario  di  Roma  dice  che  furo- 
no illuminale  pure  le  due  rive  dell'Adi- 
ge), a  segno  che  tutta  quella  riva  dell'A- 
dige opposta  al  convento,  ove  dimorava 
il  Papa.oltViva  agli  occhi  d'ognuno  la  ve- 
duta d'uno  spettacolo  de'più  belli  e  bea 
intesi,  che  possa  mai  idearsi,  specialmen- 
te per  la  ripercussione  de'gran  lumi  nel- 
l'acqua di  detto  fiume. Domenica  1  2  n>ag- 
gio  il  Pontefice,  servito  da  una  nobile 
carrozza  a  8  cavalli,  e  altre  pel  di  lui  se- 
guilo, preceduto  dal  crocifero  a  cavallo, 
e  scortato  e  custodito  dalle  guardie  de' 
cavalleggieri, seguito  da'detli  procuratori 
<h  s.  Marco,  dal  senator  di  Roma  e  dal 
podestà  della  città  ,  si  portò  alla  chiesa 
caltedrule,  lu  quuie  fu  trovata  al  sommo 


I 


VER 
ricolma  di  popolo,  ricevuto  tlal  capitolo, 
cantandosi  l'Ecce  Sacerdos  Magnux^se- 
guitodal  suono  di  armoniosesinfonie.  Ivi 
celebrò  il  divin  sagrifizio,  ed  ascoltò  an- 
co una  2."  messa,  del  suo  cappellano  se- 
greto mg/  Fonzelti  ;  e  prima  di  uscire 
dalla  chiesa,  con  ediHcante  religiosità  si 
fermò  innanzi  la  tomba  in  cui  era  rac- 
chiusoli cadavere  del  cardinal  Pietro  Co- 
lonna PanìphilJ,  zelantissimo  e  virtuoso 
porporato,  morto  nel  fiore  dell'età  in  Ve- 
rona a' 4  dicembre  1780  (donde  poi  (11 
trasportato  in  Roma  nelle  tombe  de'suoi 
antenati),  per  porgere  preghiere  al  Signo- 
re in  sniiragio  della  di  lui  anima.  Passa- 
to dipoi  nelici  biblioteca  capitolare  ,  ivi 
ammise  al  bacio  del  piede  tutto  il  clero 
della  cattedrale  slessa,  molti  altri  eccle- 
siastici e  regolari,  e  molla  nobiltà,  e  quin- 
di osservò  alcuni  dei  rarissimi  codici  che 
vi  si  conservano.  Asceso  poi  di  nuovo  in 
carrozza,  col  medesimo  nccouipngnuinen- 
to,  passò  al  celebre  Anfiteatro  denomi- 
nalo ['Arena  di  f'erona,  antica  ammi- 
rabile fabbrica  e  vestigio  della  romana 
magnificenza,  la  quale  si  trovava  cosìj>ie- 
na  di  popolo,  che  somministrava  il  com- 
plesso d'  uno  spettacolo  veramente  sor- 
prendente e  raro;  giacché  in  quel  vasto 
anfiteatro,  per  comun  sentimento  delle 
persone  più  pratiche,  fu  considerato  che 
vi  fossero  adunate  più  dì  sessantamila  per- 
sone (il  Novaes  scrisse  I  00,000,  ed  il  rac- 
contodel  Diario  di  Roma  \ì\h  di  70,000) 
con  esserne  rimaste  addietro  molte  altre, 
per  non  avervi  potuto  aver  luogo  (sono 
autorevoli  asserzioni  di  mg.*^  Dini  prefet- 
to de'ceremonieri  pontificii, ch'era  vi  pre- 
sente, ed  autore  del  Diario  pieno  e  di- 
stinto del  viaggio  fatto  a  Ileana  da  Pio 
V J^  da  cui  ricavo  questa  descrizione).  A* 
scese  la  Santità  Sua  un  piano  dello  stes- 
so anfiteatro,  ornato  con  tutta  magnifi- 
cenza e  ricchezza,  ed  ivi  dal  ricco  Irono, 
appositamente  eretto,  soddisfece  ni  desi- 
derio di  voto  di  quell'immenso  popolo,  a- 
dunato  non  per  uno  spettacolo  profano, 
ma  per  venerare  il  Vicario  di  Gesù  Cri- 


VER  3oi 

sto,  dando  allo  slesso  con  tutto  il  più  sin- 
cero e  paterno  amore  l'apostolica  bene- 
dizione, che  hi  ricevuta  con  singolari  di- 
mostrazioni di  commovente  divozione,  ed 
accompagnata  da  vivissime  acclamazio- 
ni e  voci  di  liliale  giubilo,  che  muoveva- 
no a  tenerezza  1'  animo  di  chiunque  fu 
presente  ad  un  alto  tanto  singolare.  Con- 
dottosi indi  al  celebre  museo  lapidario, 
insigne  memoria  dell'  illustre  letterato 
marchese  Scipione  Maffei  veronese  (del 
quale  il  più  bel  ritrailo  è  quello  dipinto 
da  Francesco  Lorenzi,  e<l  inciso  da  Mar- 
co Pitteri),  nella  sala  de'filarmonici,  no- 
bilmente ornata  ,  ammise  al  bacio  del 
piede  tutte  le  dame  e  l'altra  nobiltà  di  m 
ragguardevole  città,  ed  osservate  1' anti- 
che memorie,  che  ivi  si  conservano,  fece 
ritorno  al  convento  di  s.  Domenico,  ove 
nella  sera  similmente  soddisfece  al  desi- 
derio di  molti  altri,  che  ambivano  l'ono- 
re di  poter  ossequiare  la  Santità  Sua.  Per 
la  via  del  Corso  si  restituì  alla  sua  resi- 
denza, dove  die'  a  baciare  il  piede  a'  do- 
menicani e  altri  ecclesiastici,  e  nei  pome- 
riggio fece  altrettanto  con  diversi  distinti 
soggetti.  Lunedì  i3  maggio,  disceso  Pio 
\'l  nella  chiesa  di  s.  Anastasia,  aderente 
al  convento,  la  trovò  sontuosamente  ad- 
dobbata, ed  ascoltata  la  messa  di  mg. 
Ponzelti,  riprese  il  suo  viaggio  verso  Pa- 
dova, seguendolo  sino  a  Caldiero,  luogo 
distante  una  posta  da  Verona,  il  rappre- 
sentante della  città  conte  IMario  Savor- 
gnan,  il  quale  fu  dalla  Santità  Sua  di  nuo- 
vo colle  più  gentili  espressioni  ringrazia- 
to del  diligente  pensiero  ed  attenzioni 
verso  di  lui  praticale  dalla  cillà.  Quindi 
per  Vicenza  e  Padova,  pervenne  a  P^e- 
Ajez/<2,sempieaccompagnato  da'due  pro- 
curatori di  s.  Marco.  Veiona  quindi  con- 
tinuò a  godere  per  altri  pochi  anni  di  una 
pace  e  di  una  nazionale  prosperità  sino 
al  1796,  in  cui  divenne  bersaglio  delle 
più  amare  vicende,  per  avere  fallo  ogni 
sforzo  per  conservare  la  legiitima  e  ama- 
ta sovranità  veneziana,  ^'arrai  le  sue  vi- 
cende, con  qualche  dillusione,  nell'  arti- 


Sol  VER 

colo  Venezia.  E  prÌDiamente  nel  volume 
XCIF,  da  p.  629  a  p.  634.  Pf'  fico  a  p. 
673,  che  in  conseguenza  della  formida- 
bile rivoluzione  di  Francia^  cosliluitasi 
in  repubblica,  e  della  decapitazione  del 
virtuoso  re  Luigi  XVI,  il  suo  fratello  con- 
te di  Provenza,  sotto  il  nome  di  conte  di 
Lilla,  fu  accolto  onorevolmente  dal  doge 
e  senato  veneto  nel  suo  dominio,  ad  on- 
ta delle  rimostranzedel  ministro  della  re- 
pubblica francese;  onde  il  conte  di  Lilla 
nel  maggioirg4  si  recò  a  Verona  nella 
casa  de'conti  Oazzola,  ricevuto  con  ogni 
distinzione  da'veronesi  e  trattato  da  loro 
con  munifica  generosità,  per  cui  furono 
Applaudili  da  tutti  i  buoni  d'Europa. Meo- 
tie  vi  soggiorna  va, per  la  morfedellosveo- 
lurato  nipote  Luigi  XVIl,  l'S  giugno  il 
conte  dì  Lilla  divenne  Luigi  XVIII,  e  di- 
•versi  sovrani  accreditarono  ì  loro  mini- 
stri presso  di  lui.  Tutto  questo  mosse  l'ai- 
Ipnzione  del  governo  tirannico  e  rivolu- 
zionario che  gli  usurpava  il  regno,  e  ciò 
mentre  esso  preparavasi  a  invadere  l'in- 
felice Italia.  Il  direttorio  di  Parigi  per- 
tanto ne  die*  commissione  al  general  Bo- 
naparte,  che  nel  marzo  1796  partì  per 
l'impresa,  quando  già  ili."  di  tal  mese  il 
medesimo  direttorio  avea  intimato  alla 
repubblica  veneta  il  pronto  allontana- 
mento di  Luigi  XVIII  da' suoi  stali.  La 
repubblica  pe'moli  vi  deplorati  nel  descri- 
verne la  caduta,  e  per  la  forza  delle  cir- 
costanze, ebbe  la  debolezza  di  cedere,  e 
commise  al  marchese  Alessandro  Carlot- 
ti  di  Verona,  d'invitare  Luigi  XVIII  a 
partire.  Il  re  subilo  vi  accudì,  esigendo 
prima  la  cancellazionedi  sua  (ìjmiglia  dal 
libro  d'oro  del  patriziato  veneto,  e  la  re- 
sliluzìotie  dell'armatura  donata  da  Enri- 
co IV  alla  repubblica;  indi  a'2  1  lasciò  Ve- 
rona. In  tanti  gravi  casi  il  senato  veneto 
nominò  piovvedilore  generale  delle  pro- 
vincie  di  Terraferma  Nicolò  Foscarini,  il 
quale  fissò  la  sua  residenza  in  Verona. 
Indi  a'3  I  maggio  fu  chiamato  da  Bona- 
porle  in  Peschiera,  da  lui  occupata,  per 
tniuacciar  Venezia  d'impadrouiisene,  e 


VEtl 
d'incendiar  nella  notte  Verona,  per  aver 
dato  stanza  al  conte  di  Lilla,  mostrata- 
si tenera  di  lui,  e  quasi  credutasi  per  es- 
so divenuta  la  capitale  della  monarchia 
francese.  Appena  ciò  saputo  du' verone- 
si, molli  abitanti  lumultuariamenle  fug- 
girono. Nel  seguente  giorno  tranquilla- 
mente il  general  Masseua  entrò  in  Ve- 
rona, benché  munita  di  3  forti  castelli  e 
di  numerosa  guarnigione  de'fedeli  schia- 
voni,  e  poi  estese  le  sue  truppe  lungo  l  A* 
dige,  il  che  alquanto  calmò  Bonaparte. 
Inoltre  raccontai  nel  nominalo  articolo  o 
voi.  XCII,da  p.  637  a  p.  646,  e  a  p.  672, 
come  nel  i  797  Bonaparte  apertamente  si 
mostrò  deciso  di  voler  attaccare  la  re- 
pubblica di  Venezia;  ma  mentre  guerreg- 
giava l'Austria  in  Garintia,  gliene  porse 
il  pretesto  le  famose  Pasque  Feronesì^ 
cioè  l'orrenda  carneficina  fatta  da'vero- 
nesi  per  5  giorni  de'francesi,  e  con  tal  no- 
me registrata  dalla  storia  perchè  comin- 
ciala a' 17  aprile  la  sera  della  l.*  festa  di 
Pasqua  di  Risurrezione,  o  secondo  altri 
la  2."  Stanchi  eziandio  i  veronesi  delle 
tante  sevizie  patite,  ciò  eseguirono  quan- 
do Bonaparte  nel  dì  seguente  18  aprile 
co'famosi  preliminari  di  Leoben  cedeva  H 
all'Austria  prima  di  possederli,  e  come  ^ 
un  branco  di  pecore,  i  popoli  della  nobi- 
lissima repubblica  di  Venezia,  che  conla- 
va XIV  secoli  di  gloriosa  esistenza.  Idee- 
rà e  indipendente,  impegnandosi  di  di- 
struggerla; e  lutto  qviesto  per  indenniz- 
zarla del  rinunziare  r  Austria  sfavore 
della  Francia  i  Paesi  Bassi  Austriaci,  ed 
i  suoi  slati  d'Italia  che  si  trovavano  sul- 
le sponde  destre  dell'Oglio  e  del  Po,  os- 
sia il  Milanese,  non  che  per  restare  libe- 
ra nell'azione  di  quanto  erosi  proposto 
di  fare.  Qui  solo  dirò,  che  dopo  le  rivo- 
luzioni, fomento  te  da'francesia  Bergamo, 
Brescia  e  Crema,  tentando  essi  di  com- 
muovere pure  Veiona,  devotissima  sem- 
pre alla  signoria  veneta,  lo  sdegno  de'po- 
polani  indispettiti  conlro  i  francesi  scop- 
piò nella  più  terribile  foggia  nel  dello  17 
oprile,  ed  esegui  sulla  guarnigione  fiau- 


VER 
rese  un  sanguinoso  macello,  Irannele  po- 
che reliquie  restale  ne'caslelli  e  quelleclie 
riuscì  al  general  Ballane!  di  condurre  nel 
più  forte  di  essi.  I  giorni  i  g,  20,2  i  e  22 
furono  di  strage  e  rovina,  né  sino  al  23 
si  potè  conchiudere  un  armistizio.  Que- 
sta memorabile  sollevazione,  in  vario  sen- 
so lodala  e  biasimata  dagli  opposti  par- 
lili, diede  luogo  all'eloquenlissima  Ora- 
zione del  conte  abbate  Pellegrini,  che  si 
fece  encomiatore  degli  angariali  e  provo- 
cati suoi  conciltadiui(Veronai  709  in4.°); 
ma  pur  troppo  non  tardò  ad  essere  fie- 
ramente punita.  Sopraggiunte  a'francesi 
forze  maggiori,  capitanale  da  Victor, Kil- 
maine,  Chabrune,  Lahoz,  compirono  l'ec- 
cidio della  più  violenta  reazione.  I  mise- 
ri veronesi  furono  costretti  a  cedere,  ed 
oppressi  dalla  violenza  straniera,  a  paga- 
re il  fio  del  loro  zelo  nazionale:  villime 
principali  essendone  i  conti  Francesco  de- 
gli Emili,  Verità  e  Malenza,  il  p.  Luigi 
Colloredo  cappuccino,  con  altri  ancora. 
Impadronitisi  interamente  i  francesi  di 
Verona,  con  mano  ferrea  imposero  a've- 
ronesi  le  più  esorbitanti  contribuzioni; 
vennero  postea  saccomanno  le  pubbliche 
istituzioni,  e  molte  privale  famiglie,  in- 
clusivamente  alle  collezioni  di  belle  arti 
e  di  storia  naturale,  sì  pubbliche  e  sì  par- 
ticolari. Fra  le  quali  rapine  è  da  contare 
il  monte  di  pietà,  ricco  di  ben  5o  milio- 
ni (di  franchi,  secondo  il  Coppi).  Tante 
espilazioni  e  tante  ruberie  furono  lamen- 
tale dallo  stesso  general  Augerau,  quan- 
do rappresentò  al  general  in  capo  iiona- 
parle,  non  essere  ormai  più  possibile  di 
estrarre  tante  cose  da  una  desolata  città, 
sebbene^fosse  la  principale  delle  provin- 
ole della  signoria  di  Venezia.  A  questi 
cenni,  Sicnza  ripetere  il  riferito  ne'  citali 
luoghi ,  per  le  particolarità  interessanti 
che  contiene,  trovo  opportuno  di  aggiun- 
gere la  descrizione  dell'insurrezione  vero- 
nese, di  L.  A.  M.,  già  rammentato,  nel 
suo  articolo  Verona  ^  presso  il  t.  6  del- 
\ Album  di  Roma,  p.  Sg.  Il  giorno  9  a- 
prile  1797  (riconfermo  collo  storico  ab- 


VER  3o3 

baie  Venturi  11  17  aprile  1797  alle  ore  21 
e  mezzo  italiane),  in  cui  il  cielo  era  sere- 
nissimo, e  nulla  sembrava  presagire  una 
scena  d'orrore  e  di  carneficina,  la  città  a- 
vea  il  più  tranquillo  aspetto.  Vedeansi 
soltanto  qua  e  là  certe  figure  straniere, 
che  co'  loro  misteriosi  aspetti  ingerivano 
alcuna  sinistra  impressione  ne'pacìfici  ve- 
ronesi: formaronsi  come  insensibilmente 
de' gruppi  in  molti  quartieri,  e  voci  che 
spargevansi  di  luogo  in  luogo  comincia- 
rono a  dare  qualche  agitazione;  portava- 
no queste  voci,  che  il  comandante  fran- 
cese delle  fortezze  avea  intercettato  ogni 
comunicazione  col  di  fuori  della  città;  si 
seppe  poi  che  il  comandante  slesso  avea 
intimato  a'magistrali  di  disarmare  all'  i- 
stante  tutte  le  truppe:  queste  notizie  al- 
larmanti si  diffusero  ben  presto  e  gli  as- 
sembramenti si  resero  più  numerosi.  E- 
gli  era  specialmente  nelle  vicinanze  del- 
la chiesa  di  s.  Zenone  che  manifestavasi 
l'elìervescenza  degli  spiriti.  Un  gran  nu- 
mero d'individui  ricoperti  di  cenci  erasi 
riunito  in  quel  punto,  e  sembrava  atten- 
dere un  qualche  avvenimento,  in  cui  il 
loro  intervento  fosse  necessario: passòco- 
sì  una  parte  del  mattino.  Ad  un  tratto 
un  uomo  correndo  precipitosamente  si 
fece  largo  in  mezzo  al  popolo  per  giun- 
gereall'adunanza  principale,  e  giunto  co- 
là esclamò:  Amici  miei,  i francesi  hanno 
saputo  che  i  nostri  podestà  hanno  chie- 
sto il  soccorso  austriaco.-  la  nostra  cit- 
tà va  ad  esser  fulminata.  In  tale  istante 
le  porte  della  chiesa  si  aprirono,  e  se  ne 
vide  uscire  una  turba  d'individui  in  va- 
rie foggie  vestili;  lutti  portavano  a*  loro 
cappelli  delle  larghe  coccarde  turchine  e 
gialle,e  sembrò  che  fossero  diretti  da  per- 
sonaggio rivestito  d'insegne  della  magi- 
stratura veneta.  Questa  turba  fece  alcun 
passo  in  avanti;  il  popolo  immerso  nello 
stupore,  fece  largo  innanzi  la  medesima; 
e  quegli  uomini  cominciarono  a  gridare: 
Vi\>a  la  patria  ;e\a  folla  rispondea:/l/or- 
te  a* nemici  di  Venezia.  La  truppa  segui 
il  suo  cammino  seguita  dalla  corrente  de] 


3o4  VER 

popolo;  ma  ben  presto  alla  voltata  d'una 
strada  sì  ferma,  e  di  rango  in  rango  eia- 
senno  gridò:  Un  francese.  Era  un  capo 
di  battaglione  della  guarnigione,che spin- 
to dalla  curiosità  o  dalla  necessità  di  ve- 
dere ciò  die  avveniva,  erasi  injpruden- 
temente  e  senza  scorta  inoltralo  fin  là. 
Un  colpo  di  pistola  slese  morto  l'idllzia- 
le,  e  la  moltitudine  ne  precipitò  il  corpo 
nell'Adige.  La  notizia  dell'omicidio  com- 
messo sopra  unode'principati  ullizialidcl 
presidio  si  sparse  colla  rapidità  del  lam- 
po in  lutti  i  quartieri;  giunse  al  castello: 
allora  3  colpi  di  cannone  partiti  dal  for- 
te piùelevalo  echeggiarono  luttuosamen 
le  nel  recinto  della  città,  e  si  vide  sven- 
tolare sui  merli  un  nero  vessillo  :  quasi 
all'istante  si  lira  a  palla  sulla  misera  cit- 
tà. Si  suona  a  stormo;  furiose  bande  ir- 
rompono dovun(|ue  può  trovarsi  sangue 
francese  da  spargere,  e  nello  spedalesles- 
so  3oo  feriti  sono  scannati  nel  loro  letto 
di  dolore  (e  questo  fu  veramente  non  giu- 
stidoabile  eccoso).  Nulla  sarebbe  stalo  di 
più  rimarchevole  per  uno  spettatore  im- 
passibile in  queste  scene  d'orrore,  cbe  la 
8|iecie  d'  accordo  colla  quale  una  turba 
senza  capo  apparente  dirigeva  le  sue  o- 
pcrazioni:  divtdeasi  in  più  masse  per  an- 
dar a  sorprendere  alcuni  posti  isolati,  i 
cui  difensori  erano  all'istante  e  improv- 
visamente messi  a  morte:  molte  porte  oc- 
cupate da'fraucesi  essendo  state  così  pre- 
.se  d'assalto,  alcune  bande  di  montanari 
invaselo  la  piazza,  e  vennero  ad  aumen- 
tare le  forze  degli  ammutinali.  Il  popolo 
parlava  già  di  scagliarsi  contro  i  forti; 
quando  si  vide  dal  vecchio  cartello  scen- 
dere un  ufliziale  superiore  disarmato,  con 
un  fazzoletto  bianco  iuvoUo  al  braccio, 
annunciando  un  parlamentai  io.  Giunse 
lino  al  palazzo  in  cui  \\  prowediloie  con 
allri  magistrati  deliberava  sui  pericoli 
della  posizione.  In  quel  momento  alcuni 
colpi  di  fucile  si  fecero  sentire  a  poca  ili- 
ttanza,  ed  un  usciere  annunciò  ohe  il  pa- 
lazzo era  assniito.  La  fdla  invadeva  già- 
dulamcnle  i  vasti  cuiriduri,  cercando  la 


VER 

sala  in  culi  magistrati  tenevano  seduta. 
Finalmente  la  portasi  aprì  violentemen- 
te; diversi  individui  entrarono  tumultua* 
riacnente;  tulli  erano  armati' di  sciabole 
e  di  pistole,  e  nel  numero  figuravano  di 
quelle  megere  scarmigliale  ,  die  si  mi- 
schiano alle  turbolenze  popolari  di  tulle 
l'epoche.  La  truppa  si  arrestò  come  in- 
timorita al  cospetto  de' funzionari  pub- 
blici, ed  allora  gridò  il  provveditore:  Ve- 
ronesi ^  che  volete?  Vostro  divisanttnto  è 
forse  (Voltrag^iare  il  magistrato  siipre- 
mo  che  siede  quiin  nome  della  sereni ssi' 
ma  repubblica  ?  La  folla  rispose  :  Vi\'a 
Venezia,  vivano  i  suoi  magistrati,  mor- 
te a' nemici  di s.  Marco.  Allora  un  uo- 
mo di  alta  statura  s'avvicina  al  luogo  più 
elevalo  in  cui  sedevano  i  magistrati  e  di- 
ce. Le  signorìe  vostre  illustrissime  non 
possono  sospettare  cheli  popolo  attenti 
a' vostri  giorni j  nostro  scopoc  soltanto  di 
liberare  la  città  dal  giogo  straniero.  Vi 
domandiamo  di  consegnarci  il  francese 
che  in  questo  momento  trovasi  in  mezzo 
di  voi:  non  attendiamo  che  questa  gra- 
zia per  lasciarvideliberare  in  pace.  I  pa- 
trizi calcolarono  le  conseguenze  terribili 
che  poteva  aver  per  essi  e  per  la  vacil- 
lante repubblica  un  omicidio  commesso 
colla  loro  adesione  ed  in  loro  presenza 
sulla  persona  d'un  uftlziale, incaricato  foi': 
se  d'una  missione  di  pace.  Molli  di  essi 
esclamarono:  Un  parlamentario!  E  ini- 
possibilecilladini.Ritiralevijrispettoal- 
le  leggi.  Ma  la  moltitudine  rispondeva  : 
Che  i  traditori  soltanto  potevano  parla- 
re di  transazionej  óiìscuno  enumerava  i 
torli  che  credeva  dover  rinfacciare  agli 
stranieri,  e  le  grida,  Morte  al  francese, 
erano  sempre  predominanti.  11  coraggio- 
so giovane  francese  ,  rimovendo  da  se 
quelli  che  lo  circondavano,  s'inolira  ver- 
so la  moltitudine,  e  scoprendosi  il  petto 
esclama:  Ferite j  ma  in  che  vi  ho  io  offe- 
so? Il  suo  atteggiamento  ,  i  suoi  sguardi 
di  fuoco  imposero  a  quella  turba,  ed  un 
mormorio  confuso  annunziò  che  I  irre- 
sululeuu  eruìi  inipadiuailu  degli  animi 


i 


VER 

gli  agitatoti  più  influeuli  sembravano  in- 
clinare a  cieoienza.  L'uHlziale  si  rese  ac 
corto,  esser  quello  il  momento  propizio 
per  salvarsi;  con  una  mirabile  presenza 
eli  spirito  affrontò  le  prime  file,  ed  allo- 
ra disse:  Eccomi  inerme  in  mezzo  a  voi, 
io  mi  affido  alla  vostra  generosità. Sia- 
te  voi  la  scorta  del  parlamentario.  Pro- 
nunciando tali  parole,  salutò  i  magistra- 
ti rimasti  attoniti,  e  traversando  le  turbe, 
die  gli  facevano  largo,  sortì  seguito  dal- 
la folla.  Al  basso  della  scala  erano  alcu- 
ne compagnie  della  guardia  urbana,  che 
si  sforzavano  di  dissipare  la  moltitudine 
che  si  aumentava  a  torrenti.  L'uHìziale 
si  lanciò  in  mezzo  agl'insorti,  ed  esclamò: 
Cittadini,  proteggete  la  mia  vitaj  la  sal- 
vezza della  vostra  città  ne  dipende.  I  cit- 
tadini s'affollarono  intorno  ad  esso,  e  pre- 
sero la  strada  del  vecchio  castello.  La 
truppa  forsennata,  che  avea  avuto  il  tem- 
po di  riflettere,  e  che  vedeva  togliersi  la 
sua  preda,  alzò  de' gridi  di  rabbia;  Fuo- 
co sui  traditori!  disse  una  voce.  Ma  già 
la  scorta  era  troppo  lungi  e  le  palle  non 
colpirono  alcuno.  Alcuni  istanti  dopo  il 
fragore  del  cannone  annunziò  al  popolo 
il  ritorno  dell' uflìziale  nel  castello,  e  la 
riassunzione  dell'ostilità.  La  lotta  conti- 
nuò per  3  giorni,  senza  risultati  decisivi; 
finalmente  giunsero  soccorsi  al  presidio 
francese,  e  Verona  fu  di  nuovo  abban- 
donata al  risentimento  de'soldati".  Frat- 
tanto a' 12  maggio  dello  stesso  1797,  in 
Venezia  abdicò  l'ultimo  dogeManin,abdi- 
carono  tutte  le  pubbliche  magistrature, 
fu  promulgata  la  democrazia,  cessando  il 
governo  aristocratico:  a' 16  maggio  en- 
trarono i  francesi  nell'inviolata  fin  allora 
Venezia,  ed  il  dramma  ferale  fu  compi- 
to I  A' 17  ottobre  seguì  tra  la  repubblica 
francese  e  l'Austria  il  famigerato  tratta- 
lo di  Cumpo  Formio,  che  pose  ad  atto  i 
preliminari  di  Leuben,  in  virtù  del  quale 
i  francesi  sgombrarono  dall'antico  domi- 
nio venetOj  nella  parte  che  dovea  occu- 
pare r  Austria,  e  specialmente  Palma- 
ijuovu,  Osoppo,  Porto-Legnago,  ed  i  ca- 
VOL.  xciv. 


VER  3o? 

stelli  di  Verona,  ì  quali  colla  città  passa- 
rono nel  dominio  dell'Austria.  Nel  1799 
i  repubblicani  francesi  nuovamente  di- 
chiararono guerra  all'  Austria ,  ed  apri- 
rono la  campagna  d'Italia,  con  radunare 
il  general  Sclierer  a'a  i  marzo,  fra  il  Min- 
cio e  l'Adige,  circa  45>ooo  uomini,  oltre 
l'ordinare  l'occupazione  della  Toscana  e 
della  Valtellina.  Gli  austriaci  avevano  al- 
lora sull'Adige  un  numero  di  truppe  pres- 
so che  eguale,  e  il  general  Kray  lecoman- 
dava  in  assenza  del  general  comandante 
in  capo  Melas  indisposto.  Egli  avea  col- 
locato l'ala  destra  in  un  posto  fortificato 
presso  Pastrengo,  fra  l'Adige  e  il  lago  di 
Garda,  il  centra  a  Verona  e  ne'circon  vi- 
cini villaggi,  e  l'ala  sinistra  a  Bevilacqua 
presso  Legnago.  Scherer  poi,  allorquan- 
do fu  pronto  all'assalto,  divise  il  suoeser- 
cito  in  due  colonne.  Di  una,  ch'era  com- 
posta delle  divisioni  di  Victor, di  Montri- 
cbard  e  di  Hatry,  die'  il  comando  a  Mo- 
reau  coll'istruzione  di  fare  un  falso  attac- 
co contro  Verona  e  Legnago.  Intanto col- 
l'altra  formata  dalle  divisioni  di  Oelmas, 
di  Grenier  e  di  Serrurier,  sotto  del  quale 
combatterono  i  piemontesi,  egli  avrebbe 
attaccato  vigorosamente  la  destra  degli 
austriaci  presso  il  lago  di  Garda.  Mosso- 
si di  fatti  nella  mattina  de'26  marzo  per 
eseguire  il  suo  disegno,  assaltò  Pastren- 
go, lo  prese,  e  quindi  diresse  Serrurier  a 
sinistra  sino  a  Rivoli.  Nel  centro  Moreau 
combattè  contro  Kray  con  dubbio  even- 
to a'villaggi  di  s.  Lucia  e  di  s.  Massimo, 
e  ne'dintorni  di  Verona;  ma  Kray  presso 
Leguago  respinse  e  inseguì  vigorosamen- 
te la  divisione  di  Montrichard,  e  allora  i 
francesi  retrocedettero  anche  nel  centro. 
Considerevole  fu  la  perdita  d'  ambe  le 
parli:  il  general  austriaco  Dervins  fu  nel 
numero  de'morti.  Vittorioso  Kray  sulla 
sua  sinistra,  appena  si  accorse  che  i  prin- 
cipali sfòrzi  del  nemico  erano  diretti  con- 
tro la  destra  ,  si  recò  subito  a  Verona. 
Intanto  giunsero  le  notizie  della  disf'alta 
de' fra  noesi  a  Slokach;  per  il  che  doven- 
dosi essi  ritirare  du'Giigioni,  la  loro  |>u- 
20 


3o6  VER 

sizione  sull'Adige  diveaiva  pericolosa. 
5clierercredelle  perciò  presidiarePeschie- 
la  e  ritirarsi  al  Tarlare.  A  palliare  il  mo- 
vìmenloretrogrado,a'3o  marzo  ingiunse 
a  Sfrrurier  di  varcar  l'Adige  presso  Pa- 
slrengo  e  Polo ,  e  fare  un  falso  allacco 
contro  Verona.  Cos'i  fu  dì  falli  eseguilo, 
onde  passò  senz'oi^lacolo  il  fìiime  su  due 
ponti;  ma  uscirono  bentosto  da  Verona 
•  generali  austriaci  Froelicb,  Chasleller  e 
Lallermancon  3colonne,eallaccala  quel- 
la divisione  la  disfecero  interamenle.  Al- 
cuni squadroni  di  cavalleria  piemonleÀÌ 
comandali  da  Saluzzo,  e  un  reggionento 
di  dragoni  francesi  sostennero  alla  retro- 
guardia l'urto  degli  austriaci,  quanto  ba- 
stò ad  una  parte  della  fanteria  per  ripas- 
sare il  fìuu)e;  ma  intanlo  Kray  avendo 
fallo  rompere  un  ponte  sul  principio  del- 
l'azione  ,  ed  essendosi  impadronito  del- 
l' altro  quando  incominciava  la  ritirala, 
la  maggior  parte deila  divisione  reslò  pri- 
gioniera. Questo  vantaggio  animò  Kray 
«  recarsi  sull'olFese,  ma  inlauto  nello  sles- 
so divisamenlo  persisteva  ancbe  Scberer 
non  ostante  la  sua  precedente  ritirata  «^ul 
Tartaro.  In  fatti  od  una  ricognizione  e- 
seguila  dagli  austriaci  a'4  aprile,  preve- 
dendo di  esser  quanto  prima  assalilo, 
volle  prevenir  il  nemico,  ordinando  un 
attacco  generale  per  la  maltina  del  5.  E- 
gli  dilesse  .sulla  destra  le  divisioni  di  Vic- 
tor, di  Grenier  e  di  Delmas  contro  il  vil- 
laggio di  s.  Giacomo;  Moreau  con  Hatry 
e  Montricbard  sul  centro  sopra  Sonno  e 
Somaiacanipagna  ,  e  inviò  berrurier  co- 
gli avanzi  delle  sue  truppe  alla  sinistra 
di  Villiifranca.  Intanto  gli  austriaci  si  a- 
danzarono  incontro  a' fi  ancesi  marcian- 
do in  3  colonne  comandate  da  Kaim,  da 
Mercantin  e  da  Zoplf.  Piecedeva  Hoben- 
7ollern  con  furie  vanguardia,  e  Froelicb 
seguiva  l'armala  con  altra  colonna  di  ri- 
herva.  Incominciata  l'azione,  Moreau  bat- 
tè Mercantin,  e  respinse  Zo[)(r  fin  sollo 
Verona;  ma  nel  teun)o  stesso  Kaiin  bat- 
tè presso  Magnano  la  divisione  di  Victor 
e  di  Grenier,  rinst-gMl  sino  all'isola  del- 


VER 

la  Scala,  e  costrinse  quella  di  Delma.s  a 
piegare  verso  Due  Castelli.  Oltenuli  que- 
sti vantaggi  sulla  sinistra,  Kray  prese  a  se 
uua  forte  colonna  ,  vi  unì  la  riserva ,  e 
marciò  obliquamente  verso  la  destra.  Con 
questo  movimento  egli  respinse  ulterior- 
mente le  truppe  della  destra  francese,  bat- 
tè la  vanguardia  di  Moreau,  scacciò  Ser- 
rurier  cb'erasi  avanzalo  sino  a  Villafran- 
ca,  e  così  gli  austriaci  rimasero  vittorio- 
si su  tulli  i  punii.  In  quesla  battaglia, 
cbefu  denominata  di  Verona, e  da  allridi 
Magnano  o  dell'isola  della  Scala,  gli  au- 
striaci perdettero  2,000  uomini,  ed  1  fran- 
cesi circa  5,000.  Scberer  dopo  tale  disa- 
stro lasciò  il  general  Foissac-La  Tour  con 
10,000  in  Mantova,  e  rilirossi  subito  sul 
Mincio,  poco  dopo  suH'Oglio  e  finalmen- 
te sull'Alida.  Kray  speilì  la  sua  vanguar- 
dia solloMantova  e  Pescbicra,  assicuros- 
si  uiì  passo  sul  Mincio,  e  fermossi  alcuni 
giorni  colle  principali  forze  all'isola  della 
Scala.  Progredendo  le  vittorie  degli  au- 
striaci e  de'col legati  russi,  entrarono  in 
Milano,  in  Piemonte  e  in  altre  regioni. 
Ma  nel  1800  Bonaparte  riassunto  il  co- 
mando dell'armatad'ltalia,  invase  il  Pie- 
monte, riprese  Milano.  Mentre  poi,  per 
le  successive  azioni  guerrescbe  .  credeva 
Melas  la  vittoria  assicurata,  invece  Bona- 
parte a' 14  gi"gi>o  riportò  1'  importante 
vittoria  a  Marengo.  Continuando  i  coni- 
ballimenli,  il  general  austriaco  Bellegar- 
de,  a'  26  dicembre  lasciale  competenti 
guarnigioni  in  Mantova,  in  Pescbiera  e 
nel  vicino  Sermione,  rilirossi  a  Verona, 
Il  general  francese  Brune,  lasciate  addie- 
tro le  truppe  sunicienli  per  osservar  Man- 
tova e  assediar  Pescbiera,  si  avanzò  e  a 
3o  dicembre  fece  una  ricognizione  su  tut- 
ta la  linea,  gettando  nel  tempo  slesso  non 
pocbe  bombe  in  Verona.  Moslraronsi  gli 
austriaci  in  molla  forza  su  lutti  ì  punti, 
onde  il  general  francese  raddoppiò  le  sue 
precauzioni  pel  passoggiodell'AdigeaBii'i- 
solengo.  L'edelluò  iii.°  gennaio  1801,  e 
comincialo  i  francesi  il  tragitto  re>laro- 
DO  qur«!<i  adouili  nel  vedere  cltc  non  iu 


i 


VER 
conlravano  resistenza,  meutre  si  alien* 
elevano  di  trovatla  grandissima.  Ma  ces- 
sò bentosto  la  sorpresa  al  compai  ire  d'un 
parlameiiliirio  austriaco,  il  quale  nnriun- 
ziando  l'arniistizio  concluso  da  Steyr  a' 
9.5  dicembre  io  Germania  per  3o  gior- 
ni, ed  estensivo  all'  Italia,  perciò  propo- 
Deva  di  sospendere  le  ostilità.  Si  venne 
quindi  alle  condizioni,  e  il  general  Bru- 
ne trattò  a  tenore  delle  sue  istruzioni^  se- 
condo le  quali  »  non  poteva  desistere  daU 
l'olFese  finché  non  fosse  sidl'Isonzo,  e  gli 
austriaci  non  cedessero  Mantova, Peschie- 
ra, la  parte  di  Legnago  esistente  sulla  de- 
stra dell'Adige,  Ferrara  e  Ancona".  Bel- 
legarde  giudicò  tali  palli  troppo  gravosi, 
e  chiese  alla  sua  corte  ulteriori  istruzio- 
ni. Intanto  lasciale  deboli  guarnigioni  ne' 
3  forti  di  Verona,  ed  in  Legnago,  conti- 
nuò a  retrocedere.  Dopo  piccoli  e  insi- 
gnificanti combattimenti,  egli  abbando- 
nò r  eccellenti  posizioni  di  Caldiero,  di 
Montebello  e  della  Brenta,  e  ritirossi  ver- 
so  la  Piave.  Pdcevuti  poi  gli  schiarimenti 
da  Vienna,  a' 1 4  gennaio  i8oo  fece  an- 
nunziare a'  francesi  bramare  arinistizio, 
il  quale  fu  sottoscritto  a  Treviso  a'  1 6,  ed 
in  sostanza  fu  concluso  colle  seguenli  con- 
dizioni. >)  Si  sospendessero  leodese,  e  l'ar- 
mata francese  occupasse  una  linea  sulla 
sinistra  della  Livenza  ,  e  si  consegnasse 
dagli  austriaci  Peschiera,  Sermioue,  i  3 
castelli  di  Verona,  Legnago,  Ferrara  e 
Ancona".  Intanto  nel  marzo  tu  eletto  Pa- 
pa in  Venezia  Pio  VII,  e  Verona  gli  ras- 
segnò i  suoi  omaggi  di  venerazionea  aiez- 
zo  de'deputati,  conti  GaspareBevilacqua- 
Lazises  Alessandro  Murari-Brà.  Divenu- 
to Bonapartei."  console,  la  fortuna  delle 
sue  armi  lo  mise  in  grado  di  dettare  le 
condizioni  di  pace  coli'  Austria  e  i  prin- 
cipi di  Germania,  sottoscritta  a  Lunevil- 
le  a'9  febbraio  i8o  i,  in  cui  per  altro  si 
confermò  il  possesso  de'dominii  veneti  a 
favore  dell'Austria,  ratificalo  a'g  marzo 
dalla  dieta  Germunìca.  Essendoslato  sta- 
bilito l'Adige  a  confine  fra  l'Austria  e  la 
lepubbltca  Cisulpiua  colla  parte  degli  sta- 


V  E  R  3o7 

li  già  vendi  ceduti  all'Austria,  Verona 
fu  tagliata  in  due  parti  l'una  austriaca, 
l'altra  franco-italica,  perciò  divisa  in  ilue 
governi,  l'  uno  austriaco,  l'altro  franco- 
italico,  e  durò  in  tale  stalo  dal  7  aprile 
1801  fino  al  29  ottobre  i8o5,  cui  tenne 
dietro  la  pace  di  Presburgo  nel  dicembre 
i8o5,  che  vado  ad  accennare.  Dappoi- 
ché, nuovamente  la  Francia  rolla  nuo- 
vamente guerra  coll'Austria, di  venuto  già 
Bonaparte  imperatore  de'  francesi  e  re 
d'Italia  col  nome  di  Napoleone  I,  il  ge- 
neral francese  Massena  con  5a,ooo  uo- 
mini nel  principio  d'ottobre  180  5,  tentò 
di  passar  l'Adige  presso  Verona ,  ma  fu 
respinto.  Nondimeno  pervenne  a  risarci- 
re un  ponte  che  gli  austriaci  avevano  in 
parte  rotto,  ed  a  fortificar  la  testa  sulla 
sponda  sinistra,  rinnovando  l'attacco  a' 
29  ottobre,  passando  il  fiume  presso  Ve- 
rona. Gli  austriaci  opposero  vigorosa  re- 
sistenza, e  quindi  retrocedettero  alle  forti 
posizioni  di  Caldiero.  L'  arciduca  Carlo 
schierò  quivi  le  sue  truppe  in  battaglia; 
Massena  l'altaccò  a'  3o,  ma  fu  respinto 
e  dovè  retrocedere  sull'Adige,  e  nel  di 
seguente  Bellegarde  comandante  l'ala  si- 
nistra, ottenne  segnalali  vantaggi  a  Chia- 
vica del  Cristo.  Tuttavolla  l'arciduca  fu 
costretto  a  retrocedere,  attesa  la  marcia 
di  Napoleone  I  in  Baviera.  Massena  pas- 
sò quindi  a  occupare  Vicenza,  Padova  e 
altri  luoghi,  mentreSaint-Cyr  bloccò  Ve- 
nezia. Indi  pel  trattalo  di  Presburgo,  de' 
26  dicembre i8o5  la  parte  degli  stati  ve- 
neti che  possedeva  l'Austria,  fu  ceduta  a 
Napoleone  I,  che  T  uni  al  regno  Italico, 
compreso  Verona  e  f^enczlct,  il  quale  ar- 
ticolo va  tenuto  presente  anche  per  la  ces- 
sala dominazione  austriaca  e  per  la  nuo- 
va, venendo  dichiarata  Verona  capoluo- 
go del  dipartimento  italico  dell'  Adige- 
Verona  celebrò  l'avvenimento  in  nobile 
forma.Sponlaneameule  raccolta  da  mol- 
li giovani  scolari  una  rilevante  somma, 
la  divise  fra'soldati  feriti.  Nel  i  8  1  3  l'im- 
peratore d'  Austria  Francesco  I  dichiarò 
di  nuovo  la  guerra  a  Napoleone  I,  il  q<ia- 


3o8  VER 

Je  in  Italia  gli  oppose  il  viceré  Eugenio, 
che  slabiiì  il  suo  quartier  generale  a  U- 
dine,  indi  rinforzato  nella  fine  dell'anno 
sull'Adige,  dopo  aver  combattuto  nella 
sua  valle.  La  posizione  di  Verona  strate- 
gica e  munita  gli  avea  permesso  sostener- 
si controle  forze  superiori  austriache,  ma 
poi  i  francesi  aveano  dovuto  ritirarvisi. 
il  viceré  passato  dall'Adige  al  Mincio,  vi 
ritornò  nel  febbraio  1 8  1 4>  riuscendo  frat- 
tanto a  Bellegarde  di  costringere  i  ca- 
stelli di  Verona  ad  arrendersi,  col  quale 
poi  il  viceré  a' 1 6  aprile  concluse  l'armi- 
stizio di  Schiarino-Rizzino,  per  lo  sgom  - 
bero  de' francesi  dall'Italia,  restando  le 
truppe  italiane  ad  occupar  la  parte  del 
regno  Italico  non  ancora  presa  da'collega- 
ti.  Imperocché  già  caduta  la  colossale  po- 
tenza di  Napoleone  I,  che  ad  ogni  mo- 
mento scompigliava  la  carta  geografica 
d'Europa,  e  disciolto  il  suo  formidabile 
esercito,  nel  1 8 1 4  l'Austria  ricuperò  i  do- 
roioii  veneti,  inclusivamente  a  Verona, ed 
insieme  il  Milanese;  e  l'imperatore  Fran- 
cesco 1  nel  1 8 1 5  con  tali  stati  vi  formò  il 
regnoLombardo-Venelo,dichiarando  cit- 
tà regia  Verona,  la  quale  fu  poscia  resa 
ancor  più  celebre  per  le  discorse  meravi- 
gliose fortificazioni,  in  essa  e  fuori  di  es- 
sa grandiosamente  costruite.  Nel  seguen- 
te anno  l'imperatore  onorò  Verona  di 
sua  presenza,  e  la  città  tra  le  dimostra- 
zioni di  pubblica  allegrezza,  illuminò  in 
architettonica  maniera  la  piazza  d'Armi, 
quella  dell'ErbeJo  stradone  di  portaNuo- 
va,  e  neir  Anfiteatro,  pieno  di  5o,ooo 
spettatori,  distribuì  doti  a  povere  donne, 
col  farvi  correre  al  palio,  passatempo  che 
fjnì  colla  cuccagna. Restata  inVerona  l'im- 
peratrice Maria  Lodovica  d'Este,  vi  ces- 
sò di  vivere  a'y  aprile  di  28  anni.  Alllit- 
ta  Verona  da  quest'infortunio  ridusse  in 
forma  di  tempio  apparato  a  bruno  una 
sala  del  palazzo  de'marchesi  di  Canossa, 
già  albergo  dell'imperiai  corte;  nel  mez- 
zo giaceva  il  corpo  dell'estinta  tra  la  ce- 
lebrazionede'divini  udizi  ed  i  suffragi  de- 
gli accorrenti  a'io,i  i  ei2  aprile.  JDopo 


VER 

di  che  chiuso  il  cadavere  in  una  cassa  di 
piombo  venne  trasportato  a  Vienna,  e  de- 
posto nelle  tombe  imperiali.  Benedetta 
da  mg.'  Liruti  vescovo  di  Verona  l' im- 
periai defunta,  una  mano  d'ussari  apri  la 
pompa  funebredella  partenza,  seguiti  da 
tutti  i  parrochi  della  città,  da'domestici 
della  casa  imperiale  co'gonfólouì,  dal  ca- 
pitolo e  clero  della  cattedrale,  e  dalla  fa- 
miglia del  vescovo.  Veniva  poi  il  funereo 
carro,  circondato  da  4o  gentiluomini,  e 
seguito  dal  gran  maggiordomo  e  dalla 
gran  maggiordoma  della  defunta, non  che 
dalle  varie  magistrature.  Chiudeva  la  de- 
corosa comitiva  altra  mano  d'ussari,  cui 
lungo  ta  via  che  dal  palazzo  Canossa  mette 
a  portaVicenlina,facevano  ala  i  soldati  del 
presidio,  sonando  a  lutto  tutte  le  campa- 
ne. Il  cav.  Mutinelli,  che  ciò  racconta  ne- 
gli Annali  delle  province  Fcnele,  ag- 
giunge parlando  del  ricuperato  dalla 
Francia  da  Francesco  I.  »  Altri  libri,  al- 
tri codici,  altri  busti  ricuperava  Verona, 
e  un'Assunzione  di  Tiziano,  e  il  Martirio 
di  s.  Giorgio,  e  la  Deposizione  di  Cristo 
di  Paolo,  e  una  Vergine,  e  un  s.  Paolo, 
e  un  Battista,  e  un  s.  Zeno,  e  un  s.  Gior- 
gio del  Mantegna". — L'uomo  non  è  infal- 
libile. Nel  voi.  XXIX,  p.  299,  sia  dalla 
mia  penna,  sia  diitle  mani  del  tipografo 
compositore,  usci  nella  i.'  linea  della  2.* 
colonna  un  non  che  va  soppresso,  poiché 
Francesco  I  positivamente  si  recò  a'con- 
gressidi  Troppau,  di  Verona  e  di  Lubia- 
na, come  dichiarai  altrove;  quindi  nella 
linea  6."  quel  ma,  va  convertito  in  ed.  In 
Verona  dunque  nell'ottobre  182  2,  secon  • 
do  il  concertato  di  Lubiana,  fu  celebrato 
un  congresso  generale  per  raffermare  il 
principio  monarchico, l'alleanza  stabilita 
ueli8j5  a  Vienna,  già  convalidata  nel 
congresso d'Aquisgrana,  e  precipuamen- 
te per  la  questione  della  rivoluzione  del- 
la iSpngna  (/^.),colà  in  gran  bollore,  che 
si  voleva  combattere  da  Luigi  XVIII,  co- 
me l'Ausilia  avea  represso  quelle  di  Na- 
poli e  di  Piemonte,  e  vi  brillarono  in  bel 
numero  sovrani  e  celebrità  diplomatiche. 


VER 
Pertanfosi  recarono  in  Verona  l'impera- 
toie  d'Austria  Francesco  I,  l'imperatore 
di  Russia  Alessandro  I ,  il  re  di  Prussia 
Federico  Guglielmo  111,  il  re  delle  due 
Sicilie  Ferdinando  1,  il  re  di  Sardegna 
Carlo  Felice,  il  granduca  di  Toscana  Leo- 
poldo li  ,  il  duca  di  Modena  Francesco 
IV,  la  duchessa  di  Parma  M."  Luigia,  il 
viceré  del  regno  Lombardo-Veneto  ar- 
ciduca Ranieri;  i  plenipotenziari  delle 
grandi  potenze, cioè,  olire  il  cardinal  Spi- 
na inviato  da  Pio  VII  (insieme  a  mg/ 
Leardi  nunzio  di  Vienna,  mg/  Mazio, 
mg/  Ostini,  questi  ultimi  poi  caidinali), 
per  I'  Austria  Melteruich  e  Lebzeltern, 
per  la  Francia  Montmorency  e  Chateau- 
briand (che  poi  ne  scrisse  la  storia:  Con- 
grès  de  f^erone),  per  l'Inghilterra  Wel- 
lington e  Stralford  Carining,  per  la  Prus- 
sia HardembergeDernstorf,e  per  la  Rus- 
sia Nesseirode,  Lieven,  Pozzo  di  B(irgo  e 
Taliskeff.  Il  re  delle  due  Sicilie  avea  se- 
co il  principe  Ruffo,  ed  il  re  di  Sardegna 
il  conte  della  Torre.  Il  cav.  Mulinelli  ne* 
citati  Annali  a  p.  38o  riporta  il  Pro- 
spetto in  cui  sono  descritti  i  nomi,  non 
che  gli  alloggi  de'  soi'rani,  principi,  di- 
gnitari e  di  vari  altri  distinti  personag- 
gi intervenuti  al  grande  congresso  d'Eu- 
ropa nella  regia  città  di/erona  l'anno 
1822.  »  Nobilmente  intanto  e  magnifi- 
camente, or  con  luminarie,  or  con  rigiri 
di  carrozze,  or  coti  corse  di  cavalli,  or  con 
musiche  deliziose,  ed  or  con  danze  ed  ar- 
meggiamenti nell'Anfiteatro,  si  festeggia- 
va da  Verona  quella  riunione  straordina- 
ria di  tante  e  tanto  illustri  persone,  in- 
defessamente per  la  bella  liuscita  di  que' 
passatempi  e  in  ogni  altra  cosa  adoperan- 
dosi il  capo  del  municipio  Gio.  Battista  di 
Persico  (uomo  di  bella  mente,  di  animo 
generoso  e  di  assai  pii«cevoli  maniere),  af- 
finchè maggiormenlesalisseinfama  pres- 
so gli  stranieri  la  sua  Verona,  e  maggior- 
mente avesse  a  risaltare  la  sua  grandez- 
?a  :  sola  ammiratrice  ed  estiinalrice  la 
Francia  della  virtù  del  Persico,  degna- 
mente appendeva  al  suo  petto  la  croce 


VER  309 

del  regio  ordine  della  legione  d'oro.  Ter- 
minata la  dieta  e  con  essa  le  veronesi 
feste,  ambì  l'imperatore  d'Austria  di  mo- 
strar egli  stesso  la  più  bella  gemma  del- 
la sua  corona,  Ff«esi!'a,airimperalor  del- 
la Bussia,  seguendolo  anche  il  vecchio  re 
di  Napoli".  Narra  Coppi,  Annali  d'Ita- 
lia. Le  questioni  principali  messe  in  di- 
scussione in  quel  congresso  (che  fruttò  a 
tutta  Verona  non  lieve  ricchezza) furono, 
lo  sgombramente  del  Piemonte  e  del  re- 
gno delle  due  Siciliedalle  truppe  austria- 
che; aumento  di  rigore  contro  la  tratta 
de'mori;le  lagnanze  reciproche  fra  la  Por- 
la ottomana  e  la  Russia,  e  la  rivoluzio- 
ne greca;  l'indipendenza  delle  colonie  spa- 
gnuole  d'America,  e  il  modo  di  reprime- 
re la  pirateria  in  que'mari:  i  pericoli  del- 
la rivoluzione  di  Spagna  relativamente 
all'Europa,  e  specialmente  alla  Francia. 
Si  rinnovò  da'  sovrani  d'Austria,  Prussia 
e  Russia,  la  dichiarazione  fatta  nel  con- 
gresso di  Lubiana:  di  non  voler  prolun- 
gare oltre  i  limiti  d'una  rigorosa  necessi- 
tà il  loro  intervento  nelle  cose  d' Italia. 
Così  svanirono  i  vani  timori,  le  ostili  in- 
terpretazioni, i  sinistri  presagi,  che  l' i- 
gnoranza  e  la  malafede  aveano  sparso  per 
l'Europa,  per  trarre  in  errore  l'opinione 
de'  popoli,  suir  intenzioni  sincere  e  leali 
de'monarchi  riuniti  in  Verona. Ilcongres- 
so  si  disciolse  nella  metà  di  dicembre. — 
L'imperatored'Austria  Ferdinando  I, do- 
po essere  stato  in  Milano  unto  e  corona- 
to re  del  regno  Lombardo-Veneto,  a'22 
settembre  1 838,  in  compagnia  dell'impe- 
ratrice Maria  Anna,  si  portò  a  Verona. 
A  festeggiar  i  veronesi  convenientemen- 
te sì  auspicata  venula,  furono  fatte  nella 
città  splendidissime  luminarie,  e  tramu- 
tato il  teatro  Filarmonico  in  un  giardi- 
no, vago  per  fioii,  erbe  odorifere,  e  per 
una  fontana,  dalla  quale  per  3  bocche  di 
delfini  zampillava  1'  acqua  ,  occupato  il 
fondo  della  scena  da  una  magnifica  ten- 
da, disposte  in  quella  credenze  e  deschi 
con  profusione  di  rinfreschi,  la  società 
degli  Anjìoni  f//oforp/ die' all'augusta 


3.0  VER 

coppia  Inquel  lealro  il  trallenimentod'iio 
feslino:  oÓiì  pur  loro  Verona  la  riunio- 
ne del  di  lei  popolo  accolto  per  una  Tom- 
bola nell'antico  Anfiteatro,  e  meglio  di 
5o,ooo  furono  le  persone  che  ivi  si  e- 
nuinerarono.  Il  terribile  morbo  cbolera 
penetrò  in  Verona  lai."  volta  nel  i835, 
ed  in  essa  e  ne'circonvicini  paesi  serpeg- 
giò sino  al  fine  dell'anno.  —  Nel  1847, 
1848,  i849gi'a'"de  attività  militare  re- 
gnò in  Verona,  per  essere  allora  sede  del 
coniandogenerale  niilitaredel  regnoLom- 
bardo-Veiieto,  a  motivo  della  rivoluzio- 
ne che  sollevò  pure  il  regno,  ed  ivi  anco- 
ra a'20  marzo  si  formò  la  guardia  civi- 
ca, ma   concessa  e  limitata  per  soli  4^0 
uomini.  La  città  fu   posta  sul  piede  di 
guerra,  fu  minacciata  di  blocco,  e  nelle 
«uè  vicinanze  seguirono  combattimenti, 
ed  uno  sanguinoso  presso  le  sue  mura, 
vinto  dagli  austriaci  ;  da   Verona   preci- 
puamente partendole  deliberazioni  per  re- 
primere la  ribellione,  dalla  quale  fu  la  sola 
ad  andarne  esente,  siccome  presidiala  po- 
derosamente dagli  austriaci,  anco  allor- 
ché Venezia  proclamò  la  repubblica.  Ta- 
le generale  e  tremenda  conflagrazione  eu- 
ropea, e  massimamente  italiana,  trae  la 
sua  origine  dall'opposizione  e  dal  disprez- 
zo dell'autorità,  aspirando  ad   una  rivo- 
luzione d'ogni  principio  sociale.  Questo 
demone  fattosi  indi  pendente  e  nell'ordine 
religioso  e  nel  filosofico,  mosse  imbaldan- 
zito sopra  l'indipeudenxa  dall'ordine  po- 
litico. Ma  siccome  la  società  non  può  sus- 
sistere senza  un  governo  qualunque,  es- 
so immaginò  un  mostruoso  sistema  po- 
litico, in  cui  l'uomo  è  ad  un  tempo  sud- 
dito che  deve  ubbidire  e  padrone  che  co- 
manda, o  piuttosto  un  sistemadove  ovun- 
que si  trovano  i  sovrani,  ed  in   nessun 
luogo  sudditi.  Quindi  gl'istinti  rivoluzio- 
nari insorsero  dall'una  all'altra  estremi- 
la del  mondo  sociale,  e  scoppiò  la  rivol- 
ta politica  e  l'opposizione  all'autorità, 
coni'eiaìii  fatto  nell'urcline  religioso  e  fi- 
losofico sin  dal  I  yHi).  Fiero,  ma  non  sod- 
disfatto ancora  di  queste  3  devastazioni. 


VER 
il  genio  delle  rivoluzioni  guardò  a  se  din- 
torno per  vedere  se  rimaneva  altra  cosa 
a  distruggere;  e  vide  che  fra  tante  rovi- 
ne dell'autorità  una  ne  restava  ancora  io 
piedi  sostenuta  dal  suffragio  di  tutti  ì  se- 
coli ,  dalla  legislazione  di  tutti  i  popoli, 
dal  buon  senso  dell'uman  genere.  Questa 
autorità  era  la  derivante  dalla  proprie' 
tà.  Ogni  proprietà  in  fatti  fa  ognuno  pa- 
drone nel  suo  domìnio.  La  rivoluzione 
vedendo  tale  ultimo  baluardo  dell'ordi- 
ne sociale  impedire  il  suo  passo,  dichia- 
rò guerra  sterminatrice  alla  proprietà^ 
sociale;  e  da  mezzo  secolo  la  combatte 
con  terribili  colpi,  nella  lusinga  che  abbat- 
tuto questo  baluardo.la  società  non  sareb- 
be più  niente,  non  rimarrebbe  altro  che  il 
trionfo  àt\Socialisino[V ,).YiV)\o  permise 
questo  supremo  assalto  per  aprire  gli  oc- 
chi a  tanti  egoisti,  volontariamente  ac- 
cecati su  questa  guerra  satanica  da  3  se- 
coli mossa  al  principio  d'autorità.  Fio- 
che siffatta  guerra  era  diretta  contro  l'au- 
torità della  Chiesa  ,  1'  autorità  di  Gesù 
Cristo  e  l'autorità  de'  re,  i  felici  proprie- 
tari diceano  nella  beata  loro  sicurezza:  La 
Chiesa  si  difenda,  e  altrettanto  facciano 
i  re.  Ma  quando  Tidra  rivoluzionaria  eb- 
be posto  il  piede  sulla  soglia  del  loro  do- 
mìnio, e  minacciò  colle  case  ed  i  campi 
la  loro  sovranità,  i  proprietari  insorsero 
pronti  a  difendere  la  loro  autorità;  e  di- 
versi, anche  rivoluzionari,  dissero  alla  ri- 
voluzione, yèr'/m//;  non  mai  ci  sarà  tolto 
il  campo,  non  mai  la  casa;  piuttosto  soc- 
combere che  lasciar  crollarecolla  proprie- 
tà l'ultimo  baloardo  dell'ordine  sociale, 
il  rispetto  dovuto  alla  proprietà.  Tanto 
e  più  ampiamente,  con  robustaeloquen- 
za  propugnava  il  facondissimo  p.  Felix 
gesuita  nell'ultima  quaresima  a  Nostra 
Donna  di  Parigi,  un  importante  brano 
del  quale  può  leggersi  a  p.  283  del  Gior^ 
naie  di  Roniaòdi^S^.  Appendice:  Il  di- 
sprezzo dell'  Autori  là.  —  Frattanto  nel- 
l'agosto 1811  I  iinpetto  alla  porta  di  s. 
Zeno  si  vide  sorgere  in  pochi  giorni  una 
2."  città  di  tela,  di  ampia  esleniioue,  il 


VER 
grande  accampamento  per  le  manovre 
inìlilari,  non  infrequenti.  I  padiglioni  e- 
rano  di  3  categorie:  i  piccoli  antichi,  per 
8  uomini  circa;  i  grandi  di  figura  elilti- 
ca ,  ed  i  grandissimi  in  forma  circolare, 
ognuno  per  5o  uomini.  Siccome  i  luoghi 
d'intorno  a  Verona,  punto  principale  del 
concenlramento  veneto ,  al  quale  viene 
diretta  per  le  manovre  di  settembre  la 
maggior  parte  de'corpi  di  truppa,  erano 
pieni  zeppi  ,  ancor  prima  che  si  fossero 
riuniti  tutti  i  corpi  disponibili,  non  rima- 
neva altro  mezzo  per  collocare  le  truppe 
die  doveano  giungere,  che  l'erezione  del- 
l'accampamento, da  durare  fino  agli  ul- 
timi di  settembre.  A'i4  di  questo  mese 
railfgiò  Veruna  della  sua  presenza  l'im- 
peratore regnante  Francesco  Giuseppe  I, 
ed  inaugurò  il  suddetto  magnifico  ponte 
che  porta  il  suo  nome,  eretto  sull'Adige 
per  coiigiungere  la  strada  ferrata  di  Ve- 
nezia con  quella  di  Mantova  e  la  poste- 
riormente attuala  dì  Milano,  onde  il  di- 
rettore superiore  delle  pubbliche  opere 
ora  defunto  cav.  Negrelli-Moldelbe,  in- 
dirizzò al  Sire  quel  discorso  che  si  legge 
a  p.  858  del  Giornale  di  Roma  del  1 85 1  ; 
essendo  predente  anco  il  regnante  duca 
di  Modena  Francesco  V  ,  ed  il  coman- 
dante della  città  e  fortezza  di  Verona 
tenente  maresciallo  conte  Lichnowsky. 
L'in)peiatore  salì  quivi  a  cavallo,  e  si  de- 
filò col  suo  seguito  al  novello  campo  di 
Marte  fuori  di  porla  Muova.  Durarono 
circa  due  ore  davanti  all'imperiale  mae- 
stà gli  esercizi  militari,  congratulandosi 
l'imperatore  con  ruffizialità  dell' esimia 
destrezza  di  que'balttiglioni,  dell'incom- 
parabile loro  disciplina  e  della  verace  sua 
soddisfazione.  Indi  alle  3  ore  pomeridia- 
ne fece  il  suo  ingresso  nella  città  addob- 
bata a  festa,  fra  la  comune  esultanza,  il 
frastuono  di  viva  e  gli  universali  applau- 
si ,  con  che  i  veronesi  manifestarono  la 
loro  divozione  al  sovrano.  Egli  era  se- 
gnilo da'due  paiiadii  del  trono,  i  propu- 
gnacoli invitti  della  monarchia,  1'  ora  de- 
funto feld-mai  escialloRadelzky  governa- 


VER  Sii 

lore  generale  del  regno  Lombardo-Ve- 
neto,^ il  bano  della  Croazia  Jellacich  , 
mancato  a'vivi  or  ora  pur  esso.  L'impe- 
ratore entrò  nel  palazzo  del  marchese  Ca- 
nossa, ch'era  ivi  sul  limitare  ad  accoglie- 
re l'ospite  eccelso. Poscia  l'imperatore  vol- 
le graziosamente  vigilare  nella  sua  abita- 
zione il  canuto  eroe  e  feld-maresciallo 
Radetzky.  Restituitosi  al  palazzo  Canos- 
sa, ammise  all'udienza  le  autorità  civili 
e  militari,  il  clero,  il  municipio,  e  le  de- 
putazioni che  vennero  da  cillà  e  da  pro- 
vince diverse  a  rendei  gli  omaggio,  di- 
stinguendo la  veneziana  pel  cordiale  rice- 
vimento fatto  poc'anzi  alla  persona  del 
lodato  feld-maresciallo.  Indi  usciva  in 
carrozza,  visitando  vari  istituti,  singolar- 
mente il  rollegio  femminile,  l'ospedale 
civico,  la  casa  di  ricovero,  1'  istituto  del 
benemerito  Mazza.  Tornato  al  palazzo 
Canossa,  furono  invitati  alla  mensa  im- 
periale lutti  i  generali,  il  luogotenente 
delle  Provincie  venete  ,  il  vescovo  mg.' 
Multi,  il  delegato  provinciale  d'Udine,  e 
tutta  la  famiglia  Canossa.  Nella  sera  l'ini* 
peraloreusc'i  in  carrozza  a  godere  lospet- 
tacolo  della  città  illuminata,  che  olIViva 
un  magico  aspelto,  vedendosi  cifrato  con 
vaghi  artifizi  l'anguslo  suo  nome.  Il  cor- 
so di  porla  Nuova  ardeva  in  globi  di 
fuoco,  in  fiammelle  di  gas,  in  cerei  dop- 
pieri ,  e  sfolgorava  una  luce  incantevole 
in  un  mare  di  popolo,  che  sul  passaggio 
del  monarca  si  esprimeva  con  enfatici  vi- 
va. Con  isquisito  buon  gusto  erano  lu- 
meggiali i  portoni  della  Brà,  e  l'edifizio 
della  dogana.  Tutto  il  long'  Adige,  os- 
servato da'ponli,  era  avvivato  da  innu- 
merevoli faci,  che  si  specchiavano  nel  fiu- 
me recale,  i  castelli  scintillanti  dalla  lon- 
tana  d'immensa  luce,  svelavano  la  scena 
degli  amenissiini  poggi,  i  quali, anfiteatro 
d'incomparabile  bellezza,  presentavano 
a'riguardanti  un  mondo  di  prospettive, 
che  forse  niun'altra  città  della  penisola 
ne  vanta  di  più  seducenti  e  ammirabili. 
iS'ella  stessa  sera  v'ebbe  spettacolo  d'ope- 
ra e  ballo  al  teatro  Filarmonico,  la  sala 


3i2                   VER  VER 

jlluinlnafo  a  giorno  e  gremila  di  spellato-  Jore  del  giorno  lungo  la  slrada  che  met- 
ri,ornale  essendo  le  donne  splendid;<men-  te  a  Verona.  Nel  giorno  appresso  l'im» 
te.  Le  acclamazioni ,  appena  cotnpurve  peralorepailì  per  Mantova,  accoropagna- 
l'icnperatore,  furono  vivacissime  e  conti-  to dal  leid-marescialloPiadetzky, sulla  fer- 
nuale.  All'inluonar  T  inno  dell'impero  rovia  di  porla  Nuova,  con  separato  con* 
tutti  si  alzarono  e  restarono  riverenti  in  voglio.  Reduce  poi  dalla  Lombardia,  la 
piedi;  rialzandosi  alla  partenza  del  sirene  sera  del  29  settembre  l'imperatore  fu  di 
accompagnandolo  con  fragorosi  piansi  e  passaggio  per  Verona,  onde  tornareaVe- 
dimostrazioni  di  ovazione.  Il  giorno  i/\  nezia,  trovando  fuori  di  porla  s.  Zeno  un 
sellembie  resterà  indelebile  né' fasti  de'  magnifico  arco  trionfale  decoralo  di  ban- 
veronesi,  e  nella  memoria  del  loro  sovra-  diere  alla  sommità,  ed  illuminalo  con  e- 
no.»  Eglino  mutuamenle  s'intesero.  La  leganza;  luminarie  rischiarando  Verona. 
crescentepiospeiitàdiVerona,caraegen'  Ricevuti  i  pubblici  omaggi,  dopo  la  refe- 
tile  regina  delTAdige,  è  inseparabile  dal-  zione,  si  recò  fuori  di  porta  Vescovo  alla 
l'aifelluosa  espressione  della  sua  fedeltà",  stazione  della  ferrovia  di  Venezia  ,  alla 
Tanto  e  meglio  pubblicò  il /^ogZ/ot^/  F'e-  cui  volta  si  diresse.  —  In  conseguenza  del* 
rona.  JVel  d'i  seguente  l'imperatore  par-  la  sovrana  risoluzione  de'  28  febbraio 
lì  per  /^'e«fzi/2.  Quindi  fece  ritorno  in  1857,  colla  quale  l'arciduca  Ferdinando 
Verona  a'i6  dello  stesso  settembre.  Vi-  Massimilianofu  nominatodairimperalo- 
silò  i  forti  e  le  caserme  della  città,  e  nel  re  fratello  a  governatore  generale  del  re- 
pomeriggio cavalcò  al  beisagliofeslivo  in  gno  Lombardo- Veneto,  cessò  d'esistere  il 
s.  Massinjo,  fuori  di  porta  s.  Zeno,  e  riu-  governo  civile  e  militare  residente  in  Ve- 
sci  bellissimo.  Ivi  presso,  quand'era  pre-  rona,  dove  non  rimaserodi  autorità  cen- 
sunlivo  erede  del  trono,  combattendo  da  trali  che  il  comando  generale  militare,  il 
semplice  volontario  nelle  file  de' valore-  deposito  delle  monture,  la  direzione  dei- 
si,  e  appunto  colà  ove  più  atroce  ferve-  le  strade  ferrate,  e  quella  delle  poste  per 
va  la  mischia,  diede  di  sé  il  1°  saggio  sul  tutto  il  Lombardo-Veneto.  Al  nuovo  go- 
campo,  e  d' imperturbabile  coraggio.  Al  vernatole  geneiale  si  assoggettarono  tulli 
calar  della  notte  seguì  una  scena  mera-  i  rami  dell'amministrazione  civile,  in  uno 
vigliosa.  Il  viale  del  forte  Radetzky,  fino  alla  superiore  sorveglianza  sulle  autori- 
alla  strada  maestra  che  mette  in  Verona,  tà  giudiziarie.  Ne'primi  di  marzo  di  que- 
fu  rischiarato  improvvisamente,  come  sl'anno  1859,  dall'imperatore  d'Austria 
per  magico  incanto,  da  innumerevoli  fuo-  furono  nominati  :  il  tenente  marescial- 
chi  bengalici.  »  I  razzi  che  si  lanciavano  lo  Ignazio  Teimer,  comandaule  del  7.° 
per  tulle  le  parli  vedeansi  solcare  di  su-  corpo  d'  armata  (che  fu  a/lidalo  al  ba- 
bila  luce  fuggevole  l'oscurità  degli  spazi  rone  Tommaso  Zobel  de  Giebelsladt- 
aerei;  le  armonie  delle  musiche  bande,  le  Darstadl),  a  comandante  della  città  efor- 
cantilene  de'soldali  che  in  quell'immensa  lezza  di  Verona;  il  tenente  maresciallo  e 
spianata  udivasi  l'eco  ripetere,  olfrivano  divisionario  di  truppe  Francesco  barone 
alla  rimembranza  de'veronesi  ben  altro  de  Gorizzuli,  a  comandante  della  fortez- 
spettacolo  dalla  luce  ferale  e  dallo  sire-  za  di  Peschiera;  ed  il  generale  maggiore 
pilo  della  battaglia  che,  a  prezzo  di  lan-  e  brigadiere  di  truppe  Carlo  Torri  di 
to  sangue  de' vincitori  e  de'vinli,  fu  cora-  Dornstein,  a  comandante  della  fortezza 
ballula,  oggi  è  lerz'anno,  in  quell'ampia  di  Legnago.  E  da  notare,  che  ne'sotenni 
dislesa.  Cessi  la  Provvidenza  il  rinnovar-  tempi  inesplicabili  che  correvano  nel  se- 
si  più  mai  di  sì  lagiiinevole  esempio  !  "  guente  aprile,  le  prime  capacità  militari 
Centinaia  di  torchi  a  venlo,  poi  tali  a  ma-  prussiane  reputarono  validamente  assi- 
ijodu  militari, emula  vano  quasi  lospku-  curala  la  posizione  slrolegica  dell'Austria 


VER 

uell'alta  Italia;  litcoendosi  d'iucalcolabì- 
le  suo  vantaggio  il  quadralo  lisullatite 
dalle  foltezze  di  Mantova,  Veioiia,  Pe- 
scliieia  e  Legnago;  uotaudu  ancora  ,  es- 
ser diftìcile  di  trovare  un  altro  terrenu  co- 
sì altamente  strategico,  ludi  pubblicò  iu 
Gazzetta  di  fenezia  de'29  aprile.  »  Va 
manifesto  sovrano  de'  28  mese  coirente, 
indirizzato  a'[)opoli  dell'Austria,  annun- 
cia la  risoluzione  dell'imperatore  Frun 
Cesco  Giuseppe  1,  di  dovere,  dupo  esau- 
i'iti  infruttuosamente  i  mezzi  per  conser- 
var la  pace,  dar  di  piglio  alle  armi  per 
difendere  l'onore  ed  i  diritti  dell' Austria 
contro  laSardegua,  sussidiata  dallaFrun- 
cia.  Le  truppe  imperiali  sono  già  entrate 
negli  slati  sardi.  Fiducioso  iiell'  aiuto  di 
Dio,  l'iniperatore  dichiarò  di  adempiere 
a  malincuoie  a  questo  primo  dovere  di 
leggente,  e  contare  nella  difesa  della  sua 
giusta  causa,  sulla  fedeltà,  sull'altacca- 
iuento  e  sulla  divozione  de'suoi  popoli". 
La  slessa  Gazzetta  di  Fenezia  de'3o  a- 
[ìrile  riporta  il  seguente  rescritto  sovrauo 
dell'imperatore  d'Austria,  diretto  al  se- 
renissimo fratello  arciduca  Ferdinando 
Massimiliano,  da  Vienna  a' 20  aprile 
1859.  «  Caro  signor  fratello,  Arciduca 
F^eidinando  Massimiliano,  il  tranquillo 
conlegno  ,  dimostrato  dalla  popolazione 
del  mio  regno  Lombardo-Veneto  fram- 
mezzo all'agitazione  provocata  da  estere 
influenze,  l'ubbidienza  e  lo  zelo,  con  cui 
la  slessa  anche  nell'  ultimo  tempo  pre- 
stò adempimento  alle  leggi  ed  alle  dispo- 
sizioni del  mio  governo,  e  soddisfece  a  ciò 
the  dalla  forza  delle  circostanze  fui  cO' 
stretto  di  esigere  da'miei  sudditi,  mi  fan- 
nocerlo  ch'essa,  anche  ne'sovrastanti  più 
gravi  avvenimenti,  non  devierà  dalla  le- 
galità e  dall'ordine,  e  malgrado  le  mene 
e  le  seduzioni  degli  agitatori,  seiberà  in- 
concussa la  fedeltà  dovuta  al  proprio  le- 
gittimo sovrano.  Questo  contegno  delle 
pi  ovincie  Lombardo- Venete  mi  prova  in 
pari  tempo,che  Vostra  Dilezione  ha  cor- 
risposto con  piena  mia  soddisfazione  al 
uiaudato  da  me  conferitole,  uell'alto  che 
voi.  cxiv. 


VER  3i3 

in  qualità  di  govei natole  generale  la  pò- 
iievaa  capo  dell'auiministraziouedel  pae- 
se. Ma,  poiché  lecircoslanzeattualim'ira- 
pongono   l'obbligo   di   attivare  misure 
sii  aordinarie  a  difesa  de' diritti  del  mìo 
trono  ed  a  guarentìgia  della  quiete  e  si- 
curezza iolerna,  e  dì  concentrare  a  que- 
sto scopo  in  una  sola  mano  la  suprema 
autorità  civile  e  militare  del  regno  Lom- 
bardo-Veneto ,  trovo  di  sollevare  beni- 
gnamente per  ora  Vostra  Dilezione  dal 
posto  di  governatore  generale,  ch'ella  fla 
qui  ha  disimpegnato  con  tutta  abnegazio- 
ne e  perspicacia,  e  dì  affidare  le  funzioni 
dì  governatore  generale,  per  ciò  che  con- 
cerne l'atuoiinìstrazione  civile  del  paese, 
ili  generale  di  artiglieria  conte  France- 
sco Gyulai,  quale  capo  del  comando  ga- 
nci ale  militare".  A '28  aprile  l' impera- 
tore con  suo  manifesto  da  Vienna  [F.) 
annunziò  a' popoli  dell'Austria  aver  dato 
ordine  alla  sua  armata  di  entrare  nel  re- 
gno di  Sardegna,  onde  porre  un  termine 
alle  ostilità  e  mene  rivoltose  commesse 
da  quello  da  una  serie  d'anni  fino  a  que- 
sti ultimi  tempi,  nuovamente  collo  scopo 
d'impadronirsi  del  regno  Lombardo-Ve- 
neto, il  cui  territorio  a  tale  effetto  già  in- 
vase or  sono  io  anni,  senza  provocazio- 
ni. Tranquillo  di  sua  coscienza,  sottomet- 
tersi al  giudìzio  di  Dio  onnipotente,  ed  a 
quello  imparziale  de'conlemporaneì  e  de' 
posteri.  Con   pena   veder  imminente  la 
guerra  flagellodell'umanilà,  comedi  tro- 
varsi alla  vigìlia d'un'epoca,  in  cui  si  vuo- 
le scagliare  la  devastazione  di  quanto  sus- 
siste non  solo  dalle  sette,  ma  persino  da' 
troni.  Duce  supremo  dell'esercito,  consi- 
derare il  combaltimei>to  giusto,  ed  ea- 
trarvi  con  coraggio  e  fiducia.  Sperare  ìa 
questa  pugna  non  rimaner  solo.  In  fine 
parlare  come  principe  della  confedera- 
zione Gei  manica,  destando  l'alti  ui  atten- 
zione sul   pericolo  comune.  Nel  dì   se- 
guente ac)  apiìleil  comandante  genera- 
le del  2."  COI  pò  d'armala  conte  Gyu- 
lai  dal  quartier  generale  di  Pavia  ema- 
nò un  01  dine  del  giorno  all'armala  ;  ed 

21 


3i4  VER 

un  proclama  alle  popolazioni  della  Lom- 
bai'dia  e  della  Veneiia,  col  quale  par- 
tecipò loro  il  concentracuenlo  nelle  sue 
mani  de' poteri  del  governo  civile  e  mi- 
litare del  regno  Lombardo-Veneto,  pro- 
mettendo tutelare  la  loro  sicurezza.  Con 
altro  proclama  poij  diretto  a'popoli  del- 
la Sardegna,  disse  loro,  che  il  pacifi- 
co cittadino  poteva  far  assegno,  che  li- 
bertà, onore,  leggi  e  fortune  sarebbero 
rispettate  e  protette  come  cose  inviolabi- 
li esagi'e;non  essere  le  armi  imperiali  di- 
rette contro  i  popoli  del  regno  di  Sarde- 
gna, ma  controil  partito  sovvertitore  che 
gli  opprimeva,  debole  di  numero  e  poten- 
te d'audacia,  il  quale  attenta  a'diritti  de- 
gli altri  stati  italiani, eda  quelli  stessidel- 
l'Aubtria,  mentre  sotto  il  manto  specioso 
di  libertà  avrebbe  finito  per  toglierla  ad 


VER 

ognuno,  se  il  Dio  degli  ese'rcìti  imperiali 
non  fosse  anche  il  Dio  della  giustizia. 
»>  Domato  che  sia  il  vostro  e  nostro  av- 
versario, e  ristabilito  l'ordine  e  la  pace, 
voi,  che  ora  potreste  chiamarci  nemici, 
ci  chiamerete  tra  poco  liberatori  ed  ami- 
ci". Pubblicò  la  Gazzetta  di  f^enezia  il 
i."  maggio  due  notificazioni  de'ag  apri- 
le d'ordine  del  conte  Gyulai,  con  le  qua- 
li Venezia  e  Verona  furono  dichiarate  in 
istato  d'assedio,  dal  barone  di  Alemana 
per  la  città  e  fortezza  di  Venezia  ,  colle 
isole  e  terre  comprese  nel  suo  raggio  di 
fortificazione,  principiando  col  3o  apri- 
le, pel  mantenimento  dell'ordine  e  della 
tranquillità,  e  per  tutelare  la  sicurezza 
delle  persone  e  delle  sostanze  degli  abi- 
tanti. 

(Continua  nel  volume  seguente). 


FINE  DEL  VOLUME  NOVANTESIMOQUÀRTO. 


"-'  (  \' 


236086 


BX  841  .M67 

1840 

sncR 

Moroni ,  Gae 

tano. 

1802-1883. 

Diz lonario 

di  erudizione 

storico-ecclesiastica 

AFK-9455  (awsk)